SALVINI PREDICA ODIO! UUUHHHH!!!!!

Salvini, incita alla violenza! UUUHHHH!!!!! Salvini truce trucissimo! UUUHHHH!!!!!
gemitaiz-salvini
Spara a Salvini 1
Spara a Salvini 2
sparoavista
lega stretto
piazzale loreto
E guardate quel sorriso laido dell’ultima foto come assomiglia a quest’altro
negozio ariano
barbara

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ANTISEMITISMO NELLA FASCISTISSIMA UNGHERIA

del fascistissimo Orban
ungheria antisem
(fonte) E questo è il fascistissimo aeroporto della fascistissima capitale della fascistissima Ungheria del fascistissimo Orban
aeroporto budapest
Qualcuno l’ha visto in qualche altro aeroporto europeo?

barbara

A PROPOSITO DI “AUSCHWITZLAND”

Il miglior commento in circolazione.

YOUng

Si chiamava “Aktion T4” il programma nazista “di sterilizzazione e sterminio” dei disabili, dei ritardati mentali, degli affetti da sindrome di down, dei portatori di malattie genetiche ereditarie (o considerate tali), degli schizofrenici, degli epilettici, degli affetti da sifilide o da demenza senile, di tutti coloro che rappresentavano, nel delirio nazista, una qualche forma di “devianza” dall’idea ariana di “razza superiore”.
Furono sterminate centinaia di migliaia di persone, inizialmente tramite iniezione letale, poi, per risparmiare tempo e denaro, direttamente nelle camere a gas.
I bambini “inadatti” (definizione nazista per indicare ogni genere di handicap fisico o ritardo mentale), invece, non arrivavano mai ad “Auschwitzland”, perché venivano soppressi prima.
In foto, una persona che ignora che, molto probabilmente, sotto il nazismo, non sarebbe arrivata viva all’età per indossare quella maglietta.

(Emiliano Rubbi)

– photo © Eugenio Grosso – Photographer
Auschwitzland
Qui, grazie a Fiorella per la segnalazione.

barbara

IL FASCISMO HA FATTO ANCHE COSE BUONE

Siamo tornati a sentire il nostalgico mantra in questi giorni di alessandrico furore per la nipotal devozione ferita e offesa. E alle indignate proteste ebraiche – e non solo ebraiche, per fortuna – per l’ira funesta della benitide Alessandra, condita da entusiastici like a commenti pesantemente antisemiti, ecco rispuntare l’immarcescibile mantra: sì, ma a parte le leggi razziali e la guerra (due bazzecoline, da spostare nel ripostiglio insieme alle scope e agli stracci, e non pensarci più), ha fatto anche cose buone. E vediamole dunque, queste cose buone, in questo ottimo articolo che è giunto il momento di rispolverare.

E niente, ciclicamente torna alla ribalta la favola di Mussolini che tolte le leggi razziali e l’entrata in guerra, avrebbe fatto anche cose giuste per l’Italia, soprattutto in ambito sociale ed economico.
Oltre ad averla ripetuta negli anni praticamente tutti i vari leader della destra italiana, come ogni tanto mostra la cronaca, questa idea è purtroppo ben diffusa nel paese.
E a quanto pare in modo più o meno trasversale, ovvero anche in una parte della sinistra.
Ora, non starò a ripetere la storia economica del fascismo.
L’abbiamo già fatto più volte nel passato, mostrando come sia stata assolutamente disastrosa e che l’idea di un fascismo che ha fatto anche cose buone è una balla.
Qui un sunto per chi volesse approfondire.
Oggi invece diamo un rapido sguardo a due aspetti di questo tema.
Il primo è il risultato finale delle politiche del fascismo, cercando di rispondere contemporaneamente alla domanda su chi ha realmente portato l’Italia fuori dalla povertà e ha migliorato le condizioni della popolazione.
Per farlo esaminiamo il grafico linkato sotto del pil procapite italiano dall’unità d’italia ad oggi.
PIL
Grafico tratto da questo lavoro di Banca d’Italia .
Il grafico è a prezzi costanti e ci mostra in scala logaritmica il pil procapite durante il periodo preso in considerazione.
Prendiamo il pil procapite in quanto ci dice esattamente ciò che cerchiamo, ovvero l’aumento della ricchezza della popolazione.
E visto che l’indice di distribuzione di questa nei decenni è andando diminuendo, un aumento del pil indica un aumento reale della ricchezza anche delle fasce più povere della popolazione.
Infine l’uso dei prezzi costanti, ovvero tolta l’inflazione, è doveroso in quanto altrimenti non sarebbe possibile una comparazione inter-temporale.
Allora, cosa ci dice il grafico?
Vediamo:

