UN PO’ DI ATTUALITÀ

Iniziamo con un salto in Israele, dove in tre giorni i palestinesi hanno lanciato più di 1100 missili (quanto costa un missile?). Qui possiamo vedere un lancio di pochi secondi, giusto per avere un’idea; le esplosioni che si vedono in cielo sono gli incontri fra i missili e l’iron dome che li neutralizza.

Questo invece è uno delle centinaia di missili difettosi che ricadono entro il territorio di Gaza

e che in questo caso ha fatto un bordello di morti fra cui sei bambini, di cui naturalmente la responsabilità viene addebitata a Israele.

Passiamo all’Ucraina, di cui Amnesty International ha documentato vari crimini di guerra fra cui l’uso di scudi umani, cosa inaudita e vergognosa (il documento di AI, intendo, naturalmente), che ha provocato le dimissioni per protesta della direttrice della sede ucraina, giustamente, dato che il compito di AI è notoriamente quello di vedere ciò che è corretto vedere, non ciò che succede.
Nel frattempo i bombardamenti nazisti continuano a martellare il Donbass e a seminare morte, e a bombardare perfino i funerali

E ora hanno cominciato a disseminare i centri delle città, soprattutto su prati e giardini, i famigerati “petali”, piccolissime mine giocattolo

troppo poco potenti per uccidere, ma sufficientemente potenti da provocare, soprattutto nei bambini, mutilazioni, cecità o altre lesioni invalidanti. Pappagalli verdi li chiamavano in Afghanistan: a chi ha un po’ di anni sulle spalle sicuramente il nome risveglierà qualche ricordo.

A quelli che amano i paragoni voglio poi mostrare questo video: l’aviazione israeliana aveva organizzato un’operazione per distruggere un deposito di armi della jihad islamica. Sennonché all’ultimo momento

Bisogna comunque dire che anche i russofoni del Donbass sono estremamente educati e corretti: trovate due grosse mine e appurato che erano mine ucraine, non hanno esitato un momento a restituirle:

E veniamo all’Italia. A Pisa un giovane barbiere marocchino immigrato da sette anni, sposato e con due bambini piccoli è stato accoltellato a morte sulla porta del suo negozio. Ho passato in rassegna sei testate senza trovare il minimo accenno in merito all’aggressore, nonostante questo si fosse costituito e quindi la sua identità – e la sua nazionalità – fosse già nota. Potevano sussistere dubbi? Alla fine sono dovuta capitare su una pubblicazione in inglese per poter leggere

Halim Hamza, the 32-year-old barber, originally from Morocco, killed in front of his shop on the afternoon of Sunday 7 August by a Tunisian

Scommettiamo che per questo immigrato non caucasico nessuno si straccerà le vesti?

E sempre restando in italia:

EMERGENZA IDRICA O EMERGENZA DEMOCRATICA?

Ve lo riferisco con riluttanza, sgomento. Non avrei neanche voglia di scriverlo, questo post. Ma devo farlo.
Questa mattina mi sono attaccato al telefono per avere delucidazioni sull’ordinanza che vieta, tra l’altro, di innaffiare orti e giardini a Firenze fino al 30 settembre (vedi mio post di ieri “Declinazioni provinciali…”).
L’impiegato della Direzione Ambiente che mi ha risposto mi ha detto che non sapeva niente e mi ha dato il diretto di un dirigente. Quello, appena ha capito che volevo parlare dell’ordinanza 157, mi ha stoppato e mi ha dato il numero della persona che ha scritto il documento (non farò il nome, perché lo scopo di questo posto non è fare gogne mediatiche: giornalisti eventualmente interessati ad approfondire, contattatemi in privato).
L’ho chiamata, mi ha risposto, abbiamo avuto una lunga e cordiale conversazione. Io non ho fatto polemiche: non volevo affermare le mie ragioni, volevo capire le sue, e per questo volevo che si sentisse a suo agio, che si sentisse compresa.
Le ho chiesto prima di tutto se l’ordinanza avesse delle omissioni, dei sottintesi, delle deroghe non espresse. Risposta: quello che c’è scritto è.
Le ho chiesto se quindi avrei dovuto lasciare seccare le mie piante di pomodori. Risposta: sì, a meno di ingegnarsi (attingere acqua a una fonte, ricavarla da un pozzo…).
Le ho chiesto del prato. Risposta: anche quello, da far seccare.
Le ho chiesto se, oltre ai pomodori e al prato, dovrei lasciar morire anche gli alberi e le piante che si trovano nel mio giardino. Risposta: eh, bisogna ingegnarsi.
Le ho chiesto se il Comune di Firenze è cosciente che questa ordinanza condanna alla distruzione migliaia e migliaia di piante e alberi nel territorio comunale; le ho chiesto a che genere di idea “green” corrisponda questa strategia. Risposta: sì, certo, ne siamo coscienti, ma qualcosa bisogna sacrificare. È meglio sacrificare i suoi pomodori che un’attività produttiva, no?
Le ho chiesto se dunque la mia famiglia deve davvero rinunciare alle quattro piante di pomodori che soddisfano interamente il nostro fabbisogno fino a ottobre. Risposta: Sì, è meglio che lei perda i suoi pomodori, tanto può comprarli al supermercato, piuttosto che togliere l’acqua a un autolavaggio, che poi entra in ballo un discorso di occupazione, di sindacati…
Le ho chiesto se il territorio di Firenze sta vivendo davvero una crisi idrica così drammatica da preferire la distruzione del verde, degli alberi, delle piante. Risposta: In realtà no, l’invaso di Bilancino è ancora pieno per l’80% [più o meno come l’anno scorso, e l’anno prima, e l’anno prima ancora in questo periodo – nota mia]; ma ci sono state pressioni: l’autorità idrica ha mandato la richiesta di fare ordinanze contro lo spreco dell’acqua il 3 giugno; molti sindaci le hanno fatte subito; noi siamo gli ultimi, abbiamo rimandato, ma alle riunioni era tutto un dire “perché noi l’abbiamo fatta e Firenze non fa l’ordinanza?”, alla fine abbiamo dovuto farla anche noi.
Le ho chiesto se la distruzione del verde riguarderà anche i produttori. Risposta: no, le attività produttive non possono essere toccate, neanche l’autolavaggio, per l’appunto. L’ordinanza riguarda solo le utenze domestiche.
Le ho chiesto del verde pubblico. Risposta: eh, anche noi abbiamo dovuto decidere. Ci siamo messi intorno a un tavolo e abbiamo fatto una lista: questo prato lo salviamo, quest’altro lo lasciamo seccare. Pensando anche agli investimenti fatti: se un prato era stato piantato qualche mese prima non si poteva far seccare.
Facciamo tanti investimenti per il verde…
Le ho chiesto se aveva presente la differenza tra far seccare un prato o un’aiuola, che poi ripianti i semi e dopo tre settimane sono uguali, e far morire un albero vecchio di dieci, venti, trent’anni, con tutte le sue relazioni complesse con l’ecosistema. Risposta: Eh, bisogna che uno si ingegni.
Le ho chiesto se queste decisioni non siano in contraddizione con la norma che impedisce di abbattere un albero che si trovi nel proprio giardino senza un apposito permesso e senza che sia prevista la sua sostituzione. Risposta elusiva.
Le ho chiesto se per caso l’ordinanza sia stata fatta con la convinzione che tanto verrà ignorata da moltissime persone e non farà grossi danni. Risposta: Le norme vanno rispettate; ma poi basta vedere quanti cartelli di divieto di sosta ci sono, e quante macchine parcheggiate…
Le ho chiesto come potrei ignorare questa norma se avessi un vicino litigioso e incattivito nei miei confronti, che non vede l’ora di avere un pretesto per mettermi nei guai e che chiamerebbe immediatamente la municipale vedendomi con la sistola in mano. Risposta: be’, sì, del resto le norme sono fatte per essere rispettate, non per essere eluse.
Ho chiesto se quindi il Comune sia cosciente del fatto che con questa ordinanza – salvo ribellione in massa – trasformerà la città di Firenze in un deserto nel giro di tre mesi, con relativo aumento della temperatura, distruzione dell’ecosistema, della catena alimentare, della biodiversità. Risposta: Sì, ma anche se in questo momento noi non siamo in emergenza, qualcosa bisogna pur fare.
La conversazione è stata davvero pacata e piacevole. Nessuna provocazione, polemica o protesta da parte mia. Non volevo prendermela con la dottoressa XY: volevo capire. Volevo ascoltare la voce dell’ultimo anello della catena che rappresenta la follia al potere. E in questo sono stato accontentato: era una persona normale.
Normali e perbene sono le persone che negli ultimi due anni e mezzo hanno varato, votato, apprezzato, rispettato – senza mai osare fare un rilievo critico – i provvedimenti che stanno alla base di questa deriva irrazionale, dispotica, punitiva e totalitaria, ormai talmente diffusa nella mentalità comune da essere diventata invisibile, completamente disciolta, e quindi inarginabile e incommentabile. Infatti sono andato in internet e non ho trovato un solo articolo o commento critico su questa norma (che si ritrova quasi identica in molti Comuni dal Nord al Sud della Penisola). Neanche uno. Davvero non avevate capito che i “noi consentiamo / noi non consentiamo” avrebbero portato dritto a questo? Adesso è dura tornare indietro. E non so neanche quanti vorrebbero farlo.
Io penso agli orti che in questo momento si stanno seccando. Agli animali, che, di conseguenza, stanno morendo. Penso agli alberi decennali che stanno morendo. Penso all’invaso di Bilancino che oggi contiene 60 milioni di metri cubi d’acqua, pronti per essere utilizzati. Penso a quanta acqua serve per produrre un chilo di carne o un hamburger. A quanta viene divorata dal digitale (guardare un film in streaming costa 400 litri d’acqua, ci diceva nel 2016 l’Imperial College – io ne uso 40 al giorno per irrigare i miei 30 metri di orto-giardino). Penso alle mie piante, che danno da mangiare a me e ai miei figli, che in questo momento “dovrebbero” stare morendo.
Penso che adesso è abbastanza fresco per uscire e dare una bella annaffiata.
Anche le tartarughe ne saranno contente, e anche il discreto popolo degli insetti. L’alveare, incastonato nel buco tra le pietre del muro davanti alla casa, brulica di api. E pensare che stiamo solo a un chilometro da Porta Romana.
E mi chiedo infine: c’è un avvocato, un giurista, un magistrato, disposto a dire che, semplicemente, questa follia non si può fare, perché una follia del genere – a livello giuridico e politico – ha la stessa legittimità, giustificazione e plausibilità di altre follie ancora più criminali?
Carlo Cuppini

E io questa cosa qui la metterei dritta dritta nei crimini contro l’umanità.

Meglio una bella Carmen infuocata, vero?

barbara

NAUSEA

Da qualche giorno non riesco a scrivere, e a bloccarmi è la nausea: nausea per la manifesta malafede, nausea per la cecità selettiva, nausea per questo incredibile e inspiegabile tifo sfegatato per i nazisti, nausea per tutto. Ho visto per esempio sul profilo di uno che una volta era un amico carissimo, oltre che una delle migliori teste in circolazione il video (non so se il video vero e proprio o la denuncia dell’esistenza del video) della castrazione “in vivo” di un prigioniero ucraino da parte di un russo. Bene ha fatto, naturalmente, a denunciare l’orrenda barbarie se è sicuro che il documento sia autentico, ma… e l’infinità di episodi analoghi della controparte in tutti questi cinque mesi abbondanti, dove sta la denuncia? Dove sta lo sdegno? Dove sta l’impellenza di documentare? I prigionieri russi va bene torturarli? Va bene mutilarli? Va bene castrarli? E magari telefonare ai famigliari per mostrare loro che cosa si sta facendo in quel momento al loro congiunto? Sono Untermenschen i russi? Riuscite ancora a guardarvi allo specchio e a non vedere dei vermi brulicanti? Perché io questo vedo: vermi.

E la guerra. Che con Biden alla presidenza la guerra fosse una certezza lo abbiamo sempre saputo e sempre detto, ma che si sarebbe addirittura rischiata – e adesso la stiamo ormai sfiorando – la guerra mondiale, questo non eravamo arrivati a immaginarlo, e invece ci stiamo arrivando a passo di carica, in un crescendo da dare le vertigini: in Ucraina sono riusciti a portare a compimento il piano accuratamente coltivato per otto anni, poi Taiwan su cui la vecchia baldracca sta spingendo con tutte le proprie forze, ora il Kossovo, l’Iran ormai con l’atomica in mano: e chi ne parla? Chi se ne preoccupa? Oltre a Russia male assoluto Putin anticristo cacca pupù c’è qualcos’altro che turbi i pensieri della feccia nazista che ci circonda?

E dei “petali”, le piccole mine antiuomo di cui i nazisti ucraini stanno disseminando le città del Donbass, quanti ne stanno parlando? Quanti lo stanno denunciando? Quanti si stanno preoccupando dei bambini che salteranno in aria restando uccisi o mutilati? Vi va bene perché sono gli ucraini della parte sbagliata esattamente come ai nazipallestinisti va bene quando vengono fatti a pezzi i bambini ebrei? E quando ne avrete un numero sufficiente che cosa farete, vermi? Troverete il modo di accusarne i russi? Come per Bucha? Come per la stazione di Kramatorsk?

Forse domani riuscirò a mettere insieme qualcosa di più concreto e coerente, adesso ho solo una gran voglia di vomitare. Peccato solo non poterlo fare sulle vostre facce.

barbara

COMINCIA FINALMENTE A SVEGLIARSI ANCHE L’ONU?

Report ONU accusa la parte ucraina di usare scudi umani

E’ stato pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite secondo cui l’Ucraina usa i civili come scudi. Questo è esattamente ciò che hanno detto gli abitanti di Mariupol. Non dovrebbe meravigliare nessuno.
Rilancio di seguito la notizia come riportata da Rai News che ha ‘diluito’ la gravità tra parte ucraina e russa. Mentre la responsabilità ucraina nell’usare i civili come scudi umani nel report ONU è chiara e non dovrebbe consentire funambolismi.
Ciò che è rilevante è che il modus operanti messo in atto in questo ospizio di Lugansk, è stata la prassi a Mariupol ed in molte altre occasioni, come raccontano i testimoni.

