ERIC SALERNO

Qualche mese fa vi avevo proposto una mia recensione di circa dodici anni fa del libro su Israele di Ugo Tramballi. Adesso vi propongo quella, all’incirca contemporanea, del libro di Eric Salerno.

Oggi vogliamo lanciare ai nostri lettori una sfida da trecentomila miliardi di dollari: leggete questo libro e trovateci UNA frase benevola nei confronti di Israele o degli israeliani, o UNA frase che contenga anche un solo frammento di verità.
Gli israeliani, tanto per cominciare, sono maleducati e arroganti. E violenti: la violenza nelle scuole, per esempio, sembra non avere pari in nessun altro stato. E razzisti, beninteso: incredibile quanto piaccia, al nostro Salerno, rotolarsi in bocca la parola “razzisti” appioppata agli israeliani, non perdendo occasione per continuare a ripeterla. Razzisti – va da sé – nei confronti degli arabi, ma razzisti anche fra di loro, fra askenaziti e sefarditi; gli ortodossi sono sempre e solo “questa gente” o “quella gente”: “Quella gente vestita di nero che ricorda tanto la gente vestita di nero di Teheran e quella dell’Afghanistan, che ha imposto alle donne di coprire testa e volto e tutto il resto in nome di non si capisce quale pudore”. E Israele come stato? È in prima fila nel riciclaggio del denaro sporco (e qui Salerno dà anche il voto: zero in condotta), è nella classifica mondiale dei paesi a più alta corruzione nell’apparato dello stato, e molto altro ancora.
Ciò che più di tutto colpisce in questo libro, definito dalla nota di copertina “un intenso sguardo dall’interno”, è l’estrema superficialità: un piatto quadro bidimensionale, un presente senza passato, una serie di eventi senza causa. Gli israeliani opprimono i palestinesi, i palestinesi soffrono, gli israeliani fanno la guerra, i palestinesi la subiscono, così, senza un perché. Il conflitto israelo-palestinese, pur essendo sempre presente, non è il protagonista del libro: protagonisti sono Israele e gli israeliani. E vediamo come Salerno interpreta la storia e la cronaca che coinvolgono Israele e gli israeliani.
Guerra dei sei giorni: “Dopo mesi di scontri minori nella regione, alle 7,45 del 5 giugno l’aviazione israeliana si levò in volo e attaccò l’Egitto distruggendo nel giro di poche ore l’intera forza aerea del più potente dei nemici dello Stato ebraico. Stessa sorte toccò agli aerei siriani e giordani mentre le truppe di terra israeliane sfondavano le difese arabe penetrando in Sinai, sul Golan siriano e in ciò che conosciamo oggi come Cisgiordania, ossia quella parte della Palestina allora amministrata dalla Giordania che comprendeva anche la parte orientale di Gerusalemme”. Non si sa in che cosa consistessero questi “scontri minori”, non si sa perché improvvisamente Israele decida di attaccare, la Cisgiordania con Gerusalemme est occupata e annessa illegalmente dalla Giordania viene blandamente definita “amministrata”.
Massacro di Pesach: “A Netanya, una cittadina balneare sulla costa mediterranea poche decine di chilometri a nord di Tel Aviv, un kamikaze semina lutto e terrore. La sala da pranzo di un albergo. Famiglie riunite intorno ai tavoli. Un massacro. Ventotto morti, a conti fatti, decine di feriti. Sharon non aspetta altro”: vorremmo parlare di cinismo, ma il termine è così assolutamente inadeguato che rinunciamo a qualificare l’atteggiamento del signor Salerno. Il quale si prodiga anche in citazioni di giornali israeliani e di testimonianze raccolte dalle sue attente orecchie. Per avere un’idea di come proceda, immaginiamo che qualcuno, per spiegare l’Italia a chi non la conosce, citi il manifesto per parlare del governo [all’epoca c’era Berlusconi] e Libero per illustrare l’opposizione, e riporti discorsi di Umberto Bossi per mostrare come si esprime il popolo italiano, e del sindaco di Treviso (quello che ha invitato i suoi concittadini a trattare gli extracomunitari come leprotti, sparandogli addosso) per chiarire come la pensa. Cita per esempio, fra tutti gli archeologi presenti in Israele, Ze’ev Herzog: ” ‘Gli israeliti non sono mai stati in Egitto, non hanno compiuto peregrinazioni nel deserto, non conquistarono questa terra con una campagna militare e non la trasferirono alle dodici tribù di Israele’. Le gesta dei patriarchi sono leggende e non vi sono tracce