ISRAELE DIECI (1)

E ripartiamo, dunque. Per prima cosa vi faccio vedere il tragitto che abbiamo percorso, che è bello tosto come potete constatare.
percorso
Il gruppo era straordinariamente numeroso, più di 50 persone, ma il viaggio si è svolto senza (quasi) intoppi, nonostante la presenza di un discreto numero di ultraottantenni (qualcuno molto molto ultra), anche perché in compenso non c’era il vispo tereso dell’anno scorso, e vi garantisco che un vispo tereso è di gran lunga – e forse anche di grandissima lunga – peggio di una mezza dozzina di vegliardi. Il programma era organizzato molto bene e siamo riusciti a fare tutte le visite previste nonostante l’alto numero di partecipanti (in Israele, che per il 60% è deserto, bisogna bere in continuazione, e fare pipì in 50 non è lo stesso che farla in 20). Nei prossimi giorni racconterò e mostrerò; per adesso godetevi l’arrivo.
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barbara

E POI HO VISTO 2

E poi ho visto Halutziot, anche questo in mezzo al deserto.
Halutziot 1
E ci hanno costruito strade e case e aiuole verdi.
Halutziot 2
Halutziot 3
E la sinagoga.
Halutziot 4
E il parco giochi per i bambini
Halutziot 5
Halutziot 6
(quel giorno quasi vuoto perché era Yom Yerushalaim, il giorno della liberazione di Gerusalemme, ed erano tutti lì a festeggiare). Che poi il deserto continua a sgusciare fuori da tutte le parti,
Halutziot 7
ma loro continuano imperterriti a coltivare anche nella sabbia
Halutziot 8
(requiem per sei milioni d’anime che non hanno mausoleo di marmo, e che malgrado la sabbia infame han fatto crescere sei milioni d’alberi).
E poi ho visto Felicita,
Felicita
che è riuscita a farmi piangere raccontando una storia che conosco a memoria (gran cosa la passione per le cose che si fanno).
E poi ho visto i bambini che vanno a prendere il loro primo libro di preghiere
bambini 1
bambini 2
(e, sì, anche le bambine naturalmente).
bambine
E poi ho visto uno spettacolare tramonto sul mare di Ashkelon
Ashkelon 1
Ashkelon 2
(sì, il Mediterraneo è storto, fatevene una ragione).
E poi ho visto tante belle pecorelle al pascolo
io
(sì, in mezzo al deserto anche loro).
E poi ho visto un sacco di altre cose, talmente tante che raccontarle tutte sarebbe davvero impossibile, e se volete vederle non dovete fare altro che andarci. Io comunque fra un po’ ci torno.

barbara

E POI HO VISTO 1

E poi ho visto Sderot,
Qassam-Rockets-Sderot
dove nei quindici secondi tra la sirena d’allarme e la caduta del razzo per una madre di tre o quattro bambini è materialmente impossibile portarli in salvo tutti, e deve quindi decidere chi salvare e chi condannare al rischio di essere ucciso – e lo deve decidere all’istante, perché se perde anche solo un paio di secondi non ne salva neppure uno.
E poi ho visto Sarona. Che avevo visto anche la volta prima, a dire la verità, ma proprio solo vista, dato che il signor S. C. non ci ha detto mezza parola di spiegazione, e adesso invece lo so che cos’è. Questa sorta di oasi nel cuore della supermoderna Tel Aviv,
Sarona 1
Sarona 2
che deriva il suo nome dalla Valle dello Sharon – anche se in realtà si tratta di una pianura – era originariamente un insediamento di Templari tedeschi,
casa templari
che nel 1871 avevano acquistato da un monastero greco 60 ettari di terreno e ne avevano fatto un insediamento agricolo modello, dotato di attrezzature e metodi di coltivazione all’avanguardia. All’avvento del nazismo, una discreta percentuale di loro aderì al partito, e allo scoppio della guerra, insieme a italiani e ungheresi, furono internati dalle autorità britanniche. Nel 1962 lo stato di Israele ha nazionalizzato l’area, pagando 54 milioni di marchi agli antichi proprietari, e nel 2003 è iniziato il restauro di Sarona,
Sarona 3
Sarona sera
in alcuni casi spostando gli edifici
Sarona spostamento
per permettere la costruzione di più ampie strade di passaggio. E lì dentro c’è anche il prato della musica: tu ti siedi su una panchina, e la panchina comincia a suonare, ogni panchina una musica diversa.
Sarona musica
E poi ho visto Giv’ot Bar, insediamento nel cuore del deserto del Negev,
Giv'ot Bar
costruito da coraggiosi pionieri
famiglia Giv'ot Bar
nell’ambito di un progetto che tenta almeno di limitare, se non di fermare, il progressivo furto di terra da parte di gruppi di beduini che, insediandosi ovunque nel deserto (e inquinandolo pesantemente, dato che i loro insediamenti non vengono dotati di fognature, né di altre strutture indispensabili alla difesa dell’ambiente), mettono il governo israeliano di fronte al fatto compiuto (con ricca presenza dei mass media e alti lai da parte delle anime belle se il governo tenta poi di sfrattarli dalle aree illegalmente occupate).
E poi ho visto da vicino quello strafigo bestiale che è Benny Gantz.


