CHI HA IL CORAGGIO DI DIRE CHE IL M5S È UN PERICOLO PER L’ITALIA?

Ritengo sia il caso di dedicare un paio di post al movimento 5 stelle. Me ne ero già occupata una decina di giorni fa, ma nella speranza di aprire gli occhi a qualcuno ed evitare di spingere l’Italia nel baratro, a costo di essere noiosa ritorno sul tema, oggi con due articoli che ho trovato interessanti e utili, e che forse non tutti hanno avuto l’occasione di leggere.

La nostra classe dirigente non può più permettersi di essere neutrale.

Appello

A poche settimane dalle elezioni presidenziali francesi, dunque circa un anno fa, la stragrande maggioranza degli imprenditori, della classe dirigente, degli intellettuali, degli editorialisti e dei direttori dei giornali della Francia scelse di utilizzare ogni mezzo a disposizione per spiegare che cosa avrebbe rischiato il proprio paese sottovalutando la minaccia di un partito antisistema come il Front national. A poche settimane dalle elezioni politiche tedesche, circa sei mesi fa, la stragrande maggioranza degli imprenditori, della classe dirigente, degli intellettuali, degli editorialisti e dei direttori dei giornali tedeschi scelse di utilizzare ogni mezzo a disposizione per spiegare che cosa avrebbe rischiato il proprio paese sottovalutando la minaccia di un partito antisistema come Alternative für Deutschland. A poche settimane dalle elezioni politiche italiane, la stragrande maggioranza degli imprenditori, della classe dirigente, degli intellettuali, degli editorialisti e dei direttori dei giornali ha scelto invece di non utilizzare alcun mezzo per spiegare che cosa rischierebbe il nostro paese a sottovalutare la minaccia di un partito antisistema come il Movimento 5 stelle. Mancano 24 giorni alle elezioni, ma allo stato attuale possiamo dire che la maggioranza dell’establishment italiano sembra avere fatto una precisa scelta: considerare il partito di Luigi Di Maio un partito come tutti gli altri, e i leader politici tutti indistintamente dei populisti. Tutti uguali, tutti pericolosi, tutti cialtroni, tutti impresentabili, tutti invotabili. C’è solo un piccolo problema: non è così. Non è così perché in questa campagna elettorale c’è un partito che rappresenta un pericolo per la nostra economia, per la nostra democrazia, per la nostra Costituzione, per il nostro stato di diritto, persino per la nostra salute. Un partito che sogna di disincentivare il lavoro attraverso il reddito di cittadinanza. Un partito che sogna di smantellare il nostro welfare attraverso l’abolizione di leggi che hanno salvato l’Italia. Un partito che sogna di abolire la democrazia rappresentativa trasformando i parlamentari in sudditi di una srl privata. Un partito che sogna di calpestare la Costituzione promettendo leggi, come quella sulla prescrizione, fatte per non assicurare la ragionevole durata di un processo. Un partito che sogna di abolire in Parlamento il voto segreto facendo propria una legge che un altro partito italiano, avete capito quale, portò già in Parlamento il 19 gennaio 1939. Un partito che prova ogni giorno a sopprimere il dissenso attraverso lo strumento della gogna. Un partito che traccia i voti dei suoi iscritti creando sistemi di votazione che rendono “possibile controllare e ricostruire le preferenze espresse dai votanti a causa della mancanza di anonimato”. Un partito che da una parte dice ‘non vi preoccupate, non siamo antieuropeisti’, mentre dall’altra continua a tenere in vita, con tanto di tesoretto economico, un “Comitato Promotore per l’Indizione del Referendum sull’euro”. Un partito che in un momento in cui l’export italiano corre come un treno sogna di seguire il modello dei dazi alla Trump perché anche nel nostro paese, sostiene Manlio Di Stefano, responsabile esteri del M5s, “ci vorrebbe un po’ di sano protezionismo”. Un partito che gioca con la salute dei nostri figli lasciando intendere che sui vaccini è bene che ognuno faccia come crede, senza ricordarsi che fare come si crede significa mettere in pericolo i più deboli, cioè chi i vaccini non li può fare. Chiaro? Chiaro. A poche settimane dalla campagna elettorale, a parte qualche eroico caso isolato – Angelo Panebianco ed Eugenio Scalfari, che rappresentando però più le proprie idee che quelle dei giornali su cui scrivono – nessun pezzo da novanta della classe dirigente italiana è ancora sceso in campo per dire in modo esplicito che il Movimento 5 stelle è un pericolo per l’economia, per la democrazia, oltre che ovviamente per la grammatica. Non sappiamo se da qui alle elezioni qualcuno lo farà. Ma da queste colonne ci permettiamo di ricordare una cosa semplice: mai come oggi essere neutrali significa avere già deciso da che parte stare.
Claudio Cerasa, Il Foglio, 08/02/2018

