LE DONNE UCCISE IN GUATEMALA

«Mia figlia María Isabel aveva 15 anni. Andava a scuola, e d’estate lavorava in una boutique. La notte del 15 dicembre 2001 è stata rapita nella capitale. Il suo corpo è stato ritrovato poco dopo Natale. Era stata violentata, le mani e i piedi legati con del filo spinato. Era stata pugnalata, strangolata e infilata in un sacco. Il suo volto era sfigurato dai colpi, il suo corpo lacerato, aveva una corda attorno al collo e le unghie strappate. Quando mi hanno consegnato il suo cadavere, mi sono buttata a terra gridando e piangendo, senza riuscire a fermarmi. Ma mi dicevano di non esagerare.» Questa testimonianza compare in un rapporto di Amnesty International relativo alla missione del 2004 a Città del Guatemala. In questo caso, come in centinaia di altri, gli aggressori rapiscono le loro vittime e infliggono loro violenze sessuali estreme prima di assassinarle selvaggiamente. I corpi vengono generalmente ritrovati in aree dismesse o in discariche. A volte gli assassini non esitano a incidere sul corpo della vittima un messaggio, come «a morte le puttane» o «vendetta». Secondo alcuni esperti le mutilazioni e il macabro scenario in cui viene ritrovato il corpo sono destinati a «lanciare un messaggio di intimidazione e di terrore».
Stando alle cifre che il governo guatemalteco ha fornito alla commissione interamericana dei diritti dell’uomo, fra il 2001 e l’agosto del 2004 sono state assassinate 1188 donne. Stando alle informazioni apparse sulla stampa, nel 2004 le vittime sarebbero 525 e nel 2005 590. Le donne assassinate sono studentesse, madri di famiglia, domestiche, operaie, ma anche delinquenti e prostitute. Le minorenni ne sono tutt’altro che risparmiate. Secondo le autorità, più della metà delle vittime ha fra i 13 e i 36 anni; quanto alle altre, raramente superano la quarantina. Appartengono tutte alle classi sociali più disagiate, che in Guatemala vivono in condizioni particolarmente precarie, sia dal punto di vista economico che abitativo. Altro punto in comune: la maggioranza dei crimini ha luogo in zone urbane.


Le famiglie esitano a segnalare le scomparse

Come in Messico con il cosiddetto caso delle «morte di Juárez», anche qui le cifre sono oggetto di una battaglia fra le autorità e le organizzazioni non governative. Una cosa è certa: i dati ufficiali sono molto al di sotto della realtà. Nel suo rapporto, Amnesty International sottolinea del resto la scarsa affidabilità delle statistiche ufficiali. Delle 525 vittime catalogate dalla polizia nel 2004, 175 sono state assassinate con un’arma da fuoco, 25 con armi bianche, e 323 «sarebbero morte in altro modo». Questa indistinzione fa calare anche dei dubbi sull’efficacia delle indagini. L’analisi di diversi dossier rivela enormi lacune riguardo alla protezione della scena del crimine e alla raccolta degli indizi. Lacune che si riscontrano anche nel corso delle autopsie, che a volte, anzi troppo spesso, omettono i segni di eventuali aggressioni sessuali.
Viste queste condizioni, non è difficile capire perché le famiglie esitano a contattare la polizia: per paura di attirarsi soltanto altri problemi o, peggio ancora, per fatalismo. Quando si decidono a segnalare una scomparsa, ricevono sempre le stesse risposte: «È fuggita con il suo ragazzo», o «Ha tentato la sorte in Messico, e poi negli Stati Uniti». Spesso, inoltre, la polizia cerca di attribuire questi casi alla delinquenza, non esitando mai ad affermare che la vittima intratteneva legami con una delle numerose gang del Guatemala o che si dedicava ad attività illecite come la prostituzione o il traffico di droga. In ogni modo, come in altri paesi della regione, l’alto livello di corruzione della polizia rende le famiglie scettiche, se non addirittura diffidenti. Trentasei anni di sanguinoso conflitto interno fanno sentire ancora il loro peso.


