PARLIAMO DI NUCLEARE

E precisamente di Chernobyl, 35 anni dopo.

DARWINITE… ATOMICA! COSA SUCCESSE DAVVERO NEL DISASTRO DI CHERNOBYL (SPIEGATO BENE)

(“Darwinite“: patologia mentale che porta uno o più individui ad agire in senso completamente contrario alla teoria dell’evoluzione)

In occasione della trasmissione in chiaro della serie TV “Chernobyl” su La7, ne approfittiamo per fare luce sull’unico disastro nucleare civile che ha causato vittime.
Prima di tutto occorre precisare che la centrale nucleare di Chernobyl non era interamente una struttura civile: era una centrale pensata per produrre energia elettrica a fini civili e plutonio a fini militari.
La necessità di recuperare il plutonio richiedeva cicli del combustibile molto più rapidi (di pochi giorni, invece che di diversi mesi, altrimenti si accumula una quantità eccessiva di Plutonio 240 che è troppo instabile per le tecnologie belliche) e quindi la necessità di intervenire sul nocciolo del reattore molto più spesso. Gli interventi di sostituzione del combustibile venivano effettuati dall’alto tramite una gru.
Il fatto di dover avere la gru praticamente sempre montata aveva portato alla scelta di lasciare scoperto il tetto dell’edificio di contenimento del reattore (difetto di progettazione #1).
In secondo luogo, le persone deputate a dirigere la centrale non erano esperti di energia nucleare: sia il direttore Brjuchanov, sia il capo-ingegnere Fomin non erano fisici o ingegneri nucleari e avevano lavorato precedentemente solo in centrali a carbone (incompetenza #2). Il capo-ingegnere dei reattori 3 e 4, Djatlov, aveva invece una limitata esperienza di reattori nucleari, ma relativa alla tipologia utilizzata per la propulsione navale.
In terzo luogo, occorre capire quali fossero le caratteristiche dei reattori RBMK utilizzati a Chernobyl. Si tratta di reattori di tipo BWR (Boiling Water Reactor), moderati a grafite: in questi reattori la fissione del combustibile scalda l’acqua, che va in ebollizione e si trasforma in vapore ad alta pressione che va alle turbine (nei reattori PWR invece l’acqua viene mantenuta allo stato liquido tramite la pressione, e non va direttamente alle turbine, ma passa da uno scambiatore di calore, ed è il vapore del circuito secondario che va alle turbine).
Le barre di combustibile sono inserite direttamente all’interno della grafite, e a diretto contatto con l’acqua di raffreddamento.
Un reattore con queste specifiche ha una caratteristica particolare: la formazione di sacche di vapore aumenta il tasso di reazioni. Infatti, mentre l’effetto di rallentamento dei neutroni (che favorisce le reazioni di fissione) viene comunque garantito dalla grafite, l’ebollizione dell’acqua fa sì che questa diminuisca il suo effetto di assorbimento di neutroni (l’acqua è un moderatore, ma anche un assorbitore debole), col risultato di un aumento della potenza.
Questa caratteristica viene detta “coefficiente di vuoto positivo“.
In molti, anche con qualche nozione su come funziona un reattore nucleare, attribuiscono la causa dell’incidente al coefficiente di vuoto positivo, ma è abbastanza riduttivo: senza una micidiale sequenza di errori umani, questa caratteristica tecnica non avrebbe causato disastri di per sé stessa.
Ora che sappiamo quali erano le caratteristiche della centrale e del reattore, andiamo a vedere cosa è successo.In occasione di uno spegnimento programmato del reattore per operazioni di manutenzione, il direttore decide di eseguire un “test di sicurezza” – in realtà un test di efficienza.
Decide cioè di vedere se, in caso di spegnimento di emergenza, le turbine, girando per inerzia, possono continuare a produrre energia in grado di alimentare il sistema di raffreddamento per un minuto, ovvero il tempo che serve a far avviare i generatori diesel di backup. Il test era già stato eseguito su un altro reattore, ma aveva dato esito negativo, per via dell’intervento di diverse misure di sicurezza automatiche.
Pertanto il direttore della centrale, per essere sicuro che il suo test riuscisse, fa disabilitare le procedure di sicurezza automatiche, tra cui: spegnimento automatico del reattore, raffreddamento di emergenza del nocciolo, riduzione di emergenza della potenza, etc. (incompetenza #3, #4 e #5).
Nota: questo è stato reso non più possibile nei reattori progettati successivamente, in cui la maggior parte dei fail-safe sono completamente passivi.
Il test doveva essere effettuato nel pomeriggio del 25 aprile 1986, ma un guasto ad un’altra centrale elettrica nella zona costringe a rimandare lo spegnimento del reattore (il governo aveva chiesto alla centrale di rimanere accesa più a lungo per fornire energia elettrica che compensasse quella della centrale che aveva subito il guasto).
Il direttore decide quindi di effettuare lo stesso il test, ma all’una di notte (incompetenza #6), col personale notturno che avrebbe dovuto limitarsi alla manutenzione ordinaria di un reattore spento e invece di colpo si trova ad eseguire un test su un reattore acceso, senza essere stato adeguatamente preparato.
Cosa mai poteva andare storto?
La fase iniziale del test prevede di ridurre la potenza del reattore di circa il 75%, ma l’operatore che doveva inserire le barre di controllo commette un errore (incompetenza #7) e le infila troppo in profondità, facendo scendere la potenza a meno dell’1%.
Nonostante l’instabilità del reattore a potenze troppo basse fosse una cosa nota, e nonostante i manuali operativi prescrivessero di non far mai scendere la potenza sotto il 20%, si opta per continuare il test (incompetenza #8).
Vengono quindi attivate delle pompe di raffreddamento extra, per aumentare la pressione dell’acqua, ma viene commesso un nuovo errore (incompetenza #9) e viene immessa nel sistema una quantità d’acqua superiore del 19% a quella consentita dai limiti di sicurezza, causando un’ulteriore diminuzione di potenza per via dell’assorbimento di neutroni.
A questo punto la potenza è troppo bassa per effettuare il test, e quindi occorre farla risalire.
Come?
Beh, ma è ovvio: rimuovendo le barre di controllo. TUTTE, le barre di controllo. Su 211 barre di controllo ne vengono rimosse 205, andando contro ai manuali operativi del reattore, che prescrivono un minimo di 30 sempre inserite (qui non è nemmeno più incompetenza, è proprio assalto al premio Darwin #10).
La potenza risale così a 200 MW termici, e finalmente l’esperimento può cominciare: all’1:23:04 di notte si interrompe il flusso di vapore verso le turbine, staccando quindi l’alimentazione al sistema di raffreddamento.
Solo che – e non dovrebbe essere una sorpresa per degli esperti  – alle basse potenze la reale reattività del sistema viene mascherata dalla presenza di Xeno 135, un potente veleno neutronico. C’era pure un motivo se i manuali operativi parlavano di “rischio di instabilità alle basse potenze” e raccomandavano di tenere il reattore a 600 MW termici di potenza minima: infatti a potenze elevate lo Xeno 135 si consuma rapidamente, motivo per cui la formazione di questo elemento non rappresenta un problema durante il normale funzionamento del reattore, ma alle basse potenze si accumula e ostacola i processi di fissione.
Quando la potenza torna su, l’aumento del numero di neutroni liberi abbassa rapidamente la concentrazione di Xeno 135, e a quel punto viene fuori la reale reattività del nocciolo: la temperatura inizia a salire rapidamente; aumentando la temperatura si formano sacche di vapore, che causano un ulteriore aumento del tasso di fissioni, e quindi fanno salire ulteriormente la potenza, in un circolo vizioso (ricordate il coefficiente di vuoto positivo? Difetto di progettazione #11).
Naturalmente non è un problema, i neutroni in eccesso vengono assorbiti dalle barre di control… ah no, sono state rimosse tutte.
Beh almeno la temperatura possiamo tenerla sotto contr… ah no, abbiamo appena staccato l’alimentazione al sistema di raffreddamento.
All’1:23:40 l’aumento incontrollato di potenza induce finalmente qualcuno a premere il bottone di arresto di emergenza, che però causa un ulteriore problema: gli estensori delle barre di controllo, ovvero le “punte” (lunghe circa 1 metro) sono fatte in grafite. Che, abbiamo visto prima, rallenta i neutroni.
Durante l’inserimento, dunque, la grafite degli estensori inizialmente rimpiazza un pari volume di acqua, causando un rapido aumento del tasso di fissioni (e quindi della potenza) dovuto al maggior effetto moderatore, prima della diminuzione (difetto di progettazione #12).
Solo che con la situazione già fuori controllo l’aumento di potenza dovuto agli estensori in grafite è sufficiente a deformare le canaline per via della dilatazione termica, bloccando l’inserimento del carbonato di boro, e quindi impedendo al sistema di stabilizzarsi.
Quando la potenza raggiunge i 33 GW termici, dieci volte in più del massimo previsto, il combustibile comincia a fondersi e il vapore a dissociarsi, producendo idrogeno gassoso.
La pressione causa la rottura delle tubature e l’allagamento dei sotterranei.
Quando l’acqua liquida entra in contatto col combustibile fuso (detto “corium”) l’esplosione di vapore che segue è così violenta da far saltare la piastra superiore del reattore (1000 tonnellate), scoperchiandolo.
A questo punto, a contatto con l’ossigeno atmosferico, anche la grafite prende fuoco, e visto che l’edificio di contenimento non ha il tetto i fumi dell’incendio danno origine alla nube radioattiva di cui sicuramente avrete sentito parlare.
La gravità della fuga di radiazioni venne inoltre rilevata con estremo ritardo perché gli operatori della centrale erano quasi tutti equipaggiati con dei rilevatori di radiazioni il cui fondo-scala era a 3,6 röntgen/ora, un valore non preoccupante.
Quando a Djatlov venne in mente che forse il valore effettivo poteva essere più alto, e mandò qualcuno a controllare con un rilevatore col fondo scala a 360.000 röntgen/ora, la radioattività aveva già superato i 20.000 in alcune zone (incompetenza #13).
A questo punto dovrebbe essere evidente che definire Chernobyl “un incidente” è come mettersi al volante bendati, chiamare “imprevisto” il successivo schianto e a quel punto proporre di mettere fuorilegge le automobili.
Ciò nonostante, da allora non sono più stati progettati reattori con coefficiente di vuoto positivo, sono stati introdotti sistemi di sicurezza totalmente passivi, che non possono venire disinseriti manualmente, è stato introdotto lo SCRAM automatico, sono state brevettate nuove leghe di combustibile con temperature di fusione più alte, è aumentato drammaticamente il livello di controllo internazionale su ogni singolo impianto ed è stata resa obbligatoria la certificazione di tutti gli operatori di una centrale nucleare presso la IAEA.
Il che rende la posizione di chi è contrario al nucleare “perché Chernobyl” più o meno equivalente a quella di chi è contrario all’aviazione per via dell’incidente dello zeppelin Hindenburg nel 1937.
Nessun reattore costruito dopo Chernobyl è mai andato incontro ad incidenti (Fukushima era più vecchio di 20 anni).
Ad oggi nel mondo esistono ancora una decina di reattori RBMK attivi, che saranno smantellati nei prossimi decenni, ma è stato corretto il difetto di progettazione agli estensori delle barre di controllo e sono stati adottati tutti i moderni accorgimenti di sicurezza di cui sopra.
Ad oggi, l’incidente di Chernobyl resta un caso unico nella storia, eppure la sovraesposizione mediatica, accompagnata dal terrorismo psicologico ambientalista, lo hanno trasformato in uno spauracchio agitato da ogni bravo antinuclearista.
Tuttavia, nonostante la catena allucinante di errori progettuali, gestionali, strutturali, tecnici e umani, il reale bilancio della catastrofe di Chernobyl resta di poche centinaia di vittime tra passate, presenti e future, secondo gli studi dell’UNSCEAR e della Chernobyl Tissue Bank, molto inferiore rispetto a quello di eventi quali il disastro di Morbi, il disastro del Vajont o il crollo della diga di Banqiao, e certamente minuscolo rispetto al numero di morti causati ogni anno dall’inquinamento (9 milioni).
Il report del Chernobyl Forum del 2003 sull’incidente di Chernobyl parla di 4000 potenziali vittime nell’arco di 80 anni dall’incidente. Questo risultato è stato tuttavia ottenuto con un modello che oggi viene considerato obsoleto, e pertanto non viene considerato un dato affidabile.
Luca Romano, 26 giugno 2020, qui.