Vista amara. Elogia la poligamia, considera Israele uno stato terrorista, mette «la mano sul fuoco cento volte sull’innocenza di Tariq Ramadan», vuole costruire una moschea vista mare. Si chiama Davide Piccardo (Imperia, 1982), è un esponente di primo piano della comunità islamica. Figlio di Hamza Roberto Piccardo (Imperia, 1952), fondatore dell’Ucoii, l’unione delle comunità islamiche, ma ora in posizione marginale, che alle spalle ha già tre matrimoni (la terza moglie è stata ripudiata con un sms). A «La Zanzara», Davide ha dichiarato: «Le donne hanno rapporti più stabili, è raro che abbiano amanti a lungo o doppie vite». Intanto Ramadan, il discusso professore di Oxford, che grazie a grandi affabulazioni maschera con successo la sua appartenenza all’islam dei Fratelli musulmani, è stato arrestato a Parigi con l’accusa di stupro. Davide Piccardo lo difende a spada tratta dal suo blog sull’Huffington Post Italia. Vorrebbe anche aprire nella sua Imperia «una moschea vista mare, magari al parco Urbano che potrebbe riqualificare la zona». Da ultimo, ha dichiarato che voterà M5S, come molti islamici italiani. «Vaste programme», come diceva il generale De Gaulle a chi gridava «Mort aux cons!»: poligamia, annientamento di Israele, difesa di Ramadan, moschea vista mare. E poi il grillismo. Come ultimo approdo moderato.
Aldo Grasso, Corriere della Sera, 4 febbraio 2018

Ecco. dovesse passare da queste parti qualche indeciso, mediti intanto sulle questioni affrontate in questi due articoli. Domani arriverà dell’altro.

barbara

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È TORNATA WAFA SULTAN

Ve l’avevo fatta conoscere otto anni fa, questa coraggiosa donna siriana, e vi avevo fatto vedere questo video

Ora, in occasione della guerra a Gaza, è tornata con questo articolo.