Rai News ha riportato:
Un rapporto Onu accusa l’Ucraina: “Anche Kiev responsabile dei morti all’ospizio di Lugansk”
Pochi giorni prima dell’attacco dell’11 marzo, i soldati ucraini presero posizione all’interno della casa di cura, rendendo l’edificio un bersaglio.

Un rapporto Onu accusa l’Ucraina: “Anche Kiev responsabile dei morti all’ospizio di Lugansk” Ansa/UKRINFORM

Anche le forze armate ucraine hanno una responsabilità importante, forse uguale a quella russa, in quanto accadde, circa due settimane dopo l’inizio dell’invasione di Mosca, in una casa di cura nella regione di Lugansk, dove morirono decine di persone. È quanto ha stabilito un rapporto dell’Onu, secondo l’agenzia Associated Press. Nell’ospizio c’erano soprattutto anziani e disabili, che rimasero intrappolati all’interno, senza luce elettrica e acqua, quando i ribelli filorussi assalirono la struttura, vicino al villaggio di Stara Krasnyanka.
L’assalto provocò un incendio che intrappolò all’interno quanti erano allettati. Secondo le Nazioni Unite, almeno 22 dei 71 pazienti riuscirono a trarsi in salvo, “ma il numero esatto delle persone uccise rimane sconosciuto”. Subito dopo l’attacco, Kiev accusò Mosca di aver causato la morte di oltre 50 persone. Ora le Nazioni Unite correggono la versione, sostenendo che pochi giorni prima dell’attacco dell’11 marzo, i soldati ucraini presero posizione all’interno della casa di cura, rendendo l’edificio un bersaglio. Il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite non arriva a sostenere che le parti abbiano commesso crimini di guerra, ma osserva che la battaglia nella casa di cura è un esempio di come possano essere usate le persone come “scudi umani” nelle aree di guerra.
fine citazione

Il report di RAI News è sbilanciato a favore della parte Ucraina. Pur evidenziando che l’esercito ucraino ha utilizzato gli anziani come scudi umani, afferma che questa responsabilità è condivisa tra le parti.
Ovviamente, se l’esercito ucraino non si fosse coscientemente installato all’interno della casa per anziani, questi ultimi non avrebbero corso alcun rischio.
E’ solo il primo riconoscimento da parte dell’ONU , ma le testimonianze video dei civili sono tantissime che riferiscono lo stesso contesto. E’ pratica comune delle forze ucraine utilizzare gli edifici residenziali facendosi scudo dei civili.
Questo avviene sopratutto in quella parte di territorio ucraino che corrisponde al Donbass, in fondo in molti casi si tratta di quegli stessi edifici che le forze stesse ucraine bombardavano. Mentre, in altri casi, si tratta di popolazioni non amichevoli con le forze governative di Kiev. Anche perché in genere è plausibile che  una bella fetta della popolazione fedele al governo ucraino, si è spostata ad ovest. Di conseguenza , il report ONU dimostra che anche nella conduzione delle ostilità l’esercito ucraino non si fa scrupolo di fare terra bruciata. Si tratta in fondo di territorio che sta perdendo e che quindi non vuole lasciare al nemico intatto. Se poi aggiungiamo che la popolazione non è stata amichevole, allora il quadro che emerge è abbastanza chiaro. Ovviamente, il nome più appropriato in questo caso sono rappresaglia e sterminio.
Quindi dire ‘è colpa di entrambi’ rivela una certa partigianeria, in questo caso inopportuna, perché non si sta parlando di chi sia l’aggressore o altro (evidentemente l’invasione del territorio ucraino, è russa), stiamo parlando invece del metodo di condurre la guerra e della preservazione dei civili e delle aree residenziali.
Al di là degli approfondimenti e delle analisi, comunque la notizia degli anziani deceduti in questa vicenda bellica è desolante. Dovrebbe bastare a indurre le parti a trovare una soluzione equa che tenga conto della realtà e delle rispettive responsabilità- Che non avvenga indica inequivocabilmente che coloro che che buttano benzina sul fuoco sono solo a parole interessati alla popolazione civile, quando – come vediamo – non conta nel raggiungimento dei target prefissati.
Patrizio Ricci, VPNews, 14 Luglio 2022, qui.

Va ricordato – e visto che non lo ricorda l’Onu lo ricordo io, che in base alle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja sono protetti scuole, ospedali, luoghi di culto e monumenti storici, strutture civili e altri impianti che non sono usati a sostegno di attività militari. Ma ci sono delle eccezioni: una scuola, per esempio, diventa un obiettivo militare legittimo se vi sono acquartierati dei soldati. L’immunità dagli attacchi può essere persa se le persone o gli oggetti vengono usati per commettere atti che danneggiano una delle parti in conflitto.
Per il diritto internazionale umanitario, le parti in conflitto devono tenere le loro postazioni militari più lontano possibile dalle concentrazioni di civili. Anche l’uso di civili come scudi umani è considerato come crimine di guerra. L’articolo 51 del primo protocollo aggiuntivo del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949 dispone che “la presenza o gli spostamenti di popolazioni civili o di singoli individui non deve essere sfruttata per rendere immuni da operazioni militari certi punti e certe zone del territorio allo scopo di evitare che vengano attaccati obiettivi militari, o di proteggere, favorire o impedire operazioni militari.” Quindi nel caso in questione la Russia ha colpito un obiettivo militare legittimo e l’Ucraina ha commesso un crimine di guerra , e altro non resta da dire.
Stesso discorso per il bombardamento di Vinnitsa.

Il Ministero della Difesa della Federazione Russa sull’attacco missilistico alla casa degli ufficiali a Vinnitsa

Il 14 luglio, le forze aerospaziali russe hanno colpito obiettivi a Vinnitsa e nella regione con missili a lungo raggio ad alta precisione. Secondo le informazioni disponibili, gli obiettivi dell’attacco erano strutture militari adiacenti alla Camera degli ufficiali di Vinnitsa, dove è stata effettuata la formazione delle unità di difesa territoriale ucraina. Un altro obiettivo era un’unità militare nella città di Gaisin nella regione di Vinnitsa, dove le forze ucraine stavano ammassando ed erano immagazzinate attrezzature militari, compresi veicoli corazzati e artiglieria forniti dall’estero.
Questo è quanto rende noto il Ministero della Difesa della Federazione Russa sull’attacco missilistico alla casa degli ufficiali a Vinnitsa:
«Il 13 luglio, missili ad alta precisione Calibr hanno colpito la casa di guarnigione degli ufficiali a Vinnitsa dove in quel momento si stava svolgendo una riunione del comando dell’aeronautica ucraina con i rappresentanti dei fornitori di armi stranieri.
Durante l’incontro, si è discusso del trasferimento all’esercito ucraino del nuovo lotto di aerei, armi di distruzione e organizzazione della riparazione della flotta aerea ucraina. A seguito dell’attacco, i partecipanti alla riunione sono stati eliminati».
LA REDAZIONE DE L’ANTIDIPLOMATICO, qui.

Ma i nostri mass media allineati e appecoronati hanno scelto, nonostante tutti gli analoghi precedenti, di credere ciecamente alla versione ucraina.
Intanto l’esercito ucraino continua a martellare, come sta facendo da oltre otto anni, i civili del Donbass.

Attacco ucraino al centro di Donetsk provoca diverse vittime civili

Le forze armate ucraine hanno effettuato un attacco di artiglieria contro il centro della città di Donetsk, causando diverse vittime, ha riferito la Difesa territoriale della Repubblica Popolare di Donetsk.
Secondo le informazioni disponibili, 2 persone sono state uccise e 3 risultano ferite.
Il leader della Repubblica Popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha dichiarato sul suo canale Telegram che l’offensiva è stata condotta contro una stazione degli autobus della città.
Pushilin ha citato Ruslan Yakubov, capo della rappresentanza della Repubblica presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del regime di cessate il fuoco, secondo cui l’attacco è stato effettuato con un obice M777 da 155 mm.
Il leader della Repubblica ha sottolineato che “non ci sono strutture militari nelle vicinanze”, definendo l’evento un nuovo attacco “deliberato” ai cittadini civili della RPD.
Le truppe del regime di Kiev, imbottite di armi dai paesi del blocco occidentale, bombardano regolarmente Donetsk e gli insediamenti vicini. 
Usano principalmente artiglieria calibro NATO da 155 mm. A causa degli attacchi, i civili continuano a morire. 
LA REDAZIONE DE L’ANTIDIPLOMATICO, qui.

E qui (non per stomaci delicati) un video di Vittorio Rangeloni.

E intanto il mondo intero continua a essere praticamente nelle mani di uno che arrivato in Israele scende dall’aereo e chiede con aria smarrita “What am I doing now?” e non riesce ad arrivare al centro del tappeto rosso largo un metro nonostante il cospicuo aiuto fornitogli

e continua a precipitare sempre più velocemente verso il baratro.

Ad un passo della catastrofe, la UE continua a ripetersi ‘vogliamo darla vinta a Putin?’.

Secondo quanto riferito dai media, l’Ungheria ha dichiarato lo stato di emergenza nel settore energetico. A quanto pare, questo scenario si estenderà ad altri paesi europei. In generale, non ci sono altri che presto saranno nelle stesse condizioni.
Lo stato di emergenza comporta l’introduzione di una distribuzione razionata delle risorse energetiche, la creazione di limiti di consumo e l’assegnazione di destinatari prioritari. Bene, i blackout continui sono un classico in questa situazione.
Ora tocca alla propaganda, che cercherà di trarre beneVincenzoficio alla manipolazione ed alla minimizzazione dei rischi. Questo gioco in fondo non è particolarmente necessario e faticoso. Il cittadino europeo deve ricevere un’indicazione chiara e precisa di chi è responsabile dei suoi guai. Uno sfondo ideale per accelerare le transizioni energetiche, che in precedenza avrebbero richiesto molti sforzi, approvazioni tramite i parlamenti, dibattiti pubblici problematici. Ora sarà incommensurabilmente più facile.
A proposito, questa notizia che apparentemente sembrerebbe buona per l’Ucraina, in realtà non lo è: ora che l’Europa avrà tutto il diritto di confiscare i beni russi congelati a suo favore come risarcimento del danno economico causato, la domanda è cosa rimarrà dell’Ucraina visto che Putin in persona ha detto che il rischio atomica è sempre più vicino.
Ma intanto per i “falchi” europei anche questa è una buona notizia, visto che loro rispondono con il solito ora hanno n argomento: vuoi arrenderti a Putin?
Questa corrisponde all’apice dell’idiozia, ma è ripreso da un mucchio di persone che pensano di essere ‘angioletti buoni’.
Ma non lo sono ed a questo punto lo scenario prospettato dal prof Vincenzo Costa è realistico:

(…) la logica evoluzione del conflitto non può che seguire tre stadi:
1) a breve una carneficina tra russi e ucraini, con molti soldati occidentali dislocati li come “mercenari”;
2) un ingresso nel conflitto della NATO, perché se le parole hanno un senso gli ucraini per quanto supportati non possono vincere la guerra e ad ogni aumento di aggressività Ucraina corrisponderà un incremento della risposta russa, per cui se si vuole vincere la guerra la NATO deve intervenire in prima persona e non per interposta persona usando gli ucraini;
3) il passaggio a una guerra nucleare, dapprima con l’uso di atomiche tattiche che farebbero dell’Ucraina una terra fumante e poi, se non sì rinsavisce, con atomiche di ben altra portata. 
Per arrestare tutto questo sarebbe necessario un grande movimento per la pace, che chieda e imponga sicurezza per tutti, un nuovo ordine globale, multipolare e decentrato. 
Purtroppo di questo movimento non vi è traccia, tranne le parole di Papa Francesco, che ha detto una cosa chiara: questa guerra è una guerra tra potenti,  che decidono della vita di milioni di uomini e forse del pianeta e di tutti noi, per cui a fermarla devono essere i popoli, e anche la disobbedienza  è giustificata.
Ma anche la sua voce non arriva, distorta dai media, che alzano o abbassano il volume e amplificano ciò che interessa al potere e ai potenti. 
Lentamente forse si andrà nell’ordine delle tre possibilità prima enunciate. L’inverno può essere freddo ma anche molto caldo, e l’estensione della guerra è ormai nell’interesse di troppi attori.
Tenete conto che anche nel caso di una guerra nucleare nessun dei potenti morirebbe. 
Come gli oligarchi ucraini si sono spostati in Inghilterra e in UE, salvando le loro lussuose auto, allo stesso modo gli oligarchi occidentali hanno la possibilità di trasferirsi in Africa, America del Sud e in altri posti in cui un’eventuale guerra nucleare non avrebbe effetti diretti (li avrebbe ovviamente, ma non quelli che avremmo noi). 
E ovviamente neanche Putin e i suoi oligarchi pagherebbero le conseguenze di un conflitto devastante.
A essere in pericolo sono i popoli.
Proprio per questo non è la politica a poter fermare questa follia, non è la stampa degli Agnelli che con la guerra fa affari d’oro. 
Sono solo i popoli a poterlo fare. 
Per adesso sembra siano però occupati anche loro a fare altro, tra apericena, vacanze e saldi imperdibili nei negozi. (Vincenzo Costa)
Patrizio Ricci, VPNews, 13 Luglio 2022, qui.

In mezzo a questo sfracello, almeno una nota positiva: la Lituania, a quanto pare, è stata convinta a rinunciare ai suoi deliri da superpotenza che può permettersi di dettare le condizioni al mondo intero.