1) l’Italia ha tenuto un tasso di crescita costante ma moderato dal 1861 al 1914.
2) dopo la caduta degli anni bellici c’è stata una immediata ripresa verso il trend precedente fino al 1924-1925, ovvero proprio fino alla trasformazione in dittatura del governo di Mussolini.
3) Dal 1925 fino alla metà degli anni ’30, ovvero durante gli anni delle riforme economiche e sociali del fascismo che oggi molti rimpiangono, la crescita si blocca.

Ripetiamo: la crescita del pil procapite si blocca.

4) C’è una piccola ripresa negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della WW2, ma comunque al ritmo del trend precedente.
5) Infine, la vera ripresa con un ritmo enormemente superiore sia a quello del fascismo, sia a quello pre-WWI, si ha negli anni che vanno dal 1947 alla metà degli anni ’70, quando il ritmo di crescita inizia a rallentare.

Cosa ci dicono allora questi dati?
Semplicemente che solo nei sogni degli italiani il fascismo è stato positivo per l’economia e la vita sociale degli italiani, visto che durante quei vent’anni il pil procapite è cresciuto di fatto solo in 4 anni su 20.
Se qualcuno dobbiamo ringraziare, piaccia o non piaccia, sono invece i governi democratici dell’Italia post fascista, a partire da quelli moderatamente liberisti dei primi anni ’50 (De Gasperi), che hanno abbattuto i dazi doganali e fatto entrare l’Italia nella CEE, cosa che ha permesso di eliminare la sclerotizzazione dell’economia imposta dalle leggi corporative fasciste e quindi creare praticamente tutta la ricchezza di cui ancora oggi beneficiamo.
Detto questo affrontiamo velocemente un secondo tema, sempre connesso alle fantomatiche meravigliose misure sociali del fascismo.
Nella fattispecie le pensioni.
Di nuovo, la narrativa che gira nel paese è che le pensioni sono una invenzione del duce.
Peccato che la realtà sia ben diversa visto che il primo nucleo pensionistico nasce nel 1898 con la fondazione della “cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”.
Fino al 1919 l’iscrizione a tale istituto era volontaria.
Da quell’anno in poi diventa obbligatoria e copre circa 12 milioni di lavoratori.
Cosa fa il fascismo?
Nel 1939 istituisce assicurazioni contro la disoccupazione e viene fissato il limite d’età di 60 anni per gli uomini e 55 per le donne.
E’ invece solo dalla fine degli anni ’50, quindi durante i governi democristiani, che l’assicurazione per l’invalidità e la pensione viene estesa a tutti i lavoratori, quindi anche quelli autonomi, i coltivatori diretti, artigiani e commercianti.
Di più: è solo nel 1969 che infine il sistema passa da quello contributivo a quello ben più generoso (purtroppo) retributivo e vengono istituite le pensioni sociali  – qui   e qui

Insomma, il fascismo ha creato le pensioni?
Risposta secca: NOOOOOOOOO.
Il sistema pensionistico è stato creato dai governi liberali dell’Italia precedente la prima guerra mondiale e ampliato, troppo, dai governi democristiani degli anni ’60.
Fatte queste specificazioni, cosa possiamo dire infine?
Ben poco, se non sottolineare il fatto che un paese che crede alla favola di un dittatore, che grazie alle sue idee corporative e socialiste, avrebbe governato economicamente e socialmente bene un paese, quando la realtà ci dice invece il contrario, è destinato ad un futuro molto, molto, ma veramente molto buio.
Siamo ……..
Buona giornata.
Massimo Fontana, 15 gennaio 2018

E buona giornata anche a te, Alessandruccia cara, e a voi, compagnucci suoi e del caro estinto.
Poi volendo si potrebbe leggere questo. E infine, giusto per chiudere in bellezza
mussolini-al.
barbara

EST EUROPA

A proposito delle elezioni in Ungheria e di alcune altre cose di quelle parti che tanto fanno inorridire le anime belle delle nostre parti.

