IL DISCORSO DI BORIS JOHNSON

Quello vero. Quello pronunciato da lui, non le bestialità inventate dalle bestie che sanno solo buttare fango su chi non sta dalla loro parte.

Buonasera a tutti e grazie per essere venuti.
Ho appena presieduto una riunione con il comitato governativo per l’emergenza, comprendente ministri di Scozia, Galles e Irlanda del Nord ed è chiaro che il Coronavirus, Covid-19, continuerà a diffondersi in tutto il mondo e nel nostro paese nei prossimi mesi. Abbiamo fatto ciò che si può fare per contenere la malattia e ciò ha consentito di guadagnare tempo prezioso, ma è ora diventata una pandemia globale. Il numero di casi aumenterà sensibilmente, il numero reale dei casi è, probabilmente, molto più alto di quelli confermati con il tampone.
Devo essere chiaro, dobbiamo essere chiari, questa è la peggiore emergenza sanitaria di questa generazione.
Alcuni la paragonano alla normale influenza stagionale, ma non è corretto, anche a causa della mancanza di immunità, è molto più pericolosa e si diffonderà ulteriormente e io devo mettermi nei vostri panni, mettermi nei panni del pubblico britannico, molte più famiglie perderanno prematuramente i loro cari. Il capo del comitato scientifico fornirà  la migliore informazione.
Ma come abbiamo detto nelle ultime settimane, abbiamo un piano chiaro su cui stiamo lavorando.
E ora ci stiamo avviando al la seconda fase del piano. Perché ora non si tratta solo di contenere il più possibile la malattia, ma di ritardarne la diffusione e contemporaneamente cercare di ridurre il più possibile la sofferenza. Se ritardiamo il picco anche solo di poche settimane, il nostro sistema sanitario nazionale sarà più forte dato che le condizioni atmosferiche miglioreranno, e meno persone soffriranno di disturbi respiratori, più letti ci saranno a disposizione, e noi avremo più tempo per la ricerca medica.
Possiamo fare in modo da dilatare il picco in un periodo più lungo in modo che la nostra società possa affrontarlo meglio.
Il direttore sanitario indicherà le nostre linee di difesa, che metteremo in campo al momento opportuno per massimizzarne l’effetto.
Il compito principale sarà quello di difendere i nostri anziani e le persone più vulnerabili durante le settimane di punta quando il rischio di contrarre la malattia sarà massimo e il nostro sistema sanitario subirà la massima pressione.
Quindi il periodo peggiore non è ora, bensì fra qualche settimana, a seconda della velocità con cui si diffonderà.
Oggi, quindi, stiamo andando avanti con il nostro piano.
Da domani, se avete sintomi anche lievi – una tosse persistente o febbre alta – dovreste rimanere a casa almeno 7 giorni per proteggere gli altri e aiutare a rallentare la diffusione della malattia.
Consigliamo a chi ha più di 70 anni ed a quelli con gravi patologie di evitare crociere, e sconsigliamo gite scolastiche internazionali.
Probabilmente ad un certo punto, nelle prossime settimane, andremo oltre, e se un membro della famiglia dovesse presentare quei sintomi, chiederemo a tutta la famiglia di restare a casa.
Non lo stiamo ancora introducendo per i motivi che Sir Patrick spiegherà, ma voglio avvertire che arriverà.
Stiamo prendendo in considerazione di vietare i principali eventi pubblici come gli incontri sportivi, ma il parere del consiglio scientifico, come abbiamo detto nelle scorse settimane, è che vietare questi eventi avrebbe scarso effetto sulla diffusione. Ma c’è anche la questione del peso che tali eventi potrebbero avere sui servizi. Quindi stiamo discutendo queste questioni con i colleghi in tutte la parti del Regno Unito e comunicheremo presto gli aggiornamenti sulla tempistica delle ulteriori misure da prendere.
In ogni fase siamo stati guidati dalla scienza, e faremo la cosa giusta al momento giusto.
Non – ripeto, non – chiuderemo le scuole adesso. Il parere scientifico è che in questo momento potrebbe fare più male che bene, ma naturalmente lo stiamo tenendo sotto controllo e anche questo potrebbe cambiare man mano che la malattia si diffonde.
Le scuole dovrebbero chiudere solo se verrà loro espressamente raccomandato di farlo, e questo rimane il nostro consiglio.
Dobbiamo prendere atto che queste misure causeranno gravi disagi nel nostro paese per molti mesi.
Il parere degli scienziati è che aiuteranno a rallentare la diffusione del virus e a salvare le vite. Ci saranno informazioni dettagliate sul sito del NHS e dal 111 online. Ma voglio sottolineare una cosa molto importante sulla scia di quanto stiamo dicendo – raccomando alle persone che, in base a ciò che stiamo dicendo a proposito dei loro potenziali sintomi, pensano di dover rimanere a casa, di non chiamare il 111, ma di chiedere informazioni via internet, se possono.
A questo punto voglio parlare direttamente alle persone anziane. Poiché questa malattia è particolarmente pericolosa per voi, per gli anziani, anche se per la maggioranza sarà solo lieve o moderata, so che molti sono molto preoccupati. E penso che dovremmo pensare sopratutto ai nostri parenti anziani, ai membri vulnerabili della famiglia,ai nostri vicini, e a tutto quello che possiamo fare per proteggerli nei prossimi mesi. Avremo bisogno di mobilitare milioni di persone per aiutarci e sostenerci a vicenda. E voglio che sappiate che il governo farà tutto il possibile per aiutare voi e la vostra famiglia durante questo periodo.
Durante questo periodo non provvederemo solo, come in passato, a sostenere l’economia, ma forniremo denaro e altre forme di sostegno ed aiuteremo le comunità a sostenersi a vicenda.
E, come abbiamo fatto nelle ultime settimane,  continueremo a fornire, non appena le avremo, il maggior numero possibile di informazioni scientifiche e mediche chiare.
Quindi vorrei finire ripetendo i due messaggi importanti, con i quali avrete acquisito familiarità – è ancora vitale, forse più vitale che mai – che ricordiamo di lavarci le mani.
E infine, naturalmente, anche se adesso le cose sembrano difficili, solo per ricordare che riusciremo a superare questo, questo paese uscirà da questa epidemia, esattamente come ha già superato molte esperienze più difficili, se ci aiutiamo l’un l’altro e ci impegniamo con tutto il cuore in un unanime sforzo nazionale.
Pubblicato il 12 March 2020, qui, traduzione mia

Ecco, questo è l’assassino genocidario che vuole la morte di tutti i vecchietti. Poi, per ampliare un momentino il discorso, questo è l’altro assassino genocidario di cui “parleranno i libri di storia” [non ne ho il minimo dubbio], e questo è il sistema sanitario che lascia morire la gente per strada.

Da noi invece ieri ci sono stati 368 morti per un totale di 1.809 e questa tabella
tabella 15.03
creata da Salvo Di Blasi mostra i dati giorno per giorno.

Concludo con una nota personale. Dove abito io vivono tutte perone civili: qui per fortuna non abbiamo stronzi esibizionisti che si mettono al balcone con microfono e altoparlanti a rompere i coglioni e spaccare i timpani a tutto il vicinato. Meno che mai abbiamo dei deficienti che sbraitano “siam pronti alla morte”. Se ne sentissi uno gli direi buttati giù che fai prima, testa di cazzo.

barbara

MODELLO DA IMITARE UNA BELLA SEGA!

TEMPI. Coronavirus, il modello cinese ha causato il disastro. Altro che «imitarlo»

Condividiamo un’interessante Articolo di Leone Grotti su TEMPI.it

Oms e giornali di casa nostra elogiano il regime comunista per aver arginato l’epidemia. Dati, numeri e storie per smontare il «successo» di Pechino.

Oggi che l’Italia è in enorme difficoltà nel contenere l’epidemia di coronavirus, spuntano come funghi gli elogi al «sistema autoritario cinese». Il regime ha quasi fermato il contagio: ieri si sono registrati appena 20 nuovi casi, contro gli oltre 3.000 di un mese fa, e neanche uno fuori dall’Hubei, la provincia che ospita l’epicentro dell’epidemia, la città di Wuhan. Qui i suoi 11 milioni di abitanti da un mese non possono uscire di casa e le strade assomigliano a quelle di una città fantasma. Circa 60 milioni di persone sono state messe in quarantena in tutto il paese, 14 ospedali sono stati costruiti in pochi giorni per accogliere i nuovi malati e chi nasconde i sintomi dell’infezione può essere condannato a morte. L’approccio estremo di Pechino è stato definito «coraggioso» dall’Oms, che l’ha valutato come «lo sforzo di contenimento della malattia più ambizioso, agile e aggressivo della storia», mentre per il Corriere della Sera il modello cinese è «da seguire».

SE IL MONDO È NEI GUAI È COLPA DEL REGIME

È vero che l’assenza di democrazia ha permesso ad esempio al governo cinese di sospendere il campionato di calcio, causando perdite milionarie ai club, senza incassare proteste di alcun tipo e di mettere in quarantena 60 milioni di persone senza che nessuno battesse ciglio. Ma la natura autoritaria del governo cinese, così efficiente quando si tratta di obbligare e reprimere, è anche quella che ha permesso al virus di circolare indisturbato per almeno due mesi. Se oggi l’Italia (e presto la Francia, la Germania e chissà quanti altri paesi) si trova in ginocchio è perché a inizio dicembre la Cina non ha rivelato la presenza di abitanti di Wuhan in ospedale con gravi sindromi respiratorie simili a quelle causate dalla Sars.
Ed è sempre per colpa del sistema autoritario cinese che quando un medico, Li Wenliang, oggi osannato da tutti i media cinesi e del mondo, si è accorto dell’esistenza di un nuovo virus e ha avvertito i suoi colleghi, invece che essere ascoltato, è stato convocato da polizia e Partito comunista che gli hanno ordinato di negare tutto. Il sistema autoritario cinese non voleva fare brutta figura, soprattutto in un momento in cui doveva svolgersi il congresso provinciale del Partito a Wuhan, e voleva preservare se stesso a discapito della salute della popolazione.

«FALSITÀ, LE AUTORITÀ MENTONO»

E perché, nonostante gli ospedali di Wuhan fossero da giorni strapieni e senza più posti, nessun giornale ha lanciato l’allarme? Perché il sindaco della città non ha detto nulla fino al 23 gennaio, permettendo a tutti i suoi abitanti di uscire liberamente da Wuhan e infettare l’intero territorio della Cina e di conseguenza i paesi di tutto il mondo (perché il contagio è partito dalla Cina, cara Cnn, non dall’Italia)? Semplice: perché il sistema autoritario cinese ha impedito la diffusione di informazioni, sia da parte della stampa che delle autorità locali, fino a quando il segretario del Partito comunista Xi Jinping non ha lanciato l’allarme il 23 gennaio. La Cina ha già avuto 80.924 casi e 3.136 decessi: quanti di questi sarebbero stati evitati se la Cina fosse stata una democrazia?
Oms e giornali si sperticano in lodi al sistema della quarantena cinese, ma non si chiedono perché quando venerdì 6 marzo la vicepremier Sun Chunlan si è recata a Wuhan per verificarne l’andamento, centinaia di persone si sono arrischiate ad affacciarsi dai balconi dei palazzi blindati per gridare: «Falsità, solo falsità, le autorità mentono». I cinesi non capiscono e non vedono quanto il loro sistema sia desiderabile? Il punto è un altro: i cinesi conoscono davvero il sistema e non si fermano agli specchietti per le allodole.

