IL CORANO È COME LA LUCE QUANDO È BUIO

(che infatti, come spiegava quel saggio, la luna è molto più importante del sole, perché il sole fa luce quando è già chiaro di suo, mentre la luna fa luce quando è buio, e allora sì che la luce serve! E così la luce del Corano) Così dice il signor Orlando Leoluca,

e il signor Orlando è un uomo d’onore. Ma forse non tutti hanno presente chi sia il signore in questione, e dunque, decisa a compiere la mia buona azione quotidiana – perché io, come tutti sanno, sono una persona buona, e le persone buone non si smentiscono mai, né tanto meno si riposano – vi rinfresco la memoria con questo articolo di sei anni fa.

Filippo Facci, 20 maggio 2012, qui

La storia di Leoluca Orlando e Giovanni Falcone

È la storia, questa, di un tradimento orribile da raccontare proprio nei giorni in cui Leoluca Orlando potrebbe diventare sindaco di Palermo per la terza volta, e che sono gli stessi giorni nei quali si celebra il ventennale della morte di Giovanni Falcone. Difatti «Orlando era un amico», racconta oggi Maria Falcone, sorella di Giovanni. «Erano stati amici, avevano pure fatto un viaggio insieme in Russia… Orlando viene ricordato soprattutto per quel periodo che in molti chiamarono Primavera di Palermo, ma anche per lo scontro durissimo che ebbe con Giovanni e che fu un duro colpo, distruttivo per l’antimafia in generale». Uno scontro che va raccontato bene, al di là della dignitosa discrezione adottata da Maria Falcone in Giovanni Falcone, un eroe solo da lei scritto di recente per Rizzoli.
Siamo nei tardi anni Ottanta. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco nel 1985 e aveva inaugurato la citata Primavera di Palermo che auspicava un gioco di sponda tra procura e istituzioni. Però, a un certo punto, dopo che il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo aveva comminato 19 ergastoli nel cosiddetto «maxiprocesso», qualcosa cambiò. Tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. E a Falcone cominciarono a voltare le spalle in tanti. Con Orlando, tuttavia, vi fu un episodio scatenante: «Orlando ce l’aveva con Falcone», ha ricordato l’ex ministro Claudio Martelli ad Annozero, nel 2009, «perché aveva riarrestato l’ex sindaco Vito Ciancimino con l’accusa di essere tornato a fare affari e appalti a Palermo con sindaco Leoluca Orlando, questo l’ha raccontato Falcone al Csm per filo e per segno». Il fatto è vero: fu lo stesso Falcone, in conferenza stampa, a spiegare che Ciancimino era accusato di essere il manovratore di alcuni appalti col Comune sino al 1988: si trova persino su YouTube.
Quando Falcone accettò l’invito di dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia, poi, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. Fu durante una puntata di Samarcanda del maggio 1990, in particolare, che Orlando scagliò le sue accuse peggiori: Falcone – disse – ha una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li tiene chiusi nei cassetti. Per l’esattezza il riferimento era a otto scatole lasciate da Rocco Chinnici e a un armadio pieno di carte. Le trasmissioni condotte da Michele Santoro erano dedicate a una serie di omicidi di mafia, e «io sono convinto», tuonò Orlando, «che dentro i cassetti del Palazzo di Giustizia ce n’è abbastanza per fare chiarezza su quei delitti». L’accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali Carmine Mancuso e Alfredo Galasso. Divertente, o quasi, che tra gli accusati di vicinanza andreottiana – oltre a Falcone – figurava anche il suo collega Roberto Scarpinato, cioè colui che pochi anni dopo istruirà proprio il processo per mafia contro Andreotti.
È di quei giorni, comunque, uno slogan di Orlando che fece epoca: «Il sospetto è l’anticamera della verità». Falcone rispose a mezzo stampa: «È un modo di far politica che noi rifiutiamo… Se Orlando sa qualcosa faccia i nomi e i cognomi, citi i fatti, si assuma la responsabilità di quel che ha detto, altrimenti taccia. Non è vero che le inchieste sono a un punto morto. È vero il contrario: ci sono stati sviluppi corposi, con imputati e accertamenti». Ma Orlando era un carroarmato: «Diede inizio», scriverà Maria, a una vera e propria campagna denigratoria contro mio fratello, sfruttando le proprie risorse per lanciare accuse attraverso i media». Così aveva già fatto nell’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani: Falcone fiutò subito la calunnia ma Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Lima e Andreotti. «Seguirono mesi di lunghe dichiarazioni e illazioni da parte di Orlando, che voleva diventare l’unico paladino antimafia», ha scritto ancora Maria Falcone.