I popoli dei paesi est europei sanno cosa vuol dire subire una invasione straniera. Sanno cosa significa vedere distrutta la propria cultura, irrise le proprie tradizioni, disgregata la propria società civile. Polacchi ed ungheresi, Cechi e slovacchi sanno cosa si cela davvero dietro a parole come “progresso” o “uguaglianza”, dolcemente sussurrate dai loro aguzzini. E ricordano che tanti occidentali “progressisti”, o i loro padri, che oggi li invitano ad “non costruire muri”, hanno ieri applaudito i carri sovietici a Praga e a Budapest, o la repressione brutale degli operai polacchi.
Per questo difendono la propria autonomia, senza se e senza ma. E se ne fregano delle condanne, degli strilli e degli strepiti di tutti i finti buoni del mondo.
Giovanni Bernardini

Sono fascisti? Sì, può darsi. Ma, come ha ricordato qualche tempo fa Ugo Volli, la storia ci insegna che i fascismi e i nazismi passano, l’islam no. E se solo i fascismi sono disposti a combattere l’islam – cosa dico combattere, ad accorgersi, semplicemente accorgersi che c’è un pericolo islam che ci sovrasta – non ci viene lasciata alternativa.

barbara

L’EBREO GENIALE

Dopodomani sarà il Giorno della Memoria, in cui si ricorderanno le vittime della Shoah. Qualcuno è già al lavoro: a Milano deturpata una pietra d’inciampo, ad Arezzo divelta la stele commemorativa. Qui, a proposito di memoria, ci è venuto in mente Ernö Erbstein, ebreo ungherese nato a Nagyvárad nel 1898. Amava il calcio. Gli dicevano di lasciar perdere perché gli ebrei sono una razza inferiore, anche muscolarmente. Se ne fece un cruccio.
Ebbe una carriera di calciatore che concluse in Italia; intanto studiò la tattica, le applicazioni fisiche e psicologiche. Diventò un allenatore rivoluzionario. Portò in tre anni la Lucchese dalla C al sesto posto in A. A Lucca, città solidamente fascista, fu sorpreso dalle leggi razziali. Alle figlie fu impedito di andare alle scuole pubbliche. Il presidente del Torino, Ferruccio Novo, lo ingaggiò, e le figlie furono iscritte in una scuola privata. Col Toro fece un anno e arrivò secondo.
Nel ’39 capì che l’aria era troppo pesante. Novo lo aiutò. Grazie alle sue conoscenze gli organizzò il viaggio verso l’Ungheria. Lì, nel ’44, i nazisti lo rinchiusero in un campo. Riuscì a fuggire appena prima di essere trasferito ad Auschwitz. La moglie e le figlie si salvarono coi passaporti svedesi del leggendario Raoul Wallenberg, un Giusto fra le nazioni che nel ’45 fu arrestato dai russi e morì forse fucilato dal Kgb.
A fine guerra, Novo riabbracciò il suo allenatore. E Erbstein costruì il capolavoro: la squadra più forte del mondo, il Toro di Valentino Mazzola. Coi suoi ragazzi, morì a Superga.
Mattia Feltri, La Stampa, 25 gennaio 2018

Poi qui trovate un video interessante che ci mostra concretamente quante sono state le vittime.

barbara

NOSTALGICI DEL FASCISMO?

La vostra spiaggia è servita: si chiama Punta Canna (probabile richiamo alla spiaggia caraibica di Punta Cana, nella Repubblica dominicana) e si trova a Chioggia, in provincia di Venezia. Ci trovate ritratti di Mussolini, saluti fascisti, spiritosi cartelli che introducono alle camere a gas, e varie altre amenità, mentre il duce della spiaggia vi intrattiene – ogni mezz’ora, se ho capito bene – con la sua filosofia

qui notizie dettagliate.
Per fortuna, per una volta tanto, il clamore suscitato da questo obbrobrio ha ottenuto i risultati sperati: gli è stato gentilmente spiegato, da parte della Digos, che quella non è casa sua, e ordinato di rimuovere tutta quella spazzatura. Naturalmente – che razza di fascista sarebbe se no? – il signor Gianni Scarpa (omonimo e quasi concittadino di un mio collega in Somalia; per fortuna l’età mi assicura che si tratta di un’altra persona) ha obbedito. (Grazie a “Ben” per la segnalazione)

