QUAND ON EST CON ON EST CON

come cantava il grande Georges Brassens.

Papa Francesco: ‘Una triste notizia’

I profughi cubani (sì, profughi: quelli sono profughi veri) invece commentano così

Agli amanti di Castro di casa nostra, sicuramente a lutto stretto per la morte del vecchio porco, dedico invece questo.

barbara

MA VOI LO SAPETE VERO

che i palestinesi muoiono di fame? Che tutto il mondo li ha abbandonati? Che bisogna combattere per attirare l’attenzione sulla loro tragedia vergognosamente ignorata e ristabilire la giustizia? Sì, vero, che lo sapete? (Se non sai l’inglese non preoccuparti: guarda le figure e vedrai che capirai abbastanza lo stesso).

Poi volendo ci sarebbero anche tutti quei cristiani ridotti a brandelli in Pakistan che però non lo sappiamo mica chi sia stato, perché se si sapesse il signor papa avrebbe sicuramente denunciato a chiare lettere gli autori di questo orrendo crimine (sempre che qualcuno non avesse insultato la loro mamma, beninteso, che in tal caso…), e quelle decine di ragazzini irakeni fatti a pezzi allo stadio, più qualche altra quisquilia in giro per il mondo, ma mi sa che devono essere finiti i gessetti.

barbara

AVETE MAI VISTO UNA PRIGIONE A CIELO APERTO?

Un campo di concentramento? Un campo di sterminio? Un luogo in cui gli abitanti si trascinano laceri e macilenti perché i sionisti stanno perpetrando uno sterminio, un genocidio, un olocausto, una shoah, una soluzione finale del popolo palestinese? No? Niente paura: vi ci faccio fare un giro io.

Poi già che ci siete potreste anche andarvi a riguardare questo vecchio video a cui ho intensamente lavorato con l’aiuto di due amici, e magari dare un’occhiata a quest’altro documento: GAZA AFFAMEE.

barbara

HAI PRESENTI I TUNNEL?

Quella cosa che gli abitanti di Gaza sono stati costretti a costruire per sopravvivere allo strangolamento economico provocato dal feroce embargo israeliano. Quella cosa che gli abitanti di Gaza sono stati costretti a costruire per procurarsi almeno il cibo necessario a non morire di fame in seguito al feroce assedio messo in atto da Israele. Quelli.

barbara

E ADESSO PARLIAMO UN PO’ DEI TUNNEL

TUNNEL – Quanto costano?

I tunnel sono di 3 tipi diversi: per contrabbandare materiale dall’Egitto, incluso quello bellico; per nascondere l’arsenale e come rifugio sicuro per i leader di Hamas; per entrare in Israele e compiere attacchi terroristici. Tutti questi tunnel sono protetti da un sistema di trappole per colpire i militari israeliani quando entrano per esplorare e distruggere. Un professore della facoltà d’ingegneria meccanica del Technion ha inventato uno “snake robot” – serpente robot di varie dimensioni che viene immesso all’interno dei tunnel in avanscoperta per monitorare la situazione all’interno di questi siti e prendere i provvedimenti necessari. Questa tecnologia ha permesso di salvaguardare la vita dei nostri ragazzi e di ridurre al minimo le perdite umane derivanti da queste azioni terroristiche. I tunnel realizzati a Gaza per conto di Hamas, costano 1 milione di US$ al chilometro e scorrono tra i 10 e i 20 metri sotto terra. Ogni tunnel ha circa 20 accessi diversi e si pensa che ve ne siano centinaia attivi, difficili da identificare perché il terreno in superficie è molto accidentato. Per la loro costruzione sono state utilizzate migliaia di tonnellate di cemento armato per impedire il crollo delle gallerie e chilometri di cavi elettrici per fornire luce ed elettricità alle pompe per fornire ossigeno all’interno. Questo progetto mastodontico è costato centinaia di milioni di dollari che sono stati sottratti alle esigenze umanitarie della popolazione. I nostri ricercatori stanno lavorando ad un metodo per identificare più velocemente i tunnel dall’esterno, senza dover scavare ogni volta.

Piero Abbina, presidente Technion (qui)
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Shuja'iya

E ora forza, anime belle, strillate alla crisi umanitaria, mandate le flottiglie con gli aiuti per Gaza affamata, protestate su giornali siti forum blog pagine facebook contro gli infami sionisti che affamano quella tragica striscia di terra, luridi ipocriti che non siete altro!
(Voi comunque non fidatevi della propaganda sionista…)
propaganda
E nel frattempo
missili
barbara

LA CARITÀ CHE UCCIDE

Avevo cominciato a dirlo, avendolo visto coi miei occhi, quasi trent’anni fa. L’ha detto, con piena cognizione di causa, uno scrittore somalo un bel po’ di anni fa. Pian piano, sempre meno timidamente, hanno cominciato a dirlo anche altri: gli aiuti stanno uccidendo l’Africa. Noi continuiamo a mandare miliardi di dollari e l’Africa diventa sempre più povera. Non nonostante gli aiuti, bensì a causa degli aiuti. Ora Dambisa Moyo, africana ed economista di altissimo livello, con una ricchissima casistica e documentazione ci spiega come e perché ciò accade. E prima di passare ai dati tecnici, ci illustra il meccanismo – o almeno uno dei meccanismi – con un esempio-paradosso. Che poi, a ben guardare, tanto paradossale non è.