QUANTE PERSONE ABBANDONATE IN QUARANTENA

Quante persone, infatti, come il nonno di Zhang Bella, si sono ammalate a Wuhan, hanno cercato invano posto in ospedale, non hanno mai fatto il tampone nonostante presentassero tutti i sintomi del Covid-19 e sono stati messi frettolosamente in quarantena, abbandonati dalle autorità e morti da soli nel letto di casa? Il signor Zhang è stato immediatamente cremato da un’agenzia funebre senza che la sua morte fosse ascritta al virus. L’Oms elogia il governo comunista perché in Cina il coronavirus avrebbe un tasso di mortalità di appena il 3,8%, mentre in Italia già sfiora il 5%. Ma com’è possibile credere alle cifre di Pechino? Quanti signor Zhang ci sono stati in Cina?
A Lianshui, nella provincia dello Jiangsu, un’intera famiglia è stata blindata in casa con sbarre di metallo dalle autorità locali. Sulla porta è stato appeso il cartello: «In questa casa vive una persona rientrata da Wuhan. È vietato toccare». La famiglia ha confessato che sarebbero tutti morti di fame se un vicino, mosso a compassione, non gli avesse calato dal balcone del cibo. Simili metodi di quarantena forzata sono stati applicati in tutta la Cina da zelanti funzionari del Partito. Quante famiglie non hanno avuto la stessa fortuna di quella di Lianshui e sono decedute? Non lo sappiamo, ma come si fa a elogiare la quarantena con caratteristiche cinesi davanti a simili eccessi?

«GUARITI», EPPURE MORTI

E ancora, c’è bisogno di ricordare la vicenda di Yan Xiaowen, chiuso in quarantena insieme al figlio minore e costretto ad abbandonare il figlio maggiore, affetto da paralisi cerebrale, in casa da solo? Le autorità locali della contea di Hongan (Hubei) avevano giurato al padre che si sarebbero presi cura di lui, invece l’hanno lasciato morire di fame in mezzo ai suoi escrementi. «La verità è che è morto e basta», hanno risposto i funzionari del partito locale all’inchiesta seguita al caso. Quante persone, come il figlio di Yan Xiaowen, sono morte per colpa di un sistema autoritario tanto efficiente quanto disumano?
Circa 57 mila persone sono guarite in Cina dal Covid-19, eppure ci sono delle storie che portano a dubitare dei numeri ufficiali rilasciati dalle autorità. Li Liang, come raccontato da Caixin, è stato dichiarato definitivamente guarito il 25 febbraio e posto in quarantena a Wuhan per altre due settimane, come previsto dagli stringenti regolamenti tanto elogiati dai giornali. In quarantena ha cominciato a sentirsi male di nuovo, ma nessun medico lo ha visitato perché il suo caso era risolto e il 5 marzo è stato trovato morto nella sua stanza di hotel dalla moglie. Le tac presentavano ancora problemi ai polmoni ma Li Liang era stato dimesso ugualmente e oggi è ancora contato dalla Cina come un caso medico di successo. Quante persone come Li Liang si trovano tra quei 57 mila “guariti”?

ECCO COME «RIPARTE» L’ECONOMIA IN CINA

Tutti questi dettagli ovviamente non sono mai menzionati da chi liscia il pelo al regime comunista in Cina e poi denuncia il pericolo fascismo in Italia. L’unico problema della quarantena a oltranza riguarderebbe i suoi effetti nefasti sull’economia. Ma Pechino ha dichiarato che l’economia in Cina è già ripartita, fornendo a tutto il mondo dati inequivocabili. Peccato che, ha scoperto Caixin, i numeri sono tanto affidabili quanto quelli delle persone guarite che si godono la convalescenza al cimitero. Infatti, hanno rivelato molti imprenditori al giornale, il governo centrale calcola la ripresa economica di fabbriche e aziende in base al consumo di energia. Per questo, chiede a tutti i segretari locali del Partito comunista di rispettare certe quote di elettricità consumata. I segretari si rifanno sui proprietari delle aziende, che a loro volta azionano e fanno andare anche tutta la notte macchinari, luci e condizionatori. Le aziende però restano vuote e i dipendenti a casa per mancanza di lavoro. Così le quote sono rispettate e l’economia riparte sulla carta anche se nella realtà non cambia niente. «Falsità, solo falsità», come gridavano gli abitanti di Wuhan a Sun Chunlan.
Se a queste storie aggiungiamo che quei medici, giornalisti, professori universitari e singoli cittadini che hanno provato a denunciare sia l’epidemia sia gli errori del governo sono stati arrestati, forse ai tanti leoni da tastiera che popolano il web nostrano non conviene molto elogiare il sistema autoritario cinese. Il governo italiano deve migliorare la gestione dell’emergenza, smettendola di inviare segnali contrastanti e confusi, certo, la gente deve comprendere la gravità della situazione e rispettare le direttive, senza dubbio, ma se proprio dobbiamo rifarci a un modello guardiamo alla Corea del Sud. E lasciamo perdere la Cina, dove il virus è stato bloccato dall’eroismo dei cinesi di Wuhan e non dal governo. (qui)

Poi c’è quest’altro virus, non so se altrettanto o più pericoloso del coronavirus.

Si diffonde in Italia il virus della propaganda cinese: boom di casi positivi tra politici, commentatori e virologi

Sta già accadendo. Oltre al coronavirus, sta circolando in Italia il virus della propaganda cinese, che punta a riabilitare l’immagine di Pechino presentando il “caso Wuhan” come una storia di successo nella lotta al Covid-19 e, quindi, il suo sistema totalitario come un modello in contrapposizione all’inefficienza e alla confusione delle democrazie occidentali.
La posta in gioco è alta per il Partito comunista cinese e il suo leader, Xi Jinping: il mondo è avviato verso una recessione economica globale le cui cause potrebbero essere facilmente ricondotte ai ritardi e alle decisioni sbagliate da parte di Pechino nelle prime settimane di diffusione del nuovo coronavirus a Wuhan. Una relazione di causa-effetto che il regime comunista cinese è determinato a contrastare fin da subito, prima che prenda piede. Ha quindi lanciato una controffensiva propagandistica – magistralmente descritta già qualche giorno fa su Atlantico da Enzo Reale -volta a riscrivere, ribaltandola, la storia del coronavirus.
La controffensiva è globale, ma al momento l’Italia sembra essere il solo Paese occidentale dove fa presa. Ma quali sono i punti forti che vengono “spinti” dai diplomatici e dai media cinesi nel dibattito pubblico occidentale?
Primo, il coronavirus potrebbe non aver avuto origine in Cina. “Anche se scoperto per la prima volta in Cina, non significa che abbia avuto origine in Cina”, ha osservato Zhong Nanshan, uno scienziato, lo scorso 27 febbraio. L’ambasciata cinese di Canberra ha avvertito i giornalisti che sostenere che il coronavirus sia originato in Cina significa “politicizzare” la questione.
Ma l’apparato propagandistico del regime non si accontenta di mettere in dubbio l’origine cinese del virus. No, sta spingendo con forza una teoria cospirazionista, già messa in circolazione da settimane sui social media cinesi, secondo cui sarebbe tutta opera degli Stati Uniti. Un portavoce del Ministero degli esteri, Lijian Zhao, ha ipotizzato dal suo profilo Twitter che sia stato l’esercito americano a portare il virus a Wuhan e diffondere l’epidemia, in occasione dei Giochi militari dell’ottobre 2019, quando proprio a Wuhan arrivarono 300 atleti militari statunitensi. Un altro portavoce del Ministero degli esteri, Geng Shuang, non ha commentato i tweet di Zhao, ma ha dichiarato che “la comunità internazionale ha opinioni diverse” sulle origini del virus, “si tratta di un problema scientifico”. Laddove per “comunità internazionale” intende, ovviamente, la Cina… Il sito delle Forze armate cinesi, Xilu.com, in un articolo sostiene apertamente che il coronavirus sarebbe “un’arma biochimica prodotta dagli Stati Uniti contro la Cina”. Insomma, l’accusa è di un atto di guerra virologica. Anche il Global Times, testata in lingua inglese del Partito comunista cinese, allude nei suoi articoli agli Stati Uniti come origine del virus.
Rimosso prima di essere sottoposto a revisione scientifica, invece, uno studio pubblicato lo scorso 6 febbraio da Botao Xiao, specialista cinese di Dna della South China University of Technology, che in passato ha lavorato presso il laboratorio biochimico di massima sicurezza che si trova proprio a Wuhan, in cui si denunciavano falle negli standard di sicurezza presso il laboratorio, dove venivano condotti studi proprio su ceppi di coronavirus trasmessi da pipistrelli, ipotizzando che il virus possa essere uscito per errore da quella struttura.
Vedremo fino a che punto la pandemia di coronavirus e le responsabilità della sua diffusione entreranno nella nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino, ma la sensazione, soprattutto se dovesse profilarsi una grave e prolungata crisi dell’economia globale, è che il tema possa diventare un nuovo terreno di scontro ai massimi livelli tra le due potenze.
Un altro argomento sostenuto da Pechino è che la sua tempestiva risposta e le misure drastiche adottate abbiano permesso di “comprare tempo”, dando modo alla comunità internazionale di prepararsi. Qui siamo al vero e proprio ribaltamento della realtà. Il tentativo di insabbiamento della nuova emergenza sanitaria da parte di Pechino, già ricostruito da Enzo Reale per Atlantico citando coraggiosi giornalisti cinesi, ha invece permesso al virus di diffondersi a Wuhan nelle prime cruciali settimane, senza che nemmeno i cittadini fossero informati e messi nelle condizioni di prendere le minime precauzioni. È ben noto ormai il silenziamento dei medici che già a fine dicembre avevano dato l’allarme e altresì nota la censura subito scattata sui social nei giorni successivi. Le autorità cinesi hanno parlato per la prima volta di una possibile trasmissione del virus tra esseri umani il 21 gennaio e l’emergenza è stata dichiarata dopo il Capodanno cinese, quando circa 5 milioni di residenti a Wuhan avevano ormai potuto viaggiare liberamente e ignari di tutto nel resto del Paese e all’estero.
La Casa Bianca si è opposta a questa narrazione di Pechino: il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien ha dichiarato mercoledì scorso che l’iniziale insabbiamento e cattiva gestione da parte delle autorità cinesi “probabilmente è costata alla comunità internazionale due mesi” e aggravato l’epidemia a livello globale. “Se avessimo potuto sequenziare il virus e avere la cooperazione necessaria dalla Cina, se i team dell’Oms e i Cdc Usa fossero stati sul campo, avremmo potuto ridurre drasticamente quello che è successo in Cina e accade nel mondo”.
Secondo documenti governativi visionati dal South China Morning Post, il primo caso di coronavirus diagnosticato in Cina, un 55enne della provincia di Hubei, può essere fatto risalire al 17 novembre scorso, e non all’8 dicembre come il governo cinese aveva riferito all’Oms. Al 31 dicembre erano almeno 266 le persone che avevano contratto il nuovo coronavirus ed erano sotto supervisione medica, già 381 al primo di gennaio, mentre ancora l’11 gennaio le autorità sanitarie di Wuhan dichiaravano solo 41 casi confermati. Secondo una testimonianza, la prima diagnosi di un nuovo coronavirus risalirebbe invece al 16 dicembre. Quindi, tra tentativi di comprendere l’origine della malattia e di insabbiamento, sarebbero da un minimo di uno a due pieni i mesi persi.
La terza arma della propaganda cinese è la narrazione delle eroiche gesta del Partito, uscito vittorioso sul virus con il popolo unito e disciplinato dietro di sé. Se la dichiarazione di vittoria appare prematura e, soprattutto, i numeri dichiarati da Pechino non sono in alcun modo verificabili, questa consente al regime di proporsi come modello nella lotta al virus proprio mentre l’epidemia esplode nei Paesi occidentali.
Ma più riguardiamo i numeri italiani di questi giorni (ed europei, a questo punto), più si rafforza il sospetto che i numeri cinesi siano del tutto irrealistici, fuori scala (come sostenuto tra gennaio e febbraio in autorevoli articoli scientifici). Possibile che il 23-24 gennaio Pechino abbia messo in lockdown totale 40 milioni di persone e parte della sua produzione nazionale, mettendo a rischio una crescita economica decennale, per 897 casi e 26 morti allora dichiarati? Possibile che il regime comunista cinese abbia così a cuore la salute dei suoi cittadini? O forse casi e vittime erano già nell’ordine delle migliaia? Se oltre ai ritardi e al tentativo di insabbiamento, i numeri ufficiali cinesi fossero stati più fedeli alla realtà, rappresentando la reale dimensione del contagio e delle vittime (probabilmente da moltiplicare per 10, se non per 100), il resto del mondo avrebbe avuto una diversa percezione della minaccia…
Molti dubbi anche sulla reale portata della ripartenza dell’economia cinese, i cui dati sarebbero affidabili quanto quelli dei decessi. Secondo Caixin, leggiamo sul settimanale Tempi.it, “il governo centrale calcola la ripresa economica di fabbriche e aziende in base al consumo di energia. Per questo, chiede a tutti i segretari locali del Partito comunista di rispettare certe quote di elettricità consumata. I segretari si rifanno sui proprietari delle aziende, che a loro volta azionano e fanno andare anche tutta la notte macchinari, luci e condizionatori. Le aziende però restano vuote e i dipendenti a casa per mancanza di lavoro. Così le quote sono rispettate e l’economia riparte sulla carta anche se nella realtà non cambia niente”.
Sembra però che questa narrazione del “modello Wuhan”, cui seguono offerte di aiuto e dichiarazioni di “amicizia e solidarietà”, sia particolarmente efficace con i Paesi più in difficoltà, come l’Italia. E qui Pechino ha avuto gioco facile, sia per l’influenza nel nostro Paese del “partito sino-eurofilo”, che per la latitanza dell’Ue. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria sono arrivate tardivamente, o non sono mai arrivate, le parole di solidarietà di Bruxelles e dei leader degli altri stati membri, mentre di aiuti concreti non s’è vista nemmeno l’ombra. Un vuoto in cui si è abilmente inserita la Cina, facendo arrivare preziosissime forniture sanitarie (mascherine, ventilatori, persino un team di medici), dopo che per giorni il ministro della salute Speranza si era aggirato mendicante per l’Europa ricevendo al più alzate di spalle. “L’Italia ha già chiesto di attivare il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea per le forniture di dispositivi medici. Nessun Paese europeo ha risposto”, ha ricordato l’ambasciatore italiano presso l’Ue. Peggio, c’è chi non solo non ha risposto all’sos, ma ha persino bloccato l’esportazione. Una mossa dal forte significato geopolitico, ma anche soprattutto propagandistico da parte cinese.
Sta dando i suoi frutti a Pechino anche l’accordo tra la principale agenzia di stampa italiana, l’Ansa, e quella ufficiale cinese, Xinhua. Quotidianamente infatti l’Ansa fa arrivare sui terminali dei suoi clienti numerosi lanci firmati Xinhua, con risultati comici, se la questione non fosse dannatamente seria, tanto la retorica da propaganda totalitaria è smaccatamente in contrasto con lo stile asciutto e sobrio consono ad un’agenzia di stampa secondo gli standard occidentali… “Covid-19: Cina modello globale per lotta ai contagi”, è il titolo di una Ansa-Xinhua di 7 lanci di giovedì scorso: “Il suo impegno, ampiamente riconosciuto da tutto il resto del mondo, offre un esempio di come costruire una comunità umana unita dal futuro condiviso”.
L’Italia, purtroppo, detiene il record mondiale di casi di coronavirus attivi e di decessi (questi secondi solo alla Cina, per ora), ma molti esponenti di governo e commentatori sembrano trovare soddisfazione nel dare dei criminali al premier britannico Johnson e al presidente americano Trump, sputando sentenze premature sui loro piani di contenimento del contagio (dall’alto dei nostri successi…), mentre esaltano il modello cinese e ringraziano Pechino per i doni – che doni non sono, ma forniture regolarmente acquistate – dimenticando le terribili responsabilità del regime comunista cinese nella diffusione globale del contagio. Dovremmo considerare le forniture consegnate ieri solo un piccolo anticipo del risarcimento danni.
Federico Punzi, 14 Mar 2020, qui.

