E ADESSO PARLIAMO UN PO’ DEI TUNNEL

TUNNEL – Quanto costano?

I tunnel sono di 3 tipi diversi: per contrabbandare materiale dall’Egitto, incluso quello bellico; per nascondere l’arsenale e come rifugio sicuro per i leader di Hamas; per entrare in Israele e compiere attacchi terroristici. Tutti questi tunnel sono protetti da un sistema di trappole per colpire i militari israeliani quando entrano per esplorare e distruggere. Un professore della facoltà d’ingegneria meccanica del Technion ha inventato uno “snake robot” – serpente robot di varie dimensioni che viene immesso all’interno dei tunnel in avanscoperta per monitorare la situazione all’interno di questi siti e prendere i provvedimenti necessari. Questa tecnologia ha permesso di salvaguardare la vita dei nostri ragazzi e di ridurre al minimo le perdite umane derivanti da queste azioni terroristiche. I tunnel realizzati a Gaza per conto di Hamas, costano 1 milione di US$ al chilometro e scorrono tra i 10 e i 20 metri sotto terra. Ogni tunnel ha circa 20 accessi diversi e si pensa che ve ne siano centinaia attivi, difficili da identificare perché il terreno in superficie è molto accidentato. Per la loro costruzione sono state utilizzate migliaia di tonnellate di cemento armato per impedire il crollo delle gallerie e chilometri di cavi elettrici per fornire luce ed elettricità alle pompe per fornire ossigeno all’interno. Questo progetto mastodontico è costato centinaia di milioni di dollari che sono stati sottratti alle esigenze umanitarie della popolazione. I nostri ricercatori stanno lavorando ad un metodo per identificare più velocemente i tunnel dall’esterno, senza dover scavare ogni volta.

Piero Abbina, presidente Technion (qui)
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Shuja'iya

E ora forza, anime belle, strillate alla crisi umanitaria, mandate le flottiglie con gli aiuti per Gaza affamata, protestate su giornali siti forum blog pagine facebook contro gli infami sionisti che affamano quella tragica striscia di terra, luridi ipocriti che non siete altro!
(Voi comunque non fidatevi della propaganda sionista…)
propaganda
E nel frattempo
missili
barbara

VISTA AEREA DI UNA PRIGIONE A CIELO APERTO

Come potete vedere dalle didascalie, non si tratta di propaganda sionista, bensì di produzione palestinese.

barbara

Il silenzio dei pacifisti

Non stupisce neanche un po’ l’atteggiamento dei “pacifisti” su ciò che sta accadendo in Siria. Non si è visto partire nessun aereo per Damasco e nessuna Flottiglia per aiutare i rivoltosi che combattono contro il dittatore sanguinario di Damasco; nessun noto vignettista ha trovato giusto dedicare un fiore ai bambini vittime del massacro di Hula e le associazioni umanitarie, sempre pronte a criticare Israele, hanno aspettato mesi per esprimere le loro timide condanne. Per non parlare della comunità Internazionale che ancora non riesce a trovare un accordo per fermare la carneficina del governo di Bashar al Assad. Una vergogna che non sorprende e che ci ricorda come per certi “pacifisti” i morti non siano mai tutti uguali.
Daniel Funaro, studente (Moked)