Del fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura, vicino a Palermo, torneremo a scrivere nei prossimi giorni. Per ora appuntiamoci soltanto quanto scrisse il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».
Orlando era instancabile. Tornò alla carica il 14 agosto 1991, quando rilasciò un’intervista su l‘Unità poi titolata «Indagate sui politici, i nomi ci sono»: «Sono migliaia e migliaia i nomi, gli episodi a conferma dei rapporti tra mafia e politica. Ma quella verità non entra neppure nei dibattimenti, viene sistematicamente stralciata, depositata, e neppure rischia di diventare verità processuale… Si è fatto veramente tutto, da parte di tutti, per individuare responsabilità di politici come Lima e Gunnella, ma anche meno noti come Drago, il capo degli andreottiani di Catania, Pietro Pizzo, socialista e senatore di Marsala, o Turi Lombardo? E quante inchieste si sono fermate non appena sono emersi i nomi di Andreotti, Martelli e De Michelis?». Orlando citò espressamente, tra i presunti insabbiatori, «la Procura di Palermo» e implicitamente Falcone. Per il resto, tutte le accuse risulteranno lanciate a casaccio. Poco tempo dopo, il 26 settembre 1991, al Maurizio Costanzo Show, ad attaccare Falcone fu il sodale di Orlando, Alfredo Galasso.
Lo stesso Galasso assieme a Carmine Mancuso e a Leoluca Orlando, l’11 settembre precedente, aveva fatto un esposto al Csm che sarà il colpo finale: si chiedevano spiegazioni sull’insabbiamento delle indagini sui delitti Reina, Mattarella, La Torre, Insalaco e Bonsignore e anche sui rapporti tra Salvo Lima e Stefano Bontate e sulla loggia massonica Diaz e poi appunto sulle famose carte nei cassetti. Così, dopo circa un mese, il 15 ottobre, Falcone dovette vergognosamente discolparsi davanti al Csm. Non ebbe certo problemi a farlo, ma fu preso dallo sconforto: «Non si può andare avanti in questa maniera, è un linciaggio morale continuo… Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo». Racconterà Francesco Cossiga nel 2008, in un’intervista al Corriere della Sera: «Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo. Voleva andar via».
Anche della strage di Capaci torneremo a raccontare. Ora restiamo a Orlando, e a quando il 23 maggio 1992, a macerie fumanti, da ex amico e traditore si riaffaccerà sul proscenio come se nulla fosse stato. Il quotidiano la Repubblica gli diede una mano: «A mezzanotte e un quarto una sirena squarcia il silenzio irreale del Palazzo di Giustizia di Palermo. Arriva Antonio Di Pietro da Milano, il giudice delle tangenti, il Falcone del Nord… Con lui ci sono Nando Dalla Chiesa, Carmine Mancuso e Leoluca Orlando». Cioè parte degli accoltellatori, quelli dell’esposto al Csm. Proprio loro. Partirà da quel giorno un macabro carnevale di sfruttamento politico, editoriale, giudiziario e «culturale» dell’icona di un uomo che ne avrebbe avuto soltanto orrore.
Il 25 gennaio 1993, intervenendo telefonicamente a Mixer su Raidue, Maria Falcone disse a Leoluca Orlando: «Hai infangato il nome, la dignità e l’onorabilità di un giudice che ha sempre dato prova di essere integerrimo e strenuo difensore dello Stato. Hai approfittato di determinati limiti dei procedimenti giudiziari, per fare, come diceva Giovanni, politica attraverso il sistema giudiziario».
Il 18 luglio 2008, intervistato da KlausCondicio, Orlando l’ha messa così: «C’è stata una difficoltà di comprensione con Giovanni Falcone». Una difficoltà di comprensione. E poi: «Ma ridirei esattamente le stesse cose… Ho avuto insulti ai quali non ho mai replicato, perché credo che sia anche questa una forma di rispetto per le battaglie che io ho fatto… (pausa, poi aggiunge) … e che Giovanni Falcone meglio di me ha fatto, perché trascinare una storia straordinaria come quella di Falcone dentro una polemica politica, francamente, è cosa di basso conio». E lui non l’avrebbe mai fatto.

