AMERICA, QUALCHE FATTO E QUALCHE RIFLESSIONE

Per partire dal principio bisogna ricordare la feroce guerra scatenata contro Trump fin dal momento in cui, nel 2016, ha annunciato di volersi candidare alle elezioni presidenziali: guerra senza quartiere, condotta con tutti i mezzi leciti e illeciti – soprattutto illeciti – da parte dei mass media, del mondo dello spettacolo (vogliamo ricordare la “marcia delle donne contro Trump” guidata da una signora che aveva promesso pompini a chi avesse votato la Clinton? Vogliamo ricordare l’intensa partecipazione di quell’altra signora che sul palco si fa agguantare la passera dagli spettatori? E si potrebbe continuare a lungo), mentre i politici hanno passato tutti interi questi quattro anni a fabbricare macchinazioni e inventare favole, per sostenere le quali hanno pagato testimoni e coinvolto innocenti a cui hanno distrutto carriera ed esistenza – al costo di decine di milioni di dollari – per poterlo esautorare. E bisogna ricordare come la metà abbondante dell’America che stava dalla sua parte è stata trattata da fascista, troglodita, ignorante, mentre il consenso per Trump aumentava di pari passo con l’aumento dell’occupazione nera e ispanica e dei loro salari. E bisogna ricordare come, per danneggiarlo, siano state scatenate le rivolte delle bande razziste e terroriste degli Antifa e dei Black Lives Matter. Bisogna ricordare, in poche parole, come la politica dem – e solo quella – abbia letteralmente spaccato l’America in due.

E come alla fine, sapendo benissimo che la maggioranza era per Trump, abbia messo in piedi la gigantesca macchina dei brogli che abbiamo visto, e come la magistratura e la pubblica amministrazione abbiano semplicemente rifiutato di prendere in esame tutte le documentazioni che in questi due mesi sono state presentate in merito ai brogli – cosa che non si spiegherebbe se non col fatto che tutti sapevano esattamente che cosa sarebbe successo se quei documenti fossero stati studiati in maniera onesta e se fosse stato verificato il funzionamento delle macchine di voto.
Alla fine la corda troppo tirata si è rotta. E come sempre, i mass media semplicemente capovolgono i fatti, o li addomesticano, come la famosa telefonata di un’ora dalla quale sono stati selezionati ed estratti quei quattro minuti da dare in pasto al pubblico – tipo noccioline alle scimmie dello zoo, che se le mangiano di gusto senza che venga loro in mente di chiedersi e chiedere da dove vengano quelle noccioline – sistema col quale è un gioco da ragazzi far dire a chiunque qualunque cosa. E uno splendido esempio di disinformazione e capovolgimento dei fatti lo abbiamo da Paolo Guzzanti sul Giornale:

I membri del Congresso e il presidente eletto hanno chiesto invano al Presidente di richiamare la folla. Si sa che il Presidente, ancora per pochi giorni, si sarebbe limitato ad un blando invito a «calmare gli animi». Lo stato delle cose purtroppo non consente di evitare il sospetto di una insurrezione armata contro lo Stato federale, sostenuta da un presidente che già viene dai media definito traditore [che i manifestanti NON fossero armati è, ovviamente, un dettaglio di nessuna importanza]. Biden ha implorato Trump di andare davanti alle telecamere e richiamare la rivolta, ma finora nulla del genere è accaduto. (qui)

E infatti

Per non parlare di Mentana

che come se non bastasse si compiace del bando decretato a Trump da FB, e qualcuno, giustamente…

Diciamo che il rapporto fra i fatti e la rappresentazione dei fatti che danno i mass media è sostanzialmente questo

Per quanto riguarda i fatti di sangue:

Cullà: è certo che a sparare sia stata la Capitol Police, la donna era una manifestante trumpiana, 14 anni nell’Areonautica, e disarmata.
Myollnir: Non so voi, io ho fatto in tempo a vedere il video dello sparo, prima che lo facessero sparire (forse si può ancora trovare su zerohedge o simili). Impressionante, un colpo al collo da un metro di distanza. Volontario, una cosa alla Jack Ruby. Impressionante.

Ma il pericolo viene da Trump e dai suoi sostenitori, naturalmente. E quanto all’irruzione in Campidoglio

Nino Pepe

Non credo che chiedere di ricontare i voti sia un atto eversivo. A Washington c’è stato il trappolone. Con quella marea impressionante di persone, mettere a guardia del Campidoglio soltanto una ventina di agenti, che poi si sono fatti da parte e hanno fatto entrare delle persone comunque disarmate, mi puzza di cosa organizzata dai democratici. Domanda retorica: a quale scopo?

E magari non sarà stata programmata e organizzata in anticipo, ma per puzzare puzza proprio, eccome se puzza.
Aggiungo una risposta di Giovanni Bernardini a una sua lettrice, ma che risponde anche a tanti altri.

Giovanni Bernardini

1) Le prove non si riducono affatto a semplici dichiarazioni di Trump e dei sui legali. Ci sono filmati, centinaia di affidavit, dichiarazioni scritte giurate (e chi mente in un affidavit finisce in galera) pareri di tecnici, testimonianze prestate di fronte ai parlamenti di vari stati (che hanno convinto tali parlamenti a non convalidare i voti per Biden). C’è l’incredibile andamento della notte elettorale, con il blocco dello spoglio in tutti gli stati contestati e la ancora più incredibile rimonta di Biden.

2) Ovviamente il rifiuto dei giudici di prendere in esame le montagne di materiale probatorio si basa su leggi e regolamenti, ma di certo i magistrati potevano interpretare leggi e regolamenti in maniera tale che si potesse entrare nel merito delle varie contestazioni. Nessuno era obbligato a fare il muro di gomma. Due giudici della corte suprema del resto si sono espressi affinché si entrasse nel merito delle contestazioni del Texas e di altri 19 stati. Se il materiale non è stato esaminato è solo, a mio parere, perché i giudici non volevano assumersi una responsabilità troppo grossa.

3) Se fossero entrati nel merito la soluzione sarebbe stata molto più soddisfacente per tutti, non ci sarebbe stata nessuna serie infinita di ricorsi. Se ad esempio le macchine dominium fossero state esaminate da un team di tecnici e trovate affidabili il discorso si sarebbe chiuso. E ora non ci sarebbe mezza America che si ritiene truffata.

4) Concordo sull’assalto al parlamento, un atto inqualificabile, ma di certo non è stato Trump ad organizzarlo. Tra l’altro gli si è rivoltato contro, cosa ampiamente prevedibile.

5) Un presidente dovrebbe esser garante della legalità, non assumere atteggiamenti eversivi. Beh…il primo attacco alla legalità è avvenuto nella notte fra il 3 ed il 4 novembre. Quanto ai toni accesi di Trump, come dimenticare che questi è da 4 anni costantemente sotto assedio? Che è stato fatto di tutto per impallinarlo? Che abbiamo assistito allo spettacolo questo si unico, di un presidente censurato, addirittura oscurato, da social e reti televisive? C’è molto poco di legale nel modo in cui per anni i dem hanno tentato tutto pur far fuori il loro nemico…

6) Non credo proprio che Trump avesse, o abbia in mente di tentare un golpe. Lo dimostra tra l’altro l’appello di oggi affinché i suoi seguaci tornino a casa. E poi, se vuoi un golpe organizzi per bene le cose, mobiliti l’esercito, non quattro imbecilli scalmanati.