E voi no, tiè.

barbara

 

E SONO TORNATA IN ISRAELE

Il Paese in cui anche i bambini si sentono responsabili della vita e del benessere altrui.
Il Paese in cui anche i soldati piangono.
Il Paese in cui i deserti fioriscono.
Il Paese in cui si continua ostinatamente ad amare e a costruire la Vita nonostante tutti i tentativi di condannarlo a morte.
Il Paese in cui per essere realista devi credere ai miracoli, e i sogni che osi sognare si realizzano davvero.
Il Paese in cui non ti stanchi mai di tornare, e ogni volta che ci torni ti commuovi di più.
È stato un viaggio bellissimo, nonostante un malore che mi ha costretta a letto per una giornata intera, nonostante un malore di un’altra partecipante che l’ha costretta a farsi portare all’ospedale, nonostante un incidente e un incidentino con l’autobus: è stato bellissimo perché Israele è bellissima. E, come ho fatto tutte le altre volte, adesso, con calma, ve lo racconterò.
Tel Aviv
barbara

SHIVTA

La città di Shivta, fondata dai nabatei nel I (secondo altre fonti II) secolo d.C. nel cuore del deserto del Negev, raggiunge il suo pieno sviluppo nel IV secolo, quando nel Negev comincia a diffondersi il cristianesimo. La città, che raggiunge notevoli dimensioni, serve da sosta di transito per i pellegrini e per le carovane sulla via delle spezie. In seguito all’invasione araba la città comincia a decadere e finisce per essere del tutto abbandonata, diventando la città morta di cui oggi possiamo ammirare le splendide rovine.
Shivta 1
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La basilica a tre navate
Shivta basilica
Un pozzo
Shivta pozzo
barbara

SDE BOKER

Con Sde Boker avevo concluso le narrazioni del viaggio precedente, e con Sde Boker inizio questo, nel pieno di una giornata estiva da contrapporre alla notte invernale dell’altra volta. E avvicinandoci, tanto per cominciare, abbiamo visto loro
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Sde Boker 2
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Poi le tombe inondate di sole
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di fronte al deserto che tanto amava
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e circondate di alberi verdi
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L’emozione, questa volta, è stata di diversa qualità, ma non certo di minore intensità.

barbara

COLTIVARE IL DESERTO? MA ANCHE SÌ (2)

Per il kibbutz Nir David (legato alla storia degli insediamenti “torre e palizzata” – magari un’altra volta ne parlerò) non posso fornire documentazione sul passato, di cui ho visto le immagini in un filmato che ci è stato mostrato. Il kibbutz si trova nella valle del Giordano, quindi non in zona desertica, ma non c’era neppure tantissimo, lì intorno. Quello che posso mostrare è l’insediamento originario
Nir David 1
Nir David 2
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e ciò che vi è intorno oggi.
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Nir David 7
Nir David 8
E che dire delle coltivazioni sulle rive del mar Morto? Qui non c’è neppure la sabbia, sulla quale è stata costruita Tel Aviv, coprendo interamente le dune con la terra e creandovi, oltre a tutto il resto, anche un parco con un lago e un fiume
HaYarkon-map
HaYarkon-sat
(clic per ingrandire)
Park_Hayarkon-Tel_Aviv

