NOSTALGICI DEL FASCISMO?

La vostra spiaggia è servita: si chiama Punta Canna (probabile richiamo alla spiaggia caraibica di Punta Cana, nella Repubblica dominicana) e si trova a Chioggia, in provincia di Venezia. Ci trovate ritratti di Mussolini, saluti fascisti, spiritosi cartelli che introducono alle camere a gas, e varie altre amenità, mentre il duce della spiaggia vi intrattiene – ogni mezz’ora, se ho capito bene – con la sua filosofia

qui notizie dettagliate.
Per fortuna, per una volta tanto, il clamore suscitato da questo obbrobrio ha ottenuto i risultati sperati: gli è stato gentilmente spiegato, da parte della Digos, che quella non è casa sua, e ordinato di rimuovere tutta quella spazzatura. Naturalmente – che razza di fascista sarebbe se no? – il signor Gianni Scarpa (omonimo e quasi concittadino di un mio collega in Somalia; per fortuna l’età mi assicura che si tratta di un’altra persona) ha obbedito. (Grazie a “Ben” per la segnalazione)

barbara

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TERZO RICORDO DI TINA ANSELMI

Dalla Resistenza alla politica nel segno della Memoria

Profondo cordoglio nelle istituzioni e in tutto il paese per la scomparsa di Tina Anselmi, ex partigiana e prima donna ministro in Italia. Una figura che, come sono in molti a riconoscere in queste ore, ha segnato in modo decisivo la sua epoca.
Giovanissima staffetta partigiana, sindacalista appassionata, madre della legge sulle pari opportunità, ministro del lavoro e della previdenza sociale, principale autrice della riforma che introdusse il Servizio sanitario nazionale e guida della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2. E, tra i tanti incarichi, anche presidente della Commissione di indagine sui beni sottratti ai cittadini ebrei negli anni delle persecuzioni antisemite (’38-’45) istituita sul finire degli Anni Novanta. Un lavoro di ricerca ingente, svolto in stretto raccordo con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e con un pool di storici e studiosi del fascismo, che permise di far emergere sin dalle prime battute, come raccontò la stessa Anselmi in una intervista all’Espresso, una incontestabile verità. E cioè il fatto che la burocrazia fascista “abbia lavorato quasi in tutta Italia con grande zelo, nonché pignola e stupida crudeltà, all’applicazione delle leggi antiebraiche emesse da Mussolini a partire dal 1938”.
Molti commentano in queste ore la scomparsa di una donna straordinaria, la cui vita fu inevitabilmente segnata, ancora adolescente, dall’esecuzione di 31 partigiani impiccati per rappresaglia cui fu costretta ad assistere insieme ad altri studenti. Quel fatto così cruento e terribile la spinse a prendere parte attiva alla Resistenza, cui si unì con il nome di battaglia di Gabriella. Prima come staffetta della brigata Battisti, quindi al comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà.
“Un pensiero a Tina Anselmi, grande esempio di cattolica impegnata in politica e donna delle istituzioni” afferma il primo ministro Matteo Renzi. “Partigiana, prima donna ministra, inflessibile avversaria dei poteri occulti. Con Tina Anselmi se ne va una madre della democrazia italiana” afferma la presidente della Camera Laura Boldrini.
“Tina Anselmi c’è stata e il mondo lo ha cambiato” scrive sul proprio profilo twitter la ministra Maria Elena Boschi ricordando un suo celebre motto: “Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci”. Scrive la ministra Giannini: “Partigiana. Prima donna ministro. Simbolo di onestà e passione politica. Tina Anselmi è stata grande esempio per le italiane e gli italiani”
Adam Smulevich (Moked, 01/11/16)

