AGGIUNTA POSTUMA

Perché ricordarli tutti in una volta non è mica possibile. E dunque ripartiamo.

Sulla schiena, al di sotto della spalla destra, ho una vistosa cicatrice, in corrispondenza dell’intervento per asportarmi una cisti di dimensione di poco inferiore a quella di un uovo, e quindi oltre alla cicatrice c’è anche la buca dove il chirurgo (la boldrina probabilmente direbbe la chirurga) ha scucchiaiato un bel po’ per asportare tutto. E dunque la prima volta che mi spoglio per fare il tecar alla schiena vede la cicatrice, vede la buca e dice: “Ah, ti sei fatta togliere un neo”.
Le racconto che a distanza di oltre tredici anni e mezzo da quando ho smesso di fumare, mi capita ancora piuttosto spesso di sognare di fumare, e mentre fumo – ben consapevole del fatto che avevo smesso – un po’ mi sento in colpa, ma mi sento anche tanto tanto tanto felice. Allora lei a sua volta mi racconta che all’inizio di questo suo percorso formativo si era occupata anche di alimentazione, trovando le esperienze di quelli che una volta la settimana fanno un giorno di “digiuno terapeutico” (che un digiuno possa avere qualcosa di positivo non ci credo neanche morta, ma d’altra parte io non credo neanche alle scie chimiche, il che dimostra che sono del tutto irrecuperabile, e quindi è inutile provare a discutere con me) a scopo depurativo, e una volta ha voluto provare: la mattina ha fatto colazione alle otto, e poi per 24 ore solo acqua, e durante tutta la notte ha sognato panini traboccanti di prosciutto e ogni sorta di cibarie. Io dico che, a parte il fatto che non ci credo, non potrei comunque digiunare, perché dopo un certo tempo che non introduco cibo, se non mangio svengo. Mangi frutta e verdura? chiede. Io mangio di tutto, dico, carne pesce uova latticini e poi sì, anche frutta e verdura. No, dice, è che questa cosa di reggere poco senza mangiare succede a chi mangia soprattutto carboidrati. Ah no, dico, quello non c’è pericolo: la pasta la mangio molto raramente, il pane praticamente mai… I carboidrati sono gli zuccheri, dice perentoriamente, e sono nella frutta e nella verdura (col cazzo, cocca: i carboidrati sono AMIDI e zuccheri, e si trovano soprattutto nei cereali. E meno male che hai fatto un corso di nutrizionismo – altra “specialità” di recente invenzione, con laureati in biologia che si improvvisano “nutrizionisti” e pretendono di sostituire i dietologi, che sono medici e sanno come funzionano gli organismi, e non solo le cellule). Comunque mangi più frutta e verdura che carne, no? chiede – ma praticamente afferma. Perché voi conoscete molta gente che mangia più carne che frutta e verdura? E quelli che digiunano periodicamente, per ragioni religiose o pseudo-terapeutiche, tutti carnivori assatanati che si strafanno quotidianamente di fiorentine pranzo e cena?
Da oltre trent’anni soffro di sciatalgia; da circa quattro-cinque anni è diventata molesta; da circa un anno e mezzo è diventata disperante. Adesso, fra infiltrazioni e laser, la situazione è abbastanza sotto controllo. Senonché domenica scorsa si è improvvisamente scatenato un attacco micidiale: dolore lancinante ventiquattr’ore su ventiquattro in qualunque posizione, impossibilità di fare praticamente qualunque movimento, estrema difficoltà a camminare, e solo zoppicando fortemente e per tratti brevi, una situazione veramente drammatica. Purtroppo il lunedì sono partita per Milano con l’illusione che si trattasse comunque di una cosa momentanea, e quindi non adeguatamente rifornita di cose utili, e sono stati tre giorni di tormento. Il mercoledì pomeriggio finalmente, rientrata a casa, prendo l’ultimo farmaco prescrittomi dall’anestesista, che nel giro di meno di un’ora mi ha significativamente ridotto il dolore, e senza effetti collaterali, questa volta. Poi vado a fare fisioterapia, e devo avvertirla che, pur migliorata rispetto a poche ore prima, ho però ancora una mobilità ridotta per cui non posso fare la posturale (e mentre mi metto in posizione per il tecar all’anca, per “aiutarmi” mi prende la coscia e comincia a tirare, io urlo “ahi ahi ahi no no no lascia lascia lascia” e più io urlo e più lei tira e più lei tira e più io urlo e più io urlo e più lei tira…) Comunque. Al momento di uscire mi trattiene ancora un momento per dirmi: “La sciatica comunque è tutta questione di postura: stacci attenta”.

