CON L’ESERCITO

Così meno di quattro anni fa il signor Grillo Giuseppe – di formazione geometra, di professione spacciatore di mastodontiche bufale e giganteschi imbrogli – così, dicevo, si proponeva di fermare chi avesse tentato di mettere in atto la “Gronda”, che avrebbe alleggerito il traffico del ponte Morandi

Nel 2014 dopo l’alluvione che colpì la città di Genova, Grillo si trovava in città assieme al Comitato “No Gronda” che denunciava lo spreco di denaro per le grandi opere: “6 per il terzo Valico e 3-4 miliardi di euro per la Gronda”, dichiarava il grillino Paolo Putti del Comitato.
L’opera della Gronda avrebbe dovuto alleggerire il traffico sul Ponte Morandi deviando almeno i mezzi pesanti, ma il leader dei pentastellati lo riteneva uno spreco di denaro e incitava il pubblico gridando: “Dobbiamo fermarli con l’esercito”. Qui, mentre qui potete vederlo in tutta la sua bellezza e ascoltarlo in tutto il suo starnazzare.

E oggi? Anche oggi ha molto da dire, il signor Grillo Giuseppe. Ascoltiamolo.

di Beppe Grillo – La Superba è tagliata in due, in cielo volano gli elicotteri dei Vigili del Fuoco e del 118, che stanno operando in condizioni estremamente difficili e pericolose. La rapidità del loro intervento è fondamentale.
Ancora più rapidi, per natura, gli sciacalli già volteggiavano nel cielo delle parole. Parole nauseanti, al 90% inutili. [Eh sì, signora mia,  così fastidioso lo sciacallaggio, ma così fastidioso quando non ne siamo gli autori bensì i bersagli…]

E’ difficilissimo rispondere a questa gente, che nel tempo ha trasformato in pettegolezzo macabro un mestiere (informare) che era nobile. Spesso richiedeva un grande coraggio.
Gli sciacalli sono animali veloci e senza alcuna forma di rispetto, la natura non li ha neppure forgiati belli nel corso dell’evoluzione. [Ora le spiego una cosa, signor Grillo Giuseppe: gli sciacalli a quattro zampe non sono uguali a quelli a due zampe. E, soprattutto, se si vuole descrivere qualcosa, il modo migliore non è quello di guardarsi allo specchio. Se mai le fosse capitato di vederne uno, saprebbe che sono fatti così
sciacallo
e sfido chiunque a sostenere che questo sia un animale brutto. Che poi, a dirla tutta, leoni tigri leopardi giaguari hanno forse rispetto? E che senso ha parlare di rispetto in un ambito come questo?]

A loro non serve essere prestanti per razzolare in mezzo alla morte ed approfittarne. [? Prestanti? Ma non stava parlando di bellezza? Di estetica? Comunque per una volta concordo: anche lei in effetti non è poi così prestante. Ma poi mi dica – ah, che sciocca! Stavo per scrivere “mi dica onestamente”, o “mi dica sinceramente”: quale assurdità” – è peggio un animale quadrupede che, essendo sprovvisto di forti armi, si sfama e sfama i propri figli con quando rimane degli animali uccisi da altri animali, o un animale bipede che stermina un’intera famiglia?]

*Non c’è grande opera pubblica che mancherà di essere rivalutata! Non c’è pettegolezzo che possa essere ascoltato se non da un altro pettegolo.
IO AMO GENOVA, e questo schifo di tirapiedi in cerca d’autore mi ha infastidito nel profondo.* [questa parte non l’ho capita. Nel senso che proprio non ho capito di che cosa stia parlando]

Proprio quel viadotto e tutta l’infinita serie di revisioni a costi esorbitanti, esitato comunque nel crollo, nella tragedia: un pugno nello stomaco al futuro della città. Proprio quello stesso viadotto era una grande opera pubblica. Era malata alla nascita, [«Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell’imminente crollo del Ponte Morandi» Chissà chi l’avrà detto? Mah…]

e proprio mentre siamo sgomenti a contemplare il suo disastro, esito triste e muto di una gestione dissennata, gli sciacalli colpiscono esattamente lì. [Vero. Ne sto contemplando uno proprio in questo momento]

*La motivazione a rivalutare tutti questi mostri potenziali è ancora più forte oggi. Revisionare queste mangiatoie, rivalutare anche quei gioielli che verranno costruiti con i soldi della gente e che alla gente devono restare.* [anche questo non l’ho capito]

Non sono uso a rispondere agli schiavi dei rapaci, ma questa volta non posso evitarlo. Noi rivedremo tutti questi “progetti”. [? Noi chi? Lei, tirando fuori il suo diploma di ragioniere che le dà la competenza sufficiente?

