ANCORA UN PO’ DI MACEDONIA

(un po’ lungo, ma vi siete riposati ieri)

L’EDUCAZIONE IN SPAGNA

L’insegnamento femminista dalla Spagna: castrare alla nascita il 25% degli uomini per realizzare la Matria

di Francesco Corrado

Tutti sanno che qualche giorno fa il presidente delle Nazioni Unite se n’è uscito con una dichiarazione che, più o meno, dice: “La pandemia da Cornavirus sta dimostrando (a lui evidentemente) che millenni di patriarcato hanno portato ad un mondo dominato dai maschi, con una cultura dominata dai maschi, che danneggia tutti”.
A tal proposito abbiamo pensato di raccontarvi un fatto che l’anno scorso ha fatto molto discutere in Spagna. I fatti: alcuni studenti hanno registrato le lezioni della propria professoressa di lingua e letteratura, tal Aurelia Vera, ovviamente gli audio e le trascrizioni sono diventati virali facendo discutere la nazione. In una sua lezione la professoressa, che in pratica insegna femminismo postmoderno, spiega come poter realizzare un progetto matriarcale, cioè di società in cui gli uomini vengano esclusi dal potere per delegarlo esclusivamente alle donne.
La domanda è: che ce ne frega a noi di cosa dice in classe la professoressa Aurelia Vera all’istituto alberghiero San Diego de Alcalà, nella cittadina di Puerto del Rosario, nell’assolato arcipelago delle Canarie? Ci interessa per la somma di diversi motivi.
Primo: la professoressa Vera non è un cane sciolto, è una politica attiva del PSOE ed è assessore del municipio di Puerto del Rosario, capoluogo dell’isola di Fuerteventura, cittadina che conta poco più di 20.000 abitanti. Il suo partito l’ha difesa a spada tratta. In quanto ne rappresenta alla perfezione l’ideologia.
Secondo: la nostra professoressa è stata insignita del premio Meninas, in rappresentanza del collettivo studentesco femminista “La Sexta Cariatide” (da lei creato a scuola e di cui è coordinatrice): il premio viene assegnato dalle comunità autonome a collettivi femministi, per attività che favoriscano “la pace e l’uguaglianza”. [e sottolineo uguaglianza] Il motivo che ha portato all’assegnazione del prestigioso premio è stato che le 60 studentesse del collettivo hanno avviato una raccolta di firme per far si che il femminismo diventi materia scolastica; cose grosse insomma.  
Terzo: periodici che una volta erano di sinistra (e che hanno fatto la fine che da noi ha fatto “La Repubblica”), come El Pais, si sono sperticati in difese patetiche della prof e del suo delirio a base di castrazione selettiva. Ma gli audio e le trascrizioni sono chiari e c’è poco da dire. La prof, che vive nella realtà parallela del femminismo del terzo millennio, non ha minimamente dovuto rimangiarsi quanto detto, in quanto ciò è considerato politically correct.
Quarto: a parte il delirio sulla castrazione selettiva, gli audio delle lezioni ci mostrano alcuni sprazzi del tipo di insegnamento in cui consistono gli studi di genere che tanto vanno di moda nelle università: una forma di indottrinamento all’odio tra uomini e donne in parte basato su mistificazioni storiche che si vuol far diventare materia di studi anche alle superiori.
Quindi questa storia per noi è, a ragion veduta, emblematica di cosa sia il femminismo del terzo millennio: mainstream, autoritario, vuoto di proposte reali. E la storia della legislazione spagnola in materia potrebbe insegnare qualcosa, se la studiassimo, invece che replicarla scioccamente come stiamo facendo.