barbara

TERZO RICORDO DI TINA ANSELMI

Dalla Resistenza alla politica nel segno della Memoria

Profondo cordoglio nelle istituzioni e in tutto il paese per la scomparsa di Tina Anselmi, ex partigiana e prima donna ministro in Italia. Una figura che, come sono in molti a riconoscere in queste ore, ha segnato in modo decisivo la sua epoca.
Giovanissima staffetta partigiana, sindacalista appassionata, madre della legge sulle pari opportunità, ministro del lavoro e della previdenza sociale, principale autrice della riforma che introdusse il Servizio sanitario nazionale e guida della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2. E, tra i tanti incarichi, anche presidente della Commissione di indagine sui beni sottratti ai cittadini ebrei negli anni delle persecuzioni antisemite (’38-’45) istituita sul finire degli Anni Novanta. Un lavoro di ricerca ingente, svolto in stretto raccordo con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e con un pool di storici e studiosi del fascismo, che permise di far emergere sin dalle prime battute, come raccontò la stessa Anselmi in una intervista all’Espresso, una incontestabile verità. E cioè il fatto che la burocrazia fascista “abbia lavorato quasi in tutta Italia con grande zelo, nonché pignola e stupida crudeltà, all’applicazione delle leggi antiebraiche emesse da Mussolini a partire dal 1938”.
Molti commentano in queste ore la scomparsa di una donna straordinaria, la cui vita fu inevitabilmente segnata, ancora adolescente, dall’esecuzione di 31 partigiani impiccati per rappresaglia cui fu costretta ad assistere insieme ad altri studenti. Quel fatto così cruento e terribile la spinse a prendere parte attiva alla Resistenza, cui si unì con il nome di battaglia di Gabriella. Prima come staffetta della brigata Battisti, quindi al comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà.
“Un pensiero a Tina Anselmi, grande esempio di cattolica impegnata in politica e donna delle istituzioni” afferma il primo ministro Matteo Renzi. “Partigiana, prima donna ministra, inflessibile avversaria dei poteri occulti. Con Tina Anselmi se ne va una madre della democrazia italiana” afferma la presidente della Camera Laura Boldrini.
“Tina Anselmi c’è stata e il mondo lo ha cambiato” scrive sul proprio profilo twitter la ministra Maria Elena Boschi ricordando un suo celebre motto: “Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci”. Scrive la ministra Giannini: “Partigiana. Prima donna ministro. Simbolo di onestà e passione politica. Tina Anselmi è stata grande esempio per le italiane e gli italiani”
Adam Smulevich (Moked, 01/11/16)

