NOBEL: PRE-VENTIVI E POST-VENTIVI

Non avendo più tanti capelli (eufemismo) il mio barbiere non ha il tempo necessario per aggiornarmi sul mondo, costringendomi a fare in proprio le ricerche di cui godevo in modo felicemente parassitario da giovane.
Così facendo, ho appreso che Boris Johnson, Ministro degli Esteri britannico, adombra la possibilità di un Premio Nobel per la Pace per il Presidente USA Donald Trump, nel caso che addivenisse alla pace con la Corea del Nord e riuscisse a modificare l’accordo con l’Iran senza abrogarlo.
Se così fosse, avremmo il caso, inedito, di due Presidenti USA premiati uno dopo l’altro. Il Nobel a Barack Obama fu dato sulla fiducia, per ciò che avrebbe fatto, mentre quello eventuale a Trump verrebbe attribuito per ciò che ha fatto in passato. Ne consegue che l’uomo di sinistra non avrebbe bisogno di impegnarsi per essere premiato, mentre quello di destra dovrebbe, per contro, portare a casa dei risultati. Si tratta di una grave discriminazione, che perlomeno contrasta con l’art. 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Tant’è che ho avviato una raccolta di firme per far cessare quest’infamia; ho già la firma del mio barbiere – il quale non ha avuto il tempo per leggere il testo della proposta, per la sacrosanta paura di ferirmi col rasoio, e infatti ho solo un graffio – le altre firme seguiranno.
Emanuele Calò, giurista, 8 maggio 2018, pagine ebraiche

A giudicare da quanto scrive abitualmente, il signore qua sopra deve essere parecchio di sinistra, e infatti non concordo quasi mai con quanto scrive. Tuttavia questo pezzo (qui) dimostra che l’ironia (anche auto-) non gli manca. E che – e questo è ancora più raro – esistono addirittura giuristi con uno spiccato senso della giustizia. Onore al merito, dunque. E quanto alla questione trattata, direi proprio che ha ragione da vendere.

barbara

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GLI IRANIANI E DONALD TRUMP

Sorpresa: l’Iran è pieno di sostenitori di Trump

Scrive Menashe Amir: I siti delle emittenti che trasmettono in farsi riceverono quotidianamente migliaia di reazioni dall’Iran. Negli ultimi giorni la maggior parte dei messaggi è costituita da espressioni di gratitudine e apprezzamento per il ritiro del presidente americano Donald Trump dall’accordo nucleare del 2015, e danno voce all’aspettativa che gli Stati Uniti aiutino la popolazione iraniana a rovesciare il regime oppressivo. Si tratta di messaggi anonimi o sotto pseudonimo, a causa del timore generale che incute il regime. “Il nome di Trump andrebbe scritto a lettere d’oro sulle stelle nel cielo” scrive un cittadino iraniano. Un altro dice: “Siamo pronti a sopportare qualsiasi sofferenza purché vi sia una speranza di rovesciare il regime di oppressione”. Sono centinaia i messaggi di questo tipo pubblicati su siti web e mass-media in lingua farsi al di fuori dall’Iran. Un iraniano ha fatto la sua analisi della situazione al telefono con un amico in Germania: “Tutto è pronto per la ripresa della rivolta popolare, il cui obiettivo questa volta sarà di rovesciare il regime”. Ha parlato delle difficoltà economiche nel paese ipotizzando che rinnovate sanzioni potrebbero distruggere definitivamente la maggior parte dei meccanismi economici della repubblica islamica. In effetti la valuta locale si è dimezzata nel giro di pochi giorni. Oggi un dollaro viene scambiato con oltre 40.000 rial, e anche a questo prezzo è praticamente impossibile trovarlo. Un altro iraniano ha raccontato ai parenti all’estero che dovrà chiudere il suo negozio d’importazione a Teheran perché il picco dei tassi di cambio delle valute estere è stato talmente drastico da non poter più importare prodotti né ottenere alcun guadagno. Si ritiene che la stragrande maggioranza degli iraniani sia a favore di un cambio di regime, pur sapendo che il prezzo potrebbe essere elevato, anche in vite umane. Vedono quello che accade in Siria e sono scoraggiati dallo spaventoso numero di vittime dovute a una rivolta fallita. Lamentano l’assenza di un leader degno, che unisca e diriga il movimento di resistenza. Si aspettano assistenza vera e concreta dagli Stati Uniti e accolgono con favore qualsiasi pressione che Trump possa esercitare sul regime. Solo alcuni, fra le migliaia di messaggi, sembrano sostenere il regime, ed è probabile che siano scritti da cyber-soldati iraniani incaricati di diffondere la propaganda pro-regime sui social network. Uno, ad esempio, afferma che “gli unici paesi che sostengono la politica di Trump sono l’Arabia Saudita, che sostiene il terrorismo, Israele, che commette continuamente crimini contro il popolo palestinese, e una manciata di emirati essenzialmente satelliti sauditi”: senza alcun riferimento personale e alla vita concerta nel paese, sembra un copia-incolla dai proclami del regime. (Da: Israel HaYom, 10.5.18, qui, dove è possibile leggere anche un altro interessante articolo)