No, neanche io sono sorpresa, in effetti: anche i pacifisti, come l’Onu, hanno cose più importanti da fare che denunciare i massacri veri, soprattutto da quando siamo diventati piuttosto bravini a smascherare tutte le loro bufale, costringendoli a inventarne sempre di nuove. E c’è davvero da dire che in questo campo abbiamo visto cose che voi umani neanche vi immaginate. Abbiamo visto, per esempio, le foto di curdi bestialmente seviziati nelle carceri iraniane, scattate e fatte uscire, a rischio della vita, da coraggiosi dissidenti e pubblicate nel sito delle donne iraniane in Italia, e scippate poi dai pallestinari per spacciarle per immagini di palestinesi selvaggiamente torturati nelle carceri israeliane. Abbiamo visto l’ebreo americano linciato quasi a morte da una banda di palestinesi fatto passare per palestinese bastonato dal cattivissimo poliziotto israeliano. Abbiamo visto un povero neonato libanese “appena estratto dalle macerie” brandito dieci volte dallo stesso “soccorritore” in dieci posti diversi, in dieci orari diversi, davanti a dieci fotografi diversi, sempre con quel patetico e commovente ciuccio appeso al collo – incredibilmente senza un solo granello di polvere – per non parlare delle migliaia di foto tarocche sulle operazioni in Libano che la Reuters è stata costretta a ritirare, dal fumo degli incendi moltiplicato alla donna con la cicatrice sulla guancia che leva le braccia al cielo disperata per la distruzione della propria casa — davanti a quattro case diverse, ma che i nostri bravi pallestinari continuano infaticabilmente a riciclare. E abbiamo visto la bambina di Gaza affetta da rarissima e devastante malattia della pelle che i genitori hanno accettato di far riprendere e mettere in rete nella speranza che la vedesse qualcuno in grado di diagnosticare e curare la sua malattia, oscenamente sfruttata per presentarla come vittima del famigerato fosforo bianco, perché per le anime nere del filopallestinismo il rispetto umano – e più ancora quello per l’infanzia, è più sconosciuto del terzo mistero di Fatima. E infatti c’è anche la bambina ferita in un incidente domestico diventata vittima, anche lei, dei suddetti perfidissimi. E il sangue di una vacca al mattatoio trasformato in sangue del fratello – assassinato dagli sporchi giud sionisti, beninteso. E da sei anni stiamo assistendo alla colossale bufala dei corpi anneriti dal solito famigerato fosforo bianco, bufala demolita sei anni fa in un laboratorio tedesco, documentata in un documentario trasmesso dalla ARD. Io l’ho visto, e ho visto anche il video messo a suo tempo in youtube, ma poi, chissà come mai, lo hanno fatto sparire (il nero, per chi fosse interessato a saperlo, era fuliggine). E ciononostante da sei anni stanno continuando a farle girare, anche se il falso è stradocumentato, perché chi mai sta a badare a insignificanti sciocchezze quali fatti e prove e documentazioni? E l’immagine dell’“abitante di Gaza a terra trascinato da un soldato israeliano a cavallo”. E si tratta, sì, effettivamente di Gaza. E il soldato è effettivamente israeliano. E l’uomo a terra è effettivamente  un abitante di Gaza. Solo che, ecco, non è un palestinese, bensì uno degli ottomila ebrei fatti deportare da Sharon nella ridicola illusione di averne in cambio la pace, e ricevendone invece un esponenziale aumento di guerra e terrorismo e morte e distruzione. E il povero palestinese fermato e perquisito e infine ucciso a sangue freddo senza una sola ragione al mondo. Quella volta ci abbiamo messo mesi prima di riuscire a scovare la sequenza completa, dalla quale era stata opportunamente eliminata l’immagine fondamentale: quella in cui gli viene trovata addosso la cintura esplosiva, allontanata poi dal robot, costringendo i soldati a sparargli prima che avesse il tempo di farla detonare (risposta). E i pacifisti uccisi con pallottole alla schiena sparate dagli israeliani che gli stavano di fronte mentre dietro ci stavano i palestinesi. Eccetera eccetera. Ma il lavoro più duro, per i poveri pacifisti, arriva quando non c’è nessun fatto, nessun elemento da poter manomettere per sfruttarlo in chiave antiisraeliana. E allora tocca inventare di sana pianta: trovare immagini orripilanti di altri fatti, di altri luoghi, di altri tempi, per esempio, e ritagliarle accuratamente fino a non lasciare intorno ad esse un solo millimetro atto a far identificare il luogo, il tempo, gli autori, e presentate immancabilmente come “prove” delle efferatezze israliane: teste mozzate di bambini posate a terra, corpi orrendamente carbonizzati, corpi squarciati come solo il più efferato sadismo può fare… Che con solo mezza briciola di buon senso e di onestà uno potrebbe chiedersi: ma se queste foto sono state scattate per documentare la disumana ferocia sionista, non sarebbe stato meglio allargare il campo, cambiare inquadratura, in modo che risultasse inequivocabilmente chi sono le vittime, chi sono i carnefici, qual è il luogo dell’azione? Se ci fosse mezza briciola di onestà, appunto. E alle immagini vanno poi aggiunte le storie amene, come quella del francescano ucciso nella basilica della Natività, costringendo il giorno dopo il povero frate a telefonare a mezzo mondo per rassicurare parenti e amici e superiori. O del ragazzino palestinese sparito da casa e dato immdiatamente per assassinato dai sionisti, e tornato poi a casa, dopo la scappatella, vivo e vispo come un grillo – absit iniuria verbis. E naturalmente non può mancare, in questa sia pur limitatissima carrellata di bufale, quella che con linguaggio d’altri tempi e d’altri luoghi potremmo chiamare la madre di tutte le bufale: l’emergenza umanitaria a Gaza.
No, decisamente i poveri pacifisti, oberati da tanto lavoro, non possono trovare il tempo per occuparsi di ciò che accade in Siria. O in Iran.

barbara

RESTIAMO UGUALI!

Nuovo capitolo della storia infinita dell’assedio di Gaza!

Comprendendo che non sarebbero mai riusciti ad affamare i palestinesi fino all’estinzione, perchè coi tanti tunnel verso l’Egitto qualche falafel rotolava sempre, i malefici sionisti hanno deciso di cambiare strategia, ora subdolamente cercano di spingere Gaza nella voragine della bulimia! Ogni giorno NON-STOP stanno inviando senza tregua centinaia e centinaia di camion di prodotti alimentari, prevalentemente grassi e pieni zeppi di gliceridi. Prime tracce di obesità si cominciano a segnalare un po’ ovunque ma soprattutto nel campo profughi di Jabaliya e nei bassifondi di Gaza city.

Lanciamo una nuova campagna:

GAZA SATOLLA MA NON BUZZICONA!!!

All’eccezionale happening ove lanceremo l’idea, potremo bruciare ognuno una bandierina d’Israele da cocktail, mordere e sputare con spregio un frutto israeliano, calpestare uno zerbino con la foto di Nethaniahu, e strappare una simbolica penna sionista dall’ala di una colomba rapita in un kibbutz.

Partecipate tutti, contro Israele è così di moda!

Nello schema allegato le prove di quanto affermiamo, quei camion sono peggio delle bombe, e ogni giorno ne mandano altri, bisogna fermarli prima che non rimanga un solo palestinese in grado di vedersi intero dentro allo specchio!
(a cura di “kal”)

Ha ragione: dobbiamo fermarli, costi quel che costi.

barbara