L’efficacia degli aiuti: un paradosso micro-macro

In Africa c’è un fabbricante di zanzariere che ne produce circa cinquecento la settimana. Dà lavoro a dieci persone, ognuna delle quali (come in molti paesi africani) deve mantenere fino a quindici famigliari. Per quanto lavorino sodo, la loro produzione non è sufficiente per combattere gli insetti portatori di malaria.
Entra in scena un divo di Hollywood che fa un gran chiasso per mobilitare le masse e incitare i governi occidentali a raccogliere e inviare centomila zanzariere nella regione infestata dalla malattia, al costo di un milione di dollari. Le zanzariere arrivano e vengono distribuite: davvero una «buona azione».
Col mercato inondato dalle zanzariere estere, però, il nostro fabbricante viene immediatamente estromesso dal mercato, i suoi dieci operai non possono più mantenere le centocinquanta persone che dipendono da loro (e sono ora costrette ad affidarsi alle elemosine), e, fatto non trascurabile, entro cinque anni al massimo la maggior parte delle zanzariere importate sarà lacera, danneggiata e inutilizzabile.

E nel frattempo, aggiungo io, la vecchia fabbrica locale e i suoi macchinari, abbandonati a se stessi, sono diventati inutilizzabili e il vecchio proprietario non ha soldi per rimettere il tutto in funzione. Ma passiamo a qualche dato concreto.

Perfino un’occhiata superficiale ai dati suggerisce che con l’aumentare degli aiuti, la crescita dell’Africa diminuiva, ed era accompagnata da una maggiore incidenza della povertà. Negli ultimi trent’anni, i paesi più dipendenti dagli aiuti hanno mostrato tassi di crescita media di -0,2 percento all’anno.
Per la maggior parte dei paesi, una conseguenza diretta degli interventi basati sugli aiuti è stata un drastico aumento della povertà. Mentre prima degli anni Settanta la maggior parte degli indicatori economici dello Zambia era in salita, dopo un decennio la sua economia era in rovina. Bill Easterly, professore all’Università di New York ed ex economista della Banca Mondiale, sottolinea che se questo paese avesse trasformato in investimenti tutti gli aiuti ricevuti dal 1960 convogliandoli verso la crescita, all’inizio degli anni Novanta avrebbe registrato un PIL pro capite di circa 20.000 dollari, mentre ora era inferiore ai 500, un valore più basso che nel 1960; di fatto, il PIL dello Zambia dovrebbe essere almeno trenta volte quello attuale. E tra il 1970 e il 1998, quando l’erogazione di aiuti era al culmine, in Africa la povertà salì dall’11 percento a uno sbalorditivo 66 percento. Si tratta grosso modo di seicento milioni di africani, su una popolazione totale di un miliardo, costretti a vivere sotto la soglia della povertà. Una cifra davvero sconvolgente.
[…]
Le prove contro gli aiuti sono tanto forti e indiscutibili che perfino l’FMI – uno dei principali sovvenzionatori – ha ammonito i fautori a non riporvi eccessive speranze come strumento di sviluppo; ha anche ammonito governi, donatori e promotori a essere più cauti nell’affermare che un aumento degli aiuti risolverà i problemi africani. Se solo queste ammissioni fossero il catalizzatore di un vero cambiamento…
Il fatto più sorprendente è che non esiste altro settore, in affari o in politica, in cui si permette a insuccessi così evidenti di proseguire a fronte di prove tanto chiare e indiscutibili.
Quindi ecco qui: sessant’anni, oltre un trilione di dollari di aiuti all’Africa, e non molti risultati positivi da mostrare. Se gli aiuti fossero solo innocui – si limitassero cioè a non ottenere quanto proclamano – questo libro non sarebbe stato scritto. Il problema è che gli aiuti non fanno più parte della potenziale soluzione del problema… ma sono il problema stesso.

Credo che tutti dovrebbero leggere questo libro, per capire che tutto ciò che noi “generosamente” doniamo ai poveri africani raggiunge unicamente due destinatari: noi stessi che possiamo così crogiolarci nella coscienza pulita della nostra bontà (e, se siamo cristiani credenti, nella certezza di esserci accaparrati una fettina di paradiso) e i corrotti di ogni risma e di ogni parte del mondo. Pensiamoci.

Dambisa Moyo, La carità che uccide, Rizzoli
la carità che uccide
barbara