OGGI VI RACCONTO DI UGO TRAMBALLI

Cominciando con un pezzo di Sergio Della Pergola

La crociata dei falsari

In un suo blog (Arriva la terza intifada, Bocchescucite: Voci dai territori occupati, 21 giugno) Ugo Tramballi scrive: “E se con il rapimento dei tre giovani coloni israeliani fosse iniziata la terza Intifada palestinese? Lo sostiene Dan Segre, una delle poche grandi firme del glorioso “Giornale Nuovo” fondato da Indro Montanelli il 25 giugno di 40 anni fa, che ancora scrive nel “Giornale” di oggi. Dan è uno di quegli israeliani – un altro è il demografo Sergio della Pergola – con i quali ogni volta che dissento ho il sospetto di avere torto…”. Molto gentile da parte del giovane Ugo. Io, in perfetta reciprocità, penso che lui sia uno di quei giornalisti con i quali ogni volta che dissento so per certo che lui ha torto. Non entro qui nella parte più densa della sua analisi politica, svolta sempre con tono da crociata, unilaterale e lacrimosa, ma sulla quale bisognerebbe scrivere a lungo e in maniera circostanziata. Non ora e non qui. Mi soffermo invece su un solo piccolo particolare dal quale deduco la serietà professionale e lo spessore umano di Tramballi. Il quale scrive: “I tre giovani non sono stati rapiti sul lungomare di Tel Aviv ma nei Territori occupati da 47 anni. Un israeliano che decide di viverci, in molti casi con motivazioni ideologiche, sa che corre dei rischi”. E torniamo alla già citata frase iniziale: “… il rapimento dei tre giovani coloni israeliani…”. Allora analizziamo attentamente il testo di Tramballi su questo solo punto: la scelta e il significato del luogo di abitazione dei tre giovani rapiti e uccisi. Innanzitutto nella logica di Tramballi i coloni sono evidentemente degli esseri non legittimi, che amano prendere rischi, e dunque rapirli e ucciderli non costituisce reato, o comunque costituisce reato minore rispetto a rapire e uccidere dei non-coloni. Fin qui la caratterizzazione o meglio demonizzazione del soggetto. Ma ora esaminiamo i fatti: dove esattamente vivevano i tre ragazzi? Eyal Yfrach studiava nella yeshivah Shavei Hebron e viveva a El’ad, Naftali Frankel viveva a Nof Ayalon e studiava al liceo religioso Mekor Haiim di Gush Ezión, e il suo compagno di scuola Gil’ad Shaa’r viveva a Talmon. I due luoghi di studio si trovano in Cisgiordania. Ma dove si trovano le tre località di abitazione, dove stanno le case, i genitori, i fratelli e le sorelle? El’ad è una cittadina israeliana nei pressi di Rosh Ha’ayn, all’interno della linea verde che demarcava il territorio di Israele prima della guerra dei sei giorni. Nof Ayalon è una piccola località fra il kibbutz di Sha’alvim e la città di Modi’in, anch’essa in territorio israeliano all’interno della linea verde. Talmon è un piccolo insediamento comunitario a nord-ovest di Gerusalemme e fa parte dell’amministrazione di Giudea e Samaria. Dunque, due delle tre vittime vivevano in Israele, non nei territori. Nella terminologia di Tramballi, due dei tre non erano coloni. Ma nell’odiosa logica di Tramballi tutti e tre lo erano, e tutti e tre costituivano pertanto normale oggetto di aggressione. Cambia qualcosa nella sostanza dell’avvenimento? O nella sua interpretazione? Ben poco, salvo che nel suo esercizio di demonizzazione Ugo Tramballi, se fosse un giornalista serio, avrebbe potuto almeno fare i compitini di casa. Cambia poco perché per Tramballi e i suoi simili è reato non solo abitare nei territori, ma anche studiarvi, o magari farci una gita, o chiedere un passaggio alla prima autovettura in transito. O portare la kippah sul capo. O essere un israeliano orgoglioso. E dunque diventa legittimo rapire e uccidere questo tipo di persone. Ma questo esula dal giornalismo, fa già parte della guerra combattuta in cui Ugo Tramballi dimostra essere parte attiva nel ruolo di tifoso fiancheggiatore.
Sergio Della Pergola Università Ebraica, Gerusalemme (2 luglio 2014)

Proseguo con la replica di Ugo Tramballi.

