USO SPROPORZIONATO DELLA FORZA

Condanne

Tra cento milioni di anni, quando l’umanità si sarà ormai estinta da tempo immemorabile – niente è eterno, per fortuna -, una civiltà di extraterrestri scenderà sulla Terra, scoprirà il nostro mondo scomparso e, mossa da curiosità, inizierà a studiarlo. E si produrranno così ricerche, libri, documentari, tesi di laurea sulla vita dei terrestri.
Un giorno un professore di logica e linguaggio terrestre chiamerà a colloquio un suo laureando, incaricato di svolgere un elaborato sul tema: “Condanne dell’uso sproporzionato della forza”. Il professore chiederà informazioni sullo stato di avanzamento dei lavori:
“Allora, come procediamo?”
“Spero bene, Prof., sono un po’ indietro, ma spero di laurearmi in tempo. Seguendo il Suo consiglio, ho fatto una ricerca su tutte queste strane condanne, che i terrestri facevano a cadenza ritmica, denunciando questo presunto uso sproporzionato della forza, chiedendo il rispetto della proporzionalità. Nessuno, pare, ha mai capito che senso avessero, a cosa servissero, spero di trovare qualche risposta.”
“Quante condanne hai trovato?”
“Molte, Prof., anche se, certamente, ancora di più sono andate distrutte.”
“Allora, forse, l’argomento è troppo impegnativo, non ce la farai a laurearti in tempo, se devi leggere tutte queste condanne…”
“Questo non dovrebbe essere un problema, Prof., perché le condanne, in realtà, sembrano tutte uguali. Dicevano sempre la stessa cosa: condanniamo l’uso sproporzionato della forza, condanniamo l’uso sproporzionato della forza ecc. ecc.”
“Ma hai capito che cosa sarebbe, secondo loro, un uso proporzionato? Da noi non esiste un concetto analogo, pare.”
“Non è proprio chiaro, sembrerebbe voler dire questo: se due litigano, e uno dà una botta all’altro, quello che è colpito deve rispondere in modo proporzionale. Chi riceve la botta, ne deve restituire solo una, non due.”
“Strano, da noi questo non c’è mai stato, i terrestri facevano così?”
“No, Prof., assolutamente mai, facevano sempre l’esatto contrario, per questo questa storia delle condanne suona strana. Un’ipotesi che sto contemplando è che, per un certo periodo, ci sia stato sulla terra un popolo grandissimo, potentissimo, fortissimo, che avrebbe angariato e vessato tutti gli altri, disarmati, piccoli e deboli, colpendoli di continuo. Per questo ci sarebbero state tutte queste condanne, come a dire: popolo grandissimo, potentissimo e fortissimo, fai un uso proporzionato della tua immensa grandezza, potenza e forza, per favore, non approfittarne per vessare di continuo tutti gli altri, che sono innocui, inermi e indifesi.”
“Interessante. Potrebbe trattarsi di uno di quei grandi imperi, forti e potenti, che hanno dominato per tanto tempo: quelli che si chiamavano, mi pare, babilonesi, persiani, romani… Hai controllato se c’è qualche riscontro?”
“Ho cercato, Prof., ma non ho trovato nessuna traccia di condanne nei confronti di questi qua, e neanche di tutte le altre grandi potenze venute dopo.”
“Ma allora, queste condanne all’uso sproporzionato della forza a chi si riferivano?”
“Non è chiaro, Prof., perché i documenti sono lacunosi, molte parole sono saltate… Ho trovato molte volte la frase ‘condanniamo l’uso sproporzionato della forza…’, ma non si capisce da parte di chi, nei confronti di chi.”
“Ma allora siamo in un vicolo cieco…”
“In verità, Prof., avrei trovato un piccolo frammento, da cui sembrerebbe potersi risalire al destinatario delle condanne… Solo un piccolo ritaglio, e danneggiato, ma potrebbe essere una traccia.”
“Ah, e cosa dice?”
“In realtà, è strano, ma, in questo frammento sembrerebbe che il destinatario delle condanne sarebbe stato un Paese piccolissimo, circondato da molti vicini, infinitamente più grandi e numerosi, che lo aggredivano continuamente…”
“Ma forse vuoi dire il contrario, ossia che i terrestri condannavano i molti vicini, grandi e potenti, per la loro aggressività verso il piccolo Paese…”
“No, Prof., il frammento sembrerebbe affermare proprio quello che ho detto: la condanna sembra essere rivolta solo contro il piccolo aggredito, non contro i numerosi grandi aggressori.”
“Ma sei sicuro?”
“Beh, così sembrerebbe dal documento.”
“Ma allora è impossibile, deve esserci uno sbaglio, una corruzione del testo. Senti, lascia stare, secondo me abbiamo sbagliato a scegliere questo argomento. È vero che i terrestri erano una civiltà primitiva, ma, a modo loro, una forma di logica, sia pure allo stato embrionale, ce l’avevano (come ho scritto in quel mio libro, avevano probabilmente conosciuto quello che noi chiamiamo il “pre-proto-pensiero”). Questa tua ipotesi, perciò, non regge, le condanne resteranno un quesito insoluto, forse erano dei messaggi cifrati in codice, che non ci è dato decrittare. Scegliamo un altro tema, ne ho uno per le mani molto interessante, sul valore del silenzio nel linguaggio dei terrestri. Ti piace?”
“Che vuol dire, Prof.?”
“Vuol dire che i terrestri, in genere, hanno dato il meglio di sé quando sono stati zitti. Si tratta di spiegare come mai, quando parlavano, dicevano, quasi sempre, fesserie, mentre, quando tacevano, sembravano più intelligenti. Ti va, come argomento?”
“Ottimo, Prof., grazie, Prof.”.

Francesco Lucrezi, storico, Moked, ‍‍23/05/2018

Meglio di così non si potrebbe dire. Poi, per completare il discorso, penso valga sempre la pena di rileggere questo pezzo di nove anni e mezzo fa parole in libertà.