L’indagine sui beni rubati dal fascismo

«Qualche indicazione tristemente sorprendente è già venuta fuori: a dimostrare come la burocrazia fascista abbia lavorato quasi in tutta Italia con grande zelo, nonché pignola e stupida crudeltà, all’applicazione delle leggi antiebraiche emesse da Mussolini a partire dal 1938». Tina Anselmi parla dietro un gran cumulo di fascicoli nell’ufficio di via della Vite, a Roma: sede della Commissione di indagine sui beni sottratti ai cittadini ebraici negli anni delle persecuzioni antisemite (’38-’45), che è stata chiamata a presiedere all’inizio del dicembre scorso. Una Commissione che sta raccogliendo i primi frutti della sua inchiesta e dovrà certamente chiedere una proroga del mandato in scadenza a fine maggio.
«Quello che sinora abbiamo acquisito sono circa 8 mila decreti di confisca di beni di ebrei, in genere emessi dai capi delle provincie», spiega Anselmi che negli anni Ottanta è stata anche a capo della Commissione sulla P2: «Confische che riguardano case, palazzi, fabbriche, terreni, gioielli, quadri, soldi, ma anche calzini, magliette, mestoli da cucina, libri, sottovesti, sedie… Ed è interessante notare che non più del 20 per cento di tali decreti sono stati pubblicati nella “Gazzetta ufficiale” (come avrebbe dovuto avvenire) e che i documenti non sono quasi mai firmati: gli stessi burocrati del Fascio si dovevano rendere conto quanto la confisca di un paio di ciabatte usate, di un colapasta e di una maglietta per bambino fosse una cosa ridicola, crudele e controproducente». Tutto si confiscava, tutto si annotava (vedere riquadro in questa pagina): «4 paia calze rammendate. 4 paia calze bambino… 1 cucchiaino piccolo bambino»…
Queste migliaia di documenti ingialliti, che dimostrano come l’antisemitismo dell’Italia fascista non fu affatto un sentimento poco diffuso e mitigato da una presunta bonarietà innata dei nostri connazionali, provengono dai depositi delle questure, delle prefetture e soprattutto dagli archivi storici centrali e periferici. La maggior parte risale al periodo successivo al dicembre ’43 e riguarda quelle “provincie speciali” (Bolzano, Belluno, Trento, Trieste, Gorizia, Fiume…) che dopo l’8 settembre erano finite sotto controllo tedesco. Ma sui tavoli della Commissione sono arrivati decreti di confisca emessi in tutta Italia, escluse quelle regioni del Sud e delle isole dove le comunità ebraiche erano praticamente inesistenti. Per il momento, su 103 prefetture e altrettante questure interpellate dagli inquirenti, rispettivamente 59 e 46 hanno risposto fornendo dei documenti; mentre 75 archivi di Stato su 104 hanno trovato tra i loro faldoni decreti di confisca e altri provvedimenti a danno di cittadini ebrei.
«Questi documenti rappresentano un atto d’accusa ineludibile», sottolinea Anselmi, «perché se a una persona porti via il materasso, le scarpe, lo spazzolino da denti e tutti i suoi soldi, significa che quella persona deve scomparire». Non deve continuare a vivere. Come in effetti è avvenuto per i tanti nostri connazionali di religione ebraica deportati nei campi di sterminio poche settimane dopo l’applicazione dei decreti che li spogliavano di tutti i loro averi. E questo, i tanti funzionari repubblichini che hanno firmato quegli atti, non potevano (e non possono) far finta di non averlo capito o saputo.
Le prime leggi razziali del ’38 stabilirono un censimento delle persone «di razza ebraica» e cominciarono a colpire i loro diritti civili e professionali. Nel ’39-’40 vi fu un censimento dei beni degli ebrei e una limitazione al loro diritto di proprietà e di impresa (non potevano possedere immobili superiori a 20 mila lire di imponibile e aziende con più di 100 dipendenti…). Nel dicembre ’43 un’ordinanza stabilì la confisca «totale» dei beni degli ebrei. Con quale gradualità e quale zelo siano state applicate queste famigerate leggi è uno dei primi punti che la Commissione è chiamata a chiarire. Poi si tratterà di capire che fine abbiano fatto i capitali, gli immobili, le cose depredate dall’amministrazione fascista.
Buona parte del lavoro sarà fatto esaminando gli archivi dell’Egeli, l’Ente per la gestione e la liquidazione dei beni sequestrati agli ebrei, voluto da Mussolini. Dal ’45, con le «leggi riparatrici», è cominciata la restituzione degli averi delle famiglie ebree. Ora, si tratta di rintracciare quello che non è stato ancora restituito e chi ha diritto ad averlo. Una difficile ricerca anche tra i parenti dei tanti deportati ingoiati dalla Shoah. Nel caso in cui non venga individuato nessun legittimo proprietario o erede, i beni e i loro eventuali frutti andranno, in base all’accordo internazionale siglato a Washington, al Congresso mondiale ebraico. Dove confluirà anche il maltolto individuato da analoghe commissioni al lavoro in Germania, Olanda, Francia, Belgio e Danimarca.
A garanzia dell’obbiettività e serietà dei lavori sono stati chiamati a far parte della Commissione tecnici e ricercatori d’alto livello (tra cui: Enrico Granata, direttore centrale dell’Associazione bancaria italiana; Paola Carucci, sovrintendente dell’Archivio centrale di Stato; Luigi Lotti, presidente dell’Istituto storico per l’età moderna e contemporanea), nonché rappresentanti della comunità ebraica (lo storico Michele Sarfatti, del Centro di documentazione ebraica contemporanea; Dario Tedeschi, dell’Unione comunità ebraiche italiane). Ovviamente la parte centrale dell’indagine riguarda le banche, per tentare di individuare se esistono ancora conti dormienti (cioè intestati a persone scomparse), depositi di antica giacenza e cassette di sicurezza rimaste abbandonate. In caso qualcosa venga fuori (e non potrà che essere così), si dovranno cercare eventuali aventi diritto o eredi dei beni. «Sinora il nostro sistema bancario e assicurativo non ha dimostrato nessuna buona volontà in questo senso», spiega l’ex presidente della Bnl Nerio Nesi, «speriamo che la Commissione sappia trovare gli strumenti adatti per indurre i recalcitranti ad aprire archivi e dossier».
Strumenti che, secondo Anselmi, dovrebbero essere stati individuati: l’Abi ha messo a punto un questionario, approvato dalla Commissione, in cui si chiede di fornire indicazioni su tutti gli elementi riguardanti eventuali beni appartenuti ad ebrei in possesso degli istituti di credito. Il questionario è stato spedito circa un mese fa a tutte le banche italiane. Stanno arrivando le prime risposte, ma è troppo presto per tracciare un bilancio significativo.
Alla fine dei suoi lavori la Commissione potrà fornire un’immagine meno sfumata di un periodo vergognoso della nostra storia, la cui memoria molti oggi desiderano allontanare: migliaia di travet della burocrazia fascista furono zelanti complici di un antisemitismo crudele. Di fronte a milioni di cittadini passivi spettatori di nefandezze compiute nella casa accanto.
Mario Scialoja, L’Espresso (n.13/1999)

Quel riquadro nella pagina dell’articolo l’ho conservato, e nel febbraio del 2008 ne ho fatto un post, che ora ripropongo.

Gli ebrei sono ricchi

Ecco il testo parziale o integrale di alcuni decreti di confisca pervenuti alla Commis­sione presieduta da Tina Anselmi.

28 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Vicenza decreta la confisca dei seguenti beni di proprietà dell’ebreo Simcha Schaechetr, da Montecchio Maggiore: 1 paio zoccoli vecchi di legno, 1 vestaglia da camera, 1 giacca pelliccia fuori uso, 1 sacco di tela, 9 paia di calze da uomo di cotone usate, 8 paia di calze da donna in seta usate, alcuni stracci vec­chi usati. Detti beni passano in gestione all’Egeli».