(…) Dato che non mi interessa soddisfare qualcuno, difendere qualcun altro o evitare l’ira di qualcun altro ancora, posso dire che Hamas è una secrezione islamica terrorista il cui comportamento irresponsabile verso la sua popolazione la mette nell’impossibilità di governare. Ma questa non è una novità, dal momento che in tutta la storia dell’Islam non è mai accaduto che una banda di criminali islamisti abbia rispettato i suoi cittadini.
(…) Io non pretendo di difendere Israele perché gli ebrei non hanno chiesto il mio parere sulla loro terra promessa. Se mi chiedono il mio parere, io consiglio loro di bruciare i loro libri sacri e lasciare la zona e salvarsi la pelle. Perché i musulmani sono una nazione rigida priva di cervello. Ed è un male contagioso. Tutti coloro che li frequentano perdono il cervello…
Prima della creazione dello Stato di Israele, la storia non ha mai menzionato una guerra che coinvolgesse gli ebrei, né che un Ebreo abbia comandato un esercito o condotto una conquista. Ma i musulmani sono guerrieri, conquistatori e la loro storia non manca di esempi e storie di conquista, morte, omicidi, razzie… Per i musulmani, uccidere è un divertimento. E se non trovano un nemico da uccidere, si uccidono tra di loro.
È impossibile per una nazione che educa i propri figli alla morte e al martirio per piacere al suo creatore, insegnare al tempo stesso amore per la vita. La vita ha valore per una società che insegna ai suoi figli che devono uccidere o essere uccisi per andare in Paradiso?
(…) Dall’inizio dell’operazione israeliana contro Gaza, sono bombardata di email da lettori musulmani che mi chiedono il mio parere su ciò che sta accadendo a Gaza. Non mi interessa quello che sta succedendo, ma mi interessano le motivazioni di coloro che mi scrivono. Sono convinta che il motivo non è la condanna dell’orrore, o la condanna della morte che imperversa a Gaza. Perché se la motivazione fosse davvero la condanna della morte, questi stessi lettori si sarebbero mobilitati in altre occasioni in cui la vita era minacciata.
Coloro che condannano il massacro a Gaza, per la difesa della vita come valore, dovrebbero chiedermi il mio parere ogni volta che questo valore della vita è stato minacciato.
Oltre 200.000 musulmani algerini sono stati massacrati da altri musulmani negli ultimi quindici anni, e nessun musulmano ne è stato turbato.
Delle donne algerine violentate dagli islamisti hanno testimoniato e raccontato che i loro stupratori pregavano Allah e imploravano il suo Profeta prima di violentare le loro vittime.
Ma nessuno ha chiesto il mio parere.
Più di 20.000 cittadini siriani musulmani sono stati massacrati dalle autorità (Hama nel 1983), senza che alcun musulmano reagisse e senza che nessuno chiedesse il mio parere su questi massacri di Stato.
Dei musulmani si sono fatti esplodere in alberghi giordani uccidendo musulmani innocenti che celebravano matrimoni, simboli del valore della vita, senza che si organizzassero proteste in tutto il mondo, e senza che mi si chiedesse il mio parere.
In Egitto, degli islamisti hanno recentemente attaccato un villaggio copto e massacrato 21 contadini, senza che un solo musulmano denunciasse questo crimine.
Saddam Hussein ha sepolto vivi più di 300.000 sciiti e curdi, e molti di più ne ha assassinati senza che un solo musulmano abbia osato reagire e denunciare questi crimini.
Al culmine dei bombardamenti di Gaza, una donna musulmana, fedele e pia, si è fatta esplodere in una moschea sciita in Iraq, uccidendo una trentina di innocenti, senza che i media o i musulmani se ne curassero. Qualche mese fa anche Hamas ha ucciso undici persone di una stessa famiglia palestinese, accusate di appartenere al Fatah, senza che si organizzassero manifestazioni in Europa o nel mondo arabo, e senza che alcun lettore mi scrivesse e mi mandasse le sue proteste.
