SULLE ARMI CHIMICHE E SUL BOMBARDAMENTO AMERICANO

E su alcune altre cose

Ve ne siete accorti? È tornato di moda il complottismo selvaggio, con nuovi personaggi e interpreti: fino a ieri figurati se ci credo che le torri siano crollate per l’impatto con gli aerei, figurati se ci credo che l’attentato sia stato fatto dai musulmani, figurati se ci credo che i vaccini servano a prevenire malattie e non ad arricchire Big Pharma, figurati se ci credo alle balle della medicina ufficiale; oggi abbiamo i nuovi furbi superilluminati “che non se la bevono” e il nuovo protagonista: il bombardamento chimico di Assad: e dove sono le prove che ci sia stato, e dove sono le prove che sia stato lui (vabbè, c’è anche chi chiede le prove delle camere a gas, se è per quello: stare dalla parte dei carnefici è da sempre molto più figo), e figurati se non l’abbiamo capito che era tutta una scusa per… Ecco, propongo di leggere questo articolo di Daniele Raineri. È piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto, perché mi sembra che chiarisca bene tutti quei punti che i complottisti di turno stanno facendo di tutto per oscurare.

DOV’E’ LA GUERRA IMPERIALISTA?

Daniele Raineri, Il Foglio

A questo punto l’imbarazzo per alcuni commentatori dev’essere terribile. Per tutta la settimana intercorsa tra la strage di civili siriani con armi chimiche di sabato 7 aprile a Duma e l’azione militare di sabato 14 mattina hanno spiegato che era in arrivo una nuova guerra di aggressione americana. Che i civili uccisi erano una messinscena, un pretesto per imporre un altro capitolo di interventismo imperialista in medio oriente. Che i morti soffocati erano “fake news per creare il casus belli”. Che era tutta una riedizione dell’Iraq 2003, quando l’invasione americana fu preceduta dalla falsa notizia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (che poi non era proprio del tutto pulito, chiedere alle famiglie dei non meno di tremiladuecento curdi sterminati con il gas dall’esercito iracheno nel marzo 1988 a Halabja durante la campagna genocida Anfal). Che era una replica dell’intervento Nato in Libia del 2011. Che era una manovra dei sauditi o degli israeliani oppure di entrambi per buttare giù il presidente siriano Bashar el Assad – tesi suggestiva che attira clic e lettori e condivisioni sui social media e tuttavia è offerta ai lettori creduloni senza l’ombra di una prova. C’è addirittura chi ha avvertito che la Nato sarebbe stata trascinata nella guerra, e con essa anche l’Italia. L’unico precedente che contava qualcosa è stato ignorato: si tratta del raid missilistico americano contro l’aeroporto militare di al Shayrat nell’aprile 2017 dopo un bombardamento con il gas nervino che aveva ucciso cento civili vicino Idlib, un raid così limitato che non ottenne alcun effetto di deterrenza.
La ritorsione militare contro la Siria è arrivata alle quattro del mattino locali e ha raso al suolo tre obiettivi che fanno parte del programma siriano per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche. A differenza della guerra in Iraq durata otto anni e dell’intervento Nato in Libia durato otto mesi è durata meno di un’ora. Gli edifici erano deserti perché erano stati evacuati. Il governo francese ha detto di avere avvertito in anticipo i russi ed è possibile che i russi abbiano condiviso l’avvertimento con i loro alleati siriani e iraniani. Il numero delle vittime varia tra zero e uno. Il Pentagono nel primo briefing in contemporanea con la fine dell’attacco ha spiegato che si era trattato di un colpo singolo, “one shot”, e che non si sarebbe ripetuto. Dodici ore dopo la fine dei bombardamenti, nel pomeriggio italiano, ci sono state manifestazioni sparse contro “la guerra imperialista”– forse il primo caso nella storia di proteste per fermare una guerra che cominciano quando la guerra è già finita.
La logica fallata di chi diceva che la strage era una messinscena organizzata per provocare una guerra è stata messa a nudo. Nessuno vuole un regime change a Damasco in questo momento e questo vale specialmente per i tre governi che hanno partecipato all’azione militare, America, Francia e Gran Bretagna. L’Amministrazione Trump insegue una politica molto nazionalista e molto poco universale, il suo motto è America First, e non ha interesse a gestire un’ipotetica deposizione di Assad a Damasco. Il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro inglese Theresa May non hanno semplicemente le forze – oltre che la volontà politica – per vagheggiare un regime change da soli in medio oriente nel 2018.
C’è una vecchia boutade che dice che i generali sono sempre perfettamente preparati a vincere l’ultima guerra, per dire che ogni conflitto è diverso e dev’essere studiato come un fatto nuovo. Forse vale anche per gli altri, per chi è rimasto fermo al marzo 2003 e si ostina ad applicare lo stesso schema e gli stessi slogan alla Siria del 2018. La guerra non c’è stata, nessuno era a caccia di un pretesto, nessuno ha le forze per deporre Assad adesso: perché allora qualcuno avrebbe dovuto inscenare un bombardamento con armi chimiche? I commentatori faranno finta di nulla.
Il governo russo ha preso due posizioni a proposito dell’inchiesta internazionale sulla strage di Duma: prima e dopo il raid punitivo. Fino a due giorni prima del raid la linea ufficiale del governo russo era che il 7 aprile non c’è stata alcuna strage di civili con armi chimiche a Duma. I russi sono stati i primi ad arrivare e a occupare il sito del bombardamento dopo la resa dei ribelli e l’evacuazione dei civili e a dispetto della mole di testimonianze dirette, delle centinaia di casi di soffocamento accertati dai medici, dei cadaveri, delle immagini e dei video hanno detto che non c’era alcun segno di un bombardamento chimico. Tre giorni dopo, quando Trump ha annunciato l’intervento militare, il governo siriano ha invitato a Duma gli ispettori dell’Opcw (l’Organizzazione internazionale per la proibizione della armi chimiche) e il governo russo ha detto che gli americani avrebbero dovuto aspettare i risultati dell’inchiesta prima di lanciare un attacco punitivo. Venerdì il governo russo ha rettificato la versione, ha detto che la strage è stata una messinscena organizzata e diretta dal governo inglese e ha anche detto di avere “prove certe” che però non ha mostrato. A partire da sabato mattina però, una volta che il raid si è consumato senza troppi danni, la posizione russa è mutata. Il lavoro degli ispettori Opcw doveva funzionare come ritardante per guadagnare tempo e come elemento da citare con i media – “Gli americani non aspettano i risultati delle analisi!” – mentre adesso potrebbe essere controproducente.