Quella cosa che il Corano, ossia l’islam, è come la luce, comunque, è vera: assolutamente e sacrosantamente vera:
luce 1
luce 2
Quello di cui si vede un braccio e una mano nella foto qui sotto, è il corpo di una ragazzina che si era messa il rossetto
luce 3
luce 4
luce 5
luce 6
luce 7
MIDEAST ISRAEL PALESTINIANS
E per concludere, guardate com’è bello il nostro Leoluca mentre partecipa all’inizio del ramadan
Orlando ramadan
e mentre accoglie l’equipaggio della Flottilla che va a salvare Gaza dalla morte per fame.
Orlando, Flottilla
Questo sì che è un uomo!

barbara

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DAAWA

Come avevo preannunciato qui, pubblico ora un articolo di Yosef Tiles che spiega dettagliatamente che cos’è, come funziona, come si applica la Daawa.

Nella guerra dell’Islam per sottomettere il mondo degli infedeli, l’Islam usa 3 armi di cui 2 allo scoperto 1: Jihad, guerra santa e, in caso sia improponibile, il terrorismo (Irhab). 2: Hijrah, che gli occidentali pensano sia immigrazione mentre gli islamici la interpretano come invasione.
La 3 arma si chiama Daawa: ha diversi significati che tutti insieme vogliono dire: ingannare gli infedeli e sfruttare le loro debolezze per far trionfare l’Islam.
L’origine della Daawa è nel Corano, dove Allah inganna gli infedeli (4:142) (8:30) (86:15/16) (10:21)
Nel Corano si comincia in genere con la cospirazione degli infedeli che cercano di ingannare i mussulmani, ma siccome Allah è il più grande ingannatore (8:30) i mussulmani hanno il diritto/dovere di ritorcere questa arma contro gli altri.
Se Allah inganna gli infedeli lo devono fare tutti i mussulmani!
Quindi immigrano in occidente per distruggere le sue istituzioni dall’interno con l’arma della Daawa.
La base religiosa che sconvolge il codice d’onore arabo deriva dall’Accordo di Khudibia firmato da Maometto con la tribù ebraica dei Quraish della Mecca. Una tregua per 10 anni che nel codice d’onore arabo premaomettano (MURUAH) nessuno si sarebbe sognato di violare. Invece alla prima occasione in cui si sente abbastanza forte, dopo solo 22 mesi, Maometto viola l’accordo e manda i suoi sgherri a massacrare i Quraish uccidendo tutti i maschi, violentando le donne e i bambini, trasformandoli in schiavi sessuali, dopo aver ottenuto una dispensa da Allah. E se questo è legittimo per il profeta di Allah, modello per tutta la razza umana, è ovviamente legittimo per i fedeli mussulmani: firmare un accordo con gli infedeli e violarlo quando lo ritengono opportuno. (pace di Oslo)
Un altro principio fondato da Maometto è la Taqyia: se il mussulmano si trova in un ambiente ostile deve usare la diplomazia dell’inganno con lo scopo di far trionfare l’Islam. Così ottengono un successo incredibile nell’occidente perché gli occidentali, che ignorano questi principi dell’Islam, quando il mussulmano cita un versetto del Corano per dimostrare la natura pacifica dell’Islam, credono che questo versetto esiste proprio con quel significato.
Ci sono tanti siti internet islamici, in diverse lingue, quasi tutti finanziati dai sauditi, che hanno come scopo la diffusione della Daawa. Uno di questi siti in inglese: www.soundvision.com pubblica una guida rivolta agli Imam e ai leader delle comunità islamiche in occidente per insegnare come diffondere la propaganda islamica nel modo più efficace. Il primo campo in cui devono concentrare la propaganda è il campo educativo, specialmente nei campus universitari. Solo negli USA i sauditi finanziano attualmente 67000 studenti sauditi ogni anno, dove devono impegnarsi a far sì che ogni studente infedele del campus frequenti almeno un corso riguardante l’Islam, in cui può apprendere quanto l’Islam sia bello, nobile e pacifico. Nelle scuole dell’obbligo “bisogna”far leggere almeno un versetto del Corano al giorno e far mangiare agli studenti solo cibo Halal. Bisogna far insegnare l’Islam da degli insegnanti infedeli, cristiani ed ebrei, vicini o amici dell’Islam, che possono trasmettere agli studenti il messaggio formidabile dell’Islam.