Che da anni e decenni stanno lì, come se fossero scritti con l’inchiostro simpatico. Destinati, dopo l’opportuna spartitoria stagionatura politica, ad essere costruiti male e di fretta. Oppure con infinita lentezza come la SA-RC.

Insomma, sento che devo rispondere agli sciacalli, devo rispolverare un’ascia di guerra che non avrei mai pensato di riconsiderare [HAHAHAHAHA!]: noi rivedremo quei progetti dissennati, fermeremo questa ininterrotta serie di obbrobri pericolosi e, agli sciacalli, non resta che un vaffanculo a mille decibel. [e quando mai è stato capace di dire qualcosa di diverso]

Contemplando questo orrore sono ancora più convinto che le grandi opere pubbliche dalla carta al mondo reale devono essere riviste: tutte.

La concessione a operatori così dissennati della nostra viabilità va revocata e restituita allo stato! [Quello stato che – giusto per fare un esempio a caso – nella gestione dell’acqua si perde per strada il 40%? O che mette ventottomila forestali in Sicilia mentre il Canada, con oltre 400.000 Km² di foreste, ne ha 4200?]

Esiste uno sciacallaggio peggiore del fingere di non avere detto quello che è stato detto e che ha contribuito a spianare la strada al disastro? Sì, lo so, nessuno può garantire che senza i “no-gronda” il ponte sarebbe ancora in piedi, ma questa non è una buona ragione, per chi ha battuto tutti i marciapiedi possibili, per farsi fare un’imenoplastica e presentarsi come vergine immacolata e offesa.

