EBREI, DISSOCIATEVI!

Sì, lo so, quest’uomo non mi ama. Non ama me e non ama il mio blog, magari adesso scriverà un altro articolo per dire che brutta persona che sono e quanto gli dà fastidio essere associato a questo blog. Ma ogni tanto scrive degli articoli veramente spettacolari e io non ci posso fare niente. E questo È un articolo spettacolare.

…vergogna

Ebrei, ascoltate me, dissociatevi. E fate in fretta.
La settimana scorsa, la trasmissione Prima Pagina, di Rai Radio3, è stata condotta da una giornalista, Sara Menafra, che ha lavorato al Messaggero, al Manifesto, al Secolo XIX e al Sole 24 Ore e, per colmo di ironia, si è occupata di Fosse Ardeatine. E meno male che l’ha fatto. Chissà se non l’avesse fatto.
Le telefona un’ascoltatrice, Vera Pegna, una scrittrice che parla finalmente in buon italiano, per dire la sua sugli insulti parigini al filosofo Finkielkraut: “sporco ebreo, sporco sionista, viva la Palestina”. Per lei Alain Finkielkraut è, innanzitutto, ‘un signore anziano’. Il suo nome non è evidentemente politically correct, per cui decide di non pronunciarlo. Né lo pronuncerà mai la conduttrice. ‘Un anziano signore’. Sorvoliamo.
La signora Pegna non è d’accordo sulle parole ‘sporco ebreo’, però… però se si tiene conto che l’offensore ha chiaramente fatto intendere che il suo era un attacco al sionismo (‘sporco sionista, viva la Palestina’), allora l’offesa la si capisce. Perché si può dire, ‘sporco sionismo’, date tutte le ‘atrocità’ commesse da Israele. E poiché ‘Israele si vuole stato ebraico, cioè si vuole lo stato di tutti gli ebrei del mondo’, ‘sporco sionismo’ lo si può dire, perché in fin dei conti sarebbe come dire sporco Israele. (I virgolettati sono tutti fedelmente ripresi dal podcast della trasmissione.)
Da questa illuminata introduzione, la signora Pegna procede poi a fare la sua richiesta.
‘E’ questo quello che vorremmo noi europei… Vorremmo sentire chi si considera ebreo, sempre legittimamente, protestare, condannare Israele per le sue atrocità… vorremmo sentire gli ebrei fuori da Israele dire ‘Israele è Israele, è il paese dei suoi cittadini, ma non è il nostro paese’ invece questo purtroppo non viene detto’. La signora Pegna, innanzitutto, distingue fra ‘noi europei’ e ‘chi si considera ebreo’ (non ‘chi è ebreo’). Lei è europea pura, io no, sono ebreo. Inoltre, non accetta un’identità ontologica ebraica stabile, quella dell’essere, e preferisce quella del ‘considerarsi’. Oggi mi considero, domani non mi considero più. Così le risolvo il problema del mio essere’, che a lei non piace molto. Lei invece ‘è’ europea.
Ma non basta. La Pegna non si aspetta da noi una condanna di Israele (che sarebbe già pretendere troppo, a dire il vero), si aspetta una dissociazione identitaria, pretende che dichiariamo ‘io sono italiano’. Insomma ci sospetta di dual loyalty. E fin qui niente di grave, da una cui fa comodo non distinguere fra antisionismo e antisemitismo. A questo tipo particolarmente sottile di antisemitismo colto (?) e di sinistra siamo abituati. Ma non basta ancora. Ora ci vuole convincere di un’altra cosa: ‘la parola antisemitismo… oggi si è evoluta perché gli ebrei fuori da Israele non condannano Israele’. Quindi, dice la signora Pegna ricorrendo ad anacoluti logici e a paralogismi tutti suoi, oggi essere antisemiti significa essere anti-sionisti, come a dire: oggi un anti-israeliano non può che essere anti-sionista e quindi non può fare a meno di essere antisemita. Che bello ragionare semplice e alla rovescia!