[…]
L’Unione europea ha finalmente convinto la riluttante Lituania a lasciar passare i treni tra l’enclave e la Russia.
Un uno – due in controtendenza rispetto alle dichiarazioni bellicose che si intrecciano sulla guerra. Cenni di distensione che sembrano allinearsi con gli scenari di taluni analisti che parlano di un cambiamento di clima sul conflitto.
Non siamo alla fine della guerra, né, sembra, all’inizio della sua fine. Ma sicuramente siamo alla fine del suo inizio. L’Occidente, cioè, ha ormai riconosciuto che tutte le sue previsioni di una vittoria a breve termine sulla Russia, prodotta da una valorosa resistenza militare ucraina (leggi Nato) e dall’effetto devastante delle sanzioni, sono state incenerite dalla realtà.
Una realtà che ha posto anche drammatiche criticità all’altra prospettiva, stavolta a lungo termine: quella di una guerra che avrebbe logorato il paese di Putin. Anche qui la realtà dice che questa guerra sta logorando più l’Europa e tanta altra parte di mondo che la Russia.
Finite queste illusorie geostrategie, l’Occidente deve rivedere i suoi piani. Resta, certo, anche se meno assertiva, la prospettiva di logorare la Russia (né può decadere prima dell’Endgame). Ma accanto a questa iniziano a essere prese in considerazione anche ipotesi di tutt’altro segno, cioè come uscire indenni da questa trappola per topi nella quale i neocon e i leader della Nato hanno cacciato il mondo.
Se solo si pensa che il fiume di armi diretto in Ucraina doveva servire, come ripetevano e ripetono tutti gli strateghi – televisivi e non -, a portare Kiev al tavolo del negoziato da una posizione di forza, si può notare come tale prospettiva stia logorandosi anch’essa, perché la posizione dell’Ucraina si sta indebolendo ogni giorno che passa.
Si tratta, quindi, di chiudere il conflitto senza consegnare la vittoria a Putin, cosa che col passar del tempo diventa sempre più difficile.
Né le dichiarazioni dei leader ucraini sulla prossima creazione di un esercito di un milione di uomini muta la questione. È un’iperbole propagandistica, dal momento che gli eserciti non si creano dal nulla, né si possono trasformare magicamente, e in pochi giorni, dei civili in truppe d’assalto. Roba da macelleria, carne da cannone.
C’è solo da attendere, purtroppo, che l’America esca dal tunnel, anche se non si vede come. Un semplice cessate il fuoco può offrire appigli al riguardo, perché può essere rivenduto come un momentaneo stallo, così come avvenne per la guerra coreana, con uno stallo poi diventato ultradecennale. Ma anche tale soluzione presenta criticità per Washington, da superare in qualche modo.
Però va anche registrato che l’alternativa folle propria dell’opzione apocalisse, da realizzarsi tramite escalation (sul punto rimandiamo a una nota di Responsible Stratecraft), pure propugnata con fervore dai neocon e dai loro compagni di merende, al momento sembra aver perso mordente. Bene. (Qui)

Va detto, comunque, che quei poveri russi sono veramente sfigati:

perché in effetti

Certo è, in ogni caso, che per salvarci, ormai, serve proprio qualcuno capace di fare le acrobazie.

barbara

E DUNQUE LA RUSSIA HA BOMBARDATO UN CENTRO COMMERCIALE, GIUSTO?

È così che la solita Premiata Ditta ce l’ha confezionata, e dato che le menzogne che funzionano meglio sono quelle che contengono almeno un frammento di verità, andiamo a cercare questo frammento per ricostruire e risistemare poi il resto. E partiamo dalle immagini. Ecco, qui vediamo il supermercato che è stato colpito, come ci hanno raccontato, ma lì vicino, proprio vicino vicino, c’è anche qualcos’altro, che non ci hanno raccontato

Davvero dobbiamo credere che l’esercito russo abbia scelto di bombardare un supermercato ignorando le vicinissime strutture militari? Dopo averci raccontato che sono criminali, spietati, crudeli, infami, perfidi, satanici peggio di Satana in persona, adesso pretendono di raccontarci che sono anche ritardati e talmente autolesionisti da sprecare preziosi missili ad alta precisione per demolire un supermercato?! Cari ragazzi, voi siete in totale malafede e per giunta deficienti, ma noi no! Quindi la dinamica appare perfettamente chiara: i missili hanno centrato le strutture militari, e a causa della loro criminale vicinanza a diverse strutture civili, qualcuna di queste è rimasta inevitabilmente coinvolta nell’esplosione. A questo proposito

“Il Tribunale dell’Aja considera convenzionalmente legittima la distruzione –  non intenzionale – di obiettivi civili dentro 200 metri dagli obiettivi militari.  Con il supporto di questa tesi vengono presentate due foto satellitari. La prima foto mostra che lo “spazio legittimo” si trova entro i 200 metri: 100 metri dall’impianto militare di Artem o a 187 metri dall’officina 27, che produce missili aria-aria. Il supermercato era a 90 metri circa.” (Qui, con tutti i dettagli e ulteriore documentazione fotografica)

Ecco dunque le foto

Quest’ultima la sdoppio, in modo che le immagini e le didascalie appaiano più chiare.

Ora, se riguardate un momento la prima foto, vedrete in alto un albero, icona che indica la presenza di un parco, che potete vedere meglio in quest’altra foto

Quello che segue è un video che mostra in sequenza le riprese delle diverse telecamere presenti nel parco al momento dell’esplosione:

Come possiamo chiaramente vedere, l’esplosione è molto vicina, decisamente più vicina rispetto al supermercato, e le cose che si vedono volare non fanno precisamente pensare a cose provenienti da un supermercato. E in ogni caso, ecco qui un brevissimo video dell’impianto militare distrutto dai missili russi:

https://t.me/lamiarussia/11532

Quello vicino al supermercato – l’unica cosa che la propaganda nazista ci fa vedere.
E ora vediamo un’ulteriore documentazione dei crimini di guerra ucraini, ossia l’esecuzione di civili grazie a Patrick Lancaster

Altre distruzioni operate dall’esercito ucraino documentate da Graham Phillips in questo video del 27 giugno

E da Vittorio Rangeloni il 28 giugno

E infine, nel caso qualcuno ancora si ostinasse a nutrire dei dubbi, la prova documentale che la NATO sta accuratamente e sempre più aggressivamente perseguendo la terza guerra mondiale:

“Le politiche ambiziose e coercitive della Cina minacciano i nostri interessi, sicurezza e valori”. Così testualmente si apre il punto 13 del documento strategico sottoscritto dal vertice NATO di Madrid. 
I guerrafondai in malafede che ancora parlano di una alleanza difesa sono smentiti da un documento che dichiara guerra a gran parte del mondo. Non sola la Russia vi e definita nemico principale, evidentemente da sconfiggere. Ma tutto il pianeta viene sottoposto all’’intervento del Patto EuroAtlantico. Dall’Africa, al Medio Oriente, all’Indocina, ovunque nel mondo la NATO proclama la su intenzione di intervenire a sostegno dei propri interessi, sicurezza, valori, contro tutti i paesi ed i regimi che considera nemici. 
Altro che difesa dell’Europa. Il documento strategico proclama l’impegno al confronto mondiale su tutti i piani militari compreso quello nucleare. Il cui rischio però viene definito, bontà loro, “remoto”.
Giorgio Cremaschi
, qui.

Consoliamoci almeno gli occhi

barbara

QUEL FAMOSO ARTICOLO 11

I pacifisti coglioni senza se e senza ma sono soliti ripetere come pappagalli le prime cinque parole dell’articolo: “L’Italia ripudia la guerra”, punto. Solo che l’articolo continua, e i coglioni guerrafondai senza se e senza ma aggiungono anche l’altro pezzo: “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.E qui si fermano anche loro, senza preoccuparsi di verificare se la situazione attuale rientra fra quelle previste, e volutamente scelgono di ignorare che no, la nostra partecipazione alla guerra a fianco dell’Ucraina non è giustificata dall’articolo 11.

Armi all’Ucraina: cosa dice davvero il decreto del governo

Il Parlamento italiano ha convertito in legge il decreto-legge n. 14 del 25 febbraio 2022, denominato “Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina”. La legge di conversione è la numero 28/2022 ed è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 13 aprile 2022. Decreto-legge e successiva legge di conversione prevedono la partecipazione del nostro personale militare al potenziamento di dispositivi Nato sul fianco Est dell’Alleanza. Il Parlamento ha autorizzato dunque l’invio di mezzi ed equipaggiamento militari di protezione, a titolo gratuito, a mero scopo difensivo.
Non abbiamo conoscenze militari, ma osserviamo che nella legge di conversione all’art. 2 si parla espressamente dell’invio di mezzi militari di difesa “non letali”, anche se all’art. 2 bis la legge prevede che con uno o più decreti il Ministro della difesa – di concerto col Ministro degli esteri – definiscano “l’elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari” sarebbe contraddittorio ritenere che il 2 bis autorizzi quanto viene escluso dall’art. 2. Su tali decreti e sulla situazione generale, sempre ai sensi dell’art. 2 bis, il ministro della Difesa e quello degli Esteri devono informare le Camere almeno con cadenza trimestrale. Il tutto, per ora, fino al 31 dicembre 2022, data in cui scade (salvo proroghe) il nuovo stato di emergenza dichiarato dal governo per la crisi in Ucraina. Questa la situazione: potevamo prendere queste decisioni sulla base della nostra Costituzione?

Cosa dice l’art. 11 della Costituzione

L’art. 11 della Costituzione afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Pertanto, non sono ammesse guerre di “aggressione” contro altri popoli ma esclusivamente guerre “difensive” per il nostro popolo. La guerra, insomma, a rigore è ammessa dalla nostra Costituzione solo se siamo attaccati militarmente da un altro Stato.
Ma l’art. 11 dice anche: l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Le limitazioni di sovranità cui fa riferimento il secondo periodo della disposizione costituzionale devono rispettare il principio secondo cui “l’Italia rinuncia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Stato indipendente e libero, l’Italia non consente, in linea di principio, altre limitazioni alla sua sovranità, ma si dichiara pronta, in condizioni di reciprocità e di eguaglianza, a quelle necessarie per organizzare la solidarietà e la giusta pace fra i popoli […], nel rispetto dei valori internazionali”. Questa l’interpretazione offerta dalla relazione del presidente della sottocommissione all’Assemblea costituente, Meuccio Ruini, al progetto di redazione dell’art. 11 agli inizi del 1947: ripudio della guerra; limitazioni di sovranità verso organizzazioni internazionali solo in condizioni di reciprocità e solo per fare la pace; mai guerre di aggressione. Il succo delle intenzioni dei Costituenti fu questo.

Onu e Nato

Quali sono queste organizzazioni internazionali nei confronti delle quali l’Italia è disposta a “limitare” la propria sovranità per garantire – in condizioni di parità con gli altri Stati – “la pace e la giustizia fra le Nazioni”? Nei verbali dell’Assemblea costituente – compresi quelli di fine 1947 quando la disposizione costituzionale venne approvata dall’Aula in via definitiva – si parla esclusivamente dell’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite), fondata nel 1945 al posto della precedente Società delle Nazioni. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu – l’organo direttivo che adotta gli interventi militari – è composto di 15 membri, di cui 5 permanenti e con diritto di veto (Stati Uniti d’America, Francia, Cina, Regno Unito e Unione Sovietica), pertanto – nel caso in questione – considerato che la Federazione Russa conserva ancora il diritto di veto all’interno del Consiglio, non si può parlare di un intervento militare a sostegno dell’Ucraina da parte dell’Onu.
La Nato, invece, che in questa situazione è quella che chiede l’invio delle armi, è costituita da un  trattato firmato a Washington nel 1949 che istituisce un’organizzazione internazionale (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per la collaborazione nel settore della difesa nei confronti dei medesimi Paesi che ne fanno parte, con a capo gli Stati Uniti d’America. Si tratta della cosiddetta “Alleanza Atlantica” che si contrapponeva al successivo Patto di Varsavia del 1955 tra i Paesi che facevano capo all’Unione Sovietica. [“si contrapponeva al successivo”, cioè a qualcosa che al momento della sua nascita non esisteva, non è un tantino-ino-ino schizofrenico?]
È evidente, dunque, che le “limitazioni di sovranità”, per ragioni temporali, non potevano riferirsi anche alla Nato in quanto organizzazione internazionale successiva all’approvazione della nostra Costituzione. Tuttavia, avendo l’Italia sottoscritto quel Trattato nel 1949, ne accetta i relativi obblighi e impegni internazionali; pertanto, eventuali partecipazioni militari al fianco della Nato rientrano nelle “limitazioni di sovranità” di cui all’art. 11. Ma per fare che cosa? Entro quali limiti? Con quali finalità?
Il trattato Nato prevede operazioni a scopo difensivo in caso di attacco esterno nei confronti dei Paesi aderenti o dei territori facenti parte dell’Alleanza Atlantica, ma nella situazione in esame l’Ucraina non fa parte né della Nato né dell’Unione europea. L’Ucraina ha fatto parte dell’Unione Sovietica fino al 25 dicembre 1991, poi è diventata Stato indipendente a causa della caduta dell’URSS. Sta di fatto che la regione ucraina del Donbass, per la quale Putin ha scatenato il conflitto, si trova geograficamente a ridosso della Russia, e la sua popolazione è di lingua russa e subisce una persecuzione quasi decennale da parte del potere centrale ucraino.
L’intervento russo in Ucraina ha spinto la Nato – sotto l’egida degli Stati Uniti d’America – a chiedere ai Paesi che ne fanno parte di inviare armi all’Ucraina, ma si noti senza neppure entrare nel territorio ucraino, perché la Nato stessa non può intervenire in Ucraina, o meglio un suo diretto coinvolgimento sarebbe un atto di guerra nei confronti della Russia. Ma per quale motivo dovevamo accettare questa richiesta dal momento che l’Ucraina non fa parte dell’Alleanza? Per difendere i confini di uno Stato che opprime al suo interno una minoranza di lingua russa (che nel Donbass peraltro è maggioranza) e che non vuole più essere sottomessa? Chi è l’aggressore e l’aggredito nel Donbass? Siamo intervenuti negli ultimi otto anni in difesa della minoranza di lingua russa perseguitata nel Donbass dal potere centrale ucraino? Chi vuole oggi veramente la prosecuzione del conflitto in Ucraina e perché?

Solo armi di difesa “non letali”?