Niente, un circo.

barbara

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CHANUKKAH 1943

Chanukkah 1943
Campo di transito di Westerbork, Olanda. Circa 100.000 ebrei furono deportati da Westerbork ai campi di concentramento e di sterminio. In attesa di essere sterminati, tuttavia, non mancavano di restare fedeli alle tradizioni; parecchi, addirittura, riuscivano persino a digiunare a Kippur. Di sicuro nessuno di loro rimpiangeva di non avere avuto un nonno che avesse fortunatamente rotto con la tradizione.
(Una scena molto simile a quella dell’immagine appare nel film Jona che visse nella balena, relativa proprio al campo di Westerbork in cui Jona Oberski visse per qualche tempo con i genitori prima di essere deportato a Bergen Belsen)

barbara

E PERFINO DA UNA SEDIA A ROTELLE


Se tu guardi un ostacolo come un ostacolo, probabilmente ti abbatterà; se guardi un ostacolo come una sfida, allora farai del tuo meglio per superarlo.

Fra due ore inizia Yom Kippur: auguro a chi digiuna, un digiuno non troppo faticoso, e gmar chatima tova.
Noi ci rivediamo domani sera.

barbara

EURABIA? NO, MA QUANDO MAI!

Torino, aggredito presidente cristiani copti da gruppo musulmani

Torino, 19 lug. (LaPresse) – Azer Sherif, presidente dell’associazione cristiano copti d’Italia, egiziano di 54 anni residente a Torino, è stato aggredito ieri a Torino sotto la sede della sua associazione da un gruppo di una decina di nordafricani, marocchini ed egiziani, armati anche di catene. “Perché non fai il ramadan?” gli hanno chiesto due marocchini – secondo quanto riportato dalla vittima alla digos, presso cui ha sporto denuncia – che lo hanno fermato sotto la sede della sua associazione “Io amo l’Italia”, in corso Giulio Cesare, quartiere Porta Palazzo. Azer Sherif ha risposto di essere cristiano.
A quel punto i due si sono allontanati e sono tornati con altre persone, circa dieci, egiziane. Il gruppo lo ha insultato e aggredito, dopo averlo accusato di non essere musulmano, e poi lo ha picchiato, usando anche una catena. Sherif è rimasto colpito alla testa e si è fatto medicare all’ospedale Giovanni Bosco di Torino. La prognosi è di dieci giorni, le ferite sono lievi. Sherif ha sporto denuncia questa mattina.

C’era una volta, in Italia, la libertà di religione. C’era.

barbara

TISHA BEAV E GERUSALEMME

Questa sera inizia Tishà beAv, una delle ricorrenze più solenni del calendario ebraico. In tale occasione vi propongo il testo integrale, e senza aggiunta di commenti, di Ugo Volli pubblicato su Informazione Corretta.