Sì, direi proprio “spiegato bene”, almeno quanto basta da risultare chiaro anche ai profani. E chissà che qualche “no-nuke” invasato non si decida ad aprire gli occhi.
Poi se ti resta ancora un minuto vai a vedere anche questo.
(Continua domani con Fukushima)

barbara

TRIPLO SALTO MORTALE CARPIATO AVVITATO CON SBANDAMENTO MULTIPLO

Golfo. Due vittime nella battaglia navale tra Iran e Israele 

di Farian Sabahi  (giornalista iraniana, anche se probabilmente non ci sarebbe bisogno di precisarlo)
E partiamo dal titolo: battaglia navale? Quanti colpi ha sparato la nave israeliana? Quante navi iraniane ha colpito? Quante vittime ha fatto?

Uccisi da un drone iraniano due membri dell’equipaggio di una petroliera israeliana, un britannico e un rumeno. Prosegue così lo scontro a distanza tra i due paesi,
scontro: fra due combattenti. Mi sfugge quale fosse il secondo combattente.

mentre Teheran si prepara al passaggio di poteri tra il moderato Rohani
quasi mezzo migliaio di condanne a morte nel primo anno di presidenza

e il conservatore Raisi 
Israele accusa l’Iran di essere dietro all’attacco di giovedì scorso a una petroliera
certo: Israele accusa, ma va’ a sapere se l’accusa sia giustificata, perché diciamolo: chi di noi non ha un paio di droni iraniani in cantina da tirare quando vediamo passare una nave israeliana! Senza contare che anche l’Inghilterra, direttamente interessata alla vicenda, non ha dubbi nell’attribuire le responsabilità dell’attacco (attacco, NON scontro)

in cui hanno perso la vita un cittadino britannico e uno rumeno, membri dell’equipaggio. Senza carico, la petroliera MV Mercer Street stava procedendo da Dar es Salaam (Tanzania) nell’Oceano indiano settentrionale in direzione degli Emirati arabi. 
Si trovava nei pressi dell’isola omanita di Masirah, al largo delle coste dell’Oman, nel mare Arabico. Di proprietà giapponese, batte bandiera liberiana e le sue operazioni sono gestite dalla società Zodiac Maritime con sede a Londra e di proprietà del magnate israeliano dei trasporti Eyal Ofer. 
L’autorità navale britannica sta facendo luce sull’incidente e rende noto che «le forze della coalizione» stanno garantendo la sicurezza della nave che si sta spostando verso un porto sicuro. Venerdì il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, ha puntato il dito contro «il terrorismo iraniano» e ha aggiunto che «l’Iran non è solo un problema di Israele, il mondo non deve essere silenzioso». 
Ora, Israele sta facendo pressione affinché vi sia un’azione internazionale nei confronti dell’Iran. In particolare, Yair Lapid ha scritto su Twitter: «Ho dato indicazioni alle ambasciate a Washington, Londra e presso l’Onu di lavorare con i loro interlocutori al governo e le rilevanti delegazioni al quartier generale del Palazzo di Vetro a New York». 
Intanto, un’emittente televisiva iraniana in lingua araba avanza l’ipotesi che si sia trattato della vendetta di Teheran in seguito a un attacco israeliano a un aeroporto in Siria, alleata dell’Iran. 
Più che alleata, militarmente occupata dall’Iran con basi dalle quali colpire Israele, come ripetutamente ha fatto, e chissà mai che cosa Israele sarà andato a colpire in quell’aeroporto siriano.

Da anni, Israele e Iran si stanno facendo la guerra con varie modalità. In questi anni il Mossad è riuscito a uccidere una serie di scienziati nucleari di Teheran. L’ultima vittima era stato Mohsen Fakhrizadeh lo scorso novembre. 
Scienziati nucleari, quelli che da un paio di decenni stanno lavorando allo scopo dichiarato di distruggere Israele

Più di recente, a metà aprile 2021, i servizi segreti dello Stato ebraico avevano messo in atto un attacco informatico che aveva fatto saltare la corrente nello stabilimento nucleare di Natanz, destinato all’arricchimento dell’uranio. 
Finalizzato allo scopo di cui sopra.

E sono stati numerosi i bombardamenti dell’aviazione israeliana verso postazioni militari iraniane in Siria.
E chissà che cosa ci faranno mai queste postazioni militari iraniane a 2000 chilometri da casa

Gli iraniani hanno ovviamente risorse decisamente inferiori rispetto alle forniture militari made in the Usa in possesso all’esercito israeliano. 
Ecco, precisiamolo: l’Iran non ce la fa a distruggere Israele per via delle armi USA, altrimenti ne avrebbero già fatto polpette!

Ma se gli iraniani si erano finora dimostrati succubi della forza militare israeliana,
notare la scelta delle parole: gli iraniani succubi della forza militare israeliana, l’innocente Iran che subisce attacchi incomprensibili e ingiustificati da parte del feroce nemico israeliano determinato a distruggerlo, povero povero caro

pare che in questo caso siano riusciti a colpire davvero, grazie ai droni.
cioè, mi faccia capire, signora Sabahi: hanno colpito o non hanno colpito? I morti ci sono stati o non ci sono stati? E a colpire è stato l’Iran o è solo un’accusa israeliana, come dice più sopra? Guardi che non è mica più una ragazzina: con tutti questi salti mortali avvitati carpiati rischia di rompersi l’osso del collo.

Sarebbe stato proprio uno di questi droni esplosivi ad avere ucciso i due membri dell’equipaggio sulla petroliera MV Mercer Street. Il risultato di questo ennesimo attacco è l’escalation in una regione già caldissima. 
Nella pericolosa battaglia navale in corso in questi ultimi anni tra Iran e Israele,
cioè, quante navi iraniane esattamente ha colpito Israele in questi ultimi anni? E con quanti morti, visto che si tratta di una battaglia pericolosa?

finora c’erano stati diversi incidenti
quanti provocati dall’Iran e quanti da Israele?

ma senza vittime.
Ah, niente vittime? Allora pericolosa in che senso?

Si era trattato di scaramucce,
? Pericolosa battaglia navale o scaramucce? Dovrebbe decidersi signora: sta facendo informazione o giocando a boccette?

seguite da reciproche accuse. Ora, invece, c’è scappato il morto, anzi due. Il morto che «conta» davvero pare essere il cittadino britannico. 
Intanto, sul fronte interno gli iraniani si preparano al passaggio di testimone alla presidenza tra il moderato Hassan Rohani
vedi sopra

e l’ultraconservatore Ebrahim Raisi,
ultraassassino signora: le cose vanno chiamate col loro nome

previsto per il 3 agosto. Si teme il peggio, ma c’è comunque una buona notizia: il leader supremo ha concesso la grazia a 2.825 prigionieri in occasione di due commemorazioni religiose. 
IHHHH, com’è buono! Quasi quasi mi commuovo guardi. Ero in Somalia quando, nella stessa ricorrenza, sono stati “graziati” centinaia di prigionieri (a fronte di una popolazione venti volte inferiore), «Ma – mi è stato spiegato – naturalmente non quelli contro la religione o contro lo stato!». In pratica erano stati liberati un po’ di ladruncoli i quali, non avendo altre risorse che il furto, nel giro di un paio di mesi, esattamente come ogni anno, sono stati tutti ripresi e risbattuti in galera (probabilmente anche quello che mi ha strappato la borsa e io, in una scena definita spettacolare dai testimoni, con scatto da centometrista mi sono buttata all’inseguimento gridando al ladro al ladro e poi quattro ragazzotti gli hanno tagliato la strada e lui ha mollato la borsa – chiavi di casa salve – e poi hanno continuato a braccarlo finché non ha mollato anche il portafogli). Non ho il minimo dubbio sul fatto che le cose in Iran vadano allo stesso identico modo. Quello che mi sfugge però è che cosa abbia a che fare la grazia ai prigionieri con le masse iraniane che protestano perché prive di acqua – e no solo quella.

Il 21 luglio ricorreva Eid al-Adha, la festa del sacrificio celebrata da tutti i musulmani. E giovedì scorso gli sciiti hanno celebrato Eid al-Ghadir ricordando il giorno in cui il profeta Maometto aveva designato suo erede il cugino e genero Ali. 
Non è la prima volta che l’Ayatollah Khamenei dimostra clemenza nei confronti dei carcerati: in occasione dell’anniversario della nascita dell’Imam Reza aveva dato ordine di liberare 5mila prigionieri. Da questo gesto restano però esclusi i prigionieri politici. 
Ah ecco, avevo visto giusto. Però dai, diciamolo: quanto sono buoni questi Ayatollah! Sicuramente Israele dovrà perdonarli per l’attacco alla propria nave e gli inglesi per avergli fatto fuori un loro cittadino.

(Diritti Globali, 1 agosto 2021, via Notizie su Israele) 

Va aggiunto che la signora Sabahi l’avevamo già incontrata qui; e in precedenza aveva pubblicato un’intervista ad Abraham Yehoshua in cui gli metteva in bocca la frase “l’Iran non è un pericolo per Israele”. Emanuel Segre Amar, sconcertato da questa affermazione, aveva interpellato direttamente Yehoshua, il quale ha risposto di aver detto che l’Iran non è un pericolo solo per Israele.Giusto per misurare l’onestà della signora in questione.
Quanto alla risposta israeliana, e in particolare alla dichiarazione di Bennett,
“In ogni caso, sappiamo come inviare un messaggio all’Iran a modo nostro., faccio mio il commento di Fulvio Del Deo: “È da stupidi fare proclami. Le cose vanno fatte, non dette. Israele ha imboccato una brutta strada. Non avrei mai immaginato di avere così presto nostalgia di Bibi.” Tranne l’ultima frase: io l’ho pensato subito che quei due avrebbero fatto amaramente rimpiangere Netanyahu.

barbara

SBATTI LA DISINFORMAZIONE IN PRIMA PAGINA

E sempre in tema di disinformazione: nel sommario dell’ultimo bollettino – sommario che contiene tutti i dati fondamentali, per cui chi ha fretta legge unicamente quello – leggiamo: I morti sono 18. Poi si va a leggere l’articolo e si trova:  I decessi sono 18, inclusi 8 dovuti a un riconteggio relativo ai mesi scorsi. Cioè i morti sono 10, poi al totale dall’inizio della pandemia bisogna aggiungerne 8 che sono risultati dal riconteggio sui mesi scorsi. Ma sparare per ben due volte una cifra quasi doppia, di cui una senza neppure la precisazione, è utile al mantenimento del clima di terrore accuratamente diffuso a partire dall’indomani di abbraccia un cinese e no alla quarantena per chi torna dalla Cina e abbuffiamoci di involtini primavera e l’unico virus è il razzismo.

Niente, siamo in mano a un branco di pericolosi cialtroni.

barbara

SE ESISTE UN NOBEL DELLE CAZZATE

garantito che questa lo merita. Inserisco qualche commento in corsivo.