E ora la domanda più inquietante: basta quel decreto-legge convertito in legge dal Parlamento per autorizzare il governo a fare quello che vuole? Pare proprio di no, anche perché quella legge di conversione (art. 2) consente di inviare in linea di principio solo armi di difesa “non letali”, con relativo obbligo da parte dei ministri della difesa e degli esteri di informare le Camere – almeno con cadenza trimestrale – sulle armi da inviare e sulla situazione generale (art. 2 bis). Abbiamo al momento inviato solo questo tipo di armi difensive? Oggi non lo sappiamo perché il ministro della Difesa, per il momento, ha secretato questa informazione. Forse ce lo dirà tra tre mesi, chissà.
Certo è che se sul campo di battaglia si trovassero resti di nostre armi non previste dalla legge di conversione sarebbe un atto gravissimo in quanto il governo avrebbe violato una legge dello Stato e l’art. 11 della Costituzione. A questo punto sarebbe il caso che il premier Draghi riferisse al più presto in Parlamento, sia in ordine all’incontro avuto con il presidente USA Biden in questi giorni, sia su che tipo di armi stiamo inviando all’Ucraina. La riservatezza per ragioni militari sarebbe giustificata solo se il Paese fosse investito direttamente nel conflitto, non se il conflitto – cui peraltro siamo (ancora) estranei – si svolge tra due Stati che non appartengono né alla Nato né all’Unione europea. Le Camere non servono soltanto a ratificare le decisioni del governo, come peraltro è accaduto negli ultimi due anni con l’emergenza sanitaria; ad esse spetta anche – e soprattutto – il potere di controllo e di indirizzo politico cui il governo deve attenersi.
Paolo Becchi e Giuseppe Palma

E dunque continuando a citare come pappagalli l’articolo che in alcuni casi consente la guerra, fanno proprio la figura dei coglioni. E, andando a sostenere uno stato criminale, oltre che coglioni sono anche criminali. E visto che amate sbeffeggiare Capuozzo che “parla dal suo comodo divano”, eccovene uno che parla di quello che ha visto al fronte.

Adrian Bocquet, volontario francese in Ucraina: “Bucha è una messa in scena. Ho visto personalmente cameramen americani inscenare riprese distorte”

di Vittorio Rangeloni

Dichiarazioni di Adrian Bocquet un volontario francese in Ucraina:

“Mi assumo totalmente la responsabilità di ciò che dico. In Ucraina, ho assistito a crimini di guerra: Tutti questi crimini sono stati commessi dall’esercito ucraino. Ma in Francia non ne parliamo!”
Bocquet è un ex militare francese, autore di un libro.
Dopo tre settimane trascorse in Ucraina, ai microfoni di SUD Radio, ha deciso di raccontare la sua esperienza. Ecco qualche estratto della sua intervista:
“Quando sono tornato in Francia dall’Ucraina, sono rimasto scioccato: i canali televisivi invitano esperti che non sono stati in Ucraina e non sanno nulla di ciò che sta accadendo lì. Tra quello che sento dallo schermo televisivo e quello che ho visto con i miei occhi, c’è un abisso.”
“Ho visto l’esercito ucraino sparare alle ginocchia dei soldati russi catturati e sparare alla testa degli ufficiali.”
“Ho visto personalmente i cameramen americani inscenare riprese distorte dai luoghi degli eventi.”
“Tutti gli edifici civili distrutti presentati dall’Ucraina come bombardamenti su civili, non sono altro che il risultato di sparatorie imprecise degli ucraini su installazioni militari.”
“Le forze armate ucraine nascondono munizioni negli edifici residenziali di notte, senza nemmeno informare gli abitanti. Questo si chiama usare le persone come scudo.”
“Bucha è una messa in scena. I corpi dei morti sono stati spostati da altri luoghi e deliberatamente posizionati in modo tale da produrre riprese scioccanti”.

Versione completa dell’intervista in francese: 

Qui. NOTA: non sapere il francese NON è un alibi per invocare l’ignoranza in buona fede. Poi volendo ci sarebbe anche questa cosa qui – da prendere ovviamente con le molle, esattamente come quella degli alpini (salvo il fatto che queste sono anche state denunciate e non solo raccontate sui social) – ma certamente non da liquidare come chiacchiera da mercato. E magari mettiamoci anche questa

Sergio Alaimo

Quel fiorellino cerchiato è una delle mogli delle Waffen SS rinchiusi nell’acciaiera. E’ andata dal Papa. Non è nazista e questi sono i valori occidentali (quelli di cui si parlava nelle birrerie bavaresi di un secolo fa giusto giusto). A quando Auschwitz come semplice carcere minorile?

Se poi vi restano due minuti, andate a vedere questo sfolgorante esempio di giornalismo informativo.
E per concludere direi che ci sta bene una bella Mascherata.

barbara

TORNIAMO UN MOMENTO IN VIETNAM

Protestò contro la richiesta giunta da Washington di ridurre le vittime civili: nel 1968 il ritmo mensile delle sortite dei B-52 contro gli obiettivi in Vietnam del Sud e nel Laos quasi raddoppiarono, salendo a millecinquecento, e nel marzo del 1969 i giganteschi aeroplani scaricarono centotrentamila tonnellate di bombe. […] Ciò nonostante, nell’aprile del 1969 Abrams disse a un giornalista: «Quando abbiamo tenuto l’iniziativa… il nostro tasso di uccisioni è stato spettacolare». Il più aggressivo dei suoi subordinati, e il più notoriamente indifferente agli interessi vietnamiti, era il maggior generale Julian Ewell, un ferino veterano della divisione aviotrasportata nella seconda guerra mondiale. Nel 1968-1969 Ewell comandò la 9ª divisione nel delta del Mekong, quindi assunse il comando della II Field Force. Scrisse: «Sarebbe ora di finirla con l’approccio “cuori e menti”. Nel delta l’unico modo per avere la meglio sul controllo e il terrorismo VC è la forza bruta». Ewell non accettò i dati raccolti dall’ispettore generale del MACV, ovvero che durante i sei mesi dell’operazione Speedy Express, compiuta dalla sua formazione, fossero morti settemila civili. Nell’aprile del 1969, il drenaggio illegale di carburante dall’oleodotto dell’esercito a nord di Phu Cat raggiunse i ventitremila ettolitri al mese, e a livello nazionale le perdite toccarono i centosettantamila ettolitri. Durante la riunione settimanale del MACV si discusse di punire qualche ladro a mo’ di esempio. Un ufficiale obbiettò: «Non si può sparare alla gente per qualche furtarello». Ewell rispose: «Stron-za-te». Abrams espresse il proprio disagio per le uccisioni indiscriminate. Ewell disse: «Non sono d’accordo, generale. Trovi un’unità di guastatori che sta minando la strada e ne uccidi due o tre, e quelli la piantano. Questa gente sa contare. E diamine, quando li metti in fila [i corpi] il loro entusiasmo cala parecchio. È così che abbiamo sgomberato la Route 4: facendoli fuori». Abrams fece ridere tutti i presenti al tavolo dicendo: «Va bene, esamineremo la proposta». A ogni modo esortò a prestare attenzione ai civili: «Non vogliamo un tasso di terrorismo statunitense superiore a quello VC». Ma Ewell continuò a fare a modo suo. Il pilota di un elicottero d’assalto Huey si trovò a lavorare per un generale di brigata della 9ª divisione, John “Mal Hombre” Geraci: «I suoi ordini erano: uccidi tutto quello che si muove». Geraci portava con sé un bastone da ufficiale che era solito puntare al petto degli altri ufficiali per sottolineare: «Voglio dei morti». La 9ª divisione perfezionò una tecnica che prevedeva di isolare una zona con la fanteria per poi tempestare con l’aviazione e l’artiglieria tutto ciò che conteneva. Il numero dei morti era certamente notevole, ma esageratamente maggiore rispetto a quello delle armi sequestrate, l’indicatore più plausibile del fatto che stessero morendo le persone giuste. Il 12 novembre 1969, i cablogrammi dell’Associated Press riportarono il primo resoconto del giornalista d’inchiesta freelance Seymour Hersh, secondo cui alcuni uomini della 23ª divisione di fanteria “Americal” avevano perpetrato un massacro di civili a My Lai, a pochi chilometri dal mare nella provincia di Quang Ngai, per il quale massacro sarebbero finiti davanti alla corte marziale. Nei mesi e negli anni che seguirono, emerse che il 16 marzo 1968 almeno 504 contadini di tutte le età e di entrambi i sessi erano stati assassinati senza motivo dalla compagnia C, 1° battaglione del 20° reggimento di fanteria – per la maggior parte a “My Lai 4”, una borgata che in realtà si chiamava Tu Cung. Si ritiene che My Lai – nota come Pinkville fra alcuni grunts – abbia visto il maggior numero di uccisioni ingiustificate fra le molte avvenute durante la guerra, anche se c’è chi sostiene che le truppe stanziate in Corea del Sud abbiano combinato cose ancora peggiori. Il capitano Ernest Medina, che comandava la compagnia C, aveva in precedenza ordinato di sparare a sangue freddo a due marinai al largo, e gli uomini dell’unità massacrarono altri civili senza incorrere in provvedimenti. Chi stuprava non era soggetto ad azioni disciplinari. […] Nei mesi successivi a My Lai, ancora più scioccante del massacro fu il suo insabbiamento istituzionalizzato. I comandanti ignorarono il vivido rapporto a caldo del pilota di elicottero warrant officer Hugh Thompson, che il giorno stesso sollevò coraggiosamente un putiferio su quello che aveva visto, e continuò a sollevarlo anche in seguito. Il comandante dell’unità operativa, il tenente colonnello Frank Barker, liquidò le manifestazioni di disagio dovute alle affermazioni del 1° battaglione del 20° reggimento, che sosteneva di aver ucciso 128 nemici senza aver catturato una sola arma, dicendo: «È una tragedia aver ucciso queste donne e bambini, ma è successo in una situazione di combattimento». Nel marzo del 1969 Ronald Ridenhour, mitragliere di elicottero, scrisse a trenta membri del Congresso, descrivendo le atrocità che i suoi compagni gli avevano raccontato in modo credibile, suscitando in patria una piccola ondata di sconcerto che in seguito diventò un’alluvione. Tuttavia, l’ufficiale di stato maggiore della 23ª divisione, il maggiore Colin Powell, poi segretario di Stato degli Stati Uniti, produsse un memorandum per l’aiutante generale che costituiva la più totale copertura della vicenda. […] Dalle indagini su My Lai emersero le prove di altri crimini di guerra perpetrati nello stesso periodo dalla compagnia Bravo del 4° battaglione del 3° reggimento di fanteria, per i quali non fu mai condannato nessuno. Quando il tenente generale William Peers condusse un’indagine completa e tardiva nel novembre del 1969, le sue conclusioni citavano ventotto ufficiali, compresi due generali e quattro colonnelli, che egli accusava di 224 reati militari gravi, dalla falsa testimonianza all’omissione di denuncia di crimini di guerra alla cospirazione per insabbiare le informazioni possedute, e per aver partecipato a crimini di guerra o per non averli impediti. Si scoprì che più di quaranta dei centotré uomini della compagnia C avevano preso parte al massacro, e non uno dei soldati di fanteria aveva provato a impedirlo, né a fermare gli stupri collettivi. Anche se il comandante della 23ª divisione, il maggior generale Samuel Koster, fu, seppur tardivamente, degradato a generale di brigata, la corte marziale non inflisse condanne per nessun crimine grave, eccezion fatta per il comandante del 1° plotone, il tenente William Calley, il 29 marzo 1971. Benché Calley fosse stato condannato alla reclusione, il presidente intervenne immediatamente per ordinare che fosse semplicemente «confinato nei suoi alloggi». Quando il capitano Medina fu assolto, il giudice gli augurò buon compleanno. Dei cinquemila telegrammi inviati alla Casa bianca sulla condanna a Calley, quelli a favore del tozzo tenente erano circa cento contro uno, e il dirigente nazionale dei Veterans of Foreign Wars disse: «Per la prima volta nella nostra storia abbiamo processato un soldato per aver eseguito il suo dovere». Nel novembre del 1969, quando la stampa dedicava le prime pagine alla vicenda di My Lai, Nixon esclamò più volte a un addetto militare della Casa bianca: «Ci sono dietro quegli stramaledetti ebrei di New York». Le reclute che marciavano a Fort Benning intonavano: «Calley… Calley… È uno dei nostri». AFN Saigon trasmise più volte una ballata registrata da un gruppo vocale dell’Alabama che si faceva chiamare C Company: «Mi chiamo William Calley, sono un soldato di questa terra / avevo giurato di fare il mio dovere e di avere la meglio, / ma hanno fatto di me un cattivo / mi hanno appiccicato un’etichetta». Alla fine il MACV ordinò alla stazione radio di cessare la messa in onda del disco, che pur vendette duecentomila copie, ma non poté eliminare le scritte come «Uccidi un gook per Calley» tracciate dai grunts a Saigon.

Hastings, Max. Vietnam: una tragedia epica 1945 -1975, Neri Pozza, pagg. 656-660.

Questa la dedico a quelli che “e l’Holodomor”, “e Katyn”, “e Stalin” per dimostrare che a tutti i massacri e stupri e crimini di guerra e crimini contro l’umanità di cui il cicciobello in mimetica accusa la Russia dobbiamo credere ciecamente, per via dei “precedenti”. Ecco, qui abbiamo l’America del Vietnam, e della Corea, e di tutto il resto che sappiamo: quindi è fuori discussione che quanto viene detto sul fatto che l’America sta combattendo la sua guerra da “Russia delenda est” per interposta Ucraina è meritevole di essere creduto ciecamente, giusto? Soprattutto ora che il pupazzo sembrerebbe disposto a concedere la Crimea e concludere la pace ma la NATO – ossia ovviamente chi regge i fili di tutto il teatrino – ha detto che non se ne parla neanche (com’era quella storiella dello stato sovrano?), e così come Ifigenia deve morire affinché le navi possano salpare, così devono morire gli ucraini affinché l’America possa continuare a combattere la Russia. E poi magari teniamo anche presente che loro le nefandezze della Russia stanno continuando a raccontarle, noi quelle dell’Ucraina le documentiamo.

A proposito, visto che molti sostenitori dell’Ucraina sono anche sostenitori di Israele e naturalmente oppositori del terrorismo palestinese, che cosa mi dite di questo?

E questo?

Poi vediamo questo, di due giorni fa

E beccatevi anche questo

(Campanello d’allarme ancora niente? Due domandine ancora niente?)

