ABBIAMO GIÀ DATO

Cercate di capirci, abbiamo già dato

Cari Amici,
è chiaro che di nuovo – come in tante altre situazioni di pericolo per Israele – c’è una larga differenza fra quel che pensano e che sentono gli amici di Israele e in particolare gli ebrei (salvo pochissimi traditori, personaggi cioè che il popolo ebraico detesta e disprezza) e il modo in cui i media stanno orientando l’opinione pubblica. Ignorando i traditori e gli antisemiti più o meno consapevoli e dichiarati che sono venuti allo scoperto in questa circostanza, vorrei cercare di spiegare a chi onestamente non capisce le azioni di Israele che cosa sta succedendo a Gaza.
Lo faccio in maniera estremamente sommaria, accennando solo a due punti. Il primo è questo. Hamas, un’organizzazione considerata terrorista da moltissimi paesi (non solo gli Usa da ben prima di Trump e quasi tutti i paesi occidentali, ma anche molti stati arabi), ha lanciato un mese e mezzo di mobilitazione, chiamata “marcia del ritorno”, con lo scopo esplicito di abbattere i confini di Israele e di impadronirsi del suo territorio.
Spesso ha dichiarato di voler sterminare tutti i “sionisti” o i “coloni”- parole in codice per dire ebrei. Che il senso delle manifestazioni fosse questo, lo hanno dichiarato in maniera chiarissima il suo capo politico Yihya Sinwar: http://www.jpost.com/Breaking-News/Hamas-chief-We-will-remove-the-borders-and-implement-the-right-of-return-549053  ed altri dirigenti (https://twitter.com/twitter/statuses/982520058411978752) .
Ora, non c’è Stato senza controllo del territorio. Non si tratta solo dei confini, che vengono difesi da tutti (pensate allo sdegno recente per l’”irruzione” della Gendarmeria francese a Bardonecchia), ma anche di porzioni di territorio che vengono chiuse. Negli ultimi anni, ogni volta che ci sono state iniziative politiche internazionali sono state difese da “zone rosse”, difese militarmente dagli stati organizzatori. Nessuno del resto lascia la propria casa aperta a chi pensa di prendersela per sé. Le città nascono stabilendo i propri inviolabili confini, come Plutarco e Livio raccontano di Roma. Perché proprio Israele non dovrebbe difendere i suoi confini?
Anche se la “marcia del ritorno” fosse stata una manifestazione pacifica (ma non lo era, ve ne sono infinite prove fotografiche e testuali, a partire dal nome), Israele aveva diritto di impedire lo sconfinamento, con gli ostacoli e le barriere che ci sono sempre e che sempre Hamas cerca di violare con tunnel, missili e incursioni varie; e se queste erano minacciate, per esempio tagliando la rete di protezione come hanno ripetutamente cercato di fare i terroristi durante gli scontri, anche con le armi.
E’ un fatto comunissimo: avvicinatevi a una qualunque zona militare, anche a una caserma dei carabinieri nella pacifica Italia, e trovate dei cartelli che vi avvertono della possibilità di una difesa armata. Cercate di superare un confine vero (ormai l’Italia non ne ha più, ma cercate di entrare in Russia dall’Ucraina o in Turchia dalla Grecia o dall’Armenia) e vi spareranno a vista.
Israele si è difeso in maniera molto selettiva, individuando i caporioni (guarda caso, tutti giovani maschi appartenenti a organizzazioni terroristiche).
Perché non avrebbe dovuto farlo? Quali erano le alternative? Mezzi di controllo delle sommosse come gas lacrimogeni sono stati largamente usati, ma sono inutili contro organizzazioni militari attrezzate come quelle che hanno attaccato il confine, preparando anche una copertura fumogena, come nelle guerre vere e proprie: un vero e proprio stupro ecologico, contro cui aspetto ancora di sentire una protesta ambientalista.