Poche ore dopo i missili occidentali Mosca ha detto che il rapporto dell’Opcw sul caso Skripal – è uscito giovedì e conferma l’uso di un agente nervino inventato dall’Unione sovietica nel tentato omicidio di un disertore dell’intelligence russa vicino Londra – è falso e che l’Opcw non è un’organizzazione credibile. Nel frattempo gli ispettori dell’Opcw invitati martedì erano atterrati a Damasco. Ieri la Russia e il governo siriano li hanno bloccati e non hanno consentito loro l’accesso a Duma perché – hanno detto – “manca il permesso delle Nazioni Unite e la situazione è poco sicura”, pur sapendo che nelle indagini di questo tipo il fattore tempo è importante. L’ultima volta che una missione Opcw aveva indagato su una strage con armi chimiche in Siria aveva stabilito la colpevolezza del regime siriano, è successo a ottobre 2017. Un paio di settimane dopo la Russia mise il veto al Consiglio di sicurezza sul prolungamento della missione e di fatto la sciolse.
In Italia si è parlato del fatto che la crisi siriana avrebbe potuto imprimere un’accelerazione alla formazione del governo e che la base aerea di Sigonella avrebbe avuto un ruolo centrale nelle operazioni di guerra – e che questa partecipazione rischiava di diventare un caso politico lacerante. In realtà ci siamo attribuiti più importanza di quella che effettivamente abbiamo. I bombardieri B-1 americani che hanno partecipato al raid di sabato mattina sono partiti dalla base di al Udeid, in Qatar – come del resto fanno tutti gli aerei americani che bombardano le posizioni dello Stato islamico in Siria dal settembre 2014. I Rafale francesi sono partiti dal territorio francese e sono stati riforniti in volo. I Tornado e i Typhoon inglesi sono decollati dalla base di Akrotiri, a Cipro. Per quanto riguarda i missili, sono stati lanciati da unità in navigazione nel Golfo, nel mar Rosso e nel settore est del Mediterraneo.
Gli israeliani non commentano mai – o quasi mai – i loro raid aerei in Siria ma è probabile che siano affascinati dalla reazione così selettiva dell’opinione pubblica internazionale. Due dei tre centri colpiti dalla ritorsione occidentale. Barzeh e Jamrayah, erano già stati bombardati – ma non distrutti – dai loro jet negli ultimi otto mesi, a settembre e poi ancora a dicembre e febbraio, e in pratica non ne ha parlato nessuno. E’ dal gennaio 2013 che gli israeliani bombardano in Siria, un raid circa ogni venti giorni, con lo stesso obiettivo dei governi occidentali: prevenire l’accumulo e il trasferimento di armi sofisticate o di distruzione di massa, ma tutte le loro operazioni combinate suscitano una frazione infinitesima dell’attenzione sollevata da un singolo tweet di Donald Trump. Di sicuro hanno notato da tempo che i due centri per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche colpiti a ovest di Homs – come dice l’analista Michael Horowitz – sono a pochi chilometri dal confine libanese e a poca distanza dalla strada che taglia attraverso le montagne e porta in Libano, dove c’è il cuore territoriale del gruppo armato Hezbollah alleato degli iraniani e del governo siriano. Che quella posizione sia stata scelta per rendere più facile un trasferimento d’emergenza delle armi chimiche dalla Siria al Libano?
Il giorno dopo la strage di Duma gli israeliani hanno bombardato la base T-4, nel deserto siriano vicino Palmira e hanno ucciso una squadra delle Guardie della rivoluzione iraniane che si occupa di missioni con i droni, incluso il colonnello che li comandava – e come al solito questa è un’informazione che Israele non riconosce ufficialmente, tanto che il raid è stato scambiato per una reazione americana. Thomas Friedman ha scritto sul New York Times ieri che il drone iraniano che a febbraio è stato abbattuto mentre varcava il confine israeliano non era soltanto da ricognizione, ma era armato. Da mesi guardiamo molto la punta del dito, come l’intervento “one-off” di sabato mattina, e non vediamo la luna, israeliani e iraniani che cominciano a combattere e a uccidersi direttamente senza più agire tramite alleati e partner locali.
Il governo russo ha detto sabato che il sistema di difesa aerea siriano ha abbattuto 71 dei 105 missili occidentali. Ieri ha corretto la stima e ha detto che soltanto i bersagli non coperti dalla difesa aerea sono stati colpiti, per il resto le intercettazioni hanno funzionato al cento per cento. In pratica i russi dicono che se vogliono possono bloccare tutti i missili lanciati dagli americani, ed è terribilmente poco credibile. Il Pentagono dice invece che i siriani hanno sparato 40 contro-missili quando ormai però era troppo tardi, in pratica hanno cominciato a reagire mentre l’ultima bordata di missili stava colpendo i bersagli. E’ una ovvia guerra di versioni contrastanti, ma i russi fin dal settembre 2015 giocano sul fatto che la loro presenza in Siria funziona come un ombrello protettivo contro qualsiasi attacco esterno ed è chiaro che non è così. Non solo, ma se contavano sul fatto che l’operazione in Siria fosse una buona occasione per esibire la loro tecnologia bellica di fronte a possibili acquirenti adesso devono rifare i conti, perché gli aggressori hanno centrato gli obiettivi lanciano di missili da tre mari diversi e non c’è stata alcuna capacità solida di deterrenza – a dispetto del fatto che mercoledì l’ambasciatore russo in Libano avesse minacciato: “Abbatteremo tutti i missili e colpiremo i siti di lancio”, quindi le navi americane. Simpatizzanti del presidente Assad fanno circolare presunte fotografie dei resti di missili americani intercettati e abbattuti, ma gli esperti hanno già smontato questo tentativo: sono fotografie di resti di missili russi SS 21 Tochka.
Siamo stati testimoni di un evento molto raro: un’azione militare lampo di tre governi occidentali giustificata da un motivo pratico puramente umanitario, la necessità di evitare la “normalizzazione della guerra chimica”. Naturalmente si possono individuare altri motivi di fondo, la voglia di Donald Trump di deflettere l’attenzione dai suoi guai giudiziari, l’obbligo di conservare la credibilità davanti al resto del mondo, il tentativo riuscito di lanciare un messaggio anche per quanto riguarda altre aree – dai Paesi baltici che si sentono minacciati dalla vicinanza con la Russia fino alla Corea del nord – l’avvertimento all’Iran che sta usando la Siria come una base militare. Ma il significato politico rimane, l’occidente non è totalmente inerte e le stragi di civili possono ancora avere conseguenze.