Aggiungo un suggerimento che, anche se le api per me significano pericolo di morte, condivido:

Claudia Premi

Per aiutare le api servono aiuole così… il costo è basso… semi di fiori misti di campo!
Aiutate le api, non aiutate Zelensky.
Comunque, anche se le provocazioni nei confronti della Russia dovessero arrivare a un punto tale da indurla a usare un’arma atomica, noi possiamo dormire i nostri sonni tranquilli perché

anche se qualcuno fa notare che

Vabbè, adesso è il momento di fermarci con la cronaca e regalarci una bella polka.

barbara

TUTTA LA GUERRA MINUTO PER MINUTO

Ho evidenziato alcuni passaggi che mi sembrano particolarmente significativi.

Breaking News dai fronti in Ucraina – 05.05.2022

00:11. Nell’ambito del corridoio umanitario Mariupol, il 4 maggio le autorità ucraine hanno evacuato 344 persone, lo ha affermato il vice primo ministro ucraino Irina Vereshchuk. Secondo la stessa, stiamo parlando di donne, bambini e anziani di Mariupol, Mangush, Berdyansk, Tokmak e Vasilyevka. Tutti sono arrivati ​​a Zaporozhye.
00:26. Dal 24 febbraio al 3 maggio, le Nazioni Unite hanno registrato 6.635 vittime civili in Ucraina: 3.238 uccisi, di cui 227 bambini; 3.397 feriti, di cui 322 bambini, principalmente a causa di bombardamenti e attacchi aerei. L’ONU rileva che le perdite reali sono molto più elevate.
00:55. Washington è attualmente concentrata sull’aiutare l’Ucraina, non su quello che potrebbe accadere in Russia il 9 maggio, ha detto il portavoce del Dipartimento della Difesa John Kirby in una regolare conferenza stampa.
01:08. Le autorità statunitensi stanno cercando di fare tutto il possibile per rafforzare il potenziale militare dell’Ucraina e per rafforzare la posizione di Kiev nei negoziati, ha affermato il segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki in un briefing.
02:02. A Berlino e nella Germania orientale, potrebbe esserci una carenza di benzina in caso di embargo sulle forniture petrolifere russe, ha dichiarato il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck al canale televisivo RTL.
02:42. L’ONU ha confermato l’evacuazione avvenuta il 4 maggio di oltre 300 civili da Mariupol e da altre aree. Secondo Osnat Lubrani, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per l’Ucraina, gli sfollati stanno attualmente ricevendo assistenza umanitaria a Zaporozhye.
03:09. La Gran Bretagna stanzierà 57 milioni di dollari per aiutare le persone più vulnerabili colpite dal conflitto in Ucraina, ha affermato il Foreign Office del Regno. Come specificato nel messaggio, i fondi saranno inviati alle agenzie delle Nazioni Unite e alle organizzazioni umanitarie.
04:30. Il primo vice capo dell’amministrazione presidenziale della Federazione Russa Sergei Kiriyenko e segretario del Consiglio generale della Russia Unita, il primo vicepresidente del Consiglio della Federazione Andrei Turchak hanno visitato Mariupol, ha affermato il capo del DPR Denis Pushilin.
05:42. Il Giappone non sarà in grado di interrompere “immediatamente” l’importazione di petrolio dalla Russia, ha affermato il ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria del Paese, Koichi Hagiuda, durante un viaggio negli Stati Uniti. Secondo l’agenzia, la dipendenza del Giappone dalla Federazione Russa per le forniture di petrolio è del 3,6%, per le forniture di GNL – 8,8%.
06:59. Nello stabilimento di Azovstal, l’esercito ucraino trattiene ancora più di 200 civili. Lo ha riferito all’agenzia di stampa russa RIA Novosti un rappresentante in loco impegnato nell’ dell’operazione di liberazione dell’acciaieria. Secondo lo stesso, si tratta di donne, anziani e bambini.
07:19. Il tribunale amministrativo lettone ha deciso di autorizzare la trasmissione dei canali televisivi russi: THT-Comedy, TNT4 International, Friday, KHL TV Channel e TNT Music. Secondo la corte, il Consiglio nazionale dei media elettronici (NEPLP) non ha prove che questi canali rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale del paese. La NEPLP contesterà questo verdetto.
07:31. Un residente civile della Repubblica popolare di Luhansk è morto ieri a causa dei bombardamenti da parte delle forze armate ucraine. Secondo l’ufficio di rappresentanza della LPR presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento del cessate il fuoco, Pervomaisk e Irmin sono stati bombardati.
07:41. I dipendenti del comitato investigativo russo hanno trovato i resti di un uomo nel seminterrato del teatro drammatico di Mariupol, riferisce RIA Novosti. Le autorità del DPR hanno precedentemente affermato che militanti ucraini hanno fatto saltare in aria il teatro. Il Comitato Investigativo della Federazione Russa continua a ispezionare le scene degli incidenti.
08:04. Il Ministero della Difesa canadese ha negato l’informazione secondo cui gli istruttori canadesi avrebbero addestrato i combattenti del battaglione nazionalista “Azov” e altre organizzazioni estremiste in Ucraina. A questo proposito, come informa RIA Novosti, e riferito il canale CTV, secondo un rapporto del dipartimento della difesa, non è stato trovato alcun materiale che colleghi un gruppo di soldati ucraini addestrati in Canada a neonazisti.
08:33. In relazione all’Ucraina sarà attuato il “Piano Marshall europeo”. Questo parere è stato espresso in un’intervista ai media ucraini dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, alla vigilia della “conferenza dei donatori”, che si aprirà oggi a Varsavia. Ha osservato che sostenere l’Ucraina a parole non è sufficiente, “abbiamo bisogno di soluzioni, abbiamo bisogno di soldi, abbiamo bisogno di un forte coordinamento, abbiamo bisogno di volontà politica”.
08:52. Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky si è congratulato con il primo ministro israeliano Naftali Bennett nel Giorno dell’Indipendenza, informandolo allo stesso tempo della “situazione critica a Mariupol”. Lo ha scritto lui stesso sul social network giovedì sera.
09:23. I residenti di Mariupol, che sono riusciti a lasciare Azovstal, non sapevano nulla dell’imminente evacuazione. Come ha detto a RIA Novosti un rappresentante del quartier generale dell’operazione per liberare l’impianto, i militanti hanno nascosto loro queste informazioni. Inoltre, secondo il funzionario, i militari ucraini che si sono stabiliti nell’impresa ora accettano solo di “scambiare” civili per cibo e medicine.
I membri del reggimento AZOV asseragliati nello stabilimento di Azovstal si sono offerti di scambiare lì i civili con cibo e medicine, ha detto all’agenzia RIA Novosti un rappresentante del quartier generale russo impegnato in Mariupol.
“Dobbiamo mantenere i contatti con i nazisti Azov che si sono stabiliti lì (contro i cui militanti è stato avviato un procedimento penale in Russia) e rappresentanti della SBU nell’interesse di salvare i civili che sono rimasti lì. Durante i negoziati, ci hanno offerto di scambiare ostaggi civili con cibo e medicine – quindici ostaggi per tonnellata di cibo, oltre a medicinali. Hanno avvertito che non avrebbero più permesso a nessuno di andare in Ucraina, – ora verranno solo scambiati. ed ha aggiunto: “Ci siamo già trovati con tali metodi, in particolare, in Siria, quando negoziavamo con l’Isis. Si sono offerti anche di scambiare medicinali e prodotti per le persone rilasciati da loro ‘a peso’. In questo modo dimostrano che non sono “eroi” come li chiama Zelensky, ma sono normali terroristi”.
Le forze armate russe hanno comunicato che “il 5, 6 e 7 maggio aprono un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili ivi situati dal territorio dello stabilimento metallurgico Azovstal di Mariupol: operai, donne e bambini. Lo afferma il coordinamento interdipartimentale. Il corridoio umanitario, in accordo con la decisione della leadership russa, opererà per tre giorni dalle 8:00 alle 18:00 ora di Mosca e potrà essere utilizzato dai civili che, secondo le autorità di Kiev, sono ancora nelle strutture sotterranee imprese. Per questi tre giorni, le Forze Armate della Federazione Russa e le formazioni del DPR cessano unilateralmente ogni ostilità…” (https://www.vesti.ru/article/2724239)
09:43. Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Mariano Grossi ha parlato dell’incontro a Istanbul con il capo della preoccupazione di stato Rosatom Alexei Likhachev sulla centrale nucleare di Zaporozhye, controllata dall’esercito russo. Come ha scritto su Twitter, durante il dialogo ha sottolineato che “l’AIEA è pronta a svolgere il suo ruolo insostituibile” nel garantire la sicurezza delle centrali nucleari.
09:59. In Ucraina, dopo la fine delle ostilità, sarà completata la “decomunizzazione e derussificazione” [cioè sterminare tutti i russofoni come programmato fin dal colpo di stato e l’instaurazione del governo fantoccio nel 2014?] . Questa opinione è stata espressa in un’intervista ai media ucraini dal capo dell’Istituto di memoria nazionale Anton Drobovich. Secondo lo stesso, le “falci e martelli” sul ponte Paton e lo scudo della Patria non possono essere conservati, “anche se questi luoghi hanno un valore artistico”.
10:15. Oleg Kryuchkov, consigliere del capo della Crimea, ha detto a RIA Novosti che non c’era più un blocco dei trasporti della penisola da parte dell’Ucraina . Secondo Kryuchkov, nelle regioni occupate dall’esercito russo è iniziato il ripristino del traffico passeggeri e merci.
10:20. Il capo della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov , ha riferito che due insediamenti erano stati presi di mira. Secondo il governatore, le riprese di Zhuravlevka e Nekhoteevka vengono effettuate dall’Ucraina. Nel secondo villaggio, “la casa e il garage sono stati distrutti”, i residenti non sono rimasti feriti. Il punto di fuoco non è stato ancora soppresso.

Forze armate ucraine:

Continua la controffensiva delle Forze armate ucraine a nord di Kharkov . Le forze armate della RF stanno resistendo a Tsirkuny e Cherkasskiye Tishki , ma si sono ritirate da Stary Saltov per evitare l’accerchiamento.
Il battaglione “Kraken” del reggimento nazionale “Azov” è entrato nell’insediamento, da fonti russe viene riferito che gli stessi hanno sparato ai prigionieri di guerra russi.
• Le forze ucraine proseguono pesanti combattimenti in tutta la direzione nord-est.
• A Dnepropetrovsk , il ponte dell’Amur è stato distrutto.
• Le Riserve delle Forze Armate ucraine vengono schierate vicino a Izyum: 2.500 persone e oltre 100 pezzi di equipaggiamento stanno tentando senza successo di attraversare il fiume Seversky Donet (è un fiume dell’Ucraina nord-orientale) .

La Guardia nazionale che di solito rimane solo nelle regioni di appartenenza è trasferita nelle zone più calde. Sembra inoltre che si sia passati alla coscrizione obbligatoria.
Il Parlamento ucraino, la Verkhovna Rada, con 338 voti a favore, ha deliberato di inviare la Guardia nazionale (milizie territoriali) in prima linea in altre regioni dell’Ucraina. Si tratta di coloro che, durante la distribuzione gratuita delle armi, hanno ricevuto una mitragliatrice. Ora tutte queste persone sono considerate facenti parte della Guardia Nazionale, quindi dovranno andare al fronte.
Le azioni delle autorità mostrano che la mobilitazione non sta andando molto bene nell’Ucraina occidentale. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Chernivtsi, Sergei Osachuk, ha firmato un’ordinanza secondo cui durante la legge marziale, gli uomini in età militare devono portare con sé documenti, compreso un documento d’identità militare, e presentarsi alla polizia.
Tali iniziative legislative confermano le pesanti perdite degli ucraini al fronte. Il comando delle Forze armate ucraine spera di inviare al fronte circa 17.000 riservisti, che potranno rinforzare la fanteria insieme alle nuove armi fornite da Europa e Stati Uniti.
Ci si può aspettare che il prossimo passo inasprisca le regole sulla migrazione per gli ucraini in Europa, il che costringerà molti a tornare in patria. Secondo le Nazioni Unite, circa 5 milioni di persone hanno lasciato l’ Ucraina entro il 19 aprile. E questo è un enorme potenziale di mobilitazione.
VP News, Patrizio Ricci, qui.

Sbaglio o questa roba si chiama crimini di guerra? Comunque non preoccupatevi: gli ucraini stanno vincendo su tutti i fronti e l’esercito russo, anzi, la Russia intera è ormai sull’orlo del collasso. E adesso state a sentire quest’altra storiella.

I russi arrestano un (ex?) generale della Nato

I russi hanno arrestato l’ex generale canadese Trevor Cadieu mentre cercava di lasciare le acciaierie di Mariupol. Evidentemente l’accordo che ha permesso alle forze straniere (in particolare americane) di lasciare indenni l’acciaieria non lo riguardava (vedi Piccolenote).

Qualche fonte indica che era a capo di uno dei biolaboratori che sarebbero incistati nelle Azovstal, ma le smentite sono plausibili dal momento che era arrivato in  Ucraina da troppo poco tempo.