“Non sono un militante”

Ringrazio l’amico Sergio Della Pergola per avere involontariamente creato l’opportunità che ora mi permette di scrivere sul notiziario quotidiano Pagine Ebraiche 24: è un onore parlare ai lettori della stampa ebraica. E sono costernato per ciò che un omonimo di Sergio Della Pergola ha scritto di me in un articolo intitolato “La crociata dei falsari” e pubblicato qualche giorno fa. L’occhiello del commento era “Pilpul”: in realtà, più che spaccare il capello in quattro quel Sergio che non conosco ha usato il napalm. Ho impiegato un po’ per chiedere ospitalità a Guido Vitale, perché ero deluso. Di solito non rispondo agli insulti e alle minacce: sono infortuni del mestiere che vanno accettati. Ma Sergio per me era speciale: 39 anni fa celebrai a casa sua il mio primo Shabbat. Il tono del suo intervento non rende onore alla cultura, l’intelligenza e l’equilibrio dell’uomo che conosco e seguo da molto tempo. Sergio mi rimprovera di aver scritto che le tre giovani vittime israeliane erano coloni. Ha ragione: due su tre non lo erano. Non ho verificato ed è colpa mia. Partendo da questo dettaglio Sergio deduce l’assenza di “serietà professionale e lo spessore umano di Tramballi”. Perché dico dettaglio. Perché quel che conta non è dove abitassero ma che fossero lì, nei Territori occupati. Nella mia “odiosa logica” i tre ragazzi erano “normale oggetto di aggressione”. Non è la mia logica ad affermarlo, è la realtà sul campo: anche nell’area “C”, sotto il pieno controllo d’Israele, gli israeliani sono in pericolo perché i palestinesi non accettano la condizione di occupati. In tutto l’articolo di Sergio, dunque, il problema è il mio errore sulla domiciliazione delle vittime, non l’occupazione. Per me “un israeliano orgoglioso” non sono i coloni ma le autorità militari che hanno messo agli arresti i loro pochi soldati razzisti. Israeliani orgogliosi sono i creatori delle startup, i giornalisti della stampa più libera d’Occidente, i professori che si chiedono quale sia la logica anche demografica di occupare i Territori. Come per esempio fa il Sergio Della Pergola che conosco. http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/ è il link sul quale trovate, se volete, il mio articolo incriminato del 21 giugno, “Arriva la terza Intifada”. Anche Sergio non è accurato: non è apparso sul sito cattolico di Bocchescucite, ma sul mio blog di politica internazionale “Slow News”. Nell’immenso mare del web chiunque è libero di riprendere i miei commenti. Spesso lo fa anche Informazione Corretta e non me ne dolgo. Sul mio blog troverete anche un secondo post sul tema, “Israeliani e palestinesi o la Grande Faida”. Via mail Della Pergola ha criticato anche questo, accusandomi di militanza. Credo che invece il militante sia lui e ha tutto il diritto di esserlo in coerenza con le sue scelte di vita che non contesto affatto. Al contrario, in qualche modo gliele invidio. So che alcuni lettori di PagineEbraiche24 e di Moked la pensano come lui, ma io non sono un militante: cerco solo di capire e possibilmente di spiegare, spesso sbagliando. Non mi riferisco solo al domicilio delle giovani vittime: a volte commetto errori ancora più gravi perché riconosco che israeliani e palestinesi per me sono molto più di un impegno giornalistico. Ma non voglio sembrarvi unilaterale e lacrimoso, come mi accusa di essere Della Pergola. Sergio è convinto di avere ragione ogni volta che dissente da me. Io no. Nonostante l’autore de “La crociata dei falsari”, resto della mia opinione. Della Pergola rimane per me uno di quegli israeliani con i quali sospetto di avere torto ogni volta che dissento. Alle sue certezze continuo a preferire i miei dubbi. Grazie ancora per l’ospitalità.
Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore (6 luglio 2014)

Se siete riusciti ad arrivare fino in fondo, apprezzerete sicuramente l’estrema moderazione di Della Pergola nel commentare l’articolo di Tramballi. Chi fosse eventualmente interessato, potrà trovare qui la controreplica di Della Pergola. E adesso per completare il quadro, vi propongo la mia recensione del libro di Tramballi uscito nel 2002, all’epoca della cosiddetta seconda intifada, e pubblicata su Informazione Corretta.