La testimonianza di un digiuno
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
questa sera per gli ebrei inizia il digiuno del 9 del mese di Av, il momento più luttuoso del calendario ebraico, anche più della giornata dell’espiazione, Yom Kippur, che è sì un momento penitenziale in cui si confessano i peccati individuali e collettivi, ma è pensato soprattutto come un’occasione di riscatto, il momento giusto per provare a migliorarsi. Tishà beAv, il digiuno di domani (niente cibo e acqua per 26 ore, lettura del testo più terribile della Bibbia ebraica, le Lamentazioni, i gesti del lutto come sedersi per terra e privarsi di tutti i conforti normali), è invece solo triste, perché ha la natura della commemorazione di un dolore collettivo.
Vi dò queste notizie in un sito come questo che non ha una visione religiosa né si rivolge solo agli ebrei, perché questo digiuno, come molte ricorrenze nel calendario ebraico, ha anche o soprattutto una natura storico-politica. Il ricordo luttuoso non riguarda un evento della storia religiosa ebraica, anche se si sono proposti dei riferimenti a questa data per diversi eventi negativi raccontati nella Bibbia, come la fallita missione degli esploratori in terra di Canaan, ma un fatto storico, anzi due: entrambe le cadute di Gerusalemme nelle mani dei nemici di Israele sono accadute in questa data: quella del 587 a.E.V. nelle mani di Nabucodonosor re di Babilonia e quella del 70 della nostra era per mano del romano Tito.
Da venticinque secoli dunque il popolo ebraico digiuna per la caduta di Gerusalemme. In realtà il digiuno è duplice, ce n’è un altro meno duro tre settimane prima, il 17 del mese di Tammuz, che ricorda la prima breccia aperta nelle mura prima della seconda caduta di Gerusalemme, e tutto il periodo intermedio è segnato dal lutto, con regole un po’ diverse secondo le tradizioni. Perché raccontare questi riti? Perché anch’essi testimoniano del fortissimo legame storico del popolo ebraico con la sua capitale. Come molti altri: la promessa di ricordare la città che si fa ad ogni matrimonio, insieme alla rottura di un bicchiere (segno di lutto anch’esso); l’augurio alla conclusione della festa di Pesach, di celebrarla “l’anno prossimo a Gerusalemme”; la benedizione che fa parte della preghiera centrale della liturgia ebraica, l’Amidà,  ripetuta tutti i giorni tre volte al giorno in cui si chiede la ricostruzione di Gerusalemme e infinite altre preghiere, salmi, testi di riflessione. Il Talmud, per esempio, si apre col Trattato delle “Benedizioni”, che proprio all’inizio riporta la testimonianza di un  maestro talmudico che si reca a pregare “nelle rovine” di Gerusalemme e sente la voce del pianto di Dio per la sua distruzione, che pure Egli ha ordinato. E anche dopo la restaurazione del possesso ebraico su Gerusalemme il lutto si continua a portare, perché questo potere non è incontestato, è ancora a rischio e il Tempio resta distrutto. Così si è deciso alla fondazione dello stato di Israele e la grande vittoria del ’67, in cui finalmente gli ebrei hanno potuto tornare a casa, non ha modificato questa scelta.
Vale la pena di ripetere queste cose che sono ovvie per gli ebrei osservanti e certamente estranee a chi non appartiene alla cultura ebraica, a causa della bizzarra e pertinace negazione che il mondo arabo e in particolare le fazioni militanti palestinesi propagandano intorno a Gerusalemme: che cioè non vi sarebbe rapporto fra la città e il popolo ebraico, che non vi sarebbe stato un Tempio dove oggi sorgono le moschee, che la città sarebbe sempre stata musulmana, anche prima di Maometto. Ci vuole una grande faccia tosta per negare quel che si trova confermato in mille fonti, dall’archeologia agli scritti degli storici greci e romani, dalle lettere dei governanti dei paesi circostanti a quel che raccontano i Vangeli e gli Atti in ambito cristiano. Perfino il Corano dice che al popolo ebraico spetta quella terra. Ma Arafat e i suoi successori sanno bene e praticano costantemente quel che insegnava il ministro della propaganda nazista Göbbels: “Ripetete una bugia cento volte, mille volte, un milione di volte, ed essa diventa una verità”.
Dunque anche in questo caso bisogna ripetere anche le verità più ovvie per evitare che siano soppiantate da una bugia. Gli ebrei consapevoli ricordano Gerusalemme ogni giorno della loro vita, hanno un legame con essa che non è paragonabile neanche lontanamente a quello degli altri popoli per la loro capitale: chi oggi in Italia piangerebbe il sacco di Roma da parte dei Celti (390 a.C.), la caduta di Romolo Augustolo (476 d.C) o anche la terribile invasione dei lanzichenecchi del 1527? Negare questo legame è insensato, è come fondare una propaganda politica sulla piattezza della terra o sull’alchimia medievale. Ma gli arabi lo fanno, senza vergogna e senza pudore, anche i cosiddetti moderati. Questo dovrebbe far riflettere anche sulle altre loro pretese, sulla “narrativa” su cui fondano la loro identità. Perché se qualcuno, o qualche movimento non ha timore di dire che la Terra è piatta, o che gli ebrei non hanno rapporto con Gerusalemme, nessuna sua affermazione è credibile.