Bisogna creare in ogni università un centro per la ricerca sull’Islam, o sulla collaborazione tra l’Islam e le altre religioni, i sauditi contribuiscono generosamente alla formazione di questi centri, per convincere gli studenti che l’Islam vuole solo la pace, la solidarietà, che l’Islam è una tolleranza pura, che l’Islam non ha mai perseguitato gli altri, che la Jihad non è ciò che dicono e che i terroristi non sono islamici e non hanno niente a che fare con l’Islam vero. I propagandisti islamici hanno l’ordine di appendere in tutte le facoltà americane un poster di pubblicità all’Islam dove c’è un numero gratuito (800622 ISLAM) a cui qualsiasi studente può telefonare per ricevere le informazioni su quanto l’Islam sia pacifico, umanitario.
I propagandisti devono insistere che in ogni giornale scolastico vengano inseriti articoli sull’Islam,  su Maometto, su tutto il bene che ha portato all’umanità.
In ogni discussione di qualsiasi argomento storico, etico, scientifico, bisogna coinvolgere e diffondere il contributo dell’Islam.
Bisogna far conoscere tutti i vantaggi dell’Islam, per cui quando gli islamici celebrano il Ramadan, devono chiedere il permesso di festeggiare e fare vacanza per tutti gli studenti, non solo gli islamici, e per farli partecipare alla festa convincerli a digiunare almeno un giorno.
Quando gli islamici celebrano il Id El Fitr, (3 giorni), devono coinvolgere anche gli studenti non islamici.
Per il grande pubblico la guida consiglia di far sapere agli infedeli solo quanto l’Islam sia una religione pacifica, gli argomenti scomodi sono da evitare. La guida insegna agli Imam a prendere parte a qualsiasi evento pubblico, a far parte di tutti i partiti, di tutte le istituzioni locali e nazionali e a diventare un rappresentante dell’Islam.
Quando uno di questi mussulmani riesce a farli eleggere o inserirsi in una istituzione, ha il dovere di impegnarsi per inserire altri islamici o altri amici che possono promuovere l’interesse dell’Islam, specialmente in magistratura e negli apparati legislativi.
La guida indica che devono prendere parte a qualsiasi evento o dibattito, specialmente favorire incontri interreligiosi per creare l’idea che l’Islam, al pari dell’ebraismo e del cristianesimo, vuole solo la pace.
I propagandisti islamici hanno l’ordine di creare quante più ONG possibili e poi devono inserirsi nel mondo dei Media, prenderne possesso. (i sauditi hanno comprato una fetta notevole della Fox, che ora non parla mai male di loro).
I propagandisti islamici ricevono indicazione su come comportarsi in qualsiasi dibattito.
Purtroppo i media occidentali hanno il vizio (anche dopo ogni attentato terroristico) di far sentire sempre “le 2 parti”, equiparando così i rappresentanti del terrorismo islamico con quelli delle istituzioni e a quelli delle vittime.
La guida insegna al propagandista islamico ad attaccare il nemico subito dall’inizio del dibattito usando frasi come: “le tue parole sono fuori da qualsiasi contesto”…”tu non capisci / conosci l’Islam e i suoi valori”…”tu non conosci l’arabo”….”questa è una tua interpretazione, personale ed inaccettabile”… “le cose che dici sono puro razzismo e islamofobia”…”la tua interpretazione del Corano è estremamente imprecisa e noi non abbiamo mai sentito cose del genere”…. e per vincere nel dibattito è sempre utile chiudere con una frase d’effetto “la tua è propaganda sionista”…
La guida insegna che mentre il nemico parla devi sorridere in un modo beffardo e poi dopo che vedi la telecamera su di te, devi attaccare il nemico personalmente, costringendolo a difendersi, e in questo modo si toglie il dibattito dal problema di base, costringendo il conduttore a sospendere il dibattito. Ogni sospensione è una vittoria per gli islamici.
La guida prosegue: non rinunciare mai, e devi sempre esprimere la tua verità. Quando porti il tuo nemico in una situazione difensiva, hai già vinto il dibattito.
Una frase da ripetere sempre è che l’Islam è stato scippato da dei terroristi che non sono islamici e non rappresentano mai l’Islam, ma sono infedeli.
Devi insistere tutto il tempo che l’islam è la religione dei poveri e degli oppressi., mentre il cristianesimo è la religione dei ricchi e l’ebraismo è la religione dei parassiti, che si infiltrano dappertutto con l’intento di dominare.
In fin dei conti la daawa è uno strumento islamico per annientare la libertà di espressione in occidente.
L’occidente “si adegua” perché non capisce, si evitano certe espressioni e certi simboli per non irritare gli islamici.
Lo strumento più formidabile per tacitare i “nemici” è citarli in giudizio.
La guida dice chiaramente: ”chiunque offenda l’islam o i mussulmani, chiunque danneggi l’onore dei mussulmani o li attacca deve essere citato in giudizio”.