UGO TRAMBALLI, L’ULIVO E LE PIETRE, MARCO TROPEA EDITORE

Poiché siamo fanatici sostenitori dell’understatement. Poiché il politically correct è il nostro credo. Poiché aborriamo i toni sopra le righe. Per tutte queste ragioni tratteniamo il respiro, contiamo fino a dieci, concentrati nello spasmodico sforzo di controllare le nostre reazioni emotive e ci accontentiamo di dire, sommessamente: questo libro fa vomitare.
Ci tiene molto, il nostro Tramballi, a chiarire che lui non fa parte dei giornalisti schierati: né dei giornalisti con la keffiah, né di quelli con la kippà: lui è semplicemente un giornalista onesto. E per dare la misura della sua onestà ci racconta di quando era acceso filoisraeliano e della sua meravigliosa esperienza di vita in kibbutz. Poi un bel giorno del 1983 viene inviato a Beirut. Vede la Beirut distrutta dai palestinesi già PRIMA che vi arrivassero gli israeliani, incontra i palestinesi scampati al massacro operato dall’esercito giordano nel Settembre nero, e di colpo capisce tutto. Capisce che “Certo, i palestinesi sono vittime anche dei loro stessi errori, delle circostanze, dell’andamento a volte casuale della Storia. Ma restano soprattutto vittime degli israeliani”. E immediatamente dà la stura a tutto il solito ciarpame grondante di odio antiisraeliano – e forse non solo antiisraeliano: gli israeliani fascisti e razzisti, da oppressi diventati oppressori, autori di una radicale pulizia etnica, che usano l’Olocausto come strumento, che hanno uno stato di apartheid, superficiali nei confronti della questione palestinese, responsabili di colpe collettive, affetti da mania di persecuzione. A Oslo il problema non è Arafat, bensì Rabin, essendo evidente che gli israeliani non vogliono impegnarsi, mentre i palestinesi sono pronti a giocarsi tutto. Ma quello che più colpisce è la totale assenza, in tutto il libro, di PERSONE israeliane: ci sono i soldati israeliani, i coloni israeliani, gli occupanti israeliani, ma le persone no. E il terrorismo è come la pioggia in un romanzo d’amore: c’è, ma non è che abbia molto a che fare con le vicende narrate; capita, inevitabilmente, di doverlo nominare, ma non ci sono vite distrutte, famiglie smembrate, madri disperate, giovani in sedia a rotelle, niente del genere: come una pioggia di primavera, anche il terrorismo passa e va, praticamente senza lasciare traccia. Le PERSONE palestinesi invece riempiono il libro: hanno sentimenti, soffrono, raccontano le loro vicende, amorosamente raccolte dalle simpatetiche orecchie di Tramballi. Ne troviamo molte, di storie e storielle raccontate in questo libro, per esempio questa: “Soldati che sparavano per divertimento ai serbatoi dell’acqua sui tetti delle case; che gridavano slogan offensivi mentre pattugliavano i campi o battevano alle porte per terrorizzare i bambini; che per futili ragioni confiscavano i documenti d’identità, sapendo che per i palestinesi era illegale non averli. C’erano i funzionari del fisco che si prendevano pause di ore, lasciando la gente in piedi ad aspettare sotto il sole; le guardie di frontiera che rovesciavano a calci le bancarelle cariche di verdura; le basi militari che gettavano la loro immondizia davanti alle case dei palestinesi”. Questa storiella è riferita da Amira Hass, la giornalista condannata da un tribunale israeliano per aver pubblicato notizie clamorosamente e palesemente false, ma di questo a Tramballi poco importa. Così come riferisce le dichiarazioni dello “storico” palestinese Walid Khalidi, che gli racconta della lotta palestinese contro il nazismo – e Tramballi non fa una piega – e gli espone la sua personale battaglia