SVELATO ALFIN L’ARCANO

Quando in casa la temperatura scende sotto i 23-24 gradi, anche se sono coperta di lana dalla testa ai piedi sono costretta ad accendere il riscaldamento, perché tremo dal freddo, sento il gelo nelle ossa, sto malissimo. In questi giorni che la temperatura è pesantemente calata (a proposito: quelli che a ogni quarto di grado al di sopra della media stagionale strillano come oche spennate all’emergenza climatica, evocando ghiacciai sciolti, mari innalzati di metri, città costiere interamente sommerse, terreni riarsi e chi più ne ha più ne metta, oltre naturalmente all’imminente fine del mondo, quando le temperature scendono sensibilmente al di sotto della media stagionale, come nel giugno dell’anno scorso che giravamo con la giacca, come mai non strillano all’imminente glaciazione e morte per congelamento dell’intera umanità? Sono come l’onorata società della Commissione Segre che strilla al crimine di odio solo se l’odio viene da destra? Anche se lì bisogna riconoscere che hanno la giustificazione che se strillassero a ogni crimine di odio della sinistra non gli resterebbe neanche il tempo per pisciare. Ma non divaghiamo), in questi giorni di temperature abbassate, dicevo, dormo con due coperte di lana e una camicia da notte felpata grossa un dito. Ora finalmente so perché. Quando sono andata dal dentista la segretaria mi ha preso la temperatura – cosa che nessuno di noi fa quando non è ammalato – con quella specie di pistola puntata sulla fronte, e sapete quanto avevo? 34.2. C’è un errore, ha detto, e ha riprovato: sempre 34.2. Vabbè, speriamo almeno…

E poi
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barbara

AGONIA DI UN’ESTATE CHE NON C’È STATA

Prima brutto tempo e vento feroce, spesso di bora o tramontana, gelido, insopportabile, e non sono riuscita ad andare in spiaggia prima di metà luglio. Poi mi sono obbligata ad andarci, perché le mie ossa hanno un bisogno assoluto di sole, ma col vento che soffiava sempre era una vera sofferenza, e comunque, andandoci tutte le volte che la situazione era sopportabile, le volte che sono riuscita ad andarci le conto sulle dita. Ad un certo punto sembrava che fosse arrivato il caldo vero, quello che mi scalda le ossa e mi scioglie le giunture; è durato due giorni, e poi fine: in pratica si è affacciato alla porta, mi ha fatto ciao ciao, e se n’è andato. Poi sono arrivate le burrasche di agosto, con bufere di vento e pioggia, temperature calate di una buona decina di gradi, la mia pelle gelida, e l’estate è finita, e ora mi aspetta un altro intero anno di sofferenza, con ossa e giunture e artrosi e reumatismi e tutto il resto privi del sollievo del sole e del caldo. Insomma, tutto quello che ricorderò di questa estate saranno in pratica, oltre al vento, le nuvole.
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PS: il primo freddofilo che dopo essere stato benissimo almeno quattro mesi e bene altri sei mi viene a dire beata te, si aspetti una scarica di randellate sulle gengive.

barbara

IL FREDDO, PER ESEMPIO

“Avevo sentito raccontare di quanto freddo faceva ad Auschwitz. Avevo sentito di come le condizioni di lavoro affrontato con i sistemi messi in atto dai nazisti avevano come unico risultato la morte per gli ebrei. Mentre visitavo Auschwitz, ho deciso di togliere 3 strati di indumenti solo per sentire il freddo. Dopo 3 minuti avevo difficoltà a respirare, figuriamoci camminare o concentrarmi su qualcosa, così come i miei occhi stavano combattendo per riuscire a restare aperti. Non posso assolutamente dire di avere sperimentato qualcosa che si avvicini all’Olocausto, e tuttavia ci ho messo 3 minuti a crollare. Si possono solo immaginare gli orrori che le persone in questo e in altri campi hanno vissuto giorno dopo giorno giorno, soprattutto se erano fuori al freddo a lavorare in tali condizioni brutali. Non dimenticherò mai questo momento. Riposino in pace tutti coloro che perirono qui ad Auschwitz”. (Qui, traduzione mia)
Ori Herschmann