barbara

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GERUSALEMME

“Gerusalemme è mia!” “No è mia!” “È nostra!” “È stata mia per tanto tempo!” “Ma prima c’ero io!” “Ma poi l’hai lasciata!” “Non è vero, me l’hanno strappata!” “Ora è diventata nostra!” “È di tutti!” “Di tutti, tranne che tua”” “Io l’amo!” “Ma la voglio io!” “Se non ce la restituisci, ce la riprenderemo con la forza!” “Lasciala!”, “Ridammela, o ti ammazzo!”. Eccetera eccetera.
Dev’essere proprio bellissima, questa donna chiamata Gerusalemme, se tutti la vogliono. Non a caso, nella più bella poesia d’amore di tutti i tempi, l’amata è definita “navà ki Jerushalàim”, “bella come Gerusalemme”. Non può esistere bellezza maggiore. Tutti minacciano di fare pazzie per lei, si dichiarano disposti a uccidere, o a morire, per lei. Moltissimi non l’hanno mai vista, ma dicono comunque di amarla, di volerla a ogni costo, come accadeva per la bella e crudele Turandot.
Ma insomma, di chi è? In tempi in cui, per fortuna, si parla molto di rispetto delle donne e della loro libertà, vogliamo provare a chiedere alla diretta interessata a chi si vuole accompagnare? Sappiamo già che tutti l’amano, proviamo a chiedere chi ama lei. Magari, chi sa, la signora, dopo una lunga serie di delusioni amorose, preferisce restare single.
Il problema, però, com’è noto, è che lei non parla. Se ne sta stesa e immobile, tra gli ulivi e il deserto, ammantata di memoria e di silenzio. Ha un cuore (un cuore di pietra: com’è scritto nella canzone, “uvelibà chomà”, “nel suo cuore c’è un muro”), ma nessuno sa per chi batta. Rispettiamo la sua scelta di tacere.
Io direi, anzi, di abbandonare la categoria dell’amore, che, soprattutto quando si parla di donne, si è rivelata tante volte, nella storia, ambigua e distorta, gravida di violenza e sopraffazione. Se oggi si comincia a dire, finalmente, che le donne vanno rispettate nella loro libertà, non molto tempo fa un’idea ancora comune era invece che, chi amava una donna, poteva e doveva prendersela. Nel capolavoro di Luchino Visconti, “Rocco e i suoi fratelli”, del 1960, Simone (personaggio interpretato da Renato Salvatori) reputa insopportabile che la sua ex fidanzata si sia poi unita a suo fratello Rocco (l’attore Alain Delon), tanto da sorprendere la coppia con un gruppo di amici, di notte e in un luogo isolato, per violentare la donna davanti a tutti e poi picchiare selvaggiamente il fratello. E Rocco, dopo l’accaduto, dirà alla donna – a cui si era pure sinceramente legato – che non pensava che Simone “l’amasse tanto”, per cui, alla luce dei fatti accaduti, riteneva che lei avesse il dovere di tornare col suo ex. Anche questo era considerato “amore”, in Italia, appena qualche decennio fa, ed è ancora considerato amore in molti dei Paesi che dicono di amare perdutamente Gerusalemme. Amarla tanto da arrivare a stuprarla, aggredendo chi, forse, l’ama davvero.
Lasciamo perdere l’amore, allora, e usiamo altre parole, meno affascinanti e suadenti, ma probabilmente più affidabili, se non altro perché, in loro nome, nessuno ha mai ucciso o violentato nessuno. Parole come “rispetto”, “cura”, “attenzione”, “premura”, “compassione”. Che un novello re Salomone, quindi (non ebreo, per carità! dev’essere neutrale) chiami al suo cospetto tutti gli innumerevoli sedicenti mariti, amanti, fidanzati, pretendenti di Gerusalemme, e chieda loro, uno per uno, in che modo abbiano concretamente dimostrato per lei compassione premura, attenzione, cura, rispetto. Chieda loro, per esempio, quando l’hanno avuta tra le loro braccia, cosa abbiano insegnato ai loro bambini nelle scuole di Gerusalemme. Se ad amare il prossimo, o ad odiarlo. Se le abbiano concesso di essere visitata e abitata da altre persone, o l’abbiano invece tenuta segregata al mondo, o reclusa come una schiava. Se le loro preghiere, salite al cielo da Gerusalemme, o infilate, scritte su brandelli di carta, tra le fessure di un muro, abbiano contenuto auspici di serenità, pace e armonia, o piuttosto di morte e distruzione per i nemici. Se l’abbiano abbellita e adornata come un giardino, o come una regina, o non l’abbiano invece usata come una pattumiera. Se la diversità dei volti, degli abiti, dei profumi, dei colori, delle melodie, rappresenti per loro una ricchezza di Gerusalemme, o piuttosto una malattia da cui guarirla. Se credano che la sua terra sia sfregiata e profanata dal sangue su di essa versato, o ne riceva invece gloria, linfa vitale e nutrimento. Se pensano che quel sangue sia lo stesso sangue della città d’oro, oppure no. Se pensano che Gerusalemme gioisca o soffra per il dolore delle sue vittime, di qualsiasi colore. Se la immaginano soffrire come una madre, quando un suo figlio è strappato alla vita, oppure ghignare beffarda, come una strega, mormorando tra sé: “uno in meno”. Se credono che la città “troppo santa” preferisca libri o coltelli, parole o urla, mitezza o isteria. Vita o morte. Se pensano che, quando, l’ultimo giorno, com’è scritto, tutte le genti si riuniranno a Gerusalemme, debbano essere davvero tutte, o non sia invece meglio che una, una a caso, si sia fortunosamente persa per strada.
Alla fine, il saggio re deciderà, a suo insindacabile giudizio, a chi Gerusalemme dovrà essere affidata. Lo farà, immaginiamo, consapevole che la città “che non può essere dimenticata” non dimentica mai, a sua volta, il bene, e il male, che le è stato fatto. Attenzione, però: solo affidata, e solo per averne cura. Gerusalemme è una donna libera e orgogliosa, non è proprietà di nessuno. Prendersene carico dà solo responsabilità, non diritti. E solo alla fine dei tempi, forse, si saprà se il suo cuore di pietra abbia mai pulsato per qualcuno, e per chi.

Francesco Lucrezi, storico, 27/12/2017, Moked

barbara

LA CONTROEROINA

Fra le varie cose che ho qui “in attesa” di un momento opportuno per essere pubblicate, stasera mi è caduto l’occhio su questa, e direi che è proprio la cosa giusta da pubblicare, dopo i post precedenti. Magari, chissà, non è neanche del tutto un caso che mi ci sia caduto l’occhio sopra proprio in questo momento.

