QUELLA POVERA SCUOLA FATTA DI COPERTONI

E i soliti cattivi israeliani che la vogliono distruggere. Solo che le cose non stanno esattamente come ce le raccontano i nostri mass media, sempre tanto simpatetici con i peggiori soggetti e le peggiori cause. E per chiarirci un po’ le idee su come stanno, lo faccio spiegare da Ugo Volli.

Il senso dello scontro intorno a un villaggio di qualche decina di beduini in un posto assai speciale

La storia della cosiddetta “scuola di gomme” esempio classico della disinformazione in chiave antisraeliana

Khan al-Ahmar. Israele combatte tre guerre contemporanee sul suo territorio e nei dintorni – oltre alla grande guerra politico-diplomatica che si svolge sui media, nelle assemblee internazionali, in molti parlamenti e università occidentali, in definitiva nelle menti e nei cuori dei cittadini dell’Occidente che dovrebbero essere naturalmente alleati e solidali con un paese democratico che lotta da settant’anni contro forze barbariche preponderanti, e invece subisce un continuo lavaggio del cervello per essergli ostile, che risveglia i vecchi demoni dell’antisemitismo europeo.
Le tre guerre territoriali ma indipendenti sono legate fra di loro, com’è naturale, ma anche diverse per protagonisti e metodi. La più nota è quella di Gaza, dove Hamas usa tutti i mezzi che trova (rapimenti, attacchi terroristici diretti, tunnel, missili, da ultimo assalti di massa contro la frontiera e palloni o aquiloni incendiari. Israele cerca di bloccarle questi assalti anche con la forza, ma non vuole un’escalation, che sarebbe costosa in termini di vittime arabe e di immagine per Israele, senza essere risolutiva.
La seconda guerra, quella vera, si svolge al nord, soprattutto in Siria ma potenzialmente anche in Libano, contro l’Iran e i suoi satelliti, prima di tutto Hizbollah. Israele sta cercando di evitare che queste forze portino ai suoi confini armi tecnologiche e missili moderni e per farlo usa l’aviazione contro convogli militari e depositi di armi in tutto il territorio siriano. Ma usa anche i suoi rapporti politici con Trump e soprattutto con Putin per tentare di evitare una guerra regionale che è in grado di vincere ma non vuole, perché sarebbe assai dolorosa, con molte vittime civili.
Della terza guerra si parla poco, perché fa poche vittime ed è combattuta soprattutto nelle decisioni del governo e nelle aule di tribunale. E’ lo scontro per il controllo del territorio conteso in Giudea e Samaria. Non si tratta solo del terrorismo a “bassa intensità” (ma mortale, solo che colpisce con coltelli e veicoli più che con bombe). Ma anche della gestione fisica del territorio. Qui i nemici non solo solo gli arabi dell’autorità palestinese, ma altri meno sospettati. Ci sono le Ong antisioniste finanziate dall’estero, che si danno assai da fare, con l’appoggio di parte della stampa (innanzitutto Haaretz), delle forze politiche e intellettuali di estrema sinistra che in Israele non hanno peso elettorale ma strepitano molto e talvolta di parte della magistratura. Ma il nemico principale, in questa guerra, è all’estero. Non solo i vari movimenti Bds e di estrema sinistra, e non tanto più gli stati arabi ma diversi stati e l’Unione Europea in prima persona si impegnano in questa guerra.
