FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE, PARTE OTTAVA (LA PROSSIMA È L’ULTIMA, GIURO) (FORSE)

Perché abbiamo un numero relativamente alto di positivi: più tamponi e…

Coronavirus, possibile sovrastima dei casi: i test rilevano anche virus morto

Pubblicato il: 05/09/2020

I numeri dei soggetti positivi a Covid-19 potrebbero essere ‘falsati’. E questo perché il test principale utilizzato per diagnosticare il coronavirus è così sensibile che potrebbe rilevare anche frammenti di virus morto legato a vecchie infezioni. Lo sostengono scienziati britannici, autori di uno studio ‘ad hoc’. La maggior parte delle persone è contagiosa solo per circa una settimana, ma potrebbe risultare positiva nelle settimane successive. E i ricercatori affermano che questa ‘eccessiva sensibilità’ dei test potrebbe portare a una sovrastima dell’attuale dimensione della pandemia.

Carl Heneghan, dell’Università di Oxford, uno degli autori dello studio, ha affermato che invece di fornire un risultato “sì/no” in base al rilevamento di un virus, i test dovrebbero avere un punto limite in modo che quantità molto piccole di virus non si traducano in una positività, riferisce la Bbc online. E proprio il rilevamento di tracce di vecchi virus potrebbe in parte spiegare perché in Gran Bretagna (e non solo) il numero di casi è in aumento mentre i ricoveri ospedalieri rimangono stabili. Il Center for Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford ha esaminato i dati di 25 studi in cui campioni di virus da test positivi sono stati messi in una capsula di Petri per vedere se si sviluppavano. Questo metodo di “coltura virale” può indicare se il test positivo ha davvero rilevato virus attivi che possono riprodursi e diffondersi, o solo frammenti di virus morti che non crescono in laboratorio, o in una persona.

Secondo Heneghan, i dati suggeriscono che l’infettività del coronavirus “sembra diminuire dopo circa una settimana”. Inoltre, benché non sia possibile controllare ogni test per vedere se è presente un virus attivo, la probabilità di falsi positivi potrebbe essere ridotta se gli scienziati riuscissero a individuare un discrimine. Ciò impedirebbe anche quarantene inutili. (qui)

Perché la situazione appare tanto negativa: per i numeri manipolati, per i falsi positivi e…

Covid, 3 tecniche di manipolizzazione di massa

Non c’è alcun dubbio: un redivivo George Orwell, se potesse seguire le cronache del Coronavirus in questo 2020, troverebbe ogni giorno nuovi e fantasiosi esperimenti del suo newspeak, la neolingua da lui prefigurata in 1984. E badate bene: nella dimensione distopica immaginata da Orwell, questo nuovo linguaggio non doveva essere solo un mezzo espressivo, ma uno strumento per rendere pressoché impossibile qualunque altra forma di pensiero, qualsiasi altro approccio alla realtà, confinando ogni eventuale eresia nel recinto del tradimento o della follia. Ecco le ultime tre applicazioni, individuate fresche fresche dai giornali della scorsa settimana.

1. La prima ha a che fare con l’uso della parola “negativizzati” per indicare chi non sia più positivo, ad esempio dopo un ulteriore tampone di verifica. Se ci pensate bene, qui siamo dinanzi a un virtuosismo della manipolazione: per indicare un evento rassicurante, per descrivere cioè l’uscita da una situazione che poteva destare preoccupazione, si utilizza una parola che a sua volta inquieta, che porta con sé un alone cupo. Avete fatto caso che, per la ragione uguale e contraria, nessuno usi la parola “sano”?

