CONTINUANDO A DELIRARE

Qualcuno leggero, qualcuno pesante, qualcuno buffo, qualcuno tragico. Li metto così, in ordine sparso, come li ho raccattati.

Ho appena appreso di un caso veramente straordinario nella sua stupidità: in occasione della 500 miglia di Talladega, gara della serie automobilistica NASCAR (quella di ‘giorni di tuono’ con Tom Cruise, per intenderci) i meccanici di Darrell Wallace, unico pilota nero della serie trovano un ‘cappio’ penzolante dalla porta dei box.
Ovviamente parte la campagna di indignazione: gli organizzatori fanno tuoni, fulmini e saette, viene assegnata una scorta al pilota, arriva in pista il team prinicipal del pilota, l’ottantaduenne leggenda della NASCAR ‘King’ Richard Petty, che sfida il Coronavirus per sostenere il proprio pilota, si propongono per il colpevole dell’orrendo crimine punizioni che vanno dalla radiazione a vita alla crocifissione in sala mensa, ad indagare arriva persino l’FBI…
E alla fine dopo tante sbroccate si scopre che il’cappio’ nient’altro è che una corda da utilizzare per la chiusura dei box, che è stata installata già parecchi mesi fa ed è presente in molti dei box dell’autodromo…
No, non è un articolo di Lercio, allego qui il link che rivela l’assurdo finale di questa stupidissima storia (sul sito, se vi interessa potete seguire l’intera vicenda…)
https://www.italiaracing.net/Un-colossale-malinteso-che-aiuta-i-razzisti-il-cappio-a-Bubba-Wallace/241103/35 (qui)

Poi li voglio vedere quando il lupo arriverà davvero – perché il lupo c’è, poco ma sicuro, e garantito che prima o poi arriva – e non solo nessuno accorrerà più in aiuto, ma verranno pure spernacchiati.

Angelo Michele Imbriani

Ne ho lette tante in questi mesi sulla pagina di De Luca, ma questa le supera tutte: una signora (seriamente) vuole sapere che sintomi hanno gli asintomatici…

Embè, mi sembra giusto: se non mi spieghi che sintomi hanno, come faccio a riconoscerli e guardarmene.

Churchill giù, Lenin su  Pagliacci di tutto il mondo, unitevi

di Giovanni Sallusti

Le statue ormai sono il termometro della contemporaneità, dei suoi vezzi, delle sue psicosi. E per certificarne lo stato febbrile, basta la seguente immagine: Churchill giù, Lenin su. E la fine della storia, ma opposta a quella che Francis Fukuyama certificò con faciloneria liberal all’inizio degli anni Novanta: non l’eterno trionfo della democrazia liberale, ma il suo spettacolare suicidio pubblico.

Così, accade che mentre i teppisti cocchi dell’establishment intenti a devastare le città d’Occidente si accaniscono in nome dell’antirazzismo sul busto di Sir Winston (un colonialista alcolizzato che ebbe perfino il cattivo gusto di non arrendersi a Hitler quando costui era il padrone d’Europa), nel cuore del Vecchio Continente viene edificato un monumento alla memoria imperitura di Vladimir Ul’janov, detto… Lenin. Precisamente, nel cuore di quella che fu la Germania occidentale (ed è la prima volta!), l’ultima landa libera prima della tirannide per tutta la Guerra Fredda, a Gelsenkirchen.
A più di trent’anni dal crollo del Muro, un grugnito balordo della Storia, una surreale rivincita ideologica che danza su milioni di cadaveri. L’iniziativa è del Partito Marxista-Leninista Tedesco, che detto così sembra una burla vintage, in realtà oggi è il più grande partito della sinistra radicale teutonica.
I cadaveri sono quelli fabbricati in serie dalla macchina sterminatrice del comunismo sovietico, di cui Lenin fu teorico principe e primo attuatore. In questo senso, sl, si può dire che “era un pensatore in anticipo sui tempi”, come ha blaterato il presidente del Partito Gabi Fechtner in occasione della presentazione della statua (alta 2,15 metri, originariamente realizzata nella Repubblica Ceca nel 1957, poi finita all’asta perché i cechi ovviamente non volevano nemmeno più sentirne pronunciare il nome): ha anticipato tutto il canovaccio dell’ideologia più mortifera del secolo scorso, e per distacco.
La dittatura del proletariato, l’omicidio politico di massa, il Terrore istituzionalizzato dal Partito/Stato. C’era già tutto in Lenin, gli allievi successivi, da Stalin a Mao a Pol Pot, possono aver superato il maestro nella contabilità della strage, ma non hanno fatto che replicarne la ricetta. Solo qualche pillola del leninismo: «I tribunali devono non già abolire il terrore, bensì, all’opposto, sancire il terrore in linea di principio, in modo chiaro e netto, senza ipocrisie e senza orpelli». «L’obiettivo comune e unico: ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo, delle cimici: i ricchi». «I kulalki.. questi ragni velenosi, queste sanguisughe hanno succhiato il sangue dei lavoratori… A morte!».
Fu proprio Lenin a massacrare per primo questa classe di piccoli contadini-proprietari (un’eresia vivente per il bolscevismo) col «comunismo di guerra», poi Stalin ultimò la pratica internandone 2,5 milioni nei campi di concentramento.
La stessa istituzione dei campi, questo non-luogo che segnerà tutto il Novecento (e che sopravvive tuttoggi, pensiamo ai 1400 lager cinesi di cui ormai è démodé raccontare) fu collaudata dal padre della Rivoluzione d’Ottobre nelle isole Solovki, nel Mar Bianco, dove andò in scena tutto il campionario di fame, tortura, sadismo, perfino antropofagia, che sarà poi la costante del gulag e del lager.
Crimini per cui nessuno si è mai inginocchiato o si inginocchierà, infamie per cui nessuno assalterà il monumento eretto dai compagni, morti sempre considerati minori dall’intellighenzia cresciuta a champagne e Soviet, se non rivendicati come effetti collaterali nella faticosa ascesa al paradiso socialista («per fare una frittata bisogna rompere delle uova», è d’altronde un vecchio detto leniniano). Questa è la biografia politica e umana dell’unico che oggi, nel mondo “civile”, riesce ad andare in controtendenza, a farsi erigere, e non ad essere abbattuto.
In America hanno preso a martellate i busti di Cristoforo Colombo, Thomas Jefferson, Abramo Lincoln. Ma quello di Lenin esposto nel quartiere hippie di Seattle è ancora intatto.
In Europa imbrattiamo la memoria di Churchill (l’uomo grazie a cui questo articolo non è scritto in tedesco, e sottoposto al vaglio preventivo della Gestapo) e glorifichiamo quella del “rivoluzionario di  professione”. Non sta tramontando, l’Occidente, si sta capovolgendo in farsa: pagliacci di tutto il mondo, unitevi. (qui)