Tu ascolti terrificato le semplificazioni ignoranti di questa ascoltatrice colta, che potrebbe benissimo iscriversi al partito grillino per quanta banale e preconcetta superficialità sta vomitando alla pubblica radio, e ti aspetti che la giornalista/conduttrice commenti riequilibrando minimamente i giudizi che ha sin qui ascoltato in silenzio. Non ci si aspetta che le dica di studiarsi un po’ più a fondo la storia della ‘controversia’ israelo-palestinese, ma ci si aspetta una visione un po’ più equilibrata del reale.
E invece, la conduttrice/giornalista Sara Menafra, dopo aver precisato che dire ‘sporco ebreo’ a un signore ‘anziano’ non è bello (a un ragazzo, a una signora, a un uomo maturo e non ancora anziano, evidentemente lo si può dire!), ma sul resto si dice d’accordo con la signora Pegna, scrittrice comunista. E soggiunge a conferma: “Una parte di noi ci aspetteremmo che chi è fuori da Israele ma appartiene a questa religione, visto che questo è uno stato che rappresenta… in qualche modo che si ritiene interprete della religione ebraica, prendessero più nettamente le distanze, e questo invece non avviene”.
Anche la Menafra distingue fra ‘noi’, i cittadini regolari – europei, italiani, cristiani – e loro, gli irregolari, i tollerati, – gli ebrei.
‘Ora abbiamo capito bene, anzi meglio, che cosa intendano entrambe le interlocutrici e su che cosa siano così perfettamente d’accordo. Lo riassumiamo per i disattenti, per le menti pazienti, e per chi fosse abituato ad ascoltare o a leggere di fretta. Le due signore dicono: l’antisemitismo è brutto in sé, purché non colpisca ebrei che non si dissociano dallo stato d’Israele, nel qual caso l’antisemitismo è accettabile, anzi, encomiabile, e noi lo approviamo.
Ma le ricadute di questi pensieri malati, spacciati per opinioni culturali al pubblico della radio pubblica, sono ben altre.
Siccome Israele si presenta come ‘interprete della religione ebraica’ (chissà che cosa significa), allora io, ebreo italiano, devo dissociarmi dalla politica e dalle decisioni del suo governo. Forse sono stato troppo generoso nel riassumere, perché le due intellettuali non fanno alcuna differenza fra stato e governo. Ma, dato il pregiudizio e la pochezza del pensiero fra cui ci si muove, oggi va bene la generosità.
Quindi, la mia identità, secondo il Pegna-Manafra pensiero è determinata dalle affermazioni di Israele e dalla sua politica, e io non posso farci nulla. Devo subirla passivo e in silenzio. È Israele a decidere chi io sia. E se non mi ci riconosco in quell’immagine che lo stato di Israele dà di me al mondo, allora devo dissociarmi, come facevano un tempo i brigatisti rossi. Non quelli di Casa Pound, che vanno di moda e la cui sede non si tocca.