per ristabilire la verità dei fatti, perché “Tante persone credono davvero in buona fede che nel 1948 Israele fosse vicino all’estinzione, che i palestinesi erano gli aggressori e gli ebrei favorevoli a un compromesso”. Non cercate palestinesi cattivi, in questo libro: non ce ne sono. Al massimo disperati, ma cattivi mai. I cattivi stanno tutti dall’altra parte, così come dall’altra parte stanno tutti gli inganni, tutte le menzogne (“Bibi e le sue menzogne”), tutta l’aggressività, tutto il razzismo, tutte le colpe. Ci viene spiegato che tra lo sceicco Yassin, che in un’intervista gli dichiara apertamente di combattere per la distruzione di Israele e il “colono” Bob, che rivendica il suo sacrosanto diritto a difendersi dalla distruzione non ci sono differenze, tranne una: Yassin è la vittima, Bob è “il simbolo cosciente delle sofferenze palestinesi”. Assistiamo a un continuo parallelismo, per non dire totale identificazione, fra israeliani e nazisti. Quanto agli ebrei, l’autore ci espone il suo pensiero citando Pat Buchanan: “La collina del Campidoglio è un territorio occupato: occupato dalla lobby ebraica”; e forse è per questo che l’America è “scandalosamente favorevole a Israele”. E anche l’11 settembre dimostra l’incomparabile superiorità dei palestinesi sugli israeliani, in quanto “Arafat aveva capito, Sharon no”. Ma il vero capolavoro di Tramballi è la ricostruzione della vicenda di Mohammed al Dura, il bambino ucciso all’incrocio di Netzarim*: qui non solo supera se stesso, ma riesce addirittura a superare persino i palestinesi. Narra infatti il nostro che ad un certo punto i palestinesi avevano smesso di sparare, ma gli israeliani no. Gli israeliani hanno continuato a sparare, accanendosi PER BEN VENTI MINUTI contro quel bidone dietro il quale si nascondevano Mohammed e suo padre, riuscendo alla fine a centrarli: neanche Arafat era arrivato a questi vertici di invenzione fantastica! E così, di menzogna in menzogna, di falsificazione in falsificazione, arriviamo alla fine del libro: “Incapaci di una raffinata e realistica definizione della realtà, spinti da un irrefrenabile istinto al suicidio politico, una volta di più i palestinesi persero una grande occasione. Ma lo fecero con l’aiuto di Sharon, che non aveva smesso per un secondo di provocare i palestinesi, rendendo ancora più insopportabile l’occupazione: assassinando presunti terroristi e bambini, distruggendo case e umiliando la gente. L’evidente autolesionismo palestinese aveva da mezzo secolo lo stesso istigatore: Israele. Continuando una politica di repressione dai tratti razzisti, sabotando ogni negoziato, Sharon aveva deliberatamente agito perché la questione palestinese restasse una faida e non evolvesse mai in un caso politico risolvibile con i mezzi della politica. Salvo poche eccezioni, tutti i primi ministri d’Israele hanno affrontato il problema allo stesso modo: come medici che non curano ma aggravano deliberatamente lo stato di depressione del loro paziente”. Ignoranza? Non si direbbe, a giudicare dai capitoli dedicati al Settembre nero e alla guerra civile in Libano, in cui Israele non era implicato – non direttamente, almeno, perché è fuori discussione che delle sofferenze palestinesi Israele è sempre e comunque responsabile. In quei due capitoli Tramballi appare straordinariamente ben informato, e non esita ad attribuire con grande lucidità colpe e responsabilità, e a scandalizzarsi per la mancata punizione di Eli Hobeika, il responsabile del massacro di Sabra e Chatila. E dunque non di ignoranza si tratta, bensì di consapevole e intenzionale mistificazione dettata da un odio senza limiti.