A tutti coloro che lo fanno, auguro un digiuno fruttuoso e pieno di riflessione e consapevolezza.

barbara

TESHUVÀ

Generalmente viene tradotta con “pentimento”, la parola teshuvà, ma in realtà significa ritorno. Questa sera inizia Yom Kippur, giorno in cui si fa teshuvà: tutti gli ebrei osservanti, e anche parecchi non osservanti, per venticinque ore digiunano, e pregano, e chiedono perdono a D.o per le colpe commesse ma, soprattutto, alle persone per i torti commessi nei loro confronti. Ritornando, così, a uno stato di purezza.
In questa solenne occasione vi offro questo bellissimo racconto di una teshuvà, di un ritorno.

Teshuvà

Finch trascorreva il tempo lento delle sue giornate come un orso in luoghi nascosti.
Molti anni prima della storia che sto per raccontarvi, aveva aperto una piccola libreria antiquaria; lo aveva fatto sottovoce poiché temeva di importunare coloro che della lettura ascoltavano solo il bisbigliare dei chierici. Camminando nel Vicolo Basso verso il ponte, nella vetrina al numero 110, si vedevano solo libri morti e l’acciottolato riflesso sul vetro; nell’ombra, all’interno, pareva non esserci nessuno; e forse era così. Finch contemplava la vita scorrere, con una rassegnazione rugginosa, e si faceva domande alle quali, il più delle volte, non sapeva rispondere se non frugando fra le carte del suo mondo incerto. Negli anni trascorsi chino sui libri aveva raccolto il dire degli altri uomini e i loro pensieri, ma molti ormai sembravano lontani, quasi nascosti nelle nebbie che da quelle parti, in inverno, sommergevano il mondo; anche quello invisibile.
Dalla strada la vetrina rifletteva il faticoso incedere degli uomini, ma non dall’interno, oltre i libri Finch intravedeva le ombre della vita degli altri, nessuno scorgeva nell’oscurità le tracce del suo esistere, nemmeno lui.
Una fredda sera d’autunno, di quelle sospese fra la neve e il buio, la porta della libreria gemette per aprirsi e una donna, che aveva il volto spento della cenere e occhi lacerati dal rancore, spinse una mano aperta contro il libraio e trafisse la sua rassegnata tenebra – Siete stati voi a crocifiggerlo. Voi. – Pareva, in quelle strida, liberasse un segreto. Poi rimase solo l’aria gelida e il ronzio del mondo là fuori. Il libraio farfugliò qualche scusa, si avvicino alla soglia e scrutò il vicolo che aveva inghiottito lo spirito malevolo e la sua bestemmia. Così si specchiò nella vetrina e non si riconobbe, come spesso succedeva. Rientrò, chiuse la porta, appese il cartello “Tornerò…” 
– Voi chi ? – Di questo non serbava memoria, certo il cognome, ma chissà quanto tempo era trascorso; chissà se e quando i Finch erano stati Ebrei. Si avvicinò alla vetrinetta che custodiva i volumi più preziosi, riuscì a vedere il suo volto tagliato da lame di luce riflessa dalle pergamene. Si toccò la fronte con la curiosità di una carezza, guardò il profilo della sua inquietudine. – Non sono stato io – mormorò.
Fu allora che Finch decise di cercare fra vecchie carte, tenute da logore cordelle, la memoria nascosta della sua famiglia, le ragioni dell’ingiuria. Da un documento battesimale, probabilmente estratto da un libro delle anime, capì che un suo avo era arrivato dalla Svizzera circa a metà del Settecento. Questi infatti, era sposato con una certa Marta Bruner, avevano avuto due figli, Isacco nato prima del loro viaggio e Giovanni Giusto, nato in Italia da Ebrei convertiti e battezzato nella parrocchia di San Simone nel 1748. Anche Bruner potrebbe essere un cognome Ebreo, e Isacco non era forse il figlio del Patriarca ? Probabilmente erano stati costretti al cattolicesimo prima di scendere in Italia, per fuggire dalla storia, dalla paura, per ingannare la vita in un altrove possibile. Avevano così tagliato le orme del camminare della sua stirpe, consegnandolo al suo personale arrancare in una vita sfinita e logora ancor prima che lui ne prendesse coscienza. Forse avevano spento il fuoco del suo eterno viaggiare.
