E BOMBA SU BOMBA

noi, abbiam distrutto il Donbass, il Donbass,
insieme a voi (che ce le regalate)

Ucraina: «Fiat iustitia, pereat mundus»

“Non cederemo il Sud dell’Ucraina alla Russia”. Così Zelensky ieri, mettendo una pietra tombale sulle possibilità di avviare a breve un negoziato con i russi. In tal modo ha voluto rispondere, in maniera pubblica e inequivocabile, alle richieste di Macron e Scholz, i quali, nel corso delle visita a Kiev (insieme a Draghi) [non è un bijou quel Draghi fra parentesi?], gli avevano chiesto di riprendere i negoziati.
Nulla di fatto, il presidente che ostenta la magliettina verde dell’esercito in ogni circostanza, non può smarcarsi dall’America, che non gli consente alternative alla guerra. A rafforzare il rilancio di Zelensky, la parallela dichiarazione del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il quale ha affermato che la guerra “potrebbe durare anni“.
Se nei giorni scorsi il “partito della pace” aveva avuto un sussulto in Occidente, aprendo spiragli, si può registrare con certa tristezza che tale accenno di vitalità è stato prontamente tacitato. D’altronde era abbastanza evidente anche nei report del viaggio della speranza (per usare un termine in uso ai pellegrinaggi religiosi) di Scholz e Macron: ben pochi media importanti avevano riferito della richiesta avanzata dai leader (e chi ne ha riferito lo ha fatto con la distrazione del caso), limitandosi a ribadire il mantra dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue.
La definizione “partito della pace” l’abbiamo ripresa da Steven Erlanger, cronista del Times e premio Pulitzer, il quale, interpellato da Yana Dlugy per il New York Times, ha detto che sull’Ucraina in Occidente si registra il conflitto tra il “partito della pace” e il “partito della giustizia”.
“Il partito della giustizia – spiega Erlanger -, formato fondamentalmente dall’Europa dell’Est, gli Stati baltici e la Gran Bretagna [e gli Usa, ovviamente], ritiene che c’è in ballo qualcosa di più dell’Ucraina, che è a tema la sicurezza europea. E che se Putin non si sente sconfitto, se non si ferma qui, allora, in qualche modo, proseguirà” nella sua assertività.
“Il partito della pace teme che gli obiettivi del partito della giustizia siano l’estensione della guerra, fino a rischiare un’escalation, al coinvolgimento dei paesi della NATO nella guerra, con il fine di mettere Putin all’angolo”.
C’è qualcosa di vero in queste righe, ma ancora più corretta la considerazione conclusiva, cioè che se l’America non sostenesse più l’Ucraina, la guerra finirebbe rapidamente, se non subito.
La cessazione delle ostilità vedrebbe non tanto Mosca invadere Kiev – mossa che minaccerebbe del caso solo per forzare la mano all’avversario – quanto la leadership ucraina aprirsi subito al negoziato, che i russi accoglierebbero con favore, potendo dichiarare chiusa la guerra e proclamare la vittoria.
In realtà, lo scontro in atto non è solo tra un’asserita “giustizia” e una irenica “pace”, ma soprattutto tra una politica estera improntata al realismo e quella, dominante in America (e, in subordine perché subordinata, in Europa), forgiata dall’ideologia iper-liberista e/o neoconservatrice.
Tale scontro è descritto molto bene in un articolo di Sumantra Maitra sul National Interest, al quale rimandiamo. In questa sede ci limitiamo a riportare una riflessione di Hans Morgenthau ivi riportata sulla necessità del realismo in politica.
“Il realismo sostiene che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati nella loro formulazione universale astratta, ma che devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete del tempo e del luogo. L’individuo può dire: “ Fiat iustitia, pereat mundus (Sia fatta giustizia, anche se il mondo perisce),” ma lo Stato non ha il diritto di dirlo in nome di coloro che sono sotto la propria tutela”.
“Sia l’individuo che lo stato devono giudicare l’azione politica in base a principi morali universali, come quello della libertà. Tuttavia, mentre l’individuo ha il diritto morale di sacrificarsi in difesa di un tale principio morale, lo Stato non ha il diritto di far sì che la sua disapprovazione morale per la violazione della libertà ostacoli un’azione politica di successo, a sua volta ispirata dal principio morale di una sopravvivenza nazionale. Non può esserci moralità politica senza prudenza; cioè, senza considerare le conseguenze politiche di un’azione apparentemente morale” .
Riflessione che il cronista del NI commenta spiegando che se certo il realismo non è alieno da aspetti negativi, “non è paragonabile alle crociate per la democrazia degli ultimi trent’anni”.
Commento precipuo, dal momento che anche il sostegno all’ucraina e alla sua lotta “fino all’ultimo ucraino” contro l’invasore, se pure all’inizio poteva identificarsi come un doveroso sostegno verso l’aggredito, oramai, caduta tale foglia di fico, ha assunto l’aspetto di una crociata per la libertà e la democrazia proprio delle guerre infinite.
Tale natura religiosa, che non consente dissidenza (la dissidenza è eresia), fa di questa guerra un conflitto esistenziale e insanabile, escludendo a priori non solo il negoziato, ma la stessa idea del negoziato. Tanto che nelle disquisizioni degli esperti e degli analisti che parlano a nome e per conto del potere dominante, il negoziato non è neanche evocato se non come vago residuo colloquiale per rassicurare le masse.
Nulla importa che il mondo sia flagellato dalle conseguenze della guerra e soprattutto delle sanzioni: inflazione e rischio stagflazione in Occidente, fame in Africa, turbolenze e violenze di piazza diffuse all’orizzonte, rischio di nuove ondate migratorie, incremento della destabilizzazione globale… solo per parlare delle conseguenze certe, che all’incerto non c’è limite.
Già, nulla importa: Fiat iustitia, pereat mundus. Dove, ovviamente, la giustizia è Cosa loro.
20 giugno 2022, qui.

