MA RICORDIAMOCI ANCHE DEI BOVERI BALLESTINESI

soprattutto quelli di Gaza, costretti a vivere in una spaventosa prigione a cielo aperto, come documenta questo sconvolgente video prodotto da Hamas.

E già che ci siamo ricordiamoci anche degli ottomila ebrei deportati undici anni fa, in questi giorni.

barbara

LE VARIAZIONI REINACH

Struggente. Struggente? Sì, struggente lo è, ma se dici che è struggente capiranno che cos’è questo libro? No, non ne avranno neanche una vaghissima idea, magari penseranno a una di quelle cose sentimentali strappalacrime, niente di più lontano da ciò che è questo libro.
Ricerca? C’è, sì, la ricerca, rigorosa, puntigliosa, infaticabile, di documenti, di testimonianze, di ricordi, ma uno sente ricerca e magari pensa a un saggio, una di quelle cose per addetti ai lavori che se tu non lo sei ci sbadigli sopra, e ti pare che questo libro sia una cosa così? Per carità, non dirlo neanche per scherzo!
Fantasia? Uhm… Per esserci c’è, la fantasia, eccome se c’è, ma se poi si immaginano che sia un racconto di fantasia?

A volte ho l’impressione che i libri vivano di vita propria. Questo l’avevo comprato quindici anni fa, immagino che avessi letto una recensione che mi aveva convinta che valeva la pena di farlo, e poi era rimasto lì, senza che mai mi venisse in mente di leggerlo: altri acquisti, altre letture, altre urgenze, e lui sempre lì. Poi un giorno improvvisamente, finito un libro vado alla libreria dei libri non ancora letti e la mano si dirige – mi verrebbe da dire da sola – verso questo, lo estrae, toglie la sovracopertina, e comincio a leggere. Curiosamente ho trovato recentemente una sensazione simile qui: «A lettura ultimata, mi sono resa conto che Adieu Volodia mi si è improvvisamente imposto con un perentorio “leggimi, leggimi adesso!”» È esattamente così: improvvisamente sai, con ogni cellula del tuo corpo e del tuo cervello, che devi leggere quel libro. Che devi leggerlo adesso. E man mano che vai avanti a leggerlo tutto il tuo corpo e tutta la tua mente continuano a riconoscere che sì, era proprio il momento giusto per leggere questo libro, era proprio il libro giusto da leggere in questo momento. Un po’ come gli incontri: lo guardi negli occhi ed è colpo di fulmine; lo avessi incontrato tre giorni prima, o una settimana dopo, non lo avresti neppure notato.

Il fatto è che non è facile rendere l’idea di che cosa sia un libro come questo. Quello che posso dire con assoluta certezza è che è uno di quei libri che, quando li hai letti, ti senti molto più ricco. Variazioni, si intitola: esattamente come quelle musicali. Si parte da un tema esistente e vi si aggiunge la propria fantasia, la propria sensibilità, il proprio vissuto, la propria curiosità… e diventa una cosa propria. Qui il tema di partenza sono le foto e i documenti – che, all’inizio casualmente, poi puntigliosamente cercati, vengono a trovarsi in mano all’autore – riguardanti due ricchissime famiglie ebraiche parigine, sostanzialmente assimilate, talmente lontane dall’ebraismo vissuto, talmente estranee, da non poter neppure immaginare che le cose poco simpatiche che ad un certo momento cominciano a succedere agli ebrei possano avere qualcosa a che fare con loro. La conclusione la conosci, e tuttavia un brivido ti scende lungo la schiena quando, in un capitolo dedicato alle variazioni su tre momenti di buio benché non sia notte, arrivi al terzo che consiste in una sola frase: Il vagone è al buio benché non sia notte…
E dunque l’autore visita la villa donata allo stato e trasformata in museo
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e immagina la padrona di casa attraversarla per l’ultima volta, immagina i suoi pensieri, immagina i suoi gesti, immagina i suoi ricordi, parlando di se stesso in terza persona: La vede salire lo scalone… Legge una lettera e immagina le riflessioni che hanno indotto a scriverla. Guarda una fotografia e ricostruisce, a partire dalle espressioni dei volti, dall’atteggiamento dei corpi, una possibile conversazione tra le varie persone in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, e i pensieri dietro le parole, e i ricordi dietro i pensieri. E visita Drancy
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e “sente” le voci, tutte quelle voci di coloro che ancora speravano, ancora si illudevano di avere una via d’uscita, un futuro, e invece non ne avevano. E poi ci sono le variazioni sul tema dei suoi ricordi personali, e su quello delle conversazioni con un amico sul libro che sta nascendo, e su quello delle visite con sua moglie ai luoghi che costituiscono la trama del libro… E man mano che leggi ti senti sempre più preso per incantamento in questo incredibile lavoro di ricostruzione che non disdegna il più apparentemente insignificante dettaglio sottratto all’oblio, come un paleontologo che da microscopici frammenti d’osso sottratti al fango ricostruisce l’immagine di un intero scheletro. E poi te lo presenta, e tu puoi ammirarlo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.
Questo è proprio un libro che devi leggere. Magari lasciandolo lì fino a quando lui non ti dirà che è il momento giusto. Però lo devi leggere.