Ma lasciamo la parola alla prof:
Prof: “La situazione di sofferenza in cui si ritrova la popolazione del Venezuela non è tanto colpa di Maduro, quanto degli Stati Uniti, lo stesso vale per l’isolamento di Cuba. Non è tanto un problema di Cuba, è che gli Stati Uniti non lasciano entrare niente a Cuba…(si dilunga sulle transazioni economiche internazionali su cui sorvoliamo per sintesi) …Questo sono gli Stati Uniti e queste sono le transazioni commerciali di questo mondo neoliberale (brava prof!).”
Studente: “Prof allora di che sistema crede che avremo bisogno?”
Prof: “Bisogna inventarlo, io si che ne ho uno. La Matria.” 
Studente: “E in che cosa consiste?”
Prof: “Nel potere delle donne [uguaglianza, dicevamo, per l’appunto]. Io credo che i valori della donna non siano né la guerra, né la distruzione, né l’antiecologismo, né la mancanza di attenzioni. Voglio un mondo ecologico, un mondo non violento, un mondo non imperiale, un mondo in contatto con la natura. Il problema sarebbe come istituirla. Come istituirla? Io un’idea ce l’ho. Tramite la castrazione selettiva.”
Studentessa- “Ma come prof, ha appena detto che non ci sarebbe violenza!”
Prof: “Il problema è istituirla (la Matria), ci sono dei problemi, non dico che sarà buona. Il fine giustificherebbe i mezzi? Salvare il pianeta giustificherebbe la castrazione del 25% della popolazione? [cioè non il 25% degli uomini, come dice il titolo, e più avanti anche l’autore, bensì il 50%] Ecco, quello già sta dicendo di no (rivolgendosi ad un alunno), guarda che se ti tagliano il pisello mica ti succede niente! (nooo figurarsi). Come detto il problema è istituirla, cioè fare in modo che gli uomini smettano di governare per dare il potere a noialtre [sempre per via di quella famosa uguaglianza di cui sopra], bisogna mettere mano alla castrazione selettiva.” [Che io sappia un uomo castrato è impossibilitato a scopare, ma perché mai dovrebbe essere impossibilitato a governare?]
Studentessa: “Si ma a cosa le serve accumulare tante palle?”
Prof: “D’accordo io credo…c’è qualcosa che si chiama uova al cognac, tanto per darti un’idea”. [Sì, esistono le uova al cognac, e credo che sia una ricetta deliziosa. Ma, a parte la finezza della risposta, soprattutto in una scuola, a quanto pare la signora ha tanta dimestichezza con l’altro sesso da non saper distinguere le uova di gallina da quelle di maschio umano, e allora si comincia a capire: dal momento che per lei comunque non ce n’è

perché lasciare che ne godano le altre?]
Voci incomprensibili che si sovrappongono
Prof: “Se eviriamo gli uomini non solo non potranno avere figli, ma non potranno sviluppare una serie di ormoni che gli danno forza fisica, altra cosa è che poi non smetteranno mai di parlare col tono di voce dei bambini [e il vantaggio…? Forse quello, dopo averli castrati, di poterli sbertucciare perché hanno la vocetta da castrati? Tipo le SS che costringevano gli ebrei a vivere nel fango per poi prendersi la soddisfazione di dire vedi che abbiamo ragione a disprezzarvi, luridi ebrei schifosi!]. Quindi ho la mia idea di un nuovo mondo e funzionerebbe da paura. Useremmo la scienza per sapere a chi tagliare le palle. Con l’eugenetica potremmo creare bambine e bambini alla carta, come in un menù. Voglio che mio figlio sia alto 1,80, abbia gli occhi azzurri e che non abbia nessuna malattia, questo esiste già.” [Appunto: SS]
Studente: “Ma invece di questo progetto di castrarci a quasi tutti…”
La prof lo interrompe investendolo con un mare di sciocchezze: “Fa male vero? Ma lo sapete voi che a noi ci hanno castrato per milioni di secoli? (sic). Soprattutto qua nella mente. E non abbiamo detto nulla. Gli orgasmi femminili sono apparsi per la prima volta negli anni ’60, e fino ad allora non abbiamo potuto avere orgasmi. Noialtre siamo state storicamente castrate dal momento della nascita al momento della morte. Solo negli anni ’60 con gli studi di Roig si iniziò a pensare che la donna potesse avere l’orgasmo. Ed è a partire da allora che cominciammo a provare gli orgasmi, perché voialtri (rivolgendosi ai quindicenni maschi cui dovrebbe insegnare letteratura) non ci lasciavate nemmeno pensare che noialtre avessimo diritto al desiderio ed al piacere.”
Studente- “Si però, prof, ci sta dicendo di tagliarci le palle…” 
Prof-“Che orrore, che per gli uomini la loro identità sia il cazzo! [beh, in effetti è esattamente quello che li differenzia da noi…] Che orrore, vero? Alcuni preferiscono morire al farsi tagliare il cazzo: tagliatemi il collo ma non il cazzo. Dicono molti” [Molti? Io non ne ho mai sentito uno. Forse perché da queste parti ancora non girano donne così psicopatiche da voler tagliare il cazzo agli uomini]
Più tardi la prof dice: “Un disastro che elimini i tipi (uomini), e che ne rimangano pochini, il minimo indispensabile. E lì inizierà la mia Matria.” [leggi il seguito]