Quella ebraica è un’identità che dà fastidio. Ha sempre disturbato la quieta superficie della civiltà europea, e non solo. Un giorno, molto tempo fa, un’amica comunista militante e molto impegnata mi disse: ‘Il mio rispetto per te dipende dal tuo essere uomo, non dal tuo essere ebreo’. Anche a lei non piaceva la mia identità particolare, non la voleva riconoscere, e quindi la negava facendola assorbire dalla mia appartenenza al genere umano. La sua religione comunista non le permetteva di accettare la mia troppo complessa, e specifica, identità di ebreo.
Ritorno al caso Pegna-Manafra. A questa gente di cultura che magari piange lacrime calde davanti a un monumento alla Shoah, a questi intellettuali che passano come verità i cliché di partito a un pubblico che se li beve senza possibilità di critica attiva, verrebbe da chiedere se la storia l’abbiano studiata davvero. E se l’abbiano anche capita. Se la realtà israeliana la apprendano da Youtube, dai filmati di Pallywood coi volti dei bambini imbrattati di vernice rosso carminio. Se quando parlano delle ‘atrocità’ di Israele stiano pensando alla Siria, o alla Cina, o alla Turchia, o alla Russia, o a qualche paese dell’America latina. O magari agli stessi attentati palestinesi e alle loro decapitazioni dopo uno stupro.
Ai cattolici o ai comunisti, o a qualsiasi normale cittadino, qualcuno ha mai chiesto, pretendendolo, di cospargersi il capo di cenere e dissociarsi pubblicamente dalla politica di un Papa, dagli atti odiosi di un prete pedofilo, dai soprusi di una dittatura comunista – o fascista, se del caso? E non è mai passato per la mente di nessuno, invece, di dissociarsi dai suoi stessi pregiudizi razzisti e dalla frettolosità delle sue trancianti sentenze?
Chissà se le due interlocutrici di Prima Pagina si siano mai chieste che cosa sia un ebreo che vive in Europa da cinquecento anni o da duemila anni. Se l’ebreo debba continuamente, e fino alla fine dei secoli, giustificare sé stesso di fronte a una civiltà intellettuale che ancora persegue schemi di pensiero razzista e per la quale l’altro continua a essere ancora e sempre l’estraneo, da allontanare, da respingere, da giudicare. Da distinguere.
Ebbene sì, sono fortemente irritato. Perché mi rendo conto ogni giorno di più che il pregiudizio che cova nell’animo di chi ci vive accanto richiede un’inezia, un pretesto qualsiasi, per trasformarsi in odio conclamato, mascherato sempre, naturalmente, sotto i fronzoli di una ‘nobile causa’, in cui a pagare però sono sempre gli altri.
E sono irritato perché vedo con quanta facilità anche gente che ha ‘studiato’ possa sposare le modalità di pensiero del popolino più becero, quello che si è formato alla fonte dei pregiudizi e degli stereotipi popolari. E allora continuo a dire: evviva chi pensa, chi si interroga, chi concede sempre agli altri beneficio del dubbio, chi sospende il giudizio, in attesa di valide conferme, chi non giudica mai le conseguenze senza aver tenuto debito conto delle cause.
Comunque, ‘l’anziano’ insultato a Parigi, signore Pegna e Manafra, si chiama Alain Finkielkraut, ed è un ebreo francese. Non vergognatevi a pronunciarne il nome.
Vergognatevi invece dei vostri pensieri.