2. La seconda ha a che fare, quando qualcuno risulta positivo al test, con la naturalezza con cui siamo tutti portati (ecco la nuova forma di pensiero imposta) a inviare auguri di pronta guarigione. Peccato che essere positivi non significhi essere malati, né dover necessariamente sviluppare una malattia o sopportare sintomi. Anzi: l’osservazione clinica ci dice che, in questa fase, circa 9 su 10 dei contagiati non hanno sintomi. Questo dovrebbe per un verso – naturalmente – farci valutare positivamente la precauzione di un breve isolamento domestico per queste persone (e per ciascuna di loro è indubbiamente una terribile scocciatura: non sono malati ma potrebbero rivelarsi contagiosi), ma per altro verso dovrebbe indurre un senso generale di sollievo. Diversamente da quanto accadde a marzo e ad aprile, con numeri impressionanti di decessi, ospedalizzazioni e ricoveri in terapia intensiva, stavolta queste tre voci rimangono fortunatamente con numeri bassissimi. Eppure, il pattern mentale in cui ci siamo infilati è quello dell’equivalenza logica tra “positivo” e “malato”.

3. La terza, più che una modalità espressiva, è un giudizio, un approccio psicologico, che per educazione molti non esplicitano, ma ci è stato inculcato e inoculato in modo capillare. Mentre a marzo e ad aprile, se avevamo la notizia di una persona trovata positiva, scattava un moto di solidarietà e simpatia, adesso – incredibilmente – scatta in automatico una specie di sospetto. “Ah, ma allora sei andato in vacanza nel tale posto?” oppure “Ah, ma allora sei andato in discoteca?” oppure “Ah, ma allora sei uno di quelli della movida?”, necessariamente associando la sopravvenuta positività a un meccanismo di colpevolizzazione.

Sembra incredibile, ma è così. L’esperimento è tragicamente riuscito. Mesi di messaggio mediatico e di terrore indotto hanno cambiato il nostro modo di parlare e di pensare.

Daniele Capezzone, 7 settembre 2020, qui.

Perché l’economia versa in condizioni drammatiche: perché più o meno tutto è rimasto fermo per due mesi e quasi fermo per altri due e…

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Matteo Salvini

“Io credo semplicemente che ci dobbiamo vergognare. Dobbiamo ricevere ancora i soldi della cassa integrazione. Avevo dipendenti che prendevano 1.200 euro al mese e si sono ritrovati con 400: una persona come fa a vivere così? Come lo paga il mutuo, l’affitto, le bollette?

Per me sarebbe stato meglio fare un anno bianco. Tasse sospese almeno fino all’anno prossimo e poi si vedeva, ma la verità è che Conte ha tagliato fuori l’imprenditoria.

Sto pensando a una class action contro il governo. I nostri diritti sono stati calpestati.”

Lo sfogo di Gianfranco Vissani, e come lui tantissimi ristoratori, commercianti, imprenditori, partite Iva stanchi di questo governo pericoloso.

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Caro Porro, il governo ha lasciato indietro le Agenzie di viaggi

Riportiamo di seguito una lettera che una nostra commensale ci ha inviato mettendo nero su bianco tutta la sua rabbia contro “questa disinformazione, questo terrorismo e questa incompetenza del governo che ci sta portando allo sbaraglio in tutti i campi dove loro mettono le mani”.

Gentile Direttore,

vorrei porre alla Sua attenzione quanto sta accadendo nel settore Turismo ma, nello specifico, nelle Agenzie di viaggi e/o Tour Operator medio-piccoli. Dal 18 maggio abbiamo aperto le Agenzie e gli Uffici con la speranza di poter vendere le poche destinazioni europee in cui a noi italiani era concesso. Fin da subito è stato il delirio in quanto, contrariamente ad altri Paesi europei, mancavano le linee guida e i corridoi turistici preventivamente studiati e programmati. Nonostante ciò, abbiamo lavorato qualcuno bene , qualcuno meno bene (eufemismo in certi casi) e abbiamo tutti dato assistenza pre e post vacanze rincorrendo come dei pazzi le varie disposizioni che il governo decideva e cambiava di giorno in giorno con il grave pericolo, non esistendo informazione, di fare errori letali per il cliente. Abbiamo fatto tutto ciò con grande serietà e professionalità senza alcun aiuto da parte di nessuno.