Già: mentre si abbatte la statua dell’uomo che per oltre un anno e mezzo ha tenuto testa, letteralmente da solo, a Hitler e all’esercito più potente del mondo,  non solo viene lasciato là dove c’è, [Siattle]
Lenin-a-Seattle
ma viene addirittura messo dove non c’era, [Gelsenkirchen]
Lenin
il capostipite del comunismo reale, due miliardi di schiavi e cento milioni di morti, a tenerci bassi.

Stefano Burbi

Dal centro di accoglienza per richiedenti asilo di Bari sono numerosi i tentativi di fuga e le evasioni di migranti giovani e forti provenienti da paesi che non sono in guerra ed addirittura sono mete turistiche di grande attrazione: le loro domande, quindi, molto prevedibilmente verranno respinte in un prossimo futuro e nel frattempo questi signori sfruttano il nostro welfare sottraendo le scarse risorse a italiani e immigrati regolari.
Per loro nessun drone o pattuglia con il chiaro mandato di intercettarli in quanto trasgressori di chiare e precise regole: evadendo, questi soggetti senza identità certa e dalle intenzioni poco chiare, commettono infatti un reato, e, soprattutto in periodo di pandemia, potrebbero costituire un pericolo per la salute pubblica.
Ricordo ancora lo zelo con cui forze dell’ordine e polizia locale multavano gli italiani – spesso anziani o cittadini chiaramente inermi – rei di correre per i parchi deserti, di sedersi su una panchina, di andare a fare la spesa “troppo spesso”, di accompagnare la moglie al lavoro. Ieri l’altro un treno regionale diretto a Cosenza da Napoli è rimasto 2 ore fermo a Sapri perché una donna tossiva troppo ed i passeggeri hanno dato l’allarme temendo un caso di Covid-19: bene, non si è mai troppo prudenti, ma allora perché questa indifferenza alla libera circolazione di soggetti perfettamente sconosciuti entrati illegalmente in Italia?
Se qualche nostro amministratore ha a cuore la sorte di cittadini extracomunitari, che meritano rispetto come chiunque altro, PIU’ del benessere dei cittadini che amministra, si dimetta e si candidi in Tunisia, Marocco, Nigeria, Senegal, o dove più gli aggrada: se gli permetteranno di presentarsi alle elezioni e se lo voteranno, potrà finalmente fare in modo più semplice ed immediato quello che in realtà vuole fare qui, senza far ricadere su altri le proprie scelte.
Solo un paese sano e prospero può essere di aiuto per se stesso, prima di tutto, e poi per il mondo intero.
Siamo tutti esseri umani: benissimo. Tutti. Anche i nostri concittadini.
E se qualcuno è in difficoltà, non va lasciato indietro: diciamolo ai capi dei governi di quei paesi che evidentemente non fanno abbastanza per i propri amministrati.
E se qualcuno, dall’esterno, ostacola il processo di sviluppo di tali paesi, diciamogli di smettere.

P.S. Nei prossimi mesi è probabile un collasso vero e proprio della nostra economia con ricadute sulla tenuta sociale. Non giochiamo con il fuoco.

Stefano Burbi

Il problema, caro Burbi, è che noi il fuoco lo vediamo, “loro” no.

La gaffe di Cancelleri: «Sono tornati i turisti». Invece era la nave dei migranti

22/06/2020

Il viceministro delle Infrastrutture a Porto Empedocle scambia la Moby Zazà (affittata dal suo ministero) per una nave da crociera.

Beh, cosa c’è da meravigliarsi: se non fosse scemo, mica lo avrebbero fatto entrare nel governo. E giusto a proposito di governo:

E dopo questa montagna di cacca retorica io chiedo: e dunque? In conclusione? Da questa vagonata di soldi che ci avete sfilato dalle tasche, che cosa è sortito?

Dite che può bastare? Che la vostra dose quotidiana massima di deliri è stata raggiunta? OK, per oggi mi fermo qui, e continuo domani.

barbara

QUANDO IL MITÙ CADE DALLA PARTE SBAGLIATA

Se l’accusato è democratico, il #MeToo non vale più

Leone Grotti 16 maggio 2020

Non è un periodo facile per il movimento #MeToo, quello che ha fatto del motto «credere alle donne» il proprio grido di battaglia e che da anni ormai trasforma ogni accusa di molestie in una prova e ogni assembramento su twitter in un tribunale digitale. Fino a quando a essere accusati di palpatine o avance indesiderate sono personaggi invisi al mondo progressista, all’interno del quale il movimento è nato, come il presidente Donald Trump o il giudice della Corte suprema Brett Kavanaugh, è tutto semplice. Il problema è quando il comandamento «crediamo alle sopravvissute» va applicato a donne che hanno malauguratamente accusato la persona “sbagliata”. Allora gli ingranaggi del sistema, che devono immediatamente portare a dimissioni o perdita della faccia dell’accusato secondo la Bibbia neofemminista, si inceppano.

CHE GUAIO PER JOE BIDEN

È il caso di Tara Reade, ex assistente del candidato alla Casa Bianca per il partito democratico, Joe Biden, che ha accusato di molestie sessuali il suo ex principale, che il mondo progressista americano ha nominato (anche se in modo un po’ riluttante) a suo nuovo paladino nella lotta contro il nemico di tutti i nemici: Trump.
Ora il candidato presidente si trova davanti a un bel guaio, avendo dichiarato in passato al pari di quasi tutti i candidati o elettori democratici: «Se una donna esce alla luce del sole esponendosi a livello nazionale, bisogna partire dal presupposto che l’essenza di quello che dice è vero». Anche nel caso dell’ex vicepresidente di Barack Obama? Beh, in questo caso è necessario fare qualche distinguo. Non basta più la parola della “vittima” e anche le femministe del #MeToo invocano un’indagine dei “fatti”.