Dario Calimani, Università di Venezia

(26 febbraio 2019)

Piccolo (vabbè, piccolo) dettaglio, da italianista: “Una parte di noi ci aspetteremmo”. Da far venire l’ulcera a un baobab.
Quanto all’articolo di Calimani, posso dirlo? A leggerlo mi sono commossa.

barbara

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ISRAELE, LE ARMI, GLI APPELLI

Dario Calimani, come già ho avuto occasione di dire, è un signore di sinistra, molto di sinistra. E critico nei confronti di Israele, molto critico. Ma ci sono momenti in cui anche uno molto di sinistra, anche uno molto critico, se non è del tutto obnubilato dall’ideologia, è indotto a dire alt, qui il limite è stato superato.

A deporre – per chi lo richiedesse – a favore della mia non spiccata passione per la politica dell’attuale governo israeliano stanno i sette anni di note frammentarie che ho pubblicato su queste pagine. Come pedigree a me basta e avanza. Alla sinistra non devo rispondere di nulla. Alla destra non ho mai ‘strizzato l’occhio’, anche se a qualche buontempone piace affermarlo sui social network. In breve, il mio amore per Israele non ha conti aperti da pagare o da far pagare, né debiti né crediti.
Per questo, in un momento assai delicato e imbarazzante per lo Stato d’Israele e per la sua immagine agli occhi del mondo, non sono riuscito a firmare un appello di critica che chiedesse a Israele di far tacere le armi. E non perché la pace non sia necessaria, e non perché non pensi che si sarebbero potuti esperire altri mezzi per contrastare la strategia di Hamas, ma perché gli appelli, oltre a non servire a nulla se non a illudere chi li firma di essere a posto con se stessi, lasciano nel più profondo silenzio molto più di quanto essi non possano – ma dovrebbero – esprimere.
Ho preferito tenermi il disagio del silenzio piuttosto che firmare tacendo la crisi, perché nel chiedere a Israele di rinunciare all’uso sproporzionato della forza di fronte alla protesta/provocazione palestinese a Gaza non sarei riuscito a dar voce agli interrogativi che dovrebbero scuotere ogni coscienza onesta.
Perché l’onestà non può non chiedersi che cosa Hamas volesse ottenere ammassando venti-trentamila persone lungo il confine con Israele. Perché l’onestà non può disconoscere che fra la moltitudine spinta ‘pacificamente’ contro il filo spinato giravano armi e bottiglie molotov, oltre che fionde e sassi, mentre i pneumatici in fiamme avvelenavano l’aria. E perché l’onestà non può disconoscere che uno sfondamento della barriera di sicurezza non sarebbe sfociato in un festival dei fiori, come amano presumere politici e giornalisti faziosi. L’onestà non può firmare un appello come se non sapesse che Hamas manda il popolo palestinese allo sbaraglio promettendo un centinaio di dollari a ogni partecipante alla manifestazione, bambini inclusi; e che Hamas offre migliaia di dollari di compensazione alle famiglie delle eventuali vittime, ossia di coloro che vengono spinti avanti con la speranza che un cecchino li uccida; e che fra queste vittime c’è stata anche una bambina palestinese già gravemente malata di cui la madre è andata a esibire la morte sul confine per addossarne la colpa a un soldato israeliano e farsi così liquidare l’assicurazione sulla sua povera vita. L’onestà non può fingere di non sapere che dei sessanta morti di questa ‘strage’ almeno cinquanta, per ammissione stessa di Hamas, facevano parte dell’organizzazione terroristica. Pecorelle smarrite che pascolavano innocenti lungo il confine.
Tutto questo, che l’onestà vorrebbe come premessa in un appello che voglia denunciare l’uso spropositato della forza da parte di Israele, l’appello non lo può precisare, nella sua concisa e strategica retorica. Eppure, alla censura della politica di un governo israeliano a dir poco non lungimirante, la cui immagine internazionalmente screditata viene ulteriormente mostruosizzata dall’animosità concentrica dei media, non corrisponde una censura altrettanto dura, altrettanto oggettiva su quanto accade dall’altra parte del confine, su tutti i suoi come e tutti i suoi perché.