Il problema, forse molto più serio, arriva da oggi in poi anche grazie a dei giornalisti scriteriati ed asserviti. Il giornalismo italiano si è sempre contraddistinto sin da marzo – non tutto ad onor del vero ma la maggior parte – per aver divulgato notizie allarmanti, terroristiche e molto spesso mai totalmente veritiere. E questo continua ancora adesso e comporta un allarmismo ed una insicurezza continua e costante riportando le agenzie di viaggi in condizioni di assoluta precarietà.

I piccoli Tour Operator e noi agenzie di conseguenza, abbiamo dovuto cancellare innumerevoli prenotazioni per settembre ed anche ottobre e la situazione è raccapricciante visto che tra una manciata di giorni l’Italia ed il Mediterraneo non sarà più possibile venderli a causa delle condizioni climatiche  e cosa venderemo da ottobre in poi? Quali sono le guide che il Ministero del turismo divulga ? Cosa viene fatto per aiutare tutto il settore delle Agenzie di viaggi? Niente, non è stato fatto niente di niente, nemmeno una buona comunicazione oppure delle linee guida chiare, esaustive e di supporto a tutto il comparto delle agenzie.

E poi, a fine agosto, primi di settembre cosa siamo venuti a sapere? Che nonostante gli Italiani non potessero ‘sconfinare’ oltre i Paesi Cee, ci sono agenzie di viaggi che tranquillamente e senza problema alcuno hanno mandato clienti alle Maldive – un esempio su tutti ma potrei fargliene altri – che sono partiti, hanno fatto la vacanza senza seccature di tamponi od altro e sono rientrati appagati dalla vacanza senza alcuna preoccupazione di quarantena . A voi sembra normale tutto ciò? Solo le Maldive hanno avuto una presenza di italiani, in agosto, di 180 persone! Abbiamo un ministro del Turismo che è imbarazzante, ignorante come una capra, chiedendo scusa alle capre, e che non sa nemmeno le basi del turismo. Non compare mai e quando è comparso ha sostenuto una serie di cazzate senza senso altrimenti ha fatto scena muta perché non conosce minimamente la materia. Il turismo non è fatto solo di alberghi e compagnie aeree ma anche da noi agenti di viaggi che tutti hanno dimenticato e pochissimo menzionato nei vari programmi televisivi.

Ora davvero, basta terrorismo, basta piagnistei, basta urlare che si chiude perché, io non voglio chiudere ma voglio lavorare dando tutta la mia professionalità ai miei clienti che vogliono, comunque, vivere continuando anche a viaggiare in sicurezza!  Mi aiuti Direttore a far chiarezza , a far capire che abbiamo bisogno di linee guida e di informazioni sicure per vendere in tranquillità anche i viaggi extra Cee che per l’inverno sono in assoluto l’unica cosa vendibile e proponibile.

Grazie per la sua attenzione e per il tempo dedicato alla mia lettura.

Monica Corinti, 7 settembre 2020, qui.

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IL MISTERO DEI BANCHI DI ARCURI PRODOTTI AD OSTIA

(di Paula Filipe Dejesus )

È la Nexus made srl di Ostia una delle 11 ditte che ha vinto il discusso appalto degli arredi scolastici. Peccato che l’azienda organizza e promuove eventi fieristici, una garanzia di saper fabbricare banchi con le rotelle. Fatturato di 400mila euro, appalto vinto di 45MLN di euro. Insomma, un’azienda dalle forti capacità tecniche ed economiche come richiesto dal bando, visto che dovrebbe lavorare 112 anni per arrivare all’importo garantito dal Governo e ha presentato il bilancio 2018 a marzo 2020 e quello del 2019 a luglio 2020. Dovrà produrre (???) 180mila banchi, 20mila dovranno essere consegnati entro il 12 settembre, 160mila il 31 ottobre. La Nexus non ha un sito internet, non si trova il numero di telefono. Il titolare Franco Aubry (socio con 100 euro, proprietario e amministratore unico), così come Fabio Aubry (socio con 3.900 euro, fabbricatore di tende) non sono reperibili, secondo quanto riferisce la giornalista de La Verità. La sede della società è nello stesso stabile di quella dell’Arcigay di Ostia, e ha un capitale sociale di 4.000 euro. Le sono stati pagati 247,80 euro a banco. Visto che non li produce, come fa ad avere una capacità di acquisto di questa portata?