di un impero di Davide e Salomone, né delle fonti del credo nel Dio di Israele”. Altre dichiarazioni riportate: “Gli ebrei sono tornati dopo duemila anni per rivendicare il diritto a una terra ormai abitata da altri e da trentacinque anni Israele sopprime un intero popolo, quello palestinese” (ed è un po’ arduo capire come ci siano ancora palestinesi vivi, dopo trentacinque anni di “soppressione”); “È una classe, quella degli arabi d’Israele, contro la quale vige, sottolinea il geografo, e non soltanto lui, ovviamente, una sorte di discriminazione e questa discriminazione, spiega, è sancita dalle leggi dello stato e messa in pratica dai suoi dirigenti”. Ripesca anche Deir Yassin: “un massacro ammesso e cinicamente giustificato dai suoi autori”. Peccato che studi recenti, anche di studiosi arabi, abbiano dimostrato che non ci fu alcun massacro, ma solo una violentissima battaglia, e che i morti siano stati circa un quinto di quelli riportati da Salerno, e quasi tutti combattenti. Peccato che proprio Salerno, che accusa Israele di trasformare in storia miti e leggende, peschi a piene mani fra tutti i miti e tutte le leggende in grado di demonizzare Israele. Al punto da ricordarci che se gli ebrei hanno avuto la Shoah, i palestinesi in compenso hanno avuto Sabra e Chatila. Cita naturalmente Benny Morris, salvo evitare accuratamente ogni riferimento alle sue prese di posizione più recenti. E ci racconta che Israele ha espropriato in gran quantità case e terre dei palestinesi approfittando della mancanza di documenti catastali; il fatto è che noi sappiamo che gli archivi del catasto ottomano erano estremamente accurati: e che cosa significherà dunque il fatto che proprio quei palestinesi che denunciano espropriazioni siano privi di documenti atti a comprovare i loro presunti diritti? Ma questo non è ancora tutto, e non è neanche il peggio. Salerno ci spiega anche le cause del fallimento di Camp David: è fallito per gli errori di Clinton, che aveva troppa fretta di far dimenticare lo scandalo Lewinsky, e per gli errori di Barak, che “ha la grinta del generale e non la finesse dello statista”. E Arafat? No, lui niente. Lui, poverino, era solo, e gli israeliani “non intendevano concedergli altro spazio”, qualunque cosa ciò significhi. E ancora. A proposito delle dicerie sul complotto sionista che sarebbe dietro agli attentati dell’11 settembre: “Troppi dubbi, troppe incertezze, troppe domande resteranno senza risposta nei mesi a venire”. L’ebrea russa, residente in Israele da oltre trent’anni e che si identifica con Israele è “irritante”, il ragazzo israeliano che lo invita a riflettere sul fatto che i palestinesi vogliono la distruzione di Israele è uno che “infila la testa sotto la sabbia per non dover più ragionare (…) Uno slogan dietro l’altro senza veramente capire o approfondire”. A proposito dei profughi: ” ‘Non li abbiamo cacciati noi, se avessero voluto sarebbero potuti restare’ è il ritornello tedioso e acritico della maggior parte degli israeliani”, incurante del fatto che siano proprio i giornali arabi dell’epoca a documentare il fatto che sono stati gli arabi a indurli ad andarsene. E su Durban: israeliani e americani “sostengono che gli arabi vogliono delegittimare lo stato ebraico” – e qui sfioriamo veramente il ridicolo. E, a proposito di ridicolo, non mancano amenità come “Pesach, la cosiddetta pasqua degli ebrei” o “le cosiddette forze dell’ordine”. E quest’altra chicca: “Il giorno dell’esplosione al Dolphinarium centinaia di ebrei sottolinearono rabbia e razzismo attaccando una moschea davanti al luogo dell’attentato”: e poco male se si accontentasse di dirlo; il fatto è che questo episodio viene riportato per ben tre volte, in modo da dare al lettore l’impressione che le moschee assaltate siano tre. E che dire di questa perla? A Hebron vivono “cinquecento fanatici, compresi i poveri bambini”: giusto per non essere razzisti!
Un libro, per concludere, di disinformazione pura, un collage di menzogne e stereotipi, frasi fatte e luoghi comuni, slogan e proclami. E infine, pur consapevoli del fatto che questo spazio non è dedicato alla critica letteraria, ci sia consentita un’ultima nota: se il signor Salerno volesse prendere qualche lezione di italiano, non gli farebbe niente male.