Ecco, questo è il primo punto: negando a Israele il diritto di difendersi, lo si discrimina rispetto a tutti gli altri stati e lo si mette in pericolo, incoraggiando i suoi nemici, che continuano a pianificare la sua distruzione (https://www.aljazeera.com/news/2018/04/khamenei-big-mistake-negotiate-israel-180405125637407.html )
L’Europa ancora una volta si allinea o fa finta di non sentire, vedendo solo le indubbie durezze di una guerra di difesa. Il che fa sì che gli ebrei si indignino dell’indignazione europea. Ma c’è una seconda ragione, più specifica. Se ogni stato ha il diritto e il dovere di difendere i propri confini per tutelare i propri cittadini, uno stato ebraico non può non sentire questo dovere con intensità molto maggiore. La memoria storica degli ebrei ha impressa a lettere di fuoco l’esperienza di quel che accade quando una folla ostile sfonda le difese ed entra nelle loro case. Dai visigoti cristiani agli almoravidi musulmani in Spagna, dalle stragi compiute da Maometto in persona contro gli ebrei dell’Arabia a quelle dei crociati, dai processi dell’Inquisizione ai pogrom in Polonia e in Russia, dalla Shoah alla caccia agli ebrei nei paesi arabi nel secolo scorso, il popolo ebraico si è trovato sempre vittima di lutti e distruzioni infinite, disarmato, senza avere modo di difendersi mai perché privo di uno stato, dovendo solo confidare nella pietà o nell’interesse di chi poteva fermare gli assassini e quasi sempre non lo faceva.
La fondazione dello stato di Israele ha prima di tutto il senso di prendere il destino nelle proprie mani, di potersi difendere. Esattamente questo significa per noi “mai più Auschwitz”. Non possiamo credere, oggi come nel Medioevo, a una protezione internazionale. L’esperienza ha mostrato che in ogni momento di debolezza di Israele le potenze del mondo (e in primo luogo l’Europa) non l’hanno voluto difendere. E hanno mostrato anche che i “poveri palestinesi” sono ben decisi ad ammazzare più ebrei che possono, appena ne hanno la possibilità.
Rinunciare a difendere i confini vorrebbe dire tornare ad Auschwitz.
Auschwitz è ciò che l’Europa, che a suo tempo collaborò volonterosamente coi nazisti, la Chiesa, che non fece quasi nulla per impedire la strage, la sinistra (che cercò per decenni di occultarne il senso antisemita) vorrebbero oggi di nuovo dagli ebrei.
L’odio anti-israeliano gratuito dell’Europa, della Chiesa, della sinistra in generale, esibisce una coazione a ripetere che non può che far dubitare della natura umana – o della cultura occidentale. Non faccio fatica a immaginare con quanta commozione ci commisererebbero fra cinquant’anni, se seguissimo i loro buoni consigli umanisti: con giornate della memoria, musei e commoventi rievocazioni della nostra cultura. E’ un vero peccato dover deludere queste così nobili aspettative. Noi ebrei non abbiamo la minima intenzione di farci commemorare un’altra volta, non siamo disposti a farci sterminare di nuovo dai palestinisti, dagli iraniani o da chiunque altro. Ci difendiamo. Anche a costo di non mostrare la moralità delle vittime che così volentieri ci viene riconosciuta, magari dagli eredi dei carnefici o dei loro aiutanti.
Se qualcuno, armato di mitra o di coltello, magari sbandierando una svastica, cerca di entrare a casa nostra per tagliarci la gola, ci difendiamo.
E continueremo a farlo, alla faccia degli appelli del Papa, del Segretario delle Nazioni unite o degli editorialisti dei quotidiani di provincia che continuano a farci la lezione. Se disgraziatamente dovesse servire, lo faremo fino all’ultimo uomo (a parte i traditori infettati dall’ideologia di sinistra, che per fortuna sono pochissimi). Ci spiace di non darvi soddisfazione, di non poter fare i bravi ragazzi, come piacerebbe a voi. Cercate di capirci, abbiamo già dato.
Ugo Volli, su Informazione Corretta

