CHI HA IL DIRITTO DI DIRE…?

francislam

Chi ha il diritto di dire che entro 30 o 40 anni la Francia non sarà un Paese musulmano? Chi ne ha il diritto? Nessuno ha il diritto di togliercelo. Nessuno ha il diritto di negarci questa speranza. Di negarci il diritto di sperare in una società globale fedele all’islam. Nessuno, in questo Paese, ha il diritto di stabilire per noi che cos’è l’identità francese.
MARWAN MUHAMMAD
Portavoce del Collettivo Contro l’islamofobia in Francia

Chiaro? A stabilire che cos’è l’identità francese (e italiana, immagino, e inglese, tedesca ecc.) hanno diritto unicamente degli estranei: estranei alla nostra storia, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni, alla nostra religione prevalente. In una parola, alla nostra identità. E non semplicemente estranei come un ingegnere meccanico può essere estraneo alla poesia del Trecento, ma nemici giurati, nemici pronti ad annientarci se non ci arrenderemo. Perché noi – lo ha detto nel modo più chiaro possibile – di diritti non ne abbiamo. Nessuno di noi ne ha.
Quando ci decideremo a dissotterrare quelle armi che, per ogni evenienza, avevamo deciso di conservare?

barbara

PER ADESSO IN FRANCIA

Ma vedrete che prima o poi avremo anche noi il privilegio di godere di questi spettacoli generosamente offerti da parte delle nostre risorse (che comunque già adesso, tra proteste per il cibo che non gli piace e altre simili amenità…) Volete sapere perché lo fanno? La risposta la trovate qui.


E a quasi due settimane dall’attentato in Belgio finalmente sono arrivati a rivelare ciò che per tutto questo tempo era stato tenuto accuratamente nascosto: i festeggiamenti islamici per la carneficina andata in onda all’aeroporto (dove lavorano una cinquantina di simpatizzanti dell’ISIS) e nella metropolitana: qui in francese e qui in inglese.

barbara

E SE RESTI PARALIZZATO

In Israele provvedono, e con 350 dollari tornerai a fare un sacco di cose:

APRITI SESAMO!

Qui le spiegazioni; chi non sa l’inglese lo metta in google translate o in bing.

Questa invece
fatah skull
è l’immagine pubblicata nella pagina facebook di Fatah – quelli moderati, quelli buoni, quelli che si possono ragionevolmente considerare come validi partner per la pace – per celebrare il 50° anniversario della sua fondazione.
E poi vai a leggere Ugo Volli, che c’entra sempre.

barbara

SEMPRE PIÙ A PECORINA

Niente bagnine a Jesolo. Gli islamici non vogliono

di Gianluca Veneziani

Avete presente le bagnine di Baywatch che correvano sulla sabbia dorata di Malibù, esibendo le loro generosissime forme strizzate in costumi rossi? Be’, dimenticatevele. A Jesolo il sindaco Valerio Zoggia, di comune accordo con la Federconsorzi, ha deciso che nella prossima stagione balneare gli steward sulla spiaggia locale saranno soltanto uomini. Niente donne, niente hostess, niente bagnine. La ragione? Le rappresentanti del gentil sesso, nella veste di controllori da litoranea, si farebbero rispettare poco da bagnanti e venditori abusivi di religione musulmana. Nella passata stagione addirittura alcuni immigrati islamici avrebbero offeso e sputato le ragazze del servizio d’ordine, che intimavano loro di rispettare le regole. «Ai loro occhi», ha spiegato il presidente della Federconsorzi Renato Cattai, «non godevano della necessaria autorità, perché i musulmani, per la loro cultura, non ascoltano le donne quando danno ordini o anche solo consigli. Anzi, si agitano e finiscono per offenderle». Quindi la morale è che, per tenere buoni i musulmani, tra l’altro venditori abusivi, il sindaco e la Federconsorzi hanno pensato bene di «far fuori» le donne. Un gran bell’esempio di democrazia e di rispetto. Della civiltà altrui, certo, mica della nostra.
La notizia appare ancor più irritante perché la spiaggia è uno dei luoghi dove si esprimono al meglio la civiltà di un popolo e la sua evoluzione nel tempo. Andare a mare in bikini, costume intero o velo integrale fa la differenza tra l’Occidente e molti Paesi musulmani e segna il discrimine tra il mondo contemporaneo e gli anni del Dopoguerra. L’esibizione del corpo in battigia e l’invenzione stessa del «due pezzi» sono stati un passaggio fondamentale nella crescita del nostro modo di considerare la donna, molto di più della rivoluzione sessuale degli anni Sessanta. Dove non riuscì la liberazione dei costumi, poté la libertà di indossare il costume. Tornare a impedire alle donne di frequentare la spiaggia perché malviste dai musulmani, considerarle inadeguate al servizio d’ordine perché prive di autorità, come ha fatto il sindaco di Jesolo, ci sembra una regressione delirante, un conformarsi al pregiudizio altrui, nell’incapacità di segnare la differenza tra due civiltà, la nostra e la loro, peraltro in un luogo dove in passato si sono molte spesso scontrate: il mare.

L’ultimo paragrafo dell’articolo non l’ho riportato, perché fa vomitare (giusto per usare una delle espressioni care al femminismo storico, potrei dire che è un perfetto esempio del più becero veteromaschilismo d’accatto). Chi fosse comunque interessato a prenderne visione, potrà trovare qui l’articolo completo.

