LA SCELTA DI UN EBREO

[…]
Poiché Didier e Mony non possono lasciare il Quai des Orfèvres col rischio di perdere una chiamata, verso le tredici mio genero porta loro dei panini. Pranzano dunque tutti e tre lì, con i negoziatori della BRI in un piccolo ufficio trasformato in sala d’ascolto. Improvvisamente il cellulare di Didier suona. La polizia inserisce la registrazione e il mio ex-marito risponde.
Dall’altra parte del filo un uomo canta.
Canta in una lingua straniera, per circa un minuto, o piuttosto scandisce senza pause delle parole che sembra conoscere a memoria.
Non parla, non chiede niente.
Solamente canta.
Canta in arabo.
– Avete sentito? chiede Didier una volta terminata la comunicazione.
– Che cosa diceva? chiede David.
Un poliziotto di origine magrebina risponde:
– È arabo. Ha letto un passo del Corano.
Didier, David e Mony sono sconvolti. Tutti, ovviamente, pensano alla foto di Ilan che abbiamo ricevuto. Ammanettato, legato, imbavagliato.
Pensano a questa immagine insopportabile, e nella loro mente si sovrappongono allora quelle dei nostri giornalisti presi in ostaggio all’altro capo del mondo da parte dei fondamentalisti islamici… Come non fare il collegamento? Il rapitore chiama dall’Africa, è possibile che Ilan sia tenuto in una casa di un sobborgo di Abidjan? È possibile che sia nelle mani di questi fanatici religiosi? Ma perché hanno scelto lui? A Parigi?
Finora hanno parlato solo di denaro, ora si mettono a sostenere una causa politica o religiosa?
Come promesso, il rapitore richiama. Questa volta, parla in francese.
Non canta più. Ritorna sulle istruzioni che aveva dato a Didier quella mattina, vale a dire un primo pagamento di 50.000 euro. Ora dice che non bastano e pretende di nuovo 450.000 euro.
Didier ripete ciò che gli sussurrano i negoziatori:
– Non dispongo di questa cifra.
– Non hai che da chiedere alla comunità ebraica, ribatte l’uomo prima di interrompere la comunicazione.
La comunità ebraica? Cos’ha a che fare la comunità ebraica con questa storia? E poi, come lo sa, il rapitore, che siamo ebrei? Noi non siamo ortodossi, niente nel nostro aspetto permette di dire di che religione siamo.
Ilan non porta né la kippà, né alcun altro segno esteriore di appartenenza religiosa. Quando lo hanno rapito, portava dei jeans scoloriti, un paio di scarpe da ginnastica e un giubbotto di pelle. Come qualsiasi ragazzo della sua età!
Il rapitore sa che Ilan è ebreo, perché ha intenzionalmente scelto un ebreo. Me ne convinco nel momento stesso in cui David e Mony mi riferiscono la loro giornata al Quai des Orfèvres. E ne sono convinta perché
l’altro ragazzo, che avrebbe potuto essere al posto di Ilan, Marc K., è ebreo anche lui. Non è un venditore di telefoni che voleva rapire, a che scopo? Voleva un ebreo. Tutti i giovani ebrei, che lavorino o no in negozi di telefonia, erano potenziali obiettivi. Altrimenti, perché il rapitore ci suggerirebbe ora di sollecitare la comunità ebraica?
Il comandante di polizia, a cui comunico le mie conclusioni, ritiene che mi sbagli. Il rapitore recita il Corano, nomina la comunità ebraica, Marc K., scampato per un pelo all’agguato, è ebreo anche lui, e il comandante mi dice che sono sulla strada sbagliata?! Perché si rifiuta di guardare in faccia la realtà? Perché si ostina a questo modo, sapendo che Ilan non è il primo ebreo ad avere incrociato la strada con delinquenti di questo stampo? Prima c’è stata la storia dei medici, poi Michaël D.
[…]
Trovano Michaël D. disteso sul pavimento, il viso coperto di sangue, caviglie e mani legate da manette.
