RICORDANDO CRISTINA

L’atroce morte di Cristina Mazzotti    

Si può morire a 18 anni, solo per danaro.
Si può morire senza colpa, crudelmente.
Si può morire e finire gettata in una discarica, tra carrozzine rotte e sacchi della spazzatura, come ulteriore oltraggio.

E’ quello che accadde a Cristina Mazzotti, rapita la sera del 26 giugno 1975 davanti al cancello della villa dei genitori a Eupilio,in provincia di Como, e ritrovata morta il primo settembre dello stesso anno, dopo un atroce e insensata prigionia fatta di stenti e soprusi, di overdose di eccitanti mescolati a tranquillanti.
Cristina era figlia di Helios Mazzotti, agiato industriale del settore cereali.
La sera del 26 giugno stava rientrando con una coppia di amici da una festa organizzata per festeggiare la sua promozione.
La Mini condotta dal giovane Carlo stava percorrendo la strada che porta a Longone al Segrino, quando venne affiancata da una Giulia e da una 125. Costretto a fermarsi, vide davanti a sé un uomo mascherato con le armi spianate, che gli intimava di scendere.
Il malvivente chiese quale delle due ragazze fosse Cristina Mazzotti.
La ragazza, coraggiosamente si presentò.
Venne caricata sulla Giulia, mentre un altro bandito legava e imbavagliava i due giovani nell’auto.
La ragazza che era nell’auto, Emanuela, riuscì dopo oltre un’ora a liberarsi e a dare l’allarme e scattarono immediatamente i posti di blocco della polizia.
Ma ormai era troppo tardi.
In casa Mazzotti iniziò così lo snervante calvario dell’attesa dei rapitori.
Il padre di Cristina, Helios, già sofferente di cuore, si sentì male.
Fu il primo di uno di quegli attacchi di cuore che lo avrebbero portato di lì a poco alla tomba.
I rapitori si fecero vivi il giorno dopo chiedendo un riscatto record: 5 miliardi di lire.
Poi il silenzio. I genitori di Cristina si rivolsero con toni imploranti ai rapitori tramite i giornali, spiegando l’impossibilità di reperire una somma del genere, assolutamente fuori dalle loro possibilità economiche.
Finalmente il 15 luglio i rapitori si fecero vivi, e si dichiararono pronti alla liberazione della Mazzotti dietro pagamento di un riscatto di un miliardo di lire.
Ancora giorni di febbrile attesa, mentre l’opinione pubblica manifestava solidarietà ai Mazzotti, e mentre una diffusa campagna di stampa perorava la causa di un inasprimento delle pene verso coloro che si macchiavano del reato di sequestro di persona.
A fine luglio Helios Mazzotti, in gran segreto, si recò in un appartamento di Appiano Gentile, dove versò la somma di un miliardo e cinquanta milioni ai rapitori, ricevendo in cambio la loro assicurazione sull’immediato rilascio della ragazza.
Ma le cose erano destinate a evolversi in maniera drammatica.
Per giorni e giorni i genitori attesero la promessa liberazione, e il primo settembre avvenne la svolta.
Gianni De Simone, direttore del giornale l’Ordine, di Como, amico di famiglia dei Mazzotti, chiamò la famiglia e con tatto diede l’atroce notizia: era stata trovata Cristina, morta.
Il corpo era stato ritrovato in una discarica di Varallino, vicino Sesto Calende.
Allertati da una telefonata, i carabinieri si erano recati sul posto, e, seguendo le indicazioni che dicevano di scavare vicino una carrozzina rotta, avevano rinvenuto il corpo della ragazza.
O meglio, quello che rimaneva.
Sepolta sotto una bambola rotta, macabra ironia, giaceva la ragazza, in avanzato stato di decomposizione. Il volto era praticamente irriconoscibile, divorato da animali e sfigurato. L’autopsia rivelò che giaceva là da oltre quaranta giorni.
Emerse un particolare allucinante: non si poteva stabilire con esattezza se il corpo era stato sepolto quando la ragazza era morta. L’ipotesi agghiacciante che respirasse ancora non venne mai accantonata.
Uno della banda, Libero Ballinari, era stato già arrestato in Svizzera, mentre cercava di riciclare una parte del riscatto del sequestro. Un onesto direttore di filiale di una banca aveva denunciato il tentativo di “pulire” una novantina di milioni di lire, e aveva denunciato il tutto alla polizia svizzera.
Fu lui a dare le prime notizie sulla prigionia e sulla morte della sventurata ragazza.
Raccontò come Cristina, debilitata dalla lunga prigionia e costretta ad assumere dosi massicce prima di eccitanti, per poter parlare con i genitori e convincerli a pagare il riscatto, poi con tranquillanti per sedarne la volontà e impedirle di agitarsi, avesse alla fine avuto un malore.
I rapitori, spaventati, l’avevano così trasportata via, e la ragazza, durante il viaggio, era spirata.
Dichiarò di non sapere comunque le cause esatte della morte: adombrò il sospetto che fosse stata strangolata o uccisa con un colpo di pistola.
