PAROLE RUBATE

Le prime le rubo a Marco Travaglio, indiscutibilmente grandissimo figlio di puttana ma altrettanto indiscutibilmente, quando ci si mette (e soprattutto quando si diverte a prendere per il culo) un genio assoluto.

I vice-papi

Non bastando un Papa e un Papa emerito, s’accalca al Portone di Bronzo una folla di aspiranti vice-papi, ansiosi d’insegnare a Francesco come si fa il Papa e, siccome è un gesuita, pure come si fa politica. Parlando ai direttori delle riviste europee dei gesuiti, il Pontefice ha condannato “la guerra imperiale e crudele” di Putin. Ha effuso la sua “tenerezza” per “il coraggioso popolo ucraino che lotta per sopravvivere”. E ha aggiunto ciò che tutti sanno, ma pochi dicono: “Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto”, guai a “ridurre la complessità alla distinzione tra buoni e cattivi senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi”. Il termine complessità usato due volte nella stessa frase ha insospettito le Sturmtruppen atlantiste, convinte che l’abbia inventato Orsini per arraffare qualche rublo. Ma il Papa le ha liberate da ogni dubbio: sei mesi fa “un capo di Stato, un uomo saggio che parla poco, mi ha detto che era molto preoccupato per come si muoveva la Nato: ‘Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi’”. Quindi “la guerra in qualche modo è stata provocata, o non impedita”.
Apriti cielo. Un trust di cervelli s’è scatenato a dargli lezioni di papismo. Giancarlo Loquenzi (Zapping, Radio1): “Ma se il Papa non distingue tra buoni e cattivi… e si adatta alla accidiosa tiritera ‘è tutto più complicato’ (sarebbe ‘complesso’, ma fa niente, ndr), che pastore d’anime è?”, “Che il Papa si metta a fare l’analista geopolitico mette tristezza. Andrebbe meglio consigliato”. Possibilmente da lui. O dai consiglieri che accompagnarono Renzi al suicidio politico assistito. Tipo Mario Lavia (“Non ci sono buoni e cattivi? Ma che dice il Papa?”) e Claudio Velardi (“Si può parlare – da un soglio tanto alto – con tale irresponsabilità? Che siamo, al bar sotto casa?”). Per il rag. Cerasa (Foglio) “era meglio quando i Papi non parlavano”. Eh sì, signora mia, non ci sono più i Papi di una volta: tipo Benedetto XV che nel 1917 tuonò contro l’“inutile strage” della guerra mondiale, o Giovanni Paolo II che nel 2003 condannò l’attacco Nato all’iraq. Non poteva mancare lo sbarazzino Mattia Feltri, che ricopre sulla Stampa il ruolo svolto nei circoli ufficiali dai colonnelli in pensione: sdegnato dal turpiloquio del Pontefice sulla “complessità”, lo avverte che “la sua opinione” è “inutile e infantile”. In attesa che Francesco prenda buona nota, va detto che poteva andargli peggio. Tipo finire nella prossima lista di “putinversteher” di Riotta o di “putiniani” del Corriere. Essere convocato dal Copasir, dal Dis e dall’agcom. O subire un esorcismo prêt-à-porter da Nathalie Tocci al grido di “Orsini, esca da quel Papa!”.
Marco Travaglio, 16 Jun 2022, Il Fatto Quotidiano

Queste altre le rubo a

Fulvio Del Deo

Esperimenti sui malati di mente e studio dei virus: Il Ministero della Difesa russo continua ad analizzare documenti relativi alle attività biologiche militari statunitensi in Ucraina:
– a Kharkov sono stati condotti esperimenti su malati di mente almeno dal 2011 [tipo Hartheim?]. Uno degli organizzatori, la cittadina statunitense Linda Oporto Al-Kharun, ha visitato più volte la sede del laboratorio medico di Merefa, costruita a spese del Pentagono nel villaggio di Sorokovka;
– ufficialmente in questo luogo – un’azienda per la produzione di integratori alimentari. Con l’inizio dell’operazione speciale, le attrezzature della filiale sotto il controllo della SBU sono state portate nell’ovest dell’Ucraina;
– Il dipartimento ha parlato anche del progetto P-268. Il suo obiettivo è studiare i virus che possono infettare le zanzare Aedes (portatrici di dengue, Zika e febbre gialla);
Fonte:
Донбасс Италия Donbass Italia

