QUANDO LA POLITICA DICHIARA GUERRA A SCIENZA E SALUTE

e scienza e salute vengono sonoramente sconfitte

Coronavirus, lo strano protocollo Toscana-Cina e l’incognita che allarma ma vietato parlarne: l’Africa

Emblematica dell’uso strumentale degli scienziati e della “competenza” da parte della politica è la parabola del virologo Roberto Burioni: da idolo dei “competenti” al governo nella battaglia contro gli antivax, fino all’ultimo bambino non vaccinato, a predicatore nel deserto oggi che il professore sostiene l’isolamento come misura più efficace per impedire la diffusione del coronavirus nel nostro Paese.
Ospite in questi giorni di programmi radiofonici e noti talk show televisivi, non trova più le sponde governative del passato. Burioni è stato uno dei primi e dei pochissimi (in Italia) a dubitare, confortato da autorevoli studi, dell’affidabilità dei numeri ufficiali delle autorità cinesi e dell’Oms. Ieri ha osato denunciare come un “azzardo” sulla pelle dei cittadini la decisione della Regione Toscana di non sottoporre a quarantena i circa 2.500 cinesi che in queste ore stanno rientrando a Firenze e a Prato dalla Cina, in ordine sparso e con voli indiretti, limitandosi a mettere a disposizione un ambulatorio al quale queste persone potranno rivolgersi in caso sopravvengano dei sintomi sospetti (quindi forse quando sarà troppo tardi).
L’ambulatorio è entrato in funzione questa settimana, in uno spazio messo a disposizione dal consolato cinese grazie a un protocollo di collaborazione firmato a Firenze dal presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, e dal console Wang Wengang. La struttura, di proprietà di un cittadino cinese e già attiva come centro medico e diagnostico, sarà ora dedicata “anche” alla valutazione di casi di persone rientrate dalla Cina: alla prima manifestazione dei sintomi, i pazienti potranno rivolgersi al Cup e poi accedere alla struttura, dove saranno visitati ed eventualmente sottoposti al tampone faringeo per il test diagnostico di laboratorio.
Come ricorda Burioni su Medical Facts, in Cina “è in atto una gravissima epidemia, della quale è molto difficile interpretare i numeri. Quelli ufficiali sono molto poco attendibili e istituti molto autorevoli, come l’Imperial College di Londra, stimano che solo una minima parte delle infezioni (il 10 per cento, ndr) venga correttamente diagnosticato”, quindi la Regione Toscana, osserva il virologo, “decide di far correre ai suoi cittadini un rischio evitabile con un minimo disagio per pochissimi di loro”, cioè restando a casa per due settimane.
Sul suo profilo Twitter, Burioni è ancora più polemico in un botta e risposta con il presidente Rossi:

“Il presidente della Regione Toscana, che secondo me sottovaluta il rischio coronavirus, afferma che chi lo critica o è male informato o è fascioleghista. Lo stesso presidente che nella sua regione offre l’omeopatia all’interno del Sistema sanitario nazionale. Complimenti davvero”.

“Dall’omeopatia al coronavirus che è meno pericoloso dell’influenza. Con il presidente della Regione Toscana alla fine tutto torna. Sto rivalutando gli antivax, almeno non avevano responsabilità di governo”.