Naturalmente sappiamo benissimo che “cercate di capirci” è un modo di dire, per dare una chiusa elegante e “rotonda” al pezzo. Sappiamo benissimo che “quelli” non ci pensano neanche di striscio a cercare di capire, non ci pensano neanche di striscio a cercare informazioni diverse dalle veline della propaganda filo terrorista. Ce ne faremo una ragione. E continueremo a difenderci, perché dopotutto, come diceva Golda Meir, “preferisco le vostre critiche alle vostre condoglianze”.
lining up
E ciò che non hanno potuto fare loro ieri, oggi, fortunatamente, lo possono fare, e lo fanno, i loro nipoti.

barbara

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BASTA STARE CHIUSO IN CASA!

Basta computer! Basta videogiochi! Dai, vieni, che ti porto a prendere una boccata d’aria.
gaza aria
E dal momento che siamo fuori, approfittiamone per dare un’occhiata intorno.

E dopo avere guardato, facciamo qualche riflessione.

Confine

Tutto quello che ci divide è un lungo cancello guardato giorno e notte dai nostri soldati. Da una parte noi, i nostri campi coltivati, strade che disegnano arzigogoli di terra chiara in mezzo agli aranceti, agli avocadi, ai filari nuovi di ceci; dall’altro lato Gaza. Se non avessero scelto Hamas, ora di oggi gli abitanti di Gaza potrebbero probabilmente entrare ed uscire dalla striscia quotidianamente, lavorerebbero probabilmente nelle terre e nelle fabbriche della zona tutto intorno, in territorio israeliano, come un tempo.
E invece.
Hamas chiama a raccolta manifestanti, infiltra le file dei ragazzini scalmanati ma in maggioranza disarmati con militanti pronti a tutto piuttosto che a cantare “we shall overcome”, li arma di fionde e armi vere, pianifica i punti in cui far salire al cielo fumo nero di pneumatici dati a fuoco, incita al passaggio del confine, all’invasione di Israele. Se potessimo fermarci un attimo a ragionare su questa immane bestialità ci accorgeremmo di quanto è goffa: Hamas ci vuole invadere. Si immagina di poter avanzare attraverso le nostre campagne proprio nella stagione in cui sono così verdi, combattendo vittorioso e arrivando fino a Gerusalemme. È una fantasia talmente surreale, talmente fuori da ogni possibile scenario militare, che sembra provenire da un universo parallelo. Eppure, a vedere la stampa straniera Hamas sta vincendo come sempre la battaglia dei media, tutta pensata e impacchettata per regalarla all’Occidente, con una bella carta regalo istoriata con il nome del giornalista palestinese colpito dai nostri sembra mentre (forse, o forse no [forse molto probabilmente sì, ndb]) faceva volare un drone a cavallo del confine infuocato. Poi possiamo discutere del perché permettiamo che Hamas usi i nostri soldati e le loro armi per i suoi scopi, ma sia ben chiaro: tutti i morti di questi ultimi fine settimana, nessuno escluso, sono palestinesi ammazzati da Hamas. Poco importa se per mezzo di fuoco israeliano. È Hamas a volere i morti, perché con i morti palestinesi, specie se civili, figuriamoci quando membri della “Press”, si riempiono le prime pagine dei giornali. E purtroppo, noi glieli diamo.
Daniela Fubini, Pagine ebraiche 9 aprile 2018

Aggiungerei qualche considerazione su quei conti che non tornano, che proprio, con tutta la buona volontà, non si riesce a far tornare.

Dario Calimani è abitualmente severo con Israele, molto più severo di quanto io consideri ragionevole. E nutre una manifesta e dichiarata antipatia, condita a sfiducia, per Benyamin Netanyahu, antipatia e sfiducia per me assolutamente incomprensibili. Proprio per questo, proprio perché Calimani non può essere sospettato di faziosità cieca a favore di Israele, ritengo utile pubblicare questo suo articolo.