Sì, direi che il richiamo alla mafia ci sta tutto.

Nuovo comandante esercito inglese: “Prepariamoci a combattere nuovamente in Europa”

Dal Regno Unito giungono le roboanti dichiarazioni di un pezzo grosso dell’esercito a scaldare ulteriormente il clima e le tensioni politiche internazionali.
Dichiarazioni che non lasciano preludere a niente di buono, con una distensione sempre più lontana sul fronte del conflitto che vede schierati da una parte i russi e dall’altra gli ucraini, dietro la regia degli Usa che si stanno spendendo tanto in termini di finanziamento militare e appoggio di intelligence a Kiev; accanto a Washington, un ruolo di primo piano hanno poi i fidi alleati britannici.
L’annuncio è stato dato qualche ora fa da THE SUN, secondo quotidiano in lingua inglese più venduto al mondo: il generale Sir Patrick Sanders, il nuovo comandante dell’esercito, – scrive il tabloid britannico – ha affermato che “l’assalto sanguinario di Putin all’Ucraina ha scosso le basi della sicurezza globale”. In un primo messaggio rivolto a ogni soldato in servizio, ha detto che “il mondo è cambiato da quando il dittatore russo aveva invaso l’Ucraina il 24 febbraio”. [A me veramente sembra che “il mondo” sia cambiato da quando Biden ha decretato le sanzioni e imposto a mezzo mondo di seguirlo, e ad armare sempre più pesantemente l’Ucraina imponendo parimenti a mezzo mondo di seguirlo. Carina poi la cosa di chiamare dittatore Putin mentre viene chiamato universalmente “presidente” Abu Mazen]
Sanders ha promesso di forgiare un esercito in grado di battere la Russia in battaglia e ha avvertito le coraggiose truppe britanniche che ora devono prepararsi “a combattere ancora una volta in Europa”.
Il generale, nel suo nuovo ruolo da lunedì scorso – continua The Sun- ha dichiarato: “Ora c’è un imperativo ardente di forgiare un esercito in grado di combattere al fianco dei nostri alleati e sconfiggere la Russia in battaglia”.
Ancora, “L’invasione russa sottolinea il nostro scopo principale: proteggere il Regno Unito essendo pronti combattere e vincere guerre sulla terraferma”. [Nel senso che il Regno Unito sta rischiando di essere invaso dalla Russia? Ganzo!]
Sanders, 56 anni che ha condotto operazioni militari in Irlanda del Nord, Kosovo, Iraq e Afghanistan, ha promesso inoltre che avrebbe accelerato i piani per modernizzare l’esercito e renderlo funzionale a dispiegarsi all’estero per rispondere più rapidamente alle crisi.
Affermazioni forti che si aggiungono a quelle del primo ministro, Boris Johnson, che reduce dalla sua recentissima visita a Kiev ha annunciato: “sarebbe una catastrofe se Putin vincesse” e ha assicurato a Zelensky che “il Regno Unito è pronto a lanciare un’importante operazione per addestrare le forze armate ucraine, addestrando fino a 120.000 soldati ogni 120 giorni per prepararli al combattimento contro i soldati di Putin”.
FRANCESCO FUSTANEO, qui.