Il 6 gennaio Michaël D. presenta la denuncia. L’inchiesta in flagranza di reato è chiusa il 20 gennaio – il giorno in cui viene rapito Ilan – e inviata il 25 alla procura del TGI di Créteil. Il 28 il giudice istruttore di questo tribunale invia una rogatoria al SDPJ 94, poi, il 7 febbraio, passa la competenza del caso al giudice istruttore di Parigi incaricato del sequestro di Ilan. Il quale, a sua volta, invia una rogatoria alla polizia criminale in modo da poter indagare parallelamente sull’aggressione a Michaël D., nell’ipotesi che i suoi aggressori siano gli stessi di mio figlio.
La polizia dunque ha fatto presto a collegare modi operativi così simili: la presenza di un’esca, i negoziati con caselle di posta elettronica appositamente create a questo scopo e la vicinanza geografica delle aggressioni – Arcueil e Bagneux per Michaël D., Sceaux per Ilan. Ma sembra che sia sfuggito agli investigatori il più importante dei punti in comune di questi diversi casi: non si sono accorti che tutte le vittime erano ebree. I medici ricattati, Marc K., Michaël e Jimmy D., Ilan. No, non se ne sono resi conto, supporre una cosa simile era troppo insopportabile. Come supporre  che in Francia, nel 2006, un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?
Il martedì 17 gennaio il presunto capo della banda ha dunque portato la sua esca sul Boulevard Voltaire, e le ha indicato i negozi di telefoni come negozi appartenenti ad ebrei. «Lo sapeva, ha detto la ragazza, perché aveva verificato che di sabato, giorno di shabbat, molti negozi di Sentier e Boulevard Voltaire erano chiusi.» E voleva rapire un ebreo, perché, secondo lui, «gli ebrei sono ricchi, appartengono ad una comunità molto unita, disposta a pagare». Semplici pregiudizi, hanno detto alcuni. Come hanno potuto sottovalutare la gravità di questo discorso? Mio figlio ne è morto, di questi pregiudizi, come milioni di ebrei prima di lui. Chiunque sia dotato di memoria sa che questo fantasma è il fondamento stesso dell’antisemitismo.
Il mito dell’ebreo e del denaro è stato il tema centrale della propaganda nazista, il leitmotiv della stampa e della radio fasciste, il delirio dei collaborazionisti che senza vergogna mandavano a morte i loro connazionali. Ma qualcuno oggi ci dice che quelli che gridavano «l’ebreo pagherà, lui può pagare» non hanno niente a che fare con i delinquenti di Bagneux.
[…]
Quanto odio sarà occorso a questi giovani per sequestrare Ilan per tre settimane, affamarlo, torturarlo, picchiarlo, bruciarlo, e infine abbandonarlo in un bosco come un cane… Un odio senza limiti. Un odio assoluto per gli ebrei, che il presunto capo della banda diceva essere «i re». «Per lui, ricorda l’esca, gli ebrei divoravano i soldi dello stato, e lui, siccome era nero, era considerato dallo stato come uno schiavo.»
Questo fantasma, che ho sentito in bocca a un comico, ha dunque fatto strada… ha contagiato le menti di questi giovani, fino al punto di farne dei barbari. Ci sono parole che uccidono. E pure delle immagini. Quelle di questi islamici che riversano il loro odio antisemita sui canali satellitari, come non comprendere che abbiano influenzato il rapitore di Ilan? Come non capire che questo uomo, che ha cantato al telefono un passo del Corano e che ha poi chiesto di sollecitare la comunità ebraica, è dominato dallo stesso odio antiebraico di questi folli di Dio?
Coloro che ancora ne dubitassero, avrebbero dovuto vederlo, il 17 ottobre 2007, davanti alla XVI sezione penale del tribunale di Parigi. Comparendo per «oltraggio a magistrati» dopo aver inviato una lettera di insulti alla giudice, accompagnata da una foto di un kamikaze palestinese che si era fatto esplodere in una discoteca di Tel Aviv, Youssouf Fofana, con in testa un fez bianco, si è alzato in piedi e ha gridato: «A nome dei musulmani e degli africani vittime dei terroristi sionisti, i barbuti in kippà, Inshallah, ci sarà un commando che mi verrà a liberare.»
Ha buscato un anno di prigione, che ha salutato al grido di «Allah Akhbar».