Gaza

Certamente, la situazione ai confini con Gaza poteva essere affrontata in modo diverso, magari con proiettili di gomma o diffondendo nell’aria una buona dose di spray al peperoncino. Certamente, anche la presenza di richiedenti asilo di origine africana poteva essere affrontata in modo diverso, con più sensibilità, con meno brutale indifferenza, con più consapevolezza della propria storia. Benjamin Netanyahu e il suo governo non si distinguono per misura e saggia lungimiranza. E, tuttavia, quando cerchi di far tornare i conti, mettendo in campo mente, coscienza ed emozioni, ti accorgi che non riesci a trovare la tua collocazione. C’è, in tutto ciò che sta accadendo e nella reazione del mondo, un senso di incommensurabilità. I racconti e i giudizi su quei racconti, da parte della stampa e della politica, sembrano non aver molta relazione con gli eventi reali, e sollevano interrogativi, più di quante non siano le risposte che pretenderebbero di offrire. Non è la prima volta che accade. E non sarà purtroppo l’ultima.
Nessuno, tanto per capirsi, mette in discussione l’azione provocatoria della massa che da Gaza si è riversata bellicosa al confine di Israele. Nessuno fa caso alle grida di battaglia, alla minaccia di distruggere Israele, alle armi che la gente si passa di mano in mano, ad Hamas che spinge i civili palestinesi allo scontro – meglio se donne e ragazzini. E nessuno fa caso al fatto che il grido di guerra non sia ‘morte a Israele’, bensì ‘morte agli ebrei’. Evidentemente, non fa alcuna differenza, o la differenza non la si vuole cogliere. Ma ‘morte agli ebrei’ non è un grido di battaglia politico, è una minaccia antisemita che può risuonare in tutto il Medio Oriente, dove, per fortuna, di ebrei ne sono rimasti assai pochi. Per quei pochi, allora, il pericolo è serio, vista la grande capacità di diffusione che le idee hanno nel mondo arabo. La storia lo ha dimostrato.
Ma quando si gioca con il fuoco si dovrebbe mettere nel conto che si rischia di ustionarsi. Peccato che Hamas non abbia alcun timore di ustionarsi, perché gioca sulla pelle altrui, e sulla vita e sul destino di un popolo che ha tenuto nella miseria per tenere sempre accesa la miccia.
Di tutto ciò, che è, indubbiamente, almeno una parte della verità, non si accorgono le varie Mogherini, che da tempo immemorabile ormai guardano la realtà del Medio Oriente con il capo avvolto nella kefiah. E non se ne accorge Papa Bergoglio, che continua a parlare di ‘Terra Santa’, trovando ostico pronunciare la parola ‘Israele’, perché così facendo riconoscerebbe l’esistenza di uno stato, e questo metterebbe in crisi la sua teologia, in particolare una mal applicata teologia della liberazione.
I conti non tornano, dunque, e c’è una incomprensibile incommensurabilità fra l’attenzione che attira la tensione al confine di Gaza e l’assuefazione con cui si guarda, ad esempio, alla Siria e alle sue centinaia di migliaia di morti. Centinaia di morti ogni giorno, nell’indifferenza dei politici alla Mogherini, che si limitano a ‘stigmatizzare’ per poi tornare a occuparsi, con cura monomaniacale, di Israele .
Per i diciassette morti di Gaza un telegiornale italiano ha parlato di ‘strage’. Ora, in senso metaforico anche un solo morto è una strage del senso di umanità. Ma se strage è quella di Gaza, che termine ci si dovrà inventare per la Siria? E se la concentrazione su Israele pesa un chilo, quanto dovrebbe pesare quella sulla Siria, o sul disastro umanitario in Venezuela?
Netanyahu non mi piace. La sua politica, temo, produrrà solo infelicità, per Israele e per chi le sta intorno e addosso. Ma se una massa di disperati grida ‘morte agli ebrei’, quello non è un grido politico, e non esprime la teologia della liberazione. E chi ne appoggia la ‘lotta di liberazione’, senza capacità e volontà di fare i debiti distinguo, non sta sostenendo una rivendicazione politica. Sta solo ribadendo, e rafforzando, un animus antisemita.
Con questo spirito, anziché spingere le parti a convergere verso una politica di pacificazione, ci si limita a parteggiare e ad approfondire il divario.
Dario Calimani, Università Ca’ Foscari Venezia, Pagine ebraiche ‍‍03/04/2018