*All’epoca dell’uscita di questo libro era già stato inequivocabilmente dimostrato che quella posizione non era raggiungibile dalla postazione israeliana, ma non era ancora stato chiarito che il bambino non era affatto morto, per questo nel mio commento non ho contestato questo particolare.

Bene, adesso sapete chi è Ugo Tramballi e, come si diceva anni fa per l’AIDS, se lo conosci lo eviti.

P.S.: vado, ci vediamo fra qualche giorno.

barbara

Annunci

E MAGARI ANCHE AMNESTY INTERNATIONAL, SECONDO TE…

amnesty
Amnesty International poi è quella che
A giugno, il governo israeliano ha imposto un blocco senza precedenti nella Striscia di Gaza, imprigionandone di fatto l’intera sua popolazione pari a 1,5 milioni di persone, sottoponendole a punizione collettiva e provocando la più grave crisi umanitaria che si ricordi. (Amnesty International, rapporto annuale 2008)
GAZA AFFAMEE

Amnesty International poi è quella che ogni due per tre strilla alla violazione dei diritti umani e a ogni sorta di mostruosi crimini da parte di Israele e mai che dia un fiato sulle birichinate di Hamas e dell’ANP.

Amnesty International poi è quella che pubblica migliaia di pagine di condanna sull’uso sproporzionato della forza da parte di polizia ed esercito israeliani, e mai un fiato sull’uso che della propria forza fanno i terroristi contro Israele.

Amnesty International poi è quella che non si lascia scappare un’occasione per intimare a Israele di non rispondere ai lanci di missili, non rispondere agli atti di terrorismo, non rispondere agli assassini di bambini, non rispondere a nessuna azione da parte dei terroristi che fanno, sì, cose mica tanto belle, ma ciò non rappresenta una giustificazione alle reazioni israeliane.

Amnesty International poi è quella che nel periodo caldo dell’intifada levava almeno un paio di volte al mese alti lai per le terribili punizioni cui venivano condannati i soldati israeliani renitenti e disertori

COMUNICATO STAMPA Giornata Internazionale dell’Obiezione di Coscienza: le preoccupazioni di Amnesty International per la situazione in Israele In occasione della Giornata Internazionale dell’Obiezione di Coscienza, Amnesty International esprime forte preoccupazione per il crescente numero di soldati israeliani e riservisti detenuti a causa del loro rifiuto a svolgere il servizio militare nei Territori Occupati. Dall’inizio dell’Intifada almeno 114 obiettori di coscienza sono stati condannati a pene detentive, almeno venti di questi continuano ad essere ancora oggi detenuti. Gli obiettori di coscienza in Israele scontano condanne di alcune settimane, a volte anche mesi, al termine di processi iniqui. In molti casi,  vengono condannati a ripetuti periodi di detenzione. “Israele deve riconoscere il diritto di rifiutare il servizio militare in base a motivi di coscienza così come contemplato dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che Israele ha sottoscritto” ha dichiarato oggi Amnesty International. “Le forze militari israeliane dovrebbero prestare maggiore attenzione alle preoccupazioni dei propri riservisti, soldati e coscritti. Perché esprimono un messaggio volto a fermare ogni azione che disattende gli standard internazionali sui diritti umani e le leggi umanitarie internazionali”. Lo scorso gennaio, 460 riservisti hanno sottoscritto una lettera aperta nella quale dichiarano di non voler partecipare ad azioni militari tese a sottomettere, espellere, affamare e umiliare un intero popolo. Già nel settembre 2001, 62 studenti tra i 15 e i 18 anni avevano dichiarato di non voler svolgere il servizio militare firmando un appello inviato al primo ministro Ariel Sharon. Uno dei firmatari, Ig’al Rosenberg ha appena cominciato il suo quinto periodo di detenzione. Per essersi rifiutato di svolgere il servizio militare, Ig’al ha già scontato 21 giorni di carcere dal 3 al 21 febbraio, 28 giorni dal 26 febbraio al 22 marzo, 14 giorni dal 10 al 22 aprile ed altri 14 dal 29 aprile: sono 77  complessivamente i giorni trascorsi in prigione. Ma dal 13 maggio, Ig’al è di nuovo in carcere e dovrà scontare ulteriori 14 giorni. Rafram Haddad, riservista, è stato recentemente condannato a 28 giorni di carcere per essersi rifiutato di prestare servizio come guardia alla prigione militare di Megiddo, dove i Palestinesi vengono detenuti per periodi molto lunghi senza un processo. Rafram Haddad, sergente maggiore, è un giornalista del settimanale “Kol Ha’ir” ed attivista della comunità pacifista di Gerusalemme. Uscirà di prigione il prossimo 24 maggio. Il 25 aprile 2002, Shay Biran, Yiftah Admoni, Alon Dror e Tomer Friedman sono stati condannati a 28 giorni di prigione per essersi rifiutati di prestare servizio come guardie alla prigione Ketziot (meglio nota come Ansar III) nel deserto di Negev, riaperta recentemente per trattenere centinaia di Palestinesi arrestati nelle recenti operazioni militari svolte dalle forze israeliane nei Territori Occupati. Amnesty International considera obiettore di coscienza qualsiasi persona soggetta alla chiamata al servizio militare o all’obbligo legale di assolvere il servizio militare che rifiuta di compiere il servizio stesso o di partecipare sotto  qualsiasi forma, diretta o indiretta, a guerre o conflitti armati, per motivi di coscienza o in ragione delle sue convinzioni religiose, etiche, morali, umanitarie, filosofiche, politiche o altre motivazioni analoghe. Tale diritto si estende anche a coloro che hanno già iniziato il servizio militare, come pure ai soldati che operano in eserciti professionali, che hanno maturato l’obiezione di coscienza dopo essersi arruolati. Chiunque venga detenuto per le predette ragioni, viene considerato da Amnesty International prigioniero di coscienza. Amnesty International chiede al governo israeliano il rilascio immediato e incondizionato di tutti coloro che sono detenuti per aver rifiutato di svolgere il servizio militare per motivi di coscienza. “Nella drammatica complessità del conflitto in Medio Oriente e nella spirale di violazione dei diritti umani che registriamo in quelle terre, non meno grave appare la situazione dell’obiezione di coscienza” dichiara Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. “Nonostante l’ormai crescente riconoscimento di questo diritto nel mondo e le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa, di cui è membro anche Israele, l’obiezione di coscienza in questo paese costituisce ancora un reato piuttosto che un valore e un principio di libertà di espressione e opinione. Il governo israeliano, pur in un periodo delicatissimo quale quello attuale, non può continuare a disattendere un diritto riconosciuto a livello internazionale e a imprigionare centinaia di suoi cittadini per una scelta di coscienza”. FINE DEL COMUNICATO Roma, 15 maggio 2002