Fornì anche una piantina del luogo dove era stata seppellita la povera ragazza.
La polizia giunse a ricostruire il gruppo dei rapitori abbastanza velocemente.
Fra di loro c’era un gruppo eterogeneo di sbandati, gente attratta dal denaro facile, con agganci nel gruppo dell’anonima sequestri.
La banda degli assassini aveva un leader, più o meno riconosciuto: Giuliano Angelini, 39 anni.
Un passato burrascoso da squadrista e trafficante di armi, indagato per la strage di Piazza Fontana, pregiudicato con alle spalle condanne per emissione di assegni a vuoto e truffa.
Fu lui a scavare nel giardino della sua villetta la prigione della povera Cristina, un buco di due metri nella quale la ragazza visse come un topo i rimanenti giorni della sua vita.
Al suo fianco Loredana Petroncini, altro personaggio con un passato difficile.
Scappata di casa a 15 anni, sposò uno sbandato. Volgare e vistosa, venne descritta come un’amante della bella vita.
Altro componente della banda era Rosa Cristiano, ventisette anni, dura e crudele. Ex compagna di Angelini, lo accusò di aver premeditato la morte di Cristina, somministrandole dose letali di Valium.
Dichiarò inoltre che era stato lo stesso Angelini a ordinare la sepoltura del cadavere nella discarica.
Compagno della Cristiano, con la quale aveva aperto una gelateria, Luigi Gemmi, altro tipo poco raccomandabile.
Poi c’era Alberto Menzaghi, macellaio dalle mani bucate. Aveva una macelleria che lavorava, ma amava la bella vita.
Ultimo a cadere nella rete delle forze dell’ordine fu Antonino Giacobbe, personaggio di spicco dell’anonima sequestri calabrese.
Arrivò il giorno del primo processo, a Novara.
Dieci imputati, che fecero emergere un quadro allucinante della vicenda.
Cristina Mazzotti era stata tenuta prigioniera in una prigione scavata nella terra, e tirata fuori lo stretto indispensabile per sgranchirsi le gambe. Era stata trasferita poi a Galliate, nella casa della Cristiano. Qua era iniziato il tormento della somministrazione dei farmaci.
Ai rapitori serviva una Cristina sveglia, che potesse mandare messaggi drammatici alla famiglia.
Nel frattempo Helios, papà della povera Cristina, era morto a Buenos Aires, il 5 aprile del 1976, stroncato da un infarto. Il fratello di Helios, Eolo, sosterrà che era morto di dolore.
A maggio del 1977 l’accusa chiede per i rapitori 10 ergastoli, con l’approvazione incondizionata dell’opinione pubblica e della stampa, sconvolte dalle atroci rivelazioni emerse durante il processo.
L’otto maggio la sentenza: otto ergastoli e un’assoluzione, quella di Francesco Gaetani, parente di Antonino Giacobbe, scagionato grazie al provvidenziale alibi, che resse, del suo ricovero in una clinica.
Viceversa non andò bene al boss Antonino: ritenuto un mandante, si vide appioppare l’ergastolo.
Pene pesanti per il macellaio Menzaghi, per l’autista della banda, Milan, e per Sebastiano Spadaro, il telefonista: dai 23 a i 30 anni di carcere.
Una sentenza che fu accolta con soddisfazione da tutti.
La sentenza di secondo grado, viceversa, attenuò le pene, mentre quella definitiva ristabilì il tutto come deciso in primo grado.
Nel 1980 venne condannato all’ergastolo anche Libero Ballinari, colui che aveva materialmente seppellito la povera Cristina. Ebbe un processo a se stante, in quanto detenuto in un carcere di Lugano.
Durante i processi le varie personalità degli imputati vennero a galla impietosamente.
Gente gretta e meschina, affascinata unicamente dal denaro che speravano di ricavare dal sequestro.
Gente con alle spalle un passato fatto di violenza, di vite vissute ai margini della legge.
O anche gente senza valori morali di nessun genere.
Come la Cristiano, che aveva contattato un emporio per acquistare della soda caustica per far scomparire il corpo di Cristina; che nell’appartamento che aveva sopra la gelateria riceveva un po’ troppe visite, guadagnando evidentemente in maniera comoda i soldi che le servivano per truccarsi e vestirsi bene, le sue passioni.
Come Angelini, che racconterà di essere stato prima condannato a morte dall’anonima calabrese e poi graziato.
Come Menzaghi, il macellaio amante dei soldi, che probabilmente ebbe un ruolo anche nel sequestro di Tullio De Micheli, 60 anni, scomparso nel nulla dopo il sequestro.
Come Achille Gaetani, che tenterà di scaricare proprio sul Menzaghi le responsabilità del sequestro, dichiarando di non averlo ideato ma di avervi partecipato marginalmente.
Una storia squallida e vergognosa, conclusasi con la morte, inutile della ragazza.
Cristina era bella, con un sorriso radioso e lunghi capelli neri.

