HO SENTITO COSE CHE VOI UMANI…

Ho sentito vantare orgogliosamente bar strapieni, ristoranti strapieni, pizzerie strapiene, chiese strapiene, piscine strapiene… Ho sentito spiegare con sicurezza che “non si può! Non si può!” e che comunque “isolamenti e quarantene non servono a niente, non è così che si ferma il virus” (in aggiunta ai famosi cinquanta milioni di commissari tecnici, il virus ci ha regalato anche cinquanta milioni di virologi e infettivologi). Ho sentito auspicare allegramente “Ammaliamoci tutti, così poi siamo tutti immunizzati e non dobbiamo pensarci più” (interessante, tra l’altro, che un paio di settimane di rinuncia a bar e ristoranti è improponibile, mentre due-tre settimane a letto, o all’ospedale, o magari in terapia intensiva, in isolamento assoluto, soffrendo, sono addirittura auspicabili). Ho fatto presente che oltre al 3% circa che crepa, c’è un 20% che ha bisogno di ricovero e un 10% di terapia intensiva, e siccome tutti quei posti non ci sono, oltre al suddetto 3% crepa anche il 10% che avrebbe bisogno di terapia intensiva e non la può avere, e probabilmente anche una parte di quelli che avrebbero bisogno di ospedalizzazione ma il posto non c’è. Reazione? “Ammaliamoci tutti, così poi siamo tutti immunizzati e non dobbiamo pensarci più”. Capisco sdrammatizzare, ma auspicare scherzosamente la morte di migliaia di persone in città, una decina di milioni in Italia, un miliardo nel mondo non so se sia proprio il modo giusto. Consola comunque questa bellissima notizia, anche se non ancora del tutto sicura, che ho trovato qui:

Non lo so, probabilmente mercoledì verrà presentato un accordo col Coronavirus per far giocare le prossime [partite, nda] a porte aperte. Si confida nel senso di responsabilità del virus.

Che in effetti, visto quello che si vede e si sente in giro, mi sa che è rimasto l’unico sul cui senso di responsabilità si possa ancora sperare. Poi magari date un’occhiata anche qui, che male non vi fa di sicuro.

barbara

ROBERTO BURIONI, I VIRUS E ALTRE STORIE

“… Carlo Urbani è un medico marchigiano di 46 anni, specialista in malattie infettive e appassionato di medicina tropicale.
Carlo Urbani
Grazie alle sue conoscenze e alle sue numerose esperienze di volontariato svolte anche per conto di Medici senza Frontiere, nel 1993 diviene consulente dell’OMS. Il 28 febbraio 2003 Carlo si trova ad Hanoi come specialista di malattie infettive presso il locale ufficio dell’OMS. In questa veste riceve una telefonata dall’Ospedale francese: due giorni prima, il 26 febbraio, avevano ricoverato un paziente cino-americano, Johnny Cheng, che presentava i segni di una brutta forma di polmonite atipica. Il paziente peggiorava rapidamente e aveva raccontato ai medici del suo precedente soggiorno a Hong Kong.
Carlo visita il paziente e mette insieme i pezzi del puzzle. Chiama immediatamente Ginevra, il quartier generale dell’OMS. Da quando il paziente è arrivato nell’ospedale di Hanoi, nel giro di una settimana quattordici persone fra medici e infermieri si ammalano della stessa forma di polmonite. Immediatamente Ginevra allerta il centro di riferimento per i virus respiratori di Manila, nelle Filippine, e raccoglie tutte le informazioni utili da Hong Kong. Nel frattempo, il Canada evidenzia il focolaio di polmonite, partito nel grande Paese nordamericano subito dopo l’arrivo del paziente che aveva soggiornato nel famigerato corridoio del Metropole Hotel.
Insomma, grazie all’allarme lanciato da Carlo Urbani la comunità internazionale si allerta e parte la caccia al virus, nel tentativo di contenere l’epidemia. Contro l’epidemia vinceremo, ma purtroppo, il gesto di Carlo Urbani passerà alla storia come un atto eroico, perché lui stesso contrarrà il virus e morirà di SARS a Bangkok il 29 marzo 2003…”