Così, la vita non ha alcun valore per il musulmano, altrimenti avrebbe denunciato tutti i crimini contro la vita, qualunque sia la vittima. I palestinesi e i loro sostenitori denunciano i massacri di Gaza, non per amore della vita, ma per denunciare l’identità degli uccisori.
Se l’assassino fosse musulmano, appartenente a Hamas o Fatah, non ci sarebbe alcuna manifestazione.
(…) La CNN ha trasmesso un documentario su Gaza che mostra una donna palestinese che si lamenta e grida: ma che cosa hanno fatto i nostri figli per essere uccisi così? Ma chi lo sa. Forse è la stessa palestinese che ha gioito due anni fa, quando uno dei suoi figli si era fatto esplodere in un ristorante di Tel Aviv e ha detto che desiderava che gli altri suoi figli seguissero la stesso esempio e diventassero martiri.
Ma quando l’ideologia e l’indottrinamento sono di tale bassezza, è normale che per questa palestinese la vita perda ogni valore. Altrimenti piangerebbe i suoi figli allo stesso modo, che restino uccisi in un attentato suicida a Tel Aviv, o sotto le bombe israeliane. Perché la morte è la stessa in ogni circostanza, e rimane detestabile, mentre la vita è degna di essere vissuta e pianta.
In questo caso, come posso provare solidarietà per una donna che getta ululati di gioia quando uno dei suoi figli si fa esplodere contro gli ebrei, e piange quando gli ebrei uccidono gli altri suoi figli? Ma l’ideologia insegna ai musulmani che uccidere o essere uccisi permette ai fedeli di guadagnare il paradiso. In tal caso, perché piangere gli abitanti di Gaza quando non hanno mosso un dito per gli iracheni, algerini, egiziani o siriani, anch’essi musulmani?
(…) Per questo motivo sono sicura che coloro che mi scrivono e chiedono il mio parere su ciò che sta accadendo a Gaza cercano di farmi dire ciò che essi possono utilizzare per incriminarmi e condannarmi, o per farmi dire ciò che non possono esprimere.
(…) Borhane, un ragazzo palestinese di 14 anni, una decina d’anni fa ha perso le braccia, le gambe e la vista per l’esplosione di una mina in Cisgiordania. La comunità palestinese negli Stati Uniti si è mobilitata per aiutarlo e finanziare il suo ricovero in ospedale nella speranza di salvare quello che si poteva. Ad una cena di beneficenza organizzata in suo favore in California, la più ricca palestinese degli Stati Uniti si è presentata in pelliccia, e ha chiamato Borhane eroe. Si è rivolta a questo pezzo di carne immobile e inerte: Borhane, tu sei il nostro eroe. Il paese ha bisogno di te. Devi tornare al paese per impedire ai sionisti di confiscarlo… Ma l’ipocrisia della più ricca palestinese degli Stati Uniti le impedisce di mandare i propri figli a difendere la Palestina contro i sionisti. Esattamente come i leader di Hamas che chiedono sacrifici a Gaza, ma restano al sicuro a Damasco e Beirut.
(…) La guerra contro Gaza è certamente un orrore. Ma ha il merito di svelare un’ipocrisia senza precedenti nella storia recente. Un’ipocrisia che contraddistingue i Fratelli musulmani siriani che annunciano l’abbandono delle loro attività di opposizione per serrare i ranghi contro i sionisti.
Ma i Fratelli musulmani hanno il diritto di dimenticare i crimini del regime commessi contro di loro a Hama, Homs e Aleppo? Prima di riconciliarsi con il regime per combattere contro i sionisti, i Fratelli Musulmani hanno denunciato i crimini commessi dai loro alleati e partner (nella Fratellanza) in Algeria e in Iraq? Hanno denunciato la morte di centinaia di migliaia di sciiti in Iraq sul ponte degli ulema a Baghdad, polverizzato da uno dei vostri secondo gli insegnamenti della vostra religione di pace e di misericordia? Avete una sola volta denunciato gli abusi contro i cristiani in Iraq? O contro i copti in Egitto?