Una guerra civile dalle conseguenze profonde

Il clima generalizzato di violenza che regna nel paese non è estraneo agli assassinii di cui sono vittime le donne. Il Guatemala ha vissuto una guerra civile quasi ininterrotta dal 1960 al 1996. In questo paese tre volte più grande del Belgio il conflitto interno ha fatto più di 150.000 morti e circa 50.000 persone scomparse, di cui un quarto erano donne. Nel periodo più nero, sotto la dittatura del generale Rios Montt, è stata messa in piedi una strategia di distruzione sistematica dei villaggi per isolare la guerriglia. Come in altri conflitti, le violenze sessuali, e in particolare lo stupro, sono state utilizzate come un’arma. Ancora oggi molte donne risentono delle conseguenze fisiche e psicologiche di quel periodo. Queste pratiche hanno lasciato tracce profonde. Nel 1999, Radhika Coomaraswamy, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, affermava che la «natura apparentemente endemica degli stupri in tempo di guerra è stata istituzionalizzata attraverso la scappatoia della prostituzione forzata e della schiavitù sessuale delle donne da parte dei civili». Durante il conflitto decine di migliaia di rifugiati hanno lasciato il paese per recarsi in Messico e farsi accogliere in campi amministrati dall’Onu. Le popolazioni indigene sono state le prime vittime della repressione. L’opinione internazionale ha preso coscienza della situazione attribuendo il premio Nobel per la pace a Rigoberta Menchú Tum nel 1992. Nonostante gli accordi di pace firmati nel 1996, però, la società guatemalteca non ha ritrovato la pace. Nei primi dieci mesi del 2005 sono state uccise 4325 persone: un dato che fa del Guatemala uno dei paesi più violenti del continente americano. Questa violenza è essenzialmente dovuta alle bande, le cosiddette maras, organizzate sul modello delle gang statunitensi e formate da adolescenti e da giovani. Queste bande si dedicano al traffico e al consumo di droga e approfittano dell’estrema facilità con cui ci si riesce a procurare delle armi per portare avanti le loro attività, in particolare il racket. Riconoscibili dai loro tatuaggi, questi ragazzi incutono terrore, perfino al di là delle frontiere del paese. Le autorità messicane sono costrette a far fronte alla loro presenza lungo la frontiera tra i due Stati, dove le maras terrorizzano i candidati all’emigrazione illegale. Gli Stati Uniti le considerano «una minaccia alla sicurezza interna». Nel marzo del 2005 il presidente George W. Bush ha annunciato l’istituzione di una forza speciale, sovvenzionata con 150 milioni di dollari, per combatterle.