Direi che basta… 

E una di

Flavio Gastaldi

In sintesi:

– il conteggio dei voti viene bloccato per ore e quando riprende i voti sono stati attribuiti al 100% ad uno solo dei candidati
– c’è il sospetto gravissimo di brogli elettorali
– il potenziale danneggiato chiede di verificare i voti, come dovrebbe avvenire in tutte le democrazie, vari tribunali non glielo concedono senza entrare mai nel merito e dichiarandosi tutti fondamentalmente incompetenti
– la gente si sente defraudata e protesta
– le autorità locali fanno entrare senza alcuna resistenza in Campidoglio chi protesta salvo freddare una giovane disarmata con addirittura accanto decine di militari con mitra spianati

Risultato:

– l’eversivo è quello che ha semplicemente chiesto di ricontrollare i voti.

(Alfonso Maria Avitabile, trovato e riproposto grazie a Betta Maselli)

In molti dicono: se aveva le prove doveva portarle in tribunale, non fare la rivoluzione. Giusto, ma se anche da Berlino sono spariti tutti i giudici, cosa si deve fare? Rassegnarsi a restare cornuti e mazziati?

Aggiungo ancora questa riflessione

Noi con Trump

LA NOSTRA RIFLESSIONE SULL’INCREDIBILE GIORNATA DI IERI

Abbiamo modificato il post che avevamo scritto a caldo perché la situazione nel frattempo si è evoluta, abbiamo riflettuto e al netto che confermiamo ciò che pensiamo, ci è sembrato doveroso riscrivere facendo delle distinzioni e delle precisazioni.
Come associazione

Noi con Trump 

abbiamo dato fin dal primo giorno il nostro supporto al presidente

Donald J. Trump

e alla sua amministrazione perché crediamo fermamente che la sua sia stata una politica straordinariamente rivoluzionaria e che i risultati ottenuti non sarebbero stati possibili con nessun’altra persona al posto di comando in USA.
Noi quindi ci occupiamo di politica e di proposte politiche rivoluzionarie, osservandone gli effetti nella più grande e antica democrazia del mondo. Quel che sta succedendo in queste ore, però, non ha nulla a che vedere con la politica. Questa è qualcosa che somiglia più ad una guerra.
Soprattutto, abbiamo la certezza di come questo scontro fosse incredibilmente difficile da evitare. Noi siamo convinti che ci siano stati dei brogli elettorali ma, anche prendendo per buoni i risultati, in America ci sono quasi 160 milioni di persone che hanno espresso il proprio voto, una percentuale incredibilmente alta, un numero mai raggiunto da nessun’altra elezione nella storia del paese, il tutto con dei dubbi che serpeggiano e spesso evidenziati da logiche di numeri. Il risultato è un’America spaccata a metà, lacerata, con oltre 70 milioni di persone che hanno visto il proprio sogno infrangersi nel giro di poche ore, quello di avere altri 4 anni di benessere e di crescita, di sicurezza e di opportunità, attraverso un secondo mandato del presidente Trump.
Quello di ieri è stato un evento catastrofico, mortificante per la democrazia americana, ma è comunque solo uno dei sintomi di questo malcontento diffuso in tutto il paese. Ci sono persone che hanno dato tutto quel che avevano fiduciosi nella rielezione di Trump, hanno lottato, hanno resistito agli attacchi e alle critiche. Trump ha rappresentato per loro l’unica vera salvezza in un panorama politico che ha perso sempre più interesse per i più deboli. Questo è successo perché Trump ha reso forti quei deboli, ha dato loro speranza, li ha fatti rialzare e reagire e lo ha fatto attraverso delle politiche di tutela del cittadino. Oggi quelle persone si sentono tradite, truffate, in pericolo e sono arrabbiate e sono pronte a combattere con la propria vita perché grazie a Trump hanno scoperto che non fa bene avere paura ma che bisogna “stand your ground”.
Trump ha emancipato un’intera fascia sociale completamente abbandonata dalla politica e queste persone sono prima tornate alle urne per la prima volta dopo decenni e oggi sono pronte a fare una rivoluzione.
Come associazione, vi invitiamo a non lasciare che sia solo la narrazione dei media mainstream a spiegarvi cosa stia davvero succedendo in America ma di provare a sentire anche altri punti di vista, cercando di schivare gli sciacalli delle fake news e chi oggi vuole sfruttare il sensazionalismo degli eventi in corso.
Stiamo assistendo ad una delle pagine più importanti, controverse ed articolate della storia contemporanea mondiale.
Noi ci impegneremo, come sempre, a riportare gli eventi dal punto di vista dei supporter di Trump perché mai come oggi siamo stati convinti che questo possa essere uno spunto di confronto necessario per tutti.

E un articolo di Fiamma Nirenstein

“Questo finale rovina tutta la storia di una presidenza diffamata per anni”. Intervista a David Wurmser

 Il Giornale, 08 gennaio 2021

Seduti uno di qua e uno di là dall’Oceano, da Washington e da Gerusalemme, contempliamo con la testa fra le mani, insieme a David Wurmser, il disastro di Capitol Hill, la parabola del presidente che ha trasformato la conclusione del suo mandato in un circo di leoni impazziti. David è uno dei migliori intellettuali conservatori degli Stati Uniti, è stato consigliere speciale al Dipartimento di Stato di John Bolton, e prima di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti, membro dell’American Enterprise Institute.
Cos’è successo a Capitol Hill? «E successo un disastro. Tutta la storia della presidenza Trump sarà ricordata soprattutto per questa conclusione, e la sua memoria ne sarà interamente compromessa».
Le critiche a Trump erano già insistenti, asfissianti… «Di più, ed è stata proprio la persecuzione totalizzante del personaggio e dei suoi che ha portato al discorso scandaloso di due giorni fa. Trump è stato sempre un’antenna dello stato d’animo della sua folla, non di violenti, ma di cittadini su cui il fatto di non essere di sinistra è diventato un’accusa di essere una sorta di “nazisti”. Una parola che non ammette replica, perché implica storicamente la sua totale indecenza. Trump e la sua gente in questi anni sono stati bombardati da accuse di ignominia: ci sono stati licenziamenti, fratture familiari, messe al bando di vecchi amici, odio, disgusto e shaming sui media, attacchi fisici al ristorante, per la strada ai trumpiani. La legittimazione appartiene a gruppi che per altro negli ultimi 8 mesi hanno distrutto migliaia di negozi, ferito cittadini, sparato ai poliziotti…».
La campagna elettorale ha peggiorato molto. «Non è stata nemmeno una campagna elettorale, ma un coro di diffamazione mentre agli altri tutto veniva condonato, la violenza, i rapporti del figlio di Biden coi cinesi».
Ma Trump ha sbagliato a reclamare ancora la vittoria e a chiederla alla folla. «Sì ha sbagliato, ha compiuto svariati errori, anche col Covid mentre faceva politiche giuste proclamava posizioni sbagliate. E induce oggi con gli ultimi fatti all’oblio dei molti errori storici che aveva curato con azioni giuste: aveva sgominato la paura paralizzante della Cina, l’ubbidienza ai no palestinesi promuovendo una serie di processi di pace; aveva posto fine alla pretesa che con l’Iran qualsiasi accordo sia migliore di un non accordo e alla passività di fronte all’ostilità di Onu ed Europa. E in politica interna ha promosso la riabilitazione in base alle regole di un mercato libero ma nazionalista di una larghissima classe sociale vilipesa. Da questa via Trump ha guadagnato sempre più consensi».
Adesso possiamo dire che siamo in mezzo a un disastro? «I disastri sono due: il primo è quello legato agli scontri, il secondo è quello della Georgia. E’ una tragedia per Biden non avere un Senato conservatore dietro cui nascondersi per bloccare l’estremismo del suo partito».
Il problema è la democrazia americana: si potrà ricostruire una situazione in cui governo e opposizione si confrontano serenamente? «C’è sempre stato molto in comune nelle due parti politiche, nell’idea che ogni individuo è un depositario di “diritti inalienabili” dati da Dio o dalla Storia o dalla natura, cda qualcosa di più grande di lui. Ma ora la sinistra si è staccata da questa sponda, la sua propensione è verso una deriva socialista alla Bernie Sanders».
Pensi che nei prossimi giorni Trump possa fare ancora qualcosa che possa sconvolgere il mondo? «Non direi. Trump ha abdicato all’interventismo Usa, lasciando a ciascuno i suoi guai e le sue scelte. Ha anche posto fine alla scelta politica di un inutile restraint internazionale. E così ha avviato parecchi cambiamenti positivi, ma…».
Ma ha rovinato tutto. «Diciamo danneggiato».