La vostra ipocrisia ci impedisce di credere ai vostri sentimenti verso i bambini a Gaza, perché voi avete fatto di peggio.
(…) Proviamo a immaginare che cosa avrebbe fatto Hamas a Fatah e agli altri, se possedesse la tecnologia e le armi di Israele? Proviamo a immaginare che cosa avrebbe fatto l’Iran ai sunniti della regione, se avesse le armi moderne che ha Israele? Probabilmente sarebbe un massacro garantito.
(…) Di recente ho incontrato un religioso induista a margine di una conferenza sulla guerra contro il terrorismo. Mi ha detto «tutte le guerre si sono combattute tra il bene e il male. Eccetto la prossima: questa sarà combattuta tra il male e il male.» Non avendo capito che cosa intendesse, ho chiesto una spiegazione. Egli ha detto: «Io sono contrario alla presenza americana in Iraq e in Afghanistan. Se gli Stati Uniti vogliono vincere la guerra contro gli islamisti, dovrebbero ritirarsi e lasciare che i due poli del male si uccidano tra di loro. Sunniti e sciiti, nutriti di odio si combatteranno e si neutralizzeranno a vicenda».
Tirando la conclusione di queste parole piene di saggezza, possiamo dire che Israele sta ora contribuendo involontariamente al successo dell’Islam. Attaccando Gaza, Israele spinge i musulmani a unirsi e a superare le loro differenze. E Settembre Nero in Giordania è ancora nella mente di tutti.
(…). Gli abusi di cui sono capaci gli arabi e i musulmani superano ogni immaginazione. Un carro armato giordano aveva schiacciato un palestinese, poi il carrista è sceso dal suo blindato e ha ficcato un giornale in bocca alla vittima… Nessun soldato israeliano si è mai comportato in questo modo a Gaza.
Inoltre, durante il massacro di Hama in Siria, i militanti dei Fratelli Musulmani immergevano le mani nel sangue delle vittime per scrivere sui muri: Allah Akbar, gloria all’Islam. Non ho mai sentito che un ebreo abbia scritto con il sangue di un altro ebreo slogan in lode dell’ebraismo. Lo dico con il cuore pesante: per salvare l’umanità dal terrorismo bisogna che il mondo libero si ritiri e lasci che i musulmani si uccidano tra di loro.
(…) Mi ricordo quando studiavo all’università di Aleppo, e l’ex ministro della Difesa siriano Mustafa Tlass* è venuto a farci visita. In un impeto di ipocrisia, Tlass ci ha detto che «Israele teme la morte, e la perdita di uno dei suoi soldati e lo spaventa e lo fa soffrire. Ma noi, noi abbiamo molti uomini ed i nostri uomini non temono la morte.» Qui sta la differenza tra le due visioni della vita e tra le due parti, e la testimonianza di Tlass sembra aver ispirato i leader di Hamas oggi.
Così, lo sterminio di tutti i bambini di Gaza è irrilevante per gli islamisti e per i leader di Hamas, poiché la vita non ha alcun valore per loro. Essi si rallegrano semplicemente per la morte di alcuni soldati israeliani. Per gli islamisti, lo scopo della vita è quello di uccidere o essere uccisi per guadagnare il paradiso. E dunque la vita non ha alcun valore.
(…) Se il Profeta Maometto avesse saputo che gli ebrei un giorno avrebbero volato a bordo degli F-16, non avrebbe ordinato ai suoi seguaci di uccidere gli ebrei fino all’ultimo giorno. Ma i suoi seguaci devono modificare l’ideologia per amore delle generazioni future, e per salvare la loro discendenza e preparare una vita migliore, lontano dalla idealizzazione della morte.
I musulmani devono cominciare a cambiare per cercare di cambiare la vita. Devono rifiutare la cultura della morte insegnata e diffusa dai loro libri. E solo quando ci arriveranno non avranno più nemici. Perché chi impara ad amare suo figlio più di quanto odi il suo nemico apprezzerà meglio la vita. Inoltre la terra non vale mai la vita delle persone, e gli arabi sono il popolo che meno ha bisogno di terra. Ma, paradossalmente, è il popolo che odia di più vita.
Quando sarà che gli arabi capiranno questa equazione e cominceranno ad amare la vita?