Violenze coniugali e molestie sessuali

Se gli assassinii sono l’espressione acuta del male che colpisce la società guatemalteca, le donne sono oggetto di una violenza sessista più quotidiana: violenze coniugali da parte dei mariti o dei fidanzati, molestie sessuali sul posto di lavoro o sui mezzi pubblici. Ancora oggi questo paese di 12 milioni di abitanti è alle prese con una situazione economica difficile. Più della metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Qui come altrove, spesso le donne sono i soggetti più vulnerabili e i primi a essere colpiti. Spesso obbligate a mantenere la famiglia, devono accettare lavori poco qualificati e mal retribuiti. Le domestiche, spesso giovani di origine indigena, sono le prime vittime di molestie sessuali. Stando a un’inchiesta effettuata dall’organizzazione Human Rights Watch («Del hogar a la fábrica, discriminación en la fuerza laboral guatemalteca», «Dal focolare alla fabbrica: discriminazione nella forza lavoro guatemalteca»), un terzo delle domestiche interrogate ammette di essere stata oggetto di carezze e toccamenti o di proposte sconvenienti, soprattutto da parte del capofamiglia. Nella maggioranza dei casi queste ragazze non hanno altra soluzione che lasciare il loro impiego. Fenomeno rivelatore, nessuna di loro è andata alla polizia per sporgere denuncia. Come conferma questa testimonianza di María Ajtún, 24 anni, che lavora dall’età di 8. «Il padrone di casa ha provato ad abusare di me, non la smetteva di perseguitarmi. Per due volte mi ha preso i seni da dietro mentre lavavo il bucato nell’acquaio. Ho gridato, è arrivato suo figlio e lui se n’è andato. Non ho detto niente a sua moglie, avevo troppa paura. Ho preferito andarmene»
Come in altri paesi dell’America centrale, e soprattutto in Messico, che presenta molti punti in comune con la situazione guatemalteca, molte famiglie lavorano in fabbriche delocalizzate di grandi marche statunitensi in cerca di manodopera a basso costo, le maquíladoras. In Guatemala l’attività principale di queste fabbriche è il settore tessile. Accordi doganali vantaggiosi facilitano le esportazioni verso gli Stati Uniti. Stando all’organizzazione padronale locale, sono impiegate in questo settore più di 80.000 persone, di cui l’80% donne. La concorrenza esercitata dall’Asia rafforza ulteriormente la pressione sulle lavoratrici. I costi di produzione vengono costantemente abbassati. La discriminazione e le molestie sessuali sul posto di lavoro sono pratiche diffuse, in particolare da parte del personale della direzione, generalmente di sesso maschile, e del personale di sorveglianza delle fabbriche. Alcune imprese esigono perfino dei certificati che attestano che la futura impiegata non è incinta, altre si rifiutano di assumere madri di famiglia.


Una donna picchiata può sporgere denuncia solo se le ferite sono visibili per dieci giorni

Il paragone con il «femminicidio» in Messico non si ferma qui. A Ciudad ]uárez come a Città del Guatemala, l’impunità è di rigore. Nessun assassino di donne è mai stato perseguito. La legge, poi, non viene in aiuto delle donne, che invece ne avrebbero bisogno. In questo paese così particolare, un uomo può evitare una condanna per stupro se si sposa con la sua vittima! Una donna picchiata può sporgere denuncia solo se le ferite sono visibili per dieci giorni. E i rapporti sessuali con le minorenni vengono puniti solo se la ragazza riesce a dimostrare di non aver provocato il suo aggressore… Uno dei capi della polizia nazionale, incaricato della maggior parte delle inchieste, si accontenta di rilasciare dichiarazioni di principio per spiegare il fenomeno: «Le donne di oggi escono più spesso di prima e partecipano di più alla vita sociale. Molti uomini le detestano per questo motivo. Sapete, il Guatemala è un paese di machisti». In un paese che conta più di un milione e mezzo di armi non registrate, le uccisioni di donne fanno parte del paesaggio nazionale. La polizia si accontenta di attribuire questi delitti alla violenza endemica, al traffico di droga, alla prostituzione e alle gang. Non stupisce dunque che nel 2005, su 590 omicidi, sia stata condotta a termine soltanto un’indagine che ha portato l’assassino in tribunale. Il Guatemala è un paese piccolo, geograficamente condannato all’oscurità. Il suo grande vicino, il Messico, gli fa parecchia ombra. Oggi le 400 «morte di Juárez» sono conosciute in tutto il mondo grazie all’azione di diverse organizzazioni locali e internazionali. A Città del Guatemala, malgrado statistiche dieci volte superiori a quelle di Ciudad Juárez, nessuno si interessa a quest’altro «femminicidio».
(Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal in “Il libro nero della donna”, pp.183-188)

Se il cannocchiale funziona sarebbe bene rivedere questo (e se non funziona riprovate più tardi), e credo, anche se il Paese non è mai nominato, che si tratti del Guatemala anche qui.
Ma che stupida, mi dimentico sempre che il femminicidio non esiste, chissà dove ho la testa.