Una piccola domanda: da quando in qua sono i militari e non i parlamenti a decretare le guerre? Un’altra piccola domanda: tot soldati ogni 120 giorni cioè ogni 4 mesi: per quanti turni? Ossia per quanti anni hanno già deciso che questa guerra CHE NON LI RIGUARDA ma che distruggerà tutti noi dovrà continuare?

Assedio di Kaliningrad: nient’altro che una provocazione per l’estensione del conflitto

Le ferrovie lituane porranno delle limitazioni alle merci che transiteranno nella regione di Kaliningrad e ciò è riferito ad un ampio elenco di merci soggette a sanzioni. Le modifiche sono entrate in vigore sabato 18 giugno. Lo ha annunciato il governatore Anton Alikhanov nel suo canale telegram: “… Ci siamo semplicemente confrontati questo pomeriggio con il fatto che da domani queste merci non saranno accettate per il trasporto. Secondo le stime preliminari, si tratta dal 40 al 50% della gamma di merci trasportate tra la regione di Kaliningrad e altre regioni della Russia … “
Secondo Alikhanov, i materiali da costruzione e prodotti finiti esportati dalla regione di Kaliningrad a altre regioni della Russia rientrano nel divieto.
La posizione dell’exclave di Kaliningrad è la sua vulnerabilità critica. A rigor di termini, è impossibile in linea di principio detenere un tale territorio, quindi la questione del suo status, prima o poi, sarebbe sorto. C’è un deja vu piuttosto persistente: proprio questo territorio divenne la causa immediata della seconda guerra mondiale, quando Hitler consegnò un ultimatum alla Polonia per un corridoio extraterritoriale verso la Prussia orientale. Oggi la storia si ripete.
Il problema è evidente: oggi l’ultimatum alla Lituania sarà presentato in condizioni incommensurabilmente più difficili. L’esercito russo si sta dissolvendo nelle steppe ucraine e sarà molto problematico aprire un altro fronte, anche se si trattasse solo di fronteggiare la Lituania. E lei è un membro della NATO, e quindi tutto è molto più serio.
Il blocco di Kaliningrad è in realtà una risposta al conflitto ucraino, alla sua internazionalizzazione. E dato che l’insieme dei paesi baltici, come tutta la “giovane Europa”, è sotto il patrocinio degli Stati Uniti e, in primis, della Gran Bretagna, questa è la mossa degli anglosassoni nella lotta contro l’Europa continentale . La Russia qui e solo il tramite.
Non ha senso discutere che la Russia ha un’enorme numero di potenziali territori di conflitto lungo tutti i confini. I suoi avversari hanno una ricca scelta di risposte e di eventuali escalation lungo la maggior parte del perimetro dei confini russi, dall’Artico all’Asia centrale.
Qual è il prossimo? In generale, il blocco di Kaliningrad pone una scelta ovvia: la regione non è nella posizione migliore in una situazione di blocco, dovrà affrontare la questione della sopravvivenza nel vero senso della parola. Anche il problema è chiaro: l’invasione dei paesi baltici può tecnicamente terminare con la sua occupazione e la sua occupazione sarà la sua vittoria diventerebbel’obiettivo della “comunità mondiale” .
Al momento in realtà esiste un accordo bilaterale per cui questo il blocco sarebbe illegittimo. Ma si sa nel mondo delle regole, le regole valgono solo all’esterno. Quindi nascono tensioni e la Russia ha risposto già che non accetterà lo status quo.
Aspettiamoci un mondo molto diverso ed un modo di vivere molto diverso da quello a cui eravamo abituati.
Forse vedremo l’inverso dei nostri padri, che hanno visto dopo la guerra un miglioramento della loro vita e delle loro speranze e la prospettiva ideale di un mondo migliore.
È ormai certo che in futuro sarà una estensione del conflitto, con mezzi economici o militari.
La situazione per noi comincia ad essere più vicina, ma nelle repubbliche autonomiste del Donbass hanno mobilitato già dai 15 ai 65 anni al fronte. Questa è la misura della serietà di ciò che sta succedendo. Quindi come risponderà la Russia per Kaliningrad potrebbe essere una sorpresa. Perché è una questione di sopravvivenza. C’è un bias cognitivo in questo da parte della nostra dirigenza, attenta solo che quadrino i numeri e le alleanze, per aprire carriere di successo.
La probabilità di un conflitto armato nel Baltico non è molto alta, ma esiste. “L’Unione Europea deve correggere la situazione con il blocco di Kaliningrad, altrimenti la Russia avrà mano libera per risolvere la questione del transito con ogni mezzo”, ha affermato il capo della commissione del Consiglio della Federazione per la protezione della sovranità Andrey Klimov. Da parte loro, i paesi occidentali comunque cercheranno uno scontro diretto attivamente, non appena la Russia sarà resa più debole dal conflitto in corso.
Per ora la Russia comunque avrà l’opzione marittima per portare i materiali, ma la situazione sarà sempre più tesa e soprattutto, resa deliberatamente più tesa.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Nulla die sine povocatione.