Wafa Sultan (qui, traduzione mia)

* Mustafa Tlass è quel signore che nel 2001 ha dichiarato: “Ammazzare gli ebrei è un imperativo spirituale per gli arabi. Noi viviamo un periodo di martirio. Quando io vedo un ebreo di fronte a me, lo ammazzo. Se ogni arabo facesse questo, vedremmo la fine degli ebrei.” Si raccomanda di ricordare che loro ce l’hanno con Israele, non con gli ebrei, dobbiamo smetterla di bollare come antisemita ogni singola critica a Israele! ndb.

E a questa lucida analisi, a questa spietata denuncia dell’ipocrisia che accompagna TUTTE, senza eccezione, le prese di posizione filo palestinesi, non c’è davvero altro da aggiungere.

barbara

IL TRADITORE

All’inizio, dico la verità, avevo pensato di mollarlo, perché davvero, non è che sia tanto facile reggere tutta quella melensa retorica a base di “demolizioni di case a Gaza. Famiglie che diventavano profughi per la terza o la quarta volta” e “coloni che sparano sui bambini eccetera. Case bombardate con carri armati e aerei” e “bambini morti sotto le macerie. Immagini di bambini ancora vivi con sassi in mano, in lotta per la Palestina con pezzi di Palestina. […] E ogni giorno foto di funerali” (compresi quelli in cui il “cadavere” cade dalla barella e poi si rialza e ci risale sopra. O, stufo di fare il morto, si tira su a sedere proprio nel momento in cui il fotografo scatta, ndb)
miracolo Qana
e una perla come “Nell’aprile 2000 però Hezbollah cacciò dal Libano gli occupanti israeliani. Era la prima vittoria araba a memoria d’uomo” (anche se in effetti lo sapevamo da prima che quelli l’avrebbero inteso così, ndb), e l’immancabile feticcio di “Muhammad ad-Durra, il bambino ferito e poi ucciso mentre il padre urlava alle truppe israeliane di cessare il fuoco. Rannicchiati sotto un inutile muro. Il padre umiliato che subiva l’umiliazione della suprema umiliazione. Quando alla fine il bambino morì, venti minuti dopo, il padre abbandonò la testa nel sangue, il proprio e quello rappreso del figlio, gli occhi spenti, ciechi alla sofferenza o al terrore o a qualsiasi altra cosa non essendo riuscito a salvare suo figlio. Ucciso dal fuoco incrociato, dicevano i notiziari inglesi”. (Ora, a parte che è di pochissimi mesi dopo l’episodio un’inchiesta della televisione tedesca che ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che quella posizione poteva essere raggiunta unicamente dai proiettili palestinesi e non da quelli israeliani. A parte che quando è uscito il libro c’erano già sufficienti prove del fatto che il bambino non è affatto morto. A parte che immediatamente dopo l’episodio il povero padre umiliato era già in giro per mezzo mondo a “testimoniare” sul povero piccolo martire e a raccattare su montagne di soldi. A parte la spassosa annotazione del sangue del bambino che appena uscito sarebbe già rappreso – ma come resistere alla suggestione di un’immagine così potentemente poetica come quella del sangue rappreso? [coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso, ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso].  A parte tutto questo, dicevo, il fatto è che per quanto attentamente si guardino quelle immagini, non vi si trova una goccia di sangue neanche a pagarla oro! ndb)
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E naturalmente non possono mancare quei cani figli di cani e puttane figlie di ruffiani e puttane che sono gli ebrei. E poi centinaia di migliaia di milioni di miliardi di canne e montagne di coca e pasticche di ogni sorta e mastodontici sballi che percorrono tutto il libro…
E poi invece no: è un libro bello. Sul serio. Bello e ricco e denso e intenso. È un momento di vita di un uomo – parziale alter ego dell’autore – alla ricerca di una propria identità: un anglo-siriano cresciuto da un padre ateo nel più assoluto disprezzo per le religioni in generale e per l’islam in particolare, stravolto e in parte travolto dalle vicende dell’11 settembre e dintorni. E c’è dentro davvero di tutto: Saddam Hussein e Assad padre e figlio, il carcere e le torture, il massacro di Hama e la gassazione dei curdi, Fratelli Musulmani ed ebrei in fuga dai pogrom, e complotti e narrative e gli attentati del Dolphinarium e di Sbarro e l’incontenibile tripudio per quei due aerei che entrano nelle torri e le fanno crollare e poesia e pittura e preghiere e menzogne e l’onnipresente ossessione palestinofila e israelofoba (ma anche giudeofoba) – e d’altra parte dove lo trovi un giornale o un canale televisivo che non ne sia impregnato – ma anche gli antisemiti degli anni Venti che strepitavano “L’Inghilterra agli inglesi! Ebrei fuori dai piedi! Tornatevene in Palestina!” (eh sì: non è chiaro se l’autore condivida le sparate sopra riportate o se le abbia messe per inquadrare il clima, ma evidentemente non ignora che c’è stato un tempo in cui il mondo intero riconosceva quella terra come la terra degli ebrei). E l’improvviso – o forse non era stato poi così improvviso? – esplodere e dilagare dell’integralismo islamico, barbe e hijab come rivendicazione di un’identità, e chi vi fa resistenza e chi segue la corrente e chi addirittura vi si butta. E pagine deliziose come questa