Comunicato stampa

Il presidente Donald Trump ha strappato l’accordo nucleare con il regime terroristico degli ayatollah. A nome dell’associazione rifugiati politici Iraniani residenti in Italia esprimendo la nostra approvazione e la soddisfazione ringrazio il popolo iraniano che con la sua tenacia e resistenza quattro decennale ha dimostrato al mondo intero che questo regime è irriformabile e va abbattuto in ogni sua forma e bande che lo costituiscono. Ringrazio il presidente americano che ha accolto intelligentemente questo grido del popolo iraniano e ha stracciato “ il peggior accordo che l’America abbia mai sottoscritto”. Questa divisione è lungimirante e garantisce e protegge il mondo intero dall’espansione del fondamentalismo e il suo braccio: il terrorismo internazionale. Grazie America Grazie il presidente Donald Trump. È iniziata una nuova era che grazie alle piazze iraniane porterà pace, libertà e la democrazia in Iran.
Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia

Dedicato a quel tot di persone che si stracciano le vesti per questo “pagliaccio” di presidente guerrafondaio che rovinando tutto il bellissimo lavoro del suo predecessore mette a repentaglio la pace mondiale e fa piangere tutti i poveri iraniani.

barbara

DIETRO LE QUINTE DELL’EUROFESTIVAL E DAVANTI ALLE QUINTE DEL MEDIO ORIENTE

Succede dunque che venerdì sera 11 maggio, i gazassassini incendiano il nastro trasportatore Agriagat sul lato di Gaza di Kerem Shalom, l’unico valico attraverso il quale passano merci e attrezzature (cibo, medicinali e ogni genere di beni) ogni giorno dell’anno.

Il costo del nastro trasportatore è di 23 milioni di Shekel (pari a oltre 5 milioni di €). Oltre a disperdere le merci, hanno anche bruciato il complesso per carburante da 8 milioni di €, attraverso il quale viene trasferito a Gaza carburante per far operare, tra l’altro, gli ospedali. E che cosa denunciano le anime belle? La “rappresaglia” di Israele che per punirli gli ha chiuso, poverinipoverini, l’unico valico di passaggio delle merci [l’unico? E l’Egitto? E, a parte questo, perché non si procurano le merci lavorando, come fanno tutti gli altri sette miliardi e mezzo di abitanti della Terra?] con la scusa dei danni provocati dagli incendi («è stata decisa ufficialmente a seguito dei “danni e degli incendi provocati dalla parte palestinese del valico da decine di manifestanti incitati da Hamas”, ha dichiarato l’esercito israeliano nella Striscia di Gaza». [Ehm… decine? E lo ha detto proprio “l’esercito israeliano”? – Carino poi questo esercito che dichiara come un sol uomo – Sicuri sicuri che abbia detto proprio così? Perché qui dice che erano 15.000 – QUINDICIMILA -: vogliamo trovarci almeno a metà strada?])

Vabbè, poi va in onda l’Eurofestival, e guardate un po’ quali direttive vengono impartite:
eurofestival
Come ci informa Il Borghesino, “Amichai Stein, il corrispondente israeliano da Lisbona, ha inoltrato via Twitter un documento, che rivela come gli organizzatori abbiano imposto ai giornalisti dello stato ebraico di non pronunciare il nome della loro capitale durante la votazione. A differenza degli altri delegati, soltanto lo stato avrebbe dovuto essere menzionato; e non anche Gerusalemme”. Niente, non vogliono che Gerusalemme esista – non una Gerusalemme israeliana, per lo meno. Epperò, alla facciaccia loro e delle loro mene dietro le quinte, a Gerusalemme, quella che esiste, quella che è la capitale di Israele da un po’ più di tremila anni, in piena scena davanti alle quinte va in onda questo

e questo

(è incredibile: con la notevole difficoltà che ho, da sempre, a capire l’inglese parlato, quando parla quest’uomo non mi sfugge una sola parola).