E questa è una di quelle recensioni che si scrivono a rate, perché anche tu devi raccattare, frammento per frammento, le tue sensazioni, le tue emozioni, e ad un certo momento dici basta adesso ho detto tutto posso pubblicarlo e poi dici no aspetta, che magari ti viene in mente qualcos’altro e infatti sì, la sera ti viene in mente ancora una cosa, e il giorno dopo un’altra ancora, e ti sembra sempre che il lavoro non debba finire mai, come quello dell’autore che spera di trovare ancora un documento, ancora una foto, ancora un frammento di ricordo riemergente dai meandri della memoria del nipote del terzo cugino… Poi alla fine ti decidi a pubblicare, perché prima o poi bisogna pur farlo, ma sai bene che sei lontana, molto lontana dall’aver completato il lavoro.
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Filippo Tuena, Le variazioni REINACH, Rizzoli

barbara

HO LETTO UN ALTRO LIBRO ANCORA

Che si intitola Il bambino con la fionda e il bambino racconta in prima persona tutta la storia e l’occupazione tedesca e il ghetto e l’inizio delle deportazioni e la mamma che quando tocca a loro gli dice ascoltami bene, quando te lo dico corri fuori dalla fila ed entra nella finestra che vedi aperta e aspettami qui fino alla fine della guerra e così fa lui e poi racconta di tutto quello che succede, la miseria, la fame, la gente che muore come mosche e i tedeschi che ammazzano anche solo per divertimento, e il mercato nero per poter mangiare e le uccisioni che toccano sul posto a chi viene beccato e poi c’è anche una strana storia di una pistola nascosta e poi recuperata che non si capisce che funzione abbia dal momento che non viene mai usata perché tanto lui ha la sua fionda con la quale è convinto di poter abbattere un sacco di tedeschi e il ghetto che continua a svuotarsi per via delle continue deportazioni e poi la rivolta e i tedeschi che attaccano coi lanciafiamme e poi li stanano e li fanno fuori uno per uno e le occasioni che gli offrono per scappare e mettersi in salvo ma lui le rifiuta tutte perché deve aspettare lì la mamma che se no quando torna come fa a trovarlo e insomma sarebbe un libro bello davvero se non fosse che poi arriva l’ultima pagina in cui i tedeschi stanno completando la liquidazione del ghetto e lui si trova con due (mi sembra) amici e arrivano i tedeschi e prima ammazzano uno e poi ammazzano l’altro e poi ammazzano anche lui e lui vede venirgli incontro la mamma e le dice finalmente sei arrivata ma perché non sei venuta prima il che ti costringe a dire ma che razza di cagata.

barbara

SIGNOR COMANDANTE

Noioso: è questo l’unico aggettivo che accompagna questo romanzo in forma di lettera scritta da un francese filonazista, collaborazionista, antisemita viscerale, a un ufficiale tedesco. Gli scrive per offrirgli tutta la drammatica storia del suo disperato amore (e fregola costante, nonostante la non verdissima età) per la nuora ebrea. Lo leggi e ti annoi, vai avanti e ti annoi, volti pagina e ti annoi… Solo che poi arrivi al finale, che neanche la più sfrenata immaginazione avrebbe mai potuto farti immaginare, e allora ti ritrovi a pensare che forse, dopotutto, valeva la pena di annoiarti per poter toccare con mano gli abissi a cui l’odio ideologico può portare – e da rimeditare soprattutto ai giorni nostri.