Ma ci sono altre considerazioni che trattengono dal firmare appelli contro Israele in un frangente come questo, perché anche da opinionisti moderati si sente parlare di ‘settecentomila palestinesi cacciati’ dagli ebrei nel 1948 per quella che chiamano la ‘Nakba’, il loro ‘disastro’, e non si dice che una parte consistente di arabi palestinesi fu invece convinta a scappare con la promessa che sarebbero tornati con l’aiuto dei paesi arabi per mandare a mare gli ebrei di Palestina. E perché la storia di Israele, questi opinionisti obiettivi, la presentano come fosse iniziata dopo la Shoah, perché Israele, a loro modo di vedere, non ha diritti e legami storici con la terra di Palestina. A popolare la terra di Canaan, a edificare il primo e il secondo Tempio, a scrivere i Rotoli del Mar Morto, a subire due esili, a coltivare per secoli il sogno del ritorno a Sion sono stati, evidentemente, non gli ebrei bensì gli arabi palestinesi. E quindi gli ebrei devono ringraziare i nazisti se ora hanno una terra in Israele.
Gli opinionisti moderati, che con un buon grado di prevenzione e parzialità criticano Israele, tirano troppo spesso in ballo la Shoah con collegamenti e analogie da far rivoltare lo stomaco. E ti spingono a chiederti quanto fiele antisemita aliti da certa critica, e perché, di fronte a sessanta morti palestinesi ci sia un’attenzione (giustissima) che i cinquecentomila morti in Siria non hanno meritato e non stanno meritando. E ti chiedi perché la stampa, sensibile e attenta e obiettiva, non dedichi allora pagine intere al massacro che Erdogan, dittatore e assassino seriale, sta commettendo ai danni dei curdi. E impari così che zoomare sul volto di un solo bambino fa più effetto che puntare la telecamera sui volti di diecimila bambini.
Se sessanta morti sono una ‘strage’, come si va ripetendo, delibando con soddisfazione il termine, centinaia di migliaia di morti che cosa sono? E con quale coraggio posso firmare un appello mettendo sotto accusa lo Stato di Israele se non ho mai firmato (e nessuno me l’ha mai chiesto) almeno uno analogo a favore dei curdi? e dei siriani?
Di fronte a tanti silenzi, di fronte a tanta demagogia e a tanta strumentalizzazione si finisce per diventare egoisti. E, alla pari degli altri, ti ritrovi a chiederti: se non sono io per me, chi è per me? Ossia: da che parte sto, alla fine? Perché, se sto al centro, dalla parte del giusto, non c’è nulla che io possa tacere, è vero; ma allora mi aspetto che anche gli altri stiano al centro, dalla parte del giusto, e mi aspetto che ciò che io riconosco ai palestinesi il resto del mondo lo riconosca a Israele. Io vedo la sofferenza dei palestinesi e invoco per loro uno stato e chiedo che possano vivere sicuri e in pace. Ma chi firmerà un appello analogo per invocare una pace giusta e sicura anche per Israele, che non implichi la sua distruzione?
“Oggi mi vergogno di essere un israeliano”, ha scritto Kobi Meidan, conduttore della Radio militare di Israele. Qualcuno dalla parte palestinese ha mai scritto lo stesso di fronte al massacro abominevole, strumentale e strategico cui Hamas ha mandato vecchi, donne e bambini? Come si misura allora la qualità delle coscienze?
C’è, infine, un altro aspetto che lascia perplessi di fronte ad appelli ebraici di critica a Israele. Non ho nulla da contestare a Grossman quando dice che Israele ormai ‘è una fortezza e non una casa’. Grossman è israeliano, ha consapevolezza piena e diretta della vita e della morte degli israeliani. Io non mi impedisco di pensare Israele e, se del caso, di criticarlo, ma ogni volta che lo faccio mi chiedo non tanto se io, in quanto non israeliano, abbia il diritto di parola, bensì se io sia inserito propriamente nel popolo ebraico e nella sua vita, nella sua esperienza storica ed esistenziale; se io sia parte integrante del corpo del popolo di Israele e della sua comunità, benché nella Diaspora. Insomma, se io ne sia dentro o ne sia fuori, se io veda Israele e il popolo di Israele dall’interno della sua coscienza o semplicemente dall’esterno, come uno spettatore distaccato, che si risveglia dal suo letargo ebraico e lo giudica come potrebbe fare un qualsiasi altro essere umano, dalla asettica posizione di una coscienza universale. Parteggiare mette a rischio la coscienza non meno della pretesa di equidistanza.
Se non firmo appelli è perché mi sento ancora, sempre, criticamente dentro. Come un figlio all’interno di una famiglia di cui riconosce colpe e difetti, ma da cui non gli va di dissociarsi. ‘Non separarti dalla comunità’, ci insegnano i Maestri. E ciò mentre continuo caparbiamente a ripetermi le parole del Libro ‘non opprimerai lo straniero, perché voi sapete cosa prova lo straniero, essendo stati stranieri in terra di Egitto’.
Unico conforto è leggere i post di un gruppo di ebrei italiani in Israele che si pongono ogni giorno laceranti interrogativi sulla situazione. Una minoranza, certamente, ma è la minoranza in crisi che salva la coscienza di tutto un popolo.