Aggiungo due parole a proposito dell’equivoco che tuttora perdura a proposito delle armi chimiche dell’Iraq e del mantra delle “armi chimiche inventate” dato che “gli ispettori non le hanno trovate” e che quindi sarebbero state “un pretesto” per permettere all’America di intromettersi nell’area. Si tratta di un totale capovolgimento della realtà: gli ispettori NON dovevano trovare le armi chimiche (quelle che erano notoriamente in suo possesso, quelle con cui aveva sterminato cinquemila curdi a Halabja il 16 marzo 1988); NON era questo il loro mandato. Era Saddam che doveva dimostrare di averle distrutte. Che cosa è successo invece? Che per molti anni agli ispettori sono stati vietati molti siti, ossia tutti quelli “sensibili”, poi sono stati cacciati e tenuti fuori per dieci anni, poi alla vigilia dell’intervento americano del 2003 fatti rientrare ma con un elenco dei siti che non avevano il permesso di controllare, con severe limitazioni alle verifiche consentite nei siti permessi, divieto – fatto rigorosamente rispettare mediante la presenza costante di personale governativo – di interrogare chicchessia. Nel frattempo tredici scienziati che avevano lavorato alla produzione di armi chimiche sono stati assassinati un settimana prima che arrivassero gli ispettori, poi ci sono state quelle ventimila tonnellate di gas fatte passare in Giordania, più altri movimenti sospetti di notevoli trasporti. Naturalmente Saddam NON ha dimostrato – non poteva dimostrare – di avere distrutto le armi chimiche, dato che NON le aveva distrutte. E, ripeto, era questo il mandato degli ispettori: farsi fornire da Saddam le prove di averle distrutte, NON trovare le armi.