Nella mia ultima nota ho parlato, prendendo spunto dalla leggenda di Skotzel e dalla storia di Karima di Fustat, delle antieroine, ossia di quelle donne che, pur non essendo passate alla storia per i loro meriti e le loro virtù, ed essendo anzi state, talvolta, oggetto di biasimo e riprovazione, meriterebbero comunque, forse, di essere ricordate e, nel caso, riabilitate. E ho fatto un paragone tra la virtuosa Susanna e la peccatrice Karima, ipotizzando per quest’ultima (che fu cacciata dalla sua comunità, come sarebbe accaduto in seguito, per esempio, a Spinoza) una possibile “riabilitazione”.
Credo che un’altra donna della Bibbia – quantunque non ebrea – possa suggerire considerazioni analoghe, trattandosi di una figura che è sempre rimasta nell’ombra, in quanto la sua funzione, sul piano letterario, pare esclusivamente quella di aprire la strada a colei che sarebbe invece diventata, meritatamente, una delle più celebri e venerate figlie di Israele, la grande Ester, che, come sposa del re Assuero, salvò l’intero popolo ebraico di Persia – con l’aiuto del saggio Mordechai – dallo sterminio ordito dal perfido Haman. (In quel bellissimo Paese, com’è noto, ci sono sempre stati dei grotteschi personaggi da circo equestre, anzi, da galleria degli orrori, truccati con barbe caprine, corna di montone e dentoni aguzzi, che un po’ fanno paura e un po’ fanno ridere: senza di loro, probabilmente, lo spettacolo sarebbe noioso). Tutti conoscono e ammirano l’intrepida Ester, ma pochi ricordano cosa è scritto all’inizio del libro biblico. Durante un banchetto, dopo avere mangiato e bevuto più del solito, il sovrano, allegro e avvinazzato, ordina ai suoi eunuchi di corte di portare al suo cospetto la regina Vasti, ornata di uno splendido diadema, in modo da potere esibire davanti a tutti i convitati la sua incantevole bellezza. Vasti, però, rifiuta di fare questa improvvisata “passerella”, mandando il re su tutte le furie. Interrogati i consiglieri del monarca, tutti si dicono d’accordo nel condannare l’inconcepibile rifiuto della regina, il cui operato ribelle avrebbe rappresentato un pessimo esempio per tutte le donne del regno, che, d’ora in poi, avrebbero potuto tutte avere l’impudenza di disobbedire ai loro mariti. Vasti viene così cacciata, e la sua sorte viene ufficialmente comunicata, come monito, fino ai più estremi confini del regno. Liberatosi della moglie indisponente, il re deve però trovare una nuova sposa, e manda emissari in tutto il regno, per cercare giovani vergini adatte al ruolo; colei che più piacerà al re, sarà la nuova regina. A prevalere sarà Ester, e il resto è storia nota.
Non oserei mai ridimensionare, in nessun modo, gli immensi meriti della regina Ester, alla cui storia, tra l’altro, si lega una delle più belle feste ebraiche, quella di Purim. Ma, mi chiedo, non sarebbe anche il caso di cominciare a onorare la memoria di Vasti? Non è forse stata una femminista “ante litteram”, una donna fiera, indipendente e orgogliosa, che rifiuta di sottostare ai capricci di uno stupido e vanesio ubriacone? Ha mancato, con un solo gesto – che, fra l’altro, non le sarebbe costato, apparentemente, un gran sacrificio -, a due autorità, disubbidendo a chi si riteneva suo padrone a doppio titolo, come marito e come re. È verissimo, e ha fatto benissimo, perché lo ha fatto per difendere la sua dignità di donna e, direi, la dignità di tutte le donne del mondo. Propongo di intitolare a suo nome un “contro-concorso di bellezza”, nel quale siano premiate tutte quelle donne che rifiutino di salire sulla passerella, riducendo la loro persona a un oggetto di libidinosa concupiscenza per gli occhi, avidi e lubrichi, dei maschi. Primo premio, a colei che saprà indirizzare agli organizzatori, e al pubblico, la più sonora pernacchia.

Francesco Lucrezi, storico (Moked, 30 agosto 2017)

Onore dunque, senza fanfare e senza riflettori, alle donne che hanno saputo dire no a un potente, preferendo la propria dignità alla gloria effimera delle passerelle. (Senza, beninteso, togliere onore a chi ha fatto scelte diverse e se ne è assunta la responsabilità, senza poi frignare e recitare – male, oltretutto – la parte della vittima – agnella innocente fra i lupi famelici)

barbara

UNA PICCOLA PROPOSTA

Nella mia nota di oggi vorrei soltanto fare una piccola proposta, riguardo a un provvedimento che l’Unione Europea potrebbe adottare. Costi minimi, utilità, a mio avviso, notevole. Prima di formulare la proposta, però, vorrei ricordare tre cose, non direttamente collegate tra loro. Si tratta, segnatamente, di una nota direttiva UE, di un orologio e di una fotografia. La direttiva è la 2014/40, recepita in Italia con D. L. del 2/2/2016, con cui si impone a tutti i produttori di tabacco di dedicare almeno il 65% delle confezioni a messaggi volti a dissuadere dal fumo, anche, com’è noto, attraverso immagini forti e scioccanti. Una direttiva utile, secondo me, perché – lo dico da ex fumatore – fumare fa senz’altro male. L’orologio è quello inaugurato – in grande pompa – nello scorso mese di luglio, in una piazza centrale di Teheran, che segna il conto alla rovescia di tutti i giorni (un po’ più di 8400) che mancano al momento in cui, nel 2040, Israele sarà finalmente distrutto. Il giorno non è vicinissimo, ma neanche lontanissimo. (Tra parentesi, i dirigenti iraniani, oltre che collettivamente mentecatti e cerebrolesi, sono anche furbetti, in quanto la responsabilità del mancato rispetto della promessa non ricadrà su di loro, ma sui loro pavidi e inetti successori). La foto è quella – ripresa da molti media mondiali – di pochi giorni fa, che ritrae l’alta Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e la sicurezza, Federica Mogherini, sorridente e felice come una Pasqua, nel Parlamento iraniano – a poche centinaia di metri dall’ orologio – per la cerimonia di insediamento del Presidente Rohani (scusate, ho dimenticato di mettere l’aggettivo “moderato”, che sempre si accompagna al suo nome: in effetti, pensavo che “il moderato Rohani” fosse tutto un unico nome proprio, come Reza Rohani, Ruholla Rohani, Ciro Rohani ecc., perché lo chiamano tutti sempre così). Tutt’intorno, dei barbuti e turbantati onorevoli ayatollah, intenti a fotografarla, con l’identica aria divertita e incuriosita che ho visto di recente al bellissimo circo di Moira Orfei, nei bambini che guardavano gli animali esotici: “Guarda, papà, il cammello ha veramente la gobba! Com’è curioso!”; “Guarda, Ahmed, la Rappresentante è davvero una donna! Com’è carina, sorride pure!”. Nient’altro da dire, ho finito. Ah, già, dimenticavo la proposta. Eccola: c’è ancora un 35% disponibile sui pacchetti di sigarette, vero? E allora utilizziamolo per un’altra utile informazione, questa: “Questa campagna di dissuasione dal fumo è stata disposta da un’Istituzione tanto sensibile ai danni da tabagismo, quanto assolutamente indifferente rispetto a un futuro, annunciato nuovo Olocausto”.

