E PRIMA DI CAMBIARE DISCORSO

Impossibile non dare la parola al mitico, imprescindibile Andrea Marcenaro.

siamo_fieri_del_giro_d_italia_filosemita

Siamo fieri del Giro d’Italia filosemita

Ci piace da morire che le biciclette partano quest’anno da Israele

Ancora è in corso la pressione palestinista, così detta per dire di una complessa comunità araba la quale resta una via di mezzo tra ex giordani e non so, sui confini israeliani di Gaza. E l’altro giorno Abu Mazen, che sarebbe poi una via di mezzo tra un Arafat e un Fantozzi coi miliardi, ha scelto di indossare il vestito del primo, vale a dire di una via di mezzo tra Himmler e Nasser, per estrarre dalla kefiah una sua personale riedizione del Protocollo dei Savi di Sion, pubblicazione che rappresenta in maniera esemplare una via di mezzo tra la mascalzonata e l’orrore. Cioè: se la sono cercata, gli ebrei, Hitler coi forni glie l’ha fatta solo trovare. Bon. Prima in quanto europei, poi come italiani, siamo evidentemente orgogliosi di essere rappresentati in tutto ciò dalla commissaria Mogherini la quale, via di mezzo tra il nulla e il magico incrocio tra Obama e D’Alema, non pronuncia parola se non sente Teheran. Siamo fieri della mamozza nostra, in sintonia con l’Europa, epperò, lei ci perdonerà, restiamo filosemiti inguaribili. Fuori moda, in altri termini, povere vie di mezzo tra tradizioni e tendenze. Ci piace da morire, facciamola breve, che le biciclette del Giro d’Italia partano quest’anno da Israele. Prima tappa Gerusalemme, sede naturale delle prossime ambasciate, perciò a cronometro. Seconda in volata, sul lungomare di Tel Aviv, dove i bar sulla spiaggia fanno dei Negroni che levati. Terza a Eilat, 229 chilometri verso il Mar rosso tagliando il Negev. Siamo tutti una via di mezzo, questo è innegabile: tre tappe, poi di nuovo l’Italia. A pedalare. Dio quanto ci piace, però, che anche in Israele siano tappe di sola andata e il diritto al ritorno se lo pigli nel culo.
Andrea Marcenaro, il Foglio, 4 maggio 2018

E niente, quest’uomo si può solo adorare.

barbara

Annunci

CHI È UN PROFUGO “PALESTINESE”?

Un vecchio articolo che ritengo utile riproporre.

Di Ariel Pasko

Chi è un “profugo palestinese”? Bene, la risposta più breve è che possiamo esserlo  quasi tutti, anche voi ed io. La  risposta più esauriente è un pochino più complicata, ma non di molto.
Capite, “profugo palestinese” costituisce uno status politico concesso come premio. Ma prima lasciate che vi spieghi…