LA RISCOPERTA DEI «FATTI»

Lo stesso Biden ha reinterpretato le sue stesse parole sulla necessità di «credere alle donne»: «Credere alle donne significa prendere sul serio coloro che fanno un passo avanti. Poi però bisogna guardare alle circostanze e ai fatti», ha dichiarato in una recente intervista con assoluto buon senso, lo stesso che non aveva utilizzato quando a essere sul banco degli imputati erano altri maschi bianchi ma di fede repubblicana.
Anche Fatima Goss Graves, presidente del National Women’s Law Center, improvvisamente si sente in vena di distinguo: «Parlando di “credere alle sopravvissute” non abbiamo mai inteso che le loro parole erano l’inizio e la fine di un’indagine. Intendevamo solo dire che vanno prese seriamente».

«ASCOLTIAMO LE DONNE, MA IO CREDO A BIDEN»

Stacey Yvonne Abrams, membro del Partito democratico molto attiva nella difesa delle donne, è arrivata a operare una completa giravolta nel caso Reade-Biden: «Credo che le donne meritino di essere ascoltate e credo sia necessario ascoltarle, ma credo anche che le accuse vadano investigate. E in questo caso credo a Joe Biden».
Contorcimenti che per Shaunna Thomas, fondatrice del movimento in favore dei diritti delle donne Ultra Violet, sono come una pugnalata: «È difficile per delle sopravvissute vedere che una donna ha più prove di qualunque altra prima di lei in situazioni simili ma viene gettata via da attori politi cinici».

«ACCUSE TERRIBILI, MA VOTERÒ PER LUI LO STESSO»

La verità è che martedì 3 novembre gli Stati Uniti eleggeranno il nuovo presidente e i democratici non possono permettersi che una Reade qualunque metta in discussione il loro candidato. «Le accuse a Biden sono terribili e il suo comportamento, stando alle accuse, non può essere scusato», ammette la democratica Stephanie Sims, tra i pezzi grossi di Lei vota Illinois, movimento a favore della rappresentanza politica femminile Ma aggiunge come scrive la Bbc: «Questo non cambia il fatto che voterò per lui».
È lo stesso ragionamento che farebbe con Trump? «Come elettrice devo guardare a un quadro più ampio. Devo guardare a ciò che l’amministrazione Biden farà per il paese. Altri candidati sono stati accusati da 25 donne. Lui solo da una». Così il movimento #MeToo, dalla sera alla mattina, scopre la ragion di Stato, fa propria la lezione di Machiavelli e accetta di essere un puro mezzo verso un fine più grande: la vittoria dei democratici alle elezioni. Con buona pace delle donne. (qui)

@LeoneGrotti

Questa fulgente nonché fulgida pagina che resterà negli annali della storia del femminismo, mi ha riportato alla memoria un episodio di tredici anni fa, di cui ho dato conto in un post che potete trovare qui, ma siccome il cannocchiale funziona a manovella per cui richiede lunghe pause per dare moto al manovellatore di riprendere fiato, ve la metto anche qui integralmente (ma se il cannocchiale funziona andate anche lì: ci sono alcune cose interessanti anche nei commenti, oltre alla foto).

PER SOLE DONNE

Ho cinquantasei anni, come sa chi mi conosce. Sono cresciuta in tempi in cui le donne che guidavano si contavano sulle dita, e se per la strada si vedeva un’auto parcheggiata male potevi giurarci che immediatamente partiva il coro “Scommettiamo che è una donna?”. Sono cresciuta col vicino di casa che non è mai riuscito a capacitarsi che mio padre mi facesse studiare, visto che tanto poi, essendo una donna, dovevo sposarmi e stare a casa a fare figli. Sono cresciuta con le mamme delle mie amiche e compagne di scuola – in classi rigorosamente femminili alle elementari e alle medie – che nella quasi totalità facevano le casalinghe. Sono cresciuta sentendo dire in famiglia – e in molte altre famiglie – “sta’ zitta tu che sei una donna”. Sono cresciuta sentendo dire che noi non siamo affidabili perché abbiamo il ciclo che ci rende instabili, che il nostro unico posto adatto è a casa a fare la calza e pulire il culo ai bambini, che il nostro unico valore è quello di avere un buco in cui infilarsi.
Sono cresciuta combattendo contro branchi di maschi stronzi, bastardi e deficienti: con le unghie, coi denti – e non metaforicamente; all’occorrenza anche a calci sui coglioni – neanche questi metaforici. Sono andata avanti combattendo da sola tutte le mie battaglie. Sono partita senza chiedere prima se ci fosse qualcun altro a partire con me. Ho percorso la mia strada senza mai far conto sugli uomini.
Chiarito questo, passiamo a quanto successo oggi: donne che decidono di dire basta alla violenza sulle donne. Donne che decidono di marciare tutte insieme per chiedere … beh, non lo so. A questo punto davvero non so più che cosa volessero chiedere. Perché la prima cosa che hanno deciso le organizzatrici della manifestazione è stata quella di escludere gli uomini: manifestazione per sole donne, così sta scritto nel loro sito. E io ho provato una violenta scossa alle budella – e no, neanche questa era metaforica. Perché, scusate, che cazzo vuol dire manifestazione per sole donne? Stiamo dicendo che gli uomini sono tutti stupratori assassini massacratori? O che altro? E con quali motivazioni si giustifica questa esclusione pregiudiziale? State un po’ a sentire.

Noi donne (tante, diverse) abbiamo bisogno di ricostituirci come soggetto politico forte e di rendere visibile questa forza, abbiamo bisogno per farlo di riflettere insieme. Un gruppo di donne quest’anno ha organizzato la manifestazione del 24 ed ha ritenuto fosse importante che ci fossero le donne per le donne…e non credo ci sia la volontà di imporre una pratica sulle altre, tutte sicuramente valide, c’è solo la volontà di affermare una presenza politica e culturale e come tale sarebbe auspicabile che venisse riconosciuta e valorizzata con la presenza di tutte.
Sono le donne ad essere impegnate nella lotta alla violenza maschile, abbiamo acquisito competenze personali e professionali negli anni, lavorando nei centri di accoglienza per donne vittime di violenza, organizzando convegni, portando avanti progetti, corsi di formazione e di sensibilizzazione (parola che mi piace poco) e quindi ci meritiamo che tutto questo sia visibile, ci meritiamo la Nostra Manifestazione! Per chi non volesse riconoscere tutto questo, faccia pure, visto che evidentemente non è in grado di fare altro!