E questo è uno che è pagato per informare… Interessante comunque, per ricollegarci all’attualità, che un radicale nemico di Israele non abbia il minimo problema a chiamarlo “lo stato ebraico” mentre veri o presunti amici di Israele inorridiscono all’idea che possa essere definito tale: ma sarà poco buffo il mondo che ruota intorno a Israele, ovverosia il “National home for the Jewish people”, che è la ragione sociale dell’esistenza di Israele?

barbara

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DUE DIRITTI?

Lo spunto più diretto – anche se non l’unico – per questo post mi viene da una brutta “lettera” che sta girando molto in questi giorni.  Si intitola “NON HAI CAPITO UN C…o, Allora te lo spiego”. Chi mi conosce sa che il turpiloquio non mi è alieno, ma ci sono circostanze in cui mi appare di cattivo gusto; questa è una di queste circostanze. E, come si vedrà fra un momento, oltre che di cattivo gusto è anche del tutto incongruente col testo della “lettera” La “destinataria”, spiega, è una che “ha confessato di aver avuto in passato simpatia per la causa palestinese ma oggi appare pentita, si dichiara confusa circa la situazione medio-orientale e mi chiede di esporre con semplicità i termini del problema”. Ora, se prima era filo palestinese e poi si è pentita, ciò dovrebbe significare che è venuta a sapere un po’ di cose che le hanno fatto capire che la situazione non è quella che credeva lei, quindi casomai è una che ha bisogno di approfondimenti per chiarire quello che ancora le manca, non certo una che ha bisogno che le si espongano con semplicità i termini del problema. E quindi io mi chiedo: se questo signore aveva voglia di dire due parole su Israele, non poteva inventarsi un pretesto un po’ più credibile? Passando al testo di questa “lettera”, scritta oltretutto decisamente male da tutti i punti di vista, confusa e anche piuttosto sciatta, non intendo prenderne in esame tutto il contenuto bensì un’unica frase, quella che ha dato il titolo a questo post: “il vero problema attuale è che non esiste un diritto da una parte e un torto dall’altra ma due diritti egualmente validi”. Davvero sono in gioco due diritti “ugualmente validi”? Proviamo a vedere quali sono le richieste delle due parti.
Una parte chiede il diritto di vivere in pace e in sicurezza in un pezzetto di terra (per oltre la metà desertico) che è il 60% del 22%, ossia circa il 13% della terra che le era stata promessa nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, impegno ripreso dalla Società delle Nazioni alla Conferenza di Sanremo il 24 aprile 1920, confermato dal Consiglio della Lega delle Nazioni il 24 luglio 1922 e diventato operativo nel settembre 1923. Qualcuno chiede: con quale diritto? Risposta: con quello che da che mondo è mondo compete a chi vince le guerre (tranne quando il vincitore si chiama “Israele” e lo sconfitto “Paese arabo a scelta” o “palestinesi”): l’impero ottomano e l’impero asburgico, dopo avere voluto la guerra e non essere stati in grado di vincerla, si sono dissolti, e le potenze vincitrici se ne sono spartite le spoglie e ne hanno fatto ciò che hanno voluto. Dite che è ingiusto? Può darsi, però in questo caso dovete essere coerenti e contestare la legittimità dell’esistenza o dei confini di tutti o quasi gli stati del pianeta, a cominciare dalla Giordania, inventata dal nulla e fabbricata a tavolino per far piacere a un amico degli inglesi (estraneo al territorio), su terra rubata agli ebrei (il 78% di quella assegnata loro, per la precisione) – e diventata istantaneamente judenrein, perché tutti gli ebrei che vi risiedevano ne sono stati immediatamente cacciati.
Dice: sì, ma quella era terra araba, ci stavano gli arabi. Momento. Lo sapete perché si chiamano arabi? Bravi, esatto: perché vengono dall’Arabia. Di tutto ciò che oggi chiamiamo il mondo arabo, gli stati arabi, le popolazioni arabe, ogni centimetro fuori della penisola araba è stato aggredito, invaso, occupato, arabizzato e islamizzato a suon di massacri, deportazioni, stupri etnici e conversioni forzate, con annientamento delle culture e quasi sempre cancellazione delle lingue originarie. Lo spiega molto bene Bat Ye’or nel suo magistrale e documentatissimo Il declino della cristianità sotto l’islam. E vi farebbe bene leggere anche questo e questo.
Dice: sì, ma in ogni caso quando hanno cominciato ad arrivare i primi pionieri ebrei lì c’erano gli arabi, e loro li hanno cacciati. Falso: è vero l’esatto contrario. Nei racconti di viaggio dell’epoca pre-sionistica possiamo leggere cose come queste: “Il paese è considerevolmente disabitato e perciò il suo più immediato bisogno è quello di una popolazione.” (British consul, 1857) “Non c’è un solo villaggio per tutta la sua estensione (valle di Jezreel) – non per 30 miglia in qualsiasi direzione… si può viaggiare per 10 miglia e non incontrare più di 10 esseri umani. Se cercate un perfetto stato di solitudine che vi renda mesti, venite in Galilea… Nazareth è desolata… Gerico giace in uno sgretolamento rovinoso… Betlemme e Betania nella loro povertà e umiliazione… inaccudite da anima vivente. Un paese desolato il cui terreno fertile è sufficientemente ricco, ma è dato interamente all’erbacce… una silenziosa e funerea estensione… una desolazione… Non abbiamo mai visto un essere umano sulla strada… raramente un albero o un cespuglio da qualche parte. Perfino gli ulivi e i cactus, quegli amici sicuri di un terreno incolto, hanno per lo più abbandonato il paese. La Palestina siede con sacchi su ceneri, desolata e brutta… (Mark Twain, The Innocents Abroad 1867) come potete vedere qui. E nel 1939, Winston Churchill osservò che “lungi dall’essere perseguitati, gli arabi si sono ammassati nel paese e si sono moltiplicati… ” Già. La leggenda narra che sono arrivati gli ebrei e hanno cacciato gli arabi, ma la Storia e i dati demografici dicono l’esatto contrario: dopo che sono arrivati i pionieri ebrei, grazie alle condizioni di vita che questi ultimi avevano cominciato a creare, sono arrivati gli arabi dagli stati circostanti, come viene spiegato, dati alla mano, in questo video