E i palestinesi? Marionette obbedienti, attaccano. Un “popolo” fabbricato a tavolino negli anni Sessanta senza mai avere avuto una propria specifica lingua, una propria storia, una propria cultura, una propria tradizione, un proprio stato, decide che lo stato di Israele debba essere il suo stato, e che la capitale di Israele non sia la capitale di Israele bensì la propria, e in nome di questo delirio vanno all’attacco dei confini israeliani (cosa che, in base a ogni norma di diritto internazionale, rappresenta UN ATTO DI GUERRA a tutti gli effetti). Come ai tempi di Arafat, che in occasione degli scontri programmati faceva chiudere le scuole e organizzare autobus perché i bambini potessero andare a fare gli scudi umani davanti ai terroristi armati, sono state chiuse scuole, università, negozi affinché tutti fossero “liberi” di andare a protestare violentemente (pagandoli, a quanto sembra). Israele, come sempre, lancia volantini in arabo: “Non lasciate che Hamas vi usi cinicamente come suoi fantocci. State prendendo parte a scontri violenti che mettono a rischio la vostra vita. Hamas si sta approfittando di voi per nascondere i suoi fallimenti e minaccia il benessere vostro e delle vostre famiglie. L’esercito israeliano è pronto ad affrontare qualsiasi scenario e agirà contro ogni tentativo di danneggiare la barriera di sicurezza o colpire militari o civili israeliani”. Hamas, dal canto suo, invita gli israeliani ad andarsene: “Non rimanete, i palestinesi stanno sciamando senza freni, vi consigliamo di andarvene senza esitazione [come hanno fatto loro nel 1948, seguendo gli appelli dei loro dirigenti arabi? Ma veramente si immaginano che gli israeliani siano coglioni come loro?]. Gli aquiloni sono la punta dell’iceberg, quelli che resteranno sopporteranno tutte le conseguenze. Siete stati avvisati, attraverseremo il confine e raggiungeremo tutte le vostre comunità. Non moriremo da soli”. E invece sì, sono andati a farsi impallinare come tordi e sono proprio morti da soli. E le anime belle? Innanzitutto lamentano che – tenetevi forte, che questa è grandiosa davvero – adesso Gerusalemme è diventata la capitale di Israele. Diventata. Adesso. E trattandosi di un giornalista professionista è impossibile sospettare l’ignoranza, quindi si tratta proprio di tonnellate di malafede. E poi strillano come oche spennate, inorridiscono per la “strage” perpetrata dai perfidi giud israeliani che sparano sulla folla [tipo Bava Beccaris?] e si scandalizzano, inorriditi, che a Gerusalemme si festeggi mentre a Gaza si muore [tipo le SS che finito di infornare ebrei mettevano smoking e papillon e andavano alle feste con caviale e champagne?]. E che vi devo dire ragazzi? Inorridite, e che buon pro vi faccia. E, mi raccomando, evitate accuratamente di trascurare per un momento la propaganda e dare un’occhiata a qualche documento

(Abbatteremo il confine e strapperemo i loro cuori dai loro corpi)

Noi, intanto, ci godiamo la meravigliosa visione di questa targa
ambasciata
Ivanka ambasciata
barbara

ODE A BIBI

Più un ebreo è odiato perché difende il suo Paese, più potete essere sicuri che è un grande. Bibi non lo possono soffrire, lo odiano, glielo dicono, glielo provano, lo hanno umiliato a Parigi non trovandogli posto sull’autobus, lo ha umiliato Obama a Washing-tont, lo umiliano i reali d’Inghilterra, un giorno vengo e l’altro annullo. Lo umilia la stampa interna e estera, i suoi avversari politici, gli insozzano la moglie… Ma ecco che lui, sempre calmo, sempre sorridente, sempre sereno, sempre paziente, mai aggressivo, mai volgare, mai sornione, dice quello che fa e fa quello che dice. E oggi, lui è il solo che in Israele possa incarnare il “padre protettore della Patria”, un mensh, uno che alla fine l’ha messa in culo a: Mogherini, Macron, Obama, Kerry, Clinton, Carter, Merkel, Putin, Khameini, Rouhani, Assad, Soros, e pure Repubblica, le Monde, Liberation, New York Times e tanti, ma tanti altri. Ma il livore a lui, paura non gli fa.
Non vi dispiaccia
Claudia Piperno

E ode anche a un altro tizio, che fa quello che dice e dice quello che fa, non meno odiato e bistrattato e calunniato e attaccato su tutti i fronti e con tutti i pretesti.
come se dice
barbara

SULLE ARMI CHIMICHE E SUL BOMBARDAMENTO AMERICANO

E su alcune altre cose

Ve ne siete accorti? È tornato di moda il complottismo selvaggio, con nuovi personaggi e interpreti: fino a ieri figurati se ci credo che le torri siano crollate per l’impatto con gli aerei, figurati se ci credo che l’attentato sia stato fatto dai musulmani, figurati se ci credo che i vaccini servano a prevenire malattie e non ad arricchire Big Pharma, figurati se ci credo alle balle della medicina ufficiale; oggi abbiamo i nuovi furbi superilluminati “che non se la bevono” e il nuovo protagonista: il bombardamento chimico di Assad: e dove sono le prove che ci sia stato, e dove sono le prove che sia stato lui (vabbè, c’è anche chi chiede le prove delle camere a gas, se è per quello: stare dalla parte dei carnefici è da sempre molto più figo), e figurati se non l’abbiamo capito che era tutta una scusa per… Ecco, propongo di leggere questo articolo di Daniele Raineri. È piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto, perché mi sembra che chiarisca bene tutti quei punti che i complottisti di turno stanno facendo di tutto per oscurare.

DOV’E’ LA GUERRA IMPERIALISTA?