Lorenzo Capellini Mion

È un po’ lungo per gli standard di attenzione a cui siamo abituati ma vale la pena.
“siamo” chi?
Di sicuro ce ne è abbastanza per mettersi nei guai e per incorrere nella censura, in un’epoca in cui vale solo la “scienza ufficiale” asservita ai mercanti del terrore
e a qualunque persona di buon senso, questa premessa sarebbe più che sufficiente per fermarsi qui e buttare tutto nel cesso, ma siccome ho deciso di sacrificarmi per voi, butto giù un paio di bicchieri di Maalox e proseguo
ma questo è un articolo troppo, troppo interessante.
E quindi ci provo.
A gennaio, un rapporto dell’intelligence delle forze di difesa israeliane aveva avvertito che il programma di vaccinazione di massa di Israele avrebbe potuto creare una mutazione israeliana che si è poi dimostrata resistente ai vaccini COVID-19.
? Intelligence delle forze di difesa? Ma virus, vaccini, mutazioni non sono materia per biologi, virologi, infettivologi, epidemiologi? Siamo sicuri di sapere di che cosa stiamo parlando? A parte questo, la variante emersa è indiana, quindi, anche se tutto questo fosse vero, nel prevedere una variante israeliana avrebbero comunque toppato alla grande.
Preparato per il Coronavirus National Information and Knowledge Center, il rapporto affermava che “La campagna di vaccini di massa che si svolge parallelamente all’epidemia attiva in Israele può portare a una ‘pressione evolutiva’ sul virus”.
Qualche fonte, qualche link, qualche documento? Qualche nome? E stendiamo un velo pietoso sulla formulazione del “pericolo” che sovrasta gli israeliani vaccinati.
A maggio, Luc Montagnier dell’Istituto Pasteur, il virologo la cui scoperta dell’HIV è valsa un premio Nobel nel 2008,
l’uomo che crede all’omeopatia. L’uomo che crede alla memoria dell’acqua. L’uomo convinto che i vaccini – tutti i vaccini in sé, non uno in particolare – rappresentino un tentativo di genocidio. Uno delle cui sentenze ci possiamo fidare, insomma
ha avvertito che i vaccini COVID-19 stanno stimolando varianti più letali.
su quale base? Con quali elementi? Con quali prove?
“Sto facendo esperimenti all’Istituto con pazienti che si sono ammalati di Corona dopo essere stati vaccinati.
Esperimenti di che genere?
Vi mostrerò che stanno creando le varianti resistenti al vaccino”, ha affermato in un’intervista alla stampa francese.
E perché non lo mostra, invece che annunciare che lo mostrerà?
“Sono gli anticorpi prodotti dal virus che consentono a un’infezione di diventare più forte. …
Siamo sicuri che quest’uomo sappia che cos’è un’infezione e che cosa sono gli anticorpi?
È chiaro che le nuove varianti vengono create … a causa della vaccinazione”.
È chiaro a chi? È chiaro in base a che cosa?

“Sebbene altri non siano d’accordo, che le vaccinazioni di massa nel mezzo di una pandemia possano creare varianti questa è scienza di base”,
1. I casi sono due: o è un dato di fatto, e quindi non esiste l’essere o non essere d’accordo, o è questione di opinioni, e allora di scientifico non c’è niente.
2. Se vaccinare durante una pandemia è sbagliato, quale sarebbe la cosa giusta da fare? Aspettare che si sia del tutto esaurita, che chi doveva morire sia morto, chi doveva guarire sia guarito e nessuno si ammali più perché il virus è scomparso e allora finalmente cominciare a vaccinare?
3. TUTTI i virus mutano, in continuazione, senza sosta, fin dal giorno in cui compaiono, con o senza vaccinazioni. Affermare che il virus muta perché si sta vaccinando è cosa che può fare solo un cretino integrale

ha affermato il virologo belga Dr. Geert Vanden Bossche, le cui credenziali nell’industria dei vaccini includono posizioni presso GSK Biologicals, Novartis Vaccines, Global Alliance for Vaccines and Immunization (GAVI) e la Fondazione Bill & Melinda Gates.
Qualcosa di concreto invece di una ridicola sfilza di istituzioni? È pretendere troppo?
In un discorso al vertice sui vaccini in Ohio e in una lettera all’Organizzazione Mondiale della Sanità, Bossche ha delineato il pericolo.
Immagino che “un discorso” e “una lettera” siano inoppugnabili argomenti scientifici
Poiché i vaccini COVID-19 non sono in grado di uccidere rapidamente il virus COVID-19,
uccidere il virus?! Uccidere il virus?!?! UCCIDERE IL VIRUS?!?!?! Il vaccino servirebbe a uccidere il virus?! E questo sarebbe un virologo? Questo è un analfabeta che non ha neanche la seconda elementare!
creano un terreno fertile per le varianti, proprio come accade con i batteri che non vengono uccisi quando i pazienti non assumono un ciclo completo di antibiotici.
Ehm, no. I “batteri che non vengono uccisi quando i pazienti non assumono un ciclo completo di antibiotici” non creano varianti, semplicemente restano vivi perché sono più resistenti, e quando poi si moltiplicano, anche i loro “figli“ sono automaticamente più resistenti di quelli ammazzati dall’antibiotico. Confondere batteri e virus, antibiotici e vaccini, resistenza e mutazione è cosa che avrebbe potuto forse – forse – fare mia madre che aveva la terza elementare e non ha mai letto un libro in vita sua; dalla prima media in poi non esiste perdono possibile per chi spara simili cazzate.
Il virus ha quindi il tempo di adattarsi e mutare – ciò che non lo uccide rapidamente rende la sua prole più forte – portando alle varianti apparentemente infinite che stiamo vedendo ora.
Cosa faccio, mi sforzo di ignorare questa ennesima cazzata o gli sparo direttamente una pallottola in testa?
Il pericolo di questa “fuga immunitaria”,
maqquanto mi piacciono queste frasi ad effetto, maquanto maqquanto maquanto!
ha affermato Bossche, è enormemente accresciuto dai lockdown, che impediscono al sistema immunitario innato del corpo
il sistema immunitario è congenito, non innato, deficiente idiota cretino ritardato!
di essere adeguatamente sfidato da agenti patogeni casuali e altri agenti ambientali per mantenerlo allenato e in forma, simile al decondizionamento che si verifica quando non facciamo esercizio fisico adeguato per mantenere in forma cuore, polmoni, altri muscoli e organi.
Sì ok, questa è vera, ma questa la sapeva anche la mia fruttivendola, senza bisogno di liste di credenziali
La tempesta perfetta di un sistema immunitario innato inadatto e vaccini COVID-19 inefficaci contro virus mutanti sempre più virulenti di loro creazione vedrà quindi quelli precedentemente infettati da COVID-19 e gli stessi vaccinati soccombere all’infezione dalle varianti, ha affermato Bossche che ha aggiunto che i vaccinati sono particolarmente a rischio poiché gli anticorpi specifici a lunga vita prodotti dalla vaccinazione sono particolarmente abili nell’inabilitare gli anticorpi generali dell’organismo.
Se il tema non fosse fin troppo serio, verrebbe spontanea la solita battuta “Cambia pusher”.
La teoria
teoria? Ma non era una cosa sicura?
secondo cui i vaccini non sono altrettanto efficaci contro le varianti è stata rafforzata
rafforzata: non provata, dunque
in uno studio non sottoposto a revisione paritaria
ah ecco…
a maggio da 14 ricercatori
chi?
di cinque scuole e università di medicina tedesche
quali?
che hanno scoperto che la variante altamente trasmissibile Delta (indiana) B.1.617, una delle quattro che l’OMS classifica come una “variante di preoccupazione a livello globale” – è più in grado del virus originale di infettare i pazienti che erano stati precedentemente vaccinati o precedentemente infettati.
Ma se questa variante è indiana, come ha fatto a essere provocata dalle vaccinazioni fatte in Europa, Israele eccetera?
Gli autori hanno concluso che la capacità della variante Delta di eludere specifici anticorpi COVID-19 “può contribuire alla rapida diffusione di questa variante”, aggiungendo che “In popolazioni con un’alta percentuale di individui con risposte immunitarie preesistenti contro SARS-CoV-2 (COVID-19) le varianti virali che possono eludere il controllo immunitario hanno un vantaggio selettivo”. Gli scienziati
Quali?
hanno notato che un fenomeno simile potrebbe essersi verificato con la variante sudafricana, B.1.351, e una mutazione brasiliana chiamata P.1, che sembrano prosperare anche nelle popolazioni che hanno acquisito l’immunità al COVID-19.
Quelli con l’immunità a COVID-19, in altre parole, potrebbero essere ancora vulnerabili a varianti più trasmissibili e/o mortali del virus.
Un altro studio non sottoposto a revisione paritaria che rafforza la teoria è arrivato dai Clalit Health Services e dall’Università di Tel Aviv in Israele.
Qui hanno analizzato 800 persone che erano state infettate da COVID-19, 400 delle quali precedentemente vaccinate e 400 non vaccinate, per scoprire che coloro che erano stati completamente vaccinati con due iniezioni Pfizer avevano contratto la variante sudafricana a un tasso otto volte superiore a quello non vaccinato (sebbene la dimensione del campione fosse molto piccola).
Lo studio, che ha abbinato i due gruppi in base a dati demografici come età e sesso, ha anche scoperto che coloro che hanno ricevuto un’iniezione Pfizer hanno contratto la variante britannica più spesso di coloro che non ne hanno ricevuto.
Ancora più preoccupazioni sono state espresse in un articolo di Science all’inizio di quest’anno intitolato “Nuove mutazioni sollevano lo spettro della ‘fuga immunitaria’”, che descriveva come mutazioni più mortali potrebbero imparare a eludere la risposta immunitaria sia nelle persone precedentemente guarite che in quelle vaccinate,
no un momento, come sarebbe? Non avete detto finora che è il vaccino a provocare la mutazione? Cos’è dunque quest’altra storia?
dando la mutazione un vantaggio nelle popolazioni con elevata immunità. In un esempio, Jesse Bloom, un biologo evoluzionista presso il Fred Hutchinson Cancer Research Center, ha mostrato che E484K, una mutazione di una preoccupante variante sudafricana chiamata 501Y.V2, ha ridotto la potenza di anticorpi specifici di un fattore fino a 10.
Ha mostrato in che modo? Con che genere di esperimenti? Verificati da chi?
Per combattere le ondate di mutazioni COVID-19, molti esperti insistono sulla necessità di nuovi vaccini per contrastare le mutazioni che i vaccini COVID-19 hanno stimolato.
Ma se quei vaccini vengono somministrati durante una pandemia, avvertono altri,
Altri chi?
potrebbero semplicemente perpetuare un circolo vizioso di nuove varianti che generano la necessità di nuovi vaccini che generano nuove varianti.
Lawrence Solomon, Epoch Times
La cura peggiore del male

Amen. Credo che il migliore commento a questo delirio siano questi due brevi post di Enrico Richetti che, a causa di legami famigliari, ha sempre notizie di prima mano da Israele.

28 giugno:
213 nuovi contagiati
1 deceduto dopo parecchi giorni, se non settimane, senza decessi
21 malati gravi in tutto (non nuovi malati gravi da oggi, malati gravi attuali)

1 luglio:
204 nuovi contagiati, 27 malati gravi in tutto (non nuovi malati gravi, malati gravi attuali), una sola vittima qualche giorno fa… da settimane.
E se la variante Delta, per quanto contagiosa fosse davvero “una banale influenza”?

Prima della vaccinazione di massa le terapie intensive in Israele erano praticamente piene, e i morti in un anno e mezzo sono stati 6429. Individui come l’autore di questo delirio andrebbero arrestati per terrorismo psicologico e diffusione di notizie false, tendenziose ed estremamente pericolose, e messi in condizione di non nuocere.

barbara

GEOPOLITICA E DISTORSIONE DELLA REALTÀ

maggio 17, 2021

In seguito alla pubblicazione dell’articolo di Piero Fassino pubblicato il 15 maggio su Atlante, pubblichiamo, l’attenta analisi di Emanuel Segre Amar e Barbara Mella. 

https://www.pierofassino.it/150521SAE.html

di Emanuel Segre Amar e Barbara Mella –

Piero Fassino è considerato, nelle file del PD, uno tra i politici più vicini a Israele, ed esperto di questioni mediorientali avendo spesso avuto incarichi legati alla politica estera (anche attualmente è il presidente della Commissione Esteri). Quando parla del conflitto tra arabo-palestinesi ed israeliani non perde l’occasione di affermare che “sono d’accordo su tutto, manca solo la fiducia reciproca”.