e come dimostra questa tabella.
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Immagino vi sarà capitato di vedere quella serie di quattro cartine che mostrano il progressivo “furto di terra” da parte di Israele ai danni dei palestinesi cominciando, nella prima, con alcuni puntini bianchi in un mare verde che rappresentano le terre di proprietà ebraica, e il bianco che, nelle carte successive, si estende fino a eliminare il verde. Ebbene, quelle cartine sono delle colossali patacche: i puntini bianchi sono sì proprietà ebraica privata (interamente acquistata e pagata, per lo più da latifondisti ottomani residenti all’estero), ma il resto non è, come si vorrebbe far credere, proprietà privata palestinese, bensì, per la quasi totalità (90% circa), demanio: prima ottomano, poi del mandato britannico, e infine dello stato di Israele, come viene chiaramente spiegato qui.
Quindi, ricapitolando, quello che chiede una parte è di vivere in pace in quel pezzetto di terra in cui scavando si trovano tombe ebraiche antiche di migliaia di anni, in cui nel corso di due millenni non è mai venuta meno una presenza ebraica, i cui terreni sono stati acquistati e pagati, la cui legittimità è stata sancita da un organismo internazionale, la cui integrità è stata difesa in molte guerre subite, al costo di molti morti.
E l’altra parte che cosa chiede? Per quanto riguarda Hamas, l’obiettivo ultimo lo troviamo al capitolo 7 del suo statuto: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo” (qui). Quindi non solo, come è detto in altre parti, la lotta contro il sionismo, la cancellazione dello stato di Israele (e francamente fanno ridere – ridere per non piangere – quei gran soloni della politica che predicano che non si potrà fare questo e concedere quest’altro fino a quando Hamas non avrà cancellato dal suo statuto il proposito di distruggere Israele, quando questo è l’unico scopo per cui è stata creata), ma anche lo sterminio totale degli ebrei. E gli altri? I “moderati”? Quelli che possiamo ragionevolmente considerare “partner per la pace”? Diamo un’occhiata alla Costituzione di Al-Fatah.
Articolo (2) Il popolo palestinese ha un’identità indipendente. Essi sono l’unica autorità che decide il proprio destino e hanno completa sovranità su tutte le loro terre.
Articolo (3) La rivoluzione palestinese ha un ruolo guida nella liberazione della Palestina.
Articolo (4) La lotta palestinese è parte integrante della lotta mondiale contro il sionismo, colonialismo e imperialismo internazionale.
Articolo (5) La liberazione della Palestina è un obbligo nazionale che ha bisogno del supporto materiale e umano della Nazione Araba.
Articolo (6) Progetti, accordi e risoluzioni dell’Onu o di singoli soggetti che minino il diritto del popolo palestinese nella propria terra sono illegali e rifiutati.
Articolo (9) La liberazione della Palestina e la protezione dei suoi luoghi santi è un obbligo arabo religioso e umano.
Articolo (17) La rivoluzione armata pubblica è il metodo inevitabile per liberare la Palestina.
Articolo (19) La lotta armata è una strategia e non una tattica, e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nella lotta di liberazione e nello sradicamento dell’esistenza sionista, e la sua lotta non cesserà fino a quando lo stato sionista non sarà demolito e la Palestina completamente liberata. (Enfasi mia, qui, traduzione mia)