E per concludere, prima di rientrare (siamo sempre – ricordate? – lì fuori a prendere una boccata d’aria fresca), voglio mostrarvi questo splendido monumento:
monumento Gaza
è una
mano che impugna la placca del militare israeliano Oron Shaul,
oron-shaul.jpg
ucciso da Hamas nella guerra del 2014, il cui corpo non è mai stato restituito dai terroristi palestinesi. E non dite che non hanno senso artistico.

barbara

UN PAIO DI OPINIONI RACCATTATE QUA E LÀ

Inizio dalla più autorevole, quella dell’eroico rabbino – che rabbino in realtà non è ma lui giustamente si spaccia per tale, avendone tutte le doti di probità, onestà, sincerità, giustizia, intelligenza, saggezza, cultura, nonché suprema autorevolezza – che primo e forse unico ha osato dire, e testimoniarlo in un pregevole libro che potrete trovare in tutti i migliori siti nazisti, che la storia degli omicidi rituali per spillare il sangue con cui impastare le azzime di Pesach non è leggenda antisemita bensì realissima realtà. Tesi che, a ben guardare, fa capolino anche da questa lucida analisi di quanto avvenuto al confine fra Israele e Gaza.
Toaff su Gaza
E poiché gli antichi saggi, che erano molto saggi (lo dice la parola stessa) sostenevano che
Ἐν οἴνῳ ἀλήθεια, In vino veritas, (e, come disse un altro grande saggio, in grappa figuriamocis) le parole dell’esimio “rabbino” Ariel Toaff, devono sicuramente essere un purissimo distillato di verità.

Passo a Dore Gold:
Dore Gold
Traduco per i non anglofoni:
Alcuni dati basilari dimenticati: gli eventi di Gaza riguardano un’organizzazione illegale, Hamas, definita gruppo terroristico anche dagli stati arabi, che sta perseguendo una finalità illegale, ossia cancellare per mezzo della forza un confine internazionale, usando mezzi illegali quali il mescolare agenti armati con i civili.

E questo è veramente un dato basilare da tenere sempre presente.

Proseguo con questo breve testo, da standing ovation:

Tutti lodino i 100 tiratori israeliani schierati sul terrapieno di Gaza

Tutti lodino i 100 tiratori israeliani schierati sul terrapieno al confine con Gaza. Non solo il primo ministro Netanyahu, non solo il ministro della difesa Lieberman, non solo gli ebrei, non solo gli ebrei israeliani, non solo l’esercito israeliano (in cui militano, ricordarselo, molti drusi, beduini, arabi cristiani…), non solo i filo-semiti: anche gli anti-semiti. Anche un anti-semita la notte vuole dormire in pace, una volta chiusa la porta del proprio appartamento. E i 100 tiratori israeliani non hanno difeso solo se stessi e il loro Stato, hanno difeso un’idea universale. Il terrapieno di Gaza è un archetipo del confine. “Abbattere le frontiere vuol dire consegnare il mondo al caos” avvisa Jean Clair. Se le torme ululanti di palestinesi avessero superato quel terrapieno nessuno avrebbe più potuto dormire tranquillo, da nessuna parte. Tutti lodino i 100 tiratori israeliani schierati sul terrapieno di Gaza contro la violenza del numero.
Camillo Langone, Il Foglio

Non può mancare il solito strepitoso Giulio Meotti.