E infine la conclusione.

Gerardo Verolino

Attenzione, il famoso colpo di Stato messo in atto, a Washington, dai Village People, gli indiani Arrapaho di Ciro Ippolito, i trapezisti del circo Togni, i mandriani, gli hillibilly, Buffalo Bill e i guerrieri vichinghi con le corna di Bisonte, (come sostenevano tutti quelli che avevano preso un colpo di sonno o un colpo di Sole) è già finito. È durato la bellezza di cinque ore: meno del tempo di un reality show e più di una puntata di Dallas. Informiamo allora i telespettatori che non è stata istituita la corte marziale, non girano i carri armati per le strade, non esistono i dpcm di Conte né i proclama del generale Jaruzelsky, non c’è coprifuoco e non esiste la polizia politica a controllarti. Ieri, l’Aula ha lavorato come sempre e ha decretato l’elezione del presidente e della sua vice.
La notte nera della democrazia americana, l’ora più buia, la dittatura, la fine della democrazia liberale sono rinviate a data da destinarsi. Augh!

Ecco, sull’ultima frase ho purtroppo qualche dubbio: La notte nera della democrazia americana, l’ora più buia per l’America e per il mondo intero, stanno in realtà cominciando adesso. E chissà se dalle macerie, alla fine, sarà ancora possibile ricostruire qualcosa. (Se vi resta ancora un po’ di tempo e di energia e di pazienza, suggerirei di leggere anche questo e questo)

barbara

I 40 ANNI DALLA CACCIATA DELLO SCIÀ DI PERSIA

Il Giornale, 18 gennaio 2019

(Gerusalemme) La rivoluzione di 40 anni fa fu una marea che travolse le piazze: la gente infuriata dopo il fortissimo contraccolpo provocato dalla contrazione dei consumi dopo il boom della rivoluzione del petrolio del ’73 e del conseguente disagio sociale, si vendicò sulle aspirazioni moderniste dello Scià Reza Pahlavi, facendone il nemico pubblico numero uno. Con le sue giacche bianche e oro, con le sue bellissime mogli (prima Soraya, poi Farah Dhiba), le feste in cui parlava in varie lingue con i diplomatici del mondo, l’atteggiamento filoamericano, Pahlavi suscitò un’ira che ne fece un obiettivo da distruggere per la folla esaltata dai discorsi infiammati che Khomeini spediva su nastro dall’esilio parigino. Khomeini appariva forse a Pahlavi come un vecchio pazzo che bastava esorcizzare con la lontananza e comunicò forse la stessa sensazione a Jimmy Carter che non se ne curò, anzi lo favorì con un atteggiamento simile a quello degli Usa con la Primavera araba.
«Lo Scià era un personaggio complicato – dice la giornalista Ruthie Blum autrice di To hell in a handbasket: Carter, Obama and the Arab Spring – che a lato della repressione coltivava un’aspirazione che fu colpevolmente ignorata dal mondo democratico: l’occidentalizzazione del suo Paese». Per attuarla Pahlavi non risparmiò vessazioni ai suoi oppositori, prigioni e torture: «E tuttavia cercò di aprire la strada all’emancipazione femminile – insiste la Blum -, su cui poi gli Ayatollah si sono presi la peggiore vendetta. Ma più di tutto cercò di aprire la porta al mondo, cosa che gli americani non hanno capito sbagliando tutto fino all’occupazione dell’ambasciata del 4 novembre 1979, quando si apre un’era di conflitto per le aspirazioni imperialistiche di Khomeini». Khomeini ha già spiegato nei suoi testi che tipo di società intende istituire e quanto per lui sia importante fare dell’Iran la base della conquista del mondo: l’unico a capirlo leggendolo in farsi è il grande storico Bernard Lewis, che non viene ascoltato. Ma i moti di piazza non sono sempre forieri di giustizia e libertà come ama pensare il mondo progressista del tempo: i corrispondenti di quasi tutti i giornali si entusiasmano, si lanciano in condanne dello Scià mentre lodano la rivoluzione. Manca del tutto una coscienza mediorientalista per spiegare quello che sta succedendo e che sarà poi destinato ad azzannare il mondo occidentale fino a oggi. Ma è difficile capire: gli iraniani non sono arabi, e quindi per loro, a differenza dei sunniti, la Jihiliyya, o «epoca dell’ignoranza» preislamica, non è fonte di vergogna: per gli sciiti iraniani gli arabi sono «bevitori di latte di cammella e mangiatori di lucertole che osano aspirare al trono divino». L’ambizione sciita si organizza oltre che sulla religione, anche sulla memoria dell’impero persiano: eredi di un passato imperiale col culto del martirio e anche della Taqiyya, la dissimulazione. Questo, li ha poi resi abilissimi negoziatori sulla questione atomica. Nel 1979 Khomeini che si prepara a tornare a Teheran istituisce la Repubblica Islamica e con essa una Costituzione che chiama alla «continuazione della rivoluzione in casa e fuori». E spiega: «Non è per patriottismo che agiamo, patriottismo è un altro nome del paganesimo.
Lasciate che questa terra bruci, che vada in fumo se l’Islam potrà emergerne trionfante nel resto del mondo». L’Iran che caccia Pahlavi lo fa in uno scontro aperto col mondo occidentale, usando il terrorismo che non ha mai disapprovato senza tuttavia rivendicarlo. Una tecnica raffinata che arriva fino alla progettazione della bomba atomica e che ha visto nell’America, sostenitrice dello Scià, il suo primo nemico e in Israele la bestia satanica da distruggere. Lo Scià era un personaggi controverso, persino il figlio me ne diede conto in un’intervista. Ma ben più controversa è la sua deposizione mentre l’Iran si organizza sulla base del khomeinismo e dell’uso intensivo delle Guardie della Rivoluzione per conquistare dapprima il Medio Oriente e poi il mondo, e per reprimere la gente iraniana che non ne può più. Donne e dissidenti soffrono molto di più adesso che al tempo dello Scià, l’odio per l’Occidente è certamente molto più ardente. L’Iran, nonostante le grandi difficoltà economiche e la guerra permanente, pure dopo 40 anni di regime degli Ayatollah, continua ad ambire al cambiamento, a un futuro migliore. I suoi diritti civili, quelli delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti gridano giustizia. Forse anche i suoi soldati e ufficiali inviati in Libano, in Siria, in Irak, in Yemen, vorrebbero tornare a lavorare per il bene del loro grande Paese invece che per la rivoluzione islamica mondiale. Tutto questo si chiama regime change, e certamente molta parte della popolazione ci spera.