Questo è un estratto del capitolo che parla della SARS, una malattia causata da un coronavirus, tratto dal mio nuovo libro “Virus: la grande sfida” che sarà in edicola e in libreria il prossimo 10 marzo. Come vi ho detto i proventi derivanti dalle vendite di questo libro verranno devoluti a favore della ricerca scientifica sui coronavirus. Questo pensiamo di farlo attraverso la Associazione Italiana Carlo Urbani, una ONLUS nata in memoria di questo mio eroico collega. Ho già sentito la sua vedova, Giuliana Urbani, che approva convinta.
Naturalmente non sarò solo a decidere come assegnare e a chi assegnare questi premi o borse di studio. Ci sarà un board scientifico che prenderà queste decisioni: questo board sarà presieduto da Guido Silvestri, professore ordinario di Patologia alla Emory University di Atlanta. Insieme a lui ci saranno certamente Massimo Clementi (ordinario di Microbiologia e Virologia del San Raffaele), Pierluigi Lopalco (Ordinario di Igiene dell’Università di Pisa) che mi hanno già dato la loro entusiasta disponibilità. Altri se ne aggiungeranno di eguale livello e li troverete qui.
Per cui speriamo che molte persone comprino il libro, così potremo fare qualcosa di importante e concreto per la salute di tutti, nel ricordo di un eroe che ha sacrificato la sua vita per difendere gli altri da una terribile minaccia. Minaccia che è stata poi vinta, perché la SARS è infine sparita. Speriamo accada lo stesso per questo nuovo coronavirus. (qui)
Virus
Naturalmente l’ho già ordinato. Poi, per smentire le immonde insinuazioni (“instant book”, sempre sul p(r)ezzo”, “una vergogna”, “quando si dice il tempismo”, “Burioni mi fa venire la voglia di diventare antivaccinista”, “ego”, “narcisismo”) delle oche signorine e dei loro cicisbei, aggiungo quest’altro pezzo, pubblicato precedentemente.

Nel maggio dell’anno scorso avevo deciso insieme a Rizzoli di pubblicare finalmente un libro volto a spiegare la scienza, il suo fascino, il suo progresso e non a confutare i cretini.
L’argomento prescelto, ovviamente, riguardava i virus. Ero a buon punto nella scrittura quando a gennaio, esattamente l’otto gennaio, ho capito che in Cina stava succedendo qualcosa di molto grave (e l’ho scritto su Medical Facts). Per questo ho proposto a Rizzoli di velocizzare l’uscita del libro, ritenendo che il modo migliore per confrontarsi con una nuova minaccia fosse quello di fornire alla gente notizie accurate e comprensibili sui virus e sulle epidemie. Questa necessità negli ultimi giorni è diventata ancora più pressante, e l’urgenza di questo libro ai miei occhi maggiore.
La mia convinzione di sempre è che nella corretta informazione sia il segreto per vincere il pregiudizio e combattere il panico e la paura. Proprio per questo ho fatto di tutto, insieme a Rizzoli, perché questo libro potesse essere disponibile il prima possibile. Lo troverete in libreria, online (e in edicola insieme al Corriere della Sera) il 10 marzo. Tre cose devo precisare.
La prima è che ho avuto il piacere di scrivere questo libro a quattro mani con l’amico e collega Pier Luigi Lopalco, un amico e un grandissimo epidemiologo. Questo è stato non solo un onore e un piacere, ma anche l’occasione per imparare da lui cose che non sapevo e acquisire un punto di vista sulla diffusione delle malattie infettive tanto originale quanto importante per la mia formazione scientifica e culturale.
La seconda è che, grazie alla disponibilità di Rizzoli, il libro avrà un prezzo minore dei miei precedenti (15 euro invece di 18), l’ebook sarà disponibile a un prezzo ridotto e in un daily deal a 2,99 euro. L’abbiamo ritenuto doveroso considerando l’importanza dell’argomento.
La terza è che tutti i proventi che mi deriveranno dalla vendita di questo libro saranno da me devoluti a favore della ricerca scientifica sui coronavirus. A seconda dell’importo potrà essere un premio per un giovane ricercatore, una borsa di studio, dipenderà dalla cifra che sarà disponibile e vi terrò aggiornati su Medical Facts.
In giro c’è molta paura, e io penso che il miglior modo per tranquillizzare un bambino che pensa che in una stanza buia c’è un mostro è semplicemente accendere la luce. E’ quello che io e Pierluigi abbiamo cercato di fare scrivendo questo libro. Spero che vi piaccia. (qui)
Roberto Burioni
Come si può vedere, tutte le volgari insinuazioni di oche signorine e cicisbei sono altrettante pisciate – puzzolenti – fuori dal vaso. D’altra parte fra gli odiatori di Roberto Burioni abbiamo roba come Chef Rubio, Travaglio, Red Ronnie, Giulia Innocenzi, Tiziana Ferrario (“bullo e sessista”), tutti virologi ed epidemiologi di prim’ordine con al proprio attivo quattro Nobel a testa: tutti con le carte in regola, insomma, per demolirlo. Poi se vi resta ancora qualche minuto e un po’ di voglia di leggere, suggerirei di leggere questo, e poi, a proposito di epidemie e di regali che ci arrivano dalla Cina, direi che è assolutamente imprescindibile questo – per la verità è tutto il blog che merita di essere seguito, per l’interesse degli argomenti, per l’accuratezza delle indagini storiche per la (questa me la faccio approvare dall’Accademia della Crusca, che oltretutto è molto meglio di petaloso) brillanza della scrittura. Quanto al virus coronoso che è “più o meno come una comune influenza”, va guardato questo, stampato, ingrandito, appeso alla parete e tenuto costantemente sotto gli occhi.
infl vs cv
barbara

