UN PO’ DI ATTUALITÀ CON ANNOTAZIONI SPARSE

Avevo in mente di parlare di questo tema; poi ho trovato questo post che dice sostanzialmente quello che volevo dire io, e quindi vi propongo questo.

Nel frattempo

Ieri in Nuova Zelanda, su iniziativa del primo ministro (donna), molte donne si sono messe il velo in testa per solidarizzare con gli islamici dopo l’attentato alla moschea. Che tenere.
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[che poi quella con lo sciallone rosso in testa nella prima foto forse, più che mettersi qualcosa in testa, non farebbe male a mettersi qualcosa sotto il vestito. E magari anche davanti, volendo, ndb] [se poi si illudono che per questo i musulmani gli vorranno bene…]
Nel frattempo, in pochi giorni Nigeria sono stati ammazzati decine di cristiani [e oltre 300 nell’ultimo mese e mezzo, ndb], ma questo praticamente non lo sa nessuno.
Nel frattempo in Francia, in un mese, sono stati compiuti circa sessanta atti vandalici nei confronti di chiese cattoliche (incluso un incendio a St. Sulpice, la seconda chiesa più importante di Parigi), ma praticamente non lo sa nessuno. In Francia sono più di ottocento all’anno gli atti vandalici compiuti verso chiese e cimiteri.
Non ci risultano iniziative del tipo “per due ore tutti con il crocifisso in solidarietà ai cristiani”.
D’altronde in Francia vengono compiuti anche numerosi atti vandalici nei confronti di cimiteri ebraici.
Nel frattempo, “qualcuno” ha lanciato dei missili contro Israele, ma praticamente non lo sa nessuno.
Sempre più raramente, in particolare da quando c’è il muro a Gerusalemme, però ogni tanto capita qualche morto ebreo (a volte anche in altre parti del mondo); tuttavia non vediamo gente che per due ore indossa la Stella di Davide.
D’altronde negli ultimi giorni nella Striscia di Gaza sono state represse duramente proteste di piazza di palestinesi contro Hamas (per essere chiari: la repressione è stata portata avanti da Hamas). C’è stata persino una condanna dell’ONU e di Amnes(t)y International, ma se non conoscete a priori la notizia e non la andate a cercare, non la trovate.
Chissà come mai?

Parsifal (qui)

Già. Tutto un fiorire di je suis Charlie e je suis Paris, ma mai che si senta un je suis catholique o je suis juif. Quello non fa sentire più buoni e più a posto con la coscienza.