Per esempio, si parla tanto di superare le logiche dicotomiche e poi nel momento in cui si organizza una manifestazione di donne per le donne si pensa all’esclusione (inclusione/esclusione, non è dicotomico questo?) fraintendendone e stravolgendone il senso.
é necessario un tessuto di relazioni (politico) per dare forza alle azioni di ognuna e avere il giusto riconoscimento per l’impegno e l’intelligenza di tutte.
Uno degli strumenti per agire violenza sulle donne è proprio l’isolamento e la contrapposizione con le altre…è sempre stato così, è una dinamica tipica!

Penso che le donne abbiamo ben altro da fare che sensibilizzare al “fenomeno” della violenza. Dobbiamo riflettere sulla nostra soggettività e sui nostri desideri, sugli investimenti affettivi, sulle aspettative, abbiamo ancora bisogno di una seria e continua decostruzione e ricostruzione critica e consapevole dei nostri spazi fisici e di riflessione…la strada è lunga ma la percorriamo ben volentieri.

Mi fermo qui coi deliri delle organizzatrici, per passare a quello che è successo oggi. Al grido di “Fuori i fascisti” sono state cacciate dal corteo Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna, tanto per cominciare: dobbiamo capirla così, che le donne del centro-destra si possono tranquillamente stuprare, seviziare, assassinare? Poi sono state cacciate anche Barbara Pollastrini e Livia Turco: fasciste anche loro? E per farla completa sono stati cacciati anche due cronisti e un fotografo che stavano facendo il loro mestiere, ossia “coprendo” la manifestazione, con l’unica motivazione che “siete uomini”. E garantisco che anche stavolta non è in senso metaforico che vi informo che ho avuto un conato di vomito. Da quant’era che non c’era una iniziativa così grandiosa contro la violenza sulle donne? Se ne poteva fare uno strumento di lotta prezioso, se ne poteva fare un trampolino di lancio per un’infinità di altre iniziative, e un branco di galline isteriche cui il padrone – rigorosamente maschio, beninteso! – non ha ancora dato il contrordine compagni lo ha distrutto. E questa occasione sprecata, mi sa, la pagheremo per anni. (Qui, per chi abbia voglia e stomaco di leggersi il delirio completo). [purtroppo il sito non esiste più: che abbiano avuto un rigurgito di vergogna? Viste le premesse dubito che sia nelle loro capacità]

La contestazione delle ministre. (E mi mancava solo di dover rivedere quel gesto schifoso, che speravo morto e sepolto)

La cosa consolante è che non solo gli uomini, ma anche le donne che hanno commentato questo post si sono trovate d’accordo con me nella condanna senza mezzi termini di questo abominio. Quando ero a Heidelberg, nell’89, c’erano stati due stupri, uno in pieno centro, di sera ma non tardi, l’altro di giorno in un alloggio per studenti. È stata organizzata una manifestazione, a cui ho partecipato insieme a una compagna di classe, e la cosa che entrambe abbiamo trovato più avvilente è stato il fatto che gli uomini presenti nel corteo si contavano sulle dita (numerosi erano invece quelli che, lungo il percorso del corteo, ci sbeffeggiavano mostrandoci, con le due mani a mezzo metro una dall’altra, le dimensioni che secondo loro erano in grado di soddisfarci e che, a quanto pare, erano generosamente pronti a offrirci. Da vomito), ma non per tutte, evidentemente, la solidarietà degli uomini è qualcosa di apprezzabile e desiderabile. Tornando alla porcata del mitù, di cui ho abbondantemente trattato in questo blog, credo che si potrebbe dire delle cosiddette femministe la stessa cosa che Abba Eban ebbe a dire dei palestinesi: non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione – non per niente quelle di quella parte politica sono tutte filopallestinare, guarda caso.

barbara

QUALCHE ALTRA DOMANDA

Domanda N° 1

Perché ci sono fotografi che sentono il bisogno di scattare, e giornali di pubblicare, foto prese col teleobiettivo che trasforma persone sgranate in 150 metri in un’ammucchiata di pazzi incoscienti concentrati nel mio soggiorno?
foto tarocche 1
foto tarocche 2
foto tarocche 3
(qui tutta la documentazione) Non staranno per caso prefabbricando un alibi per colui che regna colà dove si puote ciò che si vuole, che per ora ha magnanimamente concesso di aprire un filino il rubinetto ma avverte minaccioso che se non ci comporteremo bene tornerà a chiuderlo? Non gli staranno fornendo il pretesto per richiuderlo quando e come vorrà con la motivazione, “documentata” da quelle immagini, del pericolo rappresentato dal nostro incosciente, sconsiderato e criminale comportamento?

Domanda N° 2

Lo sapevate che si può guarire per decreto ministeriale? No, eh?

Posso solo aggiungere che mio marito, è uscito dall’ospedale dove era stato ricoverato per covid con la solita lettera di dimissioni dove oltre alle cure e all’anamnesi medica stava scritto: “guarito come da decreto ministeriale n 6658 del 26/02/2020”. (qui)

Domanda N° 3

Come mai non si trova un giornalista che sia uno capace di fare le pulci al governo? Semplice: perché sono impegnati a tempo pieno a tentare di farle all’opposizione, venendone peraltro asfaltati alla grande

E notiamo, per inciso, che l’opposizione risponde alle domande, risponde puntualmente, e risponde nel merito, a differenza di chi sta al governo
conte bergamo
Domanda N° 4

E a proposito di governo, la protezione civile chi dovrebbe proteggere? Perché quando leggo che spende, pagando anticipatamente, 12 milioni di euro nostri per comprare dalla Cina del materiale che poi viene bloccato perché è difettoso e noi qui senza materiale e senza soldi, io qualche domanda me lo faccio (e colgo l’occasione per spiegare a Elena che questo è esattamente il motivo per cui mi sono ben guardata dal comprare il vostro libro: per il destinatario che avete scelto per la vostra opera di beneficenza. Soldi miei in mano a quella gentaglia, neanche morta).