barbara

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E PROVATE A NON COMMUOVERVI


Ah, poi, visto che parliamo di Israele, vi ricordate quella brutta storia della casa incendiata in un villaggio palestinese in cui morì subito un bambino di 18 mesi e in seguito anche i suoi genitori per la quale sono stati immediatamente accusati i “coloni ebrei estremisti”? (Per curiosità sono andata in google digitando “incendio casa palestinese”: quasi tutti i titoli urlano fin dalla prima riga, “bruciata da coloni israeliani”: non sembra, pare, si pensa, si sospetta, gli indizi portano a credere, no: sono stati loro. E su di loro si sono fiondati i servizi segreti israeliani, e nonostante tutti gli indizi che via via continuavano ad emergere sull’estraneità dei kattivissimi koloni ebrei estremisti, non si sono arresi nel loro accanito tentativo di trovarli colpevoli, e per quasi un anno li hanno trattenuti in prigione, li hanno torturati per estorcere confessioni. Beh, alla fine si stanno arrendendo: nonostante tutte le coercizioni messe in atto, di prove non sono riusciti a farne emergere.
Quanto al personaggino di cui parlo nel secondo link, io sono sempre qui seduta sulla riva del fiume, e adesso esigo di vederlo, il suo cadavere. Altrimenti dimostrerà di essere quel misero quaquaraquà che abbiamo sempre saputo.