Anzitutto va sottolineato che il tenente generale Cadieu non è ufficiale qualsiasi. Infatti, nell’autunno del 2021 era stato nominato comandante in capo dell’esercito canadese, carica alla quale ha dovuto rinunciare perché inseguito da accuse di molestie sessuali avanzate dalla polizia militare.
La sue tristi vicissitudini sono riferite da Cbc news che spiega come, per sottrarsi all’inchiesta, il graduato si sia dimesso dall’esercito, come avevano fatto altri alti ufficiali in precedenza. Nonostante l’escamotage, Cadieu rischiava di essere perseguito anche da civile, nonché di finire davanti alla Corte marziale.
L’epilogo di questa storia è narrato da un altro media canadese, l’Ottawa news, che indica sia la data delle sue dimissioni, il 5 aprile scorso, sia la sua partenza per l’Ucraina, presumibilmente avvenuta in quei giorni.
Una fuga e, insieme, una missione, dal momento che “secondo fonti, alti dirigenti militari canadesi sono stati informati della decisione di Cadieu di recarsi in Ucraina”.
D’altronde, come riferisce la Cbc, il generale godeva grande stima nell’esercito canadese (non l’avrebbero scelto come comandante in capo), così che la sua partenza appare sia un modo per salvarlo che per inviare in Ucraina uno dei migliori generali Nato (che quindi non appare tanto ex…).
Di certo, Cadieu non era andato in Ucraina a ingrossare la folla dei mercenari (cioè delle truppe speciali Nato in incognito) che affiancano le truppe ucraine, ma probabilmente per coordinarne l’azione.
La storia di Cadieu indica il livello di ingaggio della Nato nel conflitto, che non si limita solo all’invio di armi e all’assistenza tecnologica e di intelligence, da cui il rischio di risposte russe.
Resta il mistero del perché il generale sia stato arrestato, a differenza di altri soldati e graduati stranieri presumibilmente esfiltrati negli stessi giorni dalle Azovstal in accordo coi russi.
A dipanare il mistero forse aiuta la tempistica. Ieri mattina l’intelligence Usa ha annunciato trionfalmente, tramite il New York Times, di aver fornito alle forze ucraine assistenza per realizzare gli “omicidi mirati” che hanno falcidiato gli ufficiali russi.
Un annuncio che, come spiega Dave DeCamp su Antiwar, suonava come “una grande provocazione nei confronti di Mosca” (si può immaginare, analogamente, la reazione Usa se i russi avessero dichiarato di aver aiutato gli iracheni a far fuori i generali americani invasori…).
Oggi l’annuncio dell’arresto del generale canadese, che suona come una risposta alla provocazione (sarà processato a Mosca, ci sarà modo di liberarlo). Un arresto che non è stato confermato dalle fonti ufficiali russe perché è e resta solo un segnale indirizzato alla controparte.
A proposito di stupidità, da registrare quella del presidente americano Joe Biden, il quale, visitando una fabbrica di Javelin, i missili anti-carro forniti agli ucraini, ha affermato: “Essere l’arsenale della democrazia significa anche lavori ben pagati per i lavoratori americani in Alabama e negli altri stati d’America che producono armi per la Difesa” (dal sito ufficiale della Casa Bianca).
Il fatto che la guerra ucraina sia un affare lucroso per gli Usa, sia per i dirigenti dell’apparato militar industriale che per i lavoratori dello stesso, è indubbio, ma una qualche forma di igiene verbale dovrebbe essere comunque preservata, anche se si è alla ricerca di voti per le imminenti elezioni di midterm.
Anche perché l’accusa che l’America stia vanificando possibili soluzioni diplomatiche del conflitto perché vuole che prosegua (a scapito degli ucraini che dice di voler difendere) diventa sempre più credibile.
Significativo, in tal senso, un articolo di Tom Mockaitis su The Hill, dal titolo: “La retorica anti-russa di Washington è un ostacolo per la pace”. La nota spiega appunto come negli ultimi giorni “Washington ha amplificato la retorica anti-russa, rendendo più difficile una soluzione negoziata e più probabile una guerra più lunga e/o più ampia”.
Quindi spiega come l’operazione militare russa, per la resistenza ucraina e gli aiuti Nato, si sia raffreddata raggiungendo un relativo stallo.
“Uno stallo strategico spesso offre opportunità per una soluzione negoziata. In tali condizioni, Washington avrebbe dovuto fare ogni sforzo per riportare i negoziati in carreggiata”.
“Invece, il Segretario alla Difesa  Lloyd Austin  ha rilasciato una dichiarazione inutilmente provocatoria, che cambia la percezione della guerra e potrebbe aggravare la crisi. In una conferenza stampa in Polonia dopo la sua visita a Kiev, Austin  ha dichiarato : ‘Vogliamo vedere la Russia indebolita’”.
Washington, prosegue la nota, non ha trattato tale dichiarazione come “un’osservazione a braccio di un funzionario poco allineato, ma come indicativa di una nuova direzione nella politica degli Stati Uniti e della NATO“. Infatti, è stata accolta con soddisfazione dal Capo del Dipartimento di Stato Tony Blinken e da altri.
Finora, il sostegno Nato agli ucraini era stato giustificato come necessario a difendere il paese dall’invasore. “Il commento di Austin descrive il conflitto in un modo più cinico, cioè come una  guerra per procura tra Stati Uniti e Russia, condotta a costo del sangue ucraino”.
Peraltro, prosegue The Hill, “le osservazioni di Austin rafforzano la narrativa di Putin sulla guerra. Il giorno dell’invasione, infatti, Putin ha pronunciato un discorso in cui descriveva in dettaglio le rimostranze russe contro gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO dalla fine della Guerra Fredda. Queste lamentele si riducono a una semplice affermazione: gli alleati occidentali hanno colto ogni opportunità per indebolire la Russia ed espandere il loro potere a sue spese“. Cioè quel che ha ribadito Austin…
Le affermazioni del Segretario della Difesa Usa hanno suscitato reazioni in Russia, rendendo più arduo il negoziato, che resta l’unica prospettiva per chiudere il conflitto, altrimenti destinato a durare anni, con i tanti imprevisti del caso.
“Mosca potrebbe non essere disposta a negoziare se vede una possibilità di vittoria sul campo di battaglia – conclude The Hill -, ma l’accesa retorica dell’Occidente renderà i colloqui di pace ancora meno probabili. Gli Stati Uniti hanno messo l’orso russo in un angolo. Colpirlo con un bastoncino è una cattiva idea”. 

Ps. A proposito di disinformazione… Ieri l’intervista papale, nella quale Francesco apriva a un incontro con Putin. Così Dagospia sintetizzava un articolo della Stampa di oggi: “Putin dice no al papa – La mano tesa di Bergoglio a un viaggio a Mosca viene rifiutata dal Cremlino”. Seguivano fumose spiegazioni.

Sempre oggi, sul Corriere della Sera, le parole dell’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev: “In qualsiasi situazione internazionale, il dialogo con il Papa è importante per Mosca. E il Pontefice è sempre un gradito, desiderato, interlocutore”. (Qui)

E poi c’è ancora questo.

The Prime Minister of Israel 

Il primo ministro Naftali Bennett ha parlato con il presidente russo Vladimir Putin.
Il premier ha presentato al Presidente una richiesta umanitaria per esaminare varie opzioni per l’evacuazione dall’Azovstal a Mariupol. La richiesta è arrivata a seguito della conversazione tra il primo ministro Bennett ieri con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Il presidente Putin ha promesso di consentire l’evacuazione dei civili, compresi i civili feriti, attraverso un corridoio umanitario ONU e Croce Rossa.
Inoltre, i due hanno discusso le osservazioni del ministro degli Esteri russo Lavrov. Il premier ha accettato le scuse del presidente Putin per le osservazioni di Lavrov e lo ha ringraziato per aver chiarito il suo atteggiamento nei confronti del popolo ebraico e la memoria dell’Olocausto.
Il primo ministro Bennett ha ringraziato il presidente Putin per gli auguri fatti in occasione della 74a Giornata dell’Indipendenza dello Stato di Israele.

Poi c’è questa incredibile perla:

Cioè c’è gente per cui opprimere per anni una parte dei propri connazionali, massacrarli a migliaia, bruciarli vivi, distruggere le loro case, scuole, asili, ospedali è l’esatto equivalente del portare la minigonna. Ma che speranze vogliamo coltivare per il futuro, con gente così in circolazione?!
E infine ancora un video di Patrick Lancaster, che abbiamo già incontrato qualche giorno fa.

E torno a ripetere la domanda: a voi, proprio non è ancora suonato un campanello d’allarme? Due domandine non ve le volete porre? No, eh? La verità la sapete già tutta e non avete più niente da imparare, più niente da guardare, più niente da ascoltare. Soprattutto più niente da chiedere. Vabbè, meglio che ce ne andiamo un po’ in Russia, va’.

barbara

NON È FRANCESCA

Inizierò questo post con qualche nota personale.
Da quando è iniziata la guerra, sulla quale fin dal primo giorno ho preso una posizione molto netta, parecchi dei miei lettori si sono riposizionati – non tutti allo stesso modo. Qualcuno “non mi riconosce” (il motivo è molto semplice: non mi conosceva, anche se credeva di sì). Qualcuno non mi capisce, mi critica, e occasionalmente me lo dice, educatamente (le mie risposte lo sono state un po’ meno, oggettivamente, e me ne scuso. A proposito, se sei interessato a conoscermi, qui di fianco c’è un indirizzo email). E poi c’è chi, a causa della posizione che ho preso e del tipo di documenti che pubblico, ha smesso di leggermi. Ovviamente il fatto di perdere un lettore è l’ultima cosa al mondo a preoccuparmi, la qualità mi interessa molto più della quantità. Quello che non solo mi preoccupa, ma proprio mi fa paura, è la quantità di gente che si rifiuta di affrontare qualunque cosa che contrasti con la vulgata: vedo il rifiuto totale della discussione, del confronto, il rifiuto totale di qualunque microscopica divergenza dall’unico pensiero consentito; vedo gente che banna a dozzine per volta dai propri profili coloro che osano scrivere commenti scomodi perché “non voglio dover leggere idiozie”; vedo giornalisti che fanno quello che dovrebbe essere l’unico compito di un giornalista, ossia porsi e porre domande, indagare, mettere in discussione qualunque verità preconfezionata, li vedo, dicevo, derisi, sbeffeggiati, insultati, cacciati dai programmi che li ospitavano e dalle università in cui insegnano, intimati a riconsegnare premi ricevuti per la loro attività di indagine e ricerca della verità come inviati di guerra, inviti a metterli a tacere (come Mussolini per Matteotti?), chiudere loro la bocca, silenziarli. E ho visto amicizie pluridecennali chiuse con un lapidario “non posso continuare a dialogare con te”. Nessun argomento ha diritto di cittadinanza al di fuori di quelli conformi al Verbo stabilito, perché quello, e solo quello è LA Verità. E c’è stato chi è addirittura arrivato all’infamia di tirare fuori il termine negazionismo (giuro, mi viene freddo a scriverlo) nei confronti di chi sottolinea le palesi incoerenze e contraddizioni.  Qualcuno ha citato Katyn, per dire che i russi sono stati capaci di commettere una tale mostruosa strage attribuendone poi la paternità ai tedeschi, e quindi perché non dovremmo credere che adesso abbiano fatto quella di Bucha? Ecco, Katyn mi sembra un ottimo esempio: uno dei belligeranti ha perpetrato un orribile eccidio e poi ne ha attribuito la responsabilità al nemico, e dato che quel nemico era l’invasore, il colpevole, il cattivo per definizione, la menzogna è stata creduta. Le successive indagini, effettuate prima dall’accusato, poi da fonti indipendenti, hanno poi dimostrato che l’attribuzione dell’eccidio era falsa. Adesso abbiamo dei morti civili sulle strade di una città ucraina, e una delle due parti in causa ne incolpa l’altra. E nonostante i numerosissimi elementi che contrastano con la versione ufficiale, nonostante l’illogicità della cosa, nonostante sia nota e ben documentata l’efferata spietatezza dei nazisti ucraini, nonostante la prudenza che l’esperienza dovrebbe suggerire, tutti ci credono. Ci credono perché si rifiutano di prendere in considerazione le prove contrastanti, o addirittura di leggere i documenti in questione, per non rischiare che i fatti si scontrino con l’ideologia e la verità precostituita. E a me questa gente fa paura. Questa gente è quella che il Duce ha sempre ragione, il Führer ha sempre ragione, il compagno Stalin ha sempre ragione, gli ebrei sono la causa di tutti i nostri mali, lo ha detto lui, i kulaki sono la causa di tutti i nostri mali, lo ha detto lui, i russi sono un pericolo per l’Ucraina e per l’Europa e per il mondo intero, dobbiamo strangolarli economicamente e armare i loro nemici perché Russia delenda est, e se dissenti, anche solo in minima parte, sei un nemico del popolo, da cancellare, da spazzare via. Indegno di esistere. E chissà se questa brava gente – parecchi di loro ebrei, parecchi di loro, anche fra i non ebrei, filoisraeliani – si rende conto che questo è lo stesso, identico giochetto che dal ’67 in poi viene fatto con Israele (a proposito: è iniziato il mese sacro di Ramadan ed è partita la solita mattanza in Israele: ve ne siete accorti? Questa invece è la lotta contro l’apartheid israeliana nei campus americani

Forte, no?). In realtà è tutto sotto gli occhi di tutti, ma siccome abbiamo deciso che non è Francesca, bisogna per forza che sia Filippa Maria. E tuttavia ci sono quelle famose riprese satellitari, che smentiscono irrefutabilmente la vulgata antirussa, ma tranquilli, non è Francesca. E ci sono le foto col bracciale bianco – quei “collaborazionisti” dai quali i miliziani ucraini, appena rientrati, si sono precipitati a ripulire la città

e sui quali Capuozzo, sì, il solito rompiscatole di Capuozzo, si pone qualche domanda, ma non preoccupatevi, non può essere Francesca. E poi c’è questo organo ucraino in cui si lamenta che i russi hanno lasciato mine dappertutto, ma nessun cenno di morti, ma è escluso che possa essere Francesca. E c’è anche questa splendida registrazione, in cui uno dei due interlocutori è incazzato nero perché non è stata messa sulla strada neanche una donna, il che toglie parecchia credibilità alla narrazione del massacro di civili da parte dei russi e l’altro gli assicura che non succederà più – cioè che la prossima volta che insceneranno una strage russa lavoreranno con più attenzione – ma non agitatevi, non è Francesca, garantito. E ci sono quelle foto (un’immagine vale più di mille parole, lo sappiamo, e quindi le guardiamo, le foto, tutte, con molta molta attenzione) coi morti per strada e la gente che ci passeggia in mezzo, con aria del tutto indifferente, come se non ci fossero,

che addirittura ci cammina sopra senza neppure accorgersene, proprio come se non ci fossero,

ma voi dormite i vostri sonni sereni: è chiaro che non può essere Francesca. Ed è anche sempre più chiaro chi e perché ha tutto l’interesse a fomentare la narrazione dei crimini di guerra russi e io, davvero, non capisco come qualcuno abbia potuto inventarsi che fosse Francesca. Poi adesso è arrivato un missile a Kramatorsk,

lanciato naturalmente dai russi, che ha provocato una trentina di morti e un centinaio di feriti Si tratta di un Tochka U, di fabbricazione russa ma non più usato in Russia da tre anni e attualmente in dotazione unicamente all’esercito ucraino. Nella foto sottostante si può vedere un esemplare di questo tipo di missile, i rottami del missile atterrato a Kramatorsk e un missile Iskander, quello usato dai russi.