barbara

LA SCELTA DI UN EBREO

[…]
Poiché Didier e Mony non possono lasciare il Quai des Orfèvres col rischio di perdere una chiamata, verso le tredici mio genero porta loro dei panini. Pranzano dunque tutti e tre lì, con i negoziatori della BRI in un piccolo ufficio trasformato in sala d’ascolto. Improvvisamente il cellulare di Didier suona. La polizia inserisce la registrazione e il mio ex-marito risponde.
Dall’altra parte del filo un uomo canta.
Canta in una lingua straniera, per circa un minuto, o piuttosto scandisce senza pause delle parole che sembra conoscere a memoria.
Non parla, non chiede niente.
Solamente canta.
Canta in arabo.
– Avete sentito? chiede Didier una volta terminata la comunicazione.
– Che cosa diceva? chiede David.
Un poliziotto di origine magrebina risponde:
– È arabo. Ha letto un passo del Corano.
Didier, David e Mony sono sconvolti. Tutti, ovviamente, pensano alla foto di Ilan che abbiamo ricevuto. Ammanettato, legato, imbavagliato.
Pensano a questa immagine insopportabile, e nella loro mente si sovrappongono allora quelle dei nostri giornalisti presi in ostaggio all’altro capo del mondo da parte dei fondamentalisti islamici… Come non fare il collegamento? Il rapitore chiama dall’Africa, è possibile che Ilan sia tenuto in una casa di un sobborgo di Abidjan? È possibile che sia nelle mani di questi fanatici religiosi? Ma perché hanno scelto lui? A Parigi?
Finora hanno parlato solo di denaro, ora si mettono a sostenere una causa politica o religiosa?
Come promesso, il rapitore richiama. Questa volta, parla in francese.
Non canta più. Ritorna sulle istruzioni che aveva dato a Didier quella mattina, vale a dire un primo pagamento di 50.000 euro. Ora dice che non bastano e pretende di nuovo 450.000 euro.
Didier ripete ciò che gli sussurrano i negoziatori:
– Non dispongo di questa cifra.
– Non hai che da chiedere alla comunità ebraica, ribatte l’uomo prima di interrompere la comunicazione.
La comunità ebraica? Cos’ha a che fare la comunità ebraica con questa storia? E poi, come lo sa, il rapitore, che siamo ebrei? Noi non siamo ortodossi, niente nel nostro aspetto permette di dire di che religione siamo.
Ilan non porta né la kippà, né alcun altro segno esteriore di appartenenza religiosa. Quando lo hanno rapito, portava dei jeans scoloriti, un paio di scarpe da ginnastica e un giubbotto di pelle. Come qualsiasi ragazzo della sua età!
Il rapitore sa che Ilan è ebreo, perché ha intenzionalmente scelto un ebreo. Me ne convinco nel momento stesso in cui David e Mony mi riferiscono la loro giornata al Quai des Orfèvres. E ne sono convinta perché
l’altro ragazzo, che avrebbe potuto essere al posto di Ilan, Marc K., è ebreo anche lui. Non è un venditore di telefoni che voleva rapire, a che scopo? Voleva un ebreo. Tutti i giovani ebrei, che lavorino o no in negozi di telefonia, erano potenziali obiettivi. Altrimenti, perché il rapitore ci suggerirebbe ora di sollecitare la comunità ebraica?
Il comandante di polizia, a cui comunico le mie conclusioni, ritiene che mi sbagli. Il rapitore recita il Corano, nomina la comunità ebraica, Marc K., scampato per un pelo all’agguato, è ebreo anche lui, e il comandante mi dice che sono sulla strada sbagliata?! Perché si rifiuta di guardare in faccia la realtà? Perché si ostina a questo modo, sapendo che Ilan non è il primo ebreo ad avere incrociato la strada con delinquenti di questo stampo? Prima c’è stata la storia dei medici, poi Michaël D.
[…]
Trovano Michaël D. disteso sul pavimento, il viso coperto di sangue, caviglie e mani legate da manette.
Il 6 gennaio Michaël D. presenta la denuncia. L’inchiesta in flagranza di reato è chiusa il 20 gennaio – il giorno in cui viene rapito Ilan – e inviata il 25 alla procura del TGI di Créteil. Il 28 il giudice istruttore di questo tribunale invia una rogatoria al SDPJ 94, poi, il 7 febbraio, passa la competenza del caso al giudice istruttore di Parigi incaricato del sequestro di Ilan. Il quale, a sua volta, invia una rogatoria alla polizia criminale in modo da poter indagare parallelamente sull’aggressione a Michaël D., nell’ipotesi che i suoi aggressori siano gli stessi di mio figlio.
La polizia dunque ha fatto presto a collegare modi operativi così simili: la presenza di un’esca, i negoziati con caselle di posta elettronica appositamente create a questo scopo e la vicinanza geografica delle aggressioni – Arcueil e Bagneux per Michaël D., Sceaux per Ilan. Ma sembra che sia sfuggito agli investigatori il più importante dei punti in comune di questi diversi casi: non si sono accorti che tutte le vittime erano ebree. I medici ricattati, Marc K., Michaël e Jimmy D., Ilan. No, non se ne sono resi conto, supporre una cosa simile era troppo insopportabile. Come supporre  che in Francia, nel 2006, un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?
Il martedì 17 gennaio il presunto capo della banda ha dunque portato la sua esca sul Boulevard Voltaire, e le ha indicato i negozi di telefoni come negozi appartenenti ad ebrei. «Lo sapeva, ha detto la ragazza, perché aveva verificato che di sabato, giorno di shabbat, molti negozi di Sentier e Boulevard Voltaire erano chiusi.» E voleva rapire un ebreo, perché, secondo lui, «gli ebrei sono ricchi, appartengono ad una comunità molto unita, disposta a pagare». Semplici pregiudizi, hanno detto alcuni. Come hanno potuto sottovalutare la gravità di questo discorso? Mio figlio ne è morto, di questi pregiudizi, come milioni di ebrei prima di lui. Chiunque sia dotato di memoria sa che questo fantasma è il fondamento stesso dell’antisemitismo.
Il mito dell’ebreo e del denaro è stato il tema centrale della propaganda nazista, il leitmotiv della stampa e della radio fasciste, il delirio dei collaborazionisti che senza vergogna mandavano a morte i loro connazionali. Ma qualcuno oggi ci dice che quelli che gridavano «l’ebreo pagherà, lui può pagare» non hanno niente a che fare con i delinquenti di Bagneux.
[…]
Quanto odio sarà occorso a questi giovani per sequestrare Ilan per tre settimane, affamarlo, torturarlo, picchiarlo, bruciarlo, e infine abbandonarlo in un bosco come un cane… Un odio senza limiti. Un odio assoluto per gli ebrei, che il presunto capo della banda diceva essere «i re». «Per lui, ricorda l’esca, gli ebrei divoravano i soldi dello stato, e lui, siccome era nero, era considerato dallo stato come uno schiavo.»
Questo fantasma, che ho sentito in bocca a un comico, ha dunque fatto strada… ha contagiato le menti di questi giovani, fino al punto di farne dei barbari. Ci sono parole che uccidono. E pure delle immagini. Quelle di questi islamici che riversano il loro odio antisemita sui canali satellitari, come non comprendere che abbiano influenzato il rapitore di Ilan? Come non capire che questo uomo, che ha cantato al telefono un passo del Corano e che ha poi chiesto di sollecitare la comunità ebraica, è dominato dallo stesso odio antiebraico di questi folli di Dio?
Coloro che ancora ne dubitassero, avrebbero dovuto vederlo, il 17 ottobre 2007, davanti alla XVI sezione penale del tribunale di Parigi. Comparendo per «oltraggio a magistrati» dopo aver inviato una lettera di insulti alla giudice, accompagnata da una foto di un kamikaze palestinese che si era fatto esplodere in una discoteca di Tel Aviv, Youssouf Fofana, con in testa un fez bianco, si è alzato in piedi e ha gridato: «A nome dei musulmani e degli africani vittime dei terroristi sionisti, i barbuti in kippà, Inshallah, ci sarà un commando che mi verrà a liberare.»
Ha buscato un anno di prigione, che ha salutato al grido di «Allah Akhbar».