I misteri di Ostia e le boiardate di Arcuri. (qui)

Ovviamente non faranno altro che comprare su Amazon i banchi cinesi a 30 dollari – 27 euro – l’uno, ma comprandone 180.000 riusciranno sicuramente a spuntarli a 20-25 euro con un guadagno medio di 225 euro a banco, che moltiplicato per 180.000 fanno 40.500.000 euro depredati dalle nostre esauste tasche. Aggiunti a tutti i mancati guadagni di un’infinita serie di categorie professionali, causati da un governo criminale. Mancati guadagni che significano mancate tasse che significano meno soldi per sanità, istruzione, sicurezza, trasporti, rete viaria (manutenzione ponti compresa) eccetera eccetera.

barbara

LA CARITÀ CHE UCCIDE

Avevo cominciato a dirlo, avendolo visto coi miei occhi, quasi trent’anni fa. L’ha detto, con piena cognizione di causa, uno scrittore somalo un bel po’ di anni fa. Pian piano, sempre meno timidamente, hanno cominciato a dirlo anche altri: gli aiuti stanno uccidendo l’Africa. Noi continuiamo a mandare miliardi di dollari e l’Africa diventa sempre più povera. Non nonostante gli aiuti, bensì a causa degli aiuti. Ora Dambisa Moyo, africana ed economista di altissimo livello, con una ricchissima casistica e documentazione ci spiega come e perché ciò accade. E prima di passare ai dati tecnici, ci illustra il meccanismo – o almeno uno dei meccanismi – con un esempio-paradosso. Che poi, a ben guardare, tanto paradossale non è.

L’efficacia degli aiuti: un paradosso micro-macro

In Africa c’è un fabbricante di zanzariere che ne produce circa cinquecento la settimana. Dà lavoro a dieci persone, ognuna delle quali (come in molti paesi africani) deve mantenere fino a quindici famigliari. Per quanto lavorino sodo, la loro produzione non è sufficiente per combattere gli insetti portatori di malaria.
Entra in scena un divo di Hollywood che fa un gran chiasso per mobilitare le masse e incitare i governi occidentali a raccogliere e inviare centomila zanzariere nella regione infestata dalla malattia, al costo di un milione di dollari. Le zanzariere arrivano e vengono distribuite: davvero una «buona azione».
Col mercato inondato dalle zanzariere estere, però, il nostro fabbricante viene immediatamente estromesso dal mercato, i suoi dieci operai non possono più mantenere le centocinquanta persone che dipendono da loro (e sono ora costrette ad affidarsi alle elemosine), e, fatto non trascurabile, entro cinque anni al massimo la maggior parte delle zanzariere importate sarà lacera, danneggiata e inutilizzabile.

E nel frattempo, aggiungo io, la vecchia fabbrica locale e i suoi macchinari, abbandonati a se stessi, sono diventati inutilizzabili e il vecchio proprietario non ha soldi per rimettere il tutto in funzione. Ma passiamo a qualche dato concreto.