Recentemente si è fatto un gran parlare del cosiddetto “diritto al ritorno” dei “profughi palestinesi”. Tuttavia, il Quartetto  – formato da USA, EU NU e Russia – nell’aprile del 2003   ha redatto una “Roadmap ….per una soluzione permanente del conflitto Israelo-palestinese che contempla due stati”. Israele, con il Primo Ministro Ariel Sharon,  e l’Autorità Palestinese, con  l’allora primo ministro Mahmoud Abbas, al summit di Aqaba, hanno accettato la road map. Ma questa menziona i profughi solo di passaggio, senza mai definire chi siano e lascia il compito di determinare la loro condizione in ulteriori colloqui per definirne esattamente  lo status.
Tornando  all’estate scorsa, dopo l’annuncio della road map, il Ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese Nabil Shaath, parlando in un hotel della capitale libanese Beirut, ha detto   “Non è stata posta alcuna condizione per il ritorno [soltanto] ad uno stato indipendente palestinese. Il diritto al ritorno non è più un’illusione. E’ parte integrante dell’iniziativa di pace araba, che è uno dei punti salienti della road map.”
Shaath ha continuato “Voglio che sia chiaro, il diritto include il ritorno ad uno stato indipendente e alle città palestinesi dello stato ebraico. Se una persona ritorna ad Haifa [in Israele] o a Nablus [Shechmen in Giudea/Samaria, Cisgiordania] il suo ritorno è garantito”- ha promesso. Il ministro dell’ AP si riferiva all’iniziativa saudita adottata da un summit della lega araba tenutosi a Beirut nel marzo del 2002. Evidentemente i palestinesi vedono la road map in modo molto diverso dagli Israeliani.
Il “diritto al ritorno” è così problematico per i politici israeliani che persino il capo dell’opposizione e membro del  Parlamento, Shimon Peres dei Laburisti e Yossi Sarid e Ran Cohen del partito di estrema sinistra Meretz, dopo aver saputo del  discorso di Shaath, hanno affermato che si opporranno con forza ad un accordo di pace che includa un diritto al ritorno da parte dei palestinesi in Israele, poiché un tale diritto costituisce una minaccia all’identità del paese e alla soluzione dei “due popoli due stati”. Il Laburista Matan Vilnai ha detto “I palestinesi devono capire che tutti i partiti di Israele sono uniti contro il cosiddetto diritto al ritorno”.
I più alti dirigenti del Ministero degli Esteri Israeliano hanno immediatamente risposto che “Non ci sarà alcun ritorno dei profughi nello Stato di Israele”. Il portavoce del Governo Israeliano Avi Panzer mette in evidenza  che la road map non include un impegno al “diritto al ritorno” e che ai “profughi” non sarà mai concesso di tornare in Israele. “Questa è una dichiarazione che può solo rovinare tutto, perché è falsa” – ha detto. “La road map non fa alcun riferimento al diritto al ritorno [dei profughi] e questa dichiarazione va a detrimento della realizzazione della road map”.
“Israele non ha intenzione, in nessuna circostanza e sotto nessuna forma, di accettare  i profughi nelle città Israeliane che Nabil Shaath definisce città “palestinesi”, ha detto Panzer. Il portavoce del primo Ministro Israeliano Ariel Sharon, Raanan Gissin si è affrettato a dichiarare “nessun Governo Israeliano  lo accetterà mai. Non ci sarà alcuno stato palestinese fintanto che continueranno a pretendere il diritto al ritorno”.
Ed hanno ragione; gli Israeliani non accetteranno che i “profughi palestinesi” tornino in Israele.   Secondo un recente studio, il Peace Index Project condotto dal Centro Tami Steinmetz per la ricerca sulla Pace dell’Università di Tel Aviv dal 31 agosto al 2 settembre 2003, alla richiesta se “secondo la legge internazionale, le persone che lasciano  le case durante la guerra non per loro scelta o perché espulsi abbiano il diritto di tornare a casa alla fine del conflitto” e alla domanda “Siete d’accordo oppure no riguardo il fatto che questo principio sia valido anche nel caso dei profughi palestinesi?” il 76,3 % degli Ebrei Israeliani ha risposto di no.
Quindi è stato chiesto: “Se l’ultima possibilità per raggiungere un accordo di pace fosse il riconoscimento del principio del diritto al ritorno dei profughi palestinesi pur senza che ciò significasse dare ai profughi realmente l’opportunità di ritornare, in questo caso sosterreste o vi opporreste al riconoscimento del principio del diritto al ritorno da parte di Israele?” Anche a questo almeno i due terzi hanno  nuovamente risposto di essere contrari ad un simile accordo. Ma si può notare che  in tutta questa discussione non è mai stato stabilito chi sia un “profugo palestinese”.
Né il precedente Primo Ministro dell’AP Mahmoud Abbas, né l’attuale Ahmed Qureia hanno rivelato quale sia il concetto di “diritto al ritorno”, così come non lo hanno fatto gli altri leaders palestinesi. Durante la visita in Cina –secondo il quotidiano Al-Ayyam – Qureia ha richiesto il cosiddetto “diritto al ritorno” come condizione fondamentale per la pace. “O (raggiungiamo) una pace giusta che garantisca il legittimo diritto nazionale del popolo palestinese, inclusi il Ritorno, l’autodeterminazione e la costituzione di uno stato indipendente con capitale Gerusalemme, o non ci sarà alcuna pace, ma un ritorno ad ogni forma di battaglia” ha detto.