25 gennaio ’44. Il Capo della Provincia di Brescia decreta il sequestro dei seguenti beni di proprietà dell’ebreo Arditi Davide, residente a Gavardo: 1 paio occhiali cerchiati oro, 1 ferro da stiro, 2 carte annonarie per zucchero, grassi e sapone, 2 carte annonarie di ve­stiario, 5 materassi di lana, 8 federe, 1 vestaglia da camera da donna, 3 tappetini scendi­letto, 5 libri di soggetto religioso ebraico, 4 paia di mutande da uomo, 1 scatola conte­nente oggetti da toletta, 1 borsa a rete contenente piccoli gomitoli di lana, 4 piccoli sac­chetti porta pettini, 1 piccolo pacchetto di uncinetti ed aghi per le calze, 1 termometro per febbre, 1 schiaccianoci, 1 canna di legno per stendere la pasta (per fare tagliatelle), 2 me­stoli piccoli, 2 scola-pasta, 2 pettini…».

16 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Pavia. Decreta la confisca a favore dello Stato della pensione n. 3.507.165 intestata a Guastalla Ester di razza ebraica, vedova di ex Commissario di PS. Partita ammontante a:L. 9.264 annue lorde; caroviveri L. 780; assegno tem­poraneo di guerra L. 2.775 annue».

10 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Vene­zia. Ritenuto che la ditta Brandes Oreste fu Riccardo è di razza ebraica, dispone la confisca a favore dei seguenti beni: Polizza assicurazioni in Buoni del Tesoro 4%.. 4 paia calze rammenda­te. 4 paia calze bambino. 2 bicchieri. 2 spazzole vestiti. 1 cucchiaino piccolo bambino…».

16 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Brescia. Visto che la signora Ascoli Elisa, vedova Levi, appartenente a razza ebraica, è proprietaria di un mulino e 7 piò bresciani di terre­no in Comune di Borgo San Giacomo, decreta: la confisca a favore dello Stato dei suddetti immobili, distinti in mappa… e trasferiti per la gestione e il successivo realizzo all’Egeli».

27 marzo ’44. Il Capo della Provincia di Modena. Confisca dei seguenti beni apparte­nenti a Pincherle Maurizio, residente a Bologna: Casa civile ad uso abitazione, in Comune di Montese. Appezzamento di terreno coltivato ad orto adiacente al fabbricato. Tutti gli arredi e suppellettili, come da inventario: 8 quadri alle pareti, 2 coperte per stirare, 1 paio di pantofole, 1 portacarta igienica, 1 portafiori rotto, 2 corna di bue, 1 portasapone, 2 cati­nelle di terra, 1 mattarello, 1 mestolo di rame, 1 coperchio, 1 ramaiolo d’alluminio, 1 pa­della, 1 mazzo carte da gioco, 1 cesta contenente pacchi di lettere, 1 scala a pioli, 2 lampa­dine rotte, 1 rastrello, 3 bandiere tricolori italiane, 1 cassetta da gioco a birilli…».

Ancora un paio di espropri a questi sporchi capitalisti ebrei, e vincevamo la guerra, garantito.

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E grazie ancora a Tina Anselmi per la scrupolosità e il rigore con cui questo compito, così come tutti gli altri a lei affidati, è stato condotto.

barbara

IL PARTIGIANO JOHNNY

Il capolavoro che racconterà per sempre che cosa sono stati i partigiani e la Resistenza in Italia.

Che se fossi toscana tanto per cominciare direi capolavoro una bella sega. Poi magari con calma chiederei anche cosa vuol dire che racconterà per sempre che cosa sono stati i partigiani e la Resistenza in Italia: forse vuol dire che questo libro è eterno e così questa cosa la sapremo per sempre mentre gli altri libri non lo sono e magari un giorno potremmo non sapere più che Caina attende chi a vita li spense? Boh. Finora comunque sono arrivata, molto faticosamente – e non solo per i problemi fisici – a metà, e sinceramente non so se lo finirò perché è davvero un mattone pazzesco, che si dipana tra azioni improvvisate e velleitarie oltre che dilettantesche e descrizioni di lunghi luunghi luuunghi momenti di noia, con pagine talmente noiose che se ti distrai un attimo poi non ti ricordi più dov’eri arrivato e ti ritrovi a rileggere tre volte di fila la stessa cosa, e te ne rendi conto solo quando incontri una parola strana che aveva attirato la tua attenzione, come il verbo “verticare”. Dice che è in gran parte autobiografico: e allora? Questo è sufficiente a garantire un’obiettività tale su tutta la guerra partigiana, su tutta la resistenza da diventare IL libro che racconta quella parte della nostra Storia?
E poi la lingua: passino le parole inventate, spesso simpatiche e comunque di solito comprensibili, ma l’inglese? Non c’è praticamente una frase che non abbia almeno qualche parola inglese, così, per puro sfizio, o per mostrare quanto è bravo, chissà. O addirittura frasi interamente in inglese. O frasi in italiano ma costruite all’inglese: “l’esercito che egli desiderava entrare in”. Frasi in cui ti rompi la testa per capire cosa significhino fino a quando non ti arriva l’illuminazione e ti rendi conto che “un conosciuto” non è un articolo indeterminativo + participio passato in funzione aggettivale sostantivata, no: è il participio passato con la negazione inglese: unknown. E poi frasi talmente sconclusionate che le rileggi tre volte per cercare di capire cosa diavolo vogliano dire e alla fine rinunci e ti arrendi all’evidenza che non vogliono proprio dire niente. In ogni caso trovo semplicemente indecente scrivere un romanzo italiano che se non sai l’inglese non capisci un piffero.
Concludendo: capolavoro una bella sega (meglio, molto meglio, infinitamente meglio Il sentiero dei nidi di ragno).