Immaginate se venerdì scorso Hamas avesse portato quelle 30.000 persone, miliziani armati, famiglie e bambini a marciare verso il confine siriano. Assad avrebbe ordinato a un battaglione di alawiti di sparare sulla folla. Ci sarebbero stati 200 morti. Poi, per dissuaderli dal farlo di nuovo, avrebbe loro lanciato due barrel bombs. Altri 80 morti. Infine, se i palestinesi avessero resistito, avrebbe loro lanciato due taniche di gas sarin. Decine di morti per asfissia e centinaia di (veri) feriti. I superstiti sarebbero stati evacuati con un autobus. Immaginate se Hamas avesse portato quei 30.000 al confine iraniano. Gli ayatollah avrebbero opposto loro i Basiji, le milizie sciite. A sparare sulla folla, a fare arresti di massa, a torturare in carcere a Evin, a fare desaparecidos. Pensiamo a quello che hanno fatto gli iraniani dopo che le loro donne hanno cercato di togliersi il velo per strada o i loro poveri hanno marciato per il pane. Lo hanno fatto ai propri cittadini. Immaginate se Hamas avesse portato quei 30.000 contro i turchi di Erdogan. Chiedetelo ai curdi per sapere cosa sarebbe successo ai palestinesi. E se Hamas avesse portato quei 30.000 contro il confine egiziano, Al Sisi avrebbe usato guanti bianchi? Non si rivolgono mai verso occidente, contro il blocco egiziano. Sanno che ci sarebbe un massacro. Sentiamo mai marce palestinesi in Giordania, dove costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione? No? Perché si ricordano di cosa fece loro Re Hussein nel 1972: 3.400 palestinesi uccisi a sangue freddo. La verità è che Israele, in un Medio Oriente fondato sull’abominio, il sopruso e la violenza di stato, costituisce quanto di più vicino ci sia ad Amnesty International, con regole di ingaggio che molti paesi occidentali si sognano e che adempie a quei principi democratici e civili che sono un vanto dell’Occidente. Lo sanno i palestinesi e per questo forzano la sua mano a fini politici e lo sa la comunità internazionale che gioca con il diritto a esistere di Israele.
Giulio Meotti

E chi è su FB si vada a guardare anche questo pregevole sbufalamento di alcune messinscene gazane.

Aggiungo questa analisi, che mi sembra plausibile e ragionevole. E infine una robusta bacchettata che arriva dritta in casa nostra.
Emily Landau
E traduco anche questo per i non anglofoni:
Sul serio, Mogherini? Non una parola su Hamas? Sulla violenta provocazione intenzionale? Su Hamas intenzionato a distruggere Israele? Sull’uso dei bambini? Sul fatto che la maggior parte dei morti erano terroristi? È per questo che lei non ha alcuna credibilità. Lei è priva di morale.

E per concludere due parole mie. Sappiamo che il mondo è costantemente in agguato – come un gatto che fa la posta al passero, non per mangiarlo, perché di fame non ne ha affatto, ma solo per divertirsi a torturarlo a morte – in attesa di un pretesto per scatenarsi come una muta di cani rabbiosi su Israele. A volte, se è da troppo tempo che di pretesti non ne trova e sta rischiando la crisi di astinenza, accade che si scateni anche senza pretesto (se il cannocchiale funziona e se avete due minuti leggete anche i commenti: ne vale la pena). E quindi non deve stupire questo ennesimo latrare scatenatosi non appena le orde palestinesi indottrinate addestrate e comandate da Hamas si sono lanciate contro il confine israeliano allo scopo preciso di scatenare la prevedibile e legittima reazione di difesa israeliana in modo da avere un po’ di cadaveri da esibire al mondo. Non deve stupire, dicevo, e non stupisce infatti. Ma la prevedibilità di quanto sta accadendo non è certo sufficiente a smorzare la rabbia. E il dolore.

barbara

E A PROPOSITO DI LEGITTIMA DIFESA

(post assolutamente fuori tempo massimo, ma altre urgenze premevano in questi ultimi tempi)