Ma voi sapete bene, che la fiamma non si estingue mai. E quella fiamma bruciava nel cuore spaccato di Finch e voci cominciarono a gridare e la notte non poteva dormire perché le voci non tacevano mai. Scavò i libri e la sua anima con le mani, coltivando una segreta fatica, come in un orto.
Come tornare?
Comprò un cappello nero e decise che si sarebbe fatto crescere la barba, qualcuno avrebbe sicuramente borbottato – ecco, guardate l’uomo che cerca – e questo avrebbe soddisfatto le lingue del borgo e il mormorio che lo accompagnava.
Come aveva potuto non capire prima le ragioni della sua sofferenza nel sentirsi altro da sé, forse perché scrutava in una tinta oscura, forse perché attendeva un segno? Da quel momento la fede bruciò i resti avari del suo passato, e rese ragione alla cecità disperata dei suoi anni. Nelle ore lunghe della libreria cominciò a studiare l’Ebraico e riconobbe la lingua matricale. La lettura da destra gli riusciva davvero semplice e in poco tempo sentì nella sua bocca l’asprezza della heth. Recitava lo Shemà, nel tepore raccolto dello studio, come se la preghiera avesse scandito i giorni della sua vita da sempre.
La libreria del vicolo Basso da allora chiuse il Sabato, e il Venerdì sera, dopo il tramonto, si poteva vedere la lieve balugine di due lumi accesi, filtrata dal vetri appannati. Qualche passante che la sera, rincasando, si fermava a curiosare davanti al negozio, vedeva un uomo con una lunga barba, grigia ormai, che al lume fioco di alcune candele leggeva antichi volumi in una scrittura mai vista prima che, a detta di alcuni, era Ebraico. Il professore del Liceo giù in città, che in più occasioni aveva acquistato qualche classico in edizione pregiata nella libreria del Vicolo Basso, confessò al parroco – Lo avevo immaginato, è un uomo che si nasconde nella notte. -.
Finch viveva in un piccolo borgo della provincia, che voglio tacere, dove non avevano mai vissuto Ebrei; la gente non riusciva nemmeno a immaginare chi potessero essere gli Ebrei e cosa sapessero mai fare; qualche anziano ricordava divertito l’incipit di non so quale cantilena, ma non avrebbe poi saputo seguitarla. La sua vita era quella di un’ombra solitaria, schivo ad un mondo che mal gli corrispondeva. Forse D-o avrebbe accettato la sua incapacità di essere altro da sé. Che avrebbe mai potuto fare? Sua madre, era morta e non era Ebrea, non più; era un uomo stanco e non era tempo ormai per costruire una famiglia. Eppure sapeva di avere strappato abiti che lo avevano sempre nascosto a sé e agli altri, di essere ritornato al popolo di Abramo, da dove veniva. – Proprio ora – si diceva – ora che io ho compreso, nessuno può comprendere me. – Pregava ogni giorno, rispettava i precetti della Torah, ma era solo. Il bottegaio si accorse che non comprava più alcuni tagli di carne , ma che volete, in quei tempi il denaro era davvero poco. Nella sua solitudine il libraio osservava Shabat e celebrava feste che ad altri sarebbero parse stravaganti stranezze. Recitava ogni giorno l’Amidah in silenzio, in piedi, rivolto verso Gerusalemme.
Era l’unico modo che conosceva per tornare ad essere Ebreo.
Una sera, all’ora in cui la gente affrettava il ritorno a casa per il freddo pungente, un vecchio, intabarrato in un panno scuro, si fermò davanti alla vetrina. Guardava i libri esposti, ma il vetro appannava, così risolse di entrare. Finch era curvo su un antico in-folio che avrebbe voluto acquistare e che stava collazionando.
L’uomo portava un paio di occhiali dorati sugli occhi chiari, luccicanti, un cappello nero sulla barba lunghissima e bianca. Chiese di poter vedere un Sefer mihvar hapeninim che era appoggiato su uno scaffale.
– Certo, potete vederlo ma, perdonatemi, non è in vendita – si schermì Finch – questo libro per me è un prezioso sollievo. –
Non crediate che fosse uno sprovveduto, aveva compreso che davanti a lui c’era il primo Ebreo che avesse mai veduto oltre sé stesso. Avrebbe voluto abbracciarlo e gridargli la sua disperazione, ma pensò che il suo corpo fosse accordato per ascoltare. Il vecchio invece tacque e si congedò, per non so quale premura, dicendo che sarebbe comunque tornato per vedere, con la luce del giorno, altri volumi che portavano sul dorso caratteri ebraici e che sicuramente sarebbero stati di suo interesse. Restò un profumo familiare, che non avrebbe saputo dire. Restò una malinconia indefinita e struggente e la perduta opportunità di sentirsi fratello ad altri. Lo guardo allontanarsi nel buio mentre rialzava il collo di pelliccia contro il vento gelido.