Romain Slocombe, Signor Comandante, Rizzoli
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barbara

BEMIDBAR 4

Netiv HaAsara

Netiv HaAsara è un moshav a ridosso della striscia di Gaza, nel deserto del Negev.
Netiv HaAsara 1
Netiv HaAsara 2
(clic per ingrandire)
È stato costruito nel 1982, per reinsediarvi settanta famiglie evacuate dal villaggio recante lo stesso nome nel Sinai, da cui erano state evacuate nell’ambito degli accordi di pace di Camp David con l’Egitto. Gaza è lì, a 400 metri di distanza.
Gaza
Come più o meno dappertutto in Israele, anche qui si vede del verde,
verde 1
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ma le coltivazioni vengono effettuate per lo più nelle serre,
serre
a causa dell’aridità del terreno desertico. Dal 2005, dopo la tragedia (o dovrei piuttosto dire crimine?) della deportazione degli oltre ottomila ebrei di Gush Katif, nella striscia di Gaza, da parte del governo di Ariel Sharon, gli abitanti di Netiv HaAsara vivono nel terrore quotidiano dei terroristi e dei cecchini che non hanno più alcun ostacolo per introdursi nelle case del moshav e portarvi morte e terrore. Per i missili il tempo a disposizione non è di quindici secondi, come nei centri più vicini di cui siamo soliti sentir parlare, bensì di tre, come viene ricordato in questo ottimo reportage, e non c’è la copertura di Iron Dome perché, proprio per l’estrema vicinanza, il sistema non ha il tempo di entrare in azione. Per difendersi almeno dagli attacchi di terra, il mohav è stato circondato da muri
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e recinzioni,
recinzione 1
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e per avere sempre un riparo a portata di mano dai missili si sono costruiti un’infinità di rifugi, che tuttavia non mettono il villaggio al riparo dai tunnel: uno usciva proprio qui, in mezzo a questo campo.
tunnel
Ora è in programma l’espansione del villaggio per dare spazio all’accrescimento naturale e per accogliere nuove famiglie; in questo momento si sta lavorando alla preparazione del terreno,
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espansione 2
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sempre con l’attiva collaborazione del KKL.
KKL
Conoscendo la straordinaria intraprendenza israeliana, possiamo essere certi che chi vi andrà fra qualche mese potrà già vedere un paesaggio molto diverso.
Questa è Smadar,
Smadar
tra i fondatori del moshav, dalla bellezza assoluta nonostante i molti anni sulle spalle e la vita durissima che da sempre conduce. E questo è un video che ho trovato in rete in cui risalta una delle più singolari caratteristiche di Israele: la straordinaria serenità che si respira anche nei luoghi dove più si scatena il terrore portato da chi ha scelto di sposare la morte anziché la vita.

barbara

QUESTA È LA STAZIONE DI GRUNEWALD, BERLINO

Quella da cui partivano i treni diretti ai campi di sterminio. E lui è Benny Gantz, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Israeliane, a Berlino per commemorare il settantacinquesimo anniversario della Notte dei Cristalli.

E si ricordino, tutti i figli di puttana che avessero voglia di ricominciare:
NOI SIAMO PRONTI

barbara

I PADRI NOBILI

I padri della situazione attuale, intendo. Sono tre.