Colpite le piattaforme di gas in Crimea: l’Ucraina punta all’escalation del conflitto

L’attacco di Kiev alle piattaforme di trivellazione della società di gas Chernomorneftegaz nel Mar Nero, in Crimea, ha sciolto le mani alla Russia, nel più breve tempo verrà data la risposta. “La Russia colpirà i centri decisionali dell’Ucraina”, ha annunciato il deputato della Duma di Stato Mikhail Sheremet.
L’attacco degli ucraini alle piattaforme, dove erano presenti 109 persone, ha provocato 3 feriti, che si trovano nel reparto grandi ustionati dell’ospedale di Sebastopoli, inoltre 7 persone sono disperse, evacuate 94 persone.
Ora in Russia aspettano con ansia la tanto attesa risposta della Russia, la gente è stanca delle azioni sfacciate e continue di Kiev. Da sottolineare che i satelliti commerciali americani Worldview-1, Worldview-2 e Worldview-3 hanno fotografato l’area del Mar Nero, dove si trovano le piattaforme di perforazione di Chornomorneftegaz, una settimana prima che le truppe ucraine le colpissero. 
Il Ministero della Difesa russo ha confermato di aver colpito con i missili “Kalibr2 il centro direzionale dell’esercito ucraino nella regione di Dnepropetrovsk e di aver eliminato oltre 50 generali e ufficiali ucraini. 
Alcune divisioni dell’esercito ucraino hanno abbandonato i combattimenti nella zona di Lisicjansk a causa della “bassa condizione morale e psicologica e mancanza di proiettili”.
Alcuni nazisti ucraini dalla fabbrica “Azot” cominciano a chiedere le trattative e hanno alzato le bandiere bianche… la terra sta letteralmente bruciando loro sotto i piedi.
La Russia ha dato l’ultimatum alla Lituania, la quale ha posto il blocco al transito delle merci tra Kaliningrad ed il resto della Federazione Russa. Se la Lituania non revocherà immediatamente il blocco commerciale, la Russia si riserva il diritto di intraprendere le azioni necessarie per difendere i propri interessi nazionali.
L’azione provocatoria della Lituania che infrange i propri obblighi internazionali, è considerata dalla Russia come un atto ostile. In sostanza è un casus belli … cercano disperatamente la terza guerra mondiale.
Biden intanto ha annunciato che nei tempi prossimi non andrà in Ucraina.
MARINELLA MONDAINI, qui.

Mi è capitato spesso di leggere diari di ragazzini ebrei iniziati poco prima della guerra, che dicono corrono voci di guerra ma speriamo di no, la guerra è scoppiata ma speriamo che duri poco, non sta durando poco ma speriamo che non sia troppo tremenda, si sta rivelando veramente tremenda ma speriamo che per noi ebrei non vada a finire troppo male, ci hanno rinchiusi nel ghetto ma speriamo di poter almeno andare avanti in qualche modo, hanno cominciato a deportare ma speriamo di sopravvivere… E noi che leggiamo sappiamo fin dall’inizio come andrà a finire e che nessuna speranza, neppure l’ultima, si realizzerà. Sempre più spesso ho la sensazione di vivere dentro uno di questi libri, in cui si direbbe che qualcuno – più di qualcuno: perché a differenza di allora, quando la volontà di annientamento era di un uomo solo, oggi sembra che il demone della volontà di distruzione totale ne stia possedendo tanti, e con tantissimi a fare il tifo – ne abbia già scritto la conclusione.

barbara

CI PENSATE CHE FIGATA?