Francesco Lucrezi (Moked, 16 agosto 2017)

Francesco Lucrezi scrive sempre cose bellissime. A volte ne scrive anche di molto bellissime, e questa è una di quelle volte.

barbara

UN PAIO DI PENSIERINI POST REFERENDARI

La vittoria del No, salvacondotto a vita per un Senato intoccabile
Chi avrà mai la forza di riproporre un sia pur minimo ridimensionamento dei poteri della Camera alta, dopo quello che è successo?

di Sergio Rizzo

Dopo la vittoria del No si sono sparse notizie di calorosi festeggiamenti al Cnel redivivo. Reazioni più sobrie, invece, al Senato. Dove qualcuno non ha comunque risparmiato ironie. Maurizio Gasparri, per esempio, ha twittato: «Il Senato c’è, Renzi non c’è più». Niente di più vero. Il Senato c’è e ci sarà sempre, perché il No è soprattutto un salvacondotto perpetuo per Palazzo Madama. Giusta o sbagliata che fosse la riforma, il risultato non può essere che questo. Chi avrà mai la forza di riproporre un sia pur minimo ridimensionamento dei poteri della Camera alta, dopo quello che è successo? E quanti sostengono che ora «si potrà fare una riforma seria» lo sanno benissimo.

Il meccanismo della conservazione, in questo Paese resistente a ogni cambiamento, è super collaudato. In un senso come nell’altro. Basterebbe ricordare in che modo si è salvato il ministero dell’Agricoltura dopo che un referendum popolare l’aveva abolito: semplicemente cambiando nome in «ministero delle Politiche agricole e forestali». O come i rimborsi elettorali siano esplosi proprio dopo un referendum che avrebbe dovuto cancellare il finanziamento pubblico dei partiti.

Idem accadrà per le Regioni, luoghi nei quali l’opposizione a ogni cambiamento è ancor più radicata. Vivrà in eterno quell’assurdo titolo V voluto nel 2001 da un centrosinistra in affanno nel disperato tentativo di arginare l’ondata leghista e poi incredibilmente confermato al successivo referendum dai cittadini ignari (come in questo caso) tanto del merito quanto delle conseguenze. Di più. Non solo le Regioni manterranno l’insensata competenza esclusiva su alcune materie quali turismo o energia, ma il voto del 4 dicembre varrà anche per loro come salvacondotto perpetuo nei confronti di qualunque tentativo di riforma futura. I consiglieri regionali, poi, sono finalmente al sicuro: nessuno potrà più imporre loro tetti alle generose buste paga, né vietare i contributi ai gruppi politici consiliari al centro di gravissimi scandali. L’ex commissario alla spending review Roberto Perotti ci ha già mostrato, del resto, con quale abilità i signori consiglieri siano riusciti ad aggirare il tetto alle retribuzioni imposto dal governo di Mario Monti.

Che dire infine delle Province? Sopravviveranno anch’esse nei secoli a venire. E quei martiri della democrazia che in Calabria hanno affisso una lapide nella sede della ex Provincia con scolpiti i nomi degli ultimi consiglieri «eletti a suffragio universale», troveranno un motivo di riscatto. Perché oggi nessuno si stupirebbe davanti a una proposta di abrogazione della legge Delrio che facesse tornare nuovamente elettivi quegli incarichi.

7 dicembre 2016

Già: chi ha votato no per ragioni serie, ossia perché il cambiamento non avveniva nel modo giusto, o non era sufficiente, ha in realtà decretato un immobilismo perpetuo.

Sì e no

Mi è difficile esprimere con chiarezza i miei pensieri e le mie sensazioni a seguito della chiusura della battaglia referendaria e dell’esito della consultazione. Un esito evidentemente inequivocabile: chi ha vinto ha stravinto, e la sconfitta di chi ha perso è stata schiacciante, inequivocabile, un’autentica disfatta. Altro che vittoria sul filo del rasoio, al fotofinish, per una manciata di voti! Le dimensioni della vittoria del No sono travolgenti, il Sì è stato distrutto. In democrazia il popolo sovrano ha sempre ragione, chi ha perso – anzi, straperso – deve solo prenderne atto.

Tra gli straperdenti ci sono io, che ho fatto un’accanita e convinta battaglia per il Sì, iscrivendomi a un Comitato, e partecipando a diversi incontri pubblici, nei quali ho sostenuto, con una molteplicità di argomentazioni, le ragioni del Sì, e confutando con forza quelle del No. E alcune persone – poche, in realtà: ma l’esito non avrebbe dovuto essere deciso per una manciata di voti? -, originariamente indecise, o orientate per il No, mi hanno addirittura detto di essere state indotte dalle mie parole a cambiare opinione. Ma ho straperso, e mi assumo tutto il peso della sconfitta. Certo, questa mia personale sconfitta ha un significato del tutto ininfluente, nessun giornale ne parla, e non devo salire su nessun colle a rassegnare dimissioni di sorta, ma mi pare comunque giusto che riconosca il mio fallimento, senza scuse e senza ridimensionamenti. Ho perso, ho straperso e, come si dice, veh victis. Ho sbagliato a combattere una battaglia destinata alla sconfitta? No, anzi, ne sono orgoglioso, e mi pare che le dimensioni del tracollo diano ancora più valore alla mia battaglia perdente, per le seguenti ragioni.

Tra i sostenitori del No ci sono molto sinceri democratici, che hanno profondamente a cuore le sorti della nostra democrazia, e che hanno contestato la riforma per una varietà di ragioni, alcune delle quali ho anche condiviso. Io sono un giurista, e tra i miei colleghi la larga maggioranza ha votato No, ritenendo che la riforma sia stata pensata e scritta in modo discutibile. Tra questi colleghi molti sono miei amici da una vita, persone da cui ho tantissimo da imparare, di limpidissima fede democratica, e sulle cui ragioni ho riflettuto a lungo. Sono stati schierate per il No molte persone che alla difesa della Costituzione hanno dedicato tutta la vita, tra cui, in particolare, il mio amatissimo Maestro Francesco Paolo Casavola, Presidente emerito della Consulta, che ritengo, e non per devozione personale, il più alto punto di riferimento, a livello mondiale, in tema di dignità dell’uomo e diritti umani. Faccio a tutti loro, uno per uno, i miei più sinceri complimenti, senza alcun retropensiero, e la loro presenza nel fronte vittorioso contribuisce a lenire un pochino il pesante peso della mia sconfitta. Non mi permetterei mai e poi mai di criticarli, o di dire che hanno sbagliato. Hanno fatto bene, si sono impegnati in buona fede per la democrazia, il diritto e la civiltà. Mi permetto solo di notare, però, sommessamente, che la loro presenza nel fronte vittorioso, purtroppo, appare, almeno sul piano mediatico, alquanto sfocata e minimale. Non sembra che siano loro ad avere vinto, né, tanto meno, ad avere vinto – come tanto spesso si legge e sente dire – mi sembra che sia stata la Costituzione repubblicana. Una Costituzione che – per chi l’abbia davvero letta – non urla, non fa la faccia feroce, non insulta, non sbraita, non denigra, non umilia, non offende i deboli e le minoranze.