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi
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barbara

25 APRILE, FESTA DELLA LIBERAZIONE NAZIONALE

Cari amici, oggi è il 25 aprile, festa della Liberazione. È il settantunesimo anniversario dell’insurrezione di Milano contro i nazisfascisti, che è stata presa come data per la liberazione del nostro paese dall’occupazione nazista (e dall’oppressione dei fascisti che li assistevano). Il caso vuole che quest’anno il 25 aprile sia anche il terzo giorno della festa ebraica di Pesach, che ricorda un’altra liberazione accaduta circa trentacinque secoli fa: quella del popolo ebraico dal Faraone. È un caso naturalmente, ma fra le due liberazioni c’è più di un nesso: la fine del tentativo del genocidio degli ebrei ad opera di un potere che si sentiva invincibile, ma minacciato dal popolo di Israele è senza dubbio una relazione importante, con la conseguenza che gli ebrei furono in prima linea nell’antichità come durante la seconda guerra mondiale per combattere il dispotismo. Un altro è la contrapposizione fra libertà dei popoli, diritto alla dignità e alla vita degli individui, affermazione della giustizia tramite la legge e dunque dell’uguaglianza dei diritti da un lato e dispotismo, violenza, “principio del capo” dall’altro. Di solito si pensa a Roma come patria del diritto (almeno in Italia), ma non è vero: la Torah precede di dieci o venti secoli (a seconda di come la si dati) il codice di Giustiniano, è socialmente assai più avanzata e, anche grazie alla mediazione del cristianesimo, ha impregnato tutto il nostro mondo.
Vi è dunque un nesso di principio fra ebraismo e libertà che rende gli ebrei (almeno quelli capaci di ricordare davvero la loro identità) naturalmente antifascisti e dovrebbe renderli anche anticomunisti per la stessa identica ragione: il rifiuto della dittatura. Ma c’è molto di più. I regimi nazifasciti oppressero i loro paesi e tolsero loro la libertà, commisero crimini efferati contro i loro nemici, cercarono di liberarsi delle persone che vedevano come una violazione del loro ordine: gay e rom, ma anche malati genetici e mentali. Contro gli ebrei si proposero qualcosa di più e di diverso: il progetto esplicito di distruggere una “razza” che essi definivano non solo nemica ma inquinante, ostacolo “metafisico” alla loro missione storica (per citare l’antisemita Heidegger, che fu il più “grande” teorico del nazismo). L’odio nazifascista per gli ebrei fu implacabile, non si fermò di fronte ai feti e ai neonati, ai vecchi e ai malati, a coloro che di ebraico non avevano né cultura né religione, ma solo un quarto o un ottavo del loro “sangue”. Per questo alcuni ebrei quando poterono fuggirono il nazifascismo e altri, molti altri, lo combatterono. Sui 40 mila ebrei italiani, ottomila furono le vittime delle deportazioni e duemila i partigiani attivi: cifre enormemente più grandi del resto della popolazione. Se la proporzione rispetto alla popolazione fosse stata la stessa (5%), i partigiani italiani avrebbero dovuto essere circa due milioni, mentre furono 223.000 (il dato è di una fonte insospettabile, Luigi Longo, in “Un popolo alla macchia”).
Bisogna anche tener conto che l’Italia non fu davvero liberata dai partigiani, che non ebbero mai una forza lontanamente paragonabile a quella tedesca, ma dagli alleati, innanzitutto gli angloamericani. E che nell’esercito inglese fu costituita nel 1942, dopo infinite insistenze della dirigenza sionista (Weizmann e Jabotinsky innanzitutto), una Brigata ebraica (http://www.bellaciaomilano.it/1945/46-ventanni-fascisti/deportazione/173-la-brigata-ebraica.html),
Brigata ebraica
che combatté nel ‘44-’45 proprio in Italia, risalendo la penisola lungo l’Adriatico. Erano tutti volontari, alcuni fra i 30 mila sui 550 mila ebrei residenti nel mandato di Palestina (ancora il 5%), che furono arruolati in varie armi. I membri della brigata furono circa 5000 e 42 di essi caddero in combattimento in Italia e sono sepolti oggi in un cimitero in Romagna (http://www.museofelonica.it/doc/stampa/Sermidiana/feb08.pdf).
Per tutte queste ragioni, il 25 aprile è una festa anche degli ebrei, forse soprattutto degli ebrei italiani: se il 27 gennaio è Giornata della memoria per l’apertura di Auschwitz, il 25 aprile è l’apertura di tutti i carceri e i luoghi di tortura e di concentramento dove passò più di un quarto degli ebrei italiani e dei nascondigli dove cercarono di salvarsi gli altri. È un momento di memoria sionista, perché la Brigata ebraica si costituì, con l’insegna della stella di Davide per volontà e stimolo della dirigenza sionista, che voleva che gli ebrei con la loro bandiera avessero un luogo esplicito nella lotta contro Hitler. Questo rapporto è stato chiaro e incontestato per decenni. Io personalmente ricordo che la mia vita politica è iniziata più di cinquant’anni fa, nel segno dell’antifascismo, proprio a ragione del mio ebraismo; e nessuno si sognava allora di discutere tale nesso. Ma da una decina d’anni la festa della Liberazione è stata progressivamente dirottata e sequestrata, certamente in concomitanza con la progressiva sparizione dei partigiani veri, dei deportati e della loro memoria (chi aveva vent’anni nel ‘45 oggi ne deve avere 91 e purtroppo non sono tanti); ma anche con il rifluire dell’estrema sinistra politicamente sconfitta ed emarginata su una falsa memoria e su movimenti sempre più marginali.