In taxi dalla stazione all’albergo; la radio sintonizzata su uno di quel programmi in cui c’è della gente che blatera (il nome inglese mi rifiuto di dirlo e di scriverlo). In studio Salvini, di cui fino a quel momento conoscevo unicamente il nome e le contumelie che da ogni parte gli vengono scaraventate addosso; tema: l’episodio del pensionato che ha ucciso il ladro che gli era entrato in casa. Salvini non mi è sembrato rifulgere di sapienza, devo dire (rispondere “mio figlio ha detto che Valentino Rossi ha torto” – o il contrario, non mi ricordo, anche perché non ho la minima idea di che cosa abbia fatto V. R. – non è il massimo come argomentazione), ma in confronto al conduttore appariva di una brillantezza che ti ci potevi specchiare. Cioè, ditemi voi, cosa dovrei pensare di uno che per una mezza dozzina di volte ripete: “Ma la famiglia del ragazzo ha detto che la vita vale di più dei soldi”? Cioè, stiamo cercando di stabilire se il pensionato si sia comportato in maniera lecita o no, e tu mi porti come argomento le dichiarazioni dei parenti del ladro?! Ma per piacere! E quando Salvini dice: “Per il morto una prece, ma non credo di dovergli niente di più” quello salta su indignato: “Ah! Neanche una prece è disposto a concedere al morto!!” e direi che il Cottolengo dovrebbe essere il posto adatto a questo signore. E vabbè. Ciò su cui vorrei soffermarmi però è la questione: valgono più i soldi o una vita umana? A me, sinceramente, posta così pare una grandissima cazzata. Perché se io entro in gioielleria, tiro fuori la pistola e dico dammi tutti i soldi e tutti i gioielli o ti ammazzo, e il gioielliere che ha una pistola mi fa fuori, sui due piatti della bilancia non ci sono la mia vita e i suoi gioielli: quei gioielli e quei soldi sono ciò che serve a mantenere in vita la famiglia del gioielliere, quindi ciò che realmente sta su quei due piatti sono la vita di una persona criminale e le vite di una famiglia per bene. E allora, se proprio si viene messi in condizione di dover scegliere, possiamo davvero avere dubbi su che cosa valga di più?
Poi, oltretutto, succede addirittura che la vittima venga incriminata perfino quando non usa le armi.
E poi magari leggiti qualche utile considerazione qui.

barbara

TEL NOF

Sarà perché in aeronautica militare ci sono nata. Sarà perché ho avuto il battesimo dell’aria a sei mesi, su un aereo militare. Sarà perché gli aerei li ho pilotati e ci ho fatto acrobazie, sempre in aeronautica militare. Sarà quello che si vuole, sta di fatto che l’aeronautica militare ce l’ho sotto la pelle, e poche cose mi emozionano come il rombo di un caccia.
Grande è stata dunque l’emozione regalatami dalla visita alla base di addestramento della IAF (Israeli Air Force) di Tel Nof, soprattutto sapendo quanto sia fondamentale l’arma aeronautica per la difesa di questo piccolo, meraviglioso Paese, costantemente minacciato di annientamento da nemici tanto più grandi e potenti; vedere questi splendidi animali da combattimento nonché autentici gioielli tecnologici

An Israeli air force F15-E fighter jet takes off for a mission over the Gaza Strip, from the Tel Nof air base in central Israel November 19, 2012. Israel bombed dozens of targets in Gaza on Monday and said that while it was prepared to step up its offensive by sending in troops, it preferred a diplomatic solution that would end Palestinian rocket fire from the enclave. REUTERS/Baz Ratner (ISRAEL - Tags: CIVIL UNREST POLITICS MILITARY)