E torno alla domanda di partenza: siamo sicuri che siano davvero in gioco due diritti “ugualmente validi”? La distruzione dello stato di Israele e lo sterminio totale degli ebrei sono un diritto a cui siamo disposti a riconoscere validità?

barbara

IMBROGLI FIN DALL’INIZIO

La Dichiarazione Balfour

Da un articolo di Ashley Perry

Questo 2 novembre la Dichiarazione Balfour – il primo, cruciale riconoscimento ufficiale delle aspirazioni nazionali ebraiche – ha compiuto 91 anni. Sebbene in quanto tale la Dichiarazione non possedesse un elevato status giuridico (in quanto nasceva come una sorta di scrittura privata fra l’allora ministro degli esteri britannico Lord Arthur James Balfour e il presidente della federazione sionista britannica Lord Rothschild), tuttavia essa poco dopo, nel 1920, venne incorporata nel Trattato di pace di Sèvres con la Turchia e nel testo del Mandato sulla Palestina adottato all’unanimità dalla Società delle Nazioni nella Conferenza di Sanremo. Essa dunque conferì al sionismo una legittimità nel diritto internazionale che ben pochi movimenti nazionali, prima e dopo di allora, possono vantare. Forse ancora più sorprendente, oggi, è il fatto che il leader di allora del movimento nazionalista arabo, re Feisal, appoggiò la Dichiarazione Balfour, esplicitamente citata nell’Accordo Feisal- Weizmann del 1919 (art. 3).
Anche se, da allora, molti hanno cercato di negare il valore centrale di questo documento e il suo stretto rapporto con il Mandato conferito alla Gran Bretagna dalla Società delle Nazioni, non è così che vedevano le cose i suoi estensori britannici. Anzi, come venne affermato nel Rapporto della Commissione Reale Peel del 1937, “scopo primario del Mandato, espresso nel suo preambolo e nei suoi articoli, è quello di promuovere la creazione del Jewish National Home (focolare nazionale ebraico)”.
Le bozze iniziali della Dichiarazione Balfour parlavano dell’aspirazione “che la Palestina venga ri-costituita come focolare nazionale del popolo ebraico” (in questi termini si esprime infatti il testo del Mandato). Chiaramente era la Palestina nel suo complesso che sarebbe dovuta diventare sede nazionale ebraica (come scrisse la Commissione Peel. “il campo in cui il focolare nazionale ebraico avrebbe dovuto stabilirsi era inteso, al tempo della Dichiarazione Balfour, che fosse l’interna Palestina storica”).
La stesura finale venne modificata includendovi la clausola: “essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”.
Molti hanno sostenuto che il termine “Jewish National Home” non corrisponde alle aspirazioni del sionismo, suggerendo che la Dichiarazione non abbia mai inteso incoraggiare la creazione di uno stato vero e proprio. Interpretazione fallace, tant’è vero che tutti i principali protagonisti della stesura del documento pensavano proprio il contrario. Certo, in quel momento per il governo britannico sarebbe stato impossibile sul piano diplomatico promettere uno stato, non foss’altro perché il territorio in questione non era ancora sotto il suo controllo. Il termine “National Home” venne usato come primo passo sulla strada verso la sovranità statuale. David Lloyd