Passando invece agli orrendissimi modelli negativi, abbiamo Donald Trump, di cui si è parlato qui, a proposito del quale leggo:

Di Trump inutile nemmeno parlare: rischierei il ban, per tutti gli insulti che meriterebbe quel negazionista antiscientifico di un pagliaccio. Di lui parleranno i libri di storia, e purtroppo temo che non ci sia insulto sufficiente a compensare il costo che la sua idiozia e protervia avranno in termini di vite umane. (qui)

Per non parlare di Boris Johnson, a cui quella cloaca che va sotto il nome di Corriere della Sera mette in bocca questo concentrato di cinismo e idiozia:

“Abituatevi a perdere i vostri cari”

quando la citazione esatta è

“I must level with you, level with the British public — more families, many more families are going to lose loved ones before their time”

che esprime vicinanza a tutte quelle famiglie che perderanno prematuramente i propri cari. E questo non è un errore, questa è falsificazione consapevole e intenzionale. Chi poi è propenso a lasciarsi infinocchiare dalle altre infami accuse rivolte a Johnson, dovrebbe prendersi due minuti per leggere qui.

Nel frattempo in Italia la giornata di ieri ha fatto registrare altri 250 morti (a fronte dei 189 del giorno prima) per un totale di 1.266 vittime. 17.660 i casi totali di contagio, con un aumento, nella giornata di ieri, di 2113. E a chi tenta di sbatterci in faccia i guariti, va ricordato che ieri ci sono stati 250 morti e 181 guariti. Chi è in grado di fare due più due si faccia un po’ i conti. Meno male che resta almeno ben saldo il noto umorismo ebraico.
aeroporto BG
barbara

SÌ, QUESTO È UN PRESIDENTE

Donald Trump molto meglio di Mattarella: progetta il discorso alla Nazione in risposta al Coronavirus.

Il Presidente Donald Trump ha annunciato questo mercoledì alla Casa Bianca che si rivolgerà alla Nazione in merito alla battaglia in corso contro il Coronavirus.

Trump ha detto che il discorso alla nazione probabilmente avrà luogo alle 21:00. EST alla Casa Bianca, e ha promesso di condividere i dettagli del piano della sua amministrazione per affrontare la diffusione del virus.
Il Presidente e la Casa Bianca hanno lanciato una serie di proposte, secondo i rapporti, tra cui un maggiore avvertimento sui viaggi da e verso l’Europa e la dichiarazione dell’emergenza nazionale, consentendo alla sua Amministrazione di spendere fondi direttamente, al di fuori quindi delle autorizzazioni del Congresso.
Repubblicani e Democratici sono sembrati concordi sull’idea del Presidente di sospendere la payroll tax per aiutare i lavoratori ed i datori di lavoro a sostenere il calo degli affari a seguito di cancellazioni causate dal virus.
Il Presidente ha parlato con i giornalisti dopo aver incontrato rappresentanti di alcune delle principali banche ed istituzioni finanziarie americane, tra cui Bank of America, Blackstone, Citadel, Citi, Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Trust Financial, U.S. Bank e Wells Fargo.

“Dobbiamo risolvere un problema che quattro settimane fa, nessuno avrebbe pensato che sarebbe stato un problema”.

Molti banchieri hanno espresso ottimismo sulla disponibilità di capitale finanziario, rilevando che non si è verificata una crisi finanziaria nonostante l’andamento del mercato azionario.

Breitbart.com

Mentre il Presidente americano si rivolgerà alla Nazione tutta, gli italiani, al terzo giorno di “quarantena” in tutto il Paese, ancora attendono che il Presidente della Repubblica dica qualcosa. Ecco perché preferiamo sempre un Presidente eletto dal popolo, che uno eletto da pochi parlamentari e che non deve rendere conto di quello che fa ai suoi cittadini. (qui)

Ma sbaglio o ho letto in giro che “Trump non crede al coronavirus”?
E poi occhio a non berci le balle cinesi.

barbara

DONALD TRUMP

Il titolo di questo articolo rispecchia esattamente il percorso della mia posizione nei confronti di Donald Trump: autentico sconosciuto sulla cui elezione ho sperato come unica possibilità di evitare il disastro planetario rappresentato da Hillary Clinton, che avrebbe proseguito e completato il disastro obamiano, con le centinaia di migliaia di morti in tutto il Medio Oriente, la crescita esponenziale del potere del peggiore estremismo islamico, e tutto il resto. E poi, appena insediato, la sorpresa di un politico che mantiene le promesse elettorali, che gestisce con competenza e saggezza complicatissimi scenari, che serve il proprio Paese e non un’ideologia vuota e astratta, e giorno dopo giorno ha conquistato tutta la mia stima.

Trump da incognita a garanzia di stabilità, mentre tra i Dem regnano confusione e socialismo

Donald Trump rappresenta una figura politica destinata a rimanere nella storia. Anzi, senza timore di esagerare, pensiamo che il 45° presidente degli Stati Uniti d’America stia già facendo la storia, giorno dopo giorno, e questa verità dovrà essere riconosciuta prima o poi anche dai più feroci critici dell’ex-tycoon newyorchese. Durante l’inizio della sua avventura politica, ovvero le primarie repubblicane del 2016, conquistava progressivamente la maggioranza della base del partito, ma allo stesso tempo veniva visto come un marziano o un intruso dall’establishment del Gop e da quei repubblicani, per così dire, più tradizionali, abituati, per esempio, alla famiglia Bush. Molti conservatori e liberali classici, questi ultimi da non confondere con i liberal, si trovavano in parte spaesati di fronte alla dirompenza di un personaggio che andava oltre i consueti canoni del conservatorismo liberale ereditato da Ronald Reagan.

Una volta conquistata la nomination, ben pochi ritenevano che l’eccentrico milionario dalla bizzarra capigliatura potesse battere la ben navigata Hillary Clinton, e un certo scetticismo circa le possibilità di vittoria del candidato Trump non riguardava solo i radical chic di tutto l’Occidente, noti per la loro sicumera ma anche per le previsioni sballate, bensì diversi ambienti conservatori. Invece l’outsider Donald Trump, come ormai sappiamo, è riuscito a ribaltare tutti i pronostici, umiliando l’ex first lady democratica, la quale probabilmente aveva già organizzato il proprio trasloco nello Studio Ovale. Trump si è rivelato una sorpresa anche espletando il proprio mandato da presidente non in maniera negativa, almeno finora. Non ha tradito le promesse dei comizi, come al contrario può capitare ai politici, abituati a dirne una in campagna elettorale e a farne un’altra al raggiungimento della stanza dei bottoni. Donald Trump ha semplicemente adattato, con una coerenza di fondo, i toni di piazza alle complessità di una nazione particolare come gli Stati Uniti. Smentendo chi vedeva in questo leader, per molti aspetti inedito, quasi un fascista autarchico, l’isolazionismo trumpiano si è caratterizzato invece non per l’affossamento tout court della globalizzazione, bensì una ridiscussione di regole, e di qualche consuetudine squilibrata e sfavorevole all’America, con i principali competitor come la Cina, ma anche con gli alleati storici europei e i vicini Canada e Messico.