Fiamma Nirenstein

Era la fine di dicembre 1978, cena in casa di amici; si commentano le sollevazioni in Iran, forse si instaurerà una vera democrazia, diciamo. Solo uno dice: scordatevelo, andranno al potere i religiosi più fanatici. Per chi avesse elementi sufficienti, evidentemente, era già allora possibile capire come sarebbe andata a finire. E pensare che ancora oggi c’è chi non solo si rifiuta di capire, ma addirittura fa carte false (letteralmente) per regalargli l’atomica, e si scatena il finimondo, con ogni pretesto, per azzoppare chi sta tentando di levargliela dalle mani.

barbara

SALVATI DA ISRAELE 2

La seconda volta è stato undici anni fa, in Siria. Per chi segue la stampa ebraica sono fatti noti, ma i retroscena sono nuovi anche per noi.

Per capire l’emozione che come un’onda altissima ha investito Israele ieri mattina, quando a 11 anni di distanza sono stati resi noti i particolari della distruzione della base atomica siriana di Deir al Zur, bisogna mettersi nei panni di un padre che ha salvato il figlio da morte certa riprendendolo per un braccio, e questo figlio non è soltanto il popolo di Israele ma il mondo intero: infatti la sede della centrale, Deir al Zur, la città più grande della Siria orientale fu catturata dall’ISIS nel 2014 ed è rimasta nelle sue mani per più di tre anni. Immaginiamoci quindi non solo cosa sarebbe successo se oggi Assad, insieme ai suoi amici iraniani e Hezbollah, avesse nelle mani il plutonio e le strutture per la bomba atomica, ma anche quali pazzeschi ricatti i tagliagole avrebbero potuto imporre a tutti se Israele non avesse lanciato i suoi F16 e F15 in questa operazione di salvataggio del suo popolo e del mondo.
“È molto raro che il capo del Mossad chieda al Primo Ministro di vederlo immediatamente” racconta nel suo libro appena uscito l’ex premier israeliano Ehud Olmert  “stavolta mi disse” ecco lo smoking gun”. E sul tavolo si dispiegarono le incredibili foto rubate a Vienna a Ibraim Matman, il capo siriano dell’Operazione bomba, per cui quel cubo laggiù nel deserto, di cui né il Mossad né la CIA avevano indagato l’uso, si dimostrava  un reattore nucleare che nel giro di giorni, se non immediatamente, sarebbe stato in grado di fornire a quell’individuo pazzoide e feroce che è Assad di Siria la bomba atomica.
La tecnologia, fu subito chiaro era fornita dalla Corea del Nord, ma la timidezza dei servizi israeliani era legata all’incapacità, a suo tempo, di capire che il Pakistan aveva fornito a Gheddafi la possibilità di costruire il suo reattore.
Ma adesso Olmert vede la realtà dispiegata sul tavolo, la minaccia è immediata: il Mossad portò la “pistola fumante”. Tuttavia già la discussione ferve e Aman, i servizi militari, rivendica la sua parte nell’osservazione dei fatti che tuttavia non era giunta alla conclusione.
Il Mossad porta 30 foto rubate a Vienna dal computer del capo progetto siriano impegnato nel bar di un albergo con una signorina mentre vengono forzate la sua stanza e il suo computer.
Olmert dopo riunioni molto nervose, mentre soprattutto ci si interroga sul pericolo che la struttura sia già “calda” e quindi, se colpito e ridotto in fumo, in grado di contaminare tutto il Medio Oriente, parla con George Bush. Alla fine di una discussione gentile e simpatetica Bush dice tuttavia che gli USA tenteranno la strada diplomatica. Olmert risponde: “Noi sappiamo che la struttura è pronta a usare la bomba, e quindi dobbiamo agire subito”. Israele agisce da sola.
Il raid di otto velivoli contro quell’anonimo quadrato di cemento prende corpo pochi minuti dopo la mezzanotte fra il 5 e il 6 di settembre. Un complicato sistema elettronico confonde il sistema anti-aereo siriano, tonnellate di esplosivo distruggono fino nel profondo della terra il progetto imperialistico di uno dei peggiori tiranni del Medio Oriente, una struttura quasi identica a quella di Yonbyon in Nord Corea.
Adesso il velo del silenzio è stato sollevato, le due grandi agenzie segrete di Israele confliggono; Ehud Barak che era Ministro della Difesa si difende dalle accuse di Olmert di aver cercato di ritardare l’operazione. Israele è una società molto litigiosa, sempre. Resta il fatto che il mondo è già stato salvato dalla minacciata nucleare due volte dal coraggio di Israele: nell’81 con la distruzione della struttura di Osirak, in Iraq, dove Saddam voleva costruire l’arma del suo impero, nel 2007 da quella di Assad… Il seguito alla prossima puntata?
Fiamma Nirenstein, Il Giornale, 22 marzo 2018

Lo ricordo bene quel bombardamento “strano” sul quale la Siria, quella volta, non ha levato neppure le solite proteste formali, per non parlare di minacce di ritorsione: niente, silenzio assoluto, come se niente fosse accaduto. E proprio questo ha indotto, da subito, a supporre che il bersaglio fosse un impianto nucleare. Adesso abbiamo la conferma che ancora una volta, dopo il bombardamento di Osirak, Israele ha salvato il mondo intero (e poi sì, c’è stata una prossima puntata con un seguito).