E nel caso qualcuno ancora non lo avesse fatto, raccomando caldamente la lettura di Eurabia di Bat Ye’or.

barbara

C’ERA UNA VOLTA UN TRATTORISTA

Dopo l’attacco condotto per mezzo di un trattore a Gerusalemme nel 2009, un gruppo di 30 trattoristi arabi avevano organizzato una dimostrazione per spiegare perché erano contro gli attacchi terroristi. Uno aveva detto a canale 2 TV:
“Abbiamo paura che se, Dio non voglia, succede qualcosa, penseranno che stiamo cercando di effettuare un attacco terroristico — e poi ci uccideranno senza stare a fare domande.
Siamo contro questi attacchi, questi trattori sono i nostri mezzi di sussistenza, sono il modo che abbiamo per mettere il cibo in tavola per i nostri bambini.
Vogliamo che il pubblico sappia che non tutti i trattoristi sono terroristi. Speriamo che il pubblico di Israele capirà che siamo a posto e che stiamo lavorando come chiunque altro e non andiamo in cerca di guai”.
Il trattorista in questione, quello che vuole che tutti sappiano che i trattori sono il modo “per mettere il cibo in tavola”, il trattorista per il quale tutti provavano simpatia… era il terrorista che ha condotto l’attentato di ieri a Gerusalemme. (qui, traduzione mia)

Sta nel Corano, si chiama taqiyya: è il dovere di mentire, se ciò può essere utile alla causa dell’islam. E ammazzare gli ebrei fa parte degli obblighi coranici per la causa dell’islam. Il nostro trattorista ha mostrato di avere studiato con grande diligenza.