Lo stesso discorso può essere ripetuto per quanto riguarda la Nato, che non ha mai corso il rischio di subire un colpo di spugna da parte di Trump. Richiamare l’Europa, spesso distratta e dormiente, alle proprie responsabilità, anche economiche, verso l’Alleanza Atlantica, significa semmai volere più Nato, e non auspicarne lo scioglimento. L’America di Trump non si è affatto ritirata dal resto del mondo, e quando serve, (pensiamo all’eliminazione del generale iraniano Soleimani e alla costante salvaguardia della sicurezza di Israele), sa come ricordare la propria presenza ai nemici del mondo libero. In economia Donald Trump ha varato uno storico taglio delle tasse e ridotto il ruolo dello Stato. Grazie a questo la locomotiva a stelle e strisce non è mai stata forte come negli ultimi anni, a livello di Pil e di occupazione, e in tal modo è stato possibile rincuorare anche chi, giustamente, non vuole gettare alle ortiche gli insegnamenti reaganiani. Nemmeno l’assai presunto razzismo trumpiano, sventolato perlopiù dalla Cnn e dai commentatori liberal, può essere più un’arma credibile per screditare l’attuale presidente, visto che proprio la classe lavoratrice afroamericana vive meglio oggi che durante gli anni di Barack Obama.

L’imprevedibile outsider degli inizi ha dimostrato insomma di essere in grado di far politica e di saperla fare anche piuttosto bene, quindi, già solo a partire da questo, non è da escludere la sua rielezione. Ma il famoso “Four more years” diventa indispensabile se pensiamo al livello rasoterra a cui sono giunti gli avversari democratici. Trump potrebbe puntare ad essere riconfermato per i propri meriti, ma i demeriti altrui fanno del presidente in carica una garanzia di continuità e stabilità per gli Usa in primo luogo, ma anche per il resto del mondo, considerato il ruolo globale della democrazia americana.

I mainstream media ci hanno annoiato con le prediche riguardanti i metodi rozzi e spicci del presidente americano, ma non vi è mai stato nulla di più volgare ed offensivo, nella storia politica recente degli Stati Uniti, del comportamento di Nancy Pelosi alla fine del discorso di Trump sullo stato dell’Unione. La speaker democratica, strappando platealmente i fogli contenenti il testo del discorso del presidente, ha pugnalato uno dei tratti distintivi della democrazia d’oltreoceano. Le campagne elettorali americane sono piuttosto dure e non mancano di certo i colpi bassi, ma dinanzi al vincitore, che diviene ormai il presidente di tutti gli americani, si palesa il rispetto istituzionale degli avversari, eppure la Pelosi ha ritenuto di calpestare tutto ciò. Lo stordimento ed una certa disperazione politica, che stanno caratterizzando in questo momento il partito dell’Asinello, possono portare evidentemente a gesti poco nobili. L’impeachment è finito in barzelletta e le primarie democratiche in Iowa si sono rivelate ancora più comiche. Non si riesce ad individuare un candidato forte da contrapporre a Trump, e per ora si agitano solo figure di vecchi socialisti come l’arcinoto Bernie Sanders o fragili come Pete Buttigieg. Si può obiettare che vi sia anche Michael Bloomberg, per ora impegnato a scaldare i motori dietro le quinte, e che le primarie Dem in Iowa e New Hampshire siano solo le prime e molto parziali prove. L’ex sindaco di New York ha anch’egli, riteniamo, più di una debolezza. Anzitutto, per quanto voglia rappresentare un’alternativa al trumpismo, rischia di esserne una copia sbiadita, con il conto corrente e l’età anagrafica simili a quelli del presidente uscente, e si sa, alle fotocopie si preferisce quasi sempre l’originale. Inoltre, non sarà facile per il “moderato” Bloomberg aggregare attorno a sé la base di un partito democratico che negli ultimi anni si è spostato molto a sinistra ed è caduto ostaggio dei vari Sanders e delle varie Ocasio-Cortez. I Democratici Usa, che ebbero in passato riferimenti del calibro di Roosevelt e Truman, oggi sembrano essere animati solo più da socialisti e pasticcioni di varia natura.

Roberto Penna, 15 Feb 2020, qui.

Aggiungo questo commento che condensa una serie di dati reperibili in vari articoli presenti in rete.

Il Presidente Trump in tre anni, ha portato gli Stati Uniti ad avere 7.300.000 persone in più al lavoro, un PIL che aumenta a una media del 3.00%, inflazione al 1.2%, una riduzione sostanziale delle tasse sia per le compagnie che per i privati, ora al 21%, aumento delle deduzioni per individui da 6.000 dollari a 12.000 per i singoli e da 12.000 a 24.000 dollari per le coppie. Aumento dei salari al più basso livello che permette un risparmio personale annuo di dollari 5.000.

Ha cambiato il disastroso (per gli USA) accordo Nafta con Messico e Canada ad un accordo più equilibrato che porterà circa 100.000 posti di lavoro in più negli USA nei settori agricolo e dei latticini. Ha firmato il primo accordo con la Cina per equilibrare la bilancia dei pagamenti degli USA.

Ha FATTO PAGARE AI PAESI Nato 400 MILIARDI di dollari IN PIÙ ALL’ ANNO PER LA DIFESA COMUNE dell’EUROPA. Ha eliminato tre dei più pericolosi terroristi islamici in circolazione, ha rimesso le sue forze armate dissestate da Obama ai livelli migliori nel mondo. Sta ritirando le truppe dalla Siria e dall’ Iraq e sta trattando con il Talebani per ritirarsi dall’Afghanistan. Ha dichiarato che non vuole che gli USA siano il poliziotto del mondo, né voler cambiar nessun regime di altri paese.

La borsa americana ha aumentato tutti i suoi indici. Il Dow Jones da 18.300 punti al momento in cui Trump ha preso il comando del paese è oggi a 29.200. Un aumento del 60% nei risparmi degli americani, specialmente per i possessori del sistema 401K per le pensioni.

Ha fatto rispettare e riconoscere non solo il diritto della donna di decidere sul destino del nascituro ma anche il diritto del nascituro stesso, diritto del quale non parla mai nessuno

E non ha ancora finito il suo primo mandato.

Donald Trump è il Presidente degli Stati Uniti e lavora per il suo paese.

Come andrebbe meglio il Mondo se tutti i capi di stato lavorassero per i loro cittadini come fa Trump per gli americani.

Lorenzo Roncari, qui.

La differenza fra l’Italia e gli Stati Uniti che quello che lavora per il bene dei cittadini è al comando e quelli che lavorano unicamente per abbatterlo sono all’opposizione, mentre qui chi ha tentato di lavorare per il bene dei cittadini è all’opposizione e quelli che lavorano per portare il Paese al disastro sono al comando e, non contenti di questo, continuano a lavorare per toglierlo di mezzo del tutto. Di stati in cui il governo combatte le opposizioni ne abbiamo visti diversi: la Germania nazista, l’Unione Sovietica soprattutto al tempo di Stalin, il Cile di Pinochet, l’Iran degli ayatollah… Ecco, più o meno è lì che ci vogliono portare.

barbara

IL PIANO TRUMP IN SOLDONI

Finora il giochino della dirigenza palestinese è stato questo:

– Che cosa volete?
– Vogliamo A.
– Va bene, vi diamo A.
– E anche B.
– Va bene, vi diamo B.
– E poi anche C.
– OK, anche C.
– E D ci spetta di diritto.
– E va bene, se proprio è necessario per avere la pace vi concederemo anche D.
– Assassini delinquenti farabutti! Allora ditelo che volete la guerra! State macchinando per derubarci dei nostri ancestrali e inalienabili diritti su E! Ebbene, avete voluto la guerra, e guerra sia.

E la guerra, o nel senso di intensificarsi degli attacchi terroristici come è avvenuto dopo l’invito indicato nella risoluzione ONU 242 a incontrarsi per raggiungere una pace negoziata (la risposta alla quale sono stati i “tre no di Khartoum”: no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e come puntualmente avvenuto, a partire dalla conferenza di Madrid nell’ottobre del 1991, ad ogni nuovo incontro per tentare di raggiungere un accordo di pace (con un delirante Rabin che continuava a farneticare di “terra in cambio di pace”, cieco e sordo al fatto che più terra concedeva e più riceveva in cambio terrorismo e morte e distruzione), e come, prevedibilmente, dopo il ritiro dal Libano e, più ancora, dopo il ritiro (leggi deportazione di ottomila ebrei) da Gush Katif in Gaza; o come guerra vera e propria come quella scatenata alla fine di settembre del 2000 dopo che Ehud Barak aveva offerto tutto, letteralmente tutto, quello che Arafat aveva chiesto, è infatti sempre arrivata..

Bene, adesso è arrivato il tanto vituperato Trump, che ha sparigliato tutte le carte. Si è deciso, primo nella Storia, a prendere atto che quel sistema ha dato vita a decenni di fallimenti e a migliaia di morti da una parte e dall’altra e, primo nella Storia, ha pensato che quel sistema forse non era tanto buono, e ne ha adottato un altro, molto semplice: noi vi diamo questo, prendere o lasciare. Che mi ricorda un episodio del romanzo “Peyton Place” – bizzarramente tradotto in italiano con “I peccati di Peyton Place”, perché a quanto pare in Italia se non c’è peccato non c’è vita. Il figlio del padrone della fabbrica ha messo incinta la figlia di un suo operaio, il quale va dal padrone per esigere riparazione. Il padrone prende il libretto degli assegni, ne compila uno per 1000 dollari (un vero capitale all’epoca) e glielo porge. L’altro tenta di alzare la posta recitando la parte del padre offeso nell’onore che non si svende per 1000 dollari, al che il padrone lentamente, senza dire una parola, fa a pezzi l’assegno, ne compila un altro per 500 dollari e glielo porge dicendo: “Il prossimo sarà della metà”. E lui abbassa la testa e lo prende, perché sa che il suo gioco è stato scoperto e che quella è l’ultima migliore offerta disponibile. Tutto questo lo hanno perfettamente compreso anche parecchi Paesi arabi, stanchi oltretutto di fare, come ha scritto qualcuno, il bancomat dei palestinesi, e hanno approvato senza riserve o quasi il piano di Trump. Non lo hanno naturalmente accettato i palestinesi, come non ne hanno mai accettato alcuno in precedenza, non perché questo o quest’altro aspetto non vada loro a genio, ma semplicemente perché qualunque piano che non preveda la cancellazione di Israele è per loro irricevibile. La differenza fra prima e adesso è che se non accettano le carte che vengono loro porte, resteranno semplicemente fuori dal gioco, e oltretutto senza più sostenitori, tranne l‘Iran, che con le violente proteste in corso ha le sue belle gatte da pelare, la Turchia, e quella sgangherata baracca che va sotto il nome di Unione Europea. Les jeux sont faits, rien ne va plus, e forse, grazie a Trump, una speranza di pace questa volta c’è davvero.

barbara                                                                                                                                                                                                                                                     

PARAFRASANDO UN VECCHIO DETTO

Quando stupidità e ignoranza montano in scranno…

Quante gretinate a Davos

Ho voluto ascoltare il discorso pronunciato da Greta a Davos. Di mio non l’avrei fatto: Greta non è così importante da meritare queste attenzioni. Dovrebbe invece essere protetta da chi ha il dovere di farlo e invece la usa. Però, mi son detto, vista la messe di personaggi importanti che pendono dalle sue labbra, vista la farsa collettiva cui ci tocca assistere, perché non sentire che ha da dire ‘sta bimba?
Orpo… ha ragione, ha pienamente ragione Greta! Di colpo mi sto rendendo conto di essere l’unico al mondo che sta ascoltando Greta. Tutti i suoi stimatori, quelli che dicono che siamo sulla soglia di una catastrofe ambientale, stanno ignorando la piccola. Eccetto io, che però verso la bimba ho sentimenti di pietà. Quanto a stima, mi devo ricredere: la logica di Greta è stringente. Perché se (un colossale “se”) siamo in emergenza climatica e al soglio di una catastrofe planetaria per colpa della CO2, allora bisogna fare esattamente quel che a Davos Greta ha detto di fare. Ecco, dunque, cos’ha detto.