LA SANITÀ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS
Lorenzo Capellini Mion

Nei primi 5 mesi del 2020 in Italia sono stati eseguiti circa un milione e quattrocentomila esami di screening per il cancro in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. E gli interventi chirurgici sono crollati del 60%. Le visite di routine per i cardiopatici idem.
Inevitabilmente aumenterà la mortalità.
Anche se non è vero che fosse inevitabile. Come non era inevitabile la strage nelle case di riposo. Come non era inevitabile usare cure sbagliate, più sentito parlare dei respiratori? Come non era inevitabile dire alla gente di recarsi in ospedale solo se le mancasse l’aria, il mondo è stato ingannato o si è fatto ingannare. Come non erano inevitabili tante altre cose. Non era inevitabile diffondere il terrore dopo aver minimizzato, agevolando il virus di Wuhan nel suo momento di massima virulenza. Non era inevitabile accusare di razzismo chi vedeva arrivare la catastrofe.
Non era inevitabile censurare oggi qualsiasi cosa che non si allinei al pensiero unico. Specie se c’è da inchiodare alle sue responsabilità il regime comunista cinese, che ha tanti occidentissimi collaboratori, complici.
Non era inevitabile confondere contagiati con i malati. Come non era inevitabile distruggere le difese immunitarie in attesa di una iniezione che salverà il mondo da una malattia curabile al 99,6% o giù di lì.
E non era inevitabile dividere ancora di più la popolazione in società già sapientemente disgregate.
Non era inevitabile mettere gli uni contro gli altri i clienti e gli esercenti, lavori considerati essenziali e quelli no, gli stipendi garantiti vs la lotta quotidiana per una fattura non pagata, vecchi contro giovani. Non era inevitabile nemmeno creare un clima in cui c’è chi nega e chi esagera, chi vuole vivere e chi si rintanerebbe per sempre.
Non era inevitabile distruggere l’economia in favore di pochi centri del potere economico e del super governo.
Ma a questo serviva, serve e ancora servirà.
Allora sì, era inevitabile.
Io la vedo così.

GLI ISRAELIANI DI SINISTRA CHE ODIANO ISRAELE E QUANTI SI DISCOSTANO DAL VERBO COMUNISTA PIÙ DI QUANTO AMINO LA PACE E LA GIUSTIZIA E LA LIBERTÀ
Emanuel Segre Amar

Lo scrittore Grossman inizia così il suo articolo pubblicato oggi su Repubblica: “Nel Libro di Osea leggiamo: “Poiché costoro seminano vento, e mieteranno tempesta”. Per quasi dodici anni Benjamin Netanyahu ha seminato vento.” [Segue una vagonata di attacchi livorosi, con l’odio che gli schizza fuori da ogni poro della pelle, contro Netanyahu]

Qui non è questione di amare o odiare Netanyahu, ma se seminare vento porta a risultati che i politici amati da Grossman mai hanno nemmeno sfiorato, beh, allora benvenuto questo vento. E le macerie delle quali parla nel suo pezzo suonano come una accusa a questo scrittore, grande penna, ma pessimo commentatore politico (tra l’altro, se uno lo mette in difficoltà svelando, di fronte a lui, i suoi non detti, lui, invece di accettare il confronto, lo cancella per sempre dai suoi interlocutori; so di chi sto parlando.)