La violenza dei manifestanti filo-palestinesi, già alleati di Hitler, contro chi ricorda le imprese della Brigata ebraica
Andare alla manifestazione del 25 aprile con i simboli ebraici, fossero pure quelli dei liberatori della Brigata ebraica, è diventato sempre più difficile; la nostra semplice presenza è stata definita dai sequestratori “provocatoria”. Perché uso un termine forte come “sequestratori”? Perché c’è stato un tentativo piuttosto riuscito di mettere al centro del 25 aprile non un generico “internazionalismo”, che già sarebbe discutibile, perché il tema della festa è la liberazione NAZIONALE italiana; ma addirittura la “questione palestinese”. Ora non solo è indubitabile che nella Resistenza nessuno si occupasse del destino delle terre fra il Giordano e il Mediterraneo, se dovessero essere mandato britannico, stato ebraico o arabo. Ma resta il fatto indubitabile che i leader arabi (tutti, ma in primo luogo quelli “palestinesi” ante litteram – perché non si sognavano di chiamarsi così, allora, – come il Muftì di Gerusalemme Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī) erano schierati dalla parte dei nazisfasciti (http://www.kore.it/CAFFE/rosselli/hitler-mufti.htm). Al Husseini dopo aver provocato tutti i pogrom antiebraici che poteva nel mandato britannico fra il 1920 e la fine degli anni Trenta, allo scoppio della guerra per non essere arrestato dagli inglesi scappò a Bagdad, dove causò altre stragi di ebrei, poi fu recuperato da un aereo italiano (fascista) e portato a Roma, si stabilì a Berlino, fece amicizia con Hitler e Himmler, tenne discorsi di propaganda alla radio nazista, contribuì ad organizzare una feroce divisione di SS musulmane bosniache (https://en.wikipedia.org/wiki/13th_Waffen_Mountain_Division_of_the_SS_Handschar_(1st_Croatian), fu consulente di Eichmann per l’organizzazione della Shoà, intervenne ripetutamente sui governi dell’Asse perché non rilasciassero neppure un ebreo, sfuggì per un pelo al processo di Norimberga e negli anni Cinquanta e Sessanta fu fra i padri nobili del terrorismo palestinese, rivendicato da Arafat come suo parente e ispiratore (http://www.focusonisrael.org/2010/01/21/nazismo-hitler-mufti-gerualemme/). Il caso di Amin Al Husaini è ben noto e non insisto sul tema; ma se uno allarga lo sguardo è evidente che tutto lo schieramento islamista della seconda guerra mondiale è filonazista, mentre gli ebrei sono antinazisti. La ragione non è solo banalmente tattica (l’occupazione inglese di buona parte dei paesi arabi), come si vede anche dal fatto che gli arabi dei territori occupati dalla Francia non si schierarono affatto contro Petain. Semplicemente c’è una profonda omogeneità fra l’antisemitismo e il principio autoritario del capo del nazismo e dell’islamismo, come c’è omogeneità fra l’organizzazione democratica, il principio della libera discussione intellettuale e lo spirito imprenditoriale delle comunità ebraiche e il liberalismo occidentale.
Resta il fatto indubitabile che il 25 aprile segna la vittoria delle forze alleate sui nazifascisti e i militari ebrei, l’organizzazione sionista e il popolo ebraico erano dalla parte degli alleati mentre i militari islamisti e pre-palestinisti col loro popolo erano dalla parte dei nazisti. Portare a spasso la bandiera palestinista nelle manifestazioni del 25 aprile è come esibire la svastica; insultare la stella di Davide della Brigata Ebraica, sotto il cui segno da anni si raccolgono gli ebrei è insultare la resistenza. Il 25 aprile è stato sequestrato dai filonazisti. Contro di loro è necessaria una nuova resistenza. Oggi, come tutti gli anni, io andrò a manifestare, a prendermi l’insulto e l’odio probabilmente dei nipoti di coloro che contribuirono a perseguitare le famiglie ebraiche fra il ’38 e il ’45 (sono stati tanti, quasi tutti gli italiani, regalate questi libri agli amici che non lo sanno: http://www.baldinicastoldi.it/libri/di-pura-razza-italiana/, http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/i-carnefici-italiani/), comunque di coloro che sostengono ora i palestinisti antisemiti, discendenti diretti delle SS. Veniteci anche voi, nelle diverse modalità decise dalle comunità (a Milano in manifestazione, a Roma fuori di essa per evitare lo scontro fisico). Perché resistere ai neonazisti che hanno sequestrato il 25 aprile è un imperativo politico e morale.
Ugo Volli (pubblicato su Informazione Corretta)

E naturalmente, come da programma, le bandiere della Brigata Ebraica che ha combattuto per liberare l’Italia, sono state contestate sventolando le bandiere dei nipoti degli attivi complici di Hitler, che da allora non hanno mai smesso di dichiarare – provandoci con tutte le loro forze – di voler portare a termine il lavoro di sterminio totale del popolo ebraico iniziato da Hitler.

barbara

DI PAPI E DI LEGGENDE

Periscopio – “La leggenda bianca”