barbara

HUDNA

Normalmente viene tradotto con “tregua”, ma non ha niente a che vedere con ciò che noi intendiamo con tregua. Che cosa esattamente significa “hudna” nella cultura islamica, ve lo spiega lui
hudna
La hudna si accetta unicamente quando si è in condizioni di inferiorità; la hudna serve unicamente a riarmarsi per portarsi in condizione di superiorità e riprendere il combattimento; la hudna, qualunque sia la durata concordata, a voce o con accordo scritto, può essere rotta in qualunque momento, come lo stesso Arafat ricordò, all’indomani della storica stretta di mano con Rabin alla Casa Bianca il 13 settembre 1993, a chi lo criticava per l’accordo stretto con Israele: “Ricordatevi di Hudaibiya”: nel febbraio del 628 Maometto sottoscrisse una hudna con i nemici meccani (il “patto di Hudaibiya”, appunto) quando, da una posizione di inferiorità, constatando l’impossibilità di conquistare la sua città natale, s’impegnò a non farvi ritorno per 10 anni. Invece 2 anni dopo, diventato sufficientemente forte, ruppe la tregua. E questo fatto ha valore di precedente giuridico. Va inoltre ricordato che il Corano vieta la pace con gli infedeli: la tregua massima consentita è di dieci anni (Sadat, per avere violato tale divieto, ha pagato con la vita; più fortunato re Hussein di Giordania che ha potuto evitare la sentenza perché è arrivato prima il cancro).
E dunque, quando Israele inspiegabilmente respinge le tregue generosamente offerte da Hamas, cerchiamo di ricordare che cos’è che Hamas sta realmente offrendo.
E credo che sia arrivato il momento giusto per rileggere questo.

barbara

BERGOGLIO BUGGERATO (e gli sta bene)

Vittoria islamica in Vaticano: il papa è caduto in una trappola nella sua preghiera inter-religiosa

Il jihad declamato nei giardini del Vaticano

Invitato in Vaticano a pregare per la pace, il rappresentante musulmano non ha potuto fare a meno di aggiungere un versetto che invita alla guerra. Letto sul blog d’Yves Daoudal:
“Bernard Antony è stato il primo francofono a notarlo e a commentarlo, ed è ancora l’unico nel momento in cui lo scrivo. Era stato messo in guardia da una musulmana convertita, stupefatta di sentire il rappresentante musulmano, nei giardini del Vaticano, durante la preghiera per la pace, recitare (ovviamente in arabo) le ultime parole della seconda sura: “Tu sei la nostra guida, concedici la vittoria sui popoli infedeli”.
La seconda sura, la più lunga, è una specie di riassunto pot pourri del Corano e della sharia. È molto condiscendente verso il jihad, ma è soprattutto antiebraica e anti cristiana. È in questa sura che si trova scritto (versetto 191): “ed uccideteli ovunque li incontriate (…) l’associazione è più grave dell’omicidio (…) e combatteteli finché non ci sia più associazione e la religione sia solo per Allah. (L’associazione è la Trinità).
Uno scrittore egiziano – tedesco, Hamed Abdel-Samad, anch’egli stupefatto di ascoltare queste parole, ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Nei giardini del Vaticano il chierico musulmano conclude la sua preghiera col versetto: “Che Allah ci aiuti a riportare la vittoria sugli infedeli. Io chiamo questa una preghiera per la pace!”
(…) È inutile chiedersi chi ha lasciato passare questo appello alla vittoria sui popoli kafir (o kufar). Il testo delle preghiere era stato pubblicato in molte lingue, e naturalmente questo versetto non c’era. È il rappresentante musulmano che, all’ultimo momento, ha aggiunto ciò che doveva aggiungere per essere un buon musulmano…”

(Observatoire de l’islamisation, 13 giugno 2014 . trad. Emanuel Segre Amar, in “Notizie su Israele”)

E dunque il rapimento dei tre ragazzi israeliani può vantarsi di godere della santa benedizione del papa.
Sul rapimento, comunque, continuo a pensare quello che pensavo all’epoca del rapimento di Gilad Shalit: queste situazioni non si risolvono con cartelloni e appelli e preghiere, bensì con un semplicissimo ultimatum: o entro 24 ore ci restituite i ragazzi VIVI e in buone condizioni, o entriamo con tutto (TUTTO) l’esercito e facciamo terra bruciata. E vedete di non dimenticarvi che abbiamo anche Dimona. Fine del comunicato.

barbara

MITI DEL MEDIORIENTE

Questo articolo di Josef Farah, giornalista arabo americano, è di dieci anni fa.