– “la diplomazia internazionale a lungo colpevolmente distratta”: Sì, questo è vero: infinite condanne per ogni singolo gesto di Israele e zero prese di posizione contro il terrorismo palestinese: molto distratta e molto colpevole

– “in quella terra… ci sono due diritti ugualmente legittimi”: Il diritto che rivendicano sia Hamas che l’OLP (rappresentato dall’Autorità Palestinese, guidata da Abu Mazen), è la distruzione di Israele e l’espulsione (per Hamas l’eliminazione fisica) di tutti gli ebrei: il signor Fassino riconosce tale pretesa come un diritto legittimo? A parte questo, nel pieno della guerra attualmente in corso, alla luce anche di quanto segue, andrei cauto prima di mettere sullo stesso piano i due diritti, uno dei quali, rivendicato dalle cancellerie europee ma non – se non come pretesto per le azioni terroristiche – dai palestinesi, è quello “del popolo palestinese ad avere una propria patria”: se si guarda al Diritto Internazionale, i palestinesi dovrebbero accontentarsi della patria ottenuta in Transgiordania, oggi regno di Giordania. Ottenuta, non dimentichiamolo, tramite la sottrazione, perpetrata dalla Gran Bretagna, del 78% della terra assegnata agli ebrei come “Focolare nazionale” dalla Dichiarazione Balfour.

– “accordi di Oslo… fondati sul principio: Due popoli. Due Stati”: negli accordi di Oslo non si parla specificatamente di Due Stati.

– “lo Stato Palestinese avrebbe dovuto nascere sui territori della Cisgiordania”: ripeto, questo non sta scritto da nessuna parte, e qui Fassino dimentica anche la suddivisione dei “territori” in 3 zone, A, B e C, con l’accordo che nella zona C Israele avrebbe mantenuto il controllo militare e amministrativo.

-“soprattutto il percorso di pace è stato minato dai settori radicali ebraici e palestinesi che non hanno mai accettato la legittimità di due diritti”: Ancora e sempre la vergognosa equiparazione fra chi vuole distruggere e chi vuole costruire, fra chi vuole sterminare e chi tenta di difendersi, per non parlare di questi “settori radicali ebraici” che tanto ricordano quei famigerati “circoli ebraici internazionali che controllano la finanza per dominare il mondo” di protocollare memoria

– “le sette religiose ebraiche, i coloni e la destra israeliana non hanno mai riconosciuto gli accordi di Oslo”: In Israele la politica estera la decide il parlamento, non le “sette religiose”, e sfido il signor Fassino a ricordare un solo accordo internazionale preso da Israele e non rispettato, al contrario della controparte, che, forte del suo regime dittatoriale che non rende conto ad alcuna legge e ad alcun parlamento, non ne ha mai rispettato uno. E vale la pena di ricordare che lo stesso Arafat da un lato ha sempre evitato che l’OLP riconoscesse il Diritto di esistere di Israele, disattendendo quanto si era ufficialmente impegnato a fare, e dall’altro lo stesso giorno in cui firmò la “Declaration of Principles” nel giardino della Casa Bianca nel 1993, spiegò la sua azione alla TV giordana con queste parole: “Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l’attacco finale contro Israele”.

– “Netanyahu… autorizza continui illegittimi insediamenti ebraici sui Territori palestinesi”: secondo il Diritto Internazionale (Conferenza di Sanremo del 1920, conferma alla Società delle Nazioni nel 1922 e ripreso dall’ONU con l’art. 80 nel 1945), gli insediamenti sono legittimi, e si trovano tutti nella zona C che si trova sotto il controllo amministrativo di Israele.

– “Netanyahu…persegue la giudaizzazione di Gerusalemme”: Giudaizzazione di Gerusalemme?! Di grazia, chi è che l’ha fondata oltre tremila anni fa? Chi è che per oltre tremila anni non ha mai smesso di risiedervi? Chi è che da tremila anni la ricorda costantemente nelle proprie preghiere? Di chi sono le tombe antiche di millenni che vi si trovano? Ma si rende conto il signor Fassino delle oscenità che va dicendo?

– si sono “messi in condizione di minorità i partiti israeliani che vogliono la pace e Abu Mazen e la dirigenza palestinese moderata”: è davvero sicuro che sia soltanto l’opposizione di sinistra israeliana a volere la pace, e non la stragrande maggioranza degli israeliani e dei rappresentanti da loro eletti alla Knesset? Quanto alla moderazione di Abu Mazen e della sua dirigenza palestinese, rinvio il lettore paziente al termine di questo commento.

– “Abu Mazen, temendo la vittoria (di Hamas e della Jihad) ha più volte rinviato le elezioni presidenziali e parlamentari”: Cioè Abu Mazen non convoca elezioni da quindici anni per evitare la guerra? E tutte le guerre e tutto il terrorismo perpetrati in questi quindici anni da dove vengono? Potrebbe bastare questo cumulo di assurdità? A noi sì, ma a Fassino a quanto pare no: per lui, infatti, gli eventi di queste settimane sono stati “innescati dalla difficile fase post elettorale israeliana”: difficile trovare una qualche logica in questa affermazione.

– “i radicali nei due campi”: sembra proprio una patologica coazione a ripetere.

– “i religiosi e i coloni si sono mobilitati invadendo le strade di Gerusalemme est con manifestazioni di violenta ostilità verso la popolazione araba”: qui Fassino dimentica di dire che queste manifestazioni sono state innescate da attacchi arabi contro ebrei che si recavano tranquillamente al Kotel per la preghiera.

– per Fassino quanto sta succedendo sarebbe dovuto a questi “scontri” che poi “Hamas e Jihad hanno deciso di radicalizzare”: analisi, se così possiamo chiamarla, che ignora totalmente  la realtà dei fatti e la situazione sul terreno, e sicuramente insufficiente a spiegare quanto sta avvenendo.

– “non può essere concesso nessun spazio o alibi a chi come Hamas e Jihad…né a chi in campo ebraico”: caro Fassino, anche se qualcuno le ha raccontato il contrario, una menzogna non diventa verità continuando a ripeterla.

– “la dirigenza palestinese ricusi nettamente ogni strategia di negazione di Israele”: La “dirigenza palestinese”, esattamente come Hamas, è nata all’unico scopo di cancellare Israele (non dimentichiamo che l’OLP, organizzazione per la liberazione della Palestina, è stata fondata nel 1964: in quel tempo non c’erano “territori occupati”, l’unico territorio occupato da Israele era lo stato di Israele; e nello statuto di AlFatah, che Fassino potrà comodamente consultare in rete dove è reperibile in inglese, sono tuttora presenti ben otto articoli che prevedono la distruzione di Israele come obiettivo primario e irrinunciabile). Il suo appello è pertanto del tutto privo di senso.

“il governo israeliano fermi ulteriori insediamenti illegali in Cisgiordania (abbiamo già visto che non sono illegali per il Diritto Internazionale) e le forzate espulsioni di popolazione araba dalle proprie abitazioni”: Fassino si riferisce evidentemente al procrastinato sfratto di famiglie abusivamente insediatesi in abitazioni di proprietà ebraica (quando nel 1948 la Giordania invase e occupò illegalmente la parte più antica e più profondamente ebraica di Gerusalemme e ne espulse tutti gli ebrei che vi risiedevano), e per giunta morose da anni: un normale, legalissimo sfratto

– “è necessaria una forte azione persuasiva… delle Nazioni Unite,… Stati Uniti, Unione Europea e dei suoi Paesi – a partire dall’Italia”: non sarebbe più utile e proficua una forte azione sui palestinesi, a cominciare dallo smettere di inviare miliardi di dollari che vanno tutti in terrorismo e mega ville per i capi?

– è necessario “un negoziato che richiede reciproco riconoscimento e fiducia”: vecchio mantra di Fassino: per lui manca solo la fiducia per firmare la pace; non sarebbe più realistico perseguire la cessazione del terrorismo, usando ogni mezzo per renderlo meno appetibile, anziché affidarsi a vecchi mantra vuoti e irrealistici?

Ma a questo punto è necessaria una precisazione su colui che Fassino definisce sempre “il mio amico Abu Mazen: codesto signore, che io (Segre Amar) non ho potuto incontrare in una delegazione ufficiale organizzata proprio da Fassino perché rappresentavo, all’epoca, la Comunità Ebraica di Torino – e per questa ragione mi venne impedito di partecipare agli incontri oltre la linea verde (ed è opportuno ricordare che Abu Mazen rifiuta qualsiasi presenza ebraica nel futuro, eventuale stato palestinese) – non è affatto moderato come viene definito in questo articolo sul quale abbiamo qui voluto riflettere. Egli infatti, (Niram Ferretti, Il Sabba intorno a Israele, pag. 19 e segg.) in un discorso pronunciato il 16 settembre 2015, trasmesso anche dalla televisione palestinese, affermava, tra l’altro, “la mancanza di diritto da parte degli ebrei (degli “ebrei”, già, ma non stupiamocene più di tanto visto che è anche un negazionista della Shoah) di contaminare con i loro “piedi sporchi” il suolo della moschea di al-Aqsa; due giorni dopo, il 18 settembre 2015, l’Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani invitava a raccolta i palestinesi a difesa della moschea, e si scatenava quell’intifada (ottobre 2015-aprile 2016) che tante vittime causò al popolo israeliano; la stessa tecnica usata fin dal 1929 dal gran Mufti Amin al-Husseini, amico di Hitler e ispiratore delle SS islamiche. Senza dimenticare i lauti stipendi che prodiga a tutti coloro che uccidono civili israeliani, le scuole e sedi sportive intitolate a terroristi e la continua istigazione al terrorismo. In definitiva considerarsi amico di Abu Mazen ed essere obiettivi sulla questione israeliana è un inconciliabile ossimoro. Come questo articolo dimostra oltre ogni dubbio.

Non possiamo chiudere questo nostro intervento senza riprendere un passaggio dell’ultima newsletter di Piero Fassino, in cui, dopo un sommario elenco di vari conflitti in atto nel mondo, da quello in Israele a quelli in Siria, Yemen, Birmania, Tigray, mescolati in un unico calderone come se si trattasse di realtà identiche o comunque paragonabili, conclude: “La tentazione di risolvere i conflitti con la forza è antica quanto la storia del mondo.
Ma è una tentazione illusoria: con le armi si può conquistare un territorio altrui, occupare una nazione vicina, reprimere una minoranza, rovesciare una democrazia. Ma le armi producono distruzioni, vittime innocenti e sofferenze, scavando un solco di odio, rancori, ansie di vendetta che germineranno più atroci conflitti.
Ci sarà pace giusta, stabilità durevole, sicurezza soltanto se sul crepitio delle armi prevarrà il suono della parola, se alla protervia dell’imposizione si sostituirà il dialogo, se l’uso della forza cederà il passo al negoziato.”

Sembra ignorare, il signor Fassino, l’esistenza di un’altra situazione in cui si fa ricorso alle armi: la legittima difesa. La necessità di sopravvivere. La difesa della vita umana. O forse non dovrebbe farvi ricorso neppure la polizia per fermare un aspirante omicida? Quanto al negoziato da preferire alla forza, le dice niente, signor Fassino, la conferenza di Monaco? Quella in cui c’era da scegliere fra la guerra e il disonore e, scegliendo il disonore, si è avuta anche la guerra? Quella in cui a un fulmineo attacco a un Hitler ancora impreparato che sarebbe costato forse qualche migliaio di morti si è preferito un dialogo che ha portato a cinque anni e mezzo di guerra, decine di milioni di morti e un intero continente in macerie?
Concludiamo citando una frase che capita spesso di sentire, ma che forse al signor Fassino, distratto da troppo impegni, può essere sfuggita:

“Khaybar, khaybar ya yahud, jaish Muhammad saya’ud”: “Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà”. È un grido di battaglia, che si lancia quando ci si prepara ad attaccare gli ebrei. Si sente spesso, da parte dei musulmani. Si è sentito gridare anche a bordo della prima Flottilla “umanitaria” diretta a Gaza piena di armi di ogni sorta. E si è sentita risuonare anche sulle strade delle nostre città, in occasione di manifestazioni di solidarietà al popolo palestinese. Non farebbe male ricordarlo. (qui)

E non c’è niente da fare: meno sanno e più si mettono in cattedra.