Il primo, il vero peccato originale, è il rifiuto arabo. Il rifiuto di quella Risoluzione 181 che raccomandava la creazione di due stati per due popoli: quei due stati per due popoli di cui oggi le anime belle – pretendendolo, non si capisce perché, da Israele – si riempiono la bocca; quei due stati per due popoli che sembrerebbero la panacea di tutti i mali; quei due stati per due popoli che secondo i pacivendoli dovrebbero rendere felici i palestinesi e far sorgere il sole della pace. Due stati per il popolo ebraico e per il popolo arabo – NON per un “popolo palestinese” perché quest’ultimo ancora non era stato inventato, e sarebbero passati circa due decenni prima che a qualcuno venisse in mente di fabbricarlo. I due stati per due popoli, qualunque cosa dichiarino di fronte alle telecamere politicamente corrette, gli arabi non li vogliono. Non solo: non vogliono neppure un solo stato arabo “dal fiume al mare”, non vogliono uno stato di Palestina di nessun tipo, con nessuna estensione, non è mai stato in programma niente del genere. Perfino il presunto laico Arafat – i cui uomini hanno sterminato i cristiani di Damour in Libano al grido di Allah akhbar – lo dice chiaramente: l’obiettivo finale è il grande califfato che copra l’intero mondo islamico.

Quindi è chiaro che il problema per loro non è che cosa faccia Israele, quanta terra occupi, quanti insediamenti costruisca, quanti palestinesi ammazzi: il problema è la sua esistenza, che impedisce la realizzazione del grande califfato islamico. Finché il mondo arabo-islamico non cambierà idea su questo punto, la pace non potrà mai essere realizzata.

Il secondo padre nobile del disastro attuale è Rabin. Quel Rabin che con gli accordi di Oslo ha portato in Giudea e Samaria – aka Cisgiordania aka West Bank – quelli che i palestinesi onesti hanno chiamato “i terroristi di Tunisi”, che hanno distrutto la loro vita e annientato il loro futuro. E dopo averceli portati ha inaugurato due mantra uno più delirante dell’altro: “combattere il terrorismo come se non ci fosse il processo di pace, portare avanti il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo” – col risultato di ingrassare il terrorismo a dismisura, nutrendolo col fantomatico processo di pace – e “terra in cambio di pace”, e fino al momento in cui non è stato fermato ha insensatamente continuato a dare terra, terra e ancora terra ricevendone in cambio guerra, terrorismo, morte e distruzione. È stato grazie a lui che Israele ha conosciuto il più devastante terrorismo a memoria d’uomo, reso tra l’altro possibile dai miliardi di dollari affluiti con la nascita dell’Autorità Palestinese. È stato grazie a lui che il terrorismo palestinese ha potuto cominciare a pensare di riuscire davvero a smantellare lo stato di Israele e a impiegare ogni propria energia e ogni propria risorsa per il raggiungimento di questo scopo. Per avere un’idea dell’ottenebramento della sua mente basti leggere queste frasi:

“Le storie di orrore del Likud sono familiari; infatti essi ci hanno promesso anche missili da Gaza. Già da un anno la striscia di Gaza è in gran parte sotto il controllo dell’autorità palestinese, e non c’è ancora stato alcun missile e non ci sarà nessun missile, eccetera eccetera eccetera. Tutte chiacchiere; il Likud ha un terrore mortale della pace. La “pace dei vigliacchi”, questo è il Likud di oggi. Questo non è il Likud di Menachem Begin di benedetta memoria, che ha osato e ha preso iniziative ed era disposto a pagare un prezzo doloroso per promuovere la pace. Il Likud di oggi ha un terrore mortale della pace, e di conseguenza, reagisce in un modo veramente infantile.” (qui, traduzione mia. Chi conosce l’ebraico lo può ascoltare qui)

Se non fosse stato fermato, non so se Israele esisterebbe ancora. Il disastro provocato dalla sua cieca ostinazione ad assecondare il terrorismo palestinese, comunque, è ancora tutto qui.

Il terzo padre nobile del disastro è Sharon. Straordinario eroe di guerra, autore di imprese eccezionali, al tramonto della sua vita il nobile falco si è improvvisamente trasformato in un miserevole pollo. Dopo che il ritiro unilaterale dal Libano aveva fatto aumentare vertiginosamente il lancio di missili sulla Galilea e favorito infiltrazioni e rapimenti sotto lo sguardo benevolo delle forze Onu, anche la mente di Sharon, ottenebrata al pari di quella del secondo padre nobile, ha partorito l’idea che avrebbe completato il disastro: la deportazione degli ottomila ebrei che risiedevano a Gaza nella demenziale convinzione che ciò avrebbe favorito la pace. Chiunque avesse qualche conoscenza di quello scenario e dei suoi attori non aveva dubbi su quali ne sarebbero state le conseguenze, che infatti si sono puntualmente realizzate: carneficina intra-palestinese all’interno di Gaza, aumento esponenziale del terrorismo verso Israele.