Prova a immaginare: dopo che con la sciagurata gestione della pandemia il governo ci ha messi in ginocchio; dopo che con la sciagurata cosiddetta transizione verde ci ha messi bocconi; dopo che in obbedienza all’infame cricca che governa l’America (+NATO+CIA ecc.) con l’approvazione delle sanzioni alla Russia ci ha tolto i vestiti che avevamo addosso; dopo che con le armi mandate ai nazisti ucraini e l’aumento delle spese militari per fare la guerra alla Russia ci ha tolto anche le mutande; dopo tutto questo la Russia alla fine vince la guerra e per ritorsione (legittima) ci impone sanzioni e per giustizia nei confronti dei soldati uccisi con le nostre armi ci impone anche il risarcimento dei danni. Beh, io la troverei, come dicevano i giovani un po’ di tempo fa, una figata pazzesca.
Fine della mia disquisizione e passo la parola ad altri. A Marcello Foa, per cominciare, 2015

E poi a questa cosa spettacolare:

Ucraina, la mossa di Biden: “Pronto a usare armi nucleari”

Il presidente torna alla vecchia dottrina: l’uso della minaccia nucleare come deterrente. Continua l’escalation

Sembra un libro di Ken Follett. L’avete letto, l’ultimo? Si intitola “Per Niente al Mondo” e parla del terzo confitto globale, stavolta atomico. Non staremo qui a svelare il finale, eppure chi l’ha sfogliato sa che sembra il film di quanto sta succedendo in questi giorni in Ucraina: un conflitto regionale che si trasforma in mondiale perché nessuno ha la forza, o il coraggio, di porre un freno a quella che viene chiamata “escalation”.
Ora, proviamo a mettere insieme i puntini. A fine febbraio, dopo aver ammassato le truppe al confine e dopo tentativi di mediazione andati a vuoto, Putin ha deciso di invadere l’Ucraina. I Paesi occidentali avrebbero potuto limitarsi ad una debole condanna, invece sono scesi in campo seppur non direttamente: hanno applicato sanzioni durissime, mobilitato l’opinione pubblica e infine inviato armi a Kiev. Lo Zar ha reagito mettendo in stato di pre allerta le sue forze nucleari, spiegando alla Nato e agli Stati Uniti che qualora intervenissero al fianco dell’Ucraina provocherebbero la reazione nucleare di Mosca.
Gli Stati Uniti l’hanno ritenuta in un primo momento poco più di un bluff: eppure il conflitto atomico, per quanto improbabile, resta pur sempre possibile. E non ci vuole poi molto a premere un bottone. La dottrina russa sulle armi nucleari è chiara, o quasi: Mosca intende rispondere solo in caso di grave minaccia. L’ha spiegata chiaramente Peskov nei giorni scorsi. Già, ma chi valuta quando è sufficientemente grave una minaccia da provocare il disastro mondiale? Serve che la Nato bombardi il territorio russo? Oppure basta abbattere un caccia in territorio di guerra? E poi: la dottrina della “risposta” o al massimo della contemporaneità riguarda solo gli ordigni strategici, quelli a lunga gittata, o anche le bombe tattiche utilizzabili sul campo?
Dopo giorni di tentennamenti, Biden ieri ha preso una decisione importante: segnare una linea rossa (l’uso di armi chimiche) nella guerra in corso. Se Putin dovesse superarla, gli Usa reagirebbero. E allora si aprirebbe uno scenario incontrollabile. Non solo. Sebbene durante la campagna elettorale avesse sposato sul piano nucleare una linea più morbida, ora Joe sembra aver cambiato idea. Secondo il WSJ, infatti, il presidente americano sarebbe tornato sull’approccio tradizionale: minacciare una risposta nucleare usandola come deterrente per i pericoli convenzionali e non nucleari, lasciandosi dunque mano libera alla possibilità di usare le armi atomiche in “circostanze estreme“. Più o meno la stessa posizione assunta da Putin: il “first nuclear strike” americano prevede “l’attacco nucleare preventivo” anche in casi di minaccia convenzionale, biologica, chimica e chissà cos’altro. Lo stessa cosa che è pronta a fare Mosca: se gli Usa o la Nato dovessero lanciare attacchi convenzionali contro bersagli strategici russi (come i centri di comando e controllo centrali o la capitale), la Russia risponderebbe con un attacco nucleare. Cosa significa?
Significa che Ken Follet ci aveva visto giusto. L’escalation nasce e si alimenta quando ogni parte in causa aggiunge un pezzettino: l’invasione di uno Stato sovrano, l’invio di armi alla resistenza, la minaccia atomica, la controminaccia nucleare, poi magari un errore di calcolo sul tiro di un missile e il patatrac è servito. (Qui)