Daniele Raineri, Il Foglio

A questo punto l’imbarazzo per alcuni commentatori dev’essere terribile. Per tutta la settimana intercorsa tra la strage di civili siriani con armi chimiche di sabato 7 aprile a Duma e l’azione militare di sabato 14 mattina hanno spiegato che era in arrivo una nuova guerra di aggressione americana. Che i civili uccisi erano una messinscena, un pretesto per imporre un altro capitolo di interventismo imperialista in medio oriente. Che i morti soffocati erano “fake news per creare il casus belli”. Che era tutta una riedizione dell’Iraq 2003, quando l’invasione americana fu preceduta dalla falsa notizia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (che poi non era proprio del tutto pulito, chiedere alle famiglie dei non meno di tremiladuecento curdi sterminati con il gas dall’esercito iracheno nel marzo 1988 a Halabja durante la campagna genocida Anfal). Che era una replica dell’intervento Nato in Libia del 2011. Che era una manovra dei sauditi o degli israeliani oppure di entrambi per buttare giù il presidente siriano Bashar el Assad – tesi suggestiva che attira clic e lettori e condivisioni sui social media e tuttavia è offerta ai lettori creduloni senza l’ombra di una prova. C’è addirittura chi ha avvertito che la Nato sarebbe stata trascinata nella guerra, e con essa anche l’Italia. L’unico precedente che contava qualcosa è stato ignorato: si tratta del raid missilistico americano contro l’aeroporto militare di al Shayrat nell’aprile 2017 dopo un bombardamento con il gas nervino che aveva ucciso cento civili vicino Idlib, un raid così limitato che non ottenne alcun effetto di deterrenza.
La ritorsione militare contro la Siria è arrivata alle quattro del mattino locali e ha raso al suolo tre obiettivi che fanno parte del programma siriano per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche. A differenza della guerra in Iraq durata otto anni e dell’intervento Nato in Libia durato otto mesi è durata meno di un’ora. Gli edifici erano deserti perché erano stati evacuati. Il governo francese ha detto di avere avvertito in anticipo i russi ed è possibile che i russi abbiano condiviso l’avvertimento con i loro alleati siriani e iraniani. Il numero delle vittime varia tra zero e uno. Il Pentagono nel primo briefing in contemporanea con la fine dell’attacco ha spiegato che si era trattato di un colpo singolo, “one shot”, e che non si sarebbe ripetuto. Dodici ore dopo la fine dei bombardamenti, nel pomeriggio italiano, ci sono state manifestazioni sparse contro “la guerra imperialista”– forse il primo caso nella storia di proteste per fermare una guerra che cominciano quando la guerra è già finita.
La logica fallata di chi diceva che la strage era una messinscena organizzata per provocare una guerra è stata messa a nudo. Nessuno vuole un regime change a Damasco in questo momento e questo vale specialmente per i tre governi che hanno partecipato all’azione militare, America, Francia e Gran Bretagna. L’Amministrazione Trump insegue una politica molto nazionalista e molto poco universale, il suo motto è America First, e non ha interesse a gestire un’ipotetica deposizione di Assad a Damasco. Il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro inglese Theresa May non hanno semplicemente le forze – oltre che la volontà politica – per vagheggiare un regime change da soli in medio oriente nel 2018.
C’è una vecchia boutade che dice che i generali sono sempre perfettamente preparati a vincere l’ultima guerra, per dire che ogni conflitto è diverso e dev’essere studiato come un fatto nuovo. Forse vale anche per gli altri, per chi è rimasto fermo al marzo 2003 e si ostina ad applicare lo stesso schema e gli stessi slogan alla Siria del 2018. La guerra non c’è stata, nessuno era a caccia di un pretesto, nessuno ha le forze per deporre Assad adesso: perché allora qualcuno avrebbe dovuto inscenare un bombardamento con armi chimiche? I commentatori faranno finta di nulla.
Il governo russo ha preso due posizioni a proposito dell’inchiesta internazionale sulla strage di Duma: prima e dopo il raid punitivo. Fino a due giorni prima del raid la linea ufficiale del governo russo era che il 7 aprile non c’è stata alcuna strage di civili con armi chimiche a Duma. I russi sono stati i primi ad arrivare e a occupare il sito del bombardamento dopo la resa dei ribelli e l’evacuazione dei civili e a dispetto della mole di testimonianze dirette, delle centinaia di casi di soffocamento accertati dai medici, dei cadaveri, delle immagini e dei video hanno detto che non c’era alcun segno di un bombardamento chimico. Tre giorni dopo, quando Trump ha annunciato l’intervento militare, il governo siriano ha invitato a Duma gli ispettori dell’Opcw (l’Organizzazione internazionale per la proibizione della armi chimiche) e il governo russo ha detto che gli americani avrebbero dovuto aspettare i risultati dell’inchiesta prima di lanciare un attacco punitivo. Venerdì il governo russo ha rettificato la versione, ha detto che la strage è stata una messinscena organizzata e diretta dal governo inglese e ha anche detto di avere “prove certe” che però non ha mostrato. A partire da sabato mattina però, una volta che il raid si è consumato senza troppi danni, la posizione russa è mutata. Il lavoro degli ispettori Opcw doveva funzionare come ritardante per guadagnare tempo e come elemento da citare con i media – “Gli americani non aspettano i risultati delle analisi!” – mentre adesso potrebbe essere controproducente.
Poche ore dopo i missili occidentali Mosca ha detto che il rapporto dell’Opcw sul caso Skripal – è uscito giovedì e conferma l’uso di un agente nervino inventato dall’Unione sovietica nel tentato omicidio di un disertore dell’intelligence russa vicino Londra – è falso e che l’Opcw non è un’organizzazione credibile. Nel frattempo gli ispettori dell’Opcw invitati martedì erano atterrati a Damasco. Ieri la Russia e il governo siriano li hanno bloccati e non hanno consentito loro l’accesso a Duma perché – hanno detto – “manca il permesso delle Nazioni Unite e la situazione è poco sicura”, pur sapendo che nelle indagini di questo tipo il fattore tempo è importante. L’ultima volta che una missione Opcw aveva indagato su una strage con armi chimiche in Siria aveva stabilito la colpevolezza del regime siriano, è successo a ottobre 2017. Un paio di settimane dopo la Russia mise il veto al Consiglio di sicurezza sul prolungamento della missione e di fatto la sciolse.
In Italia si è parlato del fatto che la crisi siriana avrebbe potuto imprimere un’accelerazione alla formazione del governo e che la base aerea di Sigonella avrebbe avuto un ruolo centrale nelle operazioni di guerra – e che questa partecipazione rischiava di diventare un caso politico lacerante. In realtà ci siamo attribuiti più importanza di quella che effettivamente abbiamo. I bombardieri B-1 americani che hanno partecipato al raid di sabato mattina sono partiti dalla base di al Udeid, in Qatar – come del resto fanno tutti gli aerei americani che bombardano le posizioni dello Stato islamico in Siria dal settembre 2014. I Rafale francesi sono partiti dal territorio francese e sono stati riforniti in volo. I Tornado e i Typhoon inglesi sono decollati dalla base di Akrotiri, a Cipro. Per quanto riguarda i missili, sono stati lanciati da unità in navigazione nel Golfo, nel mar Rosso e nel settore est del Mediterraneo.
Gli israeliani non commentano mai – o quasi mai – i loro raid aerei in Siria ma è probabile che siano affascinati dalla reazione così selettiva dell’opinione pubblica internazionale. Due dei tre centri colpiti dalla ritorsione occidentale. Barzeh e Jamrayah, erano già stati bombardati – ma non distrutti – dai loro jet negli ultimi otto mesi, a settembre e poi ancora a dicembre e febbraio, e in pratica non ne ha parlato nessuno. E’ dal gennaio 2013 che gli israeliani bombardano in Siria, un raid circa ogni venti giorni, con lo stesso obiettivo dei governi occidentali: prevenire l’accumulo e il trasferimento di armi sofisticate o di distruzione di massa, ma tutte le loro operazioni combinate suscitano una frazione infinitesima dell’attenzione sollevata da un singolo tweet di Donald Trump. Di sicuro hanno notato da tempo che i due centri per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche colpiti a ovest di Homs – come dice l’analista Michael Horowitz – sono a pochi chilometri dal confine libanese e a poca distanza dalla strada che taglia attraverso le montagne e porta in Libano, dove c’è il cuore territoriale del gruppo armato Hezbollah alleato degli iraniani e del governo siriano. Che quella posizione sia stata scelta per rendere più facile un trasferimento d’emergenza delle armi chimiche dalla Siria al Libano?
Il giorno dopo la strage di Duma gli israeliani hanno bombardato la base T-4, nel deserto siriano vicino Palmira e hanno ucciso una squadra delle Guardie della rivoluzione iraniane che si occupa di missioni con i droni, incluso il colonnello che li comandava – e come al solito questa è un’informazione che Israele non riconosce ufficialmente, tanto che il raid è stato scambiato per una reazione americana. Thomas Friedman ha scritto sul New York Times ieri che il drone iraniano che a febbraio è stato abbattuto mentre varcava il confine israeliano non era soltanto da ricognizione, ma era armato. Da mesi guardiamo molto la punta del dito, come l’intervento “one-off” di sabato mattina, e non vediamo la luna, israeliani e iraniani che cominciano a combattere e a uccidersi direttamente senza più agire tramite alleati e partner locali.
Il governo russo ha detto sabato che il sistema di difesa aerea siriano ha abbattuto 71 dei 105 missili occidentali. Ieri ha corretto la stima e ha detto che soltanto i bersagli non coperti dalla difesa aerea sono stati colpiti, per il resto le intercettazioni hanno funzionato al cento per cento. In pratica i russi dicono che se vogliono possono bloccare tutti i missili lanciati dagli americani, ed è terribilmente poco credibile. Il Pentagono dice invece che i siriani hanno sparato 40 contro-missili quando ormai però era troppo tardi, in pratica hanno cominciato a reagire mentre l’ultima bordata di missili stava colpendo i bersagli. E’ una ovvia guerra di versioni contrastanti, ma i russi fin dal settembre 2015 giocano sul fatto che la loro presenza in Siria funziona come un ombrello protettivo contro qualsiasi attacco esterno ed è chiaro che non è così. Non solo, ma se contavano sul fatto che l’operazione in Siria fosse una buona occasione per esibire la loro tecnologia bellica di fronte a possibili acquirenti adesso devono rifare i conti, perché gli aggressori hanno centrato gli obiettivi lanciano di missili da tre mari diversi e non c’è stata alcuna capacità solida di deterrenza – a dispetto del fatto che mercoledì l’ambasciatore russo in Libano avesse minacciato: “Abbatteremo tutti i missili e colpiremo i siti di lancio”, quindi le navi americane. Simpatizzanti del presidente Assad fanno circolare presunte fotografie dei resti di missili americani intercettati e abbattuti, ma gli esperti hanno già smontato questo tentativo: sono fotografie di resti di missili russi SS 21 Tochka.
Siamo stati testimoni di un evento molto raro: un’azione militare lampo di tre governi occidentali giustificata da un motivo pratico puramente umanitario, la necessità di evitare la “normalizzazione della guerra chimica”. Naturalmente si possono individuare altri motivi di fondo, la voglia di Donald Trump di deflettere l’attenzione dai suoi guai giudiziari, l’obbligo di conservare la credibilità davanti al resto del mondo, il tentativo riuscito di lanciare un messaggio anche per quanto riguarda altre aree – dai Paesi baltici che si sentono minacciati dalla vicinanza con la Russia fino alla Corea del nord – l’avvertimento all’Iran che sta usando la Siria come una base militare. Ma il significato politico rimane, l’occidente non è totalmente inerte e le stragi di civili possono ancora avere conseguenze.