Il governo ha decretato l’emergenza sanitaria nazionale per il coronavirus, e nominato un commissario ad hoc, quindi appare quanto meno bizzarro che la procedura per gestire i rientri dalla Cina venga lasciata alle valutazioni delle autonomie regionali. Quanto il protocollo toscano si discosta dalle linee guida nazionali? E se non se ne discosta, che bisogno c’era di siglare un protocollo ad hoc tra la Regione e il consolato cinese?
Forse una spiegazione c’è. La “soluzione alla toscana” per questi 2.500 cinesi fa sorgere infatti un inquietante sospetto: che vi fosse un quid pro quo con il ritorno da Wuhan del 17enne italiano Niccolò, bloccato dalle autorità cinesi per alcuni giorni. Può benissimo trattarsi di una coincidenza, ma poche ore dopo il suo atterraggio a Roma, sabato scorso, il presidente Rossi e il console cinese siglavano il protocollo di collaborazione per far tornare senza obbligo di quarantena i 2.500 cinesi. Uno strumento – diciamo inconsueto – e una tempistica piuttosto sospetti.
Ma ora che le misure nei confronti di chi arriva dalla Cina sono state adottate e sembrano funzionare, il vero allarme, di cui naturalmente sembra vietato parlare, si chiama Africa. Com’è noto, il continente è ampiamente impreparato, per stessa ammissione dell’Oms, a diagnosticare ed affrontare il coronavirus. Al momento è buio pesto sulla situazione reale, ma appare davvero improbabile che non vi siano dei casi. L’Africa infatti ospita quasi un milione di cittadini cinesi impegnati nei lavori connessi alle infrastrutture e allo sfruttamento delle risorse minerarie, ed è trascorso almeno un mese e mezzo dall’esplosione dell’epidemia.
Si calcola che circa 1.500 passeggeri in arrivo dalla Cina sbarchino ogni giorno all’aeroporto Bole di Addis Abeba e da qui raggiungano altre destinazioni in Africa, come mostrano alcuni grafici del Brookings Institute.
Ad oggi, le misure adottate negli scali africani sono quelle standard, ovvero la misurazione della temperatura per i passeggeri in transito dalla Cina, ma come sappiamo non si può escludere che i sintomi comincino a manifestarsi anche diversi giorni dopo lo sbarco.
Secondo un reportage della Associated Press dallo Zambia, una delle società che opera nel Paese ha sede proprio a Wuhan e centinaia di persone hanno viaggiato avanti e indietro su quella tratta anche nelle ultime settimane, quando l’emergenza globale non era ancora stata dichiarata (fino al 30 gennaio) e la Cina minimizzava i numeri.
Il timore è che l’assenza fino ad oggi di casi positivi in Africa sia dovuta alla mancanza di test. Martedì scorso, il direttore generale dell’Oms ha annunciato che “entro la fine della settimana”, questo venerdì quindi, 40 Paesi africani avranno la possibilità di testare e diagnosticare il coronavirus. Ottima notizia, la quale però implica che fino ad oggi o a pochi giorni fa (in piena epidemia) quei 40 Paesi non fossero in grado di eseguire test.
Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, Egitto, Algeria e Sud Africa sono i Paesi africani più soggetti ad importare casi di coronavirus, ma hanno anche i sistemi sanitari più preparati e meno vulnerabili, mentre Nigeria, Etiopia, Sudan, Angola, Tanzania, Ghana e Kenya corrono minori rischi ma sono meno preparati e più vulnerabili.
“Ho qualche perplessità che i servizi sanitari dei Paesi africani riescano a contenere il contagio”, ha detto all’Ansa la virologa Ilaria Capua. Lo scorso 14 febbraio, al meeting annuale della American Association for the Advancement of Science, Bill Gates ha avvertito che “l’emergenza sanitaria potrebbe rivelarsi estrema, se dovesse diffondersi in aree come l’Africa sub-sahariana o alcune zone dell’Asia. A quel punto, la situazione diverrebbe drammatica. Se questa malattia arrivasse in Africa, creerebbe molti più danni di quanti non ne faccia in Cina”.
La minaccia per l’Italia (e per l’Europa) è costituita anche dai flussi migratori nel Mediterraneo centrale. Se ovviamente il maggior numero di ingressi nel nostro Paese dall’Africa avviene per la via meglio controllata, quella dei voli civili, non sono tuttavia trascurabili i numeri degli sbarchi autonomi o via ong. Cosa succede se tra le centinaia di migranti trasportati ogni settimana, e spesso in un solo giorno, dalle navi delle ong anche uno solo ha contratto il coronavirus e quando sbarca non presenta sintomi?
Non bisogna dimenticare che non si tratta di Ebola, i cui sintomi non permetterebbero ad una persona infetta di avventurarsi in un viaggio come quello dei migranti che si imbarcano in Libia verso l’Italia, ma di un virus con sintomi iniziali anche molto lievi, simili a quelli dell’influenza e del raffreddore. Dato il periodo di incubazione fino a due settimane, uno o più migranti che sbarcano potrebbero essere contagiati ma presentarsi in perfetta salute ai controlli per poi ammalarsi diversi giorni dopo, chissà dove, infettando altre persone e innescando una catena di contagi a cui sarebbe difficilissimo risalire. Alcuni studi pubblicati recentemente su autorevoli riviste scientifiche indicano anche la possibilità di trasmissione del virus durante il periodo di incubazione, da persone asintomatiche o che presentano sintomi minimi, difficilmente rilevabili dai normali controlli.
Dunque, non è esagerato chiedere quali siano le valutazioni fatte in merito dal Ministero della salute e dal commissario straordinario, se e quali più stringenti misure siano state o verranno adottate, mentre il governo sta pensando, al contrario, con infelice tempismo, di smantellare i decreti sicurezza.