barbara

SANGUE SULL’ALTARE

Il sangue è quello di Elisa Claps; l’altare è, metonimicamente, quello della chiesa della Santissima Trinità a Potenza. L’autore è Tobia Jones, un giornalista inglese, innamorato dell’Italia in generale e della Basilicata – quella terra in cui Cristo, fermatosi a Eboli, non è mai arrivato – in particolare.
È un libro bellissimo, intenso e partecipe, quello scritto da quest’uomo come professionista ma anche da amante e studioso delle cose d’Italia e di Basilicata, della storia e della società e di tutte le magagne che affliggono la nostra terra. E poi anche da quell’amico sincero che in breve è diventato per la famiglia Claps, della quale ha seguito per quasi un ventennio le drammatiche vicissitudini. Ed è, il libro, cronaca degli eventi che punteggiano la storia di Elisa Claps, e indagine approfondita della psicologia dei personaggi, e storia della nostra penisola e molto, molto altro ancora. È un libro che si dovrebbe leggere, ma non so, davvero non so se sia un libro per tutti. Perché io, a leggerlo, sono stata male, male proprio fisicamente voglio dire, ad un certo punto ho lasciato ogni altra attività per finirlo il più in fretta possibile e liberarmene, spogliarmene, perché non ce la facevo più. Perché tu ti immedesimi – non puoi non farlo – con lo strazio e la rabbia impotente di questa famiglia che sa con assoluta certezza che la ragazza è stata assassinata, e sa chi l’ha uccisa, ma si trova bloccata da un’incredibile rete di complicità, dal parroco che impedisce di perquisire la chiesa al pubblico ministero che nega sistematicamente tutte le autorizzazioni necessarie ad accertare la verità al padre dell’assassino che manovra tutte le sue potenti pedine per creare un solidissimo muro fra la verità e chi tenta di raggiungerla a tutti coloro che hanno davanti agli occhi tutte le prove possibili e fingono di non vederle, in un vertiginoso intreccio di mafia e massoneria e poteri locali di ogni genere. E l’aggiunta degli sciacalli, le piste fuorvianti, le richieste di riscatto, le telefonate mute, gli inquirenti che ti dicono che sarà scappata di casa, ti ridono in faccia, ti minacciano… E non avere neppure un corpo da seppellire, una tomba su cui piangere, non sapere dove si trovino i resti. C’è da perdere la ragione, e ti chiedi come abbiano fatto, loro, a non perderla, che quasi quasi stai rischiando di perderla tu. È una cosa che ti resta sullo stomaco, questo libro, perché è una storia che non riesci mica a digerire. Eppure bisognerebbe trovare il coraggio di affrontarlo. Bisognerebbe, sì.

Poi, volendo, si potrebbe chiedere ai negazionisti del femminicidio: quante serial killer donne siete in grado di elencare, votate selettivamente all’assassinio di soli uomini? Quanti uomini siete in grado di elencare adescati da donne per essere poi assassinati, tagliuzzati con coltelli, forbici, coltelli per sfilettare, mutilati, magari organizzando il tutto in modo tale che a trovare la vittima tagliuzzata e mutilata siano i suoi stessi bambini, come ha fatto Danilo Restivo con Heather Barnett, un’altra delle sue vittime?