Inoltre il missile è arrivato da sud-ovest, zona attualmente sotto controllo ucraino, ma Francesca a Kramatorsk non ci è neppure andata, figuriamoci.
E arrivati a questo punto, direi che vale la pena di ascoltare anche un po’ di gente che le guerre le ha conosciute da vicino.

Giancarlo Vitali Ambrogio

Come ormai mi capita di dire spesso non ho più parole per descrivere gli orrori di questa guerra scellerata e non ho più parole per descrivere, anticipandolo, il burrone dentro cui ci sta spingendo Biden con la complicità dei governi europei e di una “stampa” senza più misura nell’accompagnarli per mano, ubbidiente e compatta: non più diplomazia, pressione politica, accordo di pace ma, guerra permanente e ucraini sacrificabili sognando la distruzione della Federazione russa e di conseguenza un’equa ridistribuzione delle enormi riserve di materie prime strategiche presenti nel sottosuolo dello “Zar”.
Mi chiedo se gli ucraini ne siano coscienti.
Malauguratamente per ora i risultati sono questi:
– morte, distruzione, sofferenze e dolore senza una fine prevedibile per il popolo ucraino e presto per quello russo;
– seri rischi che la guerra possa estendersi all’Europa o alla meglio che possa trasferire pur a distanza i suoi pesantissimi, inevitabili effetti sociali ed economici;
– aver “spinto” forse definitivamente la Cina e la Russia ad abbracciarsi in una alleanza che lascia prevedere il risorgere della guerra fredda di recente memoria, anzi freddissima, perché questa volta non sarà più fra occidente e Russia ma fra occidente e oriente, con tutte le terribili conseguenze che comporterà.
Complimenti alla Politica d’occidente!
Si poteva fare meglio?
Leggete sotto cosa racconta il Wall Street Journal
P.S. consigliato a chi è interessato a vedere tutta la storia al di la di Putin boia: oggi il Fatto Quotidiano riporta quello che definisce lo scoop di febbraio del Wall Street Journal. La ricostruzione dei fatti ricorda che cinque giorni prima dell’invasione russa, il cancelliere tedesco propose all’Ucraina un accordo con la Russia che sarebbe stato siglato da Biden e Putin in persona, nel quale Kiev si impegnava a dichiararsi neutrale rinunciando alla Nato: Kiev, cioè Zelens’kyi, non accettò sostenendo “di non credere che Putin avrebbe tenuto fede a un accordo di quel tipo” e perché ” la maggioranza degli ucraini vuole la Nato”
Di nuovo, non ho parole!

LETTERA DI 10 EX CORRISPONDENTI DI GUERRA CONTRO LA PROPAGANDA DEI NOSTRI MEDIA

“Ecco perché sull’Ucraina il giornalismo sbaglia. E spinge i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con buoni e cattivi, in guerra i dubbi sono preziosi”
Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”. L’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi: “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”. Toni Capuozzo (ex TG5): “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”.
“Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”. Inizia così l’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (Corriere, Rai, Ansa, Tg5, Repubblica, Panorama, Sole 24 Ore), che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano (qui il testo integrale sul quotidiano online Africa ExPress). “Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. “Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi“, notano i firmatari. “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”.
“L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo” – Gli inviati, come ormai d’obbligo, premettono ciò che è persino superfluo: “Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin“. Mentre, notano, “manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo”. Quegli stessi media che “ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.
Alberizzi: “Non è più informazione, è propaganda” – Parole di assoluto buonsenso, che tuttavia nel clima attuale rischiano fortemente di essere considerate estremiste. “Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin”, dice al fattoquotidiano.it Massimo Alberizzi, per oltre vent’anni corrispondente del Corriere dall’Africa. “Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il Corriere ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile“. La narrazione del conflitto sui media italiani, sostiene si fonda su “informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa”.
Negri: “Fare spettacolo interessa di più che informare” – “Questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari“, premette invece Alberto Negri, trentennale corrispondente del Sole da Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. “Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare”. La vede così anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, già vicedirettore e inviato di guerra – tra l’altro – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica da talk show è stata nefasta”, dice al fattoquotidiano.it. “I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita. Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza”.
Capuozzo: “In guerra i dubbi sono preziosi” – “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. “Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sè un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti”. Certo, ci sono le esigenze mediatiche: “È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche”. Una tendenza che annulla tutte le sfumature anche nel dibattito politico: “La mia sensazione è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace”.

Quindi è chiaro: è assolutamente escluso che possa essere Francesca.

barbara

E TORNIAMO A PARLARE DELLA GUERRA

Tv e giornali e politici e Vaticano e umanitaristi: gli Armeni sono decapitati dai vostri nuovi “amici”

L’Italia a Baku per il gas. Al governo nessuno fiata sulla “Bucha armena”, civili e soldati Armeni fatti a pezzi dai soldati Azeri, tutto ripreso in video che nessuno ha avuto il coraggio di mostrare

“Sono lieto di annunciare che oggi gettiamo le basi per un ulteriore rafforzamento della cooperazione fra Italia e Azerbaijan, che auspico conduca a un ulteriore consolidamento del nostro partenariato economico e commerciale”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in visita a Baku (l’Azerbaijan ha anche annunciato l’apertura di “centri culturali azeri” in Italia). 10 miliardi: tanto vale l’interscambio fra Azerbaijan e Italia. Di Maio ha anche siglato la nascita di una università italo-azera a Baku. Poi il nostro capo della diplomazia è intervenuto su Bucha: “Crimini di guerra, la Corte penale internazionale li punirà”. In attesa che si faccia luce su quanto successo in questa piccola città dell’Ucraina, l’indignazione è d’obbligo. Ma gli Armeni decapitati non hanno meritato un secondo e una riga sulle nostre tv e giornali per aver subito lo stesso. Paolo Mieli sul Corriere della Sera di oggi critica il presidente ucraino Zelensky per aver evocato un “genocidio”. Non so se sia un termine adatto, ma so che c’è un popolo, quello Armeno, che un genocidio lo ha davvero subito, il primo del Novecento, e che continua a subire nell’indifferenza europea. Ma se ad esempio il presidente francese Emmanuel Macron il 9 marzo annunciava un “sostegno incrollabile all’Armenia”, nessuna alta carica italiana ha mai fatto menzione del piccolo stato cristiano nel Caucaso.
Anche senza evocare la sproporzione di perdite militari (1.300 soldati ucraini caduti su 40 milioni di abitanti contro 3.800 soldati armeni caduti su 2.9 milioni di abitanti), restiamo all’orrore per i civili. Mentre l’Italia negoziava a Baku, l’Armenia diffondeva un rapporto: “Ci sono ancora 187 soldati armeni e 21 civili armeni dispersi, mentre l’Azerbaigian tiene ancora 38 armeni prigionieri di guerra, tre dei quali civili”. Sappiamo anche che i soldati azeri hanno ucciso 19 soldati e civili armeni dopo la fine delle ostilità, quando erano loro prigionieri, protetti dalla Convenzione di Ginevra. Abbiamo anche i nomi dei morti ammazzati.
Eppure, tv e giornali potevano vedere tutti i video degli anziani armeni decapitati dalle forze azere nel Nagorno-Karabakh. Decapitati da uomini in uniforme delle forze azere, non bande o miliziani no, ma dall’esercito regolare. “È così che ci vendichiamo, tagliando le teste”, dice un soldato azero fuori campo. Genadi Petrosyan, 69 anni, non voleva lasciare il villaggio mentre le forze azere si avvicinavano. Come Yuri Asryan, 82enne che si era rifiutato di lasciare il villaggio. Nessuno conosce il nome di Victoria Gevorkyan, una bambina armena di 9 anni prima vittima della seconda guerra lanciata dall’Azerbaijan.
Abbiamo orrore dei mercenari usati da Vladimir Putin nella guerra in Ucraina, ma non dei mercenari di Recep Tayip Erdogan nella stessa guerra. Gli stessi mercenari che turchi e azeri avevano chiamato per uccidere gli armeni nel Karabakh, come ha appena raccontato Armenpress: “La Turchia ha inviato 2.000 militanti siriani rimasti nel Nagorno Karabakh dopo aver combattuto per l’Azerbaigian contro le forze armene in Ucraina per combattere contro la Russia”.
In una pagina sono raccolti video atroci realizzati dagli stessi soldati azeri contro gli armeni, civili e militari: un giovane armeno decapitato e i soldati azeri che ridono, esultano e celebrano mentre uno di loro usa un coltellaccio da cucina per tagliargli la gola; un anziano armeno che implora per la vita, mentre un soldato azero lo tiene e gli taglia la gola; soldati azeri che trascinano civili armeni fuori dalle case sul marciapiede e poi li uccidono; soldati azeri che mutilano i soldati armeni, tagliando loro parti del corpo; soldati azeri che bruciano il corpo di un armeno. E così via, di orrore in orrore.
Impossibile dimenticare che quando nel 1988 in Armenia un terremoto fece 25.000 morti, in Azerbaijan ci furono feste e danze di giubilo per ringraziare Allah di aver colpito i vicini “infedeli”.
Una delle vittime armene dei soldati azeri si chiamava Alvard Tovmasyan, disabile che soffriva di malattie mentali. I parenti hanno identificato il suo corpo nel cortile della sua casa a Karin Tak, un villaggio dell’Artsakh. Suo fratello Samvel l’ha riconosciuta dai vestiti. Piedi, mani e orecchie di Tomasyan erano stati tagliati.

Il presidente azero decora Ramil Safarov, l’ufficiale azero che a Budapest a un corso di inglese della Nato ha decapitato Gurgen Margaryan, un altro partecipante, mentre dormiva. Il movente? “Margaryan era armeno”. (NOTA: sotto la pecetta bianca c’è la testa mozzata dell’armeno tenuta per le orecchie)