A commento di questo articolo aggiungo alcune immagini estremamente realistiche: sulle responsabilità

sui metodi di lavoro palestinesi

su Pallywood sempre in azione

e infine sul senso morale di casa nostra

barbara

L’IMPARZIALITÀ DI AMNESTY INTERNATIONAL

Qui

Chiamarla cloaca è ancora un eufemismo, viste le vere e proprie campagne di odio anti israeliano che periodicamente organizza, e le montagne di merda che scaraventa su Israele. Della suddetta cloaca si è già parlato qui e qui – più qualche altro post che adesso però non ho voglia di cercare. Mi pare comunque che basti a dare un’idea.

barbara

MA DAVVERO DONALD TRUMP HA COMINCIATO AD ARRENDERSI?

Leggo in giro gente che vaneggia di un Donald Trump che cede, che si rassegna, che fa un passo indietro, che riconosce che ha vinto Biden, che ha iniziato le procedure per il passaggio delle consegne… Mah.

Donald Trump ha dunque iniziato ad ammettere la sconfitta? NO, ecco come stanno le cose

“Se uno ti costringe a fare un miglio tu fanne, CON LUI, due” Mt 5, 38-45 [Per la precisione: “Se qualcuno ti angarierà per un miglio, tu va’ con lui per due”, ed è il seguito del monito altraguancista, per cui non sono molto sicura che la citazione sia propriamente calzante. Ma quello che ci interessa, qui, è la documentazione che smentisce i deliri su un Trump rinunciatario]

24 Novembre 2020, il giorno che ricorderemo perché a reti quasi unificate in tutto il mondo veniva ripetuto in sostanza questo messaggio: “Donald Trump avrebbe concesso, o quantomeno iniziato a concedere, la vittoria a Joe Biden”
Mi appresto invece a portare fonti inconfutabili che dimostrano qualcosa che spero vi incuriosirà e, fatto ciò, daremo come sempre una sbirciata al potenziale prossimo futuro.
Nella prima mattinata di martedì 24 Novembre, infatti, il Presidente Donald Trump scriveva sui suoi profili social.

Che tradotto

Voglio ringraziare Emily Murphy (direttrice) del GSA (l’Amministrazione Servizi Generali) per la sua costante dedizione e lealtà al nostro Paese. È stata molestata, minacciata e maltrattata e non voglio che questo accada a lei, alla sua famiglia o ai dipendenti del GSA. Il nostro caso va avanti CON FERMEZZA, continueremo la battaglia per il bene e credo che vinceremo! Tuttavia, nel migliore interesse del nostro Paese, raccomando che Emily ed il suo team facciano ciò che deve essere fatto riguardo ai protocolli iniziali, ed ho detto al mio team di fare lo stesso.

A seguito di tale messaggio, la direttrice del GSA, Emily Murphy, ha poi rilasciato il seguente comunicato:

Sostenendo, in primo luogo, di aver…

“preso questa decisione in modo indipendente, basandomi sulla legge e sui fatti. Non ho mai subito pressioni dirette o indirette dai funzionari dell’Executive Branch — compresi quelli che lavorano alla Casa Bianca o alla GSA — per quanto riguarda la sostanza o la tempistica della mia decisione”

SOTTOLINEANDO QUINDI DI NON AVER RICEVUTO ALCUNA PRESSIONE DALLA CASA BIANCA

Generalmente invece, e vi invito a verificare ciò che vi dico ovunque vogliate, la traduzione che i mass media nel nostro Paese hanno fornito si è fermata al “ho preso questa decisione in modo indipendente”, arrivando addirittura a dire che ella abbia negato (“seccamente” secondo qualche telegiornale) di aver subito delle minacce di alcun tipo… peccato però che, dopo appena tre righe, lei stessa abbia aggiunto.

Tuttaviaho ricevuto minacce online, per telefono e per posta dirette alla mia sicurezza e a quella della mia famiglia, del mio staff e persino dei miei animali domesticinel tentativo di costringermi a prendere questa decisione prematuramente. Anche di fronte a queste minacce, ho continuato ad agire secondo la legge.

Concludendo infine con…

Come sapete, l’Amministratore della GSA non sceglie o certifica il vincitore di un’elezione presidenziale. Al contrario, il suo ruolo ai sensi della legge vigente, è estremamente limitato: rendere disponibili risorse e servizi in relazione alla transizione presidenziale.

Specificando inoltre che…

GSA non determina l’esito di controversie legali e dei riconteggi determina se tali procedimenti siano ragionevoli o giustificatiQueste sono questioni che la Costituzione, le leggi federali e le leggi statali lasciano al processo di certificazione elettorale e alle decisioni dei tribunali della giurisdizione competente.

Ed infine, sottolineando che le risorse finanziarie che metterà a disposizione consistono ai sensi delle leggi vigenti in poco più di 7 milioni di euro (quindi niente messa a conoscenza delle informative sull’intelligence, come invece raccontato da altri)

In estrema sintesi, quindi, la direttrice del GSA avrebbe detto:

  1. Di aver agito in modo indipendente dalla Casa Bianca e di non aver subito alcuna pressione da essa;
  2. Di aver invece subito minacce rivolte a lei, la sua famiglia e financo i suoi animali domestici al fine di accelerare la procedura in oggetto;
  3. Che la procedura cui la sua amministrazione è deputata non certifica assolutamente la vittoria di un contendente e che a ciò è preposto invece il sistema elettorale e le Corti che hanno competenza alla sua verifica;
  4. Che è un procedimento amministrativo volto a fornire risorse finanziarie a chi è previsto come il vincitore del processo elettorale.

Fin qui i fatti nudi e crudi.

Provando invece a speculare sul futuro prossimo venturo, occorre invece riavvolgere il nastro del tempo leggermente all’indietro, cioè al giorno precedente a quello di cui abbiamo parlato fino ad adesso.

Sintetizzando all’estremo, un membro fino ad allora di primissimo piano del Team Legale di Trump è stato dichiarato fuori dal Team stesso, senza apparenti drammi né da parte dell’avvocato Sidney Powell, che semplicemente ha continuato a dire che continuerà nella sua battaglia legale senza arretrare di un millimetro sulla sua capacità di produrre prove massicce, né da parte dello stesso Team legale, che ha più volte sottolineato che ciò è dovuto al semplice fatto che l’avvocato Powell stia percorrendo una strada basata su teorie diverse da quelle della squadra legale ufficiale di Donald Trump in senso stretto. (Fonte)

mass media hanno legittimamente visto in tale atteggiamento una debolezza probatoria da parte del Team di Trump medesimo ma, come abbiamo visto poco fa, gli stessi media non stanno brillando in trasparenza dell’informazione ed in capacità di analisi, aggrappandosi invece ogni volta, e con tutte le proprie forze, all’interpretazione più vicina alla narrazione che hanno sostenuto fino ad ora, quasi fossero paradossalmente “prigionieri” di tutto ciò che, più o meno in buona fede, hanno raccontato sino ad oggi.

Ciò cui, secondo me, stiamo invece assistendo – e potrei ovviamente sbagliarmi – è un semplice “gioco di specchi” in cui per poter guardare l’immagine originale occorre paradossalmente chiudere gli occhi e domandarsi chi sia l’avvocato Sidney Powell a differenza di tutti i suoi “colleghi” del Team.

Prima di rispondere a questa domanda, però, occorre specificare che, qualora la frode elettorale fosse dimostrata, la posizione per il “Presidente Eletto” Joe Biden ed il suo entourage potrebbe oscillare dall’accusa di semplice frode all’alto tradimento per il cui accertamento occorrerebbe però un requisito ulteriore: la “messa in pericolo” della sicurezza nazionale ai sensi dell’ordine esecutivo del 12 Settembre 2018 con il coinvolgimento dunque di potenze straniere. A riguardo: sono gli stessi concetti ribaditi più volte dal Team Legale di Trump proprio nell’ultima conferenza stampa tenutasi con tutti i membri del team. Conseguentemente, si parlerebbe di uno stato delle cose assimilabile a quello dal quale sto cercando di mettere in guardia da qualche mese; una “guerra non convenzionale” in linea proprio con le recentissime riforme di questi giorni attuate a livello di unificazione del comando sia civile che militare e di cui ho già parlato qui.

Tralasciando le conseguenze di una tale presa d’atto, come dicevo, ciò consentirebbe (bene ribadire che tutto questo potrebbe accadere solo eventualmente qualora la frode elettorale venisse accertata) di processare gli autori della eventuale frode per alto tradimento, con il conseguente coinvolgimento dei tribunali militari, in cui proprio Sidney Powell, tra i membri del Team Legale, sarebbe l’unica a poter operare, in quanto unico avvocato del gruppo che sia anche abilitato ad esercitare la sua attività presso le corti militari. Questa spiegazione sarebbe inoltre l’unica senza dietrologie e perfettamente in linea con quanto affermato proprio da Rudy GiulianiSidney Powell starebbe percorrendo una strada totalmente diversa da quella utilizzabile sia da lui che dalla restante parte del Team.

Per concludere a chi da più lati e sempre benevolmente mi invita ad usare il metodo del “Rasoio di Occam” per leggere la realtà che mi circonda, vorrei sottolineare che è esattamente ciò che sto cercando di fare; “lupi travestiti da pecore” (Mt 7, 15). Questa è, secondo me, proprio la spiegazione più semplice, solo così infatti riesco a spiegarmi la litania monocorde, mediatica e politica, che non offre mai visioni alternative rispetto all’unica propinata dai centinaia di canali televisivi all’unisono assieme ai social network. Centinaia di fonti diverse che però ripetono costantemente tutti esattamente lo stesso identico messaggio. Con i dovuti distinguo dei moltissimi soggetti comunque in buona fede staremmo però semplicemente dando da troppo tempo e di default la nostra fiducia a loro: dei banali “lupi travestiti da agnelli” proprio come quelli descritti da uno dei punti di riferimento più semplici cui io possa pensare, cioè il figlio di un falegname di oltre 2000 anni fa; allora infatti Lui aveva già capito perfettamente questo meccanismo manipolatorio, provando infatti a metterci in guardia ogni volta in cui lo avessimo incontrato… gran parte di noi, invece, ancora stenta a credere che la spiegazione possa essere davvero così semplice e perfettamente riassunta in queste lineari parole

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.” (Mt 7, 15-20)

SAVERIOPETRINI25 NOVEMBRE 2020, qui.

Aggiungo questo interessante video (per la cui segnalazione ringrazio Franco Balanzoni)

Concludo con una riflessione: Donald Trump può piacere o non piacere, si può considerare un abile uomo d’affari o uno sbruffone, un intelligente mediatore o un maldestro arruffone, un raffinato giocatore di scacchi o uno spavaldo giocatore d’azzardo, il salvatore del pianeta o il Male assoluto, ma su una cosa penso che nessuno possa dissentire: non è uno sprovveduto. E dunque, davvero possiamo immaginare che abbia messo in piedi tutto questo teatro delle frodi elettorali senza avere niente in mano, per il puro capriccio di non voler concedere la vittoria all’avversario, come un bambino che pesta i piedi strillando io voglio il gelato lo voglio lo voglio lo voglio?

barbara

TUTTI CONTRO BORIS JOHNSON

inventando montagne di balle.

Smontiamo una volta per tutte la faziosa narrazione del Giornalista Unico sul piano di Johnson contro il Covid-19

Premessa: sono ignorante in materia di epidemiologia e non mi occuperei mai di stabilire quale sia il metodo giusto per sconfiggere un virus, pertanto se vi interessa il lato scientifico dell’argomento cercate altrove. Sono invece esperto di marketing e comunicazione digitale (che è il mio lavoro da 17 anni) e nella mia carriera ho lavorato con quattro politici italiani (Parlamento europeo e italiano, amministrazioni locali) e attualmente curo la comunicazione di un politico inglese. Nel mio tempo libero, inoltre, mi diverto a sbertucciare il Giornalista Unico quando noto che il suo lavoro sconfina nella fiction più spinta. In modo particolare trovo molto interessante come lo spin applicato a questo discorso di Johnson (che è stato completamente distorto da tutti i media) si sia affermato sulla stampa mainstream senza che una versione più aderente alla realtà abbia potuto farsi largo (complice la scarsa conoscenza dell’inglese del giornalista medio italiano, che ha quindi dovuto aderire a una versione raccontata dei fatti). Vediamo se riusciamo a demistificare questa vergognosa narrazione.