Le prossime a

Laura Ru, via Fulvio Del Deo

Ho detto fin dall’inizio che dietro la lista di proscrizione pubblicata dal Corriere vi e’ una regia straniera, e che i mandanti di quest’operazione volta ad infangare voci indipendenti vanno cercati in ambienti NATO. Infatti liste simili compilate dall’Institute for Strategic Dialogue, societa’ di consulenza britannica finanziata dal Dipartimento di Stato USA, altri paesi NATO e dai soliti “filantropi”, sono apparse in vari paesi del patto atlantico piu’ o meno negli stessi giorni. La rete televisiva americana NBC ha accusato giornalisti che da anni seguono il conflitto in Donbass di essere “produttori di contenuti per il Cremlino”. In questo video Eva K Bartlett, una delle giornaliste citate, parla dell’operazione messa in atto per delegittimare il suo lavoro e quello di chi rischia la vita per riportare notizie dal fronte di guerra.

E queste altre importanti considerazioni pratiche le rubo a Vladimiro Vaia.

GNL dagli Usa? per l’Italia l’operazione più stupida che si possa fare

Una nave gasiera di ultima generazione può trasportare fino a 200.000 metri cubi di gas liquefatto.
Nel processo di liquefazione il volume del gas viene ridotto di circa 600 volte.
Per farlo si porta il gas a -160 gradi centigradi, temperatura che dovrà essere mantenuta durante tutto il trasporto.
Una volta arrivato a destinazione il GNL dovrà essere rigassificato riportandolo gradualmente alla temperatura ambiente.
Il processo di liquefazione e rigassificazione richiede un’energia pari a circa il 30% della resa in combustione del gas, quindi il GNL parte già fortemente penalizzato in competitività, se poi aggiungiamo i costi di trasporto, é evidente che con questa soluzione avremo bollette molto più care.
A parte tutto ciò va poi considerato l’aspetto ecologico.
Gli USA hanno promesso alla UE 15 miliardi di metri cubi di gas l’anno che rappresentano meno del 20% del solo fabbisogno italiano.
15 miliardi di metri cubi di gas, una volta liquefatti, si trasportano mediamente con 125 gasiere.
Una nave impiega circa 20 giorni per attraversare l’atlantico e raggiungere l’Italia dagli USA.
Altri 20 giorni servono per il percorso inverso, (più almeno 2 giorni per le operazioni di carico e scarico).
Per il tragitto attraverso l’Atlantico la nave brucia circa 4000 chili di gasolio marittimo ogni ora, 96.000 chili al giorno, che per 40 giorni del viaggio di andata e ritorno dagli USA fanno quasi 4000 tonnellate.
Moltiplicate per 125 viaggi sono mezzo milione di tonnellate di gasolio bruciato in un anno, per trasportare il gas in Europa, con tutte le emissioni nocive del caso.
Ma non è tutto.
Negli USA non ci sono sacche di gas naturale come quelle siberiane (o se esistono, sono in via di esaurimento).
Il gas americano é quasi tutto “di scisto” o shale gas.
Si tratta di gas intrappolato in rocce sedimentarie argillose.
L’estrazione di questo gas avviene con un processo denominato Fracking.
Sottoterra si trivellano pozzi orizzontali, lunghi anche diversi kilometri, nei quali vengono fatte brillare cariche esplosive. Poi vi si inietta acqua ad alta pressione, mescolata a sabbia e additivi chimici.
Questo permette di frantumare le rocce argillose, da cui possono così liberarsi il petrolio o il gas, che salgono in superficie attraverso il pozzo.
Il territorio e l’ambiente ne escono devastati.
I problemi collaterali di questo genere di estrazioni, infatti, sono gravissimi. 
L’impossibilità di assicurare la perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi, causa l’irrimediabile inquinamento delle falde acquifere, che si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre, ca ricordato che il metano è un potente gas serra e una parte di quello estratto si libera nell’atmosfera.
Ogni pozzo occupa in media 3,6 ettari di territorio e richiede enormi quantità di acqua (da 10 a 30 milioni di litri), e di sabbia.
La sabbia deve essere estratta, raffinata, caricata e trasportata su treni (100 carri ferroviari per ogni pozzo), accumulata in depositi e infine trasportata con automezzi fino al punto di utilizzo.
Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere smaltita come rifiuto nocivo, in quanto contaminata.
L’unica soluzione praticabile è trasportarla con autobotti in altre zone, dove viene stivata nel sottosuolo, con ulteriore inquinamento.
Tutta questa attività inoltre, stimola faglie sismiche sotterranee e induce terremoti.
Nel 2007 in Oklahoma c’era stato un solo terremoto, mentre nel 2015 ve ne sono stati oltre 900; per la maggior parte sono stati lievi, ma alcuni hanno provocato molti danni.
In pratica, una zona virtualmente non sismica è stata trasformata in pochi anni nel territorio più sismico degli Stati Uniti, proprio a causa dello smaltimento dei liquidi usati per l’estrazione di idrocarburi di scisto nelle profondità del sottosuolo.
Intendiamoci, anche i russi e gli azeri hanno devastato il mar Caspio per l’estrazione del petrolio, ma importare gas dagli USA é l’operazione ecologicamente più stupida che si possa fare.
Va detto che la maggior parte delle imprese di shale oil e shale gas degli USA erano a rischio di fallimento a causa dei bassi prezzi di mercato. In particolare le società più puccole non riuscivano ad essere competitive con le estrazioni tradizionali, proprio per gli altissimi costi del fracking. Ora la guerra le ha “Miracolosamente” rivitalizzate tutte.
di Vladimiro Vaia (Marx21), qui, via Shevathas.