Ed è davvero spettacolare, perché che Putin è pazzo, no? Lo sanno tutti, lo dicono tutti, è scritto su tutti i giornali. È pazzo, è squilibrato, non sa quello che fa, si muove senza logica, è paranoico, è l’egocentrismo fatto persona… E che cosa si fa quando si ha di fronte un simile mostro preda dei peggiori istinti? Si provvede a informarlo che “siamo pronti a usare l’atomica anche per primi”. E credo che qui valga la pena di ricordare i miliardi di film western di cui gli americani sono maestri: quando entrambi gli avversari hanno la mano posata sulla pistola, quello che spara una frazione di secondo più tardi è un uomo morto. Detto in parole semplici, si sta aizzando Putin a usarla per primo. Come ho detto fin dal primo giorno, l’unica cosa su cui conto sono i nervi saldi di Putin, che ha dimostrato di averli per venti interi anni, e in modo particolare negli ultimi otto. Ma con mezzo mondo che ce la sta mettendo tutta a punzecchiargli il culo, sinceramente non so quanto ancora riuscirà a reggere.
Poi c’è questa cosa molto carina:

Ucraina, centinaia di transgender in fuga respinte al confine: devono combattere per il Paese

La legge marziale non perdona: le giovani hanno cambiato sesso ma sui passaporti hanno ancora il loro nome al maschile. Per questo non possono lasciare le città sotto le bombe
Centinaia di donne transgender sono state respinte al confine ucraino mentre tentavano di fuggire dal Paese, a causa dei loro passaporti che riportano ancora il loro nome e genere di nascita maschili, nonostante abbiano effettuato il cambio di sesso.
Lo riferiscono associazioni di attiviste citate dalla Bbc: le leggi attuali in Ucraina vietano ai cittadini maschi dai 18 ai 60 anni di lasciare il Paese. Per loro c’è l’obbligo di imbracciare le armi e difendere la patria.
In Ucraina cambiare il genere e il nome sul passaporto richiede un lungo processo, che coinvolge anche diverse valutazioni psichiatriche e questo induce molte persone che hanno cambiato genere a non andare fino in fondo alla pratica burocratica. Così chiunque ha un passaporto con scritto “maschio” rischia di essere respinto al confine. (Qui)

Ma no, dai, questa è sicuramente una bufala, una volgare propaganda russa! Lo sappiamo tutti che gli ucraini che combattono sono tutti volontari, tutti entusiasti di offrire il proprio sangue perché All’ombra dei nostri gagliardetti è bello vivere, ma se sarà necessario sarà ancora più bello morire, per la Patria, per il Duce e per il Re, eia eia alalà. Niente, non possiamo crederci.
Poi vi racconto di Orban, forse l’unico statista nell’UE degno di questo nome, che ancora una volta resiste al ricatto e dice no. Poi vi racconto che Putin, oltre a essere l’unico al mondo a difendere gli armeni dallo sterminio azero, ha anche, come rivelato da Netanyahu in questo articolo di due anni fa, salvato Israele dalle grinfie dell’ONU. E poi vi mostro quanto è bello quando anche gli indiani, nel loro piccolo, si incazzano

Proseguo con due interessanti commenti, botta e risposta, trovati da Porro

Franco Maloberti
Il 22 marzo, su La Stampa, ha pubblicato un articolo che considerava la possibilità dell’uccisione del presidente della Russia. Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dall’etica e dalla morale e dalle regole del giornalismo. “Ecco perché ho presentato l’esposto”, ha detto l’ambasciatore della Russa a Roma, aggiungendo: “Nel codice penale della Repubblica italiana si prevede la responsabilità per l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato. In precisa conformità alla legislazione italiana oggi mi sono recato in procura per presentare una querela con la richiesta alle autorità italiane di esaminare obiettivamente questo caso.”