George, che era allora il primo ministro a Londra, attribuì agli stessi ebrei l’onere di trasformare il focolare nazionale in uno stato nazionale. Come disse nella sua deposizione alla Commissione Peel, “l’idea era che, quando sarebbe arrivato il momento di accordare istituzioni rappresentative alla Palestina, se nel frattempo gli ebrei avessero risposto all’opportunità offerta loro dal concetto di focolare nazionale e fossero diventati una chiara maggioranza, … allora la Palestina sarebbe diventata una comunità indipendente (commonwealth) ebraica”.
Altre figure influenti come Lord Robert Cecil nel 1917, Sir Herbert Samuel nel 1919 e Winston Churchill nel 1920 parlarono dello stato ebraico che ne sarebbe seguito. Churchill, parlando alla Commissione Reale del Libro Bianco del 1922 da lui promulgato, disse anche che si sbagliavano coloro secondo i quali la Dichiarazione Balfour o il Mandato sulla Palestina precludevano uno stato ebraico. “In esso – stabilì infatti la Commissione – non c’è nulla che proibisca la definitiva creazione di uno stato ebraico, e il signor Churchill stesso ci ha sottolineato come nessuna proibizione di questo tipo fosse nelle intenzioni”.
Vi è anche chi sostiene che il linguaggio della Dichiarazione e del Mandato conferirebbero uguale peso alle aspirazioni nazionali degli ebrei e ai diritti civili e religiosi delle varie comunità di non-ebrei residenti sul territorio. Il che è errato per il semplice fatto che lo scopo principale sia della Dichiarazione sia del Mandato, come si è detto, era quello di “promuovere la creazione della National Home ebraica”. Tant’è vero che il testo del Mandato rendeva la Gran Bretagna “responsabile di mettere il paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da garantire la creazione della National Home ebraica”. Parole che implicavano chiaramente un intervento attivo da parte della potenza mandataria. “Stare semplicemente inerti – scrisse Churchill – per evitare frizioni con gli arabi e salvaguardare i loro diritti civili e religiosi abdicando al positivo esercizio della creazione della sede nazionale ebraica non costituirebbe una fedele interpretazione del Mandato”.
Infatti il testo del Mandato abbondava di riferimenti ad azioni che si sarebbero dovute intraprendere per garantire la National Home ebraica: l’amministrazione mandataria era chiamata a “favorire” l’immigrazione ebraica e “incoraggiare” l’insediamento di ebrei nel paese.
Innegabilmente la Dichiarazione Balfour costituì un unicum non solo nella storia degli ebrei, ma probabilmente anche nella storia dei movimenti nazionali. Per un breve periodo, tutte le maggiori potenze, lo stesso leader del mondo arabo e le principali parti interessate concorsero a creare un meccanismo inteso ad esaudire il sogno sionista. Un fatto che non dovrebbe essere trascurato né sottovalutato nel momento in cui il sionismo deve ancora battersi per veder riconosciuta la sua piena legittimità, nonostante ben pochi movimenti nazionali al mondo possano vantare al loro attivo un tale documento di legittimazione giuridica, integrato nel diritto internazionale.
(Da: Jerusalem Post, israele.net, 02.11.08)