barbara

E POI INVECE ALLA FINE FORSE NO

Ho mantenuto un prudente silenzio quando, subito dopo il fatto, sono emersi i primi dubbi su quelle scritte coi caratteri tondeggianti, come li fanno gli arabi, e non squadrati, come li fanno gli ebrei.
Duma 1
Duma 2
Ho continuato a mantenere un prudente silenzio quando è stato reso noto che la casa si trovava al centro del villaggio, facendo sorgere pesanti dubbi sulla possibilità che i “coloni ebrei estremisti” potessero avere scelto un bersaglio in posizione tale da dover poi, una volta appiccato l’incendio che avrebbe svegliato l’intero villaggio, attraversarlo tutto – conoscendolo poco o niente, e al buio – per rientrare nelle proprie case.
Poi però sono successe ancora altre cose, e adesso il silenzio lo rompo. È successo che i “coloni ebrei estremisti” in detenzione amministrativa (come? Detenzione amministrativa? Ma non era quella cosa orrendissima che Israele usa solo per i palestinesi? No? Ah) hanno cominciato a essere liberati per totale mancanza di indizi, o perché i loro alibi hanno retto alle verifiche. È stato appurato che tra la famiglia Dawabsha, vittima dell’attacco di quella notte, e un’altra famiglia del villaggio, è in atto una vecchia faida. E che quella stessa notte era stata incendiata anche un’altra casa, sempre di un appartenente a quella famiglia. E un’altra era stata incendiata in febbraio, e ancora una l’altro ieri, e poi un’auto: sempre appartenenti alla stessa famiglia.
Possiamo considerare tutto questo alla stregua di una prova, spendibile in tribunale, dell’innocenza dei “coloni ebrei estremisti”? Penso di no. Ma sufficiente a porre seriamente in discussione le prime affrettate conclusioni, credo proprio di sì. Soprattutto se pensiamo alla “strage della spiaggia di Gaza” con la solita scena strappalacrime della bambina che strepita sgangheratamente di fronte alle telecamere per la morte del padre – non senza aver provveduto, prima di chiamare la stampa e mandare in scena la bambina, a far sparire ogni traccia del missile palestinese che aveva colpito e sterminato la famiglia. O la povera famiglia di Gaza sterminata nella casa fatta saltare in aria, salvo poi vedere chiaro come il sole dalle riprese aeree che la casa era saltata da sola per “simpatia”, dato che era stata trasformata in una santabarbara, quando un missile israeliano aveva centrato i terroristi che trasportavano esplosivo poco lontano da lì. O tutte le montature di “Piombo fuso”. O la strage del mercato di Shijaiyah. O i nove bambini uccisi nel parco giochi di Shati – e qui mi fermo, perché fra quattro giorni parto, e per elencare e documentare tutti gli omicidi, stragi, massacri perpetrati dai palestinesi e spacciati per opera israeliana, quattro giorni non bastano davvero. Penso comunque che questa pur ridottissima panoramica possa bastare a dare un’idea di quanto sia opportuna la prudenza nell’attribuzione di responsabilità per i fatti che succedono da quelle parti.
Forse qualcuno si starà chiedendo se provo sollievo. No, naturalmente: il dolore per la morte atroce di un infante bruciato vivo non può certo trovare sollievo nel fatto che l’assassino sia qualcuno invece che qualcun altro. Né, se alla fine risulterà che anche questo attacco, come gli altri quattro, fa parte della faida interna al villaggio, se ne dedurrà che gli ebrei e gli israeliani siano tutti buoni e tutti santi (“Israele sarà un Paese normale quando avrà i suoi ladri e le sue puttane”, diceva Ben Gurion. E i suoi figli di puttana, aggiungo io, che non possono mancare).

Sollievo certamente no, dicevo, ma una punta di soddisfazione maligna sì, quella la provo proprio, nei confronti di uno squallido personaggino che pochi giorni dopo il tragico evento si è permesso di dichiarare che

Mi è sembrata insufficiente la reazione dei rabbini in Israele e nel mondo di fronte agli abbietti omicidi perpetrati nei giorni scorsi da alcuni giovani israeliani nei confronti di un infante arabo in un villaggio della Cisgiordania e di una ragazza ebrea nelle strade di Gerusalemme. Gli uccisori […] erano o erano stati tutti allievi di accademie rabbiniche, o presunte tali, agivano in nome di principi che, a loro dire, derivavano dalla tradizione ebraica, e si prefiggevano obiettivi dettati, sempre a loro dire, dalle norme dell’ebraismo. In sintesi, il programma degli assassini e delle altre (non molte) migliaia di persone che sono accomunate nella stessa ideologia, è lo stabilimento di uno stato fondato sull’applicazione integrale della halachah (il diritto ebraico tradizionale) su tutto l’antico territorio storico della Terra d’Israele, qualunque esso sia, e senza alcuna esclusione di mezzi, compreso l’omicidio.” (qui)

Ecco, lo voglio proprio vedere, questo signore dalla faccia come il ****, lui che trova insufficiente l’immediata condanna, senza appello, senza giustificazioni, senza attenuanti, dell’intero rabbinato israeliano e mondiale, lui che sa con certezza, prima di ogni indagine, che gli assassini sono usciti dalle scuole rabbiniche, lui che sa che cosa hanno fatto, per quale causa lo hanno fatto, a quale fine lo hanno fatto, lo voglio proprio vedere con quale faccia oserà presentarsi al mondo il giorno in cui avessimo davvero prove spendibili in tribunale dell’infamia della sua uscita. Io, nel frattempo, me ne sto seduta sulla riva del fiume, e aspetto.

barbara

QUESTO BLOG CONDANNA IL TERRORISMO

Chiunque sia il terrorista. Condanna pertanto senza mezzi termini l’attentato terroristico di Duma costato la vita a un bambino palestinese di diciotto mesi, Ali Saad Dawabsha, e il ferimento dei suoi genitori e di un fratello. Se gli assassini risulteranno essere effettivamente, come tutto al momento porta a pensare, israeliani di religione ebraica, nessuna attenuante verrà invocata, così come non ne sono state invocate per gli assassini di Mohammad Abu Khdeir, bruciato vivo per vendicare – qualunque cosa possa significare il termine “vendetta” quando la scure cade su un innocente – l’assassinio di tre ragazzi israeliani.


barbara