Federico Punzi, 20 Feb 2020, qui.

E dunque se chiedi la messa in quarantena delle persone a rischio per evitare che si inneschi una catena incontrollata e incontrollabile di contagi, sei fascioleghista. E questa è la gente pagata per governarci: il governo insediato dal nostro ineffabile signor Presidente della Repubblica per scongiurare la dittatura fascista di Salvini, che per non rischiare di essere fascioleghista attenta alla salute e alla vita dei suoi cittadini. E uno si chiede: se impedire di sbarcare (ma non di andarsene) a persone prive di documenti (più o meno come quando io non permetto di entrare in casa mia a testimoni di Geova, distributori di Giornale Comunista e paccottiglia varia) è sequestro di persona, da punire con trent’anni di galera, come si configura l’operato del signor Enrico Rossi, di professione antifascioleghista?

PS: un medico con cui ho parlato ieri mi ha detto: “Mi sono confrontato con diversi colleghi che come me hanno seguito da vicino tutta la vicenda, e siamo giunti tutti alla stessa conclusione: quello che hanno costruito in Cina non è un ospedale, bensì un’immensa camera mortuaria, dove sistemare gli ammalati più gravi e lasciarli morire isolati, perché lì non c’è niente per curare, né ossigeno per chi ha difficoltà respiratorie, né nient’altro.” Non ci avevo pensato, ma potrebbe non avere torto.

PPS: nel frattempo un paio di decine di contagiati e due morti in Iran.

barbara

LA FAMOSA STRAORDINARIA EFFICIENZA CINESE

Cina, la realtà

Esiste da molti anni un hype che riguarda l’incredibile modernità e l’incredibile efficienza dei cinesi. Si continua a celebrare la loro capacità di costruire un ospedale in 10 giorni (che poi è un ospedale militare, quindi 10 giorni sono anche TROPPI), ma non ci si chiede cosa possiamo dedurre dal caso “coronavirus”, sullo stato reale del paese.
Certo, chi va in Cina scopre che le strade sono pulite e gli edifici sono nuovi. Questo è abbastanza normale per tutte quelle nazioni che costruiscono ogni cosa partendo da una situazione “green field”, cioè partendo dal nulla. Tutto è nuovo, tutto usa tecnologie recenti, tutto ha un design moderno.
E la stampa italiana, gestita da imprenditori che sognano lo sweatshop cinese dove si lavora 24/7 (con l’aggiunta dello Jus Primae Noctis), ovviamente si è sempre guardata bene dallo scavare un attimo dentro l’ascesa della Cina. E hanno aiutato la propaganda cinese a costruire il mito del paese supermoderno.
Ma questa è tutta estetica.
Prendiamo per esempio la storia dell’ospedale da 1000 posti costruito in 10 giorni. Sembra una cosa incredibile, se andiamo a confrontarlo con i tempi europei, e se pensiamo che sia un vero ospedale.
Ma non è un vero ospedale. È praticamente fatto di container, niente di più di quanto la Protezione Civile italiana costruisce ad ogni terremoto. Che costruiscano containers per 1000 persone in dieci giorni è una prestazione, onestamente, MEDIOCRE. È vero che la protezione civile italiana in questa cosa eccelle per via della storia di terremoti (durante il disastro di Haiti gli americani mostrarono limiti ben peggiori, dal ridicolo al patetico) ma d’altro canto, stiamo parlando di un paese che la stampa italiana continua a vendere come modernissimo ed efficientissimo.
Ma il problema è ancora peggiore se osserviamo il contesto. Il contesto è quello di una zona di 57 milioni di abitanti (in pratica, la popolazione dell’Italia), che non riesce a sistemare in ospedale 1000 persone. Ora, secondo i dati ufficiali del ministero della Sanità italiano, la tanto vituperata sanità italiana fa questo:
Cina 1
http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2879_allegato.pdf