Ho mantenuto il silenzio da quando in Israele è iniziata la battaglia sulla spianata del Tempio.
Finora mi sono trattenuto dal dire “Ve l’avevo detto”, ma non posso più resistere: devo citare l’articolo scritto 2 settimane prima dello scoppio.
Sì, l’ho previsto, ma non importano gli applausi. Magari mi fossi sbagliato.
Più di 80 persone sono state uccise nella battaglia intorno a Gerusalemme: per quale motivo?
Se credete alla maggior parte delle fonti di informazione, i palestinesi vogliono una patria e i musulmani vogliono avere il controllo di un posto che considerano sacro.
Semplice, vero?
Ebbene, come giornalista arabo americano, che ha passato un lungo periodo in medioriente, schivando pietre e schegge di mortai, vi devo dire che queste sono false scuse, falsi pretesti per una rivolta, per creare disordini e accaparrarsi della terra.
Come si spiega che prima della guerra del ‘67 non c’era nessun movimento serio per una patria palestinese?
Mi direte, “questo era prima che gli israeliani occupassero la Cisgiordania e Gerusalemme”.
Questo è vero. Nella guerra dei 6 giorni Israele ha conquistato la Giudea , la Samaria e Gerusalemme. Ma non le ha conquistate da Arafat. Le ha portate via al re Hussein di Giordania. Non rimane che chiedermi come mai tutti questi palestinesi hanno scoperto improvvisamente la loro identità nazionale dopo che Israele ha vinto la guerra. La verità è che la Palestina è vera come l’Isola che non c’è. La prima volta che il nome Palestina è stato usato era nel 70 AD, quando i romani hanno commesso un genocidio degli ebrei, distrutto il loro tempio e dichiarato che lo Stato di Israele non esisterà mai più. Da allora, hanno promesso i romani, sarà chiamata Palestina.
Questo nome derivava dai Filistei, il popolo di Golia sconfitto dagli ebrei secoli prima. Era il modo dei romani di aggiungere un insulto alla ferita inferta. Hanno provato anche a cambiare il nome di Gerusalemme in Aelia Capitolina, senza grande successo.
La Palestina non è mai esistita né prima né dopo come entità autonoma.
È stata governata dai romani, dagli islamici, dai crociati cristiani, dall’impero ottomano e, per un breve periodo, dagli inglesi dopo la prima guerra mondiale.
I britannici hanno stabilito di restituire una parte di questa terra al popolo ebraico perché potesse farne la propria patria.
Non esiste una lingua palestinese. Non esiste una cultura palestinese specifica. Non c’è mai stato uno stato palestinese governato dai palestinesi. I palestinesi sono arabi, indistinguibili dai Giordani (un’altra recente invenzione), dai siriani, dai libanesi, dagli iracheni ecc…
Dovete tenere a mente che gli arabi controllano il 99,9% della terra del Medioriente; Israele rappresenta lo 0,1% di questa terra.
Ma questo è troppo per gli arabi. loro vogliono tutto. Ed è per questo che si combatte oggi in Israele: avidità, orgoglio, invidia, cupidigia. Non importa quante concessioni territoriali farà Israele, non saranno mai sufficienti.
E i posti sacri all’Islam? Non ce ne sono a Gerusalemme!
Stupìti? Dovreste esserlo. Non penso che sentirete mai questa brutale verità da nessun altro dei media internazionali. Non è “politically correct“.
So quello che state per dirmi: “Farah, la moschea di Al Aqsa e il Tempio della Roccia rappresentano il terzo luogo sacro dell’Islam.”
Falso. In realtà il Corano non dice nulla su Gerusalemme. Menziona la Mecca centinaia di volte, Medina è nominata innumerevoli volte, ma non menziona mai Gerusalemme, e per buone ragioni. Non c’è nessuna evidenza storica che suggerisce che Maometto abbia mai visitato Gerusalemme.
Allora come è che Gerusalemme è diventato il terzo luogo sacro dell’Islam?
I musulmani oggi citano un vago passaggio del Corano, la 17 sura, intitolata “il viaggio notturno”. Questo si riferisce a un sogno o una visione in cui Maometto è stato portato di notte “dal tempio sacro al tempio più remoto, il cui recinto abbiamo benedetto, che possiamo mostrargli i nostri segni…”
Nel 7° secolo, alcuni musulmani identificavano i 2 templi menzionati in questo testo come quello della Mecca e quello di Gerusalemme. E questa è la relazione più stretta che si può trovare tra l’Islam e Gerusalemme. Miti, fantasie, credenze basate sui desideri, ma non sui fatti. Mentre le tracce delle radici degli ebrei a Gerusalemme risalgono ai giorni di Abramo.
L’ultimo giro di violenze è scoppiato quando il leader del Likud Ariel Sharon è andato a visitare la spianata dei templi, sopra al tempio costruito da Salomone. È il posto più sacro per gli ebrei. Sharon e il suo seguito sono stati affrontati con sassate e minacce.
Io so come è stato, io ero lì. Potete immaginarvi cosa significa per un ebreo essere preso a sassate, minacciato e fisicamente impedito di entrare nel posto più sacro al giudaismo? (*)
Allora quale è la soluzione per il medioriente? Francamente non penso che l’uomo abbia trovato la soluzione alla violenza, ma se c’è una soluzione deve partire dalla verità: fingere porterà solo a più caos. Mettere sullo stesso piano un diritto di nascita vecchio di 5000 anni, sostenuto da prove storiche ed archeologiche schiaccianti, contro pretese e desideri illegittimi dà alla diplomazia e a certi negoziatori una pessima fama.