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 44-50

All’alba del 13 febbraio di tredici anni fa giungeva a termine il martirio di Ilan Halimi, selezionato in quanto ebreo, rapito, deportato in un gelido scantinato, affamato, torturato e infine bruciato. Nella “Francia dei Lumi”. Nella Francia delle ghigliottine e delle tricoteuses. Nella Francia di Vichy e del Vel’d’hiv’. Nella Francia, oggi, degli assalti alle sinagoghe, ai cimiteri, ai singoli ebrei. Degli ebrei sempre più in fuga. E con Ilan, ancora non hanno finito.

barbara

LA NUOVA GIUSTIZIA AVANZA

Normandia: giudicato per lo stupro di una liceale, viene assolto

22 novembre 2018

Un giovane processato dalla Corte d’Assise della Manica è stato assolto per lo stupro di una liceale e condannato per l’aggressione sessuale di un’altra minorenne. Il verdetto è stato emesso mercoledì 21 novembre 2018.

Il verdetto è stato pronunciato mercoledì 21 novembre 2018 nel processo in tribunale di un giovane di 21 anni accusato di stupro e violenza sessuale di due ragazze liceali a Saint-Lô (Manica) alla fine del 2015.  L’accusa aveva richiesto sei anni di reclusione.
L’accusato è stato assolto dallo stupro ma condannato per l’aggressione sessuale della prima vittima a due anni di carcere con sospensione condizionale legata a una messa in prova. Sarà inserito nel registro dei responsabili di reati sessuali. È dunque uscito libero dal tribunale di Coutances.