PARLARE DI ISRAELE SENZA AVERE LA PIÙ PALLIDA NOZIONE DI STORIA, E NEANCHE DI GEOGRAFIA

In risposta ad alcune lettere di lettori

Cari lettori,

Quando due o più Paesi firmano un trattato, è sempre una buona notizia, e un successo per il mediatore: in questo caso, Donald Trump. Tuttavia dietro la «pace di Abramo» c’è anche, fin dal nome, un po’ di retorica. La pace si fa tra nemici. Ma nemici — in sostanza — Israele e gli Emirati arabi uniti (e il Bahrein) non sono stati mai [forse il signor cazzulello ritiene che “nemico” sia sinonimo di “in guerra”. Quindi ignora sia il significato delle parole italiane che la storia del Medio Oriente]. Sono Paesi separati da centinaia di miglia, mari, deserti [mari fra Israele e Bahrain ed Emirati? Addirittura al plurale?!]. Non sto dicendo che l’accordo non sia importante; a maggior ragione se ne seguirà un altro tra Israele e l’Arabia saudita. Ma sinceramente mi pare più una mossa nel quadro della guerra civile araba tra sunniti e sciiti, che nel quadro della pace in Medio Oriente tra arabi e israeliani [embè certo: un trattato di mutuo riconoscimento e cooperazione in vari ambiti fra Israele e dei Paesi arabi che per 72 anni non lo hanno riconosciuto, hanno rifiutato qualunque contatto, hanno attivamente partecipato al boicottaggio di qualunque cosa avesse a che fare, anche indirettamente, con Israele, che cosa mai potrà avere a che fare con la pace fra arabi e israeliani?]. Sancendo in modo ufficiale l’avvicinamento in corso da tempo con Israele — unica vera democrazia e unica potenza atomica della regione —, i sunniti si rafforzano, e gli sciiti subiscono un colpo.
Ma se si è festeggiata tanto la «pace di Abramo», che cosa si potrebbe inventare un presidente americano che imponesse un trattato di pace tra Israele e l’Iran, o tra Israele e i palestinesi? [Non ho capito la domanda. Potrebbe riformularla in maniera più comprensibile?] L’idea iniziale di Trump era proprio l’accordo tra Netanyahu e i palestinesi. Sul piatto l’America ha gettato molti soldi. Ma non era pensabile che un popolo rinunciasse alla terra in cambio di dollari [Perché è chiaro che una terra che si chiama Giudea, che da tremila anni è stata ininterrottamente abitata dagli ebrei, sotto il cui suolo si trovano tombe ebraiche, a chi mai dovrebbe appartenere se non ai palestinesi?]. I palestinesi hanno commesso molti errori — non ultima la drammatica divisione tra i Territori amministrati dal presidente Abu Mazen e Gaza controllata dagli estremisti filoiraniani di Hezbollah [Hezbollah? A Gaza? Proprio sicuro sicuro? E insiste a voler parlare di Medio Oriente?]  — e anche molti crimini. Ma sono stati abbandonati dalla comunità internazionale in modo abbastanza cinico [mai sentito parlare dei miliardi di dollari – prelevati direttamente dalle nostre tasche – elargiti ai poveri palestinesi che li hanno interamente usati per fare terrorismo e seminare morte e distruzione anziché per costruire uno stato?]. E i primi ad abbandonarli sono stati — e sono — i «fratelli arabi»; fin da quando nel 1948 si presero ognuno un pezzetto di quello che secondo l’Onu doveva essere lo Stato palestinese [stato arabo, Cazzullo, stato arabo, non palestinese: nel 1948 mancavano ancora 16 anni alla fabbricazione a tavolino del popolo palestinese, clic, clic, clic]

Aldo Cazzullo

ITALIA E DINTORNI
Enrico Richetti

Mario Monti per far contenta l’Europa ha tagliato la sanità. Ora lo hanno nominato a capo dell’OMS in Europa. Come addetto alla sicurezza della banca del sangue europea invece hanno nominato il conte Dracula.

EUROPA E DINTORNI

Hezbollah piazza grandi quantità di nitrato di ammonio in giro per l’Europa, passando per Belgio, Francia, Grecia, Italia, Spagna e Svizzera. 

Se qualcuno per caso si chiede perché non si stia facendo niente, significa che di politica non capisce niente: come possiamo occuparci di queste scemenzine, quando incombe su di noi l’odio che Salvini e Meloni stanno seminando a piene mani! Ma come diavolo vi viene in mente?!