Chiarito questo, prendere a randellate sulle gengive sindaco e compagni di merende sarebbe ancora poco. E la logica è sempre la stessa: accontentare il coccodrillo, qualunque cosa chieda, nell’illusione che prima o poi sarà sazio e non chiederà più niente. Come hanno fatto con Hitler, regalandogli l’Austria, e poi un pezzo di Cecoslovacchia, e poi l’altro pezzo di Cecoslvacchia… e alla fine ci siamo ritrovati con l’Europa in macerie e decine di milioni di morti. E il primo che mi viene a dire che quella è un’altra storia, prendo a randellate sulle gengive anche lui.
Europes Future
E poi riguardati questo
Contrasti-culturali
(cliccare il link, cliccare “presentazione”, cliccare “dall’inizio”)

barbara

ALLORA L’ANTISEMITISMO È UNA COSA BUONA?

Sale e scende. Vira a destra e poi a sinistra. Ma non sparisce mai. Proprio mai. È troppo radicato nell’animo europeo, troppo inciso nelle menti del vecchio continente.  Così tanto inserito nel humus più profondo da venire totalmente dimenticato. L’antisemitismo. Quando il signor Nobel descrisse le modalità di assegnazione del premio per la pace, fu molto preciso al riguardo. “Dovrà essere assegnato alla persona che avrà svolto la maggiore o migliore attività per promuovere la fratellanza tra le nazioni, l’abolizione o la riduzione degli armamenti e l’organizzazione di conferenze per la pace” (qui).
Quest’anno il Nobel per la Pace è stato assegnato all’Unione Europea. Ebbene sì, il medesimo luogo dove pochi mesi fa un padre e due suoi figli sono stati trucidati a colpi di arma da fuoco davanti ad una scuola di Tolosa per la gravissima colpa di essere ebrei. Ebbene ancora sì, lo stesso agglomerato di stati dove viene permessa e non punita l’interruzione con urla, slogan, striscioni e spintoni di spettacoli, di cori, di proiezioni cinematografiche aventi come comune denominatore un solo fattore: Israele.
La stessa culla culturale di quelle università che boicottano costantemente qualsiasi intervento, conferenza e presenza di professori che provengano dal suolo israeliano o intendano parlare di Israele in maniera non negativa (qui, nell’ultima parte della relazione).
Ebbene ancora una volta, sì. Lo stesso suolo su cui negli anni ’40 procedevano verso la morte persone con indosso una stella gialla e nel cuore la preghiera dello shemà. Lo stesso continente dove il sangue di 6 milioni di persone innocenti è stato versato. Ebbene sì, anche questo fenomeno è spiegabile. Il Premio Nobel per la Pace viene assegnato da una commissione di cinque persone scelte dallo Storting, il parlamento norvegese. Secondo la definizione che l’Unione Europea stessa dà di antisemitismo, molti dei membri del parlamento norvegese sono antisemiti. (Dr.Manfred Gesternfeld, Behind the Humanitarian Mask). Per chiarezza, basti ricordare la reazione dell’ex primo ministro norvegese Kare Willock alla scelta di Rahm Emanuel a capo dello staff presidenziale da parte di Obama: “Non è molto promettente (come Presidente, n.d.a) se sceglie un capo di staff ebreo” (29 marzo 2011 “Norway to Jews: You’re Not Welcome Here” di Alan Dershovitz, professore di diritto a Harvard).  E per piacere non si trascuri l’assegnazione del Nobel per la Pace 2001 alle Nazioni Unite (un posto dove chiunque desideri distruggere un paese può ottenere un pulpito e microfono e dichiararlo al mondo intero. Vedi Ahmadinejad) e al suo segretario generale Kofi Annan. Così quando il Nobel per la Pace 2012 viene assegnato all’Unione europea per “gli oltre sei decenni di contributo all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani” proprio nel momento in cui l’antisemitismo dilaga in maniera travolgente attraverso stati e oltre confini, sorge una domanda legittima e molto preoccupante: secondo i canoni europei l’antisemitismo è considerato un avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani?

Gheula Canarutto Nemni

Sembrerebbe proprio di sì: l’antisemitismo è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, e chi lo pratica meglio e con maggiore impegno viene giustamente premiato. Così come viene giustamente premiato il terrorismo, come ci è stato insegnato dall’assegnazione del medesimo prestigioso premio a Yasser Arafat dopo che, lo stesso giorno in cui aveva firmato la “Declaration of Principles” nel giardino della Casa Bianca, nel 1993, aveva spiegato la sua azione alla TV giordana: “Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l’attacco finale contro Israele”. Per questo è stato premiato, e per questo si continua a premiare chi pratica la nobile arte dell’antisemitismo e persegue la cancellazione di Israele.

barbara

L’ISLAM IN EUROPA

Il prestigioso giornalista israeliano di Canale 10, Tzvi Yejezkeli ha preparato una serie di 4 puntate sulle comunità arabe musulmane in Europa. Yejezkeli proviene da una famiglia di ebrei iracheni, è specialista del mondo arabo e, attualmente, analista per conto di vari mezzi di comunicazione.
Hatzad Hasheni (La faccia della verità) è un progetto di diplomazia pubblica fondato da Macabi CLAM nel 2010. Attualmente il programma è in atto in 18 Paesi, con migliaia di persone di lingua spagnola e portoghese. Hatzad Hasheni vi offre questo importante materiale giornalistico (traduzione dallo spagnolo mia)

E infatti

barbara

È ARRIVATA, È ARRIVATA!

(da un musicista, giustamente, che è nato solo perché suo padre è miracolosamente riuscito a sopravvivere alla Shoah)

E dato che neppure a primavera siamo esentati dal dovere di riflettere, vai di corsa a leggere questo.

barbara