Niente “codici culturali”

Il difensore ha sostenuto le difficoltà di interpretazione che, secondo lei [sì, l’avvocato è una donna, esattamente come quella che ha esibito in aula le mutande della vittima
tanga tribunale
(d’altra parte c’è da credere che le mutande altrui siano le uniche che ha l’occasione di poter esibire, dovendosi fortemente dubitare che qualcuno abbia mai manifestato il desiderio vedere più in là del già troppo che tocca contemplare)]
sono il filo conduttore di questi casi. Difficoltà di interpretazione da parte del suo cliente che “non aveva i codici culturali” per rendersi conto di aver imposto una relazione per paura o sorpresa. Difficoltà di interpretazione da parte della vittima che potrebbe aver interpretato un’occhiata come una minaccia e quindi una costrizione [questa non l’ho mica capita: come è stato riconosciuto dallo stesso tribunale che lo ha assolto, lui non le ha dato un’occhiata da lei erroneamente interpretata come una minaccia: lui l’ha STUPRATA!]Difficoltà di interpretazione degli investigatori che non sapevano come misurare lo sgomento della vittima [? Cioè se io sono stata stuprata ma non appaio sufficientemente sgomenta non c’è motivo di condannare lo stupratore?].
Dopo la dichiarazione del verdetto, il presidente ha avuto cura di chiarire che “la decisione della corte non è una messa in discussione della sincerità” della denunciante. La corte ha valutato che l’imputato non aveva coscienza di imporre un rapporto sessuale. (qui, traduzione mia)

Si noti che in nessun punto dell’articolo c’è il minimo cenno all’identità dello stupratore, del quale solo con ulteriori ricerche si apprende che è un immigrato del Bangladesh, e si apprende, inoltre, che la ragazza stuprata ha tentato il suicidio. Noi, d’altra parte, l’anno scorso abbiamo avuto la geniale magistrata Carmen di Genio

che oltre a coltivare la bizzarra convinzione che per strada in casa in auto su un prato in discoteca nel fienile eccetera eccetera la legge italiana consente di stuprare a volontà (libero stupro in libero stato, madre, libero stupro in libero stato) e solo in spiaggia no, ignora anche che non esistono stati in cui lo stupro non sia reato. In vari stati, soprattutto islamici, non è considerato reato il rapporto sessuale imposto alla moglie, ma quello imposto a qualunque altra donna non solo è reato ma non di rado, e soprattutto proprio nei Paesi africani, comporta addirittura la pena di morte. E non ci fermiamo qui: abbiamo anche spacciatori colti in flagrante e assolti perché poverini lo spaccio è la loro unica fonte di sostentamento e varie altre analoghe sciocchezzuole. E niente, dobbiamo rassegnarci all’evidenza che esistono cittadini – e magari neanche cittadini – di serie A e cittadini di serie B. E non ho bisogno di esplicitare le identificazioni dei due gruppi, vero? Vabbè, mi fermo per non farmi venire un attacco di fegato; voi invece non fermatevi e andate a leggere anche qui.

barbara

QUANDO L’ISLAM SI INSTALLA IN CASA NOSTRA

succede esattamente questo (non ricordo se ho già postato questo video – probabilmente sì – ma meglio una volta in più che una in meno)

E guardate ora queste belle foto:
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Qui siamo a Berlino, al mercatino di Natale, con qualche piccolo accorgimento per ridurre il rischio di graziose attenzioni da parte dei seguaci della religione di pace. Dite che sembrano blindature da tempo di guerra? No, non lo sembrano: lo sono. Perché quando ci viene dichiarata guerra, SIAMO in guerra, ci piaccia o no. E fare finta che non sia vero non aiuta a uscirne.

barbara

PRIMA IL SABATO, POI LA DOMENICA

Così si trovò scritto sui muri della basilica della Natività a Betlemme quando, il 10 maggio 2002, fu finalmente possibile liberarla dai terroristi palestinesi che vi avevano fatto irruzione – evento regolarmente citato come “l’assedio della Natività” trasferendo il crimine, come d’abitudine, dai terroristi palestinesi all’esercito israeliano. Prima il sabato poi la domenica, ossia prima provvediamo a far fuori gli ebrei, poi toccherà ai cristiani. E infatti dopo avere svuotato l’intero nord Africa e Medio Oriente degli ebrei che vi risiedevano da millenni, sono passati a svuotarli dei cristiani che vi risiedevano da molti secoli prima che le loro terre venissero invase, conquistate e devastate dalle orde islamiche. Quei pochi, eroici, che resistono, stanno camminando su un filo a venti metri da terra, e la rete non c’è. E il mondo? Tace. Ha taciuto mentre milioni di ebrei venivano portati via dalle nostre città e dalle nostre vie, ha continuato a tacere per tutti questi decenni di carneficina israeliana da parte dei palestinesi (“mai più”, eh?) seguita a tacere mentre, massacro dopo massacro, la presenza cristiana sta scomparendo. E non importa quanto sia grave, sanguinaria, efferata la strage di turno, la consegna è sempre la stessa: ignorare, tacere (anche in Alto Loco: sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire”). Propongo, come ulteriore riflessione, questo ottimo articolo.

