JOE DEMENZA, LA SAGA CONTINUA

I risultati delle sue prime ore di lavoro.

Lorenzo Capellini Mion

USA, Bidenstan

Bloccata la costruzione dell’oleodotto Keysyone XL, e di fatto cancellati migliaia di posti di lavoro e il futuro di altrettante famiglie. In un’epoca in cui un lavoro equivale alla vita.
Oltre ai sindacati e alcuni Stati americani, come il Sud Dakota, è furioso pure il Canada del noto clown che ha chiesto un incontro con l’uomo del sottoscala.
Bloccati tutti i rimpatri ed inoltrata la richiesta ai centri di identificazione di lasciare liberi di vagare tutte le persone immigrate illegalmente nel territorio. Nel colloquio con il Presidente del Messico ha subito delineato le nuove linee guida che se unite allo stop dei lavori per completare il muro al confine significa una chiamata all’invasione.
Se vi può far piacere secondo il South China Morning Post le aziende manifatturiere cinesi con il suo avvento professano un rinato ottimismo.
Ora Biden non urterà i vostri meravigliosi ed immacolati sentimenti con i suoi Tweet, come faceva l’uomo arancione cattivo, ma distruggerà gli Stati Uniti portandosi con se quello che resta del mondo libero.
We miss you Donald J. Trump

Emanuel Segre Amar

In meno di 72 ore di gestione di questa magnifica coppia che non rispetta né il distanziamento, né l’uso della mascherina (non mi risulta infatti che siano conviventi, anche se la moglie di Biden è rientrata in casa sua solo perché la Casa Bianca attirava troppo per trascurarla) ecco i primi risultati:

– 70000 posti di lavoro perduti
– sport femminile in grosse difficoltà
– invasione di una zona della Siria
– la Guardia Nazionale, dopo la cerimonia del 20 gennaio, abbandonata al freddo in un garage
– mancanza di un piano contro il COVID-19 (e lo credo, col ministro della sanità che ha nominato…)
– indipendenza energetica degli USA a grave rischio
– immigrazione illegale incoraggiata (e i lavoratori americani senza lavoro che diranno?)
L’articolo completo disponibile su Dreuz

E come se non bastasse

Lorenzo Capellini Mion

“La tribù indiana Ute della Riserva Uintah e Ouray richiede rispettosamente di modificare immediatamente l’ordine n. 3395 per fornire un’eccezione per i permessi energetici e le approvazioni sulle Terre Indiane.
La tribù indiana Ute e altre tribù produttrici di energia fanno affidamento sullo sviluppo energetico per finanziare i propri governi e fornire servizi ai propri membri.
Il Suo ordine è un attacco diretto alla nostra economia, alla nostra sovranità e al nostro diritto all’autodeterminazione.
Le terre indiane non sono terre pubbliche federali.
Qualsiasi azione sulle nostre terre e sui nostri interessi può essere intrapresa solo dopo un’efficace consultazione tribale.
L’ordine n. 3395 viola il trattato degli Stati Uniti e le relazioni fiduciarie nei confronti della Comunità Indiana Ute e viola importanti principi di sovranità tribale e autodeterminazione.
Il Suo ordine è stato emesso anche in violazione dei rapporti intergovernativi; Ordine Esecutivo n. 13175 sulla consultazione e il coordinamento con i governi tribali indiani e la politica interna degli interni sulla consultazione con i governi tribali.
L’ordine deve essere ritirato o modificato per conformarsi alla legge e alle politiche federali. Grazie per la Sua attenzione su questa questione.
Restiamo in attesa di cordiale riscontro”.
Luke Duncan,
Presidente della Ute Indian Tribe Business Committee

Ci ha messo poco la realtà a presentare il conto e ad ora la risposta è stata: “Trovatevi un altro lavoro”

Però almeno si dà da fare per unire il Paese dopo che l’uomo arancione cattivo lo ha diviso, giusto?

Falsa partenza di Biden: dice di voler unire il Paese, ma i primi decreti promuovono l’agenda radicale