Dario Calimani, Università di Venezia (Moked, 22 maggio 2018)

L’articolo è di più di un mese fa, come si può vedere, ma dato che violenze e devastazioni stanno freneticamente continuando, credo che questo momento di riflessione ci stia più che bene.

barbara

BASTA STARE CHIUSO IN CASA!

Basta computer! Basta videogiochi! Dai, vieni, che ti porto a prendere una boccata d’aria.
gaza aria
E dal momento che siamo fuori, approfittiamone per dare un’occhiata intorno.

E dopo avere guardato, facciamo qualche riflessione.

Confine

Tutto quello che ci divide è un lungo cancello guardato giorno e notte dai nostri soldati. Da una parte noi, i nostri campi coltivati, strade che disegnano arzigogoli di terra chiara in mezzo agli aranceti, agli avocadi, ai filari nuovi di ceci; dall’altro lato Gaza. Se non avessero scelto Hamas, ora di oggi gli abitanti di Gaza potrebbero probabilmente entrare ed uscire dalla striscia quotidianamente, lavorerebbero probabilmente nelle terre e nelle fabbriche della zona tutto intorno, in territorio israeliano, come un tempo.
E invece.
Hamas chiama a raccolta manifestanti, infiltra le file dei ragazzini scalmanati ma in maggioranza disarmati con militanti pronti a tutto piuttosto che a cantare “we shall overcome”, li arma di fionde e armi vere, pianifica i punti in cui far salire al cielo fumo nero di pneumatici dati a fuoco, incita al passaggio del confine, all’invasione di Israele. Se potessimo fermarci un attimo a ragionare su questa immane bestialità ci accorgeremmo di quanto è goffa: Hamas ci vuole invadere. Si immagina di poter avanzare attraverso le nostre campagne proprio nella stagione in cui sono così verdi, combattendo vittorioso e arrivando fino a Gerusalemme. È una fantasia talmente surreale, talmente fuori da ogni possibile scenario militare, che sembra provenire da un universo parallelo. Eppure, a vedere la stampa straniera Hamas sta vincendo come sempre la battaglia dei media, tutta pensata e impacchettata per regalarla all’Occidente, con una bella carta regalo istoriata con il nome del giornalista palestinese colpito dai nostri sembra mentre (forse, o forse no [forse molto probabilmente sì, ndb]) faceva volare un drone a cavallo del confine infuocato. Poi possiamo discutere del perché permettiamo che Hamas usi i nostri soldati e le loro armi per i suoi scopi, ma sia ben chiaro: tutti i morti di questi ultimi fine settimana, nessuno escluso, sono palestinesi ammazzati da Hamas. Poco importa se per mezzo di fuoco israeliano. È Hamas a volere i morti, perché con i morti palestinesi, specie se civili, figuriamoci quando membri della “Press”, si riempiono le prime pagine dei giornali. E purtroppo, noi glieli diamo.
Daniela Fubini, Pagine ebraiche 9 aprile 2018

Aggiungerei qualche considerazione su quei conti che non tornano, che proprio, con tutta la buona volontà, non si riesce a far tornare.

Dario Calimani è abitualmente severo con Israele, molto più severo di quanto io consideri ragionevole. E nutre una manifesta e dichiarata antipatia, condita a sfiducia, per Benyamin Netanyahu, antipatia e sfiducia per me assolutamente incomprensibili. Proprio per questo, proprio perché Calimani non può essere sospettato di faziosità cieca a favore di Israele, ritengo utile pubblicare questo suo articolo.