Il vero vincitore, a mio avviso, è qualcuno che ama la Costituzione quanto Erode amava i bambini, e le cui urla contro “lo stupro della Costituzione” che sarebbe stato tentato mi sono sembrate come la criminalizzazione, in nome del vegetarianismo, di chi osa mangiare un po’ di pollo, da parte di chi usa invece nutrirsi solo di carne umana.

È lui, sono loro che hanno vinto. Non solo lui, non solo loro, d’accordo, ma soprattutto lui, soprattutto loro.

Ed è bene, secondo me, che tutti ne siano consapevoli, perché la verità è sempre salutare.

Francesco Lucrezi, storico

(7 dicembre 2016)

Come Erode amava i bambini: ecco, mi sembra una buona definizione.


…italiani

Il voto del 4 dicembre lascia l’Italia in uno stato di paralisi totale, senza un governo, senza un metodo elettorale in grado di farne eleggere un altro, senza un partito dominante capace di guidare il paese nelle sue scelte, spaccato ideologicamente, con una situazione economica gravemente deteriorata, e preda delle facilonerie populiste di esponenti politici che nella loro vita hanno condotto, se lo hanno fatto, la propria autovettura e nulla più. In questo quadro sconcertante è interessante notare come il voto degli Italiani all’estero sia stato diametralmente differente (65% Si – 35% No) da quello degli Italiani in patria (60% No – 40% Si). Ci si può chiedere che cosa abbiano visto gli Italiani all’estero che i cittadini in Italia non hanno visto. Forse la risposta è questa: che chi sta in mezzo a una cosa non si rende bene conto di quali altre alternative ci possano essere, ma chi vede quella cosa dall’esterno è in grado di confrontarla con altre realtà e può meglio giudicare i pregi e i difetti di quella tale cosa. E la cosa in questione, l’incomparabilmente bella, inimitabile e amata Italia, vista dall’esterno, è divenuta nel corso degli anni ed è oggi un paese enormemente arretrato rispetto ad altri dello stesso continente o classificati (come l’Italia) fra i paesi maggiormente sviluppati. Per superare questi ritardi che aumentano col passare del tempo, sono necessarie profonde riforme, e queste riforme bisogna pur cominciare a farle da qualche parte, anche se le soluzioni sarebbero molte e diverse, e quelle proposte da Matteo Renzi non erano forse le migliori, o le più utili e incisive.

Il voto degli Italiani in Israele si colloca in questo contesto. La circoscrizione di Tel Aviv, che include tutto il paese meno la zona di Gerusalemme, ha dato al Sí l’81%, e la circoscrizione di Gerusalemme, che include anche la Cisgiordania, ha votato 71% Sí. Se sommiamo i due dati, il 79% dei 2.704 votanti in Israele hanno scelto il Sí. Questo è il secondo dato più alto al mondo dopo il Brasile (84%), e prima di sette paesi latinoamericani (Uruguay, Perù, Ecuador, Cile, Colombia, Guatemala e Honduras) in cui il Sí ottiene il 75%-77%, due paesi africani (Eritrea e Uganda) al 73%-74%, e l’Iran con il 71% – questi tre ultimi stati peraltro con meno di 200 elettori ciascuno. Gli Italiani in Israele hanno dunque fatto una scelta ostentatamente chiara, e non sarebbe assurdo ipotizzare che anche gli elettori ebrei in Italia abbiano espresso una scelta simile, anche se probabilmente non altrettanto netta. E questo può significare tre cose. La prima è che da Israele, anche in virtù della propria esperienza, si ha una percezione specialmente acuta dei malesseri dell’Italia che per certi versi non sono troppo dissimili dai nostri di qui. La seconda è che la possibile successione politica di Renzi suscita qui timori particolarmente forti alla luce dei discorsi uditi, dei programmi sbandierati, e dei leader incontrati o visti sullo schermo. E la terza è che gli ebrei italiani, come già tante volte in passato, sono irrimediabilmente fuori dal passo della vita politica vera, si cullano in certe loro bellissime illusioni e ingenue speranze, e ancora una volta non capiscono che loro vanno da una parte, mentre l’Italia va da un’altra parte.

Sergio Della Pergola, Università ebraica di Gerusalemme

(8 dicembre 2016)

Raramente – molto raramente – mi capita di trovarmi d’accordo con Sergio Della Pergola. Questa è una di quelle volte. E concludiamo la carrellata di pensierini con questo, veramente magistrale.
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barbara

QUANDO PARLIAMO DI ISLAM MODERATO

Viviamo, purtroppo, in tempi talmente brutti, che trovare una notizia buona, o almeno meno cattiva delle altre, è impresa ardua. E la mia sfiducia è ormai talmente profonda radicata che, quando i titoli di un giornale sembrano annunciare una notizia che potrebbe, forse, caso mai, eventualmente, essere un pochino buona, preferisco non passare a leggere il testo dell’articolo, tanto sono sicuro che vi troverò ampio motivo di delusione.
È il caso della manifestazione dei cd. musulmani ‘moderati’ che si è svolta a Milano, domenica, per esprimere rifiuto verso l’ISIS, condannare l’uso politico della religione, la violenza, il razzismo e il terrorismo. Una notizia che, ovviamente, non può non essere salutata col più vivo favore, nell’auspicio che l’Islam moderato faccia finalmente sentire, in modo sempre più forte e chiaro, la propria voce. Un primo elemento di delusione, però, è venuto da una fotografia riportata, nella quale si vede che, durante la manifestazione, si è proceduto a bruciare pubblicamente una bandiera dello Stato Islamico, gesto che francamente non mi è piaciuto. Intendiamoci: l’ISIS è un realtà demoniaca e infernale, e nessuno sarà più felice di me il giorno in cui essa sarà finalmente debellata. Ma i roghi delle bandiere non mi sono mai piaciuti, in quanto appartengono integralmente, com’è noto, ai comportamenti più beceri e deprecabili delle forze fanatiche e oscurantiste, e non mi pare incoraggiante che chi dice di combattere il fanatismo scelga, per farlo, esattamente lo stesso linguaggio di quelli che indica come propri avversari. Mi sono detto, però, che la mia è forse una reazione eccessiva, dovuta al fatto che a essere bruciate sono sempre esclusivamente le bandiere dei miei amici, e ciò può avere fatto sorgere in me un istinto di difesa della bandiera in quanto tale, forse eccessivo e ingiustificato. Ognuno esprime il proprio sdegno come vuole, che c’è di male a bruciare una bandiera, se è quella di una realtà violenta e sanguinaria?
Alquanto confuso, e incapace di trovare una risposta convincente, sono quindi passato, con timidezza e circospezione, a leggere qualcosa sulla manifestazione. E, come prima cosa, mi è capitato di scorrere un’intervista, pubblicata su “Informazione corretta”, rilasciata ad Astrit Sukni da Chaimaa Fatihi, responsabile per le pubbliche relazioni di GMI (Giovani Musulmani d’Italia), che aveva preso la parola verso la fine della manifestazione.
Apprendo, dal pezzo di Sukni, che la Fatihi ”nel suo intervento ha fatto appello a tutti i musulmani di condannare senza se e senza ma i terroristi dell’ISIS, di condannare ogni forma di razzismo, di antisemitismo e di violenza religiosa”. (Lo vedi, mi sono detto, che il tuo pessimismo è eccessivo? Questa è davvero una persona per bene). La Fatihi, continua Sukni, “paragona ISIS al nazismo, a Hitler e a tutti i regimi sanguinari come quelli di Assad…” (bene, bene, chiedo scusa per essere stato così diffidente!) ”… Netanyahu, come i sionisti e come tutti coloro che usano il potere per ammazzare il popolo”.
Ah. Volevo ben dire.
Nell’intervista, Sukni chiede conto alla Fatihi delle sue parole: Perché tra i vari dittatori sanguinari ha nominato i sionisti e Netanyahu?
Risposta: “perché per noi chi uccide non può essere diverso dall’altro. Chi uccide rimane sempre un criminale…”.
Domanda: Quindi anche Hamas?
Risposta: “personalmente non ritengo che siano né criminali né nulla. Loro hanno protetto la loro terra…”. Domanda: Come l’hanno protetta? Usando i bambini delle scuole come scudi umani?
Risposta: “No, assolutamente, questo è quello che si vuol far credere ma in realtà non è così…”.
Domanda: L’UNRWA ha ammesso che i bambini sono stati usati come scudi umani.
Risposta: “Non è proprio così…”.
Domanda: Israele ha costruito degli ospedali da campo al confine con Gaza dove ha curato i palestinesi feriti e anche alcuni terroristi.
Risposta: “Io non credo che siano dei terroristi, credo che siano semplicemente dei resistenti…”. Domanda: Israele difende il suo popolo e non spara sui civili come fa Hamas.
Risposta: “Difende il popolo da cosa?…”. Ecc. ecc.
Questo è quanto. Sto cercando un buon dizionario della lingua italiana, che mi spieghi cosa vuol dire la parola “moderato”, perché in tutti quelli che ho a casa, in corrispondenza di tale termine, ci deve essere un singolare refuso.
Francesco Lucrezi, storico (24 settembre 2014)