Qui c’è solo sale: sale il fondo del mare, sale la spiaggia, sale ovunque. E tuttavia persino qui possiamo vedere coltivazioni.
coltiv mar Morto
Il metodo usato è quello del lavaggio del terreno: tutta la superficie viene inondata con potenti getti d’acqua in modo da spingere il sale in profondità. Il terreno rimane ugualmente salato, ma non in misura tale da essere incompatibile con la coltivazione; anzi, i frutti, per reazione al sale che trovano nel terreno, producono più zucchero: per questo i prodotti israeliani di questi terreni (pomodori per esempio) sono più dolci di quelli coltivati in terreni normali. Purtroppo quando piove o nevica intensamente, come è accaduto nei giorni precedenti il mio arrivo, il sale risale alla superficie
sale
(foto di D.O.)
e bisogna rifare tutto il lavoro di lavaggio. Un altro strumento utilizzato per cambiare positivamente il paesaggio in Israele è il liman, sorta di oasi inizialmente artificiale costruita piantando alberi dalle radici poco profonde che trattengono l’acqua anche per più stagioni; in questo modo l’oasi diventa in breve autosufficiente, e quindi naturale, avendo sempre a disposizione una sufficiente quantità di acqua per alimentarsi, e a sua volta contribuisce poi a modificare positivamente il microclima, determinando una maggiore piovosità, e a dissetare animali di passaggio.
liman
(Purtroppo sono riuscita a prendere solo questa foto al volo dall’autobus, tutta storta, ma se andate in google immagini ne troverete altre). E ancora, per sopperire alla penuria d’acqua, comune a tutta la regione, in Israele è intensamente praticato il riciclo: attualmente circa l’80% delle acque reflue viene riciclato, e in questo modo è possibile avere acqua a sufficienza per l’agricoltura senza sottrarla ad altri usi. Le tubature nelle quali scorre acqua riciclata sono riconoscibili dal colore viola – purtroppo non ho provveduto a fotografarne qualcuna, e in internet ho trovato solo questo.
acqua-ric
Se poi qualcuno avesse voglia di tirarmi fuori la favola che Israele si procurerebbe l’acqua rubandola ai palestinesi, prima che lo mandi là dove merita di essere mandato si vada a rileggere questo, e magari anche questo mio vecchio post. E ora due bei filmati, che mostrano come il deserto, in Israele, possa essere utilizzato non solo per coltivarvi frutta, verdura e fiori,


ma addirittura per allevarvi pesci.

barbara

DEGANIA

Degania è stato il primo kibbuz, sorto nel 1909 sulla riva sud del lago di Tiberiade (alias mare di Galilea, alias Kinneret, da kinor, cetra, a causa della sua forma);
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per la precisione, incuneato fra il lago e il fiume Giordano che ne esce.
Degania 2
Erano stati dodici giovani, dieci uomini e due donne,
Degania alef
a farlo sorgere dal nulla – come quasi tutto, in Terra d’Israele, è sorto dal nulla.
Degania A
Il suo nome deriva dall’ebraico dagan, grano, ossia la coltivazione su cui si sarebbe dovuto basare
deganiah_aleph_schild
deg 1
(oggi la coltivazione è molto più variegata). Quando la terra fu acquistata (sì, la terra coltivata dai pionieri ebrei è stata TUTTA acquistata, e regolarmente pagata. Pagata a peso d’oro, per la precisione, anche se erano deserti e paludi e pietraie, clic e clic), il contratto fu firmato – come di consueto all’epoca – dai dieci uomini, ma non dalle donne, che protestarono vigorosamente per questa inaccettabile discriminazione nei confronti di chi, con quegli uomini, divideva equamente fatiche e difficoltà e responsabilità. La cosa singolare è che mentre da noi le femministe lottavano per avere accesso agli stessi diritti degli uomini, le donne in Terra d’Israele lottavano per avere accesso agli stessi doveri degli uomini.
E il kibbuz – che ha la caratteristica unica di non avere mai avuto un dormitorio per i bambini: i bambini hanno sempre dormito con le proprie famiglie – cominciò a prendere forma;
degania
DeganiaFirstShack
una delle prime cose ad essere costruite, per la ferma volontà di una delle due donne, Miriam, fu la stalla,
Building-the-stables-and-cowshed-back-in-the-early-1910s
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che partì con tre mucche che poi diventarono tredici. Il primo bambino nato nel kibbuz fu Gideon Baratz, figlio di Joseph e di Miriam Ostrovsky, nel maggio del 1913; il secondo, esattamente due anni dopo, fu Moshe Dayan, figlio di Shmuel e di Devorah Zatolowsky, che negli anni Sessanta fu definito l’uomo più sexy del mondo.
Moshe Dayan
Degania alef (nel 1920 fu fondato il kibbuz “gemello” Degania bet) è molto piccolo, ma è un autentico gioiello (Israele è piena di autentici gioielli, in effetti).
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barbara