Gaza

Certamente, la situazione ai confini con Gaza poteva essere affrontata in modo diverso, magari con proiettili di gomma o diffondendo nell’aria una buona dose di spray al peperoncino. Certamente, anche la presenza di richiedenti asilo di origine africana poteva essere affrontata in modo diverso, con più sensibilità, con meno brutale indifferenza, con più consapevolezza della propria storia. Benjamin Netanyahu e il suo governo non si distinguono per misura e saggia lungimiranza. E, tuttavia, quando cerchi di far tornare i conti, mettendo in campo mente, coscienza ed emozioni, ti accorgi che non riesci a trovare la tua collocazione. C’è, in tutto ciò che sta accadendo e nella reazione del mondo, un senso di incommensurabilità. I racconti e i giudizi su quei racconti, da parte della stampa e della politica, sembrano non aver molta relazione con gli eventi reali, e sollevano interrogativi, più di quante non siano le risposte che pretenderebbero di offrire. Non è la prima volta che accade. E non sarà purtroppo l’ultima.
Nessuno, tanto per capirsi, mette in discussione l’azione provocatoria della massa che da Gaza si è riversata bellicosa al confine di Israele. Nessuno fa caso alle grida di battaglia, alla minaccia di distruggere Israele, alle armi che la gente si passa di mano in mano, ad Hamas che spinge i civili palestinesi allo scontro – meglio se donne e ragazzini. E nessuno fa caso al fatto che il grido di guerra non sia ‘morte a Israele’, bensì ‘morte agli ebrei’. Evidentemente, non fa alcuna differenza, o la differenza non la si vuole cogliere. Ma ‘morte agli ebrei’ non è un grido di battaglia politico, è una minaccia antisemita che può risuonare in tutto il Medio Oriente, dove, per fortuna, di ebrei ne sono rimasti assai pochi. Per quei pochi, allora, il pericolo è serio, vista la grande capacità di diffusione che le idee hanno nel mondo arabo. La storia lo ha dimostrato.
Ma quando si gioca con il fuoco si dovrebbe mettere nel conto che si rischia di ustionarsi. Peccato che Hamas non abbia alcun timore di ustionarsi, perché gioca sulla pelle altrui, e sulla vita e sul destino di un popolo che ha tenuto nella miseria per tenere sempre accesa la miccia.
Di tutto ciò, che è, indubbiamente, almeno una parte della verità, non si accorgono le varie Mogherini, che da tempo immemorabile ormai guardano la realtà del Medio Oriente con il capo avvolto nella kefiah. E non se ne accorge Papa Bergoglio, che continua a parlare di ‘Terra Santa’, trovando ostico pronunciare la parola ‘Israele’, perché così facendo riconoscerebbe l’esistenza di uno stato, e questo metterebbe in crisi la sua teologia, in particolare una mal applicata teologia della liberazione.
I conti non tornano, dunque, e c’è una incomprensibile incommensurabilità fra l’attenzione che attira la tensione al confine di Gaza e l’assuefazione con cui si guarda, ad esempio, alla Siria e alle sue centinaia di migliaia di morti. Centinaia di morti ogni giorno, nell’indifferenza dei politici alla Mogherini, che si limitano a ‘stigmatizzare’ per poi tornare a occuparsi, con cura monomaniacale, di Israele .
Per i diciassette morti di Gaza un telegiornale italiano ha parlato di ‘strage’. Ora, in senso metaforico anche un solo morto è una strage del senso di umanità. Ma se strage è quella di Gaza, che termine ci si dovrà inventare per la Siria? E se la concentrazione su Israele pesa un chilo, quanto dovrebbe pesare quella sulla Siria, o sul disastro umanitario in Venezuela?
Netanyahu non mi piace. La sua politica, temo, produrrà solo infelicità, per Israele e per chi le sta intorno e addosso. Ma se una massa di disperati grida ‘morte agli ebrei’, quello non è un grido politico, e non esprime la teologia della liberazione. E chi ne appoggia la ‘lotta di liberazione’, senza capacità e volontà di fare i debiti distinguo, non sta sostenendo una rivendicazione politica. Sta solo ribadendo, e rafforzando, un animus antisemita.
Con questo spirito, anziché spingere le parti a convergere verso una politica di pacificazione, ci si limita a parteggiare e ad approfondire il divario.
Dario Calimani, Università Ca’ Foscari Venezia, Pagine ebraiche ‍‍03/04/2018

E per concludere, prima di rientrare (siamo sempre – ricordate? – lì fuori a prendere una boccata d’aria fresca), voglio mostrarvi questo splendido monumento:
monumento Gaza
è una
mano che impugna la placca del militare israeliano Oron Shaul,
oron-shaul.jpg
ucciso da Hamas nella guerra del 2014, il cui corpo non è mai stato restituito dai terroristi palestinesi. E non dite che non hanno senso artistico.

barbara

GUARDARSI ALLE SPALLE

Ogni tanto bisogna distogliere lo sguardo dal grande mondo e sporgersi alla finestra, e osservare la gente comune che, solo per recarsi al lavoro o a far la spesa, deve girare continuamente gli occhi da ogni parte, per evitare che qualcuno la pugnali alle spalle. Una volta era solo una metafora.
Dario Calimani

Già, una volta. Ma consoliamoci pensando che c’è anche chi dedica tutta intera la propria vita al perseguimento della pace

barbara

MA GUARDATE COSA COMBINA L’AVIAZIONE ISRAELIANA!