barbara

E PER CHIUDERE L’ANNO IN BELLEZZA

Questa mi sembra la cosa più adatta

People of the Year: Israele

Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo ma anche per i campioni del politicamente corretto e dell’islamicamente corretto il 2016 è stato l’anno in cui l’Europa ha cominciato a poco a poco ad aprire gli occhi e a capire che non sono lupi solitari, che non sono pazzi omicidi, che non sono depressi, che non sono folli, che non sono squilibrati, che non sono poveri, che non sgozzano preti per caso, che non finiscono per caso al volante di un tir nel centro di una città, che non uccidono infedeli per capriccio, che non massacrano omosessuali per diletto e che non scelgono per sbaglio di uccidere solo chi non conosce a memoria alcuni passi del Corano. Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, anche se ormai lo abbiamo capito tutti, ma il 2016 è stato l’anno in cui tutti i paesi d’Europa — chi vedendo scorrere sangue sul proprio territorio. chi vedendo scorrere il sangue dei propri cari in un paese amico — hanno sperimentato sulla propria pelle cosa significa vivere a contatto con il terrorismo di matrice islamista. Cosa significa vivere sotto assedio. Cosa significa combattere contro un nemico invisibile che uccide mosso non solo dall’odio ma da un unico e totalizzante progetto omicida: eliminare gli infedeli. Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, anche se ormai lo abbiamo capito tutti, ma il 2016 è stato l’anno in cui i cittadini europei, e anche quelli italiani, hanno capito per la prima volta che cosa significa essere Israele. Hanno capito — loro, noi, meno le cancellerie, meno le burocrazie europee che scelgono di marchiare i prodotti israeliani, meno i paesi che triangolando con l’Unesco provano a cancellare la storia di Israele, e stendiamo un velo pietoso su Obama — che la guerra dalla quale l’Europa e l’occidente devono difendersi è la stessa guerra dalla quale deve difendersi Israele ogni giorno della sua vita. La guerra che l’Europa combatte con scarsa convinzione e poca consapevolezza contro lo Stato islamico è la stessa guerra mortale combattuta da Israele sui suoi confini. Contro Hezbollah. Contro Hamas. Contro l’Isis. Contro tutti coloro che ogni giorno minacciando la vita di un israeliano mettono in discussione la libertà dell’occidente. Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo ma la violenza islamista contro la quale Israele combatte da anni è la stessa che negli ultimi mesi ha attraversato Parigi e Nizza, Berlino e Istanbul, Bruxelles e Baghdad, Tel Aviv e Gerusalemme, Minnesota e New York, Sydney e San Bernardino, la stessa che ha colpito cristiani, ebrei, donne, omosessuali, yazidi, curdi e musulmani innocenti, la stessa che ha costretto alla fuga dalle loro terre milioni di profughi fuggiti per non essere macellati. Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, ma il 2016 ci ha dimostrato, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante Obama, nonostante l’Onu, nonostante l’Unesco, Israele siamo noi. Lo abbiamo capito dopo una lunga striscia di sangue. Lo abbiamo capito dopo aver messo insieme i tasselli del mosaico dell’orrore. Con gli attentati riusciti e quelli non riusciti, di cui oggi il Foglio vi dà conto. “La sconfitta dell’islam militante — ha detto a settembre Benjamin Netanyahu di fronte alle stesse Nazioni Unite che provano ogni giorno a rosicchiare via un pezzo di storia di Israele — sarà una vittoria per tutta l’umanità, ma sarebbe soprattutto una vittoria per quei tanti musulmani che cercano una vita senza paura, una vita di pace, una vita di speranza. Ma per sconfiggere le forze dell’islam militante, dobbiamo lottare senza tregua. Dobbiamo combattere nel mondo reale. Dobbiamo combattere nel mondo virtuale. Dobbiamo smantellare le loro reti, interrompere i loro finanziamenti, screditare la loro ideologia. Possiamo sconfiggerli e noi li sconfiggeremo. Il medievalismo non può competere con la modernità. La speranza è più forte dell’odio, la libertà più forte della paura. Possiamo farcela”. Israele siamo noi. E il paese dell’anno, il paese modello, non solo per questo 2016, non può che essere questo. Buon Capodanno a tutti. E mai come oggi viva Israele.
Claudio Cerasa, Il Foglio, 31/12/2016

Poi, visto che sei in vacanza e non hai niente da fare, vai a leggere anche questo.
E buon anno a tutti.

barbara

QUESTO È UN LEADER!

E parla come un leader.

“All’Onu, l’ennesima vergogna. Prenderemo provvedimenti”

La risoluzione dell’Onu che condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è una “vergogna” e lo Stato ebraico intende “interrompere i finanziamenti” alle istituzioni delle Nazioni Unite. Lo ha detto il premier israeliano Benyamin Netanyahu

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(nell’immagine durante l’ultimo intervento tenuto alle Nazioni Unite), citato dai media locali, nel primo intervento pubblico all’indomani del voto del Palazzo di Vetro.
“La risoluzione definisce la terra israeliana occupata, e questo è vergognoso”, ha detto il premier. Il presidente americano Barack Obama “si è schierato contro Israele”.
“Ho chiesto al ministero degli Esteri di avviare una rivalutazione entro un mese di tutti i nostri contatti con le Nazioni Unite, compresi i fondi israeliani alle istituzioni Onu e alla presenza di rappresentanti in Israele”, ha detto il premier.
Netanyahu ha poi annunciato di aver già disposto il congelamento di circa 30 milioni di shekel destinati a “cinque strutture Onu particolarmente ostili nei confronti di Israele”. (Moked, 25/12/2016)

E poi vai a leggere anche qui, qui e qui.

barbara

MARK SPITZ

Mark Spitz 1
A chi non è sopra i cinquant’anni, difficilmente il suo nome dirà molto. E se, per riempire la lacuna, andate in Google, leggerete che è un ex nuotatore e che “Benché avesse solo ventidue anni, Spitz abbandonò il nuoto dopo i Giochi di Monaco”. Ecco, no, non è così, non è esattamente così che sono andate le cose. Mark Spitz non ha abbandonato il nuoto DOPO, le Olimpiadi di Monaco: lo ha abbandonato DURANTE le Olimpiadi di Monaco. Nel senso che ha proprio abbandonato le olimpiadi: anche se era solo ebreo, e non israeliano, non sapendo all’inizio se l’attacco si sarebbe esteso anche agli altri ebrei, è stato imbarcato in fretta e furia sul primo aereo e rispedito negli Stati Uniti. Suppongo che sia stato il trauma subito
atleti
a fargli lasciare per sempre il nuoto all’apice della gloria, proprio nel momento in cui era in assoluto il più grande nuotatore del mondo.


La leggenda vuole che lo abbia fatto perché, “avendo vinto tutto ciò che si poteva vincere, non gli era rimasto più niente per cui combattere”. Leggenda, appunto. Tanto più che a Monaco mancava ancora una gara da disputare, e da vincere.
Quanto alle olimpiadi maledette – nel senso di maledetti terroristi palestinesi (ma almeno quelli il Santo Mossad ha provveduto a sistemarli), maledetta polizia tedesca che ha rifiutato l’aiuto offerto da Israele, provocando il macello che ha provocato, maledetto comitato olimpico che ha fatto proseguire i giochi, maledetti tutti coloro che hanno continuato a guardarle e fare il tifo e divertirsi come se quella in corso fosse ancora una competizione sportiva – se ne è parlato in questo blog qui e qui, e ci si è indignati qui, e poi bisogna assolutamente rileggere questo, perché le cose che trovate qui non le avete mai lette in nessun giornale. Adesso finalmente, dopo quarantaquattro anni, l’infaticabile lotta delle due vedove Ilana Romano e Ankie Spitzer
ilana-romano-e-ankie-spitzer
contro il silenzio, contro il rifiuto, contro l’ipocrisia, contro l’ignobile CIO, è arrivata (e chissà che, nel nostro piccolo, non siamo riusciti anche noi a portare la nostra microscopica gocciolina d’acqua) la vittoria: è stato inaugurato al villaggio olimpico il memoriale per le vittime della strage.
memorial 1


Ah, Mark Spitz, dicevo: gran bell’uomo anche da vecchio.
Mark Spitz 3
barbara

 

A QUARANT’ANNI DA ENTEBBE

La vicenda è già stata ricordata in questo blog e nel precedente qui, qui e qui (raccomando, nel secondo, i due straordinari video linkati). Quest’anno mi affido alle parole di Fiamma Nirenstein.