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 44-50

All’alba del 13 febbraio di tredici anni fa giungeva a termine il martirio di Ilan Halimi, selezionato in quanto ebreo, rapito, deportato in un gelido scantinato, affamato, torturato e infine bruciato. Nella “Francia dei Lumi”. Nella Francia delle ghigliottine e delle tricoteuses. Nella Francia di Vichy e del Vel’d’hiv’. Nella Francia, oggi, degli assalti alle sinagoghe, ai cimiteri, ai singoli ebrei. Degli ebrei sempre più in fuga. E con Ilan, ancora non hanno finito.

barbara

PRIMA DI ILAN

Il rapitore sa che Ilan è ebreo, perché ha intenzionalmente scelto un ebreo. Me ne convinco nel momento stesso in cui David e Mony mi riferiscono la loro giornata al Quai des Orfèvres. E ne sono convinta perché l’altro ragazzo, che avrebbe potuto essere al posto di Ilan, Marc K., è ebreo anche lui. Non è un venditore di telefoni che voleva rapire, a che scopo? Voleva un ebreo. Tutti i giovani ebrei, che lavorino o no in negozi di telefonia, erano potenziali obiettivi. Altrimenti, perché il rapitore ci suggerirebbe ora di sollecitare la comunità ebraica?
Il comandante di polizia, a cui comunico le mie conclusioni, ritiene che mi sbagli. Il rapitore recita il Corano, nomina la comunità ebraica, Marc K., scampato per un pelo all’agguato, è ebreo anche lui, e il comandante mi dice che sono sulla strada sbagliata?! Perché si rifiuta di guardare in faccia la realtà? Perché si ostina a questo modo, sapendo che Ilan non è il primo ebreo ad avere incrociato la strada con delinquenti di questo stampo? Prima c’è stata la storia dei medici, poi Michaël D.
All’inizio del 2005, infatti, molti medici ebrei hanno denunciato tentativi di estorsione. Falsi pazienti si presentavano nei loro ambulatori e si facevano prescrivere un congedo fasullo per malattia. Questi individui sostenevano tutti di abitare in Rue Serge-Prokofiev, a Bagneux. La via dove Ilan è stato tenuto prigioniero e torturato. Gli investigatori dunque conoscevano bene questo indirizzo, era scritto nero su bianco sulle cartelle dei medici, vi si sono almeno recati? Qualche giorno dopo i ricattatori richiamavano i medici minacciando di denunciarli all’Ordine se non avessero pagato un riscatto. Come con noi, i negoziati venivano condotti attraverso due caselle email appositamente create. Questo medesimo modo di operare, molto particolare, non è sfuggito agli investigatori. Fin dall’inizio delle indagini hanno sospettato che si trattasse dello stesso racket, ma questa volta passando a un livello superiore: la presa di ostaggi. E, riguardo a questo, hanno subito presunto che non erano al loro primo tentativo, perché un altro ebreo, Michaël D., era scampato per un pelo a un tentativo di rapimento il 6 gennaio ad Arcueil, ossia quindici giorni prima della scomparsa di Ilan.
La disavventura di Michaël D. comincia ai primi di dicembre quando, con il figlio Jimmy, riceve la visita a sorpresa a casa loro di una cantante di nome Melvina. Questa ragazza vorrebbe sfondare nel mondo della musica, sostiene di aver sentito dire che Jimmy era un produttore, e per questo si permette di bussare alla sua porta. Jimmy risponde che non lavora più in quell’ambiente e non può fare nulla per lei, ma lei insiste così pesantemente che alla fine le dà il suo numero di telefono. Da allora Melvina lo tempesta di telefonate. Il 5 gennaio finisce per ottenere un appuntamento. Jimmy glielo concede affinché lo lasci in pace, ma non ci va. Melvina comprende che il ragazzo le ha dato buca, ma non per questo lascia perdere, al contrario: alle ventidue di quel 5 gennaio 2006, si presenta un’altra volta a casa sua senza preavviso. La accoglie François A., un amico che Michaël D. ospita a quel tempo. Quest’ultimo informa subito Jimmy per telefono. L’ex produttore, esasperato, chiede a François di mandare via questa «rompiscatole» e di dirle che non rientrerà per la notte. François A. esegue, e riaccompagna gentilmente Melvina.