barbara

AGGIORNAMENTO FRONTE DOMESTICO

Che sarebbe questo qui (con ulteriori informazioni nei commenti).
Alle cose dette lì va aggiunto il letto, che dopo essere stato rifatto da lei deve essere interamente rifatto, perché il lenzuolo da una parte tocca terra e dall’altra arriva a malapena al bordo del letto, mentre la coperta dalla testa è ripiegata di 40-50 centimetri e dai piedi non arriva neppure a poter essere girata sotto il materasso. E il tappeto di fianco al letto: ovviamente, dato che serve per metterci sopra i piedi, dovrebbe stare FUORI dal letto. Ebbene, lei lo trova fuori e lo spinge sotto almeno per metà; io lo tiro fuori e lei la volta dopo lo rispinge sotto e io lo ritiro fuori e lei lo… Così.
E le piante: me le ha annegate. Fin dall’inizio, di sua iniziativa, le ha sempre bagnate lei. Un giorno volevo spostarne una e ho fatto una ricca doccia ai piedi: il portavaso era pieno d’acqua fino all’orlo, e così tutti gli altri. L’ho svuotato, e il giorno dopo era di nuovo pieno per parecchi centimetri, dell’acqua che la pianta aveva nel frattempo pisciato giù. Una bellissima che avevo in sala, di tipo arborescente col fusto legnoso, ad un certo punto ha cominciato ad afflosciarsi. Lei sosteneva che bisognava cambiare il vaso mentre il vaso andava benissimo perché era sempre stata lì. Quando si è afflosciata del tutto, morta defunta, ho tagliato a pezzi i rami per buttarli nell’umido, e mi si è riempita la mano di acqua: era morta annegata.
E il fornello: quando sono arrivata qui aveva circa un anno di vita ed era perfetto; quasi subito ha cominciato a riempirsi di chiazze opache, che adesso finalmente ho capito essere dovute a forte sfregamento con spugne abrasive, e l’altra settimana mi sono accorta che è tutto graffiato.
E il tavolo del computer. Siccome non bevo niente né bollente né ghiacciato, una sera mi sono portata qui la tazzina del caffè appena fatto. Quando l’ho presa per riportarla in cucina ho visto che era rimasta una macchia di caffè, ma siccome lei doveva venire il giorno dopo non mi sono preoccupata di pulire. Il giorno dopo, quando lei è andata via, la macchia era ancora qui, e così mi è venuta la curiosità di vedere quanto ci avrebbe messo prima di pulirla. Da quella sera sono passati tre mesi e mezzo: la macchia di caffè è sempre qui.
E il tappeto della sala. Un giorno mi cade qualcosa per terra, metto giù la mano per raccoglierla e sento granellini di ogni sorta, terra, di tutto: in otto mesi, mi sono resa conto, non era mai stato passato con l’aspirapolvere. E quando la volta dopo le ho detto di passarlo che era tanto sporco, ha detto va bene, senza la minima sorpresa per il fatto che fosse molto sporco: evidentemente era vero che, come avevo pensato, non lo aveva mai pulito perché non le era neanche passato per la testa che fosse una cosa da fare.
E i quadri, che a guardarli con la luce giusta si vedono pieni delle strisce lasciate dalle frettolose passate con lo straccio bagnato.
E poi gli orari. Avevamo stabilito che avrebbe fatto dalle tre alle sei. Ad un certo punto ha cominciato ad andarsene cinque minuti prima. Poi dieci. Poi quindici. Poi venti. Poi c’è stata la volta che sono uscita e sono rientrata alle cinque e quaranta, e lei era già andata via. E poi mezz’ora. La settimana scorsa quando, per la terza volta, alle cinque e mezza ha detto ci vediamo la settimana prossima, ho ostentatamente guardato l’orologio e poi ho detto: sì, ma se lei mi fa due ore e mezza non posso mica pagargliene tre. Ah no no, certo, ha detto lei. Ieri sera mi ha telefonato, con voce incerta e tono imbarazzato. Mio marito ha detto che non devo più lavorare mattina e pomeriggio, dice. Ha detto che è troppo, non sono mai a casa, adesso devo lavorare solo la mattina. Domani mattina sono dalla signora di sotto e a mezzogiorno quando finisco le porto le chiavi e anche il numero di una mia amica che può venire al posto mio. Evidentemente si è sentita offesa nel suo onore; e io che non ne potevo più di avere per casa un simile impiastro che solo a vederla navigare per il corridoio con la sua stazza da portaerei a una media di sei sette metri all’ora mi veniva mal di stomaco ma non sapevo che scusa inventarmi per mandarla via, ho tirato un tale respiro di sollievo, ma un tale respiro di sollievo, che neanche ve lo immaginate (mi ha portato anche il numero di telefono della sua amica da far venire al posto suo: e me lo immagino cosa deve essere una raccomandata da lei. Io comunque dodici ore dopo la sua telefonata ne avevo già trovata un’altra, che è sicuramente molto migliore, e finalmente i mal di stomaco sono finiti).

barbara

 

SOTTOMISSIONE

È un romanzo, come sapete, e come tutti i romanzi racconta una storia di fantasia. Però. Però poi succede che leggiamo questa storia di fantasia, e ci guardiamo intorno, e ci vengono i brividi alla schiena, perché quello scenario da incubo rappresentato in questa storia di fantasia assomiglia maledettamente a ciò che stiamo vedendo succedere intorno a noi. Come sicuramente sa la maggior parte di voi, il romanzo racconta delle elezioni del 2020 in Francia, della vittoria del partito islamico che negli anni precedenti non ha fatto altro che rafforzarsi, e di come tutto questo influirà in quella che un tempo era stata la civiltà occidentale. O, più semplicemente, la civiltà, con le libertà conquistate attraverso dure battaglie, e la parità tra i sessi e i diritti acquisiti e la democrazia…
Il libro ha anche, a mio avviso, un discreto valore letterario (che raggiunge vette sublimi nella descrizione dei pompini di Myriam), ma dovrebbe avere soprattutto il valore di un severo monito, di un ultimo, perentorio invito ad aprire gli occhi prima che sia troppo tardi – con la speranza che ci troviamo ancora in questo prima. Credo sia utile leggere, insieme al libro “di fantasia”, anche questo documento
LoStatoIslamico
(non lasciatevi impressionare dalle 64 pagine: ci sono moltissime immagini e si legge in fretta). Questo testo è “la parola alla difesa” dell’ISIS, la risposta alle accuse che da ogni parte gli vengono mosse, una “onesta” rappresentazione dello Stato Islamico nella sua autentica realtà (che ricorda tanto questo, nei toni, negli argomenti, nelle immagini idilliache che evoca, e soprattutto nell’assoluta aderenza ai fatti). Se poi ti restano ancora due minuti, vai a leggere anche questo, che male non ti farà di sicuro.