«Non vi stiamo dicendo di affidarci a tecnologie che oggi neanche esistono e che la scienza dice che forse mai esisteranno. Non vi stiamo dicendo di continuare a parlare di “zero emissioni nette” o di “neutralità carbonica”, continuare a imbrogliare e giocare coi numeri. Non vi stiamo dicendo di far finta di azzerare le vostre emissioni semplicemente pagando qualcun altro per piantare alberi in Africa, mentre allo stesso tempo in Amazzonia le foreste stanno sparendo ad una velocità infinitamente maggiore».
«Siamo chiari, una volta per tutte. Non è di una economia “a basso” valore di carbonio che abbiamo bisogno. Non dobbiamo “diminuire” le nostre emissioni. Le nostre emissioni devono in-ter-rom-per-si. Dobbiamo dimenticarci delle “nette” zero emissioni: noi abbiamo bisogno di reali zero emissioni. Perché obiettivi di nette zero emissioni, per giunta distanti nel tempo, non significheranno nulla. Qualunque vostro progetto che non include tagli radicali di emissioni a cominciare da oggi, è completamente insufficiente. A noi non ce ne può importar di meno della vostre politiche. Perché, nel caso non ve ne foste accorti, il mondo sta già bruciando. E allora noi chiediamo che sia immediatamente interrotta ogni azione di estrazione ed esplorazione di combustibili fossili, nonché ogni sussidio e investimento su essi. E ciò deve accadere non entro il 2050, il 2030 o perfino il 2021: noi vogliamo che tutto ciò sia fatto ora».
La piccola Greta ha pienamente ragione. Se (un colossale “se”) stiamo bruciando, se (altro colossale “se”) è assolutamente vitale che si rimanga entro gli 1.5 gradi dalle temperature pre-industriali [siccome un grado ce lo siamo già giocato, allora dovremmo evitare che le temperature aumentino di mezzo grado], e se (terzo colossale “se”) è la nostra CO2 ciò che fa aumentare le temperature, allora dobbiamo assolutamente interrompere le nostre emissioni da oggi. Non dal 2050 o dal 2030, e neanche dal 2021: da oggi.
Domattina, quando alle 6 vi svegliate, statevene a letto: inutile alzarsi, che la luce non s’accende e, se il tempo è bello, dovete attendere le 9. Non tentate di farvi un caffè: niente gas. Né provate a bere un bicchiere di latte freddo: potrebbe esser andato a male, perché il vostro frigo è spento da diverse ore. Digiuni andrete al lavoro a piedi. Quale lavoro? Ma per campi, a raccogliere qualche radice da masticare e a industriarvi (si fa per dire) a coltivare qualcosa di cui poi vi nutrirete. Tutti insieme dovremo riorganizzare le nostre vite e viverle come i nostri antenati di decine di generazioni fa. Niente gas, carbone, benzina o petrolio. E non dal 2050 o 2030, e neanche dal 2021: da oggi. Parola di Greta.

Franco Battaglia, 25 gennaio 2020, qui.

E, a margine della conferenza di Davos, giusto per non farci mancare niente

Le fake news contro Trump a Davos

Trump parla a Davos criticando l’allarmismo apocalittico di certi ambientalisti e vantando il clima economico positivo creato dalla sua amministrazione. Il giorno dopo, la BBC pubblica il fact checking al discorso di Trump. Forse è il caso di darci un’occhiata. Credo si capiscano due cose: a quale livello di faziosità siano arrivati i media mainstream nel nome della loro crociata anti-populista e come il fact checking, come era ovvio fin dall’inizio, sia spesso un’etichetta retorica per dare una parvenza di obiettività alle proprie opinioni.
Cominciamo con il primo punto analizzato dal fact checker. Il Presidente dichiara che “gli Stati Uniti sono tra i paesi con la miglior qualità dell’acqua e dell’aria”. Il fact checker conferma che sì, la qualità dell’aria negli Stati Uniti è considerata la 10ma al mondo. Idem per l’acqua. Ma solo dopo aver sottolineato e premesso che l’amministrazione Trump avrebbe allentato le leggi per la protezione dell’ambiente. È già questo fa un po’ cadere le braccia. L’affermazione di Trump è vera o no? Se è vera, come ammette lo stesso fact checker, perché intorbidire il tutto alludendo al fatto che sì, la qualità dell’aria sarà anche buona ma Trump non è un ambientalista?
Trump ha poi affermato che gli Stati Uniti sono nel mezzo di un boom economico e di aver creato sette milioni di posti di lavoro, il tutto ciò mentre gli “esperti avevano previsto decenni di bassa crescita e difficoltà economiche”. Il fact checker parte quindi a testa bassa con l’obiettivo evidente di smentire la narrativa del Presidente. La crescita del prodotto interno è stata tra il 2% e il 3% annuo con Trump. Attenzione però, avverte il fact checker, con Clinton aveva raggiunto il 4%. E una volta, sotto Obama, c’era stato un quadrimestre dove si era raggiunto il 5,5%. “Un picco mai toccato da Trump”, conclude, soddisfatto, il fact checker, dimenticando convenientemente di far notare tutti i quadrimestri dell’Obamanomics in cui l’economia ha fatto un bel -1% o peggio.
Per quanto riguarda i posti di lavoro, viene sottolineato che “Obama ne aveva aggiunti 7,8 milioni e che la crescita dell’occupazione negli Usa continua ininterrotta da 110 mesi. Trump quindi sta solo “continuando un trend”. Anche qui un’altra conveniente dimenticanza. Obama ha cominciato il suo mandato con la crisi subprime del 2008, la più grave crisi finanziaria dopo il crack del 1929 con la disoccupazione schizzata al 10%. Partendo da questo abisso, anche solo per semplice inerzia, l’economia non poteva che guadagnare posizioni anno dopo anno, con la disoccupazione scesa al 6%. Ma come come si può capire dalla legge dei rendimenti decrescenti, passare dal 10% al 6% di disoccupati (in 8 anni) è una cosa, scendere dal 6% al 3,5%, messo a segno da Trump, è obiettivamente un risultato eccezionale.
L’amministrazione Trump vanta il minor livello di disoccupazione negli ultimi 50 anni e l’incremento di posti di lavoro è ancora più rilevante nei riguardi dei non laureati (cioè della working class) e delle minorities, neri e ispanici (che “soffrirebbero terribilmente sotto Trump”, secondo alcuni giornalisti italiani). Tutti questi fatti non vengono menzionati nell’analisi fattuale del fact checker. In quanto all’ultima affermazione sulle previsioni negative degli esperti di economia, il fact checker ammette candidamente di “non sapere bene a quali esperti” si riferisca il presidente.
Viene il dubbio che sia vissuto in una grotta negli ultimi dieci anni. Perché, veramente, non è poi così difficile ricordare tutti i discorsi sulla “stagnazione secolare” e tutti i vari economisti illuminati, come Krugman o Stiglitz, pontificare su una nuova normalità, dove globalizzazione e l’automazione avrebbero prodotto bassi tassi di crescita e alta disoccupazione in tutte le economie avanzate. La crescita economia sotto Obama era stata decente, non certo travolgente, ma questo era il massimo di cui aspettarsi dopo la crisi del 2008.
Dopo la vittoria di Trump, questi stessi esperti avevano poi subito vaticinato il disastro economico e una borsa che non si sarebbe ripresa “mai più” (Krugman). Ora ci parlano invece di “continuazione del trend”. Ci fermiamo qui. C’è da chiedersi se i media mainstream sarebbero stati ugualmente critici e solerti se il Presidente in carica si fosse chiamato Hillary Clinton. Il giorno dopo, a Davos, ha parlato Greta Thunberg. Dalla BBC, guarda caso, nessun fact checking sul discorso dell’amabile Greta.

Stefano Varanelli, qui.

Non mi sembra ci sia molto da aggiungere. Sempre più vanno in scena stupidità, ignoranza, arroganza nel primo caso (con l’aggiunga di sfruttamento e abuso di minore a scopo di lucro e circonvenzione di incapace) e malafede ideologica nel secondo. E i “grandi della Terra”, come ha ricordato qualcuno, hanno calorosamente applaudito “la piccola Greta”, dopodiché sono risaliti sui loro jet privati e sono tornati alle loro confortevoli case.

barbara

CHE COSA CAMBIA DOPO LA BRILLANTE MOSSA DI TRUMP

Mano vincente di Trump: ecco perché l’eliminazione di Soleimani cambia le regole del gioco

Ci saranno volute casse di Maalox in queste ore per molti dei nostri politici e commentatori che denunciando l’irresponsabilità e la pazzia del presidente Trump si aspettavano di vedere confermate le proprie previsioni, o meglio desideri, secondo cui la decisione di eliminare Soleimani avrebbe dovuto scatenare una inarrestabile escalation o costargli una cocente umiliazione. Nulla di tutto questo è accaduto. Anzi, anche il più ossessionato degli anti-trumpiani, se gli è rimasto un briciolo di onestà intellettuale, dovrebbe ammettere che il presidente Usa ha giocato nel migliore dei modi una mano di poker molto delicata con Teheran, vincendola. Non di azzardo si è trattato, ma di rischio ben calcolato.

La rappresaglia iraniana di mercoledì notte contro le basi Usa in Iraq è stata o una sceneggiata o un fallimento. Zero vittime tra il personale americano e iracheno, diversi missili lontani dai bersagli, danni contenuti alle strutture. Secondo alcuni media, tra cui Cnn, Teheran avrebbe preannunciato i suoi raid alle autorità irachene, le quali avrebbero allertato gli americani. Insomma, gli iraniani avrebbero preso tutte le precauzioni perché i loro missili non provocassero vittime, mentre già pochi minuti dopo l’attacco il ministro degli esteri Zarif si affrettava a far sapere che per loro la questione era chiusa lì, a posto così.

La conferma è arrivata ieri sera dal segretario alla Difesa Usa Mark Esper: su 16 missili lanciati, 12 a segno, 11 sulla base di al Asad e uno a Erbil. È convinzione del Pentagono che l’Iran non abbia intenzionalmente evitato di uccidere soldati americani, ma ha avvertito del raid per evitare vittime irachene. Appreso dell’attacco imminente dagli iracheni, riferiscono sempre fonti del Pentagono, “non ci ha sorpresi, sapevamo già che stava arrivando”.

Che sia stata più una sceneggiata o più un fallimento, che abbiano deliberatamente o meno evitato vittime americane, poco cambia. Certamente è stata un’operazione tutta ad uso e consumo di propaganda interna, tanto che all’annuncio dei Pasdaran di 80 morti e centinaia di feriti nessuno ha dato credito al di fuori dei media iraniani – e, purtroppo, italiani.

Piuttosto, c’è da capire se nel panico per una reazione Usa nella notte gli iraniani non abbiano addirittura abbattuto un volo civile appena decollato da Teheran (quasi 180 morti). Insospettisce naturalmente la coincidenza, ma soprattutto che gli iraniani abbiano già fatto sapere che non daranno la scatola nera dell’aereo alla compagnia ucraina e alla Boeing.

In ultima analisi, due gli obiettivi centrati da Trump: il regime iraniano ha incassato la perdita di Soleimani, l’architetto e comandante della sua espansione regionale; e ha rivelato la sua debolezza, mostrando di temere una ulteriore rappresaglia Usa e un confronto militare diretto, memore della fine toccata ai precedenti regimi in Afghanistan, Iraq e Libia. Dunque, il presidente Usa ha azzeccato la proporzione del colpo e ristabilito la deterrenza. Certo, questo non significa che gli iraniani abbandoneranno le loro malefiche attività nella regione, che rinunceranno al terrorismo e al programma nucleare [a proposito, avrete sicuramente letto tutti l’esilarante annuncio di Teheran, che per ritorsione all’assassinio del loro martire, d’ora in poi non si sentono più tenuti a rispettare gli accordi sul nucleare, ndb], ma è probabile che almeno per un po’ si asterranno dal compiere e pianificare azioni eclatanti dirette contro gli Usa. Ora sanno che le linee rosse di Trump, al contrario di Obama, sono credibili e che oltrepassarle comporta un alto prezzo.