Evidentemente i nostri governanti hanno un dono speciale per scegliere le cose più costose, di peggiore qualità e dai peggiori effetti collaterali. Tanto che cazzo gliene frega, siamo noi che paghiamo.
E ora un po’ di documentazione. Ho trovato un altro giornalista, inglese questa volta

18 giugno 2022.
Come già detto, col tempo che stringe prima della disfatta, si scatenano ad ammazzare il più possibile, al pari dei loro fratelli in fede nazista. E ora torniamo a Lancaster. Questo è un po’ lungo ma vale la pena di prendersi il tempo di guardarlo tutto.

Questo invece è molto breve.

Entrambi i video sono stati girati il 19 giugno.
Qualcuno ha detto che la calunnia è un venticello: a volte sì, ma a volte è un uragano che travolge chiunque tenti di fare resistenza, e questa è una di quelle volte: lo vediamo tutti i giorni.

barbara

CHE BRUTTA BESTIA OSTINATA CHE È LA VERITÀ!

Puoi sotterrarla quanto vuoi, ma prima o poi finisce per riemergere.

La Russia avanza nel Donbass, l’esercito ucraino è allo sbando

Una rara intervista del Washington Post al comandante di una compagnia di volontari ucraini in prima linea nel Donbass svela la realtà drammatica della guerra. «Non abbiamo armi né cibo. Ci mandano incontro a morte certa»

«Stiamo facendo tutto il possibile, ma la Russia è in vantaggio». Nell’ultima settimana l’avanzata russa nel Donbass ha avuto un’accelerata come mai accaduto negli ultimi tre mesi e anche il generale ucraino Oleksiy Gromov è costretto ad ammetterlo. La regione di Luhansk è al 95 per cento in mano a Mosca, l’accerchiamento di Severodonetsk è quasi completato e anche la presa di Slovyansk e Kramatorsk appare ora più probabile. Soprattutto perché le divisioni dell’esercito ucraino che combattono al fronte, molte delle quali composte da semplici volontari, sono demoralizzate, male equipaggiate, poco addestrate e soverchiate dalla superiore potenza russa.

L’esercito ucraino è allo sbando nel Donbass

Lo hanno dichiarato al Washington Post in una rara intervista, che potrebbe costare loro un processo davanti alla corte marziale, il comandante Serhi Lapko e il suo luogotenente Vitaliy Khrus, a capo di una compagnia del quinto battaglione di fucilieri composta da 120 uomini e dislocata a Toshkivka, villaggio chiave per impedire il totale accerchiamento di Severodonetsk, nella regione di Luhansk.
I due ufficiali descrivono in modo realistico e drammatico le carenze dell’esercito ucraino e le enormi perdite che ha già subìto, anche se simili informazioni non vengono rilasciate ai media né dall’esercito né dal ministero della Difesa ucraino. Il battaglione di Lapko contava 120 uomini tre mesi fa, oggi ne sono rimasti appena 54. Molti sono morti, altri feriti, altri ancora sono fuggiti.

«Ci mandano incontro a morte certa»

«Il nostro comando non si prende alcuna responsabilità, non ci sostiene. Si prende solo il merito dei nostri successi», dichiara Lapko al Washington Post, descrivendo come i suoi uomini vivano stesi nelle trincee giorno e notte, con solo una patata al giorno da mangiare da due settimane, poca acqua e ancora meno armi, «mentre i russi ci attaccano con artiglieria, mortai, razzi, qualunque cosa».
I due ufficiali, entrati volontariamente nell’esercito, si sentono abbandonati e per questo si sono ritirati dal fronte con i loro uomini per sfuggire a un massacro che giudicano certo. E non sono gli unici. Il 24 maggio un plotone del terzo battaglione della 115esima brigata, vicino alla città di Severodonetsk, ha diffuso un messaggio su Telegram spiegando di non essere più disposto a combattere in mancanza di armi e adeguate istruzioni militari da parte dei superiori. «Ci mandano incontro a una morte certa. E non siamo solo noi in questa situazione, siamo in tanti».