Michel Houellebecq, Sottomissione, Bompiani
Sottomissione
barbara

E DOPO UN ATTIMO DI TREGUA

Dopo il doveroso attimo di tregua (ogni tanto bisogna pur tirare il fiato) torniamo a calarci nella drammatica realtà dei nostri giorni: sto parlando della tragedia che si è consumata a Ginevra, per commentare la quale penso che la cosa migliore sia cedere la parola a Ugo Volli.

Finalmente siamo arrivati a Monaco
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
ve lo avevo annunciato con un paio di settimane di anticipo per via dell’imprevisto intervento francese, ma stavolta, con la firma degli accordi di Ginevra, l’Impero americano è veramente morto. Dopo aver tentato di “guidare da dietro” la guerra alla Libia, col risultato che si è visto, la dissoluzione del paese in parti tribali e la reintroduzione della Shari’a; dopo essersi ritirato precocemente dall’Iraq, con un identico risultato e in più l’egemonia iraniana; dopo aver tentato di instaurare un regime islamista in Egitto e regalato alla concorrenza russa, ora l’Egitto tornato su una strada di laicità (non ditemi che c’entra la democrazia, perché le elezioni che hanno eletto Morsi erano chiaramente taroccate); dopo aver fatto giravolte infinite sulla Siria minacciando un intervento, poi riducendolo a “piccolissimo”, infine cedendo alla Russia, grande protettrice di Siria e Iran; adesso Obama cede su una politica trentennale di contenimento e lascia agli ayatollah mano libera in Medio Oriente.  Il risultato sarà un Iran economicamente ricco, senza più vincoli nel procurarsi le armi, in condizione di produrre la bomba atomica in tre settimane, per nulla pacificato nei confronti di Israele.
Un disastro: l’8 settembre americano. Tutti a casa, ma non la fine della guerra, bensì il suo inizio.
Quando cadono gli imperi, o si suicidano, come in questo caso, non succede un’idilliaca libertà generale, ma la legge della jungla. Tutti si armano (in questo caso tutti in Medio Oriente si forniranno di un armamento nucleare) e ciascuno combatte per sé.
Lasciatemi spiegare il punto fondamentale, che i giornali non hanno mai raccontato, tutti intenti a cantare le lodi della pace raggiunta, come facevano in Inghilterra nei confronti di Chamberlain che tornava da Monaco con un accordo in cui cedeva a Hitler la Cecoslovacchia.
Il punto è l’arricchimento dell’uranio. Dovete sapere che l’Uranio si presenta in natura in diversi isotopi, cioè sostanze che hanno le stesse proprietà chimiche, ma diversi comportamenti fisici. L’isotopo di peso atomico 238 è il 99% ed è fisicamente inerte. Quello di peso atomico 235 è radioattivo, cioè tende a spaccarsi spontaneamente emettendo neutroni ed energia.
Anche se è colpito da un neutrone, un atomo 235 si scinde. È dunque possibile un processo a catena, che dipende dalla massa del materiale e dalla percentuale di presenza dell’isotopo 235. Le centrali nucleari tradizionali funzionano con qualche tonnellata di uranio, in cui la presenza del 235 è arricchita al 2 o 3 %, “moderata” da acqua e grafite; dal 20% in poi vi sono le condizioni perché il processo diventi esplosivo, ma con l’arricchimento al 90% bastano 50 chilogrammi per una bomba atomica, che viene fatta brillare con dell’esplosivo tutto attorno che la fa implodere e concentrare abbastanza perché il processo porti all’esplosione nucleare che conosciamo.