PERCHÉ COL RAFFREDDORE SI STA MALE

(JNi.media) Quando hai la febbre, il naso è chiuso e il mal di testa ti si spande fino alle dita dei piedi, il tuo corpo ti sta dicendo di stare a casa a letto. La sensazione di malessere è un adattamento evolutivo secondo un’ipotesi avanzata dal Prof. Guy Shakhar del dipartimento di Immunologia dell’Istituto Weizmann e dalla Dr. Keren Shakhar del dipartimento di psicologia del College di gestione di studi accademici, in un recente documento pubblicato in PLoS Biology. Tendiamo a dare per scontato che l’infezione è ciò che provoca i sintomi della malattia, supponendo che l’invasione microbica incida direttamente sul nostro benessere. In realtà, molti dei sistemi del nostro corpo sono coinvolti nell’essere malato: il sistema immunitario e il sistema endocrino, come pure il nostro sistema nervoso. Inoltre, il comportamento che associamo con la malattia non è limitato agli esseri umani. Chi ha un animale domestico sa che gli animali agiscono in modo diverso quando sono malati. Un esempio estremo di “comportamento di malattia” si trova in insetti sociali come le api, che in genere quando sono malate abbandonano l’alveare per andare a morire altrove. In altre parole, tale comportamento sembra essersi conservato nel corso di millenni di evoluzione. I sintomi che accompagnano la malattia sembrano influenzare negativamente la possibilità di sopravvivenza e riproduzione. Allora perché questo fenomeno persiste? I sintomi, dicono gli scienziati, non sono un adattamento che funziona a livello individuale. Piuttosto, suggeriscono, l’evoluzione sta funzionando al livello del “gene egoistico”. Anche se l’organismo specifico non dovesse sopravvivere alla malattia, isolandosi dal suo ambiente sociale ridurrà il tasso complessivo di infezione nel gruppo. “Dal punto di vista dell’individuo, questo comportamento può sembrare esageratamente altruistico,” dice la dottoressa Keren Shakhar”, ma dal punto di vista del gene, le probabilità di essere tramandato sono migliorate”. Nel documento, gli scienziati prendono in esame un elenco di sintomi comuni e ognuno sembra confermare l’ipotesi. La perdita di appetito, per esempio, impedisce alla malattia di diffondersi attraverso le risorse comuni di cibo o acqua. Affaticamento e debolezza possono ridurre la mobilità dell’individuo infetto, riducendo il raggio di possibili infezioni. Insieme con i sintomi, l’individuo malato può diventare depresso e perdere interesse per contatti sociali e sessuali, limitando le opportunità di trasmettere agenti patogeni. La trascuratezza nella cura di sé e i cambiamenti nel linguaggio del corpo dicono: sono malato! Non avvicinarti! “Sappiamo che l’isolamento è il modo più efficace per impedire la diffusione di una malattia contagiosa,” dice il professor Guy Shakhar. “Il problema è che oggi, per esempio, con influenza, molti non si rendono conto di quanto possa essere mortale. Così vanno contro i loro istinti naturali, prendono una pillola per ridurre dolore e febbre e vanno a lavorare, dove è molto maggiore la possibilità di infettare altri.” Gli scienziati hanno proposto diversi modi per testare questa ipotesi, ma sperano anche che arrivi il loro messaggio: quando vi sentite male, è segno che avete bisogno di stare a casa. Milioni di anni di evoluzione non possono avere torto. (traduzione mia)

Sembrerebbero osservazioni talmente ovvie da apparire addirittura banali, e tuttavia abbiamo dovuto aspettare Israele perché ci venisse detto.
Qualcuno mi ha obiettato che tutto questo sarebbe in contraddizione col principio della selezione naturale (sarebbe più logico, sostiene, essere in condizione di andare in giro e diffonderlo al massimo, e così si eliminerebbero i più deboli), ma basta pensarci un momento per rendersi conto che è una grande sciocchezza: il raffreddore, in società come la nostra che ha avuto millenni a disposizione per sviluppare gli anticorpi (a differenza per esempio degli indigeni americani che prima delle invasioni europee non lo avevano mai conosciuto), è parecchio invalidante ma scarsamente letale. Quindi, se venisse diffuso al massimo, a fronte della liberazione da una manciata di vecchi e deboli, ci ritroveremmo con una società interamente paralizzata: ospedali, scuole, fabbriche, banche, poste, uffici, forze dell’ordine, pompieri, negozi, produzione e distribuzione di alimentari e ogni altro genere di attività smetterebbe – o quasi – di funzionare. Da tutto questo la pesante sintomatologia che accompagna il raffreddore ci tutela.
Senza poi contare che alle varie malattie non sempre sopravvive il più forte: a volte capita anche  che a sopravvivere sia semplicemente chi ha questo o quest’altro gruppo sanguigno, indipendentemente dalle proprie capacità di resistenza. Pensa un po’.

barbara