ANCHE CON LO SPORT SI SALVA IL MONDO (O ALMENO UN MONDO)

La favola del Beitar Yerushalaim

L’accordo Israele- Emirati sta dando frutti anche sui campi di calcio: Hapoel Beersheva, i campioni in carica, ha già invitato per un’amichevole l’omologa emiratina. Ma è l’interessamento di un uomo d’affari degli Eau a investire nel Beitar Yerushalaim, la storica squadra di Gerusalemme, ad aver spiazzato un po’ tutti. «Apprezzo la tifoseria del Beitar, così devota al club. Presto capiranno che la gente degli Emirati cerca pace e coesistenza», ha detto alla tv Kan11 l’imprenditore, per ora rimasto anonimo. Eccentrica o coraggiosa, è una scelta decisamente non convenzionale, considerato che Beitar è la squadra che ancora non ha rotto il tabù di reclutare un giocatore arabo, nonostante a Gerusalemme rappresentino il 38% della popolazione. E fa i conti con una tifoseria radicale di ultrà razzisti, che ha scelto di chiamarsi La Familia, «perché tutto deve restare in casa». Non mancano le squadre in cui giocano insieme musulmani, cristiani ed ebrei, ma lui ha scelto proprio i nero-gialli. «La proposta rispecchia i valori per cui ho deciso di acquistare il Beitar», dice a Repubblica Moshè Hogeg. L’imprenditore 39enne, che si è costruito da solo con una serie di investimenti azzeccati nel bitcoin e in start-up di successo, nel 2018 ha acquistato il club non perché fosse la squadra del cuore lui che viene dalla periferia di Beersheva – ma per fare “una rivoluzione sociale”. Un repulisti. Ha stampato il motto “Amerai il tuo prossimo come te stesso” sulle maglie dei giocatori, «la frase più importante dell’ebraismo. A Beitar c’è chi l’ha infangata». Ha iniziato a citare in giudizio i tifosi estremisti “per diffamazione del club”. Con Hogeg, Beitar è anche tornata a giocare alla presenza delle tifoserie avversarie nelle partite contro la squadra a maggioranza araba Bnei Sakhnin, dopo due anni di punizione per via degli scontri violenti tra i rispettivi ultrà. Hogeg partirà a breve per gli Eau per concludere la trattativa, sponsorizzata da Sulaiman al Fahim, mediatore nell’acquisto del Manchester City da parte degli Emirati. La Familia ha sbottato: «Stanno svendendo i nostri principi per soldi. Vogliamo una squadra forte, ma non a ogni costo». Hogeg non si lascia impressionare. «Abbiamo condotto un sondaggio tra il nostro pubblico e il 92% è a favore. È fantastico. Se andrà in porto, dovremo confrontarci con quell’8%, ma non ho dubbi che vinceremo: sono dei miseri razzisti oscurantisti, che utilizzano slogan irrazionali come “Beitar pura per sempre”». È lo slogan che esibirono quando nel 2013 la proprietà precedente ingaggiò due giocatori ceceni, musulmani, e qualcuno arrivò pure a dare alle fiamme la sala dei trofei del club. «Quella però fu una scelta forzata. Erano pessimi giocatori. Io non sceglierò mai un calciatore in base alla religione, ma solo perché è il migliore. Per questo ho portato Ali Mohamed, che è stata una scelta vincente». Il centrocampista nigeriano ha forse rappresentato anche un banco di prova per Hogeg. Padre musulmano, madre cristiana. I tipi di La Familia hanno stabilito che è cristiano per placare gli spiriti, ma c’era tra loro chi chiedeva che cambiasse il nome: «Un Mohamed da noi non ci sarà». «Investire nel calcio, e in particolare nel Beitar, la squadra di Gerusalemme, città santa per noi e per loro, con la tifoseria più numerosa, è il segnale più netto che c’è la volontà di una pace vera, dal basso. Ed è un passo critico nell’educazione delle nuove generazioni di tifosi».

Sharon Nizza

GLI IMMIGRATI: RIFLESSIONI PACATE

IL SIGNOR TRAVAGLIO E LA SUA ABILITÀ A CONVERTIRE IN MASSA I PERFIDI GIUDEI

I VIAGGI DELLA SIGNORA TAVERNA, CHE GULLIVER IN CONFRONTO ERA UN DILETTANTE

I VEGANI E LA SOIA

LE CAUSE DEI CONFLITTI

I DUBBI DEL GIOVANE ANTIFA, CHE POI LUI RISOLVERÀ, PERCHÉ A LUI NON LA SI FA

E poi basta.

barbara

GAME OVER

OVVERO

Tutto quello che avreste sempre voluto dire sulle femministe

ma non ne avete mai avuto il coraggio.