Vedete che il processo di arricchimento è decisivo; esso si compie di solito con delle centrifughe che separano gli isotopi in base al loro peso. Dato che la separazione è proporzionale, la parte difficile è portare la concentrazione al 20%, l’arricchimento ulteriore è facile e veloce. Non vi sono praticamente  usi civili per l’uranio arricchito oltre il 3%.
L’Iran afferma il suo diritto ad arricchire l’uranio quanto vuole (il che significa armarsi di bombe atomiche). Il trattato gli impone di arrestare l’arricchimento, ma non di smantellare le sue 18.000 centrifughe, solo di fermarle.
Si è calcolato che rispetto alla massa di uranio arricchito che dichiara, bastano 3 settimane per avere la quantità di materiale fissile necessario per una bomba. Questo senza contare i siti clandestini che continuano a essere scoperti (e chissà quanti ce ne sono).
In sostanza le sanzioni vengono tolte in cambio di una sospensione ovviamente reversibile, alla soglia della bomba atomica, raggiungibile in pochissimo tempo una volta che la comunità internazionale abbia altro da fare. Un accordo di sospensione del genere fu fatto nel 2004 con la Corea del Nord, e dopo tre anni i coreani fecero esplodere la loro prima atomica. A modo loro, del resto, gli ayatollah sono onesti: sono passati appena un paio di giorni dacché il vero capo dell’Iran (che non è il bravo attore comico Rohani, ma la “guida suprema” che in tedesco si traduce Führer), ha detto che Israele è un “cane rabbioso” destinato a essere soppresso).
Chiaro, no, che cosa vogliono farsene del loro uranio arricchito? Pur di andarsene a casa, l’America di Obama ha fatto agli ayatollah un “incredibile regalo di Natale“, come ha detto Netanyahu e in sostanza ha certificato la propria uscita dal Medio Oriente, e con ciò la fine del “secolo americano”. Obama stesso aveva dichiarato questo programma all’Onu a settembre, con un discorso in cui annunciava al mondo il suo bye-bye. Senza essere complottisti e pensare che queste scelte derivino da un’appartenenza islamica su cui spesso si è parlato , è chiaro che vi è una base ideologica per lo smantellamento dell’Occidente (che da un secolo è il nome collettivo degli alleati dell’impero americano).
Di fine dell’impero parlano con soddisfazione da tempo gli intellettuali della sinistra americana e lo scenario è spesso stato analizzato nel dettaglio. Ora siamo arrivati alla sua certificazione ufficiale. Non rallegriamoci però noi europei. Perché la nostra pace durata quasi settant’anni è stata garantita dall’ombrello americano che per noi ha, per esempio, contenuto le pretese russe e ha reso impossibile una guerra fra gli alleati. Ora l’ombrello non c’è più e la pioggia farà presto a raggiungerci.
Da Sudest, dove l’aggressività islamica non si fermerà certo più alla lenta invasione degli immigrati; e da Est, dove la Russia è impaziente di riconquistare il suo impero continentale. A questa svolta è assai più preparato Israele, che sa da sempre di doversi difendere, di un’Europa che si sogna accogliente e disarmata.
Meno di un anno dopo gli accordi di Monaco, quando un trionfante Chamberlain fu acclamato per aver ceduto a Hitler, scoppiava la seconda guerra mondiale. Che il cielo non voglia che anche a noi sia riservata la stessa sorte. (Ugo Volli su Informazione Corretta; qui qualche altro importante dettaglio)