L’eliminazione di Soleimani è un game changer perché questa volta l’uso dei suoi proxies per colpire gli avversari non ha risparmiato Teheran da una rappresaglia che l’ha colpita direttamente. Non sul suo territorio, ma al cuore del suo sistema di potere, il cervello della sua strategia di espansione. Una grave perdita sotto molteplici aspetti: militare, politico, simbolico. Per autorità e carisma conquistati nei decenni sul campo, Soleimani non sarà facilmente sostituibile.

Un vero e proprio cambio di paradigma, delle regole del gioco, quello del presidente Trump. Se per quarant’anni il regime iraniano non è mai stato oggetto di una rappresaglia diretta per gli attacchi delle sue milizie contro militari o civili americani, la notizia oggi è che quei tempi sono finiti.

Per questo, come ha osservato Lee Smith, “l’uccisione di Soleimani è un’operazione molto più importante di quelle mirate contro il leader dell’Isis Al Baghdadi o persino Bin Laden, perché probabilmente darà forma alle azioni future di uno stato, non alla rotazione della leadership di gruppi terroristici”.

Opinione condivisa dal generale David Petraeus, l’ex comandante Usa in Iraq e Afghanistan artefice della strategia vincente di counterinsurgency nel dopoguerra iracheno, nonché ex direttore della Cia: “È impossibile sopravvalutare l’importanza di questa particolare azione. È più significativa dell’uccisione di Osama bin Laden o persino di al Baghdadi. Soleimani era l’architetto e il comandante operativo dello sforzo iraniano per consolidare il controllo della cosiddetta mezzaluna sciita”, un territorio che dall’Iran arriva al Libano passando per Iraq e Siria. È responsabile dell’uccisione di oltre 600 soldati americani, oltre che di molti militari e civili di altri Paesi, e “l’avversario più formidabile che abbiamo affrontato per decenni”.

Vinta una mano, però, ora bisogna vincere la partita. Nel discorso pronunciato ieri dopo il raid di risposta iraniano, Trump ha ricordato gli obiettivi. “All’Iran non verrà mai permesso di avere un’arma nucleare”.

[Credo di averlo già detto, ma lo ripeto: io che con l’inglese scritto me la cavo piuttosto bene ma con quello parlato sono una catastrofe, quando parla quest’uomo non mi sfugge una parola, e il merito è tutto suo]
La posta in gioco è sempre quella: la rinuncia vera, definitiva e verificabile al programma nucleare. Ma non solo: che l’Iran si comporti come un Paese “normale”, cioè la smetta con le sue attività destabilizzanti e il suo imperialismo nella regione. Trump non cerca il regime change tanto meno una guerra contro l’Iran. Bisogna sempre tenerlo a mente nel valutare le sue mosse. È stato eletto sulla promessa di chiudere le “infinite guerre” in Medio Oriente, non per aprirne di nuove. L’eliminazione di Soleimani, come dimostra anche la reazione-show iraniana, non contraddice i suoi obiettivi e la sua visione (non isolazionista ma nazionalista, jacksoniana). Non c’è alcuna svolta neocon, ma come ha spiegato il generale Petraeus “uno sforzo molto significativo per ristabilire la deterrenza, che ovviamente non era stata finora sostenuta dalle risposte relativamente insignificanti” alle provocazioni iraniane. Un potere di deterrenza militare che nessun leader occidentale sembra oggi voler più usare, ma senza il quale è molto difficile ottenere risultati in Medio Oriente come altrove.

Trump ha ereditato una situazione compromessa dai suoi predecessori, dai decisivi errori dell’amministrazione Bush nel dopoguerra iracheno e dalla disastrosa strategia di Obama – ritiro dall’Iraq e appeasement con Teheran – che hanno offerto all’Iran campo libero per espandersi nella regione.

Alla strategia della “massima pressione” dell’amministrazione Usa dopo il ritiro dal Jcpoa, una pressione economica, il regime iraniano ha risposto con una escalation militare, male interpretando come debolezza la prudenza del presidente Trump. Della scorsa primavera le aggressioni alle petroliere nello Stretto di Hormuz. A giugno Trump decise di bloccare all’ultimo momento un raid aereo in risposta all’abbattimento di un drone Usa. A settembre l’attacco a uno dei più grandi impianti petroliferi sauditi, anch’esso rimasto senza risposta. Solo dopo l’uccisione di un contractor, il 27 dicembre, ha deciso di colpire gli Hezbollah iracheni responsabili di numerosi attacchi con razzi e mortai contro le basi americane in Iraq. Ma non è bastato a ristabilire la deterrenza. Il 31 dicembre l’assalto all’ambasciata Usa di Baghdad da parte di centinaia di miliziani sciiti fatti penetrare nella Green Zone ha fatto scattare l’allarme rosso, riportando alla memoria le umiliazioni del 1979, il sequestro dei diplomatici Usa a Teheran, e del 2011, l’uccisione del console americano a Bengasi.

La decisione del presidente Trump di non rispondere militarmente alle provocazioni iraniane, scrivevamo su Atlantico a settembre, rischiava di essere percepita a Teheran come debolezza, incoraggiando i Pasdaran ad alzare il tiro. E più avrebbero alzato il tiro, per esempio prendendo di mira personale americano, più sarebbe stato “difficile calibrare una reazione sufficientemente forte da dissuadere Teheran dal proseguire con la sua escalation, ma non al punto da scatenare un conflitto su larga scala”. Per non voler rischiare una guerra, si correva il rischio di renderla inevitabile. Ed è esattamente ciò che è avvenuto. Avevamo anche ipotizzato tra le possibili opzioni di rappresaglia per ristabilire la deterrenza “uno strike chirurgico diretto a decapitare i vertici dei Pasdaran, Soleimani in primis”.

Ora, proprio per la severità del colpo subito, l’eliminazione di Soleimani, lungi dallo scatenare una escalation come molti temevano, potrebbe rappresentare il primo atto di una de-escalation. Potrebbe convincere chi detiene il potere a Teheran, anche considerando la gravità della situazione economica e l’ostilità della popolazione, a privilegiare la mera sopravvivenza del regime rispetto alle ambizioni atomiche e all’espansione regionale.

Federico Punzi, 9 Gen 2020 (qui)

Molto interessante anche quest’altro articolo, con informazioni che difficilmente trovano spazio nei nostri mass media antitrumpianamente corretti.

L’ira di molti palestinesi, arabi e iraniani per il lutto ipocrita di Hamas e Jihad islamica

Soleimani era un assassino, scrivono sui social network, e i suoi galoppini sono dei traditori che non pensano ai palestinesi ma solo al loro proprio tornaconto

Di Khaled Abu Toameh

I capi di Hamas e della Jihad Islamica palestinese vengono fortemente attaccati da numerosi palestinesi e altri arabi per aver espresso condoglianze per la morte di Qasem Soleimani e aver allestito in suo onore una “tenda da lutto” nella striscia di Gaza. I capi dei gruppi terroristi palestinesi vengono accusati di cercare di compiacere Teheran al solo scopo di garantirsi la continuazione del sostegno finanziario e militare iraniano. Vengono anche accusati di “trafficare con la religione e l’ipocrisia, ignorando il sangue di migliaia di musulmani” versato in parecchi paesi arabi dalle unità al comando di Soleimani e dalle milizie sue alleate.

Sono molti i palestinesi e gli arabi che hanno espresso la loro indignazione sui social network. “Perché allestire a Gaza una tenda da lutto in onore dell’assassino Soleimani?” si è chiesto Amr Al-Mogy, un utente egiziano di Facebook. Nadia El Shafei, anche lei egiziana, ha risposto: “Perché sono tutti traditori”. Anche Mona Mohamed ha pubblicato la sua risposta su Facebook: “I terroristi ricevono [alla tenda da lutto] le condoglianze per la morte del loro capo e datore di lavoro terrorista. Niente di strano”. Un altro utente egiziano di Facebook, il dott. Bahjat Kamal, ha commentato: “Hamas riceve le condoglianze per l’uccisione dello spregevole Soleimani, che ha ucciso bruciato e cacciato sunniti in Iraq, Siria, Libano e Yemen”.

Ha scritto su Facebook Mohamed Htaibat, professore giordano di studi islamici: “L’Iran e i suoi gregari, che si atteggiano a difensori della causa palestinese, in realtà non si preoccupano affatto della Palestina. Hamas sbaglia, perché non sa vedere la realtà se non alla luce del suo proprio tornaconto. Ciò comporterà un progressivo allontanarsi di Hamas dal suo ambiente arabo. E perderà il sostegno di arabi e musulmani. Chiunque si schieri con l’Iran si schiera contro i sunniti”. Bassam al-Amoush, un ex ambasciatore giordano in Iran, ha postato una foto che mostra Soleimani sorridente accanto a un’altra che mostrerebbe una mano carbonizzata del cadavere di Soleimani e la scritta: “La fine di un assassino”.

L’analista politico palestinese Ibrahim Hamami ha reagito con furore agli sperticati necrologi pubblicati da Hamas e Jihad Islamica palestinese. In un post su Twitter ha scritto: “Una dichiarazione di Hamas che esprime lutto per l’assassino Qasem Soleimani rappresenta decadimento morale, suicidio politico e ostilità nei confronti della nostra nazione. È inconcepibile che ci sia stata una riunione dove è stata presa la decisione di diffondere una dichiarazione così catastrofica”. Amr Abu Amin, un palestinese di Khan Yunis, nella striscia di Gaza meridionale, ha affermato che coloro che hanno allestito la tenda da lutto per “l’assassino Soleimani rappresentano solo se stessi: è deplorevole vedere una tenda da lutto nella striscia di Gaza per l’omicida Soleimani”. Jihad Hils, scrittore palestinese e predicatore islamico della città di Gaza, si è dichiarato “in forte disaccordo” con la decisione di Hamas e Jihad Islamica di montare una tenda da lutto per il generale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. “Soleimani era un assassino – ha scritto Hils su Facebook – Coloro che lo piangono non ci rappresentano. I palestinesi stanno dalla parte dei loro fratelli musulmani. Il nemico dei musulmani è nostro nemico. Chi uccide i musulmani uccide anche noi”. Majed Abdel Nur, un altro scrittore palestinese della striscia di Gaza, ha affermato che è giunto il momento di chiamare Hamas a rispondere delle sue posizioni ostili nei confronti degli arabi: “Coloro che sostengono gli assassini sono anch’essi assassini – ha scritto – È tempo di chieder conto ai traditori [di Hamas]”.

Lo sceicco Kamal al-Khatib, vice capo del Movimento Islamico in Israele, ha pubblicato sabato scorso un commento su Facebook in cui descrive Soleimani come “il comandante militare iraniano di Baghdad, Damasco, Beirut e Sanaa”. Nel suo post, Khatib scrive: “Non ho mai creduto che saresti arrivato a Gerusalemme a farti martirizzare come comandante della Forza Quds. Sei stato ucciso all’aeroporto di Baghdad mentre arrivavi da Damasco per perseguire i tuoi piani volti a uccidere musulmani e scacciarli da Damasco, Aleppo, Idlib, Baghdad, Mosul e Falluja. Gerusalemme è pura e può essere liberata solo da coloro che sono puri”.

“Il fatto più importante dei giorni successivi all’uccisione di Soleimani è quello che non è successo – ha scritto sul sito israeliano Mako Ehud Ya’ari, commentatore di affari mediorientali per la tv israeliana Canale 12 – Gli sciiti di Baghdad non sono scesi in strada per partecipare alla processione funebre che passava per le strade della capitale irachena. Scene simili nelle città sante di Najaf e Karbala. Non è cosa da poco, considerando che milioni di sciiti erano scesi nelle piazze di Baghdad per settimane per protestare contro il governo e bruciare le immagini della Guida Suprema Khamenei e dello stesso Soleimani”.