Confesso di provare un certo disagio tutte le volte che leggo dei ricorrenti incontri volti a riesaminare, col coinvolgimento congiunto di esponenti della Chiesa cattolica e del mondo ebraico, il ruolo svolto da Pio XII durante la guerra e, segnatamente, nei confronti della Shoah. Un disagio che deriva dalla netta sensazione di essere al cospetto di una sorta di ‘processo’ falsato e forzato, in cui tutti hanno già deciso quale deve essere l’esito finale (assoluzione piena, pienissima, anzi, pubblico encomio ed elogio per l’imputato, con nota di biasimo per tutti coloro che hanno assurdamente osato trascinarlo sul banco degli imputati), e i pochi giurati ancora tentennanti subiscono una fortissima pressione affinché sottoscrivano la dovuta sentenza (ma come fai ancora a dubitare? sei di un’ostinazione tremenda!). La celebrazione di questo processo, com’è noto, è funzionale al raggiungimento di un esito positivo del processo di canonizzazione in corso per papa Pacelli, per il quale pare che si ritenga necessario una sorta di ‘disco verde’ da parte del mondo ebraico, attestante che il Pontefice non ebbe – come molti sostengono, e come tanti elementi starebbero a dimostrare – un atteggiamento debole, se non connivente, nei riguardi del nazismo, e, segnatamente, nei confronti della Shoah. Ma questa delle responsabilità del Pontefice di fronte all’Olocausto non sarebbe altro, secondo un’espressione ormai molto in voga, entrata nella ‘vulgata’ comune, che una malevola “leggenda nera”, destinata inevitabilmente a essere sfatata e smentita. Riguardo a tale problematica, ho già, in più occasioni, esposto, per quel che vale, il mio pensiero, che si può sintetizzare in due punti essenziali: 1) la canonizzazione di Pacelli non è voluta con spirito anti-ebraico, anzi, il fatto che si desideri una sorta di beneplacito da parte degli ebrei può essere considerato una forma di rispetto, se non di amicizia; si tratta, comunque, di una faccenda esclusivamente interna alla Chiesa cattolica, su cui non è opportuno che si interferisca dall’esterno, e nessuno deve dare autorizzazioni di sorta; 2) se asserire che il papa sia stato un simpatizzante del nazismo può essere considerato una forzatura, molto di più lo sarebbe il presentarlo come un suo aperto oppositore e antagonista. Ci sono mille modi diversi di essere “a favore” e “contro”, e mille posizioni intermedie. Ed è francamente singolare come, per cercare nuovi elementi probatori a tale proposito, si cerchino affannosamente documenti segreti e riservati, che svelerebbero finalmente una presunta ‘verità’ nascosta, trascurando invece quelle che sono state le pubbliche parole e azioni del Pontefice: è tanto difficile ricordare, e paragonare, quello che Pacelli ha detto e fatto contro il comunismo, e ciò che ha detto e fatto contro il nazifascismo? Cosa ha detto il Pontefice sulla Shoah, nei ben tredici anni e mezzo intercorrenti tra la fine della guerra e la sua morte, avvenuta nel 1958? Ma ciò che soprattutto contesto, in questa sorta di riabilitazione coatta, è il volere fare violenza alla storia, applicando agli anni della guerra categorie e sentimenti che appartengono a epoche successive. Oggi, dopo il Concilio, sussiste, a vari livelli, un prevalente clima di amicizia e vicinanza spirituale tra ebraismo e cristianesimo, e di questo non ci si può non rallegrare. Ma si vuole forse dire che è stato sempre così? Si vuole dire che tutti i papi sono sempre stati amici degli ebrei? Cosa direbbero i riabilitatori di Pacelli se, per esempio, per assurdo, si dovesse riaprire il processo di canonizzazione di Sant’Ambrogio, che rimproverava aspramente l’imperatore per il suo voler punire i cristiani che bruciavano le sinagoghe? Anche lui, come Pio XII, è stato un amico degli ebrei? Ma si è deciso, comunque, che la “leggenda nera” deve essere debellata, a vantaggio non già della verità storica (della quale pare non importare niente a nessuno, e che comunque, come “atto certificato e notarile”, semplicemente non esiste, e per fortuna), bensì di una candida e benevola “leggenda bianca”. E non sarebbe certo la prima volta che succede. Su tutti i libri di storia, per esempio, si legge che Pio XI, predecessore di Pacelli, avrebbe firmato, nel 1937, una coraggiosa enciclica antinazista, “Mit brennender Sorge’, nella quale, fra l’altro, si sarebbe fatto paladino delle sorti del popolo ebraico minacciato. Lo dicono tutti, è scritto dovunque, quindi deve essere per forza vero, è certamente vero. Nessuno, ovviamente, perde tempo a leggere cosa in quell’enciclica fosse effettivamente scritto, a proposito del popolo ebraico: il quale non veniva mai neanche nominato, se non attraverso un riferimento, nel terzo capitolo, al “misfatto dei crocifissori di Cristo”, al quale questi avrebbe opposto “l’azione divina della sua morte redentrice”. Perché leggere? Perché sfatare un’altra bella “leggenda bianca”?
Francesco Lucrezi, storico (8 ottobre 2014)

Come del resto avevamo già documentato qui e qui.

barbara

UNA STELLA INCORONATA DI BUIO

Il tempo è diverso, per i sopravvissuti. Il presente è sempre un dopo. La violenza – inaudita, insensata, improvvisa – spezza l’ordine naturale delle cose. Quando c’è la morte non ci siamo noi, diceva il filosofo. Fin quando non accade accanto a te, oppure qualcuno prova a distruggerti, o, addirittura, entrambe le cose. Dopo, la morte siede al tavolo e non si alza più. Il sopravvissuto abita un mondo retto da una teoria della relatività speciale. Il tempo della distruzione è per sempre adesso, il resto è dopo. Dopo non sarà mai più come prima. Un mondo governato dalle logiche non classiche degli incubi – è accaduto dunque accadrà ancora – o del senso di colpa – potevo evitarlo, potevo salvarti, potevo… È lungo e periglioso il viaggio per tornare nell’universo governato dall’ordine apollineo delle vere catene causali. Se pure riesci a tornarci da sveglio, se riesci a tornare a dormire, ecco, non sei al sicuro nel mondo dei sogni. La superficie dell’anima è un vaso ricomposto dai cocci. Per quanto accurato il lavoro di ricostruzione, passandoci il dito senti la traccia di crepe invisibili, le irregolarità dei punti di sutura che fanno male nei giorni di pioggia. Il sopravvissuto le nasconde con molta cura. Talvolta persino a se stesso. Il dopo è sapere l’orrore creato da mani umane. Da chi? Perché? il sopravvissuto ha bisogno di saperlo. Domande antiche si levano contro il cielo, sempre le stesse, sin dalle pagine dei Salmi. Perché il malvagio prospera e l’innocente è ucciso? Perché il male? Perché? Solo la verità può ristabilire un ordine nelle cose, dove il senso è stato distrutto. Il sopravvissuto abita il tempo negato a un altro essere umano. Dopo, custodisce in segreto domande impronunciabili. Perché sono vivo? Perché lui, lei, loro, e non io? Perché io? Occupiamo come abusivi uno spazio pieno di assenza. L’orologio col vetro rotto si ferma, mentre altre lancette continuano a segnare il tempo. Tu vivi ancora – lui, lei, loro no. Dopo, nel fondo più oscuro, infiniti sensi di colpa. Colpa di esistere. È accaduto a te. Ma è successo anche a qualcun altro.