L’indagine sui beni rubati dal fascismo

«Qualche indicazione tristemente sorprendente è già venuta fuori: a dimostrare come la burocrazia fascista abbia lavorato quasi in tutta Italia con grande zelo, nonché pignola e stupida crudeltà, all’applicazione delle leggi antiebraiche emesse da Mussolini a partire dal 1938». Tina Anselmi parla dietro un gran cumulo di fascicoli nell’ufficio di via della Vite, a Roma: sede della Commissione di indagine sui beni sottratti ai cittadini ebraici negli anni delle persecuzioni antisemite (’38-’45), che è stata chiamata a presiedere all’inizio del dicembre scorso. Una Commissione che sta raccogliendo i primi frutti della sua inchiesta e dovrà certamente chiedere una proroga del mandato in scadenza a fine maggio.
«Quello che sinora abbiamo acquisito sono circa 8 mila decreti di confisca di beni di ebrei, in genere emessi dai capi delle provincie», spiega Anselmi che negli anni Ottanta è stata anche a capo della Commissione sulla P2: «Confische che riguardano case, palazzi, fabbriche, terreni, gioielli, quadri, soldi, ma anche calzini, magliette, mestoli da cucina, libri, sottovesti, sedie… Ed è interessante notare che non più del 20 per cento di tali decreti sono stati pubblicati nella “Gazzetta ufficiale” (come avrebbe dovuto avvenire) e che i documenti non sono quasi mai firmati: gli stessi burocrati del Fascio si dovevano rendere conto quanto la confisca di un paio di ciabatte usate, di un colapasta e di una maglietta per bambino fosse una cosa ridicola, crudele e controproducente». Tutto si confiscava, tutto si annotava (vedere riquadro in questa pagina): «4 paia calze rammendate. 4 paia calze bambino… 1 cucchiaino piccolo bambino»…
Queste migliaia di documenti ingialliti, che dimostrano come l’antisemitismo dell’Italia fascista non fu affatto un sentimento poco diffuso e mitigato da una presunta bonarietà innata dei nostri connazionali, provengono dai depositi delle questure, delle prefetture e soprattutto dagli archivi storici centrali e periferici. La maggior parte risale al periodo successivo al dicembre ’43 e riguarda quelle “provincie speciali” (Bolzano, Belluno, Trento, Trieste, Gorizia, Fiume…) che dopo l’8 settembre erano finite sotto controllo tedesco. Ma sui tavoli della Commissione sono arrivati decreti di confisca emessi in tutta Italia, escluse quelle regioni del Sud e delle isole dove le comunità ebraiche erano praticamente inesistenti. Per il momento, su 103 prefetture e altrettante questure interpellate dagli inquirenti, rispettivamente 59 e 46 hanno risposto fornendo dei documenti; mentre 75 archivi di Stato su 104 hanno trovato tra i loro faldoni decreti di confisca e altri provvedimenti a danno di cittadini ebrei.
«Questi documenti rappresentano un atto d’accusa ineludibile», sottolinea Anselmi, «perché se a una persona porti via il materasso, le scarpe, lo spazzolino da denti e tutti i suoi soldi, significa che quella persona deve scomparire». Non deve continuare a vivere. Come in effetti è avvenuto per i tanti nostri connazionali di religione ebraica deportati nei campi di sterminio poche settimane dopo l’applicazione dei decreti che li spogliavano di tutti i loro averi. E questo, i tanti funzionari repubblichini che hanno firmato quegli atti, non potevano (e non possono) far finta di non averlo capito o saputo.
Le prime leggi razziali del ’38 stabilirono un censimento delle persone «di razza ebraica» e cominciarono a colpire i loro diritti civili e professionali. Nel ’39-’40 vi fu un censimento dei beni degli ebrei e una limitazione al loro diritto di proprietà e di impresa (non potevano possedere immobili superiori a 20 mila lire di imponibile e aziende con più di 100 dipendenti…). Nel dicembre ’43 un’ordinanza stabilì la confisca «totale» dei beni degli ebrei. Con quale gradualità e quale zelo siano state applicate queste famigerate leggi è uno dei primi punti che la Commissione è chiamata a chiarire. Poi si tratterà di capire che fine abbiano fatto i capitali, gli immobili, le cose depredate dall’amministrazione fascista.
Buona parte del lavoro sarà fatto esaminando gli archivi dell’Egeli, l’Ente per la gestione e la liquidazione dei beni sequestrati agli ebrei, voluto da Mussolini. Dal ’45, con le «leggi riparatrici», è cominciata la restituzione degli averi delle famiglie ebree. Ora, si tratta di rintracciare quello che non è stato ancora restituito e chi ha diritto ad averlo. Una difficile ricerca anche tra i parenti dei tanti deportati ingoiati dalla Shoah. Nel caso in cui non venga individuato nessun legittimo proprietario o erede, i beni e i loro eventuali frutti andranno, in base all’accordo internazionale siglato a Washington, al Congresso mondiale ebraico. Dove confluirà anche il maltolto individuato da analoghe commissioni al lavoro in Germania, Olanda, Francia, Belgio e Danimarca.
A garanzia dell’obbiettività e serietà dei lavori sono stati chiamati a far parte della Commissione tecnici e ricercatori d’alto livello (tra cui: Enrico Granata, direttore centrale dell’Associazione bancaria italiana; Paola Carucci, sovrintendente dell’Archivio centrale di Stato; Luigi Lotti, presidente dell’Istituto storico per l’età moderna e contemporanea), nonché rappresentanti della comunità ebraica (lo storico Michele Sarfatti, del Centro di documentazione ebraica contemporanea; Dario Tedeschi, dell’Unione comunità ebraiche italiane). Ovviamente la parte centrale dell’indagine riguarda le banche, per tentare di individuare se esistono ancora conti dormienti (cioè intestati a persone scomparse), depositi di antica giacenza e cassette di sicurezza rimaste abbandonate. In caso qualcosa venga fuori (e non potrà che essere così), si dovranno cercare eventuali aventi diritto o eredi dei beni. «Sinora il nostro sistema bancario e assicurativo non ha dimostrato nessuna buona volontà in questo senso», spiega l’ex presidente della Bnl Nerio Nesi, «speriamo che la Commissione sappia trovare gli strumenti adatti per indurre i recalcitranti ad aprire archivi e dossier».
Strumenti che, secondo Anselmi, dovrebbero essere stati individuati: l’Abi ha messo a punto un questionario, approvato dalla Commissione, in cui si chiede di fornire indicazioni su tutti gli elementi riguardanti eventuali beni appartenuti ad ebrei in possesso degli istituti di credito. Il questionario è stato spedito circa un mese fa a tutte le banche italiane. Stanno arrivando le prime risposte, ma è troppo presto per tracciare un bilancio significativo.
Alla fine dei suoi lavori la Commissione potrà fornire un’immagine meno sfumata di un periodo vergognoso della nostra storia, la cui memoria molti oggi desiderano allontanare: migliaia di travet della burocrazia fascista furono zelanti complici di un antisemitismo crudele. Di fronte a milioni di cittadini passivi spettatori di nefandezze compiute nella casa accanto.
Mario Scialoja, L’Espresso (n.13/1999)

Quel riquadro nella pagina dell’articolo l’ho conservato, e nel febbraio del 2008 ne ho fatto un post, che ora ripropongo.