Poi, naturalmente, c’è anche un gran numero di figure di contorno, padrini e compari e valletti di ogni sorta che si sono dati da fare a completare il disastro. Ma i pilastri sono loro. Tutto il sangue versato lo hanno sulla coscienza interamente loro.

barbara

ANTON L’ALLEVATORE DI COLOMBE

La mia nonna paterna era convalescente da un ictus. Riusciva a camminare aiutandosi con un bastone. Tremavo al pensiero di doverla portare là. I nazisti stavano preparando qualche azione subdola. Sapevo che l’ospedale non era abbastanza grande per accogliere tutti gli ammalati del ghetto.
Quando fui ritornato dalla piazza, mia madre studiò la mia espressione. Nel suo sguardo si leggeva lo spavento. Mi domandò che cosa stesse succedendo là fuori, che cosa dicesse la gente, e io le mentii. Non parlai dei riflettori, ma compresi che sapeva quel che sarebbe accaduto.
Aveva riempito la sua valigetta, e il suo impermeabile, accuratamente ripiegato, era steso sul divano, come se dovesse partire per un viaggio che l’avrebbe tenuta fuori per la notte, come accadeva di solito prima della guerra. Pronunciammo solo poche parole: comunicavamo attraverso il silenzio, con il cuore in tumulto. Mio padre tirò fuori il vecchio album delle foto di famiglia e si mise in piedi vicino alla finestra, voltando lentamente le pesanti pagine. Guardai sopra la sua spalla e vidi che stava osservando il proprio ritratto nuziale. Lo trasse fuori dall’album e se lo mise nella tasca interna del vestito. Feci finta di non aver visto.
[…]
Era passato mezzogiorno, e mia madre era indaffarata in cucina. Aveva trovato della farina e qualche patata che era riuscita a mettere da parte, e arrivò con una zuppa deliziosa e frittelle di patate cosparse di cipolle fritte. Mi chiedevo: sarà questo il nostro ultimo pasto insieme?
Entrarono alcuni amici e vicini con espressioni spaventate sul volto, a confermare le voci sulla deportazione imminente e a dire arrivederci. Venne la famiglia Zilber, e piangevano tutti. Non riuscivo a impormi di dire ‘arrivederci’ a nessuno: temevo che non li avrei rivisti mai più.
Erano quasi le quattro del pomeriggio quando mia nonna, con indosso il suo vestito migliore, uscì dalla propria camera. Se qualcuno avesse voluto accompagnarla all’ospedale, disse, lei era pronta. Ci offrimmo mio fratello e io. Lei insistette per camminare da sola, così la sorreggemmo appena per le braccia nel caso incespicasse. Camminava diritta, con la testa alta; a tratti guardava uno di noi due senza dire una parola. La gente ci sorpassava confusa. Sembravano uccelli in gabbia in cerca di una via di fuga. Un uomo di una certa età, che portava sulle spalle un fagotto enorme, ci fermò e ci chiese l’ora. «Che bisogno ha di sapere l’ora?», chiesi. Mi guardò come turbato dalla domanda e rispose: «Presto sarà il momento della preghiera della sera, non lo sai?». E continuò per la propria strada, parlando tra sé e tenendo lo scomodo fagotto in equilibrio sulle spalle.
Quando raggiungemmo il portone dell’ospedale, mia nonna insistette perché la lasciassimo lì. Sarebbe andata avanti da sola. Con il cuore grosso le diedi un bacio di commiato. Sorrise e si volse verso di noi, dicendo: «Com’è che si dice in questi casi? ‘State bene’?» Poi sparì dietro la cadente porta imbiancata dell’ospedale. Avevo bisogno di piangere, ma mi vergognavo di farlo davanti a mio fratello maggiore. Deciso a dar prova di quanto fossi duro, trattenni le lacrime. Tornammo indietro camminando in silenzio, probabilmente pensando entrambi alla stessa cosa.
Non dimenticherò mai il ritorno a casa dopo aver accompagnato la nonna all’ospedale. Mia madre era in cucina a salutare una delle sue amiche. Non l’avevo mai vista piangere come allora. Quando ci vide ci corse incontro e tra le lacrime ci supplicò di darci alla macchia. Ci implorò di rimanere in vita, così da poter raccontare al mondo quello che fosse successo. La sua amica piangeva con lei, e io mi sentii spezzare il cuore.
Entrò un vicino a dirci che il ghetto era circondato da uomini delle SS armati e che la deportazione stava ufficialmente per avere inizio. La polizia del ghetto era in stato di massima allerta, ed era impossibile ricavarne alcuna informazione.
Mio fratello e io ci voltammo e corremmo fuori di casa. Senza fermarci, corremmo per tutto il ghetto fino ad arrivare, grondanti di sudore, alla recinzione. Dall’altra parte del recinto c’era un circolo di ufficiali nazisti; più in là, in mezzo a un campo, una scuderia. Le guardie ucraine, con i loro fucili, erano ormai all’interno del ghetto. Scavalcammo la recinzione alle loro spalle, e fummo dall’altra parte. Entrammo nella stalla da una porta laterale. Per quel che potevo vedere, non c’era nessuno. I cavalli girarono la testa e ci osservarono. Mio fratello decise che dovevamo nasconderci separatamente, così che, se uno di noi fosse stato scoperto, l’altro avrebbe avuto ancora una possibilità. Mi arrampicai sui travicelli fin sopra a una piattaforma di legno incastrata tra due grosse travi. C’era abbastanza fieno per potermi coprire, e mi distesi bocconi. Attraverso le larghe fessure tra le assi della piattaforma potevo scrutare tutta la scuderia sotto di me. Scoprii anche una fessura nel muro che mi consentiva un’ampia vista della strada dall’altra parte della scuderia.