Aggiungo due parole a proposito dell’equivoco che tuttora perdura a proposito delle armi chimiche dell’Iraq e del mantra delle “armi chimiche inventate” dato che “gli ispettori non le hanno trovate” e che quindi sarebbero state “un pretesto” per permettere all’America di intromettersi nell’area. Si tratta di un totale capovolgimento della realtà: gli ispettori NON dovevano trovare le armi chimiche (quelle che erano notoriamente in suo possesso, quelle con cui aveva sterminato cinquemila curdi a Halabja il 16 marzo 1988); NON era questo il loro mandato. Era Saddam che doveva dimostrare di averle distrutte. Che cosa è successo invece? Che per molti anni agli ispettori sono stati vietati molti siti, ossia tutti quelli “sensibili”, poi sono stati cacciati e tenuti fuori per dieci anni, poi alla vigilia dell’intervento americano del 2003 fatti rientrare ma con un elenco dei siti che non avevano il permesso di controllare, con severe limitazioni alle verifiche consentite nei siti permessi, divieto – fatto rigorosamente rispettare mediante la presenza costante di personale governativo – di interrogare chicchessia. Nel frattempo tredici scienziati che avevano lavorato alla produzione di armi chimiche sono stati assassinati un settimana prima che arrivassero gli ispettori, poi ci sono state quelle ventimila tonnellate di gas fatte passare in Giordania, più altri movimenti sospetti di notevoli trasporti. Naturalmente Saddam NON ha dimostrato – non poteva dimostrare – di avere distrutto le armi chimiche, dato che NON le aveva distrutte. E, ripeto, era questo il mandato degli ispettori: farsi fornire da Saddam le prove di averle distrutte, NON trovare le armi.