Domanda N° 5

Perché questo è un reato da punire con una multa di 400 euro a testa
ristoratori
e questo
x Silvia 1
x Silvia 2
no?

Domanda N° 6

Che è una domanda con molte ramificazioni, ma metterò tutto insieme, e riguarda la vergognosa vicenda di Silvia Romano. Parto da un paio di considerazioni in parte anche personali.

Silvia Romano non era una “volontaria”. Volontario è il medico, l’infermiere, l’ingegnere, il geometra, che nel mese di ferie anziché andarsi a spaparanzare sulla spiaggia o fare qualche bel viaggio esotico prende un aereo (a spese proprie!) e se ne va in Africa, in Sud America, nel Sudest asiatico a fare gratuitamente il suo mestiere a favore delle popolazioni bisognose. Silvia Romano era andata con una ONG, profumatamente pagata. La sua qualifica era quella di “cooperante”; anche la mia qualifica in Somalia era quella di cooperante, ossia partecipante al programma di cooperazione allo sviluppo, e col mio lavoro, nel quale avevo dieci anni di esperienza, ho contribuito a mettere centinaia di studenti in condizione di poter frequentare l’università e diventare medici, veterinari, ingegneri, biologi eccetera. Il mio stipendio era quasi il quadruplo di quello che percepivo in Italia.

Quello che indossa Silvia Romano non è un tipico abito somalo, i tipici abiti somali sono questi
constud.2
Poi sono arrivati gli Shabaab e hanno imposto tutt’altro. Qualche giornalista, pescando evidentemente parole colte nell’aria senza sapere di che cosa si sta parlando, ha chiamato “dirac” il telone copri-auto color verde terrorismo islamico che Silvia Romano porta addosso:
telone
no, il dirac è l’abito che porta la bidella a destra appoggiata al muro: non assomiglia tantissimo, vero? E non è un dirac neanche l’abito che ha sotto il telone (che ha le maniche lunghe).

E passo alle domande vere e proprie: quale sarebbe la cosa da festeggiare? L’avere regalato 4 milioni di euro ai terroristi islamici? Quanti respiratori ci stanno dentro, in quella cifra? Quanti aiuti a commercianti e artigiani che stanno portando al monte di pietà catenine e fedi nuziali perché non hanno da mangiare? E quanta gente morirà con le armi ed esplosivi comprati con quei 4 milioni? O forse c’è da festeggiare il debito morale, che non mancherà di essere concretizzato, che abbiamo contratto con la Turchia?

E perché l’ex Silvia ha immediatamente voluto dichiarare “chiamatemi Aisha”? Ricordate le prime parole di Domenico Quirico? “Non siamo stati trattati bene”. Un prigioniero può dire e fare qualunque cosa per salvarsi la vita o alleviare i tormenti della prigionia, ma dopo il ritorno? Chi ci garantisce che tanto entusiasmo non sia sincero e non l’abbiano trasformata in una combattente al loro servizio? E, a proposito del suo essere stata trattata bene, chi è che le ha tirato un pugno in un occhio circa 10-12 giorni fa?
Silvia occhio
E davvero quella di essere rapita è stata una imprevedibile disgrazia? Davvero lei non ha fatto niente perché ciò accadesse? Leggiamo un po’ qua:
Ait1
Ait2
Eccola qua dunque, l’ochetta viziata e velleitaria, che invece di cercarsi un lavoro e fare del volontariato nel tempo libero – come tante brave persone che conosco – sceglie di fare la “volontaria” di professione, ben pagata, senza regole, che si sa che le regole sono di un fastidioso signora mia, ma di un fastidioso guardi, uscendo la sera, alzandosi quando voleva, e che per poter vivere senza quelle fastidiose regole sceglie di andare in un posto che le viene sconsigliato in quanto più pericoloso del precedente. E poi le faccio dire due parole da Silvana De Mari:

E concludo con quest’ottima analisi di Federico Punzi.

Silvia Romano consegnata ai servizi turchi. Non una brillante operazione di cui andare fieri, ma una resa ai terroristi