[…]
Nel rimettere a posto il panino sentii la porta che si apriva e vidi entrare un uomo. Camminò fino all’altro capo della scuderia e depose un pacchetto in una cesta. Poi si prese cura dei cavalli, fischiettando una vecchia canzonetta polacca. Dev’essere lo stalliere, pensai. Sembrava ancora giovane, anche se non potevo vederlo chiaramente in viso: aveva un’andatura svelta e portava con facilità pesanti balle di fieno. Temetti che facendo quel trambusto potesse attirare attenzione; si mise ad andare e venire, riempiendo d’acqua il secchio da cui bevevano i cavalli.
[…]
Dovetti cadere addormentato. Quando mi svegliai, udii forti rumori provenire da dietro la recinzione. Guardai attraverso la fessura nel muro: fuori era buio. D’un tratto risuonò forte un coro di pianti e grida, inframmezzato da voci che urlavano ordini in tedesco. Seguirono dei colpi di fucile, e altre voci che invocavano dei nomi trafissero l’oscurità. All’udire grida di bambini rabbrividii.
Mi sembrò di sentire le urla del mio cuginetto di quattro anni, che era là con la madre – mia zia -, la sorella di quest’ultima e le sue due bellissime figliolette. Erano tutti là, in trappola, disperati e inermi. Pensai al signor Gutman, il nostro amico che, qualche anno prima, aveva dichiarato che Dio era in esilio. Mi chiesi dove fosse e che cosa dicesse ora. Ero in ansia per mia nonna e per quello che le stavano facendo all’ospedale. Spaventato e pieno di apprensione com’ero, decisi di andare avanti, di non arrendermi.
Sentii il cigolio della porta; guardai giù e vidi scivolare fuori lo stalliere, che fermò la porta con un sasso per tenerla aperta. I rumori che provenivano dall’esterno si facevano più forti; i cavalli divennero inquieti e cominciarono a nitrire. I colpi di fucile erano più frequenti e risuonavano molto più vicini di prima. Tutti quei rumori proseguirono per la maggior parte della nottata. Sembrò un’eternità.
In mezzo a quella moltitudine che urlava e piangeva, immaginavo mia madre che mi implorava di rimanere vivo, e potevo udirla invocare aiuto. Cominciai a domandarmi se mio padre fosse con lei e dove fosse mia sorella.
Era quasi l’alba quando i rumori cominciarono ad attenuarsi. Stava sorgendo il sole; sembrava l’inizio di una calda giornata d’agosto. Si udivano ormai solo sporadici colpi di fucile, e un forte ronzio che faceva pensare a sciami di api che volassero in alto: era il rumore di migliaia di piedi strascicati sul selciato. Guardando attraverso la fessura nel muro, potei vedere lunghe colonne di persone scortate da uomini delle SS armati, con cani al guinzaglio. La maggior parte della gente portava in spalla degli zaini; altri tenevano tra le braccia quel che rimaneva delle loro proprietà. Fissai lo sguardo su tutte le persone che potevo, nella speranza di riconoscere un volto. Volevo sapere se mia madre era tra di loro, e cominciai a sforzare gli occhi, finché non ci vidi più. Mi chiedevo se mio fratello, all’altra estremità della scuderia, fosse in grado di vedere fuori. Dalle posizioni in cui ci trovavamo, non avevamo modo di comunicare.
[…]
Improvvisamente udii delle voci sotto di me. Prima di capire di chi fossero, vidi lo stalliere che si arrampicava verso il mio nascondiglio. Non riuscivo a capacitarmene. Smisi di respirare. Due uomini delle SS, con l’elmetto d’acciaio e il fucile, stavano in piedi sulla porta e guardavano lo stalliere che saliva. Lui arrivò vicino alla piattaforma su cui ero steso e a voce alta mi disse di scendere. «Sono venuti a prenderti», disse. «Lo sapevo che eri lì nascosto. Non puoi farmi fesso.» Ero scoperto.
Poi andò nel punto in cui era nascosto mio fratello e gli disse di uscire. Fummo entrambi picchiati a sangue dalle SS prima di essere nuovamente scortati nel ghetto. La prima cosa che vidi nel ghetto fu un grosso carro da traino su ruote gommate carico di cadaveri nudi. Su di un lato, schiacciata contro le assi, c’era mia nonna. Sembrava guardare diritto verso di me.
Non c’è vocabolario al mondo che contenga le parole adatte a descrivere ciò che vidi in seguito. Mia madre mi aveva implorato di recarne testimonianza in qualunque modo. Per tutti questi anni ho continuato a parlare e a raccontare, e non sono sicuro che qualcuno mi ascolti o mi capisca. Io stesso non sono sicuro di capire.
La notte seguente, mio fratello e io riuscimmo miracolosamente a sfuggire alla deportazione finale, e tutto per essere spediti ai campi separatamente poco tempo più tardi. Non vidi mai più mia madre, né fui più in grado di trovare una sua fotografia. Ogni volta che desidero ricordarla, chiudo gli occhi e penso a quella domenica d’agosto del 1942, quando la vidi seduta nel nostro giardino nel ghetto, mentre piangeva dietro la pianta di lillà.