La settimana scorsa c’è stata una scaramuccia importante. La posta in gioco è Khan al-Ahmar, un piccolo villaggio abusivo di qualche decina  di beduini che i diplomatici europei hanno aiutato ad istallare e che dopo una lunga battaglia giudiziaria arrivata fino alla corte suprema il governo ha ottenuto di far demolire (ma all’ultimo momento è venuta fuori ancora una sospensiva di qualche giorno). Si tratta di un caso importante. Innanzitutto perché è un esempio della sfacciata interferenza dell’Europa, che ha finanziato le costruzioni e ora pretende di impedire l’esecuzione di una sentenza. Chi immaginerebbe che l’UNASUR (l’organizzazione degli stati latinoamericani) finanzi la costruzione di case abusive per gli immigranti irregolari o proibisca all’Italia di abbattere quelle già costruite?
Ma la cosa più importante è la collocazione di questo villaggio. Si trova in una zona compresa nell’Area C degli accordi di Oslo, cioè sotto il controllo legale totale di Israele. Non tutti sanno che gli accordi firmati da Arafat per l’OLP dividevano Giudea e Samaria in tre zone: la “A” sotto totale controllo dell’Autorità Palestinese, comprendente città e villaggi dove vivono oltre il 90% dei residenti arabi, la “B” sotto controllo condiviso e la “C” che è interamente amministrata da Israele anche sul piano urbanistico.  Khan al-Ahmar sta in area “C” è dunque è giuridicamente incontestabile che i regolamenti urbanistici sono quelli israeliani, che non hanno mai consentito la costruzione di questo insediamento. Dunque l’Unione Europea, in maniera assolutamente coloniale, ritiene che la sua volontà politica di favorire gli insediamenti arabi superi non solo la legge israeliana ma anche gli accordi di Oslo, che pure ha sottoscritto.
Ma c’è di più.  Khan al-Ahmar si trova in un piccolo territorio chiamato E1, incuneato nei 5 chilometri in linea d’aria che separano Gerusalemme dal più popoloso insediamento ebraico in Samaria, Ma’alè Adumim. sulla strada per la valle del Giordano. Se questi campi diverranno villaggi arabi si conserverà l’accerchiamento virtuale della capitale israeliana che è stato il tema costante del conflitto con le forze arabe a partire dalla guerra del 1948. E’ ciò che i nemici di Israele chiamano “continuità del territorio palestinese. Se E1 sarà invece dell’ampliamento di  Ma’alè Adumim, unificandola al territorio municipale di Gerusalemme, l’assedio sarà rotto perché anche la strada per la Valle del Giordano, strategicamente essenziale, sarà interamente sotto controllo israeliano. Questo è il tema strategico della battaglia di  Khan al-Ahmar, non le stupidaggini propagandistiche sulla “scuola di gomme”, con cui le Ong antisraeliane hanno ottenuto anche finanziamenti del ministero degli esteri italiani, la cui utilità in quella posizione è scarsa anche se il villaggio fosse legale e destinato a restare lì. Israele del resto si è impegnato a fornire ai beduini dell’insediamento un’altra collocazione a pochi chilometri di distanza, completa di un vero edificio scolastico e di tutti gli impianti elettrici, l’acqua e le fognature che mancano a  Khan al-Ahmar. Ma non sarebbe dentro E1, che peraltro non è affatto il luogo di origine dei beduini, che anzi vi si sono insediati poco tempo fa. E gli interessati, influenzati dai diplomatici europei, si sono rifiutati anche di discuterne.
Il fatto è che l’Unione Europea e anche alcuni stati (innanzitutto la Francia, ma anche l’Italia fa la sua parte) e i diplomatici dei consolati a Gerusalemme, che fanno una politica diversa e più esplicitamente filoaraba delle ambasciate, ragionano in termini geopolitici e operano strategicamente come alleati dei nemici di Israele per trasferire il predominio sulla zona “C” all’Autorità Palestinese. E’ questo che intendono per “appoggio alla soluzione dei due stati”.  Peccato che questa non sia una soluzione del conflitto (gli arabi l’hanno sempre rifiutata), ma nelle loro intenzioni molte volte dichiarate, solo un passo della lunga guerra per la distruzione di Israele.