Perfino un’occhiata superficiale ai dati suggerisce che con l’aumentare degli aiuti, la crescita dell’Africa diminuiva, ed era accompagnata da una maggiore incidenza della povertà. Negli ultimi trent’anni, i paesi più dipendenti dagli aiuti hanno mostrato tassi di crescita media di -0,2 percento all’anno.
Per la maggior parte dei paesi, una conseguenza diretta degli interventi basati sugli aiuti è stata un drastico aumento della povertà. Mentre prima degli anni Settanta la maggior parte degli indicatori economici dello Zambia era in salita, dopo un decennio la sua economia era in rovina. Bill Easterly, professore all’Università di New York ed ex economista della Banca Mondiale, sottolinea che se questo paese avesse trasformato in investimenti tutti gli aiuti ricevuti dal 1960 convogliandoli verso la crescita, all’inizio degli anni Novanta avrebbe registrato un PIL pro capite di circa 20.000 dollari, mentre ora era inferiore ai 500, un valore più basso che nel 1960; di fatto, il PIL dello Zambia dovrebbe essere almeno trenta volte quello attuale. E tra il 1970 e il 1998, quando l’erogazione di aiuti era al culmine, in Africa la povertà salì dall’11 percento a uno sbalorditivo 66 percento. Si tratta grosso modo di seicento milioni di africani, su una popolazione totale di un miliardo, costretti a vivere sotto la soglia della povertà. Una cifra davvero sconvolgente.
[…]
Le prove contro gli aiuti sono tanto forti e indiscutibili che perfino l’FMI – uno dei principali sovvenzionatori – ha ammonito i fautori a non riporvi eccessive speranze come strumento di sviluppo; ha anche ammonito governi, donatori e promotori a essere più cauti nell’affermare che un aumento degli aiuti risolverà i problemi africani. Se solo queste ammissioni fossero il catalizzatore di un vero cambiamento…
Il fatto più sorprendente è che non esiste altro settore, in affari o in politica, in cui si permette a insuccessi così evidenti di proseguire a fronte di prove tanto chiare e indiscutibili.
Quindi ecco qui: sessant’anni, oltre un trilione di dollari di aiuti all’Africa, e non molti risultati positivi da mostrare. Se gli aiuti fossero solo innocui – si limitassero cioè a non ottenere quanto proclamano – questo libro non sarebbe stato scritto. Il problema è che gli aiuti non fanno più parte della potenziale soluzione del problema… ma sono il problema stesso.

Credo che tutti dovrebbero leggere questo libro, per capire che tutto ciò che noi “generosamente” doniamo ai poveri africani raggiunge unicamente due destinatari: noi stessi che possiamo così crogiolarci nella coscienza pulita della nostra bontà (e, se siamo cristiani credenti, nella certezza di esserci accaparrati una fettina di paradiso) e i corrotti di ogni risma e di ogni parte del mondo. Pensiamoci.