Ricapitolando: prima è stato stabilito che l’intera cosiddetta Palestina storica (attuali Israele + Giudea e Samaria – aka West Bank aka Cisgiordania – + Gaza + Giordania) dovesse diventare lo stato ebraico; poi, prima della stesura finale, la formulazione iniziale è stata modificata per far piacere agli arabi; poi la Gran Bretagna ha rubato agli ebrei il 78% di quel territorio per farne dono all’emiro Abdallah col nome di Transgiordania (diventata istantaneamente il primo stato judenrein della storia moderna tramite l’espulsione di tutti gli ebrei che lì vivevano); poi nel 1939 ancora la Gran Bretagna, con il Libro Bianco, ha impedito l’immigrazione degli ebrei nell’unico territorio che avrebbe permesso loro di sfuggire alle camere a gas, favorendo contemporaneamente l’immigrazione araba; poi l’Onu ha ulteriormente diviso quel 22% del territorio iniziale rimasto dopo il furto/tradimento perpetrato dalla Gran Bretagna, portando il furto totale all’87% del territorio. E infine, dopo il danno la beffa: l’invenzione della leggenda che a rubare la terra sarebbero stati gli ebrei (spesso, quale “documentazione” di questo presunto furto di terra, ci viene raccontato che al momento della risoluzione Onu 181 sulla partizione della Palestina gli ebrei possedevano il 6% della terra. Vero. Verissimo. Quello che omettono regolarmente di dirci è che gli arabi ne possedevano il 3%: tutto il resto era demanio, prima dell’impero ottomano, poi del mandato britannico e infine dello stato di Israele. L’altra cosa che omettono di dire è che quel 6% di terra è stato regolarmente acquistato e pagato, fino all’ultimo centimetro, come documentato negli archivi ottomani). “Furto” la cui commemorazione ora fa bella mostra di sé anche nel Parco II Giugno di Bari.
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(Clic per ingrandire. E grazie a lui per la segnalazione)

barbara

 

A proposito della dichiarazione Balfour

Ricordare oggi la Dichiarazione Balfour significa ricordare perlomeno due punti fondamentali.

Primo: l’autodeterminazione ebraica nella terra dei padri è ufficialmente all’ordine del giorno dell’agenda internazionale da quasi un secolo, tanto è vero che anche il concetto di spartizione della terra risale a prima della Shoà, perlomeno alle raccomandazioni della Commissione Peel del 1937.
Secondo: a differenza di molti altri stati, la legittimità internazionale dello stato di Israele è saldamente ancorata nel diritto internazionale. La Dichiarazione Balfour, infatti, lungi dal rimanere (come amano ripetere i propagandisti anti-israeliani) una sorta di scrittura privata tra governo di Londra e organizzazione sionista, nel 1922 venne inclusa parola per parola nel testo del Mandato. Pertanto da quel momento è la Società delle Nazioni che investe la Gran Bretagna della “responsabilità di mettere in pratica la dichiarazione fatta originariamente il 2 novembre 1917 […] a favore della creazione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico”.
Il diritto alla creazione dello stato venne infine sancito, esattamente sessant’anni fa, dallo storico voto del 29 novembre 1947 con cui l’Assemblea Generale dell’Onu approvò la spartizione dell’ex Mandato britannico in due stati, che venivano definiti – è importate ricordare le parole esatte – “Arab and Jewish States”.
Si sa come è andata. Il rifiuto arabo della spartizione diede origine a un’interminabile conflitto. Ma per meglio comprendere la natura di quel rifiuto, bisogna ricordare che la Commissione UNSCOP non aveva formulato solo la proposta di maggioranza a favore della spartizione. Esisteva anche il rapporto della minoranza pro-araba, che proponeva la creazione di un singolo stato federale comprendente due cantoni, uno ebraico e uno arabo. L’autonomia del cantone ebraico sarebbe stata assai più limitata e temi come la libertà di immigrazione, la questione vitale per cui gli ebrei avevano combattuto, sarebbero stati sottratti alla sua giurisdizione: il cantone ebraico non avrebbe potuto soccorrere gli ebrei d’Europa sopravvissuti alla Shoà, né quelli a rischio nei paesi mediorientali. E tuttavia, le dirigenze arabe respinsero anche il rapporto di minoranza dell’UNSCOP perché comunque ammetteva l’esistenza di una qualche entità nazionale ebraica, ed era proprio questo il concetto totalmente intollerabile.
“La maggior parte dei delegati all’Onu – ricorda Amnon Rubinstein (Jerusalem Post, 16.05.06) – considerò in modo molto negativo questa posizione estremista e intransigente. Anziché accettare il compromesso deliberato dal massimo organismo internazionale, che aveva l’autorità e il dovere di decidere del futuro delle terre sotto Mandato della Società delle Nazioni, gli arabi dichiararono guerra”. Sul piano del diritto e della giustizia non si deve dimenticare che, se arabi palestinesi e paesi arabi avessero accettato la risoluzione di compromesso dell’Onu, al popolo palestinese e a quello ebraico sarebbero state risparmiate grandi sofferenze, e si sarebbe potuto dare giustizia a entrambi. (qui)

Poi, per rinfrescare un po’ la memoria, può essere utile rileggere questo, questo e questo.
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barbara