(in situazione di guerra si chiama alto tradimento; in qualunque Paese normale tali soldati finirebbero davanti alla Corte Marziale e con tutta probabilità condannati a morte) e non un fiato sul destino riservato ai palestinesi non ossequienti alla volontà dei loro padroni
colab1     colab2
colab3 colab4
colab5 colab6
Amnesty International poi è quella impegnata a tempo pieno a diffondere ogni sorta di menzogne (compresa quella, tredici anni fa, che Israele condannerebbe a morte i bambini, con un articolo pubblicato dalla sezione norvegese, “documentato” da un volgare fotomontaggio. Questa purtroppo non la posso documentare perché era fra le cose che mi sono andate perse quando i pallestinisti mi hanno distrutto il computer bombardandomelo di virus micidiali).

Amnesty International poi è quella che si dedica a condannare ogni starnuto di Israele con tanta intensità, con tanta passione, che poi non le resta più tempo e spazio per condannare praticamente nient’altro.
Mi fermo, ma potrei continuare ancora molto molto molto molto a lungo.

barbara

POI TI VENGONO A DIRE

col tono di sfida di chi sta facendo un mastodontico paradosso: “Quindi, secondo te anche l’Onu sarebbe faziosa?! Anche l’Onu sarebbe parziale?! Anche l’Onu sarebbe antisemita?!” Ebbene no: l’Onu non è faziosa, parziale, antisemita secondo me; l’Onu è parziale faziosa antisemita secondo i fatti
onu-israel
E poi vai a leggere qui, dove si parla di questi qui
palestinesi Siria
(clic per ingrandire) che sono palestinesi che stanno morendo di fame – di fame per davvero, non come quelli di Gaza – e di cui non frega niente a nessuno.
E se i fatti sono sotto gli occhi di tutti, altrettanto sotto gli occhi di tutti ne è la spiegazione, che è questa
membri onu
(qui) E vogliamo ricordare lo sconvolgente scandalo di Durban, dove sono stati fatti circolare perfino i Protocolli dei Savi di Sion? Ma sì, ricordiamolo! E vogliamo ricordare che l’Onu celebra la giornata di solidarietà col popolo palestinese, ossia la tragedia della nascita di Israele con tanto di carte geografiche in cui Israele è stata cancellata?
Giornata di solidarietà col popolo palestinese
Ma sì, ricordiamo anche questo. E dunque? Onu faziosa parziale antisemita secondo me? Ma non ditelo neanche per scherzo.

barbara