Massacro di cristiani in Egitto: dopo quelli del sabato, quelli della domenica

Nazismo ed estremismo islamico vanno da sempre a braccetto, sin dai tempi di Hitler e del gran Mufti di Gerusalemme. Ma la “quasi indifferenza” mostrata in questi giorni dopo due terribili massacri dimostra che il mondo non ha ancora capito la pericolosità di questa strana alleanza

Franco Londei

novembre 3, 2018

Un pazzo nazista e suprematista bianco entra in una sinagoga di Pittsburgh e uccide 11 persone, ebrei, quelli del sabato. Meno di una settimana dopo tocca a un pulman che trasportava pellegrini cristiani copti il quale viene assaltato da un commando di estremisti islamici in Egitto. Sette morti, cristiani, quelli della domenica.
Apparentemente i due episodi sono scollegati. Da un lato c’è un nazista bianco che spara e uccide al grido di “morte agli ebrei”, dall’altro ci sono terroristi islamici, presumibilmente legati all’ISIS che al grido di “Allah è grande” sparano su dei poveri pellegrini cristiani.
In realtà i due episodi sono meno scollegati di quanto si pensi, se non altro a livello ideologico. Nazismo ed estremismo islamico sono sempre andati a braccetto, sin dai tempi dell’amicizia tra Adolf Hitler e il gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini.
Se l’obiettivo comune primario di nazismo ed estremismo islamico è sicuramente l’ebraismo, anche il cristianesimo non è poi tanto da meno. Lo stesso Hitler, che rimane il faro nei moderni nazisti, rifiutava i principi del cristianesimo e secondo i Diari di Joseph Goebbels era estremamente cristianofobo, un fatto questo confermato anche nelle Memorie del Terzo Reich scritte da Albert Speer e nelle trascrizioni delle conversazioni private di Hitler registrate da Martin Bormann in conversazioni a tavola di Hitler.
Nazismo ed estremismo islamico sono quindi storicamente complementari. Quello che è strano è la “normalità” con la quale questo assunto viene trattato dalla stampa e dai media occidentali, come se massacrare ebrei in una sinagoga o uccidere pellegrini cristiani sia un fatto non dico normale ma accettabile, come se fosse nell’ordine delle cose.
La cosa è diventata così normale che persino il Papa, a poche ore dal massacro di Pittsburgh non ha sentito il dovere di parlarne o quantomeno di citarlo, mentre ormai uccidere o perseguitare i cristiani copti in Egitto è diventato quasi la norma. Per non parlare poi della stampa. Poche righe su Pittsburgh, qualche trafiletto sul massacro di cristiani di ieri (non so se ne parleranno più nel dettaglio stamattina, ma ho poca fede. Spero di essere smentito). E’ come se tutto questo fosse una cosa normale.
Mi chiedo allora cosa sarebbe successo a parti invertite, se cioè un ebreo avesse sparato su un raduno di nazisti o se un cristiano avesse sparato su dei musulmani uccidendone alcuni. Beh, vi posso garantire che sarebbe successo il finimondo. Titoloni sui giornali, servizi televisivi e breaking news a non finire. Se ne parlerebbe per settimane e non per poche ore com’è successo la scorsa settimana per il massacro di Pittsburgh e come succederà per il massacro di cristiani copti avvenuto ieri in Egitto. Perché? Perché ammazzare ebrei e cristiani è normale, ma provate a toccare un musulmano per ragioni religiose. Basta guardare a cosa sta succedendo in Pakistan con Asia Bibi, che poi non aveva ammazzato nessuno ma secondo l’accusa aveva offeso Maometto e per questo doveva morire.
C’è qualcosa che non funziona in questo mondo se si considera “quasi normale” il massacro di ebrei da parte di un nazista e il massacro di cristiani da parte di estremisti islamici. C’è qualcosa di distorto in questa società se sfugge il nesso tra nazismo ed estremismo islamico.
Prima quelli del sabato e poi quelli della domenica, è così che alcuni nazi-islamici vedono il futuro. E non fanno nemmeno niente per nasconderlo, tanto nessuno avrà il coraggio di contrastarli o quantomeno di denunciarli. Chi ci ha provato non ha fatto una gran bella fine. (qui)