Nelle sue origini non c’era niente di cui andasse fiero, non almeno prima degli anni da studente, quando riconfigurò l’arabismo di Mustafa come proprio. Vista dal cortile di scuola tutte le origini tranne la sua avevano qualche prerogativa. Una certa credibilità. Gli inglesi bianchi per la forza dei numeri, e perché era lo standard normale. I neri erano ancora più forti. C’erano persino i convertiti: molti bianchi adottavano la parlata, i gusti e le acconciature dei neri, nei limiti del possibile, almeno quando erano a scuola. C’era una reciproca fascinazione fra i bianchi e i neri, che si studiavano e si imitavano a vicenda, si picchiavano e si scopavano, mentre i musulmani si aggiravano in punta di piedi nei tristi spazi attorno ai letti e alle piste da ballo dove andava in scena la rappresentazione. I musulmani erano un intralcio. Rovinavano la bianchezza della città, e anche la sua nerezza.
l neri che sovvertivano e arricchivano l’Inghilterra con il reggae e l’hip hop, il carnevale, il fumo degli spinelli. In cortile faceva scalpore.
I sikh. I sikh avevano il bhangra e, in tempi più recenti, le bande. Nessuno si faceva più problemi ad andare a letto con i sikh.
Gli irlandesi. Erano spiritosi, duri e incazzati. Vivevano nei pub in Kilburn Road. Erano tatuati e avevano, come si diceva, la parlantina sciolta.
Gli ebrei non erano poi così invidiabili. Nessuno dei suoi compagni sfoggiava un inglese con coloriture yiddish per farsi bello in cortile. E anche l’acconciatura con i due dreadlock non andava più di moda. Nella scuola di Sami non c’erano ebrei, almeno non che lui sapesse. Vivevano più a nord. Ma l’idea degli ebrei era attraente. Avevano inventato praticamente da soli tutto ciò che faceva dell’Occidente l’Occidente piuttosto che il Medio Oriente. Modernismo, psicologia. Marxismo, bombe atomiche. Erano i depositari della cultura non meno degli inglesi. Non erano né integrati né outsider. A meno che non lo ostentassero, era difficile distinguerli dai nativi. Sami aveva sentito dire che era quello a renderli pericolosi. Di sicuro li rendeva acuti. Conoscevano Londra, e l’Europa, dall’interno, e le guardavano con occhi europei da conquistatori. Ma erano sempre sul chi vive. Non sonnecchiavano mai. Non diventavano mai grassi e aristocratici.
I musulmani invece. In Gran Bretagna musulmano significava pakistano, che significava fabbriche fatiscenti e negozietti all’angolo. Che significava eskimo, pessimo accento e ristoranti etnici. Miserabili città su al Nord dove il giorno spuntava solo per modo di dire. Avevano un ruolo proletario nell’economia e un conservatorismo borghese. Né sexy né forti. Vestiti malamente e con un’istruzione penosa. Ragnatele islamiche sulle ciglia e muffa sulla lingua.
«Così lei è di famiglia musulmana?»
«Magari originariamente. Molto tempo fa. Ora non più.»
Sami non era pakistano. Ma come lui ce n’erano così pochi che non li si poteva certo definire una comunità. Almeno prima che arrivassero gli iracheni. Gli arabi visibili erano gli arabi del Golfo, turisti e principini, obesi, ricchi, stupidi.
«Così lei è arabo?»
«Più o meno. Ma non come gli arabi che si vedono alla tv».

E c’è la saggezza, impersonata dalla moglie (figura straordinaria!)

I figli maschi ereditano in misura doppia rispetto alle femmine perché devono provvedere ai loro familiari, mentre il denaro della donna rimane in suo possesso. L’islam funziona quando gli uomini si comportano in modo nobile. Diversamente invece la normativa appare discutibile. Una volta dato fondo ai soldi del padre morto, Sami viveva alle spalle della moglie. E dello stato.
(E poi anche: «C’erano delle persone, su quegli aerei»)

E una perla preziosa arriva anche dall’anarchico pazzoide complottardo

«Un’ultima cosa» disse. «Una lezione dai campi di concentramento. A sopravvivere non sono necessariamente i più forti, ma coloro che vedono uno scopo nelle proprie sofferenze»

E dunque, in conclusione, sono contenta di averlo letto. E secondo me lo dovreste fare anche voi. (Chi è il traditore? No, non ve lo dico. Che poi comunque è una pessima invenzione dell’edizione italiana: il titolo originale era The Road from Damascus, che è una strada lunga, in effetti, e spesso dolorosa, e percorrerla tutta non è per niente facile. Per niente)

Robin Yassin-Kassab, Il traditore, Il Saggiatore
iltraditore
barbara

QUESTA SÌ CHE È COERENZA!