Sicché il presidente Biden dovrebbe essere l’uomo dell’unità e della riconciliazione nazionale? A parte il suo discorso inaugurale, tutt’altro che unificante (come ha analizzato Federico Punzi su queste colonne), la sua presidenza prende il via con una falsa partenza che già dice molto: la pagina Twitter dell’ambasciata Usa in Israele viene ribattezzata “Ambasciata statunitense di Israele, Cisgiordania e Gaza”. Due governi insultati in un colpo solo: Israele che non riconosce l’indipendenza né della Cisgiordania né di Gaza e anche l’Autorità Palestinese che non riconosce certamente la Gaza controllata da Hamas (movimento terrorista, secondo la classificazione Usa). La pagina è stata cambiata di nuovo, dopo un paio d’ore, ed è tornata ad essere “Ambasciata di Israele”. A Gerusalemme non l’hanno presa benissimo. Difficile che sia stato un hacker, come si usa dire ormai nella politica romana, oppure solo una svista. Senza essere complottisti è comunque un segnale su come viene inteso il Medio Oriente nella nuova amministrazione.
La seconda falsa partenza riguarda invece l’alleanza con il Regno Unito ed è simbolicamente più importante: per prima cosa, Biden ha “esiliato” dallo Studio Ovale il busto di Winston Churchill, dopo quattro anni che aveva sorvegliato la scrivania di Trump. Anche Obama lo aveva fatto, sollevando non poche critiche sia in patria che nel Regno Unito (Boris Johnson, allora sindaco di Londra, aveva risposto con una dura reprimenda e per questo era ovviamente stato accusato di razzismo). Questa volta lo spostamento del busto del vincitore della guerra contro il nazismo è passato maggiormente in sordina, probabilmente per timore. Perché le statue di Churchill, il suo monumento a Londra eretto nei pressi del Parlamento, sono state oggetto di contestazioni violente da parte del movimento Black Lives Matter, che accusa di “razzismo” lo statista britannico. Con una campagna terzomondista che parte da lontano, la vittoria di Churchill è stata eclissata da episodi a lui (ingiustamente) attribuiti, come la terribile carestia del Bangladesh, e in generale dalla sua strenua difesa dell’Impero Britannico, oggi vista come inaccettabile espressione del suprematismo bianco. La sua rimozione è dunque un tributo a questa ideologia, tanto più che, ora, nello stesso Studio Ovale, sono stati trasferiti i busti degli eroi del movimento per i diritti civili: Rosa Parks, Robert Kennedy, Eleanor Roosevelt e Martin Luther King.
Ma è sul fronte interno e delle relazioni con le istituzioni sovranazionali che la politica di Biden sta partendo con un piglio radicale. Prima di tutto nel metodo: una pioggia di ordini esecutivi. Il presidente lascia intendere che la legge sarà emanata direttamente dal potere esecutivo, senza troppe discussioni o passaggi al Congresso, e scavalcando anche le prerogative degli Stati. “Il presidente eletto Biden sta assumendo l’incarico in un momento in cui la nostra nazione attraversa una crisi profonda – si legge nella nota del suo capo di Gabinetto Ron Klain – Stiamo affrontando quattro crisi che si sovrappongono e si sommano: la crisi del Covid-19, la conseguente crisi economica, la crisi climatica e la crisi razziale. Tutte e quattro le crisi richiedono azioni urgenti. Nei suoi primi dieci giorni di presidenza, il presidente eletto Biden intraprenderà azioni decisive per affrontare queste quattro crisi, per prevenire altri problemi urgenti altrimenti irreversibili e per ripristinare il prestigio americano nel mondo”. Dove tutto è inteso come “crisi”, gli atti straordinari dell’esecutivo diventano ordinari.
Una sfida agli Stati sarà costituita dalla (apparentemente secondaria e doverosa) “sfida dei 100 giorni con la mascherina” e consiste nell’imporre l’obbligo di mascherina su scala nazionale, in tutte le proprietà federali e nei viaggi fra Stati. Già nei dibattiti presidenziali, Trump aveva contestato al suo rivale democratico l’idea di federalizzare l’obbligo di mascherina: la sanità è una prerogativa degli Stati, infatti. La “sfida” è dunque un compromesso: obbligo sì, ma solo quando si è in transito fra due Stati (quindi fra due regolamenti e sistemi sanitari diversi) oppure nelle proprietà del Governo federale. In barba al ruolo della Cina nell’Oms e ai danni che ha creato a tutto il resto del mondo, con un altro ordine esecutivo gli Usa entreranno di nuovo nel novero dei grandi finanziatori dell’agenzia Onu per la sanità.
Ma è sul clima e sull’equità razziale che Biden punterà le sue carte nei primi dieci giorni di governo. Quanto al clima, la prima azione sarà quella di riportare gli Usa negli Accordi di Parigi. Il Trattato imporrà agli Usa di ridurre le emissioni di gas serra del 26-28 per cento rispetto ai livelli del 2005, entro il 2025. Gli imprenditori energetici temono di affrontare costi enormi di adeguamento e trasformazione, in un periodo in cui sono già in crisi a causa della pandemia. La prima vittima, ormai accertata, è l’oleodotto strategico Keystone XL, lungo la costa occidentale, duramente contestato da ecologisti e associazioni di nativi americani. Benché la compagnia avesse assicurato, nei giorni scorsi, di realizzare un’opera “a zero emissioni”, fra gli ordini esecutivi di Biden c’è, appunto, anche la cancellazione del progetto. Biden ha apertamente promesso di voler superare la produzione energetica con energie fossili, mettendo a rischio tutta l’industria petrolifera e carbonifera. Proprio in un periodo in cui, almeno dal 2018, gli Usa sono diventati Paese esportatore di petrolio.
Quanto al fronte razziale, con un’altra mossa simbolica molto importante, Biden cancella la neocostituita “Commissione 1776”, volta a preservare la storia nazionale nei programmi scolastici. Al suo posto, Biden ordina alle agenzie di sviluppare programmi scolastici improntati sull’eguaglianza razziale, anche qui, forse, per accontentare gli studenti che abbattono le statue di Cristoforo Colombo e di Thomas Jefferson senza fare troppi distinguo. Oltre a ciò, sul fronte dell’immigrazione, proprio mentre è partita un’altra “carovana” dall’America Centrale, Biden ordina la fine della costruzione del muro al confine col Messico, l’abolizione del divieto di accesso da sette Paesi musulmani considerati a rischio terrorismo (mentre i voli da e per Brasile, Regno Unito e Ue restano bloccati, causa Covid) e la cancellazione delle nuove misure restrittive sull’immigrazione. L’obiettivo è regolarizzare il più possibile degli 11 milioni di immigrati irregolari presenti negli Usa.
In questo elenco, tutt’altro che esauriente e in fase di espansione, dei primi ordini esecutivi di Biden, troviamo buona parte del programma della sinistra radicale. Di che unità parliamo, allora?
Stefano Magni, 22 Gen 2021, qui.

