PER UNA GIUSTIZIA DAVVERO GIUSTA

Il modo più sicuro, assolutamente infallibile, per decidere se un imputato è colpevole o innocente.

barbara

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ISRAELE E GLI ARABI

[…]

A questo proposito, e anche per dimostrare, purtroppo, che questi problemi non nascono oggi, ma si ripetono da decenni come se si trattasse di un disco rotto, che nessuno si è mai peritato di interrompere, può essere significativo richiamare una argomentata dichiarazione fatta, in un’intervista del 1972 (!), dall’allora premier israeliano Golda Meir: «Io credo», disse il premier, «che la guerra nel Medio Oriente durerà ancora molti, molti anni. E le spiego subito perché faccio questa affermazione. Ciò lo si deve all’indifferenza con cui i capi arabi mandano a morire la propria gente, per il poco conto in cui tengono la vita umana, per l’incapacità dei popoli arabi a ribellarsi e a dire basta».
Golda Meir proseguiva dicendo che «alla pace con gli arabi si potrebbe arrivare solo attraverso una loro evoluzione che includesse la democrazia. Ma, ovunque giro gli occhi e li guardo, non vedo da loro nemmeno un’ombra di democrazia. Vedo solo regimi dittatoriali. E un dittatore non deve rendere conto al suo popolo di una pace che non fa. Non deve rendere conto neppure dei morti. Chi ha mai saputo quanti soldati egiziani son morti nelle due ultime guerre? Soltanto le madri, le sorelle, le mogli, i parenti che non li hanno visti tornare. I capi non si preoccupano neanche di sapere dove sono sepolti, se neppure sono sepolti. Noi invece…».
A questo punto, Golda Meir si avvicinò a uno scaffale e disse: «Guardi questi cinque volumi. Raccolgono la fotografia e la biografia di ogni soldato e di ogni soldatessa israeliana morti in guerra. Ogni singola morte, per noi, è una tragedia. A noi non piace fare le guerre: neppure quando le vinciamo. Dopo l’ultima, non c’era gioia per le nostre strade. Non c’erano danze, né canti, né feste. E avrebbe dovuto vedere i nostri soldati che tornavano vittoriosi. Erano, ciascuno, il ritratto della tristezza. Non solo perché avevano visto morire i loro fratelli, ma perché avevano dovuto uccidere i loro nemici. Molti si chiudevano in camera e non parlavano più. Oppure aprivano bocca per ripetere, in un ritornello: “Ho dovuto sparare. Ho ammazzato”. Proprio il contrario degli arabi».

Pierluigi Magnaschi, qui

Ecco, la differenza è tutta qui. Ed è esattamente a causa di questa differenza che la pace non c’è.

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barbara

IL CORAGGIO DEGLI ARABI

di dire ciò che l’Occidente non osa: un conflitto con Israele non è nel nostro interesse nazionale. Invece di condannare la decisione [di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele] sarebbe opportuno convincere gli spettatori ad accettarla, e i palestinesi dovrebbero accontentarsi della città del West Bank che attualmente ospita l’Autorità Palestinese, cioè Ramallah. Veramente, che cos’ha Gerusalemme di diverso da Ramallah?
Questo il contenuto di un certo numero di telefonate del capitano Kholi, ufficiale dell’intelligence egiziana – che sicuramente non si sarà mosso di propria iniziativa – ad altrettanti conduttori di talk show egiziani di successo (qui).
E questo è il progetto per il palazzo presidenziale da 13 milioni di dollari a Ramallah.
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barbara

LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Raccomandato a chi, come noi, da anni si occupa di cose mediorientali e credeva di sapere ormai tutto. A chi è convinto che gli Stati Uniti siano il cane da guardia di Israele. A chi continua a cianciare di un Israele imperialista espansionista dalla politica aggressiva (ma quelli, ahimè, non lo leggeranno mai). A chi insiste a blaterare su di un Israele che non rispetta le risoluzioni Onu (e neanche loro lo leggeranno, perché chi demonizza in malafede si guarderà bene dal rischiare di trovarsi faccia a faccia con i fatti). A chi ha voglia di gustarsi uno splendido thriller mozzafiato. A chi è alla ricerca di nuovi argomenti per ammirare Israele (quale altro stato dedicherebbe una lapide a dei nemici caduti combattendo – contro di loro –  con onore e con coraggio? In quale altro esercito potrebbe accadere che un comandante dia l’ordine di non sparare, perché i nemici sono troppo fitti e se si spara rischia di venirne fuori un massacro?). A chi si fa illusioni su un re Hussein costretto a barcamenarsi con gli arabi ma segretamente amico di Israele. A chi non disdegna, ogni tanto, qualche robusta risata, come quella che sgorga spontanea nel leggere la battuta che all’epoca circolava per tutto il mondo arabo, ossia che “la Siria è pronta a battersi … fino all’ultimo egiziano” (sarà forse a causa di queste profonde radici storiche che poi per decenni la Siria è stata pronta a battersi fino all’ultimo libanese?). A chi vuole saperne di più sul tragico incidente della Liberty e sul perché gli americani non solo, contrariamente alle loro abitudini, non abbiano messo in atto alcuna ritorsione contro Israele, ma abbiano addirittura fatto di tutto per insabbiare l’episodio. A chi si immagina di non aver più niente da imparare sull’attitudine alla menzogna degli arabi. Insomma, raccomandato praticamente a tutti.

Michael B. Oren, La guerra dei sei giorni, Mondadori
la guerra dei 6 giorni
barbara

TENDI LA MANO, ISRAELE

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Tendi la mano, Israele, anche se non c’è nessuno a stringerla, e prendi il mondo a testimone di questa mano tesa. Finalmente si saprà chi sei: non una scheggia occidentale piantata nel cuore del Mondo Arabo, ma la punta di diamante del Medio Oriente nel mondo. (qui)

barbara

AGGIORNAMENTO
mi si fa notare (non me n’ero accorta, confesso), la zebiba sulla fronte dell’egiziano


che spiega tutto.

 

GUARDATE QUEST’UOMO

Dov Moran
Guardatelo bene. Si chiama Dov Moran. È l’inventore della chiavetta USB. Imprimetevi bene nella memoria la sua faccia e il suo nome perché È ISRAELIANO! DOVETE BOICCOTTARLO!
Poi se avete un paio di minuti date un’occhiata qui,

che forse ci trovate qualche altro ghiotto boccone da boicottare.
Nel frattempo continua a regnare sovrano lo spirito olimpico. La stretta di mano, da sempre consuetudine alla fine di un incontro tra due avversari, non è però obbligatoria. L’inchino invece sì, e per questo l’atleta egiziano viene richiamato e rispedito indietro a farlo. E almeno questo, come possiamo vedere, lo fa con grandissimo slancio ed entusiasmo.

barbara

IL PECCATO DI OMAR

Omar Sharif, intendo,
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morto la scorsa settimana, il grandissimo attore, reso noto da Lawrence d’Arabia e portato ai vertici del successo da Il dottor Živago, con oltre 100 film al suo attivo. Magari tutte voi, amiche, siete state un po’ innamorate di lui; magari tutti voi, amici, ne siete stati almeno un po’ invidiosi e gelosi, per via di quel suo fascino da bel tenebroso, con gli occhi neri e il suo sapor mediorientale. Ma sappiate che non sempre le cose sono come sembrano. Sappiate che il vostro idolo non è una creatura innocente. Omar Sharif ha sulla coscienza un mostruoso, gigantesco, imperdonabile peccato, a causa del quale nel 1968, letteralmente dalla sera alla mattina, è stato bandito, insieme a tutti i suoi film, dall’Egitto, suo Paese natale, e da molti Paesi arabi. Il suo crimine? Ve lo dico subito: ha recitato nel film Funny Girl accanto a Barbra Streisand.
Funny Girl
Sì, avete capito bene: questo ignobile individuo ha osato recitare insieme a un’EBREA! (Sì, lo so, vi ho demolito un mito e adesso non ci dormirete più la notte, ma la verità va detta, costi quel che costi, qui)

barbara