barbara

TRUMP TORNA ALL’ATTACCO

“Non riesco a superare il fatto che Obama è stato in grado di dare 1,7 miliardi di dollari in contanti all’Iran e nessuno, né il Congresso, né l’Fbi o la Giustizia abbia aperto un’indagine!”. E’ il tweet del presidente Usa, Donald Trump, che torna ad attaccare l’accordo sul nucleare firmato dalle potenze mondiali e da Teheran.

(ANSA, 18 febbraio 2018)

Non contento di avere scatenato un inferno che sta devastando l’intero Medio Oriente e chissà quando (chissà se) finirà. Non contento di avere posto l’intero pianeta sotto la spada di Damocle di un Iran che grazie a lui può ottenere la bomba atomica quando vuole e farne quello che vuole (per farsi un’idea, bisogna immaginare un Hitler con il petrolio e con l’atomica). Non contento di avere, per poter concludere quell’accordo scellerato, violato tutte le possibili leggi e regole americane, di avere mentito, di avere occultato dati della massima importanza e della massima gravità. Non contento di avere, per non rischiare intoppi sulla via dell’accordo, bloccato la DEA sul punto di raccogliere i frutti di anni di indagini sul traffico di droga gestito da Hezbollah in cambio di armi. Non contento di tutto questo – e sto parlando unicamente della questione della bomba iraniana: che se dovessi scrivere di TUTTE le catastrofi provocate da quest’uomo e di tutte le sue azioni infami, farei mattina e poi notte e poi di nuovo mattina – non contento di tutto questo, dicevo, adesso scopriamo che ha anche regalato quasi due miliardi di dollari a una banda dei più pericolosi e spietati assassini fra quanti ve ne sono in circolazione. E c’è chi non trova di meglio che passare il tempo a scatenarsi contro Trump per una battuta maschilista o per lo stile poco diplomatico. Ma andate a …