Mi è capitato, anni fa, di parlarne con Valentina Colombo: docente di lingua e letteratura araba, le capita spesso di parlare con arabi musulmani di alto livello sia sociale che culturale. Persone apertissime: parità di diritti per le donne, rispetto per gli omosessuali, libertà di culto… Poi tocchi Israele e casca l’asino, dalla serena pacatezza di un attimo prima passano da un momento all’altro a reazioni addirittura isteriche. Sembrerebbe di poterne concludere che gli estremisti sono quelli che vogliono ammazzare tutti mentre i moderati si accontentano di ammazzare tutti gli israeliani. O al massimo tutti gli ebrei.
Poi in tema di pacifici e moderati (che “sono la maggioranza”, non permettiamoci mai di dimenticarlo), andate a leggere qui, e soprattutto godetevi lo spettacolare video, e poi bisognerebbe proprio leggere anche questo.

barbara

DI PAPI E DI LEGGENDE

Periscopio – “La leggenda bianca”

Confesso di provare un certo disagio tutte le volte che leggo dei ricorrenti incontri volti a riesaminare, col coinvolgimento congiunto di esponenti della Chiesa cattolica e del mondo ebraico, il ruolo svolto da Pio XII durante la guerra e, segnatamente, nei confronti della Shoah. Un disagio che deriva dalla netta sensazione di essere al cospetto di una sorta di ‘processo’ falsato e forzato, in cui tutti hanno già deciso quale deve essere l’esito finale (assoluzione piena, pienissima, anzi, pubblico encomio ed elogio per l’imputato, con nota di biasimo per tutti coloro che hanno assurdamente osato trascinarlo sul banco degli imputati), e i pochi giurati ancora tentennanti subiscono una fortissima pressione affinché sottoscrivano la dovuta sentenza (ma come fai ancora a dubitare? sei di un’ostinazione tremenda!). La celebrazione di questo processo, com’è noto, è funzionale al raggiungimento di un esito positivo del processo di canonizzazione in corso per papa Pacelli, per il quale pare che si ritenga necessario una sorta di ‘disco verde’ da parte del mondo ebraico, attestante che il Pontefice non ebbe – come molti sostengono, e come tanti elementi starebbero a dimostrare – un atteggiamento debole, se non connivente, nei riguardi del nazismo, e, segnatamente, nei confronti della Shoah. Ma questa delle responsabilità del Pontefice di fronte all’Olocausto non sarebbe altro, secondo un’espressione ormai molto in voga, entrata nella ‘vulgata’ comune, che una malevola “leggenda nera”, destinata inevitabilmente a essere sfatata e smentita. Riguardo a tale problematica, ho già, in più occasioni, esposto, per quel che vale, il mio pensiero, che si può sintetizzare in due punti essenziali: 1) la canonizzazione di Pacelli non è voluta con spirito anti-ebraico, anzi, il fatto che si desideri una sorta di beneplacito da parte degli ebrei può essere considerato una forma di rispetto, se non di amicizia; si tratta, comunque, di una faccenda esclusivamente interna alla Chiesa cattolica, su cui non è opportuno che si interferisca dall’esterno, e nessuno deve dare autorizzazioni di sorta; 2) se asserire che il papa sia stato un simpatizzante del nazismo può essere considerato una forzatura, molto di più lo sarebbe il presentarlo come un suo aperto oppositore e antagonista. Ci sono mille modi diversi di essere “a favore” e “contro”, e mille posizioni intermedie. Ed è francamente singolare come, per cercare nuovi elementi probatori a tale proposito, si cerchino affannosamente documenti segreti e riservati, che svelerebbero finalmente una presunta ‘verità’ nascosta, trascurando invece quelle che sono state le pubbliche parole e azioni del Pontefice: è tanto difficile ricordare, e paragonare, quello che Pacelli ha detto e fatto contro il comunismo, e ciò che ha detto e fatto contro il nazifascismo? Cosa ha detto il Pontefice sulla Shoah, nei ben tredici anni e mezzo intercorrenti tra la fine della guerra e la sua morte, avvenuta nel 1958? Ma ciò che soprattutto contesto, in questa sorta di riabilitazione coatta, è il volere fare violenza alla storia, applicando agli anni della guerra categorie e sentimenti che appartengono a epoche successive. Oggi, dopo il Concilio, sussiste, a vari livelli, un prevalente clima di amicizia e vicinanza spirituale tra ebraismo e cristianesimo, e di questo non ci si può non rallegrare. Ma si vuole forse dire che è stato sempre così? Si vuole dire che tutti i papi sono sempre stati amici degli ebrei? Cosa direbbero i riabilitatori di Pacelli se, per esempio, per assurdo, si dovesse riaprire il processo di canonizzazione di Sant’Ambrogio, che rimproverava aspramente l’imperatore per il suo voler punire i cristiani che bruciavano le sinagoghe? Anche lui, come Pio XII, è stato un amico degli ebrei? Ma si è deciso, comunque, che la “leggenda nera” deve essere debellata, a vantaggio non già della verità storica (della quale pare non importare niente a nessuno, e che comunque, come “atto certificato e notarile”, semplicemente non esiste, e per fortuna), bensì di una candida e benevola “leggenda bianca”. E non sarebbe certo la prima volta che succede. Su tutti i libri di storia, per esempio, si legge che Pio XI, predecessore di Pacelli, avrebbe firmato, nel 1937, una coraggiosa enciclica antinazista, “Mit brennender Sorge’, nella quale, fra l’altro, si sarebbe fatto paladino delle sorti del popolo ebraico minacciato. Lo dicono tutti, è scritto dovunque, quindi deve essere per forza vero, è certamente vero. Nessuno, ovviamente, perde tempo a leggere cosa in quell’enciclica fosse effettivamente scritto, a proposito del popolo ebraico: il quale non veniva mai neanche nominato, se non attraverso un riferimento, nel terzo capitolo, al “misfatto dei crocifissori di Cristo”, al quale questi avrebbe opposto “l’azione divina della sua morte redentrice”. Perché leggere? Perché sfatare un’altra bella “leggenda bianca”?
Francesco Lucrezi, storico (8 ottobre 2014)