Aveva una vita da vivere, interrotta da una banda di sciagurati assassini in cerca di denaro facile.
Una storia triste con un epilogo triste.
Un’appendice alla storia, risalente al 1990.
La Petroncini e Angelini si sposarono in carcere.
Ottennero un permesso di dieci giorni, del quale approfittarono per dileguarsi.
La cosa destò un’ondata di accuse sulla direzione penitenziaria: si scoprì che i due assassini avevano usufruito di licenze premio per ben 21 giorni.
Riacciuffati, furono rimessi in carcere.

Paolo Benetollo, PAGINE 70

Cristina Mazzotti, già. Anche a lei ho pensato tre anni dopo quando, nel corso del sequestro Moro, Paolo VI ha “supplicato in ginocchio” le Brigate Rosse di liberarlo. E sforzandomi di non vomitare ho chiesto: e chi ha supplicato in ginocchio per Ermanno Lavorini? Chi ha supplicato in ginocchio per Milena Sutter? Chi ha supplicato in ginocchio per Cristina Mazzotti? Tre ragazzi innocenti valgono meno di un politico infame e corrotto? Per un papa sì, evidentemente. Soprattutto se si tratta di quel papa che è riuscito a fare un viaggio in Israele senza incontrare un solo politico israeliano. Che è riuscito poi a parlare del suo viaggio in “Terrasanta” senza mai pronunciare la parola “Israele”. E che ha messo in gioco tutta la sua autorità politica e morale (“morale”, vabbè…) presso il capo di uno stato che non riconosceva per far liberare un pericoloso terrorista, fornendo garanzie che non ha mai rispettato. Io spero che nell’inferno in cui sicuramente si trova, venga punito anche per tutte queste infamie.

barbara

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