Boschi, Boldrini, Castelli: il femminismo è una via di fuga

di Max Del Papa

La profeta è Laura. Non profetessa, troppo indulgente, troppo ammiccante, basta profeta, tanto finisce con la “a”. La profeta è Boldrini, Laura Boldrini, questa Giovanna d’Arco del vittimismo femminista o del femminismo vittimista, “a piazèr” (la stupenda Monica Vitti dei crauti) [ve la metto, perché merita] :

con quel marxismo può dire ciò che vuole e se tu non sei d’accordo, pronta la lettera scarlatta a la carte: sessista, misogino, misofobo. È un bel gioco che purtroppo non dura poco, gira in eterno e il trucco è elementare, sta nella probatio diabolica: come fai a discolparti da una colpa a senso unico, stabilita solo da chi si dice attaccato, juris et de jure, senza facoltà di prova contraria? Laura la profeta è tutto: parte lesa, pubblica ministera, giudicia, secondina e, se non dispiace, boia (tanto finisce con la “a”). Con quella bocca comunista può dire ciò che vuole, tu invece non puoi dire un accidente di niente, appena fiati sei nel peccato originale e lo sei perfino se taci. Perché chi tace acconsente. Insomma, sei maschio – non gender, maschio e basta – e di conseguenza brutto sporco e cattivo; se poi sei pure bianco e occidentale, apriti cielo, non hai speranze, meglio un maiale.

La profeta è Laura, le discepole sono tante. Con licenza di spaziare, prendiamo le solite due a caso, una è la inafferrabile Mara Carfagna alla quale altre femmine non perdonarono mai né i calendari della fase velina né i trascorsi berlusconiani, e lo fecero con accenti particolarmente osceni, su tutte la Sabina Guzzanti: tout est pardonne, lei ormai gravita nell’alone della sinistra arcobalenata e come tale è assurta al Cenacolo. [Di Sabina Guzzanti su Mara Carfagna avevo parlato qui RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI 1 al 9 luglio] Difatti non manca mai di lamentare quel sessismo, quel machismo che temporibus illis non poteva far valere, arrivandole come uno stormo di Stukas dalle donne.

L’altra, mutatis mutandis, è Meb, che non sta per un finanziamento europeo ma per Maria Elena Boschi, una che di sinistra, modestamente, vi nacque e dunque ha l’allenamento muscolare, appena la guardi lei scatta, sgrana gli occhioni blu e ti fulmina soave: ah, che sessista. Prima lo diceva anche dei Trav, i Vauro, gli altri vignettari o guitti Fattoidi che – ricordate, ai tempi delle disavventure bancarie di famiglia? – la ritraevano come una honky tonk woman, adesso non può più perché c’è alleanza nell’aria, sofferta, tormentata ma finché tiene… E così non le resta che additare, sinistramente, in genere il porco mondo maschio, tanto i bersagli si trovano, si trovano: Salvini, Trump, i sovranisti, “le destre”, il popolaccio che in banca ci entra con gli spiccioli, quella roba lì.

Ma quelle che hanno imparato meglio e più presto sono le parvenu del potere, è la novelle vague grillina, ecco qua una Lucia Azzolina che, catafratta all’autoridicolo, si intigna con Salvini: “Ah te la prendi con me perché sono donna e giovane”. E perché no bella, bellissima? No, me la prendo perché sei una incapace, ha replicato il Matteo milanese. “Ah, sessista, leghista”. A ruota un’altra grilletta, Laura Castelli, tallona: “Se la prendono con me perché sono donna”. No, te ne dicono di tutto e di peggio perché hai appena consigliato ai ristoratori di andare a morire ammazzati se non sanno cambiare mestiere. Ma il femminismo come via di fuga (non ho detto altro: ma fuga, fuga, fuga) incassa sempre e non paga mai. Poi è una foglia di fico che sta bene su tutte, dall’infantilismo saccente di Greta al sovversivismo di classe di Carola, alla imbecille o mascalzona di turno che scende in piazza bevuta a sputare in faccia alle divise. Funziona meno se per caso violentano, drogano e poi smembrano una sventurata sbandata, magari con l’intenzione di mangiarla per farla sparire del tutto. Ma sono dettagli, casi irrilevanti, tra femminismo e migrantismo vince il secondo.