Come del resto avevamo già documentato qui e qui.

barbara

BAMBINI

Il dio Moloch, com’è noto, era una divinità sanguinaria, adorata dai Cananei, che avrebbero usato sacrificare ad essa i propri figli, ardendoli nel fuoco. Il suo ricordo ricorre più volte nella Bibbia, ove, tra i comandamenti sinaitici, figura esplicitamente, nel Deuteronomio (18.10), quello di non fare passare i figli attraverso il fuoco, a imitazione della pratica in uso presso i precedenti abitanti del Paese. Ma la barbara usanza appare attribuita dalle fonti anche a svariate altre popolazioni antiche, come, per esempio, i Cartaginesi (anche se, in tal caso, si tratta, probabilmente, di un’invenzione della storiografia romana, atta a mettere in cattiva luce la potenza nemica).
Il dio Moloch ci è tornato alla mente nel guardare, in questi giorni, le immagini dei bambini di Gaza. Bambini riuniti in scuole, asili e palestre dai cui tetti i terroristi di Hamas lanciano, quotidianamente, i loro messaggini di saluto indirizzati alle scuole, gli asili e le palestre dei loro vicini israeliani. Bambini allevati, fin dalla più tenera età, in una cultura nichilista, secondo la quale il valore della vita umana è zero, chiuso esclusivamente nell’imperativo religioso di dare la morte, o riceverla. Bambini destinati al sacrificio, in modo da potere, col loro sangue, concimare l’infinita ripugnanza verso il mostruoso nemico annidato, spaventoso e invisibile, a pochi chilometri dalle loro case. Se colpiti, i loro piccoli corpi, avvolti in bandiere nazionali, saranno avidamente ripresi dalle telecamere, e le loro esequie avranno una straordinaria risonanza mediatica: l’intero mondo sarà testimone delle loro vite troncate, perché tutti possano partecipare al rito collettivo del loro sacrificio. E saranno privati perfino delle lacrime delle loro madri, a cui sarà ordinato di trasformare il dolore in rabbia, odio e invettiva (con la proibizione, ovviamente, di maledire i veri responsabili della loro fine). Se risparmiati dalla guerra, saranno in ogni caso destinati a un’esistenza miserabile, priva di colori, libri, giochi, e piena di missili, urla, sirene. Bambini che suscitano tutti – vivi e morti, quelli che vivranno e quelli che moriranno – infinita pena, infinita tristezza, infinita pietà.
“Il giorno in cui ameranno i loro bambini – disse Golda Meir, quarant’anni fa – più di quanto odiano noi, quel giorno avremo la pace”. Non sappiamo se, nel pronunciare queste parole, così tristi e così vere, la grande Golda sperava, in cuor suo, che tale giorno sarebbe mai arrivato, se non nel suo secolo, almeno in quello successivo. Oggi, purtroppo, i fatti ci dicono che l’odio verso Israele è cresciuto, e i loro bambini, anziché essere amati, vengono nuovamente consacrati al dio dei Cananei.
Francesco Lucrezi, storico, novembre 2012

E tre giorni fa il feroce Moloch è tornato a pretendere il suo tributo di sangue innocente: colpite da sassi lanciati da terroristi palestinesi sull’autostrada 5, nei pressi di Ariel, una donna e le sue tre figlie di 3, 4 e 5 anni sono rimaste ferite. La più piccola, Adele, lotta fra la vita e la morte
Adele 3-year old terror victim
(quei sassolini innocenti, you know, quella pacifica forma di resistenza non violenta, come qualcuno l’ha definita…). Colpito, nella stessa circostanza, anche un autobus
Bus damaged by stone throwing
Questa invece è l’auto che precedeva quella della donna con le tre figlie, che aveva una telecamera a bordo.

(Sì, lo so, queste notizie le avete già lette sulle prime pagine di tutti i giornali, le avete viste in apertura dei telegiornali e sentite trasmettere con grande rilievo in tutti i notiziari radiofonici, dato che l’intera informazione mondiale è in mano alla famigerata potentissima lobby ebraica. Ma io amo essere pleonastica e ridondante. Praticamente barocca. Per questo voglio riproporvi questa notizia che avete già sentito e risentito tutti fino alla nausea)