E mentre firma i decreti…

E sarà bene non dimenticare che

Resta comunque, di buono, che il suo predecessore era cattivo e tutti gli altri no, ecco.

Cristina Buonomo

Joe Biden dice che vuole picchiare il Presidente.
– Cory Booker dice che vuole prendere a pugni il Presidente.
– Robert De Niro dice che vuole colpire Trump in faccia.
– Jimmy Kimmel e altri ospiti a tarda notte scherzano sull’assassinio del Presidente.
– Snoop Dog fa un video sull’assassinio del Presidente.
– Johnny Depp parla di un attore che assassina il Presidente.
– Kathy Griffin posa con una testa sanguinaria mozzata del Presidente.
– Tom Arnold dice: ′′ Non fare troppo c…. traditore, si sono presentati anche per JFK ′′
– Gaetz è minacciato da qualcuno che ha avvertito che farà saltare la testa al deputato.
– Scalise viene quasi ucciso.
– ANTIFA attacca abitualmente e ora uccide i conservatori.
– Hollywood fa un film sull’uccisione dei sostenitori di Trump.
– Tucker Carlson ha attivisti di sinistra a casa sua minacciando di bruciare la sua casa con dentro moglie e figli.
– Madonna parla di voler far saltare in aria la Casa Bianca.
– McConnell è minacciato da attivisti di sinistra a casa sua di essere pugnalato al cuore.
– La vita del professore democratico costituzionale Jonathan Turley è minacciata per la sua opinione opposta all’impeachment.
Eppure, i socialdemocratici, CNN, MSNBC, ABC, CBS, NBC, TDIP, Media Matters e il DNC dicono tutti che …
′′Trump sta incitando alla violenza.”
Da un commento di Piero Vallero

E niente, se nasci dalla parte giusta sei buono, e resterai buono qualunque cosa tu faccia, compreso il mettere le mani addosso alle bambine. Praticamente così

barbara

PER NON PERDERE DI VISTA I FATTI

Inondations et écoulements de boue en Colombie, Décembre 2010

Effondrement d’un immeuble, Nairobi, Kenya, Janvier 2006

Délégation humanitaire en Inde, 2001

Délégation humanitaire en Nouvelle-Orléans, 2005

Délégation humanitaire en Grèce, 1999

Délégation humanitaire au Mexique, 1985

Délégation humanitaire au Cambodge, 1975

Délégation humanitaire au Japon, 2011

Tremblement de terre en Haïti, Janvier 2010

Tremblement de terre en Turquie, 1999

Délégation humanitaire en Macédoine, 1999

Guerre civile de Bosnie, 1992

Délégation humanitaire en Roumanie, 1989

Délégation humanitaire de la Marine israélienne en Grèce, 1953

Attentat à Burgas, Bulgarie, 2012

Tremblement de terre au Sri Lanka, 2004

Génocide au Rwanda, 1994

Tremblement de terre en Arménie, 1988

Attentat à Buenos Aires, Argentine, Juillet 1994

Guerre civile en Yougoslavie, Août 1992

Délégation humanitaire au Ghana, 2012

Explosion à Taba, Égypte, 2004

Délégation humanitaire aux Philippines, Novembre 2013

Poi diamo un’occhiata ai medici in campo
medici
(Clic per ingrandire. Come potete vedere, lo 0,1% della popolazione mondiale ha mandato oltre il 30% degli aiuti)

E poi fila di corsa a leggere qui.

barbara