Credo che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e prendere atto che, se lasciamo andare avanti le cose ancora per poco – ma veramente poco, e in alcune parti, per esempio in Francia, forse il tempo è già scaduto – abbiamo di fronte due sole possibilità: guerra civile o totale sottomissione. A noi la scelta.

barbara

FRANCIA: IL TRIONFO DEL MULTICULTURALISMO

E’ la vita degli ebrei di Francia

Interi quartieri che si svuotano, proiettili a casa, omicidi e l’abbandono dell’intellighenzia.

di Giulio Meotti

ROMA – “Gli ebrei si sentono minacciati nelle loro case”, aveva detto appena il mese scorso Francis Kalifat, che guida le comunità ebraiche francesi. Due giorni fa, il portone di una casa nel Diciottesimo arrondissement di Parigi è stata imbrattata con la frase: “Qui vive la feccia ebraica”. Racconta un corposo dossier del mensile Causeur che “un nuovo antisemitismo imperversa nei sobborghi francesi e spinge molti ebrei a partire”. In un anno, ci sono stati due omicidi islamisti dentro alle case degli ebrei (Sarah Halimi e Mireille Knoll, che si aggiungono ad altre dieci uccisioni).
A fine agosto, un’ala del Parlamento francese è stata evacuata a causa di una lettera di minacce di morte contro un parlamentare di origine ebraica, insieme a diversi grammi di polvere bianca. Il “maiale sionista” è Meyer Habib, che da questa estate è protetto da quattro agenti della gendarmeria. “Hanno minacciato di decapitarmi”, ha rivelato Habib.
Il magazine Causeur di Élisabeth Lévy racconta l’islamizzazione dei quartieri ebraici. “In dieci anni, la comunità si è dimezzata, da 800 famiglie a 400, gli ebrei fuggono dall’islamizzazione”, testimonia David Rouah, presidente della comunità di Vitry-sur-Seine. “Quando usciamo dalla sinagoga, ci sputano, ci tirano lattine, uova, pomodori. Moto e auto ci suonano il clacson, gridando ‘Allahu Akbar’. Quando c’è un evento politico in Israele, i musulmani attaccano gli ebrei. Gli ebrei vogliono trasferirsi. Rimangono i poveri, chi non può permettersi di mettere i figli nelle scuole private o trasferirsi. Ebrei e poveri. Doppia punizione”.
A Villepinte ci sono 60-70 famiglie ebree delle 150 di dieci anni fa, ha spiegato Charly Hannoun, presidente della comunità: “La maggior parte è andata in Israele. Chi rimane si sta facendo la domanda: restare o andarsene?”
Tanti ebrei sono scappati nel 17esimo arrondissement di Parigi. Di 173 mila abitanti, 42 mila oggi sono ebrei. “E’ un esodo interno e quasi tutti i sabati si ricevono nuove famiglie”. Jean-Pierre S., direttore di una società di costruzioni, ha ricevuto una lettera con un proiettile accompagnato da “Allahu Akbar, siete tutti morti”. E’ solo una parte del numero del dossier di Causeur. “Sono estremamente preoccupato, tanto per gli ebrei francesi quanto per il futuro della Francia”, ha detto Alain Finkielkraut in un’intervista di poche settimane fa con il Times of Israel. “E’ il peggiore antisemitismo che abbia mai visto in vita mia e peggiorerà”. Finkielkraut ha raccontato che non si sente più sicuro a vivere nel quartiere dove è cresciuto con i genitori tra Place de la République e la stazione della Gare du Nord. “Quello che mi preoccupa molto è l’abbandono degli ebrei da parte di una parte importante dell’intellighenzia”, ha spiegato Finkielkraut. “Hanno scelto il loro campo, che è quello dei palestinesi contro gli israeliani, e in Francia, i musulmani contro gli ebrei. Questa è una delle cose più difficili con cui vivere oggi”.
Il New York Times ha appena raccontato che a Aulnay-sous-Bois da 600 famiglie ebraiche si è scesi a 100; a Le Blanc Mesnil da 300 a 100; a Clichy-sous-Bois da 400 a 80; a La Courneuve da 300 a 80. Ouriel Elbilia, rabbino, ha detto che il fratello a Clichy ormai non officia più i servizi in sinagoga: ché non c’è più nessuno. “Negli ultimi venti anni, intere comunità si sono trasferite”, ha detto Ariel Goldmann, che guida una agenzia di servizi sociali ebraici. “Questi posti si stanno svuotando”.
Per un quadro più generale, oggi a Montecitorio il Centro Machiavelli presenta il dossier realizzato da Fiamma Nirenstein sull’antisemitismo nell’Europa contemporanea. Si parla di “israelofobia” e di una nuova “malattia cognitiva della società”. C’è quel dato, terribile: E’ fuggito dall’Europa un ebreo su quattro”. I minatori erano soliti portarsi dietro dei canarini per avvertire la presenza di gas. Se cadevano a terra significava che l’aria era ammorbata. Gli ebrei sono i canarini delle società europee.