(illustrati dalla voce calda dell’ufficiale addetto alla nostra accoglienza, colonnello Kaufmann – che poi io non ho mai capito come facciano i soldati israeliani a essere tutti così belli, ma questa è un’altra storia) è stata davvero una festa per gli occhi e per lo spirito. Dopo le spiegazioni, le domande, e dopo le domande serie, la domanda mia: il grande sogno della mia vita è sempre stato di volare su un caccia, F15 o F16: devo rinunciare al mio sogno? Naturalmente se avesse detto di sì, avrei risposto: “Ma io non lo farò”; lui però ha risposto: “Ma no, è semplicissimo: basta che si arruoli, e potrà volare su tutti i caccia che vuole”.
La giornata è idealmente proseguita con l’intervento (tra gli altri), al ricevimento presso il kibbutz Maalè Ha’Hamisha, del giornalista televisivo Alon Ben David che ha esaustivamente illustrato la situazione attuale, i pericoli rappresentati da Hamas ma soprattutto dall’Iran, in particolare dopo il famigerato accordo voluto da Obama. E poi i discorsi sono finiti ed è iniziata la musica, e abbiamo riso e cantato e saltato e ballato fino allo sfinimento (anch’io, per un’ora di fila, senza stancarmi mai, con un fiato che non sospettavo di avere; anzi, con un fiato che non avevo mai avuto neanche quando avevo quindici anni e non avevo ancora incominciato a fumare): centinaia di persone di trenta Paesi diversi, gioiosamente unite in un unico, immenso, festoso inno alla gioia, all’amore, alla vita. Perché sta scritto: “E tu sceglierai la vita”, e noi l’abbiamo scelta. E sempre la sceglieremo, qualunque inferno i nostri nemici promettano di prepararci.
Am Israel chai.

barbara

 

VOI CHE VIVETE SICURI

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
in cui il mondo è a portata di mano.
Voi che provate fastidio
a dover ricordare
anche una sola volta all’anno.
Sappiate che questo è un Uomo,
soldato prega
che non perde speranza della pace
nonostante non conosca ancora pace,
che lotta quotidianamente
contro l’odio di cui l’avete circondato
ma non cede mai al rancore,
che usa il suo ingegno per la vita
ma che troppo spesso ancora
muore per un sì o per un no.
Sappiate che questa è una Donna,
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disposta a imbracciare le armi,
a usare la forza di una tigre
per difendere i suoi piccoli,
la memoria sempre viva,
luce negli occhi e futuro nel grembo.
Meditate su ciò che è stato
e su ciò che è adesso,
su ciò che voi vorreste dimenticare,
banalizzare, sminuire, ribaltare,
perché tutt’oggi vi disturba.
Vi comando queste parole:
Am Israel chai!

Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Fulvio Del Deo

Perché la memoria non resti confinata a un giorno nel calendario.

barbara

IL CABALISTA DI PRAGA

Che all’inizio sembrerebbe la storia del dybbuk, ma non è la storia del dybbuk; o meglio, un dybbuk c’è, ma non è “quello lì” (e se non sai che cos’è il dybbuk ti vai a informare: non pretenderai mica che ti serva sempre la pappa fatta, eh?). Anzi, in un certo senso è l’esatto contrario, è il rifiuto di adeguarsi al destino disegnato dai padri, la rivendicazione da parte dell’interessata (una donna!) del diritto a scegliere la propria strada contro tutto e tutti.
E poi c’è la storia del Golem, che all’inizio ricalca quella tramandata dalla leggenda: i cristiani che non smettono di assaltare il ghetto per fare strage di ebrei, una volta col pretesto di un’epidemia di peste di cui, come al solito, vengono incolpati gli ebrei (che, grazie in parte all’isolamento a cui sono costretti, e in parte alle loro norme igieniche rituali, muoiono sensibilmente meno dei cristiani), una volta con quello di qualche cristiano trovato morto, a volte facendo anche a meno di qualsiasi pretesto; il desiderio di una potente arma di difesa; la tentazione di fare ricorso ai misteriosi poteri esoterici della cabala per dare vita a un umanoide dalla potenza illimitata ma del tutto privo di pensiero, di volontà, di sentimenti – in una parola, di umanità. Poi, come si sa, qualcosa va storto – ma, nel romanzo, va storto in maniera molto diversa da quella narrata nella leggenda, ed è proprio in questo “andare storto” che si manifesta tutta l’umanità di Marek Halter e dei personaggi a cui la sua fertile fantasia ha dato vita.
(Post scriptum: oggi il Golem non ci serve più: abbiamo l’esercito di Israele)

Marek Halter, Il cabalista di Praga, Newton Compton
il cabalista di praga
barbara