Lo sa bene lei, Benedetta Tobagi, che cos’è un dopo. Ma non è di suo padre che si occupa questo bellissimo libro, bensì di un’altra tragedia italiana: la strage fascista di Piazza della Loggia, otto morti, oltre cento feriti. È un libro fatto di intense ricerche, di scavi inesausti, di studi approfonditi, di incontri con chi c’era – i sopravvissuti – e con chi sapeva, affrontando tutti gli aspetti della vicenda: storico, politico, sociale, culturale, ma soprattutto umano: è un amoroso ricomporre quei corpi smembrati dalla bomba, ridare loro un nome, un volto, una storia, un restituirli, il più possibile intatti, alla memoria, con una dedizione, con una passione, con una delicatezza davvero commoventi. Ma non solo le vittime: anche i nemici tenta di ri-umanizzare: c’è la “galassia nera” che ha disseminato di stragi l’Italia, ma dentro quella galassia ci sono pur sempre degli esseri umani, ed è importante, soprattutto per i più giovani, cercare di capire quando e perché degli ideali che potevano anche essere validi hanno imboccato la strada dello stragismo. E nel corso di queste accurate ricostruzioni reincontriamo – noi che abbiamo un po’ di anni sulle spalle e queste storie le abbiamo vissute dal vivo – molte delle vicende e dei nomi che hanno segnato la nostra storia: Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, Gelli, Sindona, Sogno, Falcone e Borsellino, Pasolini, Servizi deviati, P2, La Zanzara (sì, quella), la legge sul divorzio, i primi consultori, l’entusiasmo politico e la convinzione di poter cambiare il mondo, il Sessantotto, le grandi manifestazioni, l’autunno caldo, la battaglia di Valle Giulia, trame eversive, SID, golpe Borghese, Piano Solo, La Rosa dei Venti, brigate rosse, terrorismo palestinese, Signorelli, giudice Occorsio, Concutelli, Stefano delle Chiaie, Casa Pound, la delusione dei comunisti che scoprivano che la libertà di pensiero, all’interno del partito, non era contemplata… Il tutto narrato come lo può narrare una giornalista di razza e una scrittrice di razza.

Giusto perché questo non sembri, più che una recensione, un panegirico, voglio segnalare la presenza di una svista (Terezìn era un campo di concentramento, non di sterminio), e la presenza del famigerato “l’eccezione che conferma la regola”, che usato in modo improprio – ossia il 99,9 periodico fisso per cento delle volte che viene usato – è una mastodontica bestialità, e a me fa l’effetto di carta vetrata sfregata direttamente sui nervi. Poi, volendo proprio proprio pignoleggiare, potrei aggiungere che di tanto in tanto vi si sente aleggiare qua e là un lieve sentore di manicheismo. Ma proprio lieve lieve, ecco. E il libro resta un libro che si deve assolutamente leggere. Anche perché una discreta quantità delle cose che troviamo qui dentro non le abbiamo mica trovate, a suo tempo, nei giornali. E dunque se le volete sapere non avete scelta: dovete proprio leggerlo.

Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio, Einaudi
Una-stella-incoronata-di-buio
barbara

CARO MARCO PANNELLA

Qualche anno fa, in occasione di alcune tue iniziative che non mi erano risultate del tutto gradite, ti avevo scritto questo.
Adesso leggo che sei pronto a riprendere lo sciopero della fame e della sete, appena sospeso, (leggo, per inciso, che lo sciopero della sete è durato dal 10 al 26 dicembre, e non posso fare a meno di restare stupita e ammirata di fronte a questa tua straordinaria performance, nella quale sei riuscito addirittura a triplicare il limite massimo di sopravvivenza umana senza acqua) «se lo Stato non esce dalla flagranza criminale peggiore, credetemi, dello stato fascista, nazista e totalitario comunista» e questa volta devo dire che sono totalmente d’accordo con te: in confronto al rifiuto di concedere un’amnistia ai detenuti nelle carceri italiane, gulag siberiani e camere a gas sono un’inezia, una quisquilia, oserei dire una barzelletta. Una simile “flagranza criminale” merita davvero tutto il tuo impegno e la tua scelta di usare lo strumento dello sciopero della fame. Ma uno proprio serio, stavolta. Alla Bobby Sands, per intenderci.
funerals of Bobby Sands
barbara

LA GERMANIA SAPEVA

E loro che cosa avevano sentito esattamente?
Che gassavano gli ebrei, e anche gli stranieri. Davvero, si sapeva che li gassavano.

Veniva usato proprio questo termine?
Gassare. Sì.

Quando veniste a sapere dai sacerdoti che li gassavano, eravate in casa vostra?
Sì, in casa nostra. Ho già detto che era un punto di ritrovo di cui i nazisti erano al corrente. Sapevano che mio padre continuava a incontrarsi con gruppi di oppositori.

Lo sentì dire personalmente da quei sacerdoti?
Sì. In casa nostra si parlava solo di politica, a pranzo o durante la giornata. Non ricordo che si conversasse di altri argomenti. Crebbi in quel clima. I sacerdoti sapevano che da noi non sarebbero mai stati considerati dei traditori per quello che riferivano.

Ma loro da dove ricavavano le informazioni. Ve lo dicevano?
No, non ce lo dicevano. Le notizie sulle atrocità venivano fuori nel corso della conversazione.

Ne sentì parlare anche durante la guerra, diciamo nel 1942 o nel 1943?
Sì, e con parecchi particolari. Ma quando la cosa iniziò, dopo la Notte dei cristalli, tutti sapevano che sarebbe successo qualcosa di orribile. Forse dire «tutti» è eccessivo, ma certo lo sapevano tutti coloro che noi frequentavamo abitualmente.
La notizia arrivò anche all’università. Frequentavo le lezioni di anatomia del professor August Hirt, che in seguito si trasferì a Strasburgo. Era un uomo repellente. Ci raccontò che andava nei campi di concentramento a prendere i crani degli ebrei per misurarli. Misurare crani era il suo hobby. Quando ne trovava uno che gli interessava, l’ebreo veniva ucciso.