Secondo Ya’ari, la maggior parte degli sciiti in Iraq non sono disposti a unirsi agli sforzi fatti da Teheran per trasformare Soleimani in un gigante e “non vogliono vedere l’Iraq trasformato in un campo di battaglia tra Iran e Stati Uniti”. Ciò che la propaganda iraniana ignora sono le moltitudini di iraniani che vorrebbero scendere in piazza non per piangere Soleimani, bensì per celebrarne la morte. Ma hanno troppa paura di farlo. Sono gli iraniani che sono scesi nelle piazze in massa il mese scorso per protestare contro Khamenei e Soleimani e contro lo spreco delle risorse del paese in avventure militari all’estero. A quanto risulta, circa 1.500 di loro sarebbero stati uccisi dalla repressione del regime.

Masih Alinejad, che si definisce “giornalista e attivista iraniana” con 152.000 follower su Twitter, ha pubblicato sul suo account il video di quella che ha detto essere una donna iraniana che celebra la morte di Soleimani. Solo la metà inferiore del volto della donna è visibile nella clip di un minuto in cui, parlando in persiano con sottotitoli in inglese, dice: “Congratulazioni, congratulazioni a tutti coloro che cercano e amano la libertà in Medio Oriente, in Iran, Libano, Palestina, Siria e Iraq. Oggi avremmo voluto festeggiare nelle piazze della nostra città, come il popolo iracheno, ma disgraziatamente siamo tenuti in ostaggio dalla Repubblica Islamica e non possiamo manifestare la nostra gioia”.
Masih Alinejad
La donna esprime poi la speranza che tutti i capi della Repubblica Islamica iraniana, da lei definiti un gruppo terroristico, e lo stesso Khamenei, che “ama il martirio”, “vadano il prima possibile dove è andato Qasem Soleimani e diventino loro stessi martiri. E amen”.

All’inizio di questa settimana Masih Alinejad ha twittato: “Per molti iraniani, Qasem Soleimani era un guerrafondaio che ha causato un sacco di vittime in Siria. Non era certo un eroe per gli iraniani comuni che gridavano contro il sostegno del loro paese a Hezbollah e Hamas. Sfortunatamente i mass-media occidentali mancano completamente il punto quando esaltano la figura di Soleimani, che era un nemico per la gente comune in Iran, Libano, Iraq e Siria”.

(Da: Jerusalem Post, 5-6.1.2020, qui)

Khaled Abu Toameh, è un giornalista arabo israeliano di straordinaria onestà e straordinario coraggio, doti entrambe fortemente carenti in certi giornalisti ebrei israeliani e in certi giornalisti e saltimbanchi ebrei di casa nostra.

barbara

UN PO’ DI COSE SU QASSEM SOLEIMANI E DINTORNI

Uno, due, tre quattro: les jeux sont faitsrien ne va plus.
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E dopo le figure, che così si capisce meglio, passiamo alla scrittura.

Un primo pezzo dedicato ai catastrofisti.

Teheran potrebbe pagare a caro prezzo la sua vendetta: dopo Soleimani, nessuno è più intoccabile

A leggere le prime pagine dei giornali italiani il giorno dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, la sentenza quasi unanime che ne esce è praticamente uno sola: “Trump è un pazzo che ha portato il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale”. Conclusione che fa alquanto sorridere, perché per quanto Trump sia un presidente sui generis, si dimentica che a morire è stato un terrorista, responsabile della morte non solo di centinaia di americani, ma anche di centinaia di occidentali e musulmani, fatti saltare in aria finanziando il peggior terrorismo internazionale (compresi gruppi di estrema destra, gruppi paramilitari latinoamericani dediti al narcotraffico e la stessa al Qaeda).

Detto questo, in attesa di capire quale sarà la vendetta iraniana, la sola conclusione che possiamo trarne è che buona parte dell’Occidente si è bevuta la efficace propaganda iraniana, che è riuscita a dipingere in questi anni Qassem Soleimani come un Che Guevara del XXI secolo, dedito unicamente alla lotta all’Isis e alla liberazione dei popoli oppressi… Una propaganda bevuta non soltanto grazie all’ottimo lavoro dei PR iraniani, ma anche con la complicità di tanti media occidentali, che hanno chiuso gli occhi davanti alla realtà del regime iraniano e alla sua natura terrorista e fondamentalista.

Una propaganda che ha potuto far breccia anche grazie alla folle strategia della precedente amministrazione Usa, quella di Barack Obama. Come noto, Obama puntava a ritirarsi dal Medio Oriente lasciando dietro di sé una specie di “equilibrio del terrore”, nel quale era riservata una parte centrale non solo alla Fratellanza Musulmana, ma soprattutto all’Iran. Per questo, davanti ad un Iran al collasso economico, nel 2011 Obama decise di ritirarsi dall’Iraq – nonostante il “surge” del generale Petraeus stava funzionando ottimamente, recuperando il sostegno degli stessi sunniti – di legittimare il programma nucleare di Teheran e di abbandonare al loro destino gli alleati tradizionali degli Stati Uniti nella regione. Avuta la benedizione americana, l’intero Occidente si adattò, trattando l’Iran come se fosse un El Dorado, coprendo le statue romane per non offendere la sensibilità dei clerici khomeinisti, salvo poi rendersi conto che fare affari con Teheran significava mettersi in casa i Pasdaran…

La stessa morte di Qassem Soleimani ci dice molto di quella che era la percezione dello stesso generale: ucciso davanti all’aeroporto di Baghdad, con un convoglio di scorta praticamente al limite del ridicolo. Segno evidente che – a dispetto delle sanzioni Onu – in Iraq (e non solo) Soleimani si sentiva a casa, pensava di poter entrare ed uscire come voleva, passando per gli aeroporti internazionali, dove persino un pivello dell’intelligence avrebbe potuto individuarlo. Pensava di essere ormai intoccabile. Quella stessa intoccabilità che gli permise di farla franca a Damasco quando venne ucciso Mughniyeh e di alzare il telefono per parlare con Petraeus, dicendogli di essere lui a comandare in Iraq…

Trump ha sovvertito tutto questo, mettendo fine ad uno status quo che durava da decenni. Potrebbe esserci un prezzo da pagare per questo? Ovvio. L’Iran potrebbe infliggere sofferenza ai suoi nemici occidentali? Ovvio, ma sono anche quaranta anni che lo fa, promuovendo terrorismo in ogni dove e passandola sostanzialmente quasi da impunito. Il punto centrale di tutta questa storia però è che ormai l’equazione è cambiata e oltre ai rischi di una “vendetta” iraniana, c’è anche un presidente americano che ha fatto dopo anni qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato, arrivando dove nessuno avrebbe pensato sarebbe potuto arrivare. Dunque, il problema del “giorno dopo” non si pone solamente per la Casa Bianca, ma anche e soprattutto per Teheran.

Colpendo un drone americano in acque internazionali, lanciando un missile contro una raffineria saudita dal suo territorio e attaccando l’ambasciata Usa a Baghdad, l’Iran ha superato la “linea rossa” e Soleimani – il mastermind di questa strategia offensiva – è stato fatto saltare in aria. Se tanto ci dà tanto, qualcuno a Teheran dovrà iniziare a pensare anche cosa potrebbe comportare per l’Iran affrontare le conseguenze di una vendetta che vada oltre le “linee rosse” delineate da Donald Trump. Perché da questo momento in poi, nessuno è più intoccabile…

Dorian Gray, 6 Gen 2020 (qui)

E uno a quelli che sanno sempre tutto, dalla politica internazionale a come fare gol in rovesciata da 800 metri di distanza.

Trump aveva bisogno dell’ok del Congresso per colpire Soleimani? Falso.

Non essere d’accordo con l’attacco ordinato dal Presidente Trump è legittimo, farlo opponendo a questa scelta ragioni che sono false è scorretto oltre che ridicolo.

Uno dei grandi mantra di queste ore è “Trump ha violato la Costituzione ordinando l’attacco senza autorizzazione del Congresso“. Ma è davvero così? Assolutamente no, vediamo perché.

Qual è la prerogativa del Congresso degli Stati Uniti rispetto ai “War Powers”? Il Congresso deve approvare interventi militari che prevedano l’impegno di forze militari per più di 60 giorni (War Powers Act del 1973). Anche in tal caso, il Presidente e il Governo potrebbero comunque rilasciare una “Dichiarazione di Guerra” che secondo il WPA andrebbe anch’essa approvata dal Congresso, ma de facto più Corti di Giustizia negli Stati Uniti hanno sentenziato che se il testo della dichiarazione del Presidente fornisce adeguate motivazioni è costituzionalmente valida la sua dichiarazione senza passare da un voto formale del Congresso sulla Dichiarazione di guerra stessa.

Una situazione di questo tipo avvenne con la guerra in Iraq voluta nel 2003 da George W. Bush. Il Congresso approvò la “October Resolution“, autorizzando un generico utilizzo delle forze armate in Iraq, ma non votò una vera e propria dichiarazione di guerra all’Iraq. Su questa base, un gruppo di civili ed ex-militari provò a fermare Bush portandolo in Tribunale. Con la sentenza Doe vs Bush, la giurisprudenza chiarì la non necessarietà costituzionale di una vera e propria dichiarazione di guerra votata dal Congresso.

È più volte successa la stessa cosa anche con Presidenti democratici: Bill Clinton utilizzò le truppe in Kosovo per 78 giorni senza alcuna autorizzazione del Congresso, Barack Obama fece lo stesso in Libano, limitandosi ad una lettera formale al Congresso dove indicava la necessità dell’azione militare per prevenire un disastro umanitario.

In ogni caso, in questi giorni non c’è stata nessuna azione o dichiarazione di guerra. Ma una risposta militare ad un attacco all’Ambasciata USA di Baghdad. I due colpi effettuati tramite droni negli scorsi giorni a Baghdad, non rientrano quindi in nessuna prerogativa del Congresso. Questo tipo di attacchi, di cui si parla giornalisticamente come “strikes” sono giuridicamente definiti “Military Operations” (War Powers Resolution and the Joint Resolution del 2001) e sono nell’esclusiva disposizione personale del Commander in Chief, ossia del Presidente. Come fu per Barack Obama con la cattura di Osama Bin Laden o di George W. Bush per quella di Saddam Hussein, solo per citare due casi altrettanto famosi. Una delle prerogative costituzionali del Commander in Chief è la difesa della nazione e delle sue forze armate, che può essere esercitata non solo senza l’approvazione del Congresso, ma addirittura senza la notifica. Nel solo 2015, Barack Obama ordinò circa 2800 strikes sganciando 26.171 bombe contro ISIS tra Iraq e Siria, senza una sola autorizzazione del Congresso.

L’anti-Trumpismo di molti media si caratterizza, ancora una volta, per la grande ignoranza rispetto alle tematiche di cui si occupa.

LSEPPILLI, 6 GENNAIO 2020 (qui)

Per passare a due chiacchiere in casa nostra.

Se i politici italiani si rifugiano nell’ipocrisia del pacifismo ecumenico o nell’antiamericanismo

Il contegno dei due principali referenti della crisi innescata dall’attacco americano allo stratega del terrore iraniano Soleimani, Conte e Di Maio, è stato imbarazzante. Quest’ultimo, mentre il mondo si interrogava sulle conseguenze, stava in aeroporto come un turista annoiato qualsiasi; poi ha elargito alcune perle delle sue, sul tenore “vi insegno io come si fa la diplomazia, noi andiamo d’accordo con tutti ma l’America ci fa schifo”. Non di meglio il premier per caso, il Giuseppi che non si pavoneggia più con le strette di mano con Trump, adesso anche lui ostenta un felpato disprezzo per l’America che non si lascia impunemente attaccare nelle sue ambasciate, che ha voltato pagina dopo i languori di Obama (copyright Riccardo Ruggieri) e mantiene quel che promette. Conte, anche lui, palesa una incomprensibile spocchia, pontifica sul valore della pace ossia, tra le righe, accusa gli Usa di irresponsabilità, e infine… si appella all’Europa! Proprio così, ne approfitta per l’ennesima lisciatina alla burocrazia bruxellese, unica, secondo questo ambizioso apprendista, a poter risolvere una crisi globale.