barbara

ANCORA UN PENSIERINO – L’ULTIMO – SUL TERRORISTA DEFUNTO

Funerali

Non tutti, si sa, vivono bene la vecchiaia. Chi, in particolare, ha avuto una giovinezza intensa e avventurosa, non si rassegna a passare le giornate ai giardinetti o a portare a spasso il cane, e si ostina a rivivere l’eroico passato, rendendosi, talvolta, un po’ tedioso e ripetitivo agli occhi di familiari e conoscenti (“mamma, ma il nonno quella storia me l’ha già raccontata tante volte, forse si è un po’ rimbambito?” “ma che dici tesoro, ti vuole tanto bene…”). Sono riflessioni che mi sono venute alla mente nel leggere la malinconica cronaca dei funerali del brigatista Prospero Gallinari, con la pittoresca partecipazione di alcuni suoi anziani compagni d’armi, ritratti tutti insieme, nonostante gli acciacchi dell’età, a cantare l’Internazionale col pugno chiuso. Qualcuno ha pensato di poggiare sul feretro un qualche simbolo del glorioso passato. Si è cercata, così, qualche pistola o qualche mitra, ma non se ne trovavano più. L’idea di un’arma giocattolo è stata scartata come poco dignitosa. Uno ha portato una bandiera con la stella a cinque punte, ma si è obiettato che appariva troppo commovente, a molti spuntavano le lacrime. Finché si è trovata, in un cassetto, una vecchia bandiera palestinese, un po’ lacera, e questo ha messo tutti d’accordo, cosicché il carceriere di Aldo Moro ha compiuto l’ultimo viaggio avvolto dai colori della Palestina. Poveri brigatisti. Dati i problemi dell’età, da molti anni non leggono più i giornali. Ai loro tempi, la bandiera palestinese era simbolo di fiero antagonismo, di lotta al sistema, e chi la sventolava incuteva terrore ai nemici borghesi. Nessuno ha spiegato loro che, in questi anni, quella bandiera è diventata una sorta di amuleto portafortuna, gioiosamente esibita a destra, al centro e a sinistra, da chierichetti e finanzieri, suore e boy-scout, maestre d’asilo e brigadieri. È stato l’esecutivo del compassato Senatore Monti, dalla linea non esattamente brigatista, a votare a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte delle Nazioni Unite. Poveri brigatisti. Un tempo facevano tremare, riempivano i telegiornali, provavano l’ebbrezza di sparare alla schiena a poliziotti e magistrati. E sono finiti compagni di lotta del governo dei Professori e dei banchieri.
Francesco Lucrezi, storico

Che Francesco Lucrezi è un grande, ho già avuto modo di dirlo e di dimostrarlo. Ma questa non è una buona ragione per rinunciare al piacere di assaporare la sua raffinatissima prosa e la sua geniale ironia.

barbara

ABU MAZEN, ALIAS

Il moderato

Secondo il Devoto-Oli, l’aggettivo ‘moderato’, riferito a una persona, indica un soggetto “che si controlla prudentemente riguardo al proprio comportamento o alle proprie posizioni”, “ispirato a criteri di saggezza e opportunità”. Con specifico riferimento alla politica, il termine va a qualificare chi appaia “contrassegnato da un atteggiamento di centro, programmaticamente alieno da ogni estremismo e spesso da ogni novità”.
La lingua, si sa, cambia, e sovente le parole vedono consistentemente trasformare il proprio significato. Ci è già capitato di formulare qualche osservazione, in passato, riguardo all’evoluzione (involuzione) semantica della parola ‘pacifista’, che, se un tempo richiamava profumo di fiori, immagini di sorrisi e suoni melodiosi, fa oggi venire alla mente mascelle serrate, bandiere bruciate e bottiglie molotov. E la stessa sorte, evidentemente, è toccata al termine ‘moderato’, se il principale personaggio pubblico a cui essa è sempre, sistematicamente, apoditticamente riferita è il Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen: il doppio nome dà un’aria di avventura, pensiamo a Superman-Clark Kent, Batman-Bruce Wayne, Tex Willer-Aquila della Notte ecc.).
Abu Mazen (alias Mahmoud Abbas) è moderato, lo è sempre stato, lo è sul piano antropologico, ontologico, chi lo smentisce dice un’assurdità, nega che la terra gira intorno al sole. Questo dicono tutti: giornali, politici, commentatori di ogni colore. Mahmoud alias Abu è il rappresentante moderato dei Palestinesi, contrapposto agli estremisti di Hamas, e chi lo contrasta o lo indebolisce lavora oggettivamente a favore della violenza e del terrorismo. Chi, invece, ami la pace e il dialogo, deve fare solo una cosa, ossia sostenere il moderato Abu alias Mahmoud, dargli sempre ragione, accontentarlo su ogni punto, applaudirlo, rafforzarlo, incoraggiarlo.
Inutile stare a ricordare che questo signore discusse la sua tesi di laurea, presso l’Università di Mosca, sul tema (moderato?) del ruolo svolto dalle organizzazioni sionistiche nella realizzazione della Shoah; che rifornisce di lauti vitalizi le famiglie degli autori dei più sanguinosi attacchi terroristici, responsabili anche di decine e decine di vittime; che promuove, nella sua terra, una propaganda antiebraica ispirata ai più puri e classici stereotipi antisemiti; che non pronuncia mai la parola Israele, in nessun contesto, neanche a proposito delle condizioni atmosferiche, senza accompagnarla dalle più virulente e velenose forme di criminalizzazione (genocidio, mostruosità, apartheid, razzismo ecc. ecc.: ma come si potrà fare mai la pace con dei mostri simili?).
Inutile ricordarlo, perché, dicendolo, non si verrebbe neanche contraddetti. Semplicemente, nessuno starebbe e sentire, nessuno ne avrebbe voglia. Se si nega la qualifica di ‘moderato’ a Mahmoud alias ecc., crollano tutte le categorie su cui si basa ogni possibile interpretazione del conflitto mediorientale, tutte le possibili e ipotetiche soluzioni, legate, ovviamente, alla vittoria dei moderati, e quindi di Abu alias, il moderato per antonomasia, la quintessenza stessa della moderazione, la tangibile incarnazione di tale concetto.
In una prossima edizione del Devoto-Oli, suggeriamo di levare la pur eccellente definizione della parola, sostituendola con la faccia di Alias: cosa, meglio di quel volto, sintetizza l’idea di un individuo “che si controlla prudentemente riguardo al proprio comportamento o alle proprie posizioni”, “ispirato a criteri di saggezza e opportunità”, “contrassegnato da un atteggiamento di centro, programmaticamente alieno da ogni estremismo”?
Possiamo sperare, forse, che il personaggio, in futuro, cambi un po’ atteggiamento? Molto difficile, per due ragioni. La prima è che, se il Nostro diventasse, un giorno, ‘veramente’ moderato (per intenderci, alla ‘Devoto-Oli’), perderebbe immediatamente il suo carisma e la sua popolarità, come Sansone perse la forza quando gli tagliarono i capelli. La seconda ci viene illustrata dallo stesso dizionario, secondo cui il ‘moderato’ è “programmaticamente alieno” non solo “da ogni estremismo”, ma anche “da ogni novità”.
Francesco Lucrezi, storico

Per un ulteriore approfondimento sul personaggio, invito a rileggere questi miei vecchi post:

1 http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2006/01/11/chi_e_abu_mazen_1.html
2 http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2006/01/13/chi_e_abu_mazen_2.html
3 http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2006/01/18/chi_e_abu_mazen_3.html
4 http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2006/01/22/chi_e_abu_mazen_4.html
5 http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2006/01/26/chi_e_abu_mazen_5.html
6 http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2006/01/27/chi_e_abu_mazen_6.html

barbara