Stefano à Franco Maloberti
“Siamo certi che l’eliminazione violenta e oligarchica del tiranno non inneschi un caos peggiore? Il pessimismo è obbligatorio. Quasi mai il risultato è stato conforme ai desideri di chi pensava di risolvere tutto al prezzo di una sola vita per di più sciagurata. Nel 1914 il serbo Gavrilo Princip si illuse: ammazzando l’erede al trono austriaco i problemi dei Balcani sarebbero stati risolti, pensava. Invece eliminò l’unico personaggio che probabilmente, non per indole pacifista, avrebbe impedito che l’Europa precipitasse nella tragedia della Prima guerra mondiale (D.Quirico)”

Ma la Storia, purtroppo, è maestra solo per pochi – che quasi mai sono fra coloro che prendono le decisioni.
E concludo con la marionetta.

La fiction NATO must go on

Dopo che Zelensky ha ufficialmente bandito i restanti partiti di sinistra (quello comunista era già stato messo al bando nel 2015), i suoi sceneggiatori gli indicano la mossa successiva: terminare la videoconferenza al vertice NATO di Buxelles col pugno chiuso.
Perché?
Per confondere.
Perché un’immagine è più potente delle parole, qualsiasi sceneggiatore lo sa, e quel pugno ci dice molte cose. 
Quel pugno ci dice che il problema dell’ultranazionalismo in Ucraina non esiste. Ci dice che di rifugiati politici in Ucraina non ce ne sono mai stati. Che non vi è mai stato nessun morto tra i dissidenti. Che nessun n4zista di nome Bandera è diventato eroe nazionale. Che nessuna bandiera dei collaborazionisti di H1tler è mai stata sventolata nel 2014, durante una rivoluzione democratica. 
E il battaglione Azov?
Un’aggregazione in cui si legge Kant, dicono i media. Per questo motivo, forse, il presidente Zelensky ha conferito il titolo di “eroe dell’Ucraina” a Denis Prokopenko, comandante dello stesso battaglione. 
Cosa dire, invece, degli altri battaglioni punitivi neonazisti, regolarmente inseriti nell’esercito ucraino? Il Dnepr, il Donbass, l’Aidar?Nulla, non se ne parla, quindi non c’è niente da dire.
Persino il massacro compiuto dagli estremisti del Settore Destro contro i civili a Odessa: non è stato mostrato, quindi evidentemente non c’è stato. 
E otto anni di guerra in Donbass, i profughi, le migliaia di vittime, i disabili? 
Spariti, non ci sono prove, forse è partito solo qualche sparo.
I media russi che potevano testimoniare sono stati oscurati in Occidente.
È stato cancellato quasi tutto. Non si può più verificare.
Restano quattro pazzi a gridare che questa è fiction, non è la realtà.
La fiction e il pugno chiuso. 
Gli sceneggiatori di Zelensky usano la stessa tecnica utilizzata all’epoca del movimento Otpor (in serbo: “resistenza”), il cui simbolo era appunto un pugno chiuso. 
Il movimento, che alle elezioni in Serbia ottenne appena il 2% dei voti, ma che ebbe una sovraesposizione mediatica in Occidente, utilizzava un’insospettabile estetica di sinistra per promuovere una politica di destra.
Nulla di nuovo dunque: si svuota l’oggettività del suo significato e, mistificando il reale, si falsificano deliberatamente i fatti.
Chi è ancora lucido, coglie la differenza che c’è tra fiction e realtà.
Del resto, non erano reali neanche le armi chimiche, pretesto usato per distruggere l’Iraq: la stessa provetta agitata da Colin Powell faceva parte di una fiction. Ormai si sa.
Ma le armi sono state usate nella realtà. 
La guerra non è un film, i morti sono veri.
In molti vogliono la pace, in molti dichiarano di volere la fine dell’occupazione russa.
Ma nessuna mediazione è possibile nella fiction, al di là della realtà.
Sara Reginella, qui.

Come detto fin dall’inizio, quell’uomo (vabbè, si fa per dire) non ha ancora capito la differenza fra il palcoscenico e la vita reale, e soprattutto non ha capito di essere una marionetta manovrata per interessi altrui, pago della ribalta che gli offrono. Peccato solo che fuori dal palcoscenico, poi, ci siamo noi.

E infine, do ancora una volta spazio alle bellezze che Europa e America hanno messo al bando, scegliendo di privarsene.

barbara