Una ragazza partita in canottiera per far del bene in Africa, torna ricoperta dalla testa ai piedi con un lenzuolo verde, una tunica indossata dalle donne somale islamizzate nei territori ancora controllati dagli al Shabaab. Si è convertita all’islam durante la sua prigionia. Costretta, secondo le prime cronache. Per libera scelta, dirà lei agli inquirenti una volta rimessi i piedi in Italia. “Ho chiesto io di avere il corano, ho anche imparato qualche parola di arabo”. Secondo qualcuno costretta anche al matrimonio islamico con uno dei suoi carcerieri, ma lei smentisce. Altri l’hanno notata, nelle riprese televisive di ieri a Ciampino, mentre si accarezzava teneramente il ventre.
Lo diciamo subito a scanso di equivoci: non si lascia una connazionale nelle mani dei tagliagole islamici. C’è un però. Ed è un però che riguarda lo status del nostro Paese, un dato che ci deve interrogare come comunità. La consapevolezza che il denaro consegnato a quei tagliagole metterà in pericolo molte altre vite, italiane ma principalmente africane. Italiani che si sono messi in gioco, per lavoro o per volontariato, in zone del mondo a rischio. E africani che rischiano tutti i giorni di essere trucidati da jihadisti da noi rinforzati nelle loro casse e nella loro immagine. Questo è purtroppo un argomento che, per quanto si possa gioire per il ritorno sana e salva di una ragazza di 25 anni, non può essere eluso nel dibattito pubblico.
Il ritorno di Silvia è una festa per la sua famiglia e non potrebbe essere altrimenti, ma è una resa per la Repubblica italiana e il mondo civile.
Trattare con i terroristi islamici di al Shabaab, affiliati ad al Qaeda e tra i più sanguinari, che in Africa – forse non tutti lo sanno – si sono macchiati di stragi orrende di uomini, donne e bambini, ed eventualmente pagare un riscatto, è forse una via obbligata, ma non un qualcosa che possa essere ostentato e celebrato all’aeroporto come una brillante operazione di cui andare fieri e da sbandierare al mondo intero. Anche perché, come spiega bene Romana Mercadante nella sua nota, [articolo che raccomando di leggere] non è il riscatto in sé, è la passerella mediatica del presidente del Consiglio e del ministro degli esteri a mandare un messaggio devastante. Il messaggio di un governo pronto non solo a pagare i terroristi, ma anche a prestarsi alla propaganda jihadista (tale è stata riabbracciare festanti un ostaggio convertito all’islam, non si sa bene come, dopo 18 mesi di prigionia, sceso dall’aereo con indosso una tunica islamica), pur di trarre un qualche vantaggio in termini di consenso da un lieto fine dal punto di vista umano e famigliare, ma non certo politico. Certe cose, se si fanno, si fanno in silenzio e poi non si sbandierano ai quattro venti.
La foto che vedete di Silvia Romano
silviaromano
è stata scattata molto probabilmente in Somalia, subito dopo la sua consegna da parte di chi l’ha tenuta in ostaggio per 18 lunghi mesi. La ragazza è ripresa sul sedile posteriore di un pick-up e indossa un giubbetto antiproiettile turco.
Pubblicata dall’agenzia di stampa Anadolu, ieri sera ha fatto il giro di tutti i media turchi, ma sui social italiani l’ha rilanciata Mariano Giustino, il corrispondente di Radio Radicale dalla Turchia.
Questa foto suggerisce un ruolo ben più centrale dei servizi segreti turchi nella conclusione della vicenda, non un semplice “aiuto”. E cioè, che siano stati proprio i turchi a prelevarla e poi consegnarla alle autorità italiane. I nostri servizi non c’entrerebbero quasi nulla, se non per la richiesta d’aiuto avanzata nel dicembre 2019 all’intelligence turca (Mit) per rilevare e portare in salvo l’ostaggio. Insomma, l’operazione conclusa con successo sarebbe turca, solo i soldi italiani.
E questo dovrebbe suonare come un campanello d’allarme: in Somalia, così come in Libia, per combinare qualcosa dobbiamo telefonare ad Ankara. Il che la dice lunga sulla nostra irrilevanza persino nelle nostre (ormai ex) aree di influenza.

Federico Punzi, 11 Mag 2020, qui.

Parafrasando quel vecchio film, mio Dio come siamo caduti in basso.

barbara

DUE PESI E DUE MISURE, COME SEMPRE

La strage di Hanau e il solito doppio standard della stampa mainstream

Mercoledì 19 sera, un uomo di 43 anni, di nome Tobias Rathjen, entra in tre locali nella città tedesca occidentale di Hanau e spara all’impazzata sugli avventori. Nelle tre sparatorie riesce ad uccidere 9 persone, scelte a caso. Poi fugge in casa sua, ammazza sua madre e infine si toglie la vita. I locali erano frequentati soprattutto da immigrati curdi e turchi e le vittime sono per lo più straniere. Si indaga subito sulla pista dell’estrema destra ed emerge che lo stragista, Rathjen, era un razzista convinto. E la stampa, anche in Italia, si scatena. Contrariamente alla prudenza che avvolge sempre ogni attentato di matrice islamica, dove le parole “terrorismo” e “islam” raramente vengono accostate, quella di Hanau diventa, da subito, una “strage neonazista” o semplicemente “strage di estrema destra”.

Dalla nostra stampa più autorevole, abbiamo appreso che in Germania esiste una rete nera, analoga e forse ancor più pericolosa di quella “verde” islamica. Abbiamo visto che l’attentato è stato provocato dal clima di odio provocato dall’AfD. Abbiamo letto su fonti autorevoli che in Germania c’è un crescente problema di terrorismo xenofobo. Ovviamente c’è chi, come il giornalista Gad Lerner, non si lascia sfuggire l’occasione per fare paralleli con Luca Traini, il mancato stragista di Macerata e per proprietà transitiva anche con la Lega, a cui Traini era iscritto. Matteo Salvini ha condannato la strage, ma il suo tweet è stato ritenuto ipocrita e incompleto dai recensori del Foglio. Nel focus di La Repubblica sull’estremismo di destra in Germania, il vicedirettore Carlo Bonini e l’inviata in Germania Tonia Mastrobuoni dipingono un quadro a tinte molto fosche della situazione: estremisti neonazisti che creano comunità chiuse nella Germania orientale, infiltrazioni brune nella polizia e nei servizi segreti, reti neonaziste consolidate e addestrate. Addirittura l’inviata azzarda, pur con tutti i dovuti distinguo, un parallelo con la situazione dei primi anni Venti, quelli del caos post-bellico, in cui le milizie nazionaliste, i Corpi Franchi, dilagavano e facevano il bello e il cattivo tempo.

Ma la Germania odierna merita tutto ciò? A giudicare dall’attentato subito dai tre locali di Hanau: assolutamente no. Prima di tutto: non è stato affatto dimostrato che il killer, Tobias Rathjen, facesse parte di una qualsivoglia organizzazione. Non era membro di alcun partito. Non risulta essere parte di una rete terroristica clandestina. Non risultano, stando a quanto si sa ora, addestramenti o contatti con terroristi che lo abbiano iniziato alla via della violenza politica. Non stiamo parlando di un soggetto radicalizzato, o nel mirino di polizia e servizi segreti, perché era un bancario senza precedenti penali. Tobias Rathjen era un nazionalsocialista? Nella sua confusa memoria lasciata come testamento e nei suoi video si trovano delirii di vario genere, fra cui istigazioni puramente razziste a sterminare i popoli di Africa, Medio Oriente e Asia Centrale. Ci sono messaggi rivolti agli americani affinché si ribellino contro una società segreta di adoratori del diavolo (di cui solo lui, a quanto pare, conosceva l’esistenza) che si nasconderebbe in basi segrete. Ci sono messaggi rivolti ai tedeschi in cui afferma che la Germania è controllata da servizi segreti che manipolano la mente. In questo guazzabuglio di teorie cospirative, più che il Mein Kampf, vediamo tanto materiale che potrebbe dar lavoro a psicologi e psichiatri. Dunque, se un uomo apparentemente tranquillo dà sfogo alla sua violenza repressa in un giorno di ordinaria follia, ha senso lanciare l’allarme sull’estrema destra, le sue presunti reti e organizzazioni clandestine? Secondo ogni criterio: no.