Ugo Volli su Progetto Dreyfus, 9 luglio 2018

Insomma, bruciati o no, i copertoni servono sempre per distruggere Israele.

barbara

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LA GUERRA CHE ISRAELE NON AVREBBE DOVUTO VINCERE

di Niram Ferretti

Il cinquantesimo anniversario della riunificazione di Gerusalemme che cadrà il 23 di maggio e coinciderà con l’attesa visita di Donald Trump in Israele dal 22 al 23, riporta inevitabilmente alla memoria la Guerra dei Sei Giorni che permise a Israele di catturare Gerusalemme Est allora sotto dominio giordano. La fotografia in bianco e nero di David Rubinger dei tre paracadutisti israeliani immortalati davanti al Kotel (Muro del Pianto) è una delle immagini simbolo della vittoria israeliana. Vittoria che è entrata nella leggenda e che ci permetterà qui di svolgere alcune considerazioni.
La Guerra dei Sei Giorni del 1967 prese il via in virtù dall’aggressione araba determinata dalle ambizioni smisurate di Gamal Abdel Nasser, l’allora dittatore egiziano il quale voleva proporsi come il conducator dell’intero mondo arabo. L’intento di Nasser e dei suoi alleati, la Giordania, la Siria, l’Iraq, il Libano e l’Arabia Saudita, era quello di distruggere Israele. Si trattava, in altre parole, di risolvere in modo drastico la « questione ebraica » in Medioriente. Missione che già agli albori dell’impresa sionista si era incaricato di assolvere con solerzia e sotto benedizione hitleriana Amin Al Husseini. Ciò che invece accadde, la cocente sconfitta subita, costituì un trauma profondo per l’orgoglio arabo nonché la fine delle ambizioni panarabe del Ra’is.
Ma da questa sconfitta sarebbe nata la più pervasiva e incessante demonizzazione di uno stato sovrano che la storia ricordi. Incapaci di annientare Israele sul terreno, si è provveduto a farlo in effige attraverso la propaganda. Una propaganda che dura da 50, predisposta a tavolino dagli arabi allora in combutta con l’Unione Sovietica.
Lo Stato ebraico, trasformato in un mostro “genocida”, “nazista”, “razzista”, “colonialista”, “imperialista, non è altro che l’effetto di uno spostamento semantico. Tutta la negatività attribuita agli ebrei in quanto tali è stata trasferita al loro Stato. Non godendo più l’antisemitismo manifesto dell’ampio consenso collettivo di cui godeva un tempo, si è provveduto a riciclarlo in forma antisionista. E c’è qui un evidente discrimine tra una legittima critica a uno Stato e alle sue politiche e la narrativa nera che lo criminalizza. Gli israeliani “nazisti” sono esattamente la stessa cosa degli ebrei “deicidi”, gli israeliani “genocidi” sono la stessa cosa degli ebrei che venivano accusati di omicidi rituali di bambini, gli israeliani “razzisti”,”violenti” e “oppressori” sono ulteriori esempi del paradigma della colpa, l’assunto cardine di ogni forma di antisemitismo.
E’ stata la guerra che Israele non avrebbe dovuto vincere l’evento che ha rimesso in moto a pieno ritmo le rotative dell’avversione per gli ebrei, in una forma aggiornata e più accettabile, trasformando gli israeliani in carnefici e i palestinesi in vittime. Una volta fissato questo codice tutto il resto ne è conseguito inesorabilmente.
Nasser, alla vigilia della guerra, mentre ammassava le sue forze in attesa di attaccare Israele, cercava il pretesto per potere trasformare la sua volontà di distruzione dello Stato ebraico, in legittima difesa contro una aggressione israeliana inesistente. Fu Israele a prevenirlo con la memorabile azione deterrente che, all’alba del 5 giugno 1967, gli permise di distruggere l’aviazione egiziana prima che questa potesse mettersi in volo. Il “misfatto” di Israele è stato, per la seconda volta, la sua vittoria in una guerra che, come quella del ’48, avrebbe dovuto essere nelle intenzioni dei suoi iniziatori, annichilente.
I cinquant’anni della riunificazione di Gerusalemme e della vittoria “miracolosa” nella Guerra dei Sei Giorni sono qui per ricordarci contemporaneamente cinquanta anni senza sosta di assedio propagandistico contro lo Stato ebraico.

(L’informale, 20 maggio 2017)

E non sarà male rileggere anche questo. 5 GIUGNO 1967

barbara

 

ATTENTATO ALLA SINAGOGA

La sinagoga è quella di Roma. L’attentato è quello del 9 ottobre 1982 – già più volte e con vari documenti ricordato in questo blog – che ha provocato la morte di Stefano Gaj Tachè di due anni e il ferimento di 37 persone, alcune delle quali in modo molto grave.
Il libro, riccamente documentato, ripercorre gli avvenimenti che hanno preceduto l’attentato e, parallelamente, gli atteggiamenti e i sentimenti predominanti in Italia nei confronti di Israele, influenzati anche da una stampa in gran parte faziosa, soprattutto quella di sinistra, influenzata a sua volta dalle direttive dell’Unione Sovietica, che a partire dal 1967 aveva scelto di abbandonare Israele e passare al campo arabo. Libro prezioso, anche per chi, per età, ha potuto seguire quelle vicende in diretta, perché raccoglie documenti e umori a 360°, mettendoci a disposizione anche tutto quello che all’epoca potrebbe esserci sfuggito.
Peccato solo che un incomprensibile pregiudizio ideologico induca i due autori a prendere per buona la rinuncia al terrorismo da parte di Arafat, quando era sotto gli occhi di tutti che fino al suo ultimo giorno di vita a continuato a invocare la distruzione di Israele e a promuovere il terrorismo (e gli articoli che prevedono la distruzione di Israele quale obiettivo primario e irrinunciabile sono tuttora presenti nella costituzione di al-Fatah), e l’esame di coscienza e lo spostamento verso posizioni più equilibrate e meno ostili – se non addirittura amiche – verso Israele da parte della sinistra italiana: davvero difficile da comprendere una simile cecità in due studiosi così seri.
Resta comunque un libro che vale la pena di leggere per la sua documentazione, davvero imprescindibile.