Ecco, il freddo. Questa era una. Poi c’era tutto il resto. A me è venuto da pensarci nel penultimo trasloco: andavo a scuola e trasportavo cose da una casa all’altra, trasportavo cose da una casa all’altra e andavo a scuola. Lavoravo ininterrottamente dalle sei di mattina alle due di notte. Dopo un mese sono crollata. Mangiando qualche panino di corsa in piedi, ma comunque a sufficienza. Dormendo in un letto. Coperta a dovere. Senza prendere botte. Senza il terrore di essere uccisa. Facendo ogni sera un bagno caldo. Un mese e sono crollata. Ad Auschwitz non avrei retto una settimana.
Vero comunque che avevo quarantasei anni, e ad Auschwitz probabilmente non avrei neppure passato la selezione all’arrivo.

barbara

 

FELICITÀ È…

Alzarsi tardi e scoprire che hanno finalmente acceso il riscaldamento. Realizzare che non dovrai più girare per casa con quattro maglie addosso. Che non dovrai più spendere un capitale per tenere costantemente accesa la stufetta elettrica che poi quando esci dalla stanza riscaldata cominci a battere i denti. Che uscire da sotto le coperte d’ora in poi non sarà più un dramma. Che la scelta di fare una doccia non dipenderà più dalla disponibilità preliminare di una mezz’ora in cui riscaldare il bagno con la stufetta elettrica (di cui nel frattempo dovrai fare a meno da un’altra parte). Ecco, oggi è una giornata felice.

barbara

I RACCONTI DELLA KOLYMA

Questo invece non è un romanzo: è una raccolta di ricordi personali di chi nell’inferno della Kolyma ci è stato per diciassette anni: lavorare a quaranta, a quarantacinque, a cinquanta gradi sottozero – perché la Kolyma è oltre il circolo polare artico, dove è normale vedere, in pieno luglio, paesaggi così:
Kolyma 5.7
–  vedere i propri compagni morire, uno dopo l’altro, di fame, di freddo, di malattia, o assassinati per capriccio; con due consapevolezze: che il prossimo potresti essere tu, e che la tua condanna, senza formalità e senza spiegazioni, può essere aumentata, raddoppiata, prorogata all’infinito fino alla pura e semplice cancellazione della scadenza – cosa che, senza il provvidenziale aiuto di una persona che aveva un favore da ricambiargli, sarebbe accaduta anche a Šalamov.
Credo che la cosa migliore, per dare un’idea, sia riportare alcuni passi della postfazione.