Dambisa Moyo, La carità che uccide, Rizzoli
la carità che uccide
barbara

1° AGOSTO 1914

All’inizio sembrava tutto sotto controllo, ma poi, all’improvviso, gii eventi sfuggirono di mano. Sotto la superficie, l’arena politica europea era piena di asperità. Alcuni paesi desideravano ardentemente entrare in guerra, altri erano costretti a farlo, e le scelte di guerra o di pace erano nelle mani di un ristretto numero di persone, i regnanti, spesso capricciosi e incompetenti, ma incontrastati dai loro sudditi.
Lo zar Nicholas stava cercando di governare una vasta nazione anacronistica e ribelle che era stata lasciata indietro durante la rivoluzione industriale. L’imperatore d’Austria Franz Joseph stringeva le redini di un decadente impero multietnico, che ardeva dai desiderio di liberarsi dai suoi padroni di Vienna. La nazione più potente dei mondo, la Gran Bretagna, si trovò a essere sfidata da una Germania aggressiva e da un Kaiser avido e ambizioso. La Francia era ancora offesa per la sconfitta subita dalla Prussia nel 1870-71.
Nessuno voleva aspettare. Tutti volevano agire, o pensavano di avere il dovere di agire immediatamente. Dopo pochi giorni, gli austriaci diedero un ultimatum alla Serbia, i Russi si opposero perché la Serbia era sotto la loro protezione, e i francesi promisero di appoggiare la Russia contro l’Austria. L’Inghilterra cercò di organizzare la seconda e ultima conferenza di pace, che gli austriaci non accettarono. Gli inglesi chiesero quindi alla Russia di ritirarsi.
Il governo tedesco si rifiutava ancora di discutere dell’intera faccenda. Il Kaiser voleva restare al di sopra di tutto. Il 28 luglio, per paura di perdere la Bosnia, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia.
I russi si erano mobilitati lungo i loro confini con la Germania, attirandosi così la rabbia dei tedeschi.
Il Kaiser reagì. La Germania dichiarò lo stato di emergenza nazionale e chiese ai Russi di ritirare le loro truppe dal confine.
I francesi non garantirono la loro neutralità; se i tedeschi fossero passati alle vie di fatto, loro si sarebbero schierati a fianco dei russi.
Gli inglesi allora chiesero alla Germania di garantire, nel caso in cui fosse entrata in guerra contro i francesi, che le loro truppe non avrebbero invaso il Belgio. La Germania si rifiutò di fare una simile promessa.
Il 1° agosto, alle ore 15.55, i francesi mobilitarono.
Alle ore 16.00 fu la volta dei tedeschi.
Alle 19.00 la Germania dichiarò guerra alla Russia perché non aveva ritirato le sue truppe dal confine tedesco.
I tedeschi invasero il Lussemburgo e il Belgio, per poter eventualmente sferrare un attacco preventivo laterale alla Francia.
Il 3 agosto la Germania dichiarò guerra alla Francia.
Il 4 agosto la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania.
Presto furono tutti coinvolti. Entrò in gioco la ragnatela dei trattati e dei patti di alleanza. I giapponesi contro i tedeschi; i turchi e il loro decadente impero ottomano al fianco della Germania; gli Italiani contro l’Austria; i Bulgari contro la Francia e la Gran Bretagna. Poi entrarono in campo la Romania, il Portogallo, la Cina e, nel 1917, gli Stati Uniti. Prima del 1918 anche il Perù, il Guatemala, il Nicaragua, la Costa Rica, Haiti e l’Honduras avevano dichiarato guerra alla Germania.
Nessuno poteva immaginare che gli avvenimenti di Sarajevo, a cui nessuno aveva dato importanza, avrebbero provocato una guerra simile; ma quando la guerra scoppiò, tutti si gettarono nella mischia con grande entusiasmo. I francesi avevano sete di vendetta dopo l’umiliazione subita nel 1871 durante la guerra franco-prussiana. Gli inglesi la considerarono un’occasione per dare ai tedeschi una lezione sul potere mondiale. Lo zar la vide come un’opportunità per unire il suo paese e prevenire seri tumulti sociali interni. Voleva inoltre dimostrare che la Russia era cambiata dopo la disastrosa sconfitta da parte dei giapponesi a Port Arthur, nel 1904. Gli emiri turchi pensavano che avrebbero potuto cementare il loro immenso e traballante impero in Medio Oriente.
Il Kaiser Wilhelm II e i tedeschi avevano l’assoluta certezza di non avere nulla da temere. Dopotutto, sulle fibbie delle cinture dell’esercito c’era scritto «Gott mit uns» («Dio è al nostro fianco»).
Dio era al fianco di tutti; al canto del Te Deum, i giovani delle diverse nazioni uscivano dalle grandi cattedrali con la certezza che la loro specifica divinità nazionale avrebbe dato forza alle loro mani e fatto da scudo ai loro cuori. […]
Nessuno capiva il vero orrore di una moderna guerra mondiale. C’erano state alcune dure battaglie durante la guerra civile americana e quella franco-prussiana, ma nessuno avrebbe potuto prevedere gli anni infernali della guerra di trincea, dei gas velenosi, dei carri armati, degli aerei da combattimento, e dell’uccisione di milioni di uomini. (Il banchiere di Hitler, pp. 52-54)