Si potrebbe dire la stessa cosa dei lupi solitari del jihad che agiscono da terroristi pur non avendo mai visto di persona un veterano dell’Isis o un campo di addestramento di Al Qaeda? Si potrebbe, ma sarebbe comunque scorretto. I lupi solitari del jihad sono l’ultimo anello di una lunga catena, che parte dalle grandi organizzazioni transnazionali del terrorismo, come l’Isis, che lanciano appelli in tutto il mondo per reclutare musulmani radicali autoctoni alla guerra santa contro l’Occidente. A volte lo fanno solo online, ma nella maggior parte dei casi, si avvalgono di predicatori di odio e intere moschee radicali, per spingere i “solitari” ad agire nel nome della collettività jihadista. Nel caso di Rathjen, stando a quel che si sa finora, non c’è nulla di tutto questo. Gli unici elementi di cui disponiamo suggeriscono che il suo sia veramente un caso psichiatrico e basta. Un elemento instabile (ma in regolare possesso di una pistola e bravo a usarla) che a un certo momento della sua vita ha deciso di fare una fine violenta tirandosi dietro più “nemici” possibili. Eppure, come sempre, vediamo che la stampa mainstream, al seguito di una politica altrettanto mainstream, ha sviluppato una capacità incredibile: privatizza le colpe della sinistra e del jihadismo e collettivizza quelle della destra. Quando a uccidere erano i brigatisti rossi, si trattava di “compagni che sbagliano”, e non di un’organizzazione abbastanza strutturata da consentire loro addestramenti all’estero e armi straniere. Quando a uccidere sono terroristi che inneggiano ad Allah e prestano giuramento allo Stato Islamico, sono “lupi solitari” e “squilibrati”. Ma quando ad uccidere è un folle che fa discorsi deliranti dai toni complottisti e razzisti, allora è subito “strage neonazista”, la colpa è della destra tedesca tutta (e per proprietà transitiva anche della Lega) e del “clima di odio” che crea.

 Stefano Magni, 22 Feb 2020, qui

Evidentemente anche ammazzare la madre è roba da suprematisti bianchi, è noto che tutti i nazisti lo facevano regolarmente.

(PS: sarò via un paio di giorni, ma come al solito vi programmo un paio di coccole che vi faranno compagnia)

barbara

DUE PAROLE SU MARINE LE PEN

e sul suo progetto di negare la possibilità di mantenere la doppia cittadinanza per chi assume la cittadinanza israeliana, che tanto scandalo sta suscitando, venendo bollato come fascista, antisemita eccetera. Bene. Anche la Germania, da sempre guidata da governi di sinistra o centro-sinistra, nega la possibilità – riconosciuta invece dall’Italia – di conservare la doppia cittadinanza per i cittadini ebrei che si trasferiscono in Israele: vogliono conservare la cittadinanza tedesca? Devono rinunciare a prendere quella israeliana. Vogliono prendere la cittadinanza israeliana? Devono rinunciare a quella tedesca. Lo sapevate? Probabilmente no. E perché non lo sapevate? Perché nessuno ci ha mai piantato su il bordello che adesso si sta piantando con la “fascista” Marine Le Pen.
Meditate, gente, meditate.
marine-le-pen
barbara

PER ORA IN GERMANIA (2)

Rispetto della legge in Germania? Leggi un po’ qua.

Censura e sharia: il caso dei media in Germania

BERLINO – Dopo una lunga e frenetica indagine, si scopre il probabile assassino di una studentessa, a Friburgo, nella Foresta Nera, ma la notizia viene censurata, si tace l´origine del sospetto, un profugo afgano di 17 anni, giunto nel 2015. In Germania divampano le polemiche: è lecito tacere per non turbare l´opinione pubblica? Si vota tra circa dieci mesi e l´Afd, l´Alternative für Deutschland, continua a guadagnare voti, si teme che il prossimo settembre entri in Parlamento, e arrivi perfino al terzo posto. I populisti avanzano in Germania, o in Austria, e in Italia. Il 15 ottobre, Maria L., di 19 anni, dopo un party con compagni di studio, verso le 2,30, torna a alla sua residenza universitaria, in bicicletta. Dalle parti dello stadio, incontra l´aggressore, viene violentata e strangolata. Su un cespuglio di more si scopre un lungo capello nero, il DNA coincide con quello dell´assassino.
Dopo un mese e mezzo, viene arrestato un ragazzo, uno delle migliaia di profughi minorenni giunti in Germania nell´ultimo anno. Ma si tace a lungo sulla sua origine. I media hanno una giustificazione. Il Presserat, il consiglio della stampa, quasi il nostro ordine dei giornalisti, si è da tempo autoimposto regole di comportamento: non si rivela il nome completo dei protagonisti di reati (a meno che non siano personaggi noti), ed è vietato scrivere a quale religione si appartenga, o precisare l´origine. Ma alcuni si ribellano al codice di comportamento, rischiando ammonimenti e sanzioni, come il “Sächsische Zeitung”, quotidiano di Dresda, che è la roccaforte del movimento razzista Pegida, autore di attentati ai centri di accoglienza. “Spesso l´origine del colpevole è il cuore della notizia,” protesta il direttore. E la censura è controproducente: l´opinione pubblica può sospettare che ogni stupratore o rapinatore sia straniero. I lettori e gli ascoltatori hanno perso la fiducia nei media dopo l´ultimo Capodanno a Colonia.
Duemila giovani arabi ubriachi aggredirono centinaia di donne. Una notte di violenze, le denunce furono 1240, ma si è arrivati a sei condanne, e nessuno è stato espulso. La stampa e la TV tacquero fino al cinque gennaio, per non creare problemi a Frau Merkel, la cui popolarità stava crollando a causa della sua politica delle frontiere aperte. Oggi si parla di “Lügenpresse”, stampa bugiarda. E i mezzi d´informazione non hanno riguadagnato la credibilità perduta. A Friburgo, cittadina universitaria, si teme che il ragazzo afgano abbia ucciso nei mesi scorsi un´altra giovane. E la serie di reati commessi da stranieri inquieta gli abitanti: a fine settembre una tredicenne viene aggredita da un gruppo di minorenni, tre sono immigrati. A metà ottobre, un senza tetto è picchiato e ucciso da due stranieri. Alla fine dello stesso mese, due donne vengono aggredite da un gruppo di profughi provenienti dal Ghana. A inizio novembre, un afgano ferisce gravemente un suo compagno, a metà mese, un georgiano uccide a coltellate un nipote. A luglio si è avuta una serie di attentati commessi da profughi in Baviera. Il 22 luglio a Monaco, un diciottenne iraniano (con passaporto tedesco) uccise nove giovani. E il motivo della strage era che si considerava tedesco e non veniva accettato. La sua origine fu la causa scatenante della strage.
Roberto Giardina, La Nazione