In calce a questo articolo troverete il testo integrale in italiano del discorso di Boris Johnson (dove scoprirete che la storia è molto diversa da come ve l’hanno raccontata) e potrete verificare quanto sia fantasiosa la narrazione che è sorta intorno alle politiche del governo britannico. La mia disamina, poi, è basata su un’analisi dei fatti concreti che parte dalla documentazione delle dichiarazioni dei rappresentanti del governo riguardo l’emergenza Covid-19 sempre corredata dai link alle fonti originali.

Spoiler: nel governo UK nessuno ha mai parlato di perseguire l’immunità di gregge (o un’ancora più fantasiosa forma di darwinismo) e i giornalisti che in queste ultime ore parlano di “inversione a U” o di “retromarcia” del governo in realtà vogliono coprire la loro faziosa narrazione delle dichiarazioni delle prime ore.

Il discorso alla nazione di Boris Johnson: ecco i fatti. Il 12 marzo Boris Johnson si presenta in conferenza stampa insieme ai due consulenti tecnici del governo Chris Whitty e Sir Patrick Vallance per quello che è a tutti gli effetti un discorso alla nazione nell’ora più buia della nostra generazione (trovate il discorso integrale in calce e a questo articolo). Qui Boris Johnson si trova, con tono funesto, a dover spiegare ai suoi cittadini che ci saranno molti morti (il famoso “molti perderanno i loro cari”) e che il governo inglese farà tutto ciò che è in suo potere per minimizzare le perdite e curare tutti i bisognosi di cure. Sembrerebbe un discorso ineccepibile, esposto con grande realismo e tatto in un’ora tra le più drammatiche.

E invece, succede che, per gran parte della stampa mondiale, il senso del discorso diventi: Boris Johnson se ne frega dei morti e, se dovranno morire tanti inglesi, tanto vale lasciar correre libero il virus (immunità di gregge) e lasciare che la selezione naturale faccia il suo corso (darwinismo).

In Italia il tenore degli interventi è del tutto allineato a quanto sopra, ma condito con incredibili speculazioni sulle ontologiche differenze tra il calvinismo anglosassone e la pietas cristiana. Nelle stesse ore, purtroppo, in Italia il personale medico ci informava di trovarsi a dover scegliere chi curare (leggi l’articolo del Corriere qui) e poco dopo anche la Spagna dichiarava di dover scegliere chi curare.

Veniamo dunque all’analisi della narrazione.

La fantasiosa narrazione sulla presunta “inversione a U” e “retromarcia” di Downing Street

Uno dei passaggi fondamentali a questo proposito è quello in cui Boris Johnson afferma:

“Stiamo prendendo in considerazione di vietare i principali eventi pubblici come quelli sportivi. Il parere del comitato scientifico, però, è che, attualmente, vietarli avrebbe un impatto limitato sulla diffusione del virus ma c’è anche il problema che tali eventi potrebbero avere delle criticità per i servizi. Quindi stiamo discutendo con tutti i membri del Regno Unito e seguiranno ulteriori aggiornamenti a riguardo.
Ogni fase sarà guidata dalla scienza e cercheremo di fare la cosa giusta al momento giusto.
Non stiamo – in questo momento – chiudendo le scuole perché il parere scientifico è che sarebbe controproducente e potrebbe avere effetti negativi in questa fase, ma ovviamente stiamo monitorando la situazione e potremmo dover cambiare le nostre posizioni man mano che la malattia si diffonde.
Le scuole dovrebbero chiudere solo se espressamente consigliato di farlo dal parere del comitato scientifico e questo rimane il nostro consiglio.”

Sì, avete letto bene: il lock-down è stato preso in considerazione fin dall’inizio. Semplicemente (e questo lo trovate nel video integrale) si aspettava il momento giusto per farlo. Come tutti sappiamo, infatti, mentre l’Italia ha dovuto fare il lock-down per via del sistema sanitario al collasso, nel Regno Unito il 12 marzo gli ospedali erano ancora ben lontani dal punto critico e la chiusura non era ritenuta necessaria in quel preciso momento, pur restando una prospettiva concreta per un secondo momento (dopo due giorni o due mesi) sulla base dei dati che arrivano di giorno in giorno al governo.

Questa può essere una decisione discutibile a livello scientifico ed epidemiologico (come detto non mi occupo di questo e aspetterei i dati prima di emettere sentenze), però è chiaro come le polemiche su Boris Johnson che cambia idea servano alla stampa per rimediare agli strafalcioni iniziali dove si era riferito di un leader strafottente e spietato, che non avrebbe fatto nulla per bloccare il virus.

Cosa ha detto il governo sull’immunità di gregge?

Ad oggi non risulta che in alcun discorso ufficiale membri del governo abbiano propugnato l’immunità di gregge come strategia programmatica per affrontare l’emergenza Covid-19.

Nello stesso discorso alla nazione (che trovate sempre in calce), si trova Vallance affermare che, sul Coronavirus, l’obiettivo principale è evitare il collasso del sistema sanitario contenendo il picco per tenerlo a un livello gestibile e poi aggiungere: “It’s not possible to stop everybody getting it” (non è possibile impedire a tutti di prenderlo) e poi: “It’s also not desirable, because you want some immunity in the population to protect ourselves in the future” (non è nemmeno desiderabile, perché serve un po’ di immunità nella popolazione, per proteggerla nel futuro). E infine (dopo aver parlato del primo obiettivo che consiste nell’appiattimento della curva del contagio per non portare al collasso il sistema sanitario) “the second big aim is to protect the elderly and the vulnerable” (il secondo grande obiettivo è proteggere le persone deboli e gli anziani).

Nel video qui sotto trovate il discorso di Boris e, dal minuto 11:22, le dichiarazioni di Vallance (basta cliccare sul video per trovarsi nel punto esatto delle dichiarazioni di Vallance):

Notate che Vallance non parla mai di immunità di gregge né, tanto meno, la propone come strategia del governo, d’altronde sarebbe follia programmare una strategia che si basi sul contagio di più di metà della popolazione e ha più a che fare con le teorie eugenetiche che con la realtà.

Il concetto di immunità di gregge emerge solo in questa intervista alla Bbc dove Vallance parla di “some sort of herd immunity” peraltro senza alcun riferimento programmatico e in via del tutto teorica, per di più su un arco di tempo molto lungo in quanto il governo britannico ha capito sin dall’inizio che non si trattava di una faccenda che si poteva sbrigare in poche settimane.

In altre parole, se spostiamo la prospettiva su un arco di più anni, è normale ragionare su un numero più alto di contagiati (e quindi immunizzati), soprattutto se si parte dal presupposto (che mi sembra sia stato dimostrato dai fatti) che è impossibile sperare che il virus sparisca dalla circolazione per via dei lock-down di queste poche settimane. E quindi in un’ottica di lungo periodo ci si aspetta che interverrà una condizione di immunità di gregge, magari facilitata anche dalla scoperta di un vaccino.

Il giorno dopo poi, su Sky, un giornalista fa a Vallance una domanda sull’immunità di gregge che sembra innocente (gli chiede come funziona): la risposta è tecnica ed espone ciò che ci dice la scienza (d’altronde, Vallance di questo si occupa): “Per ottenere l’immunità di gregge, si dovrebbero ammalare il 60 per cento degli inglesi”. Il giornalista capirà che Vallance vuole ottenere l’immunità di gregge (e quindi il contagio di 36 milioni di persone!), mentre lui ha solo risposto a una domanda in cui gli si chiedeva come funziona. E poi aggiunge ancora che “questo può accadere solo nel corso di vari anni”. Trovate tutto nel video qui sotto, al minuto 4:53:

A questo punto il giornalista fa finta di non sentire che si parla di un ragionamento basato su uno scenario pluriennale (e quindi non sul programma del governo per contrastare Covid-19) e fa il calcolo di cosa significhi 60 per cento di 60 milioni (popolazione inglese), ed ecco fatto il titolo sensazionalistico. Basta vedere il titolo del video qui sopra, che Sky diffonderà su YouTube:

Breaking: Uk needs to get Covid-19 for “herd immunity”

Nota: Sky (cioè Murdoch, che ne è il proprietario) è stato un fervente sostenitore della Brexit perché gli ha consentito di risparmiare 2,5 miliardi grazie alla caduta della sterlina (lo spiega bene il Guardian qui). Sarebbe interessante capire a cosa sia dovuto questo riposizionamento anti Johnson (ma forse vogliono solo “rifarsi una verginità” editoriale dopo anni di bombardamento a tambur battente pro-Brexit).

Per avere una conferma sul fatto che l’immunità di gregge non sia mai stata nei piani del governo è sufficiente una banalissima prova del nove:

  • andate su questo link (è il documento che il governo ha rilasciato il 3 marzo in cui si anticipava tutto il programma di contrasto al Covid-19):
  • digitate CTRL+T (CMD+F sul Mac) e cercate le parole “herd immunity” (immunità di gregge).
  • notate come il risultato sia zero.

Ebbene sì: in un documento di 6.883 parole l’immunità di gregge non compare mai.

Oltre a quanto scritto sopra, infine, dopo che l’attacco coordinato del Giornalista Unico aveva per giorni speculato sulla inesistente immunità di gregge, anche il ministro della salute Matt Hancock ha precisato chiaramente che l’immunità di gregge non è la strategia del governo (“It is not government policy”).

Nonostante ciò ancora oggi, settimane dopo il discorso di BoJo, c’è ancora qualcuno che continua a parlare di immunità di gregge…

Con quali tattiche si può stravolgere così profondamente un discorso?

Un modo sempre efficace, ad esempio, è estrapolare un virgolettato di tre-quattro parole da un discorso fatto di 866 (ottocentosessantasei) parole e, se questo non basta, aggiungerne altre inventate di sana pianta.
parole di bojo
Contrariamene a quanto riportato qui sopra da Dagospia (qui) Johnson non dice mai “abituatevi”, cosa che cambia di un bel po’ la sostanza della frase (se mai lo spirito del suo discorso è “lotteremo fino alla fine”, altro che abituarsi!). Già trovo pessimo l’esercizio di estrapolare quattro parole (4) da un discorso di mezz’ora e quindi dal suo contesto (per di più su un tema così delicato). Se poi ce ne devi aggiungere una quinta inventata di sana pianta perché se no il tuo discorso finto-sofista non regge, allora siamo a cavallo.

La cosa divertente del post è anche che apre dicendo “speravo di aver capito male”… e poi ha capito male veramente!

Nota: questo post di Berruto è diventato virale venendo in molti casi erroneamente attribuito a Philippe Daverio (un’ulteriore grossa imprecisione inizialmente riportata anche dallo stesso Dagospia, che poi ha corretto).

E adesso, a completamento della nostra disamina, eccovi finalmente il testo integrale in italiano del discorso di Boris Johnson, se ci trovate strafottenza, mancanza di tatto, proposte di immunità di gregge o darwinismo fatemi un fischio.

 Massimiliano Bolondi, 3 Apr 2020

Il discorso originale lo tralascio perché l’avevo già tradotto io qui. Tuttavia, siccome lui sa sicuramente l’inglese molto meglio di me, andate a leggere anche la sua traduzione qui, così potete confrontarle e farmi le pulci (tra l’altro in un passo sono andata un po’ a naso perché c’era un’espressione che non conosco e sulla quale il vocabolario non mi aiutava), e oltretutto potete anche vedere i video di cui parla l’articolo. E sono sicura che troverete il tempo di andare a dare un’occhiata anche a questo.

barbara

QUELLA GRAN CIOFECA DELLA SERIE “CHERNOBYL”

Come sa chi mi segue, non guardo la televisione da quarant’anni, quindi la cosa non mi riguarda personalmente, ma siccome vedo in giro un sacco di gente convinta di avere visto che cosa realmente è successo a Chernobyl, riprendo questo ottimo articolo che mostra l’abissale distanza fra la fiction e la realtà.