Ma un’ora dopo la «cantante» si ripresenta, ben decisa ad aspettare Jimmy tutto il tempo che servirà. Questa volta François A. si lascia commuovere e la invita ad aspettare nella sala. Verso mezzanotte rientra Michaël D., il padre di Jimmy, e trova il suo amico in piena discussione con una bella ragazza. A sua volta simpatizza con lei e, vista l’ora tarda, le propone di riaccompagnarla a casa. Seguendo le sue indicazioni, lascia Melvina di fronte a un edificio di Arcueil. È allora che la sedicente cantante gli chiede di accompagnarla fino all’ingresso, dicendo che non si sente sicura. Michaël non vede alcun problema, finché non si rende conto che vuole attirarlo sulla scala che conduce all’interrato.
– Abiti davvero qui? le domanda.
Melvina, delusa, improvvisa. Racconta che voleva portarlo in un locale dove lei è solita cantare per recuperare dei modelli perché lui li consegni a suo figlio. Poi dice che ha perso le chiavi, che deve passare da sua madre, che ritorna subito. Scompare e lascia Michaël nell’atrio per cinque minuti. Al suo ritorno lo prega di accompagnarla a Bagneux da un’amica. Michaël accetta senza fare domande.
La faccenda si sarebbe dovuta chiudere lì, ma il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, Melvina richiama Michaël D. Gli ripete quanto sogni di fare carriera nella musica, lo supplica di organizzare un incontro con suo figlio. Michaël le risponde di nuovo che Jimmy ha cambiato tipo di lavoro e non è in grado di aiutarla. Ma Melvina si mostra così affranta che quando gli propone un incontro alla stazione RER15 ad Arcueil, non sa come rifiutare. E per tirarla su di morale, la porta a pranzo in un bistrot a St. Germain-des-Prés, e poi la riaccompagna, come il giorno prima, fino all’ingresso di quell’edificio di Arcueil. Questa volta, meno prudente, la segue sulla scala che porta al seminterrato. Mal gliene incoglie. Colpito alla testa da due uomini incappucciati, perde immediatamente conoscenza. Messi in allarme dalle sue urla, alcuni inquilini si precipitano al seminterrato. Trovano Michaël D. disteso sul pavimento, il viso coperto di sangue, caviglie e mani legate da manette.
Il 6 gennaio Michaël D. presenta la denuncia. L’inchiesta in flagranza di reato è chiusa il 20 gennaio – il giorno in cui viene rapito Ilan – e inviata il 25 alla procura del TGI16 di Créteil. Il 28 il giudice istruttore di questo tribunale invia una rogatoria al SDPJ 9417, poi, il 7 febbraio, passa la competenza del caso al giudice istruttore di Parigi incaricato del sequestro di Ilan. Il quale, a sua volta, invia una rogatoria alla polizia criminale in modo da poter indagare parallelamente sull’aggressione a Michaël D., nell’ipotesi che i suoi aggressori siano gli stessi di mio figlio.
La polizia dunque ha fatto presto a collegare modi operativi così simili: la presenza di un’esca, i negoziati con caselle di posta elettronica appositamente create a questo scopo e la vicinanza geografica delle aggressioni – Arcueil e Bagneux per Michaël D., Sceaux per Ilan. Ma sembra che sia sfuggito agli investigatori il più importante dei punti in comune di questi diversi casi: non si sono accorti che tutte le vittime erano ebree. I medici ricattati, Marc K., Michaël e Jimmy D., Ilan. No, non se ne sono resi conto, supporre una cosa simile era troppo insopportabile. Come supporre che in Francia, nel 2006, un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 46-49 (traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan)
ilan
Il 13 febbraio di dodici anni fa si concludeva il martirio di Ilan Halimi, durato 24 giorni. Durante i quali la polizia francese ha continuato a negare pervicacemente la natura islamica e antisemita del crimine. E dopo dodici anni ancora non ha smesso di negare e occultare la matrice islamica, e spesso anche antisemita, di tutto ciò che sta continuando a succedere. Il loro negazionismo estremo di allora ha portato all’atroce morte di Ilan: a che cosa ci porterà quello di oggi?