Da un servizio sull’Egitto pubblicato a fine agosto sull’Espresso.

Il volto di questa mini rivoluzione è Dina Zacaria, una specie di Daniela Santanchè egiziana in versione giovane e velata, presenza costante sui grandi network televisivi e difensore a spada tratta di ogni decisione presa dal suo partito. «Non ci sono differenze tra uomini e donne per i Fratelli [musulmani, ndb]» tuona al telefono, dopo avere spiegato che con l’aria che tira incontrarsi di persona non è saggio e che il marito non le darebbe mai il permesso di uscire.

Come direbbe l’amico GFS, “e no digo altro”.

barbara

CORREVA L’ANNO 1953

Cioè tanto tanto tanto tempo fa, quando io da poco avevo cominciato a reggermi in piedi e molti di voi che mi state leggendo eravate di là da venire. Tempi antichi, dunque, con mode antiche e consuetudini antiche e costumi antichi. Diciamo pure arretrati.
A quei tempi lontani si riferisce un video degli anni Sessanta che ci giunge ora, in cui possiamo ammirare un Gamal Abdel Nasser che ammicca e gigioneggia di fronte a un pubblico divertito mentre racconta un suo incontro con i Fratelli Musulmani avvenuto, appunto, nel fatidico anno 1953.
Un’avvertenza: nei sottotitoli in francese c’è un’inesattezza, o meglio, un adattamento a uso di chi, non conoscendo la storia antica dell’Islam, avrebbe difficoltà a cogliere le sfumature. Per chi non conosce l’arabo e se la cava male con il francese, comunque, metto più sotto la traduzione in italiano pubblicata qui.

Nasser: “Nel 1953 noi volevamo veramente, onestamente, collaborare con i fratelli musulmani, al fine di farli avanzare sulla strada giusta. Ho incontrato il consigliere generale dei fratelli musulmani. Ha presentato le sue richieste.
Che cosa ha chiesto?
‘Prima di tutto – mi ha detto – bisogna che tu imponga il velo in Egitto. E che ordini a tutte le donne che escono in strada di velarsi.’
[RISATE]
“A ogni donna in strada –“
[grido dalla platea “CHE SE LO METTA LUI!” seguito da RISATE del pubblico e di Nasser]
“E io, ‘Sarebbe un ritorno all’epoca di Al Hakim Bi Amri Allah, che proibiva alle donne di uscire di giorno, e allora esse uscivano di notte.’
[RISATE]
“Io ho detto, ‘A mio avviso, ognuno è libero di fare le sue scelte.’ E lui mi ha risposto: ‘No! Sta a te decidere, in quanto governatore responsabile ‘
Io gli ho risposto, “Signore, voi avete una figlia che frequenta la facoltà di medicina, e non porta il velo.
[RISATE e APPLAUSI]
Perché non la obbligate a portare il velo? Se voi—
[APPLAUSI , grande sorriso di Nasser, che assapora il boato di approvazione finale] “Se voi non riuscite a far portare il velo a una sola figlia, che per di più è la vostra, come potete pensare che riesca io a far indossare il velo a 10 milioni di donne egiziane?”

Poi magari fate un salto da lui, che al video aggiunge un interessante documento.
E per concludere, una bella carrellata di immagini dell’università del Cairo, in cui possiamo ammirare le magnifiche sorti e progressive della società islamica.
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2009

barbara

Piccola nota a margine: e mentre i buoni cristiani pregano e digiunano, i buoni musulmani massacrano i cristiani. Un po’ meno digiuni e un po’ più azione no, eh?