Si può parlare di rispetto della legge quando i reati vengono trattati in maniera diversa a seconda della nazionalità e della religione del criminale? Si può parlare di rispetto della legge quando alla polizia viene imposto un codice di comportamento diversificato a seconda dell’identità del criminale? Si può parlare di rispetto della legge quando la polizia arriva addirittura a occultare determinate prove e a fabbricarne di contrarie, come è accaduto in un recente episodio di terrorismo islamico, per mascherare l’identità dei criminali? E, soprattutto, si può ancora parlare di uno stato sovrano quando si ha a che fare con uno stato succube di una cultura estranea? E penso, nel dire questo, alla Merkel che di fronte a una palestinese senza alcun diritto di asilo che esibisce lacrime e singhiozzi fabbricati a tavolino sovverte le leggi dello stato e permette alla sua famiglia, senza una sola ragione al mondo, di restare e ottenere la cittadinanza.
merkel-palestinese
Questo è uno stato in bancarotta, altro che stato di diritto e rispetto delle leggi!

barbara

DALLA VOSTRA INVIATA SPECIALE A GINEVRA

Eravamo tanti. Eravamo belli. Eravamo variopinti (in tutti i sensi). Eravamo emozionati e commossi. Eravamo felici di essere lì, a testimoniare, con la nostra presenza, in favore della verità e della giustizia: in favore di Israele (e possiamo aggiungere, con orgoglio, che noi dall’Italia eravamo circa la metà di tutti i presenti).
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Dal palco hanno parlato (brevemente, perché tutti coloro che sono intervenuti lo hanno fanno per portare la propria testimonianza e il proprio contributo, non per sbrodolarsi addosso e farsi pubblicità), vari personaggi, fra i quali voglio ricordare lui,
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il colonnello Richard Kemp, che ci ha ricordato una verità tanto ovvia ed evidente quanto volutamente ignorata: quelli di Hamas sono criminali, sono assassini, sono terroristi, ma non sono scemi; Hamas non pensa minimamente di poter, con le proprie azioni, non dico distruggere, ma neppure indebolire Israele. L’obiettivo dei suoi missili, dei suoi attentati, dei suoi tunnel è quello, non meramente tattico bensì strategico, di costringere Israele a reagire e, inevitabilmente, visti i metodi messi in atto da Hamas stesso, uccidere civili palestinesi; fatto questo, a indebolire Israele provvederà poi il mondo intero, come sta effettivamente facendo, Onu in testa.
E ha parlato lei,
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Adela Raemer, madre e nonna che vive al confine con Gaza, e ha cercato di far capire a noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, che cosa significhi vivere, e soprattutto far vivere i bambini, in quelle condizioni, subire un quotidiano bombardamento di missili, con pochissimi secondi per scappare nei rifugi, e non sempre quei pochi secondi sono sufficienti (e forse, grazie ai due panzer d’assalto di Over the Rainbow di Torino e Milano, Emanuel Segre Amar ed Eyal Mizrahi, dopo i moadim di settembre riusciremo ad averla anche in Italia, nelle due città in questione).
Ed è venuto anche lui,
Ginevra 11
che tanto per cominciare ci ha fatto ammirare il suo splendido inglese, decisamente lontano da quello che altri personaggi nostrani ci avevano a suo tempo propinato. E poi… cosa faccio, lo dico? O forse è meglio che lasci perdere… Vabbè dai, lo dico: quando ha parlato lui ho pianto, ecco. Ma proprio pianto per bene. E non solo io. Sentire, con quella sua parlata sanguigna, “perché Israele è un atto d’amore nella forma nazionale che ha assunto nella  storia e della sua legittimazione politica e costituzionale. Israele è un atto d’amore verso la gioia di vivere e verso il futuro ed un atto di sopravvivenza all’interno di una grande tradizione…” Israele è un atto d’amore: ecco, in queste poche, apparentemente semplici parole, c’è tutta l’essenza di Israele, ed è per questo che ci toccano le nostre corde più profonde.
E qui è quando tutti insieme, alla fine, loro
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e noi,
Ginevra 13
abbiamo cantato HaTikvah.

Poi, a margine di tutto questo, è anche successa una cosa un tantino spiacevole, ma qui non se ne parlerà, perché i panni sporchi, dopotutto, si lavano in casa.
E poi è anche successo che a Ivrea uno degli autobus provenienti da Milano è dovuto uscire dall’autostrada per entrare nell’adiacente parcheggio a raccattare su diciannove partecipanti torinesi perché il signore e padrone di Italia-Israele di Torino si è rifiutato di far salire sui “suoi” autobus quelli di Over the Rainbow (perché dopotutto c’è un limite alla quantità di sporcizia che si può essere disposti a tenere nascosta in casa).

E questa è la vostra inviata speciale, per l’occasione ribattezzata “Titti”,
inviata 1
e questa è sempre lei,
inviata 2
la suddetta inviata speciale, insieme a un’amica preziosa e sollecita (soprattutto per la mia stramaledetta sciatica che, per quanto imbottita di cortisone e antidolorifici, è stata un’autentica tortura per tutta la giornata. Ma tanto siamo giovani e forti e prima o poi ci riprenderemo)

NOTA: tutte le foto sono di Maurizio Turchet.

barbara

AGGIORNAMENTO: per una migliore documentazione, qui.