Perché la serie “Chernobyl” di HBO sul nucleare sbaglia

giugno 11, 2019

[Tradotto dall’originale inglese [1] di Michael Shellenberger [2] a cura di Enrico Brandmayr per il Comitato Nucleare e Ragione]

Fin dall’inizio la mini-serie prodotta da HBO sul disastro nucleare del 1986, “Chernobyl”, ha riscosso il plauso dei media per l’accuratezza dei fatti narrati, seppur con qualche licenza artistica.
“La prima cosa da capire riguardo alla serie “Chernobyl”, ha scritto un giornalista su The New York Times, “è che si tratta in gran parte di finzione. Il secondo dato, e più importante, è che questo non importa granché”.
Il giornalista continua evidenziando lo stesso particolare inaccurato di cui già scrissi il mese scorso: “per qualche ragione le vittime da radiazioni sono spesso intrise di sangue”.
Ma HBO coglie correttamente “una verità di base,” scrive ancora, ovvero che Chernobyl fu “più conseguenza di bugie, insabbiamenti e un sistema politico marcescente… piuttosto che un’indicazione sull’inerente bontà o malvagità dell’energia nucleare”.
Su questo punto il creatore della serie “Chernobyl” Craig Mazin ha messo l’accento. “La lezione di Chernobyl non è la pericolosità dell’energia nucleare moderna,” ha scritto in un tweet, “ma che la menzogna, l’arroganza e la soppressione del dissenso sono pericolose”.
Gli addetti ai lavori del nucleare concordano. “I telespettatori potrebbero chiedersi quale sia la rilevanza della narrazione hollywoodiana al di fuori dell’Unione Sovietica” scrive il Nuclear Energy Institute. “In poche parole: non molto”.
Personalmente non ne sono convinto. Dopo aver visto tutti i cinque episodi “Chernobyl” e la reazione del pubblico, penso sia ovvio che la mini-serie abbia terrorizzato milioni di persone in merito alla tecnologia nucleare.
“Due settimane dopo aver finito di guardare la serie, non potevo smettere di pensarci” ha scritto una giornalista di Vanity Fair. “L’immagine che più mi ha colpito è stata la vista dei corpi dei primi soccorritori avvelenati dalle radiazioni, così devastati dall’esposizione che imputridiscono lentamente e, orribilmente, rimanendo disperatamente attaccati alla vita”.
“Ho guardato la serie con mio marito, e dopo per giorni abbiamo ricercato su Googledettagli sul disastro, inviandoci a vicenda particolari morbosi” continua la giornalista di Vanity Fair, “mentre mio padre… ha fatto ricerche su tutte le centrali nucleari in esercizio negli Stati Uniti”.
“Ho guardato il primo episodio di Chernobyl”, scrive in un tweet Sarah Todd, giornalista sportiva del Philadelphia Inquirer. “Quindi ho passato ore a leggere di energia nucleare. Ora sono in preda al panico e ho bisogno che qualcuno mi rassicuri in merito al fatto che si possa vivere tranquillamente sulla costa est degli Stati Uniti, sapendo che questa è la situazione”.
In molti hanno pensato che la mini-serie trattasse, infatti, di energia nucleare in sé.
“Il personaggio più caratterizzato della serie è probabilmente la stessa energia nucleare” scrive un critico per The New Republic. “Se ne parla continuamente, la sua natura è continuamente descritta e dibattuta… diviene un demone”.
Questo tipo di reazione non viene solo dai media. “Dopo aver visto Chernobyl ho cercato immediatamente su Google la centrale nucleare più vicina” scrive un telespettatore su Twitter. “Spaventoso”, aggiunge un altro, “ho visto un sacco di sangue e orrore in TV, ma questo li supera tutti. Perché? Perché potrebbe accadere ancora”.
“Attenzione a cosa sta accadendo in Bielorussia” mi ha scritto un artista. “Abbiamo paura della nostra nuova centrale nucleare perché è costruita dai russi. Hanno buttato giù il primo reattore da quattro metri di altezza”, ha detto. “Il secondo è stato danneggiato durante il trasporto, ma lo hanno installato ugualmente. Quindi mentre guardate la serie “Chernobyl”, per favore tenete a mente che potrebbe accadere ancora, e presto”.

Su cosa “Chernobyl” sbaglia

Nelle sue interviste riguardo al lancio di “Chernobyl”, il suo creatore, Mazin, ha più volte rassicurato sull’aderenza ai fatti realmente accaduti. “Mi sono piegato alla versione meno drammatica dei fatti”, ha detto Mazin, “non è bene oltrepassare la linea del sensazionalismo”.
In realtà, “Chernobyl” la linea del sensazionalismo la attraversa fin dal primo episodio, senza mai voltarsi indietro.
In un episodio, tre volontari sacrificano la loro vita per drenare dell’acqua radioattiva, evento mai accaduto.
“I tre personaggi erano in realtà gli operatori della centrale responsabili di quel settore dell’impianto, in turno al momento del disastro”, nota Adam Higginbotham, autore di Midnight in Chernobyl, una storia del disastro ben documentata. “Semplicemente ricevettero telefonicamente dal loro superiore l’ordine di aprire le valvole”.
Né le radiazioni contribuirono in alcun modo alla caduta di un elicottero, come “Chernobyl” sembra voler suggerire. Ci fu, sì, un elicottero caduto, ma i fatti avvennero sei mesi dopo il disastro e la causa fu l’impatto con una gru.
Il sensazionalismo più eclatante in “Chernobyl” sta nel descrivere le radiazioni come contagiose, alla pari di un virus. L’eroina-scienziata interpretata da Emily Watson letteralmente trascina via la moglie incinta di un pompiere che sta morendo di Sindrome Acuta da Radiazioni (SAR).
“Fuori! Fuori di qui!” grida Emily Watson, come se ogni secondo in più passato dalla donna al capezzale del marito contribuisse ad avvelenare il bambino che porta in grembo.
Ma le radiazioni non sono contagiose. Una volta rimossi i vestiti e accuratamente lavati, come avvenne in realtà per i pompieri, e anche nella serie “Chernobyl” la radioattività è contenuta nell’organismo.
Si può ipotizzare che sangue, urine, o sudore di una vittima di SAR possano recare una certa dose dannosa (non un’infezione) ma non vi è alcuna evidenza scientifica che ciò possa essere avvenuto durante il trattamento delle vittime di Chernobyl.
Perché dunque gli ospedali isolano i malati con teli di plastica? Perché il loro sistema immunitario è depresso e rischiano di essere esposti ad agenti patogeni per loro letali. In altre parole, la minaccia di contaminazione è l’opposto di quella dipinta nella serie “Chernobyl”.
Il bimbo muore. Emily Watson dice che “Le radiazioni avrebbero ucciso la madre, ma il feto le ha assorbite.” Mazin e la HBO apparentemente credono che tale scena sia realistica.
HBO cerca poi di ripulire il sensazionalismo con alcune note nei titoli di coda. Nessuna nota però specifica come ipotizzare che un feto muoia per aver assorbito radiazioni dal padre sia sublime fantascienza.
Non vi è alcuna prova attendibile che Chernobyl abbia mai ucciso un feto, né che abbia in alcun modo apprezzabile aumentato l’occorrenza di difetti alla nascita.
“Ad oggi abbiamo potuto osservare tutti i bambini nati al tempo di Chernobyl,” affermava nel 1987 Robert Gale, medico a UCLA, e “nessuno di loro, almeno alla nascita, mostrava deformazioni.”
Senza dubbio, l’unico impatto sulla salute pubblica mai documentato  furono 20,000 casi certi di cancro alla tiroide in minori di 18 anni al tempo del disastro.
Le Nazioni Unite nel 2017 conclusero che solo il 25%, 5,000 casi, poteva essere attribuito al disastro (paragrafi A-C). Negli studi precedenti, l’ONU aveva stimato fino a 16,000 i casi potenzialmente attribuibili alle radiazioni di Chernobyl.
Essendo il tasso di mortalità del cancro alla tiroide pari all’1%, le morti attese per cancro alla tiroide dovuto alle radiazioni di Chernobyl sono tra 50 e 160 su un arco di vita di 80 anni.
Alla fine la HBO sostiene l’occorrenza di “un drammatico picco di casi di cancro tra Ucraina e Bielorussia” ma anche questo non è vero.
I residenti di questi due Paesi “furono esposti a dosi di radiazione di poco superiori al fondo ambientale” secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Se mai ci fossero stati casi di cancro aggiuntivi questi rappresenterebbero “circa lo 0.6% delle morti per cancro normalmente attese in queste popolazioni per altre cause”.
Le radiazioni non sono la terribile tossina di cui “Chernobyl” narra. Nell’episodio pilota, le alte dosi di radiazioni fanno sanguinare i lavoratori, e nel secondo episodio, un’infermiera che tocca appena un pompiere vede la propria mano arrossire, come ustionata. Nessuna delle due cose è avvenuta o è possibile.
“Chernobyl” mostra minacciosamente un gruppo di persone radunate su un ponte per guardare l’incendio. Nei titoli di coda la HBO chiosa che “è attestato che nessuno di loro sopravvisse. Il ponte è oggi chiamato Il ponte della Morte”.
Peccato che “il ponte della morte” sia soltanto una formidabile leggenda metropolitana senza alcuna prova a supporto.
“Chernobyl” è altrettanto ingannevole per ciò che omette di raccontare. Vorrebbe far credere che tutti i primi soccorritori colpiti da SAR siano morti. In realtà, l’80% di loro sono sopravvissuti.
È chiaro che anche spettatori istruiti e informati, come i giornalisti, abbiano preso molto della finzione di “Chernobyl” per fatti.
The New Yorker ha rilanciato l’illazione che un feto “assorbì la radiazione” e morì. The New Republic ha descritto le radiazioni come “supernaturalmente persistenti” e contagiose (stile “zombie”, per cui ogni vittima diviene a propria volta un untore”). The EconomistPeople, ed altri hanno rilanciato la leggenda metropolitana del “ponte della morte”.
Questa cattiva narrazione ha un costo umano. L’idea che le persone colpite da radiazioni siano contagiose fu usata per terrorizzare, stigmatizzare e isolare le vittime di Hiroshima e Nagasaki, di Chernobyl e, ancora, di Fukushima.
Le donne della zona che ricevettero basse dosi di radiazioni dal disastro di Chernobyl abortirono, nel panico, tra 100,000 e 200,000 gravidanze e le vittime da radiazioni di Chernobyl risultarono affette da depressione, ansia e sindrome post traumatica da stress quattro volte di più del resto della popolazione.