 

Così quarant’anni fa lo Stato di Israele nacque la seconda volta

Il Giornale, 02 luglio 2016

Solo una spinta imprescindibile, una necessità morale dettata dalla storia, poteva ispirare quaranta anni fa, il quattro di luglio, un’azione come quella che Israele osò condurre a 3500 chilometri di distanza dai propri confini, a Entebbe, in Uganda, per salvare i 106 ostaggi imprigionati nel terminal dell’aeroporto da un commando palestinese-tedesco. Forse si tratta del gesto più impossibile che sia invece mai stato realizzato da un Paese per affermare un principio salvando più di cento vite umane.
l commando di soldati israeliani che compì l’operazione contava cento ragazzi divisi in squadre, di cui la prima all’assalto era guidata da Jonathan Netanyahu, il fratello dell’attuale Primo Ministro. “Yoni” fu l’unico soldato ucciso durante l’Operazione Entebbe, chiamata poi operazione Jonathan. L’obiettivo: piombare di sorpresa al salvataggio degli ebrei prigionieri del commando terrorista, scardinando per sempre la norma per cui gli ebrei sono facile preda della follia antisemita che sotto forme diverse si accanisce su di loro nel corso della storia senza che nessuno reagisca.
Due membri del gruppo palestinese di Wadie Haddad, insieme a un uomo e una donna tedeschi, Wilfried Bose e Brigitte Kuhlmann membri della banda comunista Baader Meinhof, sequestrarono il volo Air France 139 da Tel Aviv a Atene e [diretto a] Parigi. I terroristi salirono a Atene, armati di pistola e bottiglie molotov nascoste in scatole di caramelle e in una falsa bottiglia di champagne. Bose, che aveva pernottato all’Hotel Rodos, una volta penetrato con le armi nella cabina di pilotaggio mentre i suoi compagni tenevano sotto la minaccia del fuoco i 246 passeggeri, si dichiarò il nuovo comandante del volo nella mani, disse, della “Che Guevara Force” e gli dette il nome “Haifa”.
L’aereo fu fatto discendere a Bengasi e poi dopo il rifornimento si diresse a Entebbe, in Uganda, il Paese nelle mani della follia violenta e opportunista del dittatore Idi Amin Dada, che ospitò e aiutò i terroristi per stringere un rapporto col mondo arabo e sfruttare la preda che portavano con sé nell’hangar maggiore dell’aeroporto. Tutta la vicenda del rapimento si svolge su due scene: quella per cui con brutalità crescente le parti in commedia vennero inesorabilmente precisate. I palestinesi furono le belve al guinzaglio dei due comunisti tedeschi sempre più simili nel comportamento ai loro genitori nazisti per istinto e per scelta.  Dal primo momento l’obiettivo sono chiaramente gli ebrei, sono loro il classico nuovo-antico odiato nemico, la preda necessaria contro “l’imperialismo e il capitalismo sionista”, come spiegò Bose, ridotti a oggetti, sottouomini, merce di scambio con quaranta prigionieri palestinesi di Israele. La donna, in una mimesi crescente col modello della kapò, urla “schnell, schnell” spingendo di corsa, come i deportati scesi dal treno di Auschwitz, la massa dei viaggiatori verso l’hangar della prigionia; mostra solo un odio maggiore quando un anziano viaggiatore le mostra il numero del campo di concentramento tatuato sul braccio. E con Bose compie, una volta fatti entrare tutti i viaggiatori terrorizzati, accatastati sul pavimento fra cui bambini e vecchi, il gesto che probabilmente ha spinto il governo israeliano a tentare l’impossibile: la selezione degli ebrei, dando all’antisemitismo la sua evidente forma moderna, quella dell’identificazione con lo Stato d’Israele. I passaporti vengono ammucchiati su un tavolo, tutti gli israeliani vengono fatti passare in una hall adiacente tramite un buco nel muro creato là per là dai volenterosi soldati di Idi Amin Dada, e sui 249 passeggeri, ne restano 107 con la squadra di piloti, hostess, stuart francesi che si sono rifiutati di lasciare i prigionieri. Gli ebrei vengono chiamati uno a uno per nome, e la voluttà della perversione di ripetere la scena del nazismo è del tutto evidente. Gli altri 148 vengono liberati, e l’aereo Air France riparte con i suoi “ariani”.
Per capire come si arrivò a decidere l’inosabile, dunque si deve immaginare che la scena a Gerusalemme è di indicibile angoscia, ed è quella per cui un amico di Yizhak Rabin la cui figlia era stata rapita, gli chiese direttamente (in mezzo alla tempesta di interrogativi che occupava la stampa, la radio, l’opinione pubblica, le menti di Shimon Peres ministro della Difesa e di Motta Gur, capo di Stato Maggiore): “Fino a quando giocheranno alla roulette coi nostri figli?”. Il massacro di Maalot del 1974, in cui erano stati assassinati dai palestinesi 22 ragazzi a scuola era ancora molto vicino, e così la strage di Monaco. Furono giorni di ansia terribile; l’incertezza durò persino per una parte del volo di otto ore con cui gli Hercules israeliani, nottetempo, raggiunsero l’obiettivo. Il permesso giunse solo quando il commando era già vicino alla meta in mezzo a una tempesta di fulmini.
Ma durante i tre giorni precedenti, mentre si avvicinava la scadenza del mezzogiorno del 4 luglio in cui i primi ostaggi, secondo l’annuncio dei terroristi, sarebbero stati giustiziati, un piano era già stato disegnato in silenzio, provato, rivisto in ansiose riunioni con Netanyahu e Muki Betzer, alla testa dell’unità speciale della Sayeret Matkal, oltre che col comandante Dan Shomron. Rabin, Peres, Gur, sapevano di non avere le informazioni indispensabili per un’operazione tanto rischiosa. Yoni ebbe con Shimon Peres una riunione a quattr’occhi quando ormai Rabin aveva quasi avviato una trattativa con i terroristi. Peres chiese a Yoni se pensava di potercela fare, Yoni gli risposte che gli pareva di sì, anche se aggiunse che spesso non si hanno tutte le informazioni necessarie quando ci si avvia a una impresa di grandi dimensioni. Rabin ebbe l’eroismo di decidere per il sì.
Molti nomi di primo piano come quelli di Matan Vilnai o di Shaul Mofaz e di Ehud Barak (che preparò il terreno in Kenia per il rifornimento al ritorno) sono stati implicati nella preparazione e nella realizzazione del piano a una velocità supersonica. Dal primo aereo dei quattro partiti da Tel Aviv prese la via del terminal nel buio contando sulla sorpresa un commando di 29 persone con in testa una Mercedes nera seguita da due jeep, a simulare una visita di Idi Amin Dada. Una sparatoria improvvisa con le guardie, proprio al terminal, colpì Yoni a morte. Ma non fermò la liberazione degli ostaggi e l’uccisione dei terroristi. Nonostante la sparatoria, il commando israeliano lavorò come un orologio. La forza d’animo di Yoni e quella di Betzer, che oggi reclama per sé una parte maggiore nell’impresa di quella che, nell’ombra della memoria di Yoni, gli è stata attribuita, è rimasta l’impronta maggiore nella memoria collettiva di Israele. La sua immagine di ragazzo puro falciato sul campo mentre amava la vita, è diventato i modello di quell’audacia incurante che tutto il mondo invidia a Israele, quella che l’ha portata a bombardare il reattore di Osirak (altra impresa impossibile), a rapire Eichmann, a vincere con inimmaginabile velocità la Guerra dei Sei Giorni. Entebbe è con la Guerra dei Sei Giorni l’impresa che più di ogni altra ha cambiato l’ immagine degli ebrei nel mondo. Non più pecore al macello, ma padroni della loro vita e anzi protagonisti di imprese impossibili per la maggior parte dell’umanità; non più abbandonati al fato e alla violenza, soli, ma col diritto di pensare che qualcuno verrà, e saranno i soldati di Israele. Nessun ebreo è più solo al mondo da quando esiste Israele.
Degli israeliani ne morirono 3, compresa un’anziana donna per sua sfortuna ricoverata in un ospedale ugandese. La morte di Yoni resta uno degli episodi più tragici della storia di Israele; la gioia incontenibile di fronte al ritorno di figli, mogli, madri, ne fu funestata come oggi lo è il vitale lavorio quotidiano di un Paese democratico dai quotidiani attacchi terroristi. Come allora, nel mondo nessuno dedica alle sue tragedie parole di solidarietà, e tantomeno viene in aiuto come invece Israele fa con gli altri Paesi colpiti dal terrore. Dopo Entebbe il Consiglio di Sicurezza dell’ONU discusse una richiesta di condanna di Israele, proprio così, e Kurt Waldheim descrisse l’operazione come “una seria violazione della sovranità di uno Stato membro”. Misera consolazione: la mozione non passò. Ancora oggi, a ogni risposta di Israele al terrore, il Consiglio di Sicurezza cerca di condannare Israele.