Il Patto di Monaco, di 75 anni fa, ha aperto la porta alla seconda guerra mondiale, che è costata oltre settanta milioni di morti. E non c’era, allora, la bomba atomica (la somma dei morti di Hiroshima e Nagasaki rappresenta lo 0,2% del totale dei morti a causa della guerra): il solo pensare alle possibili conseguenze di questa nuova capitolazione, mette i brividi (io, personalmente, sono terrorizzata). Sembra, per fortuna, che Israele non sia del tutto sola a fronteggiare l’apocalisse che si avvicina, ma questo non basta certo a farci dormire sonni tranquilli.

NB per i lettori: se per caso coltivaste la bizzarra idea che difendersi dall’annientamento sia un diritto, se per caso foste dell’assurda opinione che uno stato abbia il dovere di difendere i propri cittadini, se per caso foste così folli da pensare che sia giusto cercare di restare vivi, ebbene, signori, VOI SIETE NAZISTI, sappiàtelo (nei commenti alla fine del blogroll).
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barbara

QUEL CHE SUCCEDE IN IRAN

Ufficialmente in Iran il suicidio non esiste. Si chiama “depressione” o “attacco di cuore”. Ammetterne l’esistenza sarebbe una sconfitta del regime islamico degli ayatollah. Lo stesso avveniva nella Germania dell’est, capitale mondiale dei suicidi fino agli inizi degli anni Novanta. Una terribile realtà enunciata così nel magnifico film “Le vite degli altri”: “Il dipartimento centrale di statistiche della Ddr in Hans-Beimler-Strasse registra tutto, sa tutto. Quante paia di scarpe compriamo ogni anno (due, tre), quanti libri leggiamo ogni anno (tre, due) e quanti studenti superano brillantemente ogni anno l’esame di maturità (6,347). Ma c’è una cifra che non viene aggiornata, forse perché anche ai burocratici fa impressione: quella del numero di suicidi. A chi telefonasse in Beimler-Strasse per chiedere quante persone la disperazione ha indotto a togliersi la vita tra l’Elba e l’Oder, tra il mar Baltico e la frontiera meridionale, l’oracolo delle statistiche non risponderebbe. Probabilmente passerebbe subito il nome dell’incauto che ha chiamato alla Stasi, il servizio segreto di stato che tutela la sicurezza e la felicità dei cittadini della Ddr. Nel 1977 il nostro paese ha smesso di conteggiare i suicidi”.
C’è un suicidio spettacolare, indicibile, segreto e inconfessabile che oggi fa arrossire la teocrazia iraniana. E’ quello del figlio del nuovo presidente, Hassan Rohani. Avvenne nel 1992. Il figlio di Rohani lasciò un biglietto prima di uccidersi. Si tratta di una lettera di accusa indirizzata al padre, allora funzionario della Difesa e ayatollah in ascesa: “Odio il tuo governo, le tue menzogne, la tua corruzione, la tua religione, le tue doppiezze, la tua ipocrisia. Mi vergogno a vivere in questo ambiente, dove ogni giorno devo mentire ai miei amici, spiegare loro che mio padre non fa parte di tutto questo. Dire che mio padre ama questo paese, che non è vero. Mi fa star male vederti, padre, baciare la mano di Khamenei (la Guida Suprema, ndr)”. Dopo gli incidenti, la seconda causa di morte in Iran oggi è il suicidio. L’Iran ha il triste primato mondiale dei suicidi con una media tra i venticinque e i trenta casi su centomila (contro una media di 11,5).
Negli ultimi tre anni il tasso di suicidi in Iran è salito del diciassette per cento. Ogni giorno dieci iraniani si tolgono la vita. Hanno scelto la morte tanti intellettuali, blogger, ayatollah dissidenti, ordinari cittadini finiti sotto la mannaia del regime. E’ il suicidio a svelare il volto oscuro e terribile della Repubblica islamica dell’Iran. Ogni giorno, l’ospedale Loqman della capitale Teheran ricovera decine di pazienti che hanno cercato di togliersi la vita in numerosi modi. Le stesse strutture mediche cercano di tenere nascosti questi dati. Secondo il quotidiano Sedaya Edalat, l’Organizzazione medica iraniana avrebbe ordinato di “non comunicare alcun dato ufficiale al riguardo”. Nelle zone rurali, una delle cause dei suicidi sono i matrimoni combinati, ai quali le bambine possono essere costrette sin dall’età di nove anni. Il blogger Omidreza Mirsayafi aveva trent’anni quando si è tolto la vita nel famigerato carcere di Evin, la Lubianka iraniana. “Dedicava la maggior parte dei suoi articoli alla musica tradizionale persiana e alla cultura”, comunicherà Information Safety and Freedom. Mirsayafi non era un politico, ma a costargli la vita è stata la critica dei leader iraniani. “Omidreza soffriva di un’acuta forma di depressione e avrebbe abusato dei farmaci”, recita il bollettino ufficiale. Sembra scritta dagli ascari di Honecker.