(Il Foglio, 26 settembre 2018)

Gli atti di intimidazioni, minacce, aggressioni verbali e fisiche contro gli ebrei, attacchi vandalici su sinagoghe e cimiteri durano da decenni, con una interessante particolarità: quando la matrice era presumibilmente neonazista, l’intera Francia si levava indignata; ora che sono indiscutibilmente di matrice islamica, non fiata più nessuno (ma il cattivo pericolosissimo fascista razzista eccetera eccetera e naturalmente antisemita è Orban. Con Salvini a fargli da valletto).
Coexistence
barbara

GLI EBREI CHE UNA VOLTA ERANO FRANCESI

Io non voglio viverci in una Europa in cui gli ebrei si nascondono e scappano. In Francia è in corso una pulizia etnica islamista e a fari spenti ai danni degli ebrei. Se ne è accorto anche il New York Times che gli dedica un intero dossier. Ad Aulnay-sous-Bois, sono rimaste 100 famiglie ebraiche delle 600 che c’erano nel 2000; a Le Blanc-Mesnil, siamo scesi a 100 da 300 famiglie; a Clichy-sous-Bois, sono rimaste 80 famiglie da 400 che erano; a La Courneuve, da 300 a 80. Ouriel Elbilia, rabbino, dice che il fratello a Clichy ormai non officia più i servizi religiosi in sinagoga, visto che non c’è più nessuno. 50.000 ebrei francesi sono partiti per Israele dal 2000 a oggi. “Negli ultimi 20 anni, intere comunità si sono trasferite “, ha detto Ariel Goldmann, che guida la principale agenzia di servizi sociali ebraici in Francia. “Questi posti si stanno svuotando”. Dove sono gli antirazzisti di professione? Dove sono gli europeisti? O forse l’antirazzismo in Europa vale per tutti tranne che per gli ebrei, la minoranza più antica e importante del nostro povero continente alla deriva?

Giulio Meotti

Prima costringono gli ebrei a rifugiarsi in Israele, poi si incazzano se Israele si definisce stato ebraico.

barbara

DAI CHE OGGI C’È DA FESTEGGIARE

Il Qatar è stato sconfitto! Non ci sarà un qatariota come direttore generale dell’UNESCO, bensì lei,
Audreu Azoulau
Audrey Azoulay: donna, giovane, bella, affascinante, elegante e, tenetevi forte, ebrea. Ha vinto, al ballottaggio, per due voti dell’ultim’ora: quello dell’Egitto che, uscita di scena la propria candidata, ha dirottato il voto su di lei e, a quanto pare, il nostro, grazie al cambiamento di rotta finalmente messo in atto. E visto che è francese, festeggiamo così.

barbara