barbara

PANE AL PANE, CESSO AL CESSO

Facciamo che lo ha detto veramente, che ha detto “perché ci dobbiamo prendere tutta la gente che arriva da quei cessi di Paesi”, riferendosi a Nazioni nelle quali non c’è alcun controllo sociale, proliferano regimi illiberali, dalle quali sbarcano in continuazione persone che chiedono di avere privilegi e status di rifugiati per una ventina d’anni negli Stati Uniti.
Fate uno sforzo contro il politically correct che ci si mangia tutti vivi e provate a pensare la stessa cosa detta da un leader politico italiano in un incontro ufficiale ma non pubblico in cui si discuta di come rimodulare il programma di immigrazione, e lui dica “perché ci dobbiamo prendere tutta questa gente noi da questo cesso di paesi, non possono andare anche che ne so in Francia, che ha rimesso le frontiere senza alcuna autorizzazione, o in Spagna, dove ai barconi gli sparano con la mitraglietta della Guardia civile”? Tana libera tutti, vero?
Lui, il razzista, il cattivo, ieri si godeva i primi risultati straordinari della sua riforma delle tasse, con le grandi aziende che decidevano aumenti ai dipendenti e bonus per tutti, l’intera nazione americana festeggiava una disoccupazione sotto il 4%, quella dei neri a livello record di 6,9%. Pure il suo nemico giurato padrone del Washington Post e di Amazon, Jeff Bezos, gli deve di essere, grazie alla Borsa trionfante, l’uomo più ricco del mondo con 106 miliardi di dollari. E a Gerusalemme non è successo niente della guerra civile paventata, la Corea del Nord si sta calmina, le inchieste sui Russi ristagnano nel nulla.
E allora che cosa ci inventiamo per poterne parlare male invece che bene? Che ha detto “cesso di paese” a proposito di paesi che sono dei cessi, sennò la gente mica scapperebbe ci starebbe molto volentieri e ci tornerebbe altrettanto volentieri.
Trump risponde:”Ho utilizzato dei termini rudi ma non quelle parole, che sono un’invenzione dei democratici, anzi la prossima volta registro visto che non è possibile fidarsi di nessuno, ma ciò che è stato veramente rude è la bizzarra proposta che mi è stata fatta”.
Qual era la proposta da lui bocciata? Era un accordo bipartisan sul “Deferred Action for Childhood Arrivals” (Daca) che non prevede stanziamenti adeguati per il muro con il Messico, non migliora il sistema di lotteria per i permessi di soggiorno, e seguendo il quale, gli Stati Uniti “sarebbero costretti a prendersi grosse quantità di persone da Paesi con un alto tasso di criminalità e che sono in pessime condizioni”.
Non c’è niente di nuovo nell’atteggiamento del presidente americano perché fin dall’inizio della campagna elettorale, Trump ha proposto “un sistema basato sul merito”, che permetta di far entrare “persone che ci aiutino a portare il nostro Paese a un livello più alto”. “Voglio sicurezza per la nostra gente, voglio fermare il massiccio ingresso di droga”.
Trump fa Trump, grazie a Dio, ipocriti e rosiconi se ne facciano una ragione.

Maria Giovanna Maglie, 12/01/2018

E niente, bisogna proprio concludere che
comesifa
Poi magari ricordiamo anche il signor Daniel Bernard, ambasciatore francese presso il Regno Unito, che a suo tempo ha detto “that shitty little country Israel”, quel piccolo stato di merda di Israele: qualcuno ricorda sfracelli planetari in proposito? E per concludere invito a leggere questa noterella, non priva di interesse.

barbara

INFORMAZIONE

Allora:
Alla Boeing ha detto subito che lui i due aerei già ordinati non glieli pagava e subito hanno abbassato la cresta.
Alla Lockeed lo stesso per l’F35 e tra l’altro hanno preso da Israele i programmi di software che finalmente funzionano, in più li ha costretti a produrre i ricambi (come da contratto, disatteso apposta per spingere l’F35, bastardi dentro) per l’F16, l’F18 e l’F22 (che rimane il miglior aereo mai costruito).
Alla Marina ha detto che per le altre due portaerei lui quei soldi non glieli paga ed hanno abbattuto sia i costi che i tempi, rispettando i contratti già firmati da tempo.
Ha poi dato il via agli oleodotti bloccati da sua Eminenza Premio Nobel.
Ha tolto le pastoie al carbone e già 10 miniere hanno ripreso.
Ha tolto il divieto di ricerca e di fracking sui terreni Federali e quelli sul mare.
Ha ottenuto già che Ford, GM, BMW ed altri faranno nuove fabbriche in USA ed i tedeschi, inclusa VW, hanno convinto ZF a mettere in piedi una fabbrica in USA.
Ha tolto i “regali” alle aziende che si occupano di energie alternative (e Tesla sta nei casini, se avete azioni consiglio di venderle).
Aveva stabilito che per ogni nuova regola due andavano tolte e per ora il conteggio è ogni nuova regola ne hanno già tolte 20.
Ha eliminato posizioni in tutti i Ministeri ed Enti ed ha tagliato i budget dal 15 al 25 % per alcuni.
Alla Casa Bianca ha eliminato molte posizioni, incluso l’ufficio della First Lady che oggi ha 4 persone invece delle 16 di quando c’era la Sora Michelle con il suo stupido giardino e si ridice Merry Christmas!!
Ha tolto le stupide regole del cibo (se vedevate le foto dei piatti i vostri figli sicuro non ce li avreste mandati) nelle scuole, sempre messe in atto dalla Sora Michelle e molte altre cose nelle scuole stanno in fase di revisione e cambiamento specialmente le Charter Schools.
Ben Carson sta ricostruendo e tagliando a HUD (l’Ente che si occupa di case popolari e di abitazioni e cose connesse).
Ha ridato a molti stati le terre di cui i federali si erano appropriati in epoca Premio Nobel.
Ha rimesso in riga EPA (Environmental Protection Agency) mandandoci Pruitt che è uno che voleva chiuderla e che era stata usata da Sua Eminenza per migliaia di regole assurde che aggravavano i costi di tutti.
L’unico aumento di budget è andato ai militari che finalmente cominceranno ad avere roba decente per fare il loro mestiere, in più a tutti un aumento in busta paga di circa il 3% ed ha anche rimesso le decisioni e le regole di combattimento ai comandanti sul campo, stracciando le fesserie del cialtrone e dei suoi compagnucci progressisti.
In un anno la borsa ha guadagnato 6.000 (seimila) MILIARDI di valore e con la nuova legge sulle tasse tutti danno bonuses ed aumenti ai dipendenti e già hanno fatto e faranno nuovi investimenti.
All’Onu ha tolto 280 milioni.
Al pakistan 252.
Alla NATO stanno pagando e forse anche gli arretrati.
L’accordo di Parigi (ed i tre miliardi) li ha cancellati anche se Sua Eminenza il fetente aveva provato a pagarli appena prima di uscire ma lui è riuscito a bloccarne 560 milioni appena entrato.
Ha cancellato TPP dove solo gi USA pagavano e gli altri guadagnavano.
Sta rivendendo NAFTA (Canada e Messico). Ha rivisto gli accordi con il Giappone ed il loro “protezionismo”.
Con la Cina la carne finalmente viene ora esportata come parecchie altre cose, ma stanno ancora negoziando….
Ah! ed all’Ufficio Postale ha appena detto di smettere di regalare i soldi a Bezos, quando alla fine dell’anno vengono a chiedere miliardi per coprire il “rosso”…e mille altre cose ancora che nessuno vi racconta men che meno la Botteri che sarà occupata a preparare il cenone di Capodanno nel suo umile appartamento in 59a strada (nello stabile che fa angolo su Central Park, quante cose so eh?) che pagate Voi.
Buon Anno dal “Roscio” e da me a tutti. (Volevo fare un tweet ma non c’entrava tutto nei 140 caratteri)
Jaime Andrea Manca Graziadei che non so chi sia, ma questo non ha importanza. Chi desiderasse informazioni su di lui, lo trova su FB.
obamainttrump
Per completare il quadro aggiungo l’invito a leggere questo articolo dello scorso marzo di Giovanni Sallusti e quest’altro di settembre della quasi coetanea Maria Giovanna Maglie, con la quale condivido la militanza filo palestinese e antiamericana in tempi di gioventù, per poi aprire gli occhi e rinsavire nella maturità.