Le Monde rivela di un’altra dozzina di video che mostrano scene che vanno da calci in faccia a civili armeni coscienti ad accoltellamenti in faccia a cadaveri con l’uniforme armena. La BBC ha il video di altri due civili armeni uccisi a sangue freddo. Come Valera Khalapyan e sua moglie Razmela, assassinati nella loro casa dai soldati azeri, che poi hanno tagliato loro le orecchie. Uccisi come “cani” (il dittatore azero Alyev così chiama gli armeni) dai soldati azeri non in tempo di guerra, ma di “pace”.
Eppure, il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, ha stretto un accordo con la Fondazione Aliev. Il Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, aveva già consegnato al primo Vicepresidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Mehriban Alieva, che è anche la moglie del dittatore azero, il nastro con la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza ecclesiastica a un non cattolico. Nel 2013, Ravasi era andato a Baku per organizzare una mostra di arte aver nei Musei Vaticani.
Ieri il ministro degli Esteri dell’Ucraina ha chiesto all’Unesco di espellere la Russia perché in questa guerra una ventina di chiese sono state colpite e danneggiate. Richiesta che è molto facile che venga accolta. Peccato, ancora una volta, per il doppio standard. “Conoscete la chiesa di Santa Maria a Jibrail? È improbabile che l’abbiate visitata in passato, ma non potrete più farlo: è stata completamente rasa al suolo dagli azeri”, scrive su La Croix Nathalie Loiseau, ex ministro degli Affari europei francese. “Siete mai stati a Shushi? Se i vostri passi vi portano lì, non troverete più la Chiesa Verde, profanata e distrutta, come la Cattedrale di San Salvatore che è stata bombardata. A Mataghis, la chiesa di San Yeghishe è stata vandalizzata. Ogni giorno, lapidi, statue e cimiteri armeni vengono demoliti”. Loiseau ha lanciato un appello: “Faccio appello ai presidenti del ‘gruppo di Minsk’, Francia, Stati Uniti e Russia, affinché intervengano con l’Azerbaigian. Faccio appello all’Unione europea affinché ottenga da Baku chiare assicurazioni che il patrimonio culturale armeno sarà preservato. Faccio appello all’Unesco…Non lasciamo che le chiese armene siano distrutte”. Se non fosse che l’Azerbaigian ha ipotecato l’Unesco. Nel 2004 alla vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva (e moglie del presidente Ilham Aliyev) è stato dato il titolo di Ambasciatore di buona volontà dell’Unesco, una posizione che organizzazioni come il Centro europeo per la libertà di stampa e dei media hanno chiesto l’Unesco di ritirare. L’Unesco, a corto di denaro, quando ha perso il 22 per cento del suo budget l’Azerbaigian gli ha dato un contributo di 5 milioni di dollari. Nessun paese europeo, mentre gli Azeri distruggevano le chiese armene, si sono mai sognati di chiedere di cacciarli dall’Unesco.
E la pulizia etnica degli Armeni, la distruzione delle loro chiese e cimiteri quindi della loro memoria, le stragi di civili inermi, hanno avuto il risultato sperato: l’Armenia potrebbe essere sul punto di cedere quel che resta del Karabakh, incapace di difenderlo dall’Azerbaijan.
Non una sola trasmissione televisiva in 44 giorni di guerra contro gli armeni. Non un solo fotogramma apparso sui grandi quotidiani. Non un solo appello della società civile, degli scrittori, dei politici, degli intellettuali, di tutti quelli che si abbeverano ai report di Amnesty International. Eppure ce ne erano. “Ci sono voluti quattro giorni per bandire la Russia dalle principali competizioni sportive, mentre i leader occidentali hanno assistito con gioia al campionato europeo a Baku, quando centinaia di prigionieri di guerra armeni erano ancora detenuti illegalmente e spesso torturati”, scrive questa settimana l’Armenian Spectator. Un doppio standard che si spiega forse con il fatto che “l’Armenia è un paese di 3 milioni di abitanti e ha un Pil simile al Madagascar, di contro l’Azerbaijan è uno dei principali fornitori di idrocarburi in Europa”.
Da qui la totale impunità denunciata da Simon Maghakyan su Time Magazine sempre di questa settimana: “Aliyev ha completato la cancellazione di 28.000 monumenti armeni medievali a Nakhichevan, che avrebbero dovuto essere protetti dall’Unesco ma che secondo Aliyev non sono mai esistiti. Ha promosso un ufficiale azero che aveva ucciso il suo compagno di classe armeno addormentato durante un addestramento della Nato in Ungheria. Akram Aylisli, un tempo l’autore più venerato dell’Azerbaigian, ora vive agli arresti domiciliari per aver scritto un romanzo che commemora l’antichità armena del suo luogo di nascita. I cimiteri armeni recentemente occupati dall’Azerbaigian sono demoliti. Lo scorso marzo, quando il giornalista italiano Claudio Locatelli ha intervistato un soldato azero volontario in Ucraina, quello che Aliyev chiama ‘il modello azero di multiculturalismo’ è stato in piena mostra. ‘Siamo tutti fratelli: musulmani, ebrei, cristiani’, si vantava il soldato. Ma quando gli è stato chiesto degli armeni, ha detto ‘sono peggio degli animali’. Ma tale politica richiede una tacita approvazione internazionale sotto forma di un silenzio quasi universale”.
E quel silenzio glielo abbiamo garantito a dovere. Io invece non sono disposto, in nome della guerra politica, morale ed economica alla Russia, a lasciare che il nostro silenzio, le nostre complicità e le nostre collusioni morali ed economiche ci facciano accettare la guerra di annientamento e di logoramento di 100 milioni di turchi e azeri con cui stanno cancellando uno dei due piccoli paesi che mi stanno a cuore (oltre a Israele): la piccola Armenia. Un paese, come l’Ucraina, che è stato terra di confine tra civiltà diverse, fra alterne vicende e aspri conflitti e che dovettero spesso protettorati, invasioni e devastazioni.
I “massacri hamidiani” contro gli armeni iniziarono alla fine del 1894 e si protrassero fino all’estate del 1896. Il sultano Abdul Hamid decise di dare al problema armeno una “soluzione finale”. Un testimone oculare, l’ambasciatore Alberto Pansa, ci ha lasciato una descrizione terrificante: “Gli armeni non si difendono: per le strade quando si trovano davanti al turco si buttano in ginocchio: queste bande armate di un grosso bastone con una punta ferrata con la quale colpiscono alla testa l’armeno che cade insanguinato, passano delle carrette che raccolgono cadaveri, li buttano accatastati su tali carri, il sangue cola ed i cani seguono questo lugubre carro leccando il sangue. Arrivano al Bosforo e ve li buttano. Questo barbaro massacro continua per tre giorni per ordine del sultano che vuol sterminare gli armeni”. Solo in quell’occasione furono trucidati a Costantinopoli migliaia di armeni. Grande fu il lavoro della Conferenza degli ambasciatori per cercare, inutilmente, di far cessare i massacri. L’Italia vi era rappresentata da Pansa, piemontese. Ospitò nell’ambasciata e nei consolati moltissimi armeni, si aggirò per le strade allo scopo di salvarne altri, tanto che per il suo coraggio venne decorato al valor civile. Saverio Fera, presidente del Comitato “Pro Armenia”, disse che occorreva cacciare il “turco dall’Europa” e sostituire l’impero ottomano con una confederazione di popoli liberi. Al tempo l’Italia aveva ancora coraggio. Il presidente del Consiglio Crispi spedì ai Dardanelli due corazzate, la “Umberto I” e la “Andrea Doria”. Crispi ordinò di mettersi a disposizione del comandante inglese, che venne informato che l’Italia aveva pronto un corpo di 50.000 soldati per l’attacco ai Turchi. Ma gli Armeni alla fine vennero abbandonati a se stessi.
Oggi non saremmo neanche più in grado di pronunciare le parole di Francesco Crispi alla notizia dei primi massacri di armeni: “L’Italia ha dei doveri speciali verso gli armeni, la cui cultura intellettuale e religiosa ha in Italia radici più estese e più profonde che in qualsiasi altro Paese d’Europa”.
Oggi la nostra pusillanimità non è neanche più celata.
Giulio Meotti

E sempre più appare evidente che i filo ucraini – o, per meglio dire, filozelenskiani, talmente affascinati dal guitto (che compare unicamente con l’abito di scena, ossia la maglietta verde militare: deve averne ordinato uno stock di 180 capi per fronteggiare i primi sei mesi di guerra) da avere cominciato a chiamarlo eroe fin dal primo giorno di guerra, esattamente come a suo tempo veniva dai suoi fans chiamato eroe il terrorista Arafat, e non a caso qualche mente geniale ha pensato bene di proporre anche lui per il Nobel per la pace – sono esattamente come i filo palestinesi: del popolo “invaso”, del popolo “oppresso”, del popolo “martire” non gliene frega una cippa, il loro unico motore è l’odio: odio per Israele gli uni, odio per la Russia gli altri. L’importante, per avere sostenitori, è scegliersi il nemico giusto: tirare missili su Israele, rapire israeliani, massacrare israeliani, guardandosi bene dal rispettare gli accordi firmati, e appena Israele reagisce ecco scatenarsi il latrato dei cani rabbiosi e la pioggia di miliardi ai poveri palestinesi vittime dell’oppressore; bombardare massacrare bruciare vivi i russi, guardandosi bene dal rispettare gli accordi firmati, e appena la Russia reagisce ecco scatenarsi il latrato dei cani rabbiosi e la pioggia di miliardi e di armi (oltre a tutti i miliardi e a tutte le armi piovute negli ultimi anni) ai poveri ucraini vittime dell’invasore. E tutte le altre vittime del mondo che si sono scelte i nemici sbagliati, si fottano.

barbara

STIAMO COMBATTENDO LA GUERRA

della civiltà contro la barbarie, della cultura contro l’ignoranza, della democrazia contro la dittatura, della libertà di parola contro la censura, dell’onestà contro la corruzione, della luce contro le tenebre.

A Mosca

“In alcuni Paesi hanno deciso di non interpretare Šostakovič, noi invece abbiamo deciso che la musica di Vivaldi è sempre bellissima. Non cancellare la cultura.”

MEMENTO: CIVILTÀ CONTRO BARBARIE

E ricordiamo che nel Donbass in questi otto anni non è successo niente, le case le scuole gli asili gli ospedali se li sono bombardati da soli, i centocinquanta bambini si sono suicidati, gli altri sono morti perché hanno mangiato funghi velenosi.

NOTA: Il video, di cui viene negata la visione diretta, può essere visto cliccando qui.

MEMENTO: CIVILTÀ CONTRO BARBARIE

Rivediamo un po’ di scudi umani, stavolta coi sottotitoli

MEMENTO: CIVILTÀ CONTRO BARBARIE

Poi ci sarebbe questa cosa qui.

Una volta si chiamavano crimini di guerra. Adesso che a farlo sono i rappresentanti del faro di civiltà che si batte contro le Forze del Male, come si chiamano?

MEMENTO: CIVILTÀ CONTRO BARBARIE

E poi di nuovo quei famigerati laboratori biologici che la signora Nuland e il signor Biden avevano il terrore finissero in mano ai russi con tutti i loro compromettentissimi documenti.

MEMENTO: CIVILTÀ CONTRO BARBARIE

E infine volendo ci sarebbe quest’altra cosa qui.

“UKRAINE KRISIS M.C.”. Chi c’è dietro la Ong che tiene in pugno Zelensky (e paralizza le trattative con la Russia)

PUPAZZI E PUPARI.

Alla sua elezione nel 2019, Zelensky ricevette un caldo benvenuto da parte di una organizzazione che si chiama: UKRAINE KRISIS M.C.

Questi, pubblicarono una lunga lista di “linee rosse” che il nuovo presidente non avrebbe dovuto oltrepassare, pena la perdita di consenso internazionale occidentale che vale a due livelli: il grande pubblico, il piccolo vertice dei “portatori di interesse” ovvero governi e loro diramazioni, tra cui i finanziatori, protettori, armatori della giovane democrazia ucraina.
Il documento era sottoscritto da una lunga lista di organizzazioni ucraine e non che troverete in fondo al testo. Il movente era dato dal fatto che su quel primo mese di governo del neo-presidente, eletto su una piattaforma anti-corruzione e di relativa pacificazione con la Russia, l’organizzazione aveva da ridire allarmata. Tanto da scrivergli non dei ragionamenti politici o punti di vista legittimi, ma una chiara lista della spesa di “linee rosse”, da non superare in alcun modo, un diktat insomma, l’oggetto di un contratto.

  1. CHI FINANZIA L’UKRAINE KRISIS? L’elenco completo è nell’allegato. Segnaliamo con distinzione: International Renaissance Foundation (IRF membro del network Open Society Foundation di George Soros); il National Endowment for Democracy (una stella di primaria grandezza della galassia di fondazioni ed ONG americane tese a “promuovere” con ogni mezzo la democrazia ed il mercato, non l’una o l’altro ma l’abbinata perché controllando il mercato si controlla la democrazia; la NATO; istituzioni della Lega del Nord Europeo-Anglosassoni (olandesi, svedesi, norvegesi, finlandesi, polacchi, canadesi, estoni, cechi, tedeschi ed americani a capo di tutto)
  2. QUALI ERANO LE LINEE ROSSE DA NON OLTREPASSARE SEGNALATE A ZELENSKY? Una selezione delle tante cose che il neo-Presidente NON avrebbe dovuto fare pena a perdita di finanziamenti e protezione comprendeva:

– Consultare il popolo con appositi referendum per decidere come negoziare con la Russia.
– Fare negoziati diretti con la Russia senza i partner occidentali
– Cedere qualsivoglia punto nei negoziati con la Russia sulle varie questioni (NATO, Donbass, Crimea, allineamento internazionale etc.) non cedere neanche un millimetro di territorio, non riconoscere a Mosca alcun punto per il quale l’Occidente ha elevato sanzioni alla Russia (Crimea).
– Ritardare, sabotare o rifiutare il corso strategico per l’adesione all’UE e alla NATO
– Ripensare la legge sulla lingua, l’ostracismo a media e social media russi, dialogare coi partiti di opposizione filo-russi (poi di recente messi direttamente fuori legge, sono 11), venire a patti politici con precedenti figure coinvolte nel governo Janukovich (democraticamente eletto e rovesciato col colpo di Stato del 2014), lanciare operazioni giudiziarie contro il governo precedente di Poroshenko (appoggiato dagli stessi firmatari) contro il quale Zelensky vinse le elezioni con il 30%.

Il documento è regolarmente on line. Datato 23 maggio 2019 (il secondo turno delle elezioni ucraine che elessero a sorpresa Zelensky era il 21 aprile, un mese prima). L’ho trovato seguendo un semplice link della pagina Wiki del IRF di Soros. Tempo di ricerca 2 minuti.
Si noterà in tutta evidenza che pur essendo del 2019, tocca gli stessi punti a base oggi del conflitto e relative, impossibili, trattative di pace. Se ne volgete il testo dal negativo al positivo, è in pratica buona parte della piattaforma 3+2 avanzata dai russi per risolvere il conflitto.
Io non sono un giornalista ma come studioso faccio certo ricerche per comprendere gli eventi. Ma evidentemente “fare ricerche” per inquadrare fenomeni non è giudicato necessario nel regime democratico di mercato. Ma io non sono un “democratico di mercato”, ma un democratico radicale cioè uno che pensa che la democrazia dovrebbe essere l’ultima istanza di decisione politica di una comunità.
Se avete amici che rispettate ed a cui volete bene, che pensano in buona fede di esser “democratici” e di star parteggiando per l’esercito di difesa della democrazia, mandateglielo, fateglielo leggere tutto (con Google translator) e chiedetegli onestamente cosa ne pensano. La democrazia siamo noi, almeno in teoria.
Tanto vi diranno che poiché questo tipo di post si può qui scrivere ma in Russia no, questa nostra è “vera democrazia” e tanto basta. L’importante infatti è non avere la più pallida idea di cosa è democrazia e cosa no.
Pierluigi Fagan, qui.

MEMENTO: CIVILTÀ CONTRO BARBARIE

E ancora questo, che se risponde al vero significa che a questo punto siamo ufficialmente e formalmente in guerra con la Russia. Praticamente:

Due piccole annotazioni a margine:
1. Io di economia capisco meno di zero, ma chi ne capisce potrà forse trovare qualcosa di interessante qui. Più che del marito in vena di dispetti, ho l’impressione che siamo in presenza di uno che si precipita col pentolone di olio bollente da buttare sul nemico e nella fretta inciampa e l’olio se lo rovescia tutto addosso lui, facendo tutt’al più arrivare qualche schizzo anche sul nemico.
2: Nota per i deficienti che, per non apparire partecipi dell’ideologia della “Z” indicata sui carri armati russi, cancellano tale lettera dai propri loghi (e in Germania diventa addirittura fuorilegge): la lettera Z i russi la scrivono così:
ц. Quello sulla fiancata dei carri armati è uno scarabocchio, un segno messo per farsi riconoscere e non rischiare di ritrovarsi vittime di fuoco amico. Potrebbe essere in segno così I, oppure così O, oppure così V, o così X, e invece è così Z. Scemi. Sono scemi. Ottantamila volte scemi, e non fanno altro che dimostrarlo.
E non posso chiudere che con Shostakovich

Dmitrij Shostakovich ★ Sinfonia N.7 “Leningrado” (IV movimento , 1a parte)

La 7a Sinfonia fu composta tra il luglio e il dicembre 1941 e dedicata alla città di Leningrado (oggi San Pietroburgo) che, accerchiata, resistette eroicamente per 882 giorni all’assedio nazista (dall’ 8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944) prima di essere liberata dall’Armata Rossa. La 7a sinfonia rappresenta una denuncia dei crimini della guerra e celebra al contempo la resistenza umana di fronte alle barbarie. La stima delle vittime dell’assedio di Leningrado, varia tra 1.100.000 e 1.500.000 di morti, in gran parte civili, periti sotto i bombardamenti e per fame e malattie.

Quella volta, fra i russi e i nazisti, hanno vinto i russi. Speriamo bene.

barbara