Josef Farah
da World Net Daily

Questo invece è recentissimo.

(*) In realtà, come è stato documentato in seguito, fra la visita di Sharon al Monte del Tempio e l’inizio della cosiddetta seconda intifada, non c’è alcuna relazione (addirittura neppure temporale, dal momento che i primi disordini erano iniziati qualche giorno prima). Fra i commenti lasciati in quel post, ritengo utile riportare questa preziosa testimonianza:

Piccola testimonianza personale sulla lunga (e capillare) preparazione della II Intifada. Confesso che, nel 1999 (febbraio), ho incontrato Arafat a Ramallah (delegazione sindacale unitaria). Era periodo di Ramadam e, nel pomeriggio, girammo per le stradine piene di ragazzini. Erano organizzati per bande, ognuna con un capetto sui 12/13 anni che parlava inglese. Erano parecchie, queste bande. Il capetto ti interrogava: da dove vieni? sei amico della Palestina? sei contro l’occupazione? Noi rispondevamo, con la sensazione che si dovesse accettare questa mini-polizia locale e stare al gioco. Ad un certo punto, però, domandai ad uno di questi mini-boss “Ma a scuola non ci andate?” Si mise a ridere e la risposta testuale fu “Nooo, we are the boys of Intifada!”. Gli feci notare che l’intifada era finita e che si stava facendo la pace. Mi guardò con schifo e mi disse “The next one”. La sera commentai questo episodio con un amico palestinese e gli dissi che mi sembrava, anche dai colloqui che avevo avuto con diversi dirigenti sindacali, che tutti dormissero col coltello o con le pietre sotto il cuscino. E lui mi rispose lapidario: “No, col kalashnikov”. Mancavano molti molti mesi alla “passeggiata” di Sharon.
Misi tutto per iscritto per i miei capi. Mi dissero: sei la solita pessimista.

“Cassandre”, vengono spregiativamente chiamate le persone che segnalano il pericolo. Dimenticando un piccolo particolare: che Cassandra non ha mai sbagliato una profezia.

barbara