E lo diceva apertamente durante le lezioni?
Lo diceva apertamente durante le lezioni. E tra gli studenti c’erano quelli che lo applaudivano. Pensavano che fosse una cosa eccezionale.

Quando ve ne parlò?
Be’, dunque, io iniziai l’università nel 1940, quindi doveva essere negli anni tra il 1940 e il 1942. Hirt aveva bisogno dei crani e misurarli era il suo hobby. Quindi andava nei campi di concentramento a cercarli, anche tra i vivi. Non diceva che ammazzavano le persone, ma era ovvio che fosse così, in quanto solo i crani dei morti si possono misurare con precisione.

Gli studenti ne parlavano?
Le ragazze poco. Waltrud e io, però, ne parlavamo sia tra noi sia con i nostri amici e con le persone che condividevano le nostre idee politiche.

Ma lei ci credeva?
Sì.
(Testimonianza di Hiltrud Kühnel, pp. 204-205)

Quando lavorava a Saarbrücken nel 1942-1943, aveva idea di che cosa sarebbe successo agli ebrei?
Devo raccontarle un fatto. Durante la guerra i miei genitori furono sfollati a Hameln e io, in un modo o nell’altro, venni a saperlo. Dato che avevo la moto, decisi di andare a trovarli e portai anche una persona con me. Al ritorno passammo per la Turingia e ci fermammo in una città, non ricordo quale, non ci feci caso. Uno strano odore aleggiava nell’aria. «Che cos’è quest’odore?» chiedemmo. «Laggiù c’è un campo di concentramento, bruciano i cadaveri e fanno il sapone con gli ebrei» ci fu risposto.
Nei campi c’erano gli ebrei, ma non solo. C’erano pure i comunisti. Anche nella nostra città sparirono delle persone, alcune delle quali erano malate. Era tutto organizzato dal partito. Era il partito che le faceva sparire.

Intende riferirsi agli handicappati?
Sì, come pure agli epilettici e così via. Quel genere di malati. Sparirono tutti. Era risaputo. Oggi nessuno vuole ammetterlo, ma si sapeva.

Che cosa si sapeva?
Che li mandavano nei campi di concentramento.

Gli ebrei, gli handicappati o entrambi?
Tutti quanti. Gli ebrei venivano arrestati esattamente come gli altri. Sparivano. Vivevo in un centro in cui tutti si conoscevano. C’erano due famiglie di ebrei. All’improvviso scomparvero. Erano svanite nel nulla? Giocavo in una squadra di calcio di cui faceva parte un ebreo. Di mestiere faceva il panettiere. Si era trasferito da una cittadina che si trovava non lontano dalla nostra. Fu denunciato e poi arrestato perché era ebreo. E dove lo mandarono? La gente sapeva anche quello.

Tutti sapevano ma in seguito negarono e dichiararono che non ne sapevano nulla. Si parlava del fatto che gli ebrei venivano sterminati?
Lo si sapeva.

Lo si sentiva dire o lo si vedeva?
Diciamo che non si trattava solo degli ebrei. Anche altri venivano arrestati.

Va bene, ma gli ebrei non venivano solo arrestati, venivano sterminati.
Da noi ci fu un solo caso: un baldo giovane che era stato arruolato nelle Ss e assegnato a un campo di concentramento. Ma non ce la fece e venne fucilato, benché appartenesse alle Ss. E anche questo era risaputo nella nostra città.

Ma si parlava di dove andavano a finire gli ebrei? Molti dicono che nessuno ne parlava.
Mentono.

Lei ha detto che tutti sapevano.
Sì, tutti.

Ma come? Quindi se ne parlava?
Sì, certo. La gente veniva arrestata e mandata nei campi di concentramento. Gli handicappati, i malati…

Ha detto che si sapeva che gli ebrei, cioè le loro ossa, venivano utilizzati per fare il sapone?
Lo si sentiva dire dai soldati che li gassavano.

Dicevano che li gassavano? Dicevano anche questo?
Gassati. Li uccidevano e utilizzavano le ossa per fare il sapone, come se quella gente non valesse niente di più.
(Testimonianza di Ernst Walters, pp. 224-225)

Sebbene questi sopravvissuti siano diversi per età e sesso e siano stati deportati da località diverse e in tempi diversi in ghetti e campi di concentramento diversi, una cosa che quasi tutti hanno in comune è il fatto che la loro deportazione è avvenuta alla luce del sole. […]
Ma che cosa vuol dire esattamente «alla luce del sole»? In questo contesto significa che la loro deportazione è stata effettuata in modo che altre persone potessero assistervi e che la notizia di quanto stava accadendo si è diffusa attraverso il passaparola nel circondario. […]
Lungi dall’essere avvolte nel silenzio, le deportazioni di solito avevano luogo in pieno giorno e sotto gli occhi di un buon numero di comuni cittadini, dal momento che gli ebrei venivano trasferiti a bordo di camion scoperti o erano costretti ad attraversare a piedi le strade principali della città per raggiungere le stazioni ferroviarie dove venivano radunati e spediti alla loro destinazione finale.
(p. 319)

Forse qualcuno di quei tedeschi, di quelle decine di milioni di tedeschi che dopo la guerra hanno accoratamente giurato di non avere mai sospettato l’orribile fine dei propri concittadini ebrei, forse qualcuno dice la verità. Qualcuno. Forse. (E neanche in Italia, del resto, qualcuno poteva far finta di credere che dopo questo gli ebrei fossero destinati a vivere)

Eric A. Johnson – Karl-Heinz Reuband, La Germania sapeva, Mondadori

barbara