Arturo Marzano – Guri Schwarz, Attentato alla sinagoga, Viella
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barbara

LE ARMI CHE HAMAS NON USERÀ

contro i civili israeliani
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Vedete, quando dicono “Gaza è uguale ad Auschwitz”, è la sacrosanta verità: Auschwitz era un’istituzione guidata da una banda di criminali che aveva come unico obiettivo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei, e Gaza è  un’istituzione guidata da una banda di criminali che ha come unico obiettivo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei. L’unica differenza è che ad Auschwitz gli ebrei stavano dentro e non si potevano difendere, mentre a Gaza gli ebrei stanno fuori e si difendono egregiamente. Ed è per questo, solo per questo, che vogliono annientare Israele, altro che stato di Palestina, autodeterminazione e altre balle!

barbara

L’IRAN NON RINUNCERÀ MAI AL NUCLEARE, PAROLA DEL REGIME


Si aprono oggi a Baghdad i negoziati per cercare di trovare una soluzione negoziale al programma nucleare iraniano. Il Gruppo del 5+1 e i negoziatori iraniani, si ritroverranno quindi nella capitale irachena per trovare una via d’uscita a questa drammatica crisi. Purtroppo, al di là di come si risolverà questo round negoziale, il risultato politico sarà lo stesso: l’Iran riuscirà a guadagnare altro tempo utile per continuare ad arricchire l’uranio ed uscire, ancora una volta, dall’isolamento internazionale. Teheran, infatti, non ha alcun interesse di rinunciare al suo programma nucleare militare e la dimostrazione sta nelle parole dei membri del regime. L’Occidente, quindi, si sta riempiendo di illusioni e le conseguenze, purtroppo, saranno irreversibili

Le affermazioni dei dirigenti iraniani

A livello internazionale e nelle agenzie di stampa in lingua inglese, i dirigenti e i media iraniani evidenziano costantemente la pacificità del programma nucleare del loro Paese e ricordano, in ogni occasione, la supposta fatwa emessa da Ali Khamenei contro le armi nucleari. Lasciando stare, per ora, il tema della fatwa (una vera e propria bufala), vogliamo qui ricordare qualche affermazione di diversi dirigenti iraniani, dimostrando come in Iran sia ben chiara la finalità ultima del programma nucleare.

– 14 dicembre del 2001, parla l’ex Presidente iraniano Ali Akbar Rafsanjani: “l’uso della bomba atomica contro Israele ne provocherebbe una distruzione totale. La stessa cosa contro il mondo islamico provocherebbe solo qualche danno. Questo scenario non è inconcepibile”;

– 14 febbraio del 2005, parla l’Ayatollah Mohammad Baqir Kharrazy, Segretario di Iran Hezbollah, ripreso dal Iran Emrooz: “Noi [l’Iran N.d.A] siamo in grado di costruire una bomba atomica e presto lo faremo. Noi non dobbiamo avere paura di nessuno. Gli Stati Uniti non sono altro che un cane che abbaia”;

– 29 maggio del 2005, parla l’Hojjat ol-Islam Gholamreza Hasani, Rappresentante personale della Guida Suprema Ali Khamenei presso la provincia dell’Azerbaijan Occidentale. Nell’occasione, Hasani dichiarò che l’arma nucleare rappresentava l’obiettivo principale dell’Iran, evidenziando che “il Corano ha detto ai mussulmani di essere forti e accumulare tutte le forze a disposizione a tale scopo”;

– 19 febbraio del 2006, un sito iraniano vicino all’ala riformista riportava le parole di Mohsen Gharavian, teologo di Qom e molto vicino all’Ayatollah Mohammad Taqi Mesbah-Yazdi, mentore spirituale di Mahmoud Ahmadinejad. Gharavian dichiarava che, per l’Iran, era “solamente naturale” possedere armi nucleari. Anzi, in un libro, l’Ayatollah Yazdi ha scritto proprio che l’ “Iran deve possedere armi nucleari“.

Con i negoziati l’Iran inganna l’Occidente, ecco le prove

Lo abbiamo ribadito più volte, la diplomazia iraniana è fatta di inganni, doppi giochi e sotterfugi. Lo abbiamo sempre chiaramente dimostrato ma, nel caso ce ne fosse bisogno, vogliamo riportare qui, due importanti dichiarazioni che riprovano quanto stiamo dicendo. (continua)

Ci chiamano cassandre, le anime belle, quando alziamo il nostro grido d’allarme. Dimenticando un piccolo dettaglio: Cassandra non ha mai sbagliato una profezia.

barbara