barbara

ILAN HALIMI OTTO ANNI FA

Il martedì 17 gennaio il presunto capo della banda ha dunque portato la sua esca sul Boulevard Voltaire, e le ha indicato i negozi di telefoni come negozi appartenenti ad ebrei. «Lo sapeva, ha detto la ragazza, perché aveva verificato che di sabato, giorno di shabbat, molti negozi di Sentier e Boulevard Voltaire erano chiusi.» E voleva rapire un ebreo, perché, secondo lui, «gli ebrei sono ricchi, appartengono ad una comunità molto unita, disposta a pagare». Semplici pregiudizi, hanno detto alcuni. Come hanno potuto sottovalutare la gravità di questo discorso?
Mio figlio ne è morto, di questi pregiudizi, come milioni di ebrei prima di lui. Chiunque sia dotato di memoria sa che questo fantasma è il fondamento stesso dell’antisemitismo.
Il mito dell’ebreo e del denaro è stato il tema centrale della propaganda nazista, il leitmotiv della stampa e della radio fasciste, il delirio dei collaborazionisti che senza vergogna mandavano a morte i loro connazionali. Ma qualcuno oggi ci dice che quelli che gridavano «l’ebreo pagherà, lui può pagare» non hanno niente a che fare con i delinquenti di Bagneux. Che quelli erano antisemiti perché erano colti, come se l’antisemitismo fosse una questione di cultura, come se le SS non avessero mai reclutato fra la teppaglia… Così, i torturatori di mio figlio, a causa delle loro origini svantaggiate, sarebbero incapaci di odiare gli ebrei? Non potrebbero essere antisemiti per il fatto che si troverebbero, come ha spiegato il procuratore della repubblica, al «grado zero del pensiero»? Ma l’odio, mi sembra, non è mai stato una questione di intelligenza. L’odio, al contrario, è viscerale, e quanto odio sarà occorso a questi giovani per sequestrare Ilan per tre settimane, affamarlo, torturarlo, picchiarlo, bruciarlo, e infine abbandonarlo in un bosco come un cane… Un odio senza limiti. Un odio assoluto per gli ebrei, che il presunto capo della banda diceva essere «i re». «Per lui, ricorda l’esca, gli ebrei divoravano i soldi dello stato, e lui, siccome era nero, era considerato dallo stato come uno schiavo.»
Questo fantasma, che ho sentito in bocca a un comico, ha dunque fatto strada… ha contagiato le menti di questi giovani, fino al punto di farne dei barbari. Ci sono parole che uccidono. E pure delle immagini. Quelle di questi islamici che riversano il loro odio antisemita sui canali satellitari, come non comprendere che abbiano influenzato il rapitore di Ilan? Come non capire che questo uomo, che ha cantato al telefono un passo del Corano e che ha poi chiesto di sollecitare la comunità ebraica, è dominato dallo stesso odio antiebraico di questi folli di Dio?
Coloro che ancora ne dubitassero, avrebbero dovuto vederlo, il 17 ottobre 2007, davanti alla XVI sezione penale del tribunale di Parigi. Comparendo per «oltraggio a magistrati» dopo aver inviato una lettera di insulti alla giudice, accompagnata da una foto di un kamikaze palestinese che si era fatto esplodere in una discoteca di Tel Aviv, Youssouf Fofana, con in testa un fez bianco, si è alzato in piedi e ha gridato: «A nome dei musulmani e degli africani vittime dei terroristi sionisti, i barbuti in kippà, Inshallah, ci sarà un commando che mi verrà a liberare.»
Ha buscato un anno di prigione, che ha salutato al grido di «Allah Akhbar». (24 giorni, la verità sulla morte di Ilan Halimi, pp. 49-50)

Per non dimenticare Ilan, il cui martirio si è concluso il 13 febbraio di otto anni fa. Per non dimenticare che l’odio che ha portato alla morte lui, e milioni di ebrei prima di lui, e un numero tutt’altro che trascurabile di ebrei dopo di lui, è più vivo che mai, a volte goffamente mascherato, a volte a viso aperto. Per non dimenticare che nessuno di noi, ebreo o no, ha il diritto di abbassare la guardia, per non rischiare che diventino fin troppo vere le parole di Mordekhay Horowitz: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi… e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….».
IlanHalimi
barbara