mia madre che mi implorava di rimanere vivo
rimanere in vita, così da poter raccontare al mondo quello che fosse successo

Un po’ grazie alla determinazione e un po’ (un po’ tanto) alla fortuna, Bernard è riuscito ad esaudire il desiderio della madre: è sopravvissuto, e ha passato la vita a rendere testimonianza. Lo fa, qui, con ventuno bellissimi racconti, non tutti drammatici come quello da cui ho tratto questi brani, che meritano davvero di essere letti.
Nota a margine: leggere di questi due fratelli che decidono di separarsi con la speranza che, se qualcosa va storto, almeno uno dei due si salvi. E ricordare come, sessant’anni più tardi, in Israele – dopo gli accordi di Oslo, dopo la stretta di mano sul prato della Casa Bianca, dopo i premi Nobel conferiti ai protagonisti di quell’evento per il loro straordinario contributo alla pace, e prima del “muro” (dell’odio, della vergogna, dell’apartheid), le mamme mandavano i figli a scuola su due autobus diversi con la speranza che, se un autobus saltava in aria, almeno uno dei due si salvasse. L’odio cambia, a volte, leggermente la maschera. Mai la faccia.

Bernard Gotfryd, Anton l’allevatore di colombe, Guanda
Anton l'allevatore di colombe
barbara