Perché “Chernobyl” fraintende così tanto il nucleare

“Chernobyl” dichiaratamente narra le menzogne, l’arroganza e la soppressione del dissenso del regime comunista sovietico. Eppure la vita nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta è rappresentata nella serie altrettanto inaccuratamente e melodrammaticamente quanto le radiazioni.
“La narrazione è piena di personaggi che agiscono per paura di essere giustiziati,” annota un giornalista di The New Yorker. “Questo è inaccurato: esecuzioni sommarie, o sulla base degli ordini di un singolo funzionario, sono un retaggio dell’Unione Sovietica degli anni Trenta”.
Il filo conduttore della serie è lo sforzo eroico degli scienziati di scoprire le cause del disastro, ma gli scienziati sovietici “erano perfettamente al corrente dei difetti dei reattori RMBK da anni”, fa notare Higgenbotham, e “specialisti del reattore giunti da Mosca entro 36 ore dall’incidente ne individuarono chiaramente e prontamente le cause”.
Il bisogno di drammatizzare non spiega da solo i fraintendimenti di “Chernobyl” sul nucleare.
Consideriamo come uno degli eroi scienziati del film descrive le radiazioni: come “un proiettile.” Ci chiede di immaginare Chernobyl come “tre milioni di milioni di proiettili nell’aria, nell’acqua e nel cibo… che spareranno per 50 mila anni”.
Le radiazioni però non sono come proiettili. Se lo fossero, saremmo tutti morti, dal momento che in natura siamo continuamente esposti alle radiazioni. E alcune persone che sono esposte a più proiettili, come gli abitanti del Colorado, di fatto vivono più a lungo.
Il proiettile del primo episodio diviene ben presto un’arma. “Il reattore 4 di Chernobyl è ora una bomba nucleare” dice l’eroe scienziato, una che esplode “ora dopo ora” e “non si fermerà… prima di aver ucciso tutto il continente.”
Prima di aver ucciso tutto il continente? La paura insinuata nello spettatore è, ovviamente, quella della guerra nucleare. Così “Chernobyl” usa lo stesso repertorio di tanti altri film di disastri nucleari.
Nel film del 1979 intitolato La sindrome Cinese è famosa la frase di uno scienziato che afferma che una centrale nucleare “potrebbe rendere inabitabile un’area delle dimensioni della Pennsylvania”.
Hollywood ha preso a prestito la narrazione falsa della fusione del nocciolo come un’esplosione nucleare dai capi del movimento anti nucleare quali Ralph Nader, che nel 1974 asseriva che “un incidente nucleare avrebbe potuto spazzare via Cleveland e i sopravvissuti avrebbero invidiato i morti”.
In sostanza, “Chernobyl” fraintende il nucleare alla pari di come l’umanità nel suo insieme lo ha frainteso negli ultimi sessant’anni, ovvero aver mutato la nostra paura delle armi nucleari in paura delle centrali nucleari.
A ben guardare, il disastro di Chernobyl dimostra invece come il nucleare sia la più sicura tra le fonti di produzione di elettricità. Nei peggiori disastri nucleari, solo una limitata quantità di radiazioni viene dispersa nell’ambiente e gli effetti sulla popolazione sono molto limitati.
Per il resto del tempo, le centrali nucleari riducono l’inquinamento atmosferico, diminuendo il ricorso a combustibili fossili e biomasse. Per questo motivo l’energia nucleare ha salvato circa due milioni di vite fino ad oggi.
Se vi è un lato positivo in “Chernobyl” e altra spazzatura pseudoscientifica come il libro di Kate Brown, docente del MIT, Manual for Survival, sta nella comparsa di nuovi coraggiosi scienziati delle radiazioni e giornalisti onesti come Higgenbotham.
“Le centrali nucleari non emettono né anidride carbonica né altri inquinanti in atmosfera e si dimostrano statisticamente più sicure di ogni altra forma di produzione energetica”, scrive, “incluse le turbine eoliche”.
E per quanto riguarda la nostra esagerata paura delle armi nucleari, gli ultimi 74 anni sono stati i più pacifici degli ultimi 700. Con la diffusione degli ordigni nucleari, le morti causate da guerra e combattimento sono calate del 95%.
Potrà la coscienza umana evolvere in modo da comprendere come qualcosa di così pericoloso abbia in realtà reso il mondo più sicuro?
Sono sempre più speranzoso. Uno dei migliori libri che abbia letto recentemente è un’etnografia di scienziati addetti agli ordigni nucleari, Nuclear Rites, scritta da un attivista anti nucleare poi divenuto antropologo, Hugh Gusterson.
Nel finale egli ammette che “la deterrenza nucleare ha avuto un ruolo chiave nell’evitare lo spargimento di sangue genocida di una terza guerra mondiale, e se un mondo pieno di ordigni nucleari è un mondo pericoloso, similmente, e per altre ragioni, è pericoloso un mondo senza la ferrea disciplina imposta dalle armi nucleari”.
Se Hollywood mai decidesse di raccontare la vera storia del nucleare, e spiegare agli spettatori la relazione paradossale tra pericolo e sicurezza, non avrebbe bisogno di ricorrere al sensazionalismo. La verità è già sensazionale di per sé.

Note:

[1] https://www.forbes.com/sites/michaelshellenberger/2019/06/06/why-hbos-chernobyl-gets-nuclear-so-wrong/#581f4903632f

[2] Michael Shellenberger, statunitense, è presidente di Environmental Progress, un’organizzazione di ricerca e politiche energetiche ambientali. “Eroe dell’Ambiente” secondo la rivista Time, ha vinto il Green Book Award. Scrive per The New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Scientific American, Nature Energy, and PLOS Biology. I suoi TED talks hanno oltre 1.5 milioni di visualizzazioni. (qui)

Come viene mostrato nella prima parte dell’articolo, sembrerebbe proprio che lo scopo della serie sia quello di terrorizzare. Esattamente come all’epoca si è tentato di terrorizzarci con lo spettro della catastrofe nucleare (e qualcuno oggi commenta: abbiamo abolito il nucleare, quando in realtà per risolvere il problema bastava abolire il comunismo). E proprio sull’onda di questo terrore indotto è stato indetto quel referendum (al quale purtroppo non ho potuto votare perché mi trovavo in Somalia – non che il mio voto avrebbe cambiato qualcosa in questa reazione di pancia) che NON chiedeva di chiudere le centrali nucleari esistenti, ma il cui risultato è stato usato per fare esattamente questo, costringendoci così a comprare a peso d’oro il nucleare prodotto venti metri oltre la nostra frontiera – dopo che ci avevano raccontato che la nube radioattiva si espande per miliardi di miliardi di chilometri. E va da sé che quelli che il nucleare no per carità sono gli stessi che il carbone no perlamordiddio, petrolio neanche parlarne, rigassificatori peggio che andar di notte, centrali idroelettriche vade retro Satana, e per andare a prendere il pane a settanta metri da casa prendono il SUV.

POST SCRIPTUM. Fino all’anno in cui sono andata in pensione, nel 2012, ho visto ogni anno arrivare a Brunico alcune decine di “bambini di Chernobyl”, che per tre settimane venivano ospitati da famiglie locali, affinché potessero respirare aria buona e “disintossicarsi dal nucleare”. Bambini di scuola elementare e media. Ventisei anni dopo l’incidente. Mi sono sempre posta delle domande. Non ho mai trovato risposte.

barbara

GLI EROI DELLO SCUOLABUS

Per cercare di mettere un po’ a posto le cose, che di cose da mettere a posto ce ne sono signora mia, altroché se ce ne sono. E partiamo da come le cose sono state inizialmente raccontate: un cittadino italiano (“ex senegalese”. Avete mai sentito parlare di un ex italiano, ex russo, ex vietnamita? No, eh? Beh, l’ex senegalese invece c’è) o forse no, forse è un africano ma con cittadinanza italiana – quindi italiano, ovvio – che guidava un autobus con una cinquantina di bambini a bordo ha dato fuoco all’autobus a scopo dimostrativo, per protesta, ma prima ha fatto scendere tutti i bambini. Poi no, non è vero, non li ha fatti scendere, voleva bruciarli vivi, a salvarli è stato Ramy, egiziano, che ha nascosto il cellulare e ha chiamato i carabinieri. Ehi, però la voce della telefonata non è quella di Ramy! E un po’ alla volta saltano fuori altri protagonisti che hanno consentito il salvataggio; e come mai erano stati nascosti? Per un motivo tanto semplice quanto squallido: quelli sono italiani, non sono utili a nessuna narrativa, a nessuna politica, a nessuna strumentalizzazione. In conclusione: un italiano tenta una strage e un immigrato la sventa, ergo, bisogna riaprire i porti e fare spazio alle risorse. E allora ripartiamo dall’inizio, inserendo ordinatamente tutti i tasselli che mano a mano sono emersi.

Dunque c’è questo senegalese che, con precedenti penali per guida in stato di ebbrezza e violenza sessuale su minore, è stato opportunamente assunto come autista di uno scuolabus. E che per vendicare le morti in mare causate dai nostri respingimenti – e poco importa che da quando Salvini ha deciso la chiusura dei porti le morti siano drasticamente diminuite – decide un’azione clamorosa: dare fuoco allo scuolabus con tutti i bambini dentro. Si organizza per bene, si procura tutto il necessario, coltello per minacciare, benzina e accendino per il rogo, e quando decide che è arrivato il momento devia dal percorso previsto, si ferma e annuncia quanto si accinge a fare. Una donna – qualificata una volta come insegnante e una come bidella, tanto è italiana, mica una della cui identità ci si debba curare – viene incaricata di legare i polsi dei ragazzi con delle fascette di plastica e sequestrare i cellulari. Pur sapendo che cosa rischia se il terrorista se ne dovesse accorgere, non li lega troppo stretti, per lasciare una possibilità di tentare di liberarsi e pare che abbia suggerito a cenni di nascondere un cellulare. È Ramy, egiziano, a farlo. Poi però il cellulare gli cade, e a questo punto interviene Riccardo, italiano, che riesce a strapparsi la fascetta e a raccoglierlo.

Poi, forse perché teme che l’autista lo possa vedere (ipotesi mia, non ho trovato da nessuna parte spiegazioni su questo dettaglio), lo passa ad Adam, marocchino. Le notizie iniziali dicono che è stato Ramy a chiamare, ma la voce non è quella di Ramy, è quella di Adam. Ad un certo punto il terrorista chiede che un bambino si vada a sedere vicino a lui, come ostaggio superspeciale, evidentemente, da avere proprio sottomano. Con incredibile coraggio, abnegazione e nervi d’acciaio (stiamo parlando di bambini di 12 anni) si offre Niccolò, italiano e siamo al terzo italiano che le cronache iniziali hanno tentato di occultare. E dunque Adam, col cellulare di Ramy, chiama i carabinieri che si precipitano, bloccano l’autobus, spaccano i vetri e fanno uscire i bambini, prima che il terrorista dia fuoco al mezzo.

ALT, FERMI TUTTI. Avevo raccolto un certo numero di link per inserire nel testo di questo post la documentazione ai vari pezzi, man mano che ci arrivavo. Sette, per la precisione. Poi mi è venuto un dubbio su un dettaglio e ne sono andata a cercare una verifica. E con l’ottava documentazione mi sono ritrovata esattamente come nella scena finale di La vita, istruzioni per l’uso di Georges Perec (capolavoro capolavoro capolavoro). Vabbè, ora riparto con quello che ho in mano, ma la messa a posto preannunciata all’inizio non ve la dovete aspettare più.

Dunque, dicevamo, tutti i cellulari sono stati sequestrati, è rimasto solo quello di Ramy che è riuscito a nasconderlo, poi caduto, raccolto da Riccardo e passato ad Adam. Adam chiama i carabinieri, i quali evidentemente hanno registrato la telefonata, che possiamo perciò sentire:

Ma allora come la mettiamo con queste dichiarazioni, sempre dello stesso Adam e confermate dai genitori?

A quanto pare le cose sono state talmente ingarbugliate che neanche una squadra composta da Sherlock Holmes Maigret tenente Colombo Marlowe e miss Maple messi insieme ne verrebbe a capo.

Ma proseguiamo. Dato l’eroico comportamento di Ramy che tutto da solo ha salvato mezzo centinaio di compagni, da ogni parte si chiede a gran voce la concessione immediata della cittadinanza (versione laica del santo subito). Matteo Salvini risponde che “non ci sono gli elementi per concedere la cittadinanza […] Le cittadinanze non le posso regalare e per dare le cittadinanze ho bisogno di fedine penali pulite. Non parlo dei ragazzini di 13 anni ma non fatemi dire altro […] Se qualcuno la cittadinanza non l’ha chiesta e non l’ha ottenuta dopo 20 anni fatevi una domanda e datevi una risposta sul perché”. A chiederla, sembrerebbe, è anche il padre, che però ad un certo punto si stufa della commedia e chiede di parlare di fronte a un microfono e a una telecamera

e stendiamo un velo pietoso sull’atteggiamento dell’eroe. Velo che diventa coperta matrimoniale pietosa quando lo vediamo in atteggiamento da bulletto sbruffoncello spiegare che se adesso tutti ringraziano Salvini è merito suo, in sostanza, è a lui che Salvini è debitore del suo quarto d’ora di notorietà – a fronte di Niccolò, ostaggio volontario, che nega risolutamente di essere un eroe. E se l’atteggiamento fa probabilmente parte della sua personalità, le parole pronunciate e la scelta di pronunciarle sarà tutta farina del suo sacco?

E giungiamo infine alla decima bolgia dell’ottavo cerchio. Qualche immigrato, inconsapevole di essere ripreso, afferma che non potrebbe mai uccidere dei bambini innocenti: casomai ucciderebbe Salvini. Grande indignazione di tutti tranne uno, l’immarcescibile Vauro che spiega che no, che bisogna capire, che non si sta mica giustificando, ci mancherebbe! Si sta solo dicendo che volendo uccidere qualcuno si ucciderebbe Salvini. E dunque godetevelo, in tutta la sua sfolgorante bellezza, da intendersi ovviamente come bello dentro e bello fuori.

barbara