Aggiungo un’importante informazione lasciatami nei commenti al primo dei post sopra linkati:

E’ importante ricordare che Michel Bacos, il capitano dell’Airbus, si rifiutò di abbandonare gli ostaggi, affermando che tutti i passeggeri erano sotto la sua responsabilità. Con lui restarono anche tutti gli altri 11 componenti dell’equipaggio, rifiutando di salire sull’altro aereo dell’Air France venuto a prendere i passeggeri non israeliani che erano stati lasciati liberi. Voleva restare anche una suora francese, cedendo il suo posto ad un ostaggio, ma fu portata via a forza. Alla fine di tutto il capitano Bacos ricevette una nota di biasimo dai suoi superiori per essere rimasto con gli ostaggi e fu anche sospeso dal servizio.
Michel Bacos
(qui)

Concludo con una nota personale: se la musica di Wagner fa venire voglia di invadere la Polonia, l’operazione Entebbe mi fa venire voglia di invadere Israele con una immensa, sconfinata, inesauribile inondazione di amore. E giusto per restare in tema di “mai più”, va ricordato anche questo.
Ah, stavo quasi per dimenticare: per chi sa l’ebraico, e per chi si accontenta di guardare le figure, qui uno splendido film sulla vicenda (io l’ho fatto vedere a scuola, e i miei bimbi ne sono rimasti entusiasti).

barbara

SE L’ONU SI È TRASFORMATO IN UNA GRANDE MOSCHEA

Mi sembra che questo articolo di Fiamma Nirenstein di qualche settimana fa, sia la cosa più adatta a commentare il post precedente.

Il Giornale, 19 febbraio 2016

L’ONU riesce sempre a farti sbarrare gli occhi nonostante ormai il suo catalogo sia classicamente impregnato di odio antioccidentale, ossessione antisraeliana, abbandono dei diritti umani. Anche stavolta la famosa esperta Anne Bayefsky ci accompagna nei corridoi dell’edificio vetrato ornato, a New York, di tutte le bandiere del mondo. Ma un’occhiata all’interno ci porterà nell’edificio dell’Assemblea generale, a uno stupefacente cumulo di tappeti da preghiera e anche a mucchi di scarpe.
La preghiera è certamente una bella cosa, ma dentro l’Onu sembra essere praticata pubblicamente (un po’ come si vide nei boulevard di Parigi, o in piazza del Duomo a Milano) soltanto da una fede anche oltre la sala da meditazione che era nata per ospitare qualsiasi fede. Fu creata nel 1957 con la supervisione dell’allora segretario Dag Hammarskjold che voleva “uno spazio in cui le porte possano essere aperte alle infinite terre del pensiero e della preghiera”. Adesso, lo spazio è prenotato dalle 11,45 alle 3:00 (l’ONU non dice da chi) ogni giorno. Le preghiere musulmane sono divenute così popolari che i tappetini e le scarpe strabordano anche sui percorsi turistici.
I cristiani, gli ebrei, gli indù, invece, ed è certo una loro scelta, non compaiono mentre la fede islamica ci tiene a mostrarsi dentro il Consiglio Generale. È una ricca presenza anche il Qatar che ha investito milioni in una sala tutta broccati e ornamenti d’oro che Ban Ki-moon ha definito “perfetta per negoziati dietro le quinte”. Tutto questo non è folclore: per quanto la religione debba essere sempre rispettata in quanto tale, tuttavia qui non si può fare a meno di considerarne l’espressione strabordante come un simbolo dell’intera vicenda onusiana.
L’Onu, nato nel dopoguerra per diventare il difensore dei diritti umani contro la violenza e la dittatura dopo gli orrori passati, è stato poi divorato da logiche interne. La presenza strabordante di Paesi non democratici, soprattutto del blocco islamico (57 membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica) e dei cosiddetti “Paesi non allineati” (120) ha condotto a una sistematica demolizione dello scopo basilare delle Nazioni Unite, che ha 193 membri: è una pura questione matematica.
Così, per esempio, è stato sempre impossibile definire unanimemente il terrorismo, e possibile invece (sin dall’82) legittimare “la lotta dei popoli contro le occupazioni con tutti i mezzi a disposizione”, evitare la difesa delle persone omosessuali nell’ambito dei diritti umani, seguitare a far circolare l’idea che la Carta islamica dei diritti, in cui le donne sono discriminate e la sharia auspicata, sia una valida sostituta per quella approvata dalle Nazioni Unite, fare di Israele uno Stato canaglia con mille invenzioni pazzesche, e rendere un Paese che rappresenta lo 0,1 per cento della popolazione mondiale oggetto del 40 per cento circa delle risoluzioni dell’Assemblea e del Consiglio per i diritti umani, ignorare le grandi stragi, mettere Paesi come la Cina, la Libia, l’Arabia Saudita in posizioni preminenti nel Consiglio e in commissioni delicate e importanti come quelle per i diritti delle donne…
Insomma l’immagine di tutti quei tappeti e quelle scarpe è difficile da collocare in un ambito puramente religioso, quando pochi giorni fa Ban Ki-moon ha dichiarato che i quotidiani attacchi terroristici a Israele sono frutto della frustrazione causata dal ritardo di una ripresa delle trattative, mentre i giovani terroristi inneggiano alla Moschea di Al Aqsa e dichiarano su Facebook e ovunque possono il loro odio razzista per gli ebrei. Ma questo all’ONU non si dice, non si è mai detto, anzi, l’esaltazione della “causa palestinese” ne è uno dei maggiori oggetti di attivismo, mentre niente si fa per i milioni di vittime della corrente ondata di assassinii e di terrore in Medio Oriente.