L’ultima delizia sul “campo della pace” di Israele è quel   mal concepito “Accordo di Ginevra” del laburista Yossi Beilin. L’accordo di Ginevra prevede il ritiro di Israele entro i confini precedenti il 1967, con minime rettifiche. I capi  palestinesi come Nabil Shaath insistono sul fatto che l’accordo riconosca il “diritto al ritorno” dei palestinesi nonostante il rifiuto di Beilin.
E’ stato versato molto inchiostro e sono stati usati molti bytes per dibattere i pro e i contro dei termini dell’accordo, incluso cosa fare con i “profughi palestinesi”, tuttavia non è mai stato definito cosa sia un “profugo palestinese”.
Due dei migliori articoli apparsi recentemente, che discutono molti diversi aspetti della questione “profughi palestinesi”,  incluso se il cosiddetto “diritto al ritorno” sia riconosciuto dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale 194 – e non lo è- sono “Chi vuole essere un profugo palestinese?” di Steven Plaut e “Come l’Occidente indebolisce Israele” di David Bedein. Tuttavia, neppure essi stabiliscono mai chi sia un “profugo palestinese”.
Penso di avervi tenuti  abbastanza  in sospeso, così ora passiamo a considerare l’unica definizione “legale” esistente di  “profugo palestinese”.  [La definizione] proviene dall’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Assistenza e l’Occupazione per i  profughi palestinesi del vicino oriente (UNRWA), che è un’agenzia per l’assistenza e lo sviluppo umano, che fornisce educazione, cure, servizi sociali e di pronto soccorso ad oltre quattro milioni di profughi che vivono nella Striscia di Gaza, nella Riva Occidentale, in Giordania, in Libano e nella Repubblica araba siriana, stando al loro web site. I cosiddetti “profughi palestinesi” che vivono bene in America, in Europa o in qualunque altro posto, non contano.
“Secondo la definizione  dell’UNRWA, i “profughi palestinesi” sono persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina  [Palestina del Mandato] tra giugno 1946 e maggio 1948, che hanno perduto la casa e i mezzi di sussistenza in seguito al   conflitto arabo- Israeliano del 1948. I servizi della UNRWA sono disponibili per tutti coloro che rientrano in questa definizione, che sono registrati presso l’Agenzia e che hanno bisogno di assistenza” . La definizione di profugo secondo la UNRWA include anche i discendenti di coloro che diventarono  profughi nel 1948. Il numero dei profughi palestinesi registrati è di conseguenza cresciuto da 941.000 del 1950 a più di 4 milioni nel 2002 e continua ad aumentare a causa dell’aumento naturale della popolazione”, stando al loro sito internet.
Notate  la frase “include anche i discendenti di coloro…”, a differenza degli altri profughi sotto la tutela dell’ONU,  i “profughi palestinesi” riescono anche a trasferire il loro status di profughi agli eredi. Quale concessione politica da parte delle Nazioni Unite!…
Prima di continuare, vorrei precisare che la registrazione dei “profughi” avvenne almeno due anni dopo il conflitto. Molte altre stime affidabili riportano dati più bassi, all’incirca 550.000-600.000. Ma anche quelle includono i 36.800 immigranti arabi legali ed illegali–provenienti da Nord Africa, Egitto, Siria, Libano, Giordania e Penisola Araba – verso la  Palestina del Mandato, come riportato dall’amministrazione britannica del tempo. Questo include anche  57.000 nomadi Beduini che non avevano  fissa dimora. Include anche almeno 170.000 arabi, originari della Cisgiordania o di Gaza, che si erano trasferiti in aree Ebraiche che in seguito sono diventate lo Stato di Israele, che cercavano lavoro durante il periodo del Mandato e che poi se ne sono andati durante la guerra per tornare a casa. Se sottraiamo tutte queste persone, i profughi veri sono probabilmente non più di 300.000.
Joan Peters nel suo “Da tempo immemorabile” osserva che il dato massimo fornito dall’Agenzia UNRWA, di 343.000,  è meno della metà del numero di profughi rivendicati dagli arabi subito dopo la loro partenza, prima che i numeri fossero riportati “gonfiati” nei “campi profughi”. Dal 1950 gli arabi nazionalisti di Gaza, della Cisgiordania, della Giordania, dell’ Egitto e del Nord Africa, della Siria e del Libano che si sono offerti volontari per diventare “profughi palestinesi” sono riusciti a triplicare le cifre. Così si ottiene l’assurda affermazione che le   300.000 persone che c’erano nel 1948 siano aumentate fino a oltre 4 milioni solo in 55 anni.
Voglio sottolineare che la definizione della UNRWA di “profugo palestinese” secondo cui si tratta di “… persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina [la Palestina del Mandato] tra giugno 1946 e maggio 1948, che hanno perduto la casa e i mezzi di sussistenza in conseguenza al conflitto arabo- Israeliano del 1948.”, in teoria si sarebbe potuto applicare sia agli israeliani che agli arabi. Infatti, prima del 1948 gli Ebrei erano chiamati palestinesi, poiché vivevano nel Mandato Palestinese, mentre gli arabi sfuggivano a questa etichetta e continuavano ad identificarsi solo come arabi, affermando di essere parte della più grande “nazione araba”. Questo si può vedere anche da come essi chiamavano le loro istituzioni, quali il  “ Comitato Superiore Arabo”.