Davvero? Come in Libia, dove di fatto la Ue si è completamente arresa, si è disciolta? Come per il problema della sicurezza interna, per cui, ironicamente, proprio i suoi due maggiori centri di potere, Bruxelles e Strasburgo, sono stati nella notte dell’ultimo dell’anno teatro delle solite escandescenze di migranti, con fuochi, aggressioni, devastazioni, molestie, stupri? Come per il controllo della tratta umana che i cinici e i complici chiamano umanitarismo? “Vi insegniamo noi come si fa la politica internazionale”: l’arroganza naif di Giuseppi & Gigino ha del commovente o dell’irritante, a scelta. Basta non stupirsi se Mike Pompeo non scomoda neanche il tempo di una telefonata rituale: chi chiama, due scappati dal presepe?

Siamo seri: l’Italia conta niente sulla scena globale et pour cause; solo qui i leccaculo di regime possono perdere tempo con i giri di giostra a cavalli, con le convulsioni di uno che lascia la setta a 5 Stelle però vuole restarci però tuona e fulmina però si guarda intorno per vedere se gli danno retta. È il solito cabaret al pesto, mortificante, desolante. Il nostro ministro degli esteri, che nessuno si fila, dovrebbe essere in prima linea per garantire una presenza e invece si incontra col parigrado intellettuale Zingaretti per trescare sulla gestione di un potere tarlato e grottesco. Tra una dichiarazione demenziale e l’altra, quell’altro, il latitante della politica, il Di Battista che subito annuncia un viaggio di sostegno in Iran: sostegno a chi, al popolo decimato dal regime o al regime teocratico?

Questo generale Soleimani viene oggi pianto e rimpianto dalle ali estreme o dai loro eredi, da Fratojanni a Giorgia Meloni e questo deprime ma non sconcerta: come ha scritto precisamente Niram Ferretti sul suo profilo Facebook, da destra e da sinistra finisce sempre per affiorare il pregiudizio antiamericano, la simpatia per chiunque avversi l’America, fosse anche un tiranno, uno stratega del terrore, un generale sanguinario, con motivazioni pelose, strumentali. Fra i tifosi del defunto, ironicamente, anche molte sardine per Liliana, incuranti della voglia di sterminio degli ebrei di Soleimani. Ma pur di riscoprirsi antimperialisti! Non se ne esce, la politica italiana ha la testa girata all’indietro e fatica, anche nei leader giovani, a liberarsi dell’ideologia, dei luoghi comuni e spesso assurdi che l’ideologia contiene. E allora si rifugia nell’ipocrisia del pacifismo ecumenico. È l’eterna Italia che in guerra sta con tutti per non mettersi contro nessuno, che, come ricordava Montanelli, “non ha mai finito una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva cominciata”, non può e non sa e non vuole liberarsi da se stessa, dei propri sofismi sciocchi, del proprio opportunismo da furbi, della sua astuzia da coglioni.

In gioco, questioni mastodontiche, non ultimo il mai sopito obiettivo di egemonizzare larga parte del Medio Oriente partendo dal fondamentalismo degli ayatollah, progetto noto come “mezzaluna sciita”. Ma la capetta del metoo, la disagiata Rose McGowan, chiede scusa agli ayatollah a nome del suo movimento e la Repubblica la celebra, sorda al grottesco. Come stupirsi se il dopo Soleimani non contempla quei due salami di Giuseppi & Gigino, se un segretario di Stato americano non si copre di ridicolo telefonando a un ministro degli esteri italiano che non conosce il mappamondo né la fatica di lavorare e prende ordini da un comico in disarmo?

 Max Del Papa7 Gen 2020 (qui)

Adoro quest’uomo, ogni giorno di più. Aggiungo un paio di cose trovate in rete.

Di Claudia Piperno:

Bilancio Trump, politica estera.
1) Ha trovato la “linea rossa” in Siria che Obama ha cercato per 8 anni, piccolo bombardamento e “Assad, statte buono”.
2) Ha smorzato il ciccione coreano, solo con una guerra a chi ha i coglioni più grossi, e senza colpo ferire.
3) Ha impedito al nazismo iraniano di avere l’atomica troppo velocemente, ritirandosi dal catastrofico accordo europico-obamico.
4) Ha favorito il riavvicinamento Emirates-Arabia-Egitto con Israele.
5) Ha soppresso il foraggio Usa e ONU ai mafiosi palestinesi di Hamas
6) Ha ristabilito una verità storica mistificata, e cioè che Gerusalemme è ebrea e capitale di Israele.
7) Ha polverizzato Al Baghdadi e la sua orrida barba bicolore.
8) Dopo l’attacco a una ambasciata USA, invece di far sparare sugli assalitori, ha preferito polverizzare l’ideatore, il Goebbels iraniano.
9) Ha dato un bel ceffone a Macron, che lo prende per il culo come e quando può, ritirandosi dal Kurdistan siriano e lasciandolo solo a gestirsi i ricattucci di Merdogan e tre milioni di migranti alle porte.
10) Ha limitato gli accessi in USA di gente che viene da paesi pericolosi e sta facendo passare una legge che VIETA i finanziamenti esteri (leggi muzz) alle Università americane, che generano solo antisemitismo primario.

C’è ancora chi crede che sia pazzo?

No, mica tutti credono che sia pazzo: molti credono anche che sia terrorista.

Gerardo Verolino

Dopo le parole durissime rilasciate dall’assessore alla pace, Francesca Menna, verso il governo di Washington, si acuiscono i rapporti tra Palazzo San Giacomo e la Casa Bianca. Il sindaco di Napoli e capo della rivoluzione napoletana, temendo un raid da parte dell’amministrazione Trump, e per prepararsi ad un possibile conflitto con gli Stati Uniti, ha predisposto un gabinetto di guerra nella sede comunale. A lui, già capo della flotta marina, va anche il coordinamento delle forze di terra: allertati tutti gli uomini sul campo, dai vigili urbani ai conducenti degli autobus fino ai riservisti, cioè gli spazzini e i dipendenti della Napoli servizi. Ad affiancarlo sarà la signora Eleonora De Majo, nominata aiutante di campo e ministro della guerra. A lei il compito di preparare la strategia contro l’orribile nemico, il Grande Satana imperialista-sionista e predisporre l’utilizzo dei mezzi militari: autobus e camion spazzatrici dell’azienda dei rifiuti, in primis. Possibile anche l’ausilio, ai fini di guerriglia, di bande di baby-gang volontarie, specializzate nella vandalizzazione di autobus e pensiline. Nel caso di invasione di truppe americane verranno approntate trappole lungo il passaggio del nemico : dalla caduta di alberi a quella dei cornicioni. “Se vogliono entrare a Napoli sappiano che qui troveranno il loro Vietnam” ammonisce il capo della rivoluzione. In serata è prevista una riunione straordinaria al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per discutere della crisi in corso tra Napoli e Washingotn, a cui parteciperanno anche l’assessore alla Pace del Comune di Napoli e il Segretario di Stato americano, Pompeo.

E standing ovation anche per Verolino.
E concludo con due parole mie. In Trump ho sempre avuto fiducia. Quando non sapevo niente di lui ho puntato su di lui come unica speranza di salvezza dalla catastrofe rappresentata dalla gang clinton-obamiama, esattamente come – e per lo stesso motivo – pur non conoscendolo abbiamo tutti fatto il tifo per Boris Johnson; ma da quando ho cominciato a vederlo all’opera, la mia fiducia in lui non ha fatto che crescere. Quando, appena eletto, ha manifestato l’intenzione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, ho detto come tutti “aspettiamo i fatti”. I fatti sono arrivati. Ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme come capitale, altro fatto. Ha proclamato, con una inversione di rotta a 180° rispetto al suo predecessore, la sua indefettibile vicinanza a Israele. Ho continuando a fidarmi di lui (il voto si dà quando il compito, terminato, viene consegnato, non in corso d’opera) quando qualcuno ha avuto l’impressione che fosse passato a sostenere i palestinesi: io sono sempre stata sicura che sapesse quello che faceva e avesse ben chiaro l’obiettivo e il modo migliore per raggiungerlo: non mi ha deluso. Non ho pensato neanche per un momento che fosse impazzito o che si fosse reso responsabile di un criminale voltafaccia quando ha annunciato il riposizionamento in Iraq. Adesso sento parecchi dire ah, finalmente Trump ha fatto una cosa boltoniana, finalmente è tornato quello di prima, finalmente è tornato a mostrare le palle… Balle: Trump ha fatto una cosa trumpiana al 100%, come ha sempre continuato a farle in tutto questo tempo, anche se non tutte le cose che ha fatto sono quelle che avrebbero fatto i cinquanta milioni di commissari tecnici di casa nostra. Imprevedibile, dicono: e da quando in qua l’imprevedibilità, in guerra come a tennis come a scacchi come a poker, è un difetto? È esattamente con quella che ha sempre spiazzato gli avversari e vinto tutte le partite, e non ha mai sbagliato un colpo. Adesso ha ricordato al mondo che, a differenza che con Obama, con lui le linee rosse esistono, e il mondo sicuramente ne terrà conto.

Nel frattempo, mentre da noi le prefiche si strappano i capelli e si graffiano la faccia e fanno salire al cielo i loro alti lai, in Iraq (ma anche in Siria, ho letto), al cielo salgono le grida di incontenibile gioia per la liberazione dall’assassino, con festeggiamenti che dilagano sulle strade.

E a chi rimarca l’incredibile numero di partecipanti al funerale, rivolgo un caldo invito a riflettere su questo:
funerali
E per concludere, un consiglio: se per caso pensate che Soleimani fosse un terrorista, evitate con molta ma molta cura di andarlo a dire in Canada.

barbara

UCCISO UN TERRORISTA NE SPUNTA SUBITO UN ALTRO

Lo hanno detto quando è stato eliminato Abu Musab al-Zarqawi, lo hanno ridetto quando è stato eliminato Bin Laden, lo stanno ridicendo adesso che è stato eliminato Abu Bakr al-Baghdadi, con la fatale conclusione: “non serve a niente”. Vero: di terroristi, e di capi terroristi, ce ne sono tanti, eliminato uno, sicuramente un altro prenderà il suo posto. E a chi fa questa geniale osservazione io rispondo: e dunque? La cosa giusta da fare sarebbe di lasciare vivi e liberi tutti i terroristi? E magari anche tutti i boss mafiosi? E anche tutti i mafiosi non boss perché quando il boss in carica morirà di morte naturale o di piombo concorrente qualcuno salirà al trono al posto suo? E giunta a questo punto inserisco un’altra riflessione: e con la criminalità comune come ci dovremmo comportare? Truffatori ladri assassini stupratori papponi pedofili spacciatori strozzini rapinatori: cosa ne facciamo di questi? Li mettiamo in galera perché, non essendo una criminalità organizzata, tolto dalla circolazione uno stupratore c’è effettivamente uno stupratore in meno? Oppure, per doverosa equità, li lasciamo liberi e indisturbati dal momento che lo facciamo con chi è responsabile di crimini mille volte più gravi? Non so, vedete un po’ voi.

PS: qui comunque è stato eliminato anche il diretto successore di al-Baghdadi.

PPS: il traditore, amico solidale complice della Turchia, Donald Trump, ha fatto quello che ben 17 suoi predecessori si erano ben guardati dal fare: il riconoscimento del genocidio armeno – perpetrato, giusto per puntualizzare, con il consistente aiuto dei curdi, che hanno materialmente fatto una grossa parte del lavoro sporco. Pare che il signor Erdogan si sia un pelino innervosito.

barbara