Dalle finestre della cella, Mirsayafi poteva vedere l’area dove ancora oggi uomini e donne vengono seppelliti fino al collo e presi a sassate finché non muoiono. Il blogger aveva scritto: “Vivere nel paese di Khomeini è nauseante, vivere in un paese il cui presidente è Ahmadinejad è una grande vergogna”. Il suo primo post su Internet era del settembre 2006: “Cos’è la libertà? Non lo so, ma so che un giorno vedrò la sua ombra scendere sulla mia terra”. Due anni e mezzo dopo telefona alla madre dal carcere. Parlano della depressione, lei chiede se ha preso le medicine per il cuore che gli ha prescritto il medico. Omidreza morì di lì a poco. Il suo blog, in farsi “Rouznegar”, significa “il diario dello scrittore”. Tutto per lui cambia il 22 giugno del 2007, quando fa nomi e cognomi dei responsabili della tortura del suo popolo. Mirsayafi sapeva di essere entrato in un territorio incandescente, ma sapeva anche di essere un semplice blogger senza celebrità all’estero. Invece, per quelle poche righe, è finito nella cellula numero sette, sezione cinque, di Evin. Tre anni fa si è ucciso a Los Angeles, dove viveva in esilio, anche lo scrittore Mansour Khaksar, che aveva fatto la prigione sia sotto la monarchia dei Pahlavi che sotto gli ayatollah islamici. Stessa sorte per Siamak Pourzand. Aveva già tentato il suicidio due volte, la seconda con i suoi pantaloni. C’è riuscito gettandosi dal sesto piano della sua abitazione a Teheran. La sua storia tragica inizia con l’incontro con il “Vishinsky iraniano”, il giudice Jafar Saberi. Le imputazioni contro il decano del giornalismo iraniano si erano srotolate come un catalogo ben rodato: “Propaganda contro il sistema islamico”, “spionaggio a favore di governi stranieri”, e ancora “emigrato”, “collaborazionista”, “servo”. Pourzand era stato accusato anche del crimine per antonomasia nella repubblica della sharia: aver dichiarato “guerra contro Dio”, mohareb, e poi di “relazioni sessuali illecite”, e persino di “consumo di vino”. Nel mercuriale iraniano corrisponde a novantanove frustate. Il “Gandhi di Teheran”, come veniva chiamato Pourzand, non ha retto alla brutale repressione.
C’è chi lo ha paragonato a Jan Palach, lo studente praghese che si diede fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Altri hanno accostato il suo nome a quello di Szmul Zygielbojm, l’ebreo polacco che nel 1943, in segno di protesta contro l’indifferenza degli Alleati nei confronti dell’Olocausto in fieri, si uccise con il gas a Londra. Altri ancora a Nelson Mandela e a Václav Havel. Eminente giornalista e critico prima della presa di potere islamista del 1979, Pourzand aveva subito più di un trentennio di attacchi per mano del regime, compreso un rapimento da parte dei servizi di sicurezza e diversi anni di reclusione nel famigerato carcere di Evin. Era noto ad alcuni intellettuali europei, specie per via della sua passata collaborazione alla rivista francese di critica cinematografica Cahiers du Cinéma. A favore di Pourzand nel 2006 era intervenuto anche il vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Fra le accuse a Pourzand, quella da lui “confessata” in televisione di aver avuto contatti con Reza Pahlavi, il figlio dello Scià. La tv di stato iraniana ha trasmesso ripetutamente le sue parole estorte con la tortura: “Il mio obiettivo era promuovere la promiscuità culturale e creare disillusione tra i giovani. Io e i miei amici volevamo promuovere la cultura occidentale, e uno stato secolare”. Quando nel 2009 la polizia iraniana ha ucciso per strada Neda Soltan, la ragazza simbolo delle proteste giovanili, Pourzand disse: “Hanno ucciso mia figlia”. La famiglia ha chiesto che il dissidente venisse sepolto nel cimitero di Teheran riservato agli artisti, il Behesht-e Zahra. No, ha risposto il regime, perché “Pourzand ha vissuto ed è morto in maniera non islamica”. Prima della rivoluzione khomeinista, Pourzand faceva il corrispondente per il giornale iraniano Keyahn.