La vita in quel tempo non era avara con Finch, ogni giorno portava nuova semenza, la sua barba cresceva, studiava nuovi libri che comprava sui cataloghi di altri antiquari, nelle grandi città; trovò il Maftehot ha Zohar di Fontanella e l’Atereth zeqenim di Abrabanel; ogni volume arricchiva la sua fede e la sua sottomissione all’Eterno. Ormai leggeva e traduceva bene l’Ebraico, anche se non era certo di alcune flessioni della voce. Recitava le Benedizioni ogni qualvolta è d’obbligo e riteneva in cuor suo di comportarsi così come era scritto; non vedeva, abbagliato dalla sua nuova speranza, che gli uomini, là fuori correvano sventolando giornali, si fermavano a grappoli sulla piazza, gridavano con i pugni chiusi e le donne, al vespro, scendevano alla Chiesa come stormi neri di uccelli.
Un giorno l’uomo col tabarro tornò. Finch lo guardò scrutare all’interno, dalla vetrina; per un attimo temette che se ne andasse, pensando forse che la libreria fosse chiusa; così accese un lume, e il vecchio allora entrò. – Barukh haba – sussurrò l’uomo dei libri, le sue labbra piangevano sommesse, perché non avevano mai offerto ad altri parole cosi belle. – Barukh hanimtza – rispose l’altro e la sua voce cadde dalla barba come miele – penso che lei potrebbe avere un libro che io cerco da molto tempo. Si tratta di una rara edizione del Moreh ha-nekuvim, un incunabolo, forse del 1469. Sarebbe una vera fortuna se lei lo potesse vendere. –
Ora ditemi, che avrebbe potuto fare Finch? Quel libro era una rarità e lui ne aveva letto notizia in qualche saggio di bibliografia giudaica, ma non voleva perdere un’altra occasione per parlare un poco con l’uomo che rappresentava l’unico legame fra la sua antica solitudine e i figli di Abramo. Allora, accarezzandosi la barba, mormorò una scusa — Dovrò guardare fra i miei libri, nella stanza qui dietro, mi perdoni per qualche minuto – ma sembrava un bambino.
Si rifugiò nella penombra dello studio; pensava che avrebbe comunque potuto proporre qualcosa di interessante, per esempio quel Perus Hammes Megillot di Yahia, una bella cinquecentina, poi si sarebbero potuti parlare, anche in ebraico forse; così avrebbe potuto in seguito chiedergli — Fratello in Abramo chi è questo umile mercante, io cosa sono dietro questa barba, che devo fare di questa solitudine, di questi vecchi libri cosa resterà, che sarà di Finch? Nostro Padre mi riconoscerà?-
Era accovacciato fra i volumi antichi, nel buio dello studio, quando sentì la porta aprirsi, rumorosamente, con inutile sgarbo e udì una voce gracchia, diversa da quelle mai conosciute, feroce, giovane; – Sei tu Finch l’Ebreo? – Guardò quel suo mondo e gli parve si sgretolasse. Gli parve che i libri, i suoi libri lo potessero sommergere, come per proteggerlo da quell’aria gelida che entrava dalla porta; cosa volevano da lui, chi latrava nel suo mondo silenzioso?
Finch non ebbe paura, ma il suo corpo si irrigidì e sospese il respiro. Faticosamente fece per alzarsi quando il vecchio rispose – Finch sono io -.
Lo portarono via. Rimase la porta spalancata sulla nebbia. Finch vide le loro divise allontanarsi nella strada e in mezzo a loro trascinare l’uomo con la barba bianca. Ancora protetto dall’ombra, vide i bottoni lucidi, i capelli rasati e i volti glabri; non si chiese chi fossero i soldati e da quale inferno fossero usciti, però capì chi era il vecchio; e penso che ormai anche voi lo sappiate.
Il Profeta Elia si voltò per l’ultima volta, da lontano sorrise a Finch e Finch comprese che il Santo, Benedetto Egli sia, lo avrebbe riaccolto fra la sua gente.

Israel Eliahu

A tutti gli amici ebrei, di nascita, di ritorno o di approdo, auguro un digiuno non troppo tormentoso e un ritorno completo.

barbara