Varlam Tichonovic Šalamov nacque nel 1907 a Vologda. A Mosca, dal 1924, lavorò per due anni come conciatore; si iscrisse poi alla facoltà di Diritto Sovietico ma continuò a coltivare il suo vivo, precoce interesse per la letteratura. Il 19 febbraio 1929 fu arrestato per aver diffuso la «Lettera al Congresso» di Lenin e condannato a tre anni di reclusione in un campo di concentramento degli Urali Settentrionali. Nel 1932 tornò a Mosca. Sei anni più tardi comparve sulla rivista «Oktjabr’» il suo primo racconto. La notte tra il 1936 e il 1937 fu nuovamente arrestato – «per attività controrivoluzionaria trockista» – e condannato a cinque anni di lavori forzati nelle miniere della Kolyma, la vasta e impervia regione che il fiume omonimo attraversa prima di sfociare nel Mare Siberiano Orientale. Nel 1942 la condanna gli venne prolungata «fino alla fine della guerra»; l’anno seguente, questa volta per aver sostenuto che Bunin era un classico russo, venne condannato ad altri dieci anni nell’«inferno» (così nel racconto «Il treno») della Kolyma. Ma la Kolyma – ha scritto Michail Geller nella prefazione alla prima edizione unitaria e pressoché integrale dei Kolymskie rasskazy apparsa in Occidente (1978, «Overseas Publications Interchange») – «non era un inferno. Era un’industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri. Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era assolutamente gratuita. Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto. Una vanga costava di più». «L’esperienza di Šalamov nei lager» ha testimoniato Solženicyn «è stata più amara e più lunga della mia, e con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e disperazione verso cui ci spingeva tutta l’esistenza quotidiana nei lager». Non a caso, leggendo Una giornata di Ivan Denisovíc’, Šalamov scrisse a Solženicyn: «E come mai lì da voi va in giro un gatto nell’ospedale? Come mai non l’hanno ancora ammazzato e mangiato?». Per un reduce della Kolyma anche un gatto vivo era assurdo, impensabile. E a Pasternak, dopo averlo brevemente messo a parte di alcuni episodi della vita quotidiana alla Kolyma, Šalamov scrisse: «L’essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l’ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all’idea di “salvare la vita” grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto. Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacché è impossibile credere all’esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d’un sol colpo.  Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi ma vorrei che aveste un’idea più o meno corretta di questo fenomeno capitale e singolare che ha fatto la gloria di quasi vent’anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti “audaci realizzazioni”. Giacche non v’è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un’ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano…». Fu un medico detenuto, A.M. Pantjuchov, che salvò la vita a Šalamov: nel 1946, rischiando la propria carriera, lo destinò ai corsi di addestramento per infermieri che si tenevano nell’Ospedale centrale, sulla «riva sinistra» del Kolyma. Liberato dal lager nel 1951, lo scrittore poté tornare a Mosca solo nel dicembre 1953 e per due giorni soltanto (come ex detenuto gli era vietato di risiedere nelle città con più di mille abitanti). Nella capitale rivide la moglie e la figlia, da cui era però destinato ad essere diviso per sempre; incontrò Boris Pasternak, con cui era entrato in corrispondenza nel marzo 1952. Stabilitosi nella regione di Kalinin, iniziò a scrivere I racconti della Kolyma. Nel luglio 1956, riabilitato, poté far ritorno nella capitale. Dal 1961 al 1967 videro la luce tre sue raccolte di poesie, ma i racconti sulla Kolyma gli venivano puntualmente restituiti dalle redazioni di riviste e case editrici. Altrettanto dolore provocò in lui il destino dei suoi racconti all’estero, dove per lunghi anni vennero pubblicati in modo sparso e frammentario, secondo approssimativi criteri filologici, come ai tempi del samizdat avveniva di frequente per gli scritti che riuscivano a filtrare dalle ferree maglie della cortina di ferro. L’interesse che l’Occidente manifestò subito per la sconvolgente testimonianza artistica di Šalamov impensierì le autorità sovietiche, che nel 1972 costrinsero lo scrittore in disgrazia a sconfessare i Racconti della Kolyma con un documento in cui tra l’altro affermava che «la loro problematica era stata superata dalla vita», dal XX Congresso del Pcus. Gravemente provato nel fisico dagli anni di lager e nello spirito dagli anni di «libertà», Šalamov non smise di scrivere. […] Nel 1973 terminò il lavoro sulla vasta e agghiacciante epopea della Kolyma, […] I racconti della Kolyma, titolo divenuto canonico per l’intero corpus dei racconti. […] Varlam Šalamov morì il 17 gennaio 1982 nella casa di riposo in cui il Litfond lo aveva fatto ricoverare nel 1979. Nel suo paese una scelta dei Kolymskie rasskazy comparve per la prima volta nel 1988, sulle pagine della rivista «Novyj Mir». Il testo integrale russo ha visto la luce a Mosca nel 1992, per le edizioni Russkaja Kniga, in due volumi. La traduzione italiana si basa su quest’ultima pubblicazione e presenta un’ampia scelta dai quattro «libri» che costituiscono il nucleo fondamentale dei Racconti della Kolyma.

I Racconti della Kolyma sono davvero agghiaccianti: per la durezza delle condizioni di vita, per l’efferatezza dei carnefici, per la disumanizzazione del sistema, e davvero non hanno niente da “invidiare” ai più noti campi di concentramento e di sterminio nazisti. E tuttavia questo libro, giustamente da più d’uno definito capolavoro, è talmente bello che si può e si deve leggere.

Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi
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