Tra le altre cose, aveva intervistato il presidente Richard Nixon e raccontato il funerale di John F. Kennedy. I servizi segreti iraniani iniziarono a seguirlo da vicino quando nel 1998 raccontò il funerale dei coniugi Dariush e Parvaneh Forouhar, due intellettuali che erano stati uccisi nel loro appartamento di Teheran. Nel 2001 fu catturato dai servizi segreti vicino alla casa di sua sorella, a Teheran. Fu interrogato e torturato ripetutamente, nonostante avesse già oltre settant’anni. Fu costretto a “confessare” in televisione di fronte al giudice e ad alcuni giornalisti che il governo aveva istruito per l’occasione. Quando uno di questi fece una domanda che non era “prevista”, Pourzand si rivolse al suo avvocato d’ufficio e chiese: “Questa non era nell’elenco, che cosa devo dire?”. Dagli Stati Uniti gli ha scritto una lettera postuma una delle figlie, Azadeh: “Ho sentito dire che per un momento ti sei aggrappato al bordo del balcone prima di lasciarti andare. E’ stato perché ti stavi pentendo della tua decisione? O perché per un secondo hai creduto di sentirmi bussare alla porta? Il pensiero di te che ti tieni aggrappato al bordo di quel balcone per un momento prima di lasciare che la morte prenda il sopravvento mi uccide, trapassa i miei occhi come una spina appuntita. Mi manchi così tanto, papà. Mi sei mancato per anni. Non te ne faccio una colpa, neanche per un momento. Avevi tutto il diritto di cercare la libertà in questo modo. Sappi soltanto che ora il pensiero della tua testa infranta su quel terreno, il tuo sorriso meraviglioso e tutte le cose che mi hai sempre detto mi danno forza e, al tempo stesso, mi fanno morire ogni secondo di una brutta morte”.
Si è ucciso anche Ali-Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, con un colpo di pistola nel suo appartamento di Boston, dove viveva in esilio. La famiglia, al momento del suicidio, ha dichiarato che “come milioni di giovani iraniani, anche lui era molto disturbato dalle sventure capitate alla sua patria, ma portava anche il peso della morte del padre (nel 1980 in Egitto, dove era stato costretto a riparare dopo la rivoluzione) e della scomparsa della sorella (che si era suicidata nel 2001, a trentuno anni, per depressione e overdose di farmaci)”. Ha tentato il suicidio anche Ali Tehrani, il cognato dell’ayatollah Khamenei, sposato alla sorella Badri, e che ha trascorso diversi periodi al confino e in carcere per aver condotto una campagna contro i leader religiosi iraniani. Si sono suicidati Nahal Sahabi e Behnam Ganji, una giovane coppia iraniana, lei maestra d’asilo e lui studente, innamorati e pieni di speranze per il futuro, vittime di un regime crudele che ha distrutto le loro vite semplicemente perché Ganji divideva un appartamento con un attivista per i diritti umani. Ganji è stato detenuto per otto giorni, alcuni dei quali in isolamento. Quando è uscito era un uomo distrutto. Si rifiutava di parlare del suo tormento carcerario. Non voleva vedere i suoi amici né rispondere alle telefonate. Si è ucciso con una overdose di medicinali. Anche Sahabi è rimasta nel carcere di Evin per tre giorni, vivendo nel continuo incubo di essere violentata. Si è suicidata nella sua stanza, nella casa dei genitori a Teheran. Come il suo ragazzo, lo ha fatto con un’overdose. E lo ha fatto nello stesso giorno della settimana, il martedì. Le ultime parole sul blog sono state di qualche giorno prima: “E’ di nuovo giovedì. Vieni Behnam. Balliamo insieme ancora una volta di giovedì”. C’è un libro proibito oggi in Iran. Si intitola “Il gufo cieco”.
Venne scritto da Sadeq Hedayat, il capostipite della letteratura iraniana moderna, anche lui morto suicida a Parigi, oppositore sia dello Scià che dei fedeli dell’imam Khomeini. Hedayat è l’autore di racconti come “Sepolto vivo”, un poderoso atto d’accusa contro “l’Iran dei religiosi inturbantati”. L’Iran di oggi è come il gufo di Hedayat. Un magnifico uccello notturno. Ma cieco al futuro. Questo, forse, aveva visto il figlio di Hassan Rohani prima di premere il grilletto della pistola del padre. Si uccise, simbolo tragico del suicidio dell’Iran contemporaneo, con l’arma della Rivoluzione.
Giulio Meotti, Il Foglio, 17 agosto 2013

Poi, per restare in zona, vai a leggere qui.

barbara

BIG BEN HA DETTO STOP

La storia la conosciamo: ventiquattro anni fa ha procurato il disastro di Lockerbie,
che ha causato 270 vittime,


e per questo era stato condannato all’ergastolo in Inghilterra. Poi un bel giorno il governo britannico si è scoperto una insospettabile vena umanitaria e lo ha liberato perché era malato terminale di cancro e gli restavano non più di tre mesi di vita. Ed è tornato a casa.

                                    
Un loschissimo e malignissimo figuro ha osato in quei giorni insinuare che magari di mesi invece gliene potessero restare sei, e anch’io, altrettanto loschissima e malignissima, avevo manifestato qualche crudelissimo dubbio sulla sua reale infindivitità. Beh, ci sbagliavamo entrambi: di mesi, dopo l’umanitaria liberazione, ne ha vissuti esattamente trentatre (forse avrà pregato quel famoso profeta musulmano, come si chiama, ah sì, san Gennaro).
Ma oggi, se D.o vuole, finalmente è crepato.

barbara