E poi, dopo i milioni di morti, la guerra è finita. E poi c’è stato il Diktat di Versailles, con cui la Francia si è spietatamente vendicata del 1870, quando erano partiti gridando A Berlino! A Berlino! e una settimana dopo i prussiani erano a Parigi (già, non è un’esclusiva dei tedeschi, degli italiani o degli arabi quella di volere a tutti i costi fare le guerre senza poi essere capaci di vincerle. È invece un’esclusiva assoluta dei palestinesi quella di volere a tutti i costi fare le guerre, perderle, e poi dettare le condizioni per concedere benignamente la pace. Le quali condizioni consistono nel suicidio del vincitore. Ma questa è un’altra storia – o forse no). E poi è venuta l’applicazione del Diktat, le cui condizioni erano materialmente impossibili da rispettare; l’economia si è disintegrata, si è arrivati a stampare banconote da un milione di miliardi di marchi, si andavano a comprare due uova con una valigia piena di soldi, i lavoratori avevano mezz’ora di permesso due volte al giorno per fare la spesa perché i prezzi raddoppiavano di ora in ora, si è sfaldato il tessuto sociale, è scomparso ogni valore morale. E poi da più parti si è cominciato a invocare l’avvento di un “salvatore” che ponesse fine a questo caos e soprattutto cancellasse l’infamia del Diktat. E poi il salvatore è arrivato. Il resto è storia nota. Come qualcuno, del resto, aveva lucidamente previsto: «Se scoppierà una guerra dovremo aspettarcene un’intera catena; chi soccombe la prima volta non aspetta infatti che di aver ripreso fiato per ricominciare daccapo.» (Otto von Bismarck in una lettera a Caterina Orlov durante la crisi del Lussemburgo, 1867)

barbara

IL BANCHIERE DI HITLER

In realtà non è affatto corretto chiamarlo il banchiere di Hitler: Hjalmar Horace Greely Schacht, certo, ha collaborato anche con Hitler, lo ha entusiasticamente sostenuto quando credeva che potesse rappresentare la salvezza per la Germania, ma non ha esitato a prenderne le distanze e a combatterlo apertamente – pagandone il prezzo – quando si è reso conto che in realtà la stava riconducendo verso il baratro. Perché la vera molla delle sue scelte e delle sue azioni, oltre a un’innegabile robusta dose di ambizione, è stato un immenso amore per la sua Germania.
Quanto alla questione ebraica, pur tutt’altro che immune da pregiudizi, ha però sempre ritenuto inaccettabile qualunque forma di persecuzione nei loro confronti, e non si è mai stancato di proclamare questa sua convinzione, sia in privato che in pubblico, sia a voce che per iscritto, oltre a considerare un vero e proprio crimine contro la Germania il privare la sua economia del competente apporto degli ebrei.
Libro ricco e documentato, nonostante qualche imprecisione (per non parlare di un’abominevolissima citazione latina con un accusativo al posto del nominativo), direi che vale senz’altro la pena di leggerlo.
Piesse: considerando che in tempi più recenti abbiamo avuto un “banchiere di Dio”, se dovessi mettere sulla bilancia il banchiere di Dio e quello del diavolo, non credo che avrei difficoltà a stabilire quale dei due sia stato il più disonesto, il più sporco, il più malvagio. In una parola: il più diabolico.
Pipiesse: l’economia non è il mio campo; dire che poco ne so e meno ancora ne capisco, sarebbe già un eufemismo. Credo, tuttavia, di potermi permettere di dire che chi si preoccupa della crisi attuale, delle sue cause, delle possibili soluzioni, farebbe bene a leggere questo libro. E a meditarci su.

John Weitz, Il banchiere di Hitler, Piemme

barbara