E a questo sconfortante resoconto, non ho davvero niente da aggiungere.

barbara

ALLE PORTE DI VIENNA, QUESTA VOLTA, IL NEMICO NON È STATO FERMATO

Tutta l’Europa a Bruxelles decisa a difendersi

Tutta l’Europa a Bruxelles, decisa a difendersi. Determinata a resistere di fronte alle minacce portate dall’invadenza del mondo esterno. Accampamenti notturni, ideazioni di strategie, andirivieni di ambasciatori, dissidi tra capitali, accordi vilipesi o ritrovati con esibizioni di muscoli, nel nome della Grecia. E con i greci. Tutti a Bruxelles. Anche i greci, com’è ovvio. Alcuni materialmente, per primi i capi, i condottieri più valorosi, fiancheggiati dai guerrieri d’élite. Ma a Bruxelles, col cuore, anche tutti gli altri: dall’Attica alla Tessaglia, e i traci, e le popolazioni del Peloponneso, dell’Egeo settentrionale, di Creta, delle isole. Tutti a Bruxelles, tutti a far muro sulle belghe Termopili della moderna Europa. E mo’ chi glielo dice che l’imperatore Barack, quatto-quatto, l’esercito persiano stava facendolo passare da Vienna? (Andrea Marcenaro)


Iran, raggiunto il folle accordo sul nucleare

Oggi è un giorno nero in cui i P5+1 hanno accettato di sottostare ai sotterfugi, per altro evidenti ad ogni persona di buon senso, che consentiranno al regime iraniano di proseguire il loro programma nucleare sia pure rallentato. La firma del Trattato di Vienna lascia intatte all’Iran le sue ambizioni egemoniche sul Medio Oriente e sul mondo, e il suo primato sul terrorismo. Agli occhi di chi è contro la folle promessa di dist ruggere Israele e di aggredire l’America, che è stata reiterata più volte durante le trattative, la battaglia continua e la prossima tappa sarà l’approvazione da parte del Congresso americano. Sarebbe bello, tuttavia, che anche l’Europa facesse sentire un parere dissenziente. È strano, ma potremo contare soltanto sull’oltraggio che di sicuro esprimeranno i Paesi sunniti come Egitto, Arabia Saudita, Paesi del Golfo. (Fiamma Nirenstein)

E poi leggi qui. E ringraziamo che, mal che vada, ci sarà sempre Israele a pararci il culo.
Naftali Bennet
Oggi, comunque, questo blog è in lutto per il vile attentato cinicamente perpetrato contro la pace mondiale.

lutto
barbara

QUELLE NOSTRE CORAGGIOSE, MERAVIGLIOSE RAGAZZE

Tululu: si chiama così in curdo, la notte il villaggio occupato dall’ISIS lo sente e trema, è l’urlo di guerra delle donne, il gorgheggio, la nota di disprezzo che le guerriere curde di notte lanciano come animali da preda verso gli uomini dell’ISIS nei villaggi fra la Siria e l’Iraq dove il confine non esiste più e esiste solo invece l’orma sanguinolenta dello Stato Islamico, che ha decapitato, ucciso col colpo alla nuca a migliaia, infilzato sulle picche le teste dei bambini.
I terroristi tremano, si narra: il “tululu”gli promette due cose: “Vi uccideremo” è la prima, e la seconda dice: “Il vostro credo vi promette 72 vergini in paradiso se verrete uccisi in guerra come martiri di Allah, shahid. Però vi dice anche: se morirete per mano di donna è scritto che non potrete entrare in paradiso. Rosolerete all’inferno per sempre”. E le ragazze, in divisa verde, con la bandiera curda rosso-mattone bianca e verde col sole nel mezzo, sono là per questo: per ucciderli col kalashnikov che ciondola loro dalle spalle di adolescenti accanto alla treccia lucida e nera, per terrorizzarli e stanarli pronti per lo sguardo di disprezzo e il fucile di una ragazza di 17 anni; una donnetta che i testi sacri promettono a ogni combattente come schiava sessuale, un oggetto da trascinare via dalla sua casa, vendere e comprare, o semplicemente stuprare, picchiare, uccidere.
Ma le guerrigliere curde, un terzo dell’esercito, l’YPJ (Unità di Protezione delle Donne, Yekineyen Parastina Jine) parte del YPG, ovvero il braccio armato della coalizione curda che ha preso il controllo di un bel pezzo della Siria del Nord (detto Rojava), sono fra le 7mila e le 10mila soldatesse, affascinanti e spaventose: hanno fra i 17 e i 40 anni, sono tutte volontarie. Quando scegli questa strada è per la vita, lasci la famiglia per sempre, la tua mamma piange ogni volta che la visiti e poi riparti da casa con un addio che forse è per sempre, che non avrai né marito né figli, che il tuo letto sono la polvere e i sassi, il tuo cibo quello che capita.
L’YJP con l’YPG in questi giorni sono l’unica forza a dare veramente del filo da torcere ai terrificanti terroristi dell’ISIS. Kobane, la città più disputata è stata riconquistata con l’intervento decisivo delle donne guerriere secondo tutte le cronache; gli Yazidi assediati, affamati, decimati nei villaggi sulle montagne, sono stati salvati e l’ISIS messo in fuga con l’intervento decisivo dell’YPJ. Il loro grido di guerra dice: “Vita, Donne, Libertà”, cioè tutto quello che ISIS odia. “Noi combattiamo per la vita, loro per la morte”-dice una di loro, Joan Zuidi, di 20 anni- ” loro odiano le donne, e la nostra battaglia invece dimostra non solo a loro, ma a tutto il Medio Oriente e anche a tutto il mondo che noi possiamo essere meglio degli uomini persino in battaglia. Abbiamo tre scopi: innanzitutto impedire che le donne vengano seviziate, rapite, vendute; liberare le prigioniere; vendicare quelle che hanno torturato e ucciso, o le cui teste sono state infilzate sulle picche, e purtroppo sono decine. Ognuna di noi piange un’amica o una parente. La libertà è il nostro grande fine: io so per cosa combatto, e so farlo, e in più ho un scopo nobile, loro non lo hanno”. I curdi sono ben 35 milioni, forse l’unico popolo così numeroso a non avere ancora un suo Stato autonomo.
Il Kurdistan irakeno ne raccoglie una parte. La situazione attuale mentre ne aumenta i rischi giorno dopo giorno, aumenta anche le possibilità che i curdi siriani, iracheni, turchi, iraniani, possano finalmente trovare una strada verso uno Stato unitario. La loro è una forza che per la maggioranza sunnita è tuttavia scevra da integralismo islamico, il governo regionale del Kurdistan guarda decisamente all’Occidente e anche a Israele come a un modello da seguire e comunque a un interlocutore. Le ragazze curde hanno la testa scoperta e i capelli al vento, ballano le danze tradizionali insieme ai maschi, i soldati condividono il servizio con ammirazione.
Un giornalista israeliano, Itay Engel, è riuscito a intervistare una generalessa famosa e inseguita dallo Stato Islamico: Media ha un sorriso duro e dolce allo stesso tempo, una specie di John Wayne donna con la kefya arrotolata sui capelli biondi, che dice quieta: “Il mio compito è fornirgli un biglietto di sola andata per l’inferno”. Paura, non l’ha mai avuta: “Loro hanno il kalashnikov, io ho un kalashnikov, io lo uso meglio di loro, le mie ragazze conoscono la guerriglia a fondo, loro sono ignoranti, pensano di terrorizzare tutti con la loro ferocia ma sono molto più incapaci e impauriti di quello che si crede”. Insomma, al tululu bisogna far seguire i fatti, e noi occidentali possiamo invidiare Media: lei sa come fare.
Fiamma Nirenstein, Il giornale, 27 dicembre 2014
guerrigliere kurde
Grazie sorelle, che combattete e morite anche per noi.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui un’altra straordinaria prova di coraggio e di sangue freddo.