Grazie a un’amica, leggo sul Corriere della Sera online: “L’aviazione israeliana ha lanciato oltre 800 razzi da Gaza su Israele in cinque giorni: più di 160 al giorno.” Ora, che il desiderio della stampa anche moderatamente terzomondista (e purtroppo di molti amici di sinistra) sia di addossare sempre su Israele la responsabilità dei mali del mondo è da tempo assodato. Che meno si nominano i terroristi di Hamas e i loro supporter e più si evidenzia l’esclusiva prepotenza israeliana è altrettanto evidente. Ma che a contrastarsi sulla scena del conflitto ci siano, da una parte e dall’altra, israeliani contro israeliani può apparire anche ai più prevenuti e smaliziati una verità poco plausibile. Anche gli errori e i refusi fanno parte della retorica della propaganda. E comunque, in situazioni come la presente emerge dall’animo e dalle menti anche della crème intellettuale tutta quella schiuma biancastra che darebbe anni di lavoro ad allievi di Freud sul rapporto più o meno inconscio fra antisemitismo e antiisraelianismo. Ciò che mette in movimento il sangue, anche a un illuso che volesse tentare di continuare a vedere le cose a colori e non in tutto bianco e tutto nero, è la ricerca del controbilanciamento che tenta il giornalista quando, a un telegiornale nazionale, commenta l’avvio di una campagna di propaganda palestinese in lingua ebraica, ma si sente in dovere di precisare incidentalmente: “propaganda di cui peraltro gli israeliani sono maestri”, senza aggiungere alcuna specifica che dia il senso di una frase enigmatica quanto bislacca. Non so se questo sia antisemitismo, come direbbe qualche amico, ma certamente è strabismo politico, stile retorico disonesto, prevenzione antiisraeliana che non fa onore a chi avrebbe il dovere di informare, prima che di commentare con opinioni che strumentalizzano, oltre che l’innocenza del linguaggio, l’ingenuità dell’uditorio.
Dario Calimani, anglista (15 luglio 2014)

E dunque dopo il centro per disabili colpito con due donne uccise che miracolosamente si trasforma in un orfanotrofio bombardato con tre bambini uccisi, e tante analoghe storielle amene, adesso abbiamo anche l’aviazione israeliana che si autobombarda. Aspettiamo i progressi alla prossima puntata. Nel frattempo guardate questo:

 

P.S.: Per tutti quelli che continuano a sparare, inorriditi, le cifre delle centinaia di morti palestinesi – in gran parte civili, si raccomanda di precisarlo! – contro le unità di quelli israeliani, a riprova del fatto che gli israeliani sarebbero i cattivi aggressori e i palestinesi le povere vittime innocenti:
a) le cifre dei morti palestinesi sono tutte di fonte palestinese, sulla cui attendibilità potremmo scrivere interi romanzi (vi ricordate i 3000 morti di Jenin con fosse comuni ecc. ecc., poi diventati i 500 morti di Jenin, alla fine risultati 52, di cui 42 combattenti e 10 civili, la maggior parte usati dai terroristi come scudi umani?)
b) i terroristi non hanno uniforme, quindi vengono tutti fatti rientrare nella categoria dei civili. Ma non lo sono
c) in base alle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja, abitazioni civili, scuole, ospedali ecc. usati per scopi militari (nel caso in questione come depositi di armi ed esplosivi e come basi da cui lanciare missili su Israele: tutto ampiamente documentato) diventano legittimi obiettivi militari, e la responsabilità per eventuali morti ricade interamente su chi ne ha fatto un uso illegittimo
d) è noto l’uso, da parte di Hamas, dei civili come scudi umani. Vi è stato un caso, nei giorni scorsi, in cui gli abitanti di un immobile erano usciti dopo l’avviso da parte di Israele che quell’immobile stava per essere colpito, e fatti poi frettolosamente rientrare dai loro capi dopo che il missile israeliano era già partito e non era più possibile fermarlo o deviarlo
e) un discreto numero di morti palestinesi sono causati da razzi palestinesi che ricadono all’interno di Gaza
f) i morti israeliani sono relativamente pochi perché gli israeliani non mandano i propri civili sui tetti a prendere i missili in testa, bensì nei bunker a ripararsi. E hanno Iron Dome che provvede a distruggere in volo i missili diretti verso zone abitate, e nella maggior parte dei casi ci riesce
g) c’è stato un tempo in cui ci si lamentava che Hitler ne aveva ammazzati troppo pochi; adesso ci si lamenta che ne muoiono troppo pochi: la bestia è sempre la stessa, viva e vegeta, altro che sepolta tra le ceneri di Auschwitz!

barbara