Il femminismo è un pendolo tra vittimismo e opportunismo: Veronica Lario, già signora Berlusconi, venne crocifissa alle sue ville per anni dalla solita compagnia di giro del Trav, di Micromega (più micro, in verità), dei postcompagni sempre molto compagni della galassia giornalistica ztl, poi quando si scatenò, su Repubblica e in tribunale, contro il Cavaliere delle feste goderecce, le sentinelle del sessismo titolarono: grande Veronica, brava Veronica, una di noi Veronica. Senza pudore, more solito. Il femminismo di ridotta è un passepartout: una donna, o anche solo percipiente tale, può combinarne più di Carlo in Francia ma è inattaccabile: “Ah ce l’avete con me perché sono femmina; giudicatemi su quello che faccio”. Appunto: hai fatto e disfatto questo e quello e quest’altro. “Ah, visto? Ce l’hai con me perché sono donna”. Non se ne esce. Il femminismo vero è l’antifemminismo, è la donna, la femmina, la primaministra, come ti pare, che se ne frega di tutto, sì; Margaret Thatcher era invisa alle militanti in rosa perché le fulminava: “Il femminismo è veleno”.

Era donna, certamente: ma nessuno se n’è mai accorto, nel senso che nessuno si è mai sognato di attaccarla o difenderla per questioni ormonali; le andava benissimo, le facevano un mazzo tanto ma lei dura, imperturbabile, e la spuntava lei con la sua clamorosa cotonatura e il filo di perle polemicamente démode. Di un’altra enorme donna, Golda Meir, questa statista israeliana con due gonadi così*, è Indro Montanelli a raccontare un episodio definitivo: “Una volta mi fece vedere una lettera di Ben Gurion“, litigavano sempre: “sei la solita vecchia puttana corrotta”, c’era scritto nella lettera. La risposta: “Vecchia è vero, puttana non più delle altre, corrotta mai”. Artro che c*zzi, esclamerebbe il Marchese del Grillo. Senza vittimismo strategico, le donne erano più donne, artro che. Non si nascondevano, ricevevano un insulto e, nel loro modo inarrivabile per i maschi bovini, lo restituivano con una caterva d’interessi. Senza imbrogli, senza lagne, con una boccata di sigaretta: game over. (qui)

* Espressione che detesto come poche altre al mondo. Dire, per mostrare apprezzamento nei confronti di una donna, che ha le palle, è espressione del più schifoso e becero maschilismo fallocratico e fallocentrico, convinto che i propri pendagli siano il meglio del meglio della creazione, scrigno di ogni virtù. Quando lo dicono a me mi incazzo di brutto. E meno altrettanto di brutto.

E adesso che vi siete divertiti con le ochette femministe, andate a leggere anche questo, perché, se vogliamo sopravvivere, la lotta sarà dura, ed è meglio sapere che cosa ci aspetta ed esservi preparati.

barbara

QUESTA MI MANCAVA

L’allattamento al seno non va incoraggiato perché… è discriminatorio nei confronti degli uomini. E poi bisogna smetterla di considerarlo naturale perché… leggete qui.

Cioè, noi vogliamo vedere un uomo picchiato in una poltiglia sanguinolenta con un tacco alto infilato in bocca come una mela nella bocca di un maiale, diventare sempre più famose e potenti per avere più forza per ferire gli uomini, sterminarli fino a ridurli al 10% della razza umana, informare il mondo intero che la grande maggioranza degli uomini picchiano uccidono stuprano le proprie compagne e le proprie figlie, che l’odio per l’uomo sia riconosciuto come un atto politico onorevole, che sia ufficialmente riconosciuto che tutto il sesso, anche il sesso consensuale tra una coppia sposata è un atto di violenza perpetrato contro una donna; e poi vogliamo assolutamente parlare femminista, perché gli uomini ci fanno schifo anche linguisticamente (honi soit qui mal y pense), ma ci preoccupiamo che al pensiero che noi possiamo allattare e loro no ci restino male. Servono commenti?

barbara

UN DUBBIO, FRATELLI, MI ATTANAGLIA

Ma se il femminile di sindaco è sindaca, di ministro ministra, di avvocato avvocata, il femminile di pisello sarà forse pisella? “La pisella è mia e me la gestisca ia (ia-ia-o)”? No, perché la lingua femministicamente corretta è importante, non vorrei incorrere nelle boldrinesche ire funeste che infiniti addurranno lutti agli Achei eccetera eccetera. Sapete com’è. (sempre in attesa del mio ritorno)

barbara