Significa che mille pazienti, in Italia, te li curano direttamente a casa con uno sforzo aggiuntivo pari all’uno PER MILLE dello sforzo a regime. UNO. PER. MILLE. Significa che se parliamo di percentuali, è il primo decimale dopo la virgola. Zero virgola qualcosa per cento.
Anche sul piano di coloro che si presentano in un pronto soccorso, i numeri italiani sono ENORMI:
Cina 2
3,4 accessi per 10 abitanti, di cui il 14.3% ricoverati.
Cina 3
I dati complessivi per l’attività di pronto soccorso: la popolazione italiana è grande quanto la zona infetta dall’ultimo coronavirus

Quando stiamo a decantare l’efficienza di un paese che costruisce un ospedale da ~1000 posti in dieci giorni, stiamo parlando di un paese che, per ~60 milioni di persone, non riesce a trovare mille posti. Cosa che in Italia non è neppure uno sforzo facilmente rilevabile su scala statistica. Con la stessa popolazione della zona infetta, l’Italia ha capacità di pronto soccorso di VENTI MILIONI DI CASI in un anno, di cui quasi TRE MILIONI i ricoverati.
In Cina, se servono mille posti devono costruire un ospedale da campo.
Dover costruire un ospedale da 1000 pazienti in una zona che ha 60 milioni di abitanti ci parla di un paese con un’organizzazione sanitaria DA TERZO MONDO.

Potranno avere le strade pulite e le ferrovie fiche quanto vogliono. Ma i cinesi hanno un sistema sanitario da TERZO MONDO. Punto. I numeri parlano chiaro.

Andiamo a vedere tutto il sistema di risposta. Perché qui siamo a livelli così penosi da far sembrare Chernobyl una sciocchezza.
Innanzitutto, i dati. I numeri che arrivano hanno poco senso, e sembra che il numero di morti sia corretto, mentre il numero di infetti sia sottostimato di un fattore dieci. Il guaio è che questo modo di procedere non ha soffocato l’allarme, ma lo ha AMPLIFICATO.
Se il numero di infetti e di morti fosse corretto, sapremmo che la nuova infezione uccide il 2% delle volte.
Se il numero di infetti è più grande di un fattore dieci, come si teme, allora questa nuova infezione uccide lo 0.2% delle volte. Il che ne fa una cosa preoccupante quanto un’infezione stagionale, o poco più.
Io non so chi sia stato il genio, nel partito comunista cinese, che ha avuto la geniale idea di sottostimare il numero di infetti. Ma se voleva stroncare il panico, avrebbe dovuto dare numeri corretti nel numero di morti, e numeri SOVRAstimati nel numero di infetti. Se infatti la Cina avesse denunciato 1000 morti ma detto che il 90% della popolazione cinese era infetta, le autorità di tutto il mondo se ne sarebbero strasbattute il cazzo.

Chiunque stia censurando i numeri dell’epidemia, sottostimando il numero di infetti, non sta solo facendo un lavoro criminale di censura perché offusca la vista della comunità scientifica. Sta anche facendo un lavoro PESSIMO di censura, perché riducendo il numero di infetti, a parità di morti, l’allarme non si abbassa, ANZI SI ALZA.

Stiamo parlando di censori, ma stiamo parlando di censori INCOMPETENTI.
La risposta delle autorità, comunque è stata penosa. Quando le autorità sovietiche tacevano sui problemi, come a Chernobyl, stavano nel frattempo lavorando forsennatamente per risolvere il problema, a costo di mandare a morire le persone.
Ma i cinesi hanno messo a tacere i medici che parlavano dell’infezione, SENZA cercare di fermarla. Hanno lasciato aperti i mercati degli animali SELVATICI vivi, per esempio. È come se a Chernobyl le autorità sovietiche avessero prima taciuto il problema (come hanno fatto) e nel frattempo ordinato di fare un altro “test”, identico a quello che ha causato il disastro, nei rimanenti reattori.