Tobias Jones, Sangue sull’altare, Il Saggiatore

Sanguesull'altare
barbara

EVVIVA EVVIVA ABBIAMO LA LEGGE

Ok alla legge anti-stalking carcere per i molestatori

ROMA – Chiunque minacci o compia atti persecutori nei confronti di qualcuno rischia il carcere fino a quattro anni. Se poi a molestare è il coniuge (anche separato o divorziato), il convivente o il fidanzato e se la molestia è rivolta a una donna incinta la detenzione può durare fino a sei anni. Sono le principali novità del testo approvato ieri dalla Camera che introduce il reato di “stalking” nel nostro ordinamento con un nuovo articolo: il 612-bis del codice penale. Il provvedimento è passato con una maggioranza quasi unanime: gli unici voti contrari sono stati quelli dei due deputati liberaldemocratici. Il disegno di legge sugli “atti persecutori” stabilisce anche che nei confronti del molestatore si possa disporre l’allontanamento fino ad un anno dalla casa o dal luogo di lavoro della vittima o anche, ad esempio dalla scuola dei figli. La pena aumenta se a “molestare” è il coniuge, anche se separato o divorziato, o il convivente o il fidanzato (anche ex). Si prevede più carcere anche se la vittima è un minore o un “diversamente abile” o una donna incinta e se gli “atti persecutori” sono stati commessi usando armi, o da “persona travisata”. Il delitto è punito sempre a querela di parte. Ma si potrà anche procedere d’ ufficio se il reato è commesso nei confronti di un minore o di un disabile. Prima di presentare querela, la vittima può anche raccontare il suo “calvario” alla pubblica autorità chiedendo che questa ammonisca il responsabile degli atti persecutori, prima di procedere con misure più gravi. Il testo prevede che il giudice possa intimare all’ imputato di non avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla vittima. Per le vittime di stalking è istituito un numero verde nazionale per fornire una prima assistenza psicologica e giuridica.
30 gennaio 2009 (qui)

Ve le ricordate le reazioni all’annuncio dell’approvazione della legge? Ve lo ricordate l’entusiasmo? Ve le ricordate le manifestazioni di giubilo? Adesso finalmente… Era ora che si pensasse a proteggere le donne… Finalmente finirà questo stillicidio di assassini… Adesso non potranno più fare i furbi impunemente…
E ora? Una donna dietro l’altra assassinata dall’ex marito-compagno-fidanzato, e le notizie di accompagnamento sembrano fatte in fotocopia: lui la tormentava e lei lo aveva denunciato. Lui la perseguitava e lei lo aveva ri-denunciato. Lui l’aggrediva e lei lo aveva ri-ri-denunciato. Lui l’aveva minacciata di morte e lei lo aveva ri-ri-ri-denunciato. Poi lui l’ha ammazzata e allora è stato arrestato. Per un po’. Così anche per l’ultima della serie, Cristina Biagi,
NOTA: LA FOTO CHE COMPARIVA QUI, E CHE TUTTORA COMPARE SU GOOGLE IMMAGINI PORTANDO A QUESTO POST, È STATA RIMOSSA IN QUANTO NON APPARTENENTE ALLA VITTIMA BENSÌ A UN’OMONIMA, CON LA QUALE MI SCUSO.
assassinata l’altro ieri dall’ex marito *guardatecomesonoganzo guardatecomesonofigo iosonol’uomochenondevechiederemai*
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per la quale leggiamo nell’articolo del Corriere:
«Lei lo aveva denunciato spesso – racconta una vicina di casa dei genitori di Cristina Biagi – e lui veniva sotto casa a minacciarla». La vittima era tornata a vivere dai genitori insieme ai due figli e aveva presentato almeno due denunce contro l’ex marito per violenza e minacce. L’ultima denuncia è di dieci giorni fa. La Procura di Massa stava indagando e il pm aveva già affidato alcune deleghe di indagine. Già, la Procura stava indagando. Con calma, mi raccomando, che non vi rompiate il culo. Più o meno come quando qualche essere immondo viene arrestato per avere violentato un bambino di tre anni, e leggiamo che DUE ANNI FA era stato condannato a CINQUE ANNI per reati di pedofilia. In galera tutti i giudici, e se le galere sono poche, che se le costruiscano; nel frattempo dormano all’aperto nei sacchi a pelo. E staranno comunque meglio delle loro vittime. Noi, intanto, useremo i testi di quelle leggi come carta igienica, che almeno servano a qualcosa. 

barbara