Come ha affermato l’URNWA “I servizi della UNRWA sono disponibili per tutti coloro che rientrano in questa definizione, che sono registrati presso l’Agenzia e che hanno bisogno di assistenza”. Si dovrebbe osservare che circa 900.000 Ebrei divennero profughi provenienti dai paesi arabi, da cui furono espulsi o da cui dovettero fuggire sotto   minaccia di morte nello stesso periodo,  un altro esempio di pulizia etnica del XX secolo. Persero le terre, le case, le proprietà, gli affari e le strutture comunitarie – come le sinagoghe e altre proprietà comuni. Circa 650.000 di essi andarono nell’area del Mandato, che divenne in seguito Israele e, se lo Stato di Israele non si fosse occupato di loro,  anch’essi avrebbero dovuto ricorrere all’aiuto della UNRWA. Perché gli stati arabi non aiutano i loro fratelli?
A questo proposito, quando gli stati arabi, Arafat e l’AP chiesero un compenso per i cosiddetti profughi, dovete sapere che Israele, già nei primi anni ’50, per aiutare ed alleviare le condizioni  dei “profughi palestinesi”  concesse denaro dal conto inattivo della banca (dei profughi) per un totale di oltre 50 milioni di dollari del tempo, attraverso agenzie delle Nazioni Unite con cui erano in affari. Potrebbero chiedere la restituzione dell’ammontare reale –quanto possedevano realmente?- ma da tempo il patrimonio liquido è stato affidato a loro.
Ecco qui la definizione di “profugo palestinese” delle Nazioni Unite. Chiunque abbia vissuto nel Mandato due anni prima della creazione dello Stato di Israele (1948) e i suoi discendenti.
Così si può assistere a fatti assurdi come nel caso  di un giovane arabo proveniente dall’Iraq che va nella   Palestina del Mandato intorno alla fine degli anni ‘30 a cercare lavoro e poi se ne va allo scoppiare  della guerra nel 1948. Si trasferisce quindi in Giordania e sposa una bella beduina, non una “palestinese”. Ha 7 figli  che   a loro volta si sposano con dei bei beduini e delle belle beduine. Oggi ha 29 nipoti e 11 pronipoti. Secondo le Nazioni Unite questo significa che ora abbiamo 48 profughi, senza contare le mogli (non dimenticate la riunificazione familiare). Forse è in questo modo che arriviamo da 300.000 a 4 milioni?
Oppure consideriamo il caso assurdo di un giovane arabo nord africano che fugge dalla guerra degli Inglesi contro i nazisti nel 1945, poi si insedia nella Palestina del Mandato, sposa una bella ragazza italiana soltanto per fuggire a Gaza con l’aprirsi delle ostilità contro gli Ebrei nel 1948. Viene calcolato come “profugo palestinese”    insieme a tutti i suoi discendenti, i quali si sono comunque sposati con europei? Dimenticate la crescita naturale dichiarata dall’ONU. Hanno solo giocato con le cifre. Lo status   di “profugo palestinese” è solo un simbolo politico molto ambìto, senza contare che è anche un “lavoro” lucroso, con enormi vantaggi economici provenienti dall’UNRWA e dall’OLP.
E’ ridicolo che qualcuno che ha vissuto nella Palestina del Mandato per due anni e mezzo possa ricevere il sussidio internazionale per i 50 anni seguenti insieme a tutti i suoi discendenti. E’ semplicemente  sbagliato che delle persone che si sono trasferite ad Haifa o a Tel Aviv dalla Cisgiordania o da Gaza e sono poi tornate a casa possano reclamare il diritto allo status di profugo e lamentarsi per le opportunità economiche perdute –lavorando per gli ebrei- e chiedano al mondo di elargire loro un sussidio. Che bel lavoro! Che grandi benefici a spese del mondo! I più grandi donatori dell’UNRWA sono gli Stati Uniti, la Commissione Europea, la Gran Bretagna e la Svezia. Altri tra i maggiori donatori sono gli Stati Arabi del Golfo, i Paesi Scandinavi, il Giappone ed il Canada. Dovrebbero essere tutti furiosi…
E perché tutti questi “profughi palestinesi”, molti dei quali non sono  neppure originari dell’area, dovrebbero avere il “diritto al ritorno” nell’area della precedente Palestina del Mandato, di  Israele o dell’Autorità Palestinese?
Non posso proprio togliermelo dalla mente: “chi è un profugo palestinese”? Ebbene, avreste potuto essere voi oppure io.

Ariel Natan Pasko è un analista e consulente indipendente. E’ laureato in Analisi delle Relazioni e della Politica Internazionale. I suoi articoli compaiono regolarmente su numerosi giornali, riviste e siti internet che possono essere letti alla pagina  www.geocities.com/ariel_natan_pasko

© 2003/5764 Pasko

Poi, volendo, si potrebbe ricordare che fra quei trecentomila profughi forse autentici, molti se ne sono andati su sollecitazione dei capi arabi, come si può leggere nei documenti proposti qui. E poi bisognerebbe rileggere anche questo importante articolo di Ben Dror Yemini.
E il mondo mente

barbara