La gestione cinese non è solo stata criminale nel censurare le informazioni. È stata criminale E INCOMPETENTE. Incompetente perché si sono censurate le informazioni in modo da AUMENTARE il panico, e incompetente perché si sono ritardate le notizie SENZA usare il ritardo in maniera utile.

Non è un regime tirannico ma efficiente, e non è un regime tirannico ma competente.

È un regime tirannico, E inefficiente E incompetente.

Ma torniamo al sistema sanitario, al capitolo “profilassi”. Nei paesi europei esiste una precisa profilassi per l’allevamento e la macellazione degli animali. Inoltre gli animali selvatici NON possono entrare in contatto con gli animali da allevamento, e la macellazione deve avvenire in un determinato ambiente, ove gli addetti sono vaccinati, hanno le maschere e le protezioni, e gli ambienti vengono lavati.
Questo è quello che avviene in un qualsiasi mercato cinese. Considerate che la stragrande maggioranza delle pandemie (la SARS, per esempio) si trasferiva da polli ad esseri umani, e considerate che quelle galline verranno macellate sul posto.
Cina 4
E verranno macellate in un posto che ha queste condizioni igieniche:
Cina 5
Se non sapete cosa ci sia di sbagliato, provate a farlo in Italia e aspettate che passino i NAS. Ve lo metteranno per iscritto.

Se facciamo un confronto con i metodi occidentali:
Cina 6
USA: nemmeno un paese particolarmente restrittivo.

E anche la tanto vituperata italia.
Cina 7
Possiamo criticare la farragginosa burocrazia europea quanto vogliamo, le norme sanitarie asfissianti e tutto quanto. Ma se facciamo vivere più di un miliardo di persone in queste condizioni, poi non dobbiamo stupirci se le epidemie passano “dagli animali all’uomo”. Chissà in che modo potrà mai succedere, eh?
Ora, di queste norme si occupa il governo. E se un governo come quello italiano (e senza particolari urgenze, visto che dall’Italia non sono partite, recentemente, particolari epidemie) riesce a tenere un livello di profilassi alta, è complesso ma non impossibile.
Allora, lo ripeto: potete tenere le strade pulite e i poliziotti in divisa immacolata e i treni puntuali. Ma se poi fallite sulle basi, il vostro governo è tutto tranne che competente e tutto tranne che efficiente. La Cina è più estetica che sostanza.
Ultima cosa, la questione delle mascherine. In un paese che vuole essere la zona industriale del mondo, trovarsi a chiedere mascherine ai paesi europei significa che qualcosa sta andando storto. MOLTO storto. Le mascherine sono dei dispositivi che si producono a milioni e milioni in pochissimo tempo. Non esistono cause di questa possibile carenza, a meno che… a meno che gli sweatshop non siano già lavorando al massimo.
Se prendiamo una fabbrica di mascherine europea, ove i lavoratori stanno al lavoro per 40 ore a settimana, possiamo chiedere uno sforzo straordinario e averli al lavoro altri due giorni, nei festivi. Possiamo anche organizzare turni più lunghi, e alla fine possiamo ottenere tranquillamente 70 ore a settimana. Possiamo quasi raddoppiare la produzione.
I cinesi sembrano incapaci di farlo. Perché? Perché se in uno sweatshop lavorano già 24/7, non puoi chiedere più di 24 ore al giorno. E non puoi chiedere più di 7 giorni a settimana.
Il punto è semplicemente questo. L’organizzazione del lavoro cinese è fragile, perché non flessibile: sebbene sembri efficiente far lavorare le persone 24/7, si dimentica sempre che in caso di emergenza non sarà possibile scalare ancora.
Questa emergenza sta mostrando il bluff dell’organizzazione statale cinese. Inesistente, incompetente, catastroficamente politicizzata, con una carenza assoluta di buone pratiche nei settori di base (sanitario e agroalimentare) e una classe politica che non capisce di cosa stia parlando e censura i dati nella maniera sbagliata.
Un paese del terzo mondo con punte di eccellenza, molto propagandate, ma quando alziamo il tappeto sotto c’è la sciatteria più totale.

E pregate che la cosa non colpisca gli USA, perché col loro sistema sanitario ci sarebbe da ridere. [Questa per la verità non l’ho capita, ma sarà sicuramente colpa mia] Qui, via Toscano irriverente.

E non è finita.

barbara