Gli ebrei sono ricchi

Ecco il testo parziale o integrale di alcuni decreti di confisca pervenuti alla Commis­sione presieduta da Tina Anselmi.

28 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Vicenza decreta la confisca dei seguenti beni di proprietà dell’ebreo Simcha Schaechetr, da Montecchio Maggiore: 1 paio zoccoli vecchi di legno, 1 vestaglia da camera, 1 giacca pelliccia fuori uso, 1 sacco di tela, 9 paia di calze da uomo di cotone usate, 8 paia di calze da donna in seta usate, alcuni stracci vec­chi usati. Detti beni passano in gestione all’Egeli».

25 gennaio ’44. Il Capo della Provincia di Brescia decreta il sequestro dei seguenti beni di proprietà dell’ebreo Arditi Davide, residente a Gavardo: 1 paio occhiali cerchiati oro, 1 ferro da stiro, 2 carte annonarie per zucchero, grassi e sapone, 2 carte annonarie di ve­stiario, 5 materassi di lana, 8 federe, 1 vestaglia da camera da donna, 3 tappetini scendi­letto, 5 libri di soggetto religioso ebraico, 4 paia di mutande da uomo, 1 scatola conte­nente oggetti da toletta, 1 borsa a rete contenente piccoli gomitoli di lana, 4 piccoli sac­chetti porta pettini, 1 piccolo pacchetto di uncinetti ed aghi per le calze, 1 termometro per febbre, 1 schiaccianoci, 1 canna di legno per stendere la pasta (per fare tagliatelle), 2 me­stoli piccoli, 2 scola-pasta, 2 pettini…».

16 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Pavia. Decreta la confisca a favore dello Stato della pensione n. 3.507.165 intestata a Guastalla Ester di razza ebraica, vedova di ex Commissario di PS. Partita ammontante a:L. 9.264 annue lorde; caroviveri L. 780; assegno tem­poraneo di guerra L. 2.775 annue».

10 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Vene­zia. Ritenuto che la ditta Brandes Oreste fu Riccardo è di razza ebraica, dispone la confisca a favore dei seguenti beni: Polizza assicurazioni in Buoni del Tesoro 4%.. 4 paia calze rammenda­te. 4 paia calze bambino. 2 bicchieri. 2 spazzole vestiti. 1 cucchiaino piccolo bambino…».

16 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Brescia. Visto che la signora Ascoli Elisa, vedova Levi, appartenente a razza ebraica, è proprietaria di un mulino e 7 piò bresciani di terre­no in Comune di Borgo San Giacomo, decreta: la confisca a favore dello Stato dei suddetti immobili, distinti in mappa… e trasferiti per la gestione e il successivo realizzo all’Egeli».

27 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Modena. Confisca dei seguenti beni apparte­nenti a Pincherle Maurizio, residente a Bologna: Casa civile ad uso abitazione, in Comune di Montese. Appezzamento di terreno coltivato ad orto adiacente al fabbricato. Tutti gli arredi e suppellettili, come da inventario: 8 quadri alle pareti, 2 coperte per stirare, 1 paio di pantofole, 1 portacarta igienica, 1 portafiori rotto, 2 corna di bue, 1 portasapone, 2 cati­nelle di terra, 1 mattarello, 1 mestolo di rame, 1 coperchio, 1 ramaiolo d’alluminio, 1 pa­della, 1 mazzo carte da gioco, 1 cesta contenente pacchi di lettere, 1 scala a pioli, 2 lampa­dine rotte, 1 rastrello, 3 bandiere tricolori italiane, 1 cassetta da gioco a birilli…».

Ancora un paio di espropri a questi sporchi capitalisti ebrei, e vincevamo la guerra, garantito.

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E grazie ancora a Tina Anselmi per la scrupolosità e il rigore con cui questo compito, così come tutti gli altri a lei affidati, è stato condotto.

barbara