barbara

LA PROFEZIA DI ABBA EBAN

“Se l’Algeria inserisse nell’ordine del giorno all’ONU una risoluzione secondo cui la terra è piatta, e che è Israele ad averla appiattita, tale risoluzione passerebbe con 164 voti a favore, 13 contro e 26 astensioni” (Abba Eban, 1975)

La risoluzione secondo cui Gerusalemme, capitale di Israele da tremila anni, non è la capitale di Israele bensì della Palestina, ed è Trump ad averla rubata ai palestinesi, è passata all’ONU con 128 voti a favore, 9 contro e 35 astensioni.
Cliccare sull’immagine per ingrandire.
voto Gerusalemme
barbara

GERUSALEMME E LA CENTRALITÀ EBRAICA

di RICCARDO DI SEGNI, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma

La Stampa, 9 dicembre 2017

Caro Direttore,

martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni.
All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi.
La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana.
La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.
II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale.

Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico.
Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. La prospettiva storica e religiosa è indispensabile per capire la vera entità della questione e i meccanismi profondi e ancestrali che si attivano. Da una parte la centralità ebraica, di cui si è detto. Dall’altra l’opposizione reale e dura delle altre religioni, al di là del politically correct.
Per i musulmani, in termini teologici e politici, per loro difficilmente distinguibili, la sovranità e l’indipendenza ebraica, tanto più su Gerusalemme, sono semplicemente intollerabili, gli ebrei al massimo possono essere sottomessi.
E in termini cristiani pesa ancora l’idea dell’esilio ebraico e della perdita della terra e di Gerusalemme come punizione per il mancato riconoscimento della verità cristiana. Questa idea è presente fin dalle origini e rimane ufficiale fino al XX secolo. In altri termini anche il cristianesimo, con tutte le sue recenti aperture all’ebraismo, non ha del tutto elaborato l’idea della sovranità ebraica, dello Stato di Israele (si parla sempre di «terra santa») e tanto più di Gerusalemme capitale ebraica.
Se la reazione alla dichiarazione di Trump è stata così forte e persino viscerale, ciascuno, anche non credente, si interroghi sulle sue motivazioni più o meno inconsce, sull’educazione ricevuta, sulla riluttanza a riconoscere al popolo ebraico i diritti che per altri sarebbero scontati.

A qualcuno, poco addentro nelle cose mediorientali, che mi chiedeva spiegazioni sui recenti avvenimenti, e sull’opportunità della mossa di Trump, ho detto: “È come se dicessi che non riconosco il tuo matrimonio: diventi meno sposato? No, naturalmente, e non diventi più sposato se lo riconosco: il tuo matrimonio non dipende dal fatto che io lo riconosca o meno. Ma è semplicemente ridicolo sostenere che non sei sposato quando tutti sanno perfettamente che lo sei. Quindi se qualcuno si decide a dire che ‘riconosce il tuo matrimonio’, questo equivale a porre fine a una ridicola ipocrisia, ed è bene che lo abbia fatto”.

E questa è la storia illustrata della “gara” per Gerusalemme.
History-Race-Jerusalem
E infine godiamoci anche questa chicca.

barbara