«Ci hanno abbandonato. Non siamo disertori»

I vertici dell’esercito hanno definito gli uomini che hanno girato il video «disertori» e lo stesso hanno fatto con Lapko e Khrus: i due ufficiali e molti dei loro uomini sono già stati arrestati con la stessa accusa. «Ma non siamo noi i disertori», spiegano, «sono loro che ci hanno voltato le spalle».
Entrambi raccontano che il loro addestramento militare è durato appena mezz’ora. Il tempo di sparare trenta colpi con un AK-47 e subito sono stati inviati sul fronte nel Donbass. Alcuni volontari si sono rifiutati di essere scaraventati così in prima linea e sono stati arrestati.
Nelle trincee la compagnia di Lapko aveva appena qualche kalashnikov, una manciate di granate e quattro lanciarazzi che nessuno sapeva come utilizzare. «Non abbiamo difese di fronte all’esercito russo», continua, lamentando anche di non essere stato provvisto nemmeno di una radio per chiedere aiuto ai superiori.

«Nessuno dice la verità»

Nonostante questo hanno eliminato un centinaio di soldati russi, organizzando imboscate contro le loro unità mobili: «Khrus è un eroe», spiega. «La nostra fortuna è che dopo le imboscate i russi non ci hanno mai seguito. Se lo avessero fatto ci avrebbero sconfitto facilmente e ora non saremmo qui a raccontarlo».* Le perdite tra i suoi uomini però sono già tante e dovute per la maggior parte a ferite da guerra non curate prontamente: «Sulla televisione ucraina non si parla delle nostre perdite. Nessuno dice la verità».
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è quando la scorsa settimana, arrivato al quartier militare di Lysychansk, Lapko ha scoperto che il comandante del suo battaglione era stato spostato in un’altra città, portandosi via tutti i rifornimenti e senza dirgli niente. «Ci hanno abbandonati senza spiegazione. Ci hanno inviati qui per tappare un buco, a nessuno importa se viviamo o moriamo».
Per questo Lapko e Khrus, con molti membri della sua compagnia, sono andati via dal fronte per prendersi qualche giorno di riposo, convinti però a ritornare a combattere: «Proteggeremo ogni centimetro del nostro paese, ho giurato di difendere il popolo ucraino e lo farò. Ma abbiamo bisogno di comandanti adeguati, non di ordini irrealistici». Entrambi però sono stati arrestati con l’accusa di essere dei disertori. Al fronte, nel Donbass, regna il caos.

@LeoneGrotti, qui.

* Ma come? Ma cosa dice?! Dai, lo sanno tutti che i russi sono quelle belve assetate di sangue che sparano a tutto quello che si muove, che massacrano e stuprano e ammazzano gli ucraini a migliaia e li seppelliscono nelle fosse comuni! Avanti su, smettetela di raccontare balle!

Dice, ma come senza armi? Con tutti quei miliardi di tonnellate di armi di ogni sorta che gli stiamo mandando? Ma come sarebbe a dire? Beh, ecco, una spiegazione forse c’è, e ve la faccio dire da un comico – perché esistono anche i comici veri, quelli che fanno divertire e in mezzo al divertimento ci mettono anche un po’ di sana satira. E che soprattutto non soffrono della sindrome del demiurgo.

Conforta, comunque, sapere che le teste di cazzo in Italia non superano il 25%: sempre troppi, per carità, ma pur sempre molto meno di quello che quelle amebe immaginano di essere. Peccato che siano quelli che scrivono sui giornali, che parlano alla televisione, gli “intellettuali”, gli “opinion maker”, che però più di quel tanto non ce la fanno a convincere. Quanto al filmato di Report, ne è stato pubblicato uno in questo blog, che credo sia lo stesso, e non ho voglia di andarlo a cercare.
Poi c’è un altro motivo per cui l’Ucraina sta perdendo e alla fine perderà la guerra: come i tedeschi, quando non c’erano abbastanza treni per portare armi e rinforzi al fronte e carichi di ebrei ai campi di sterminio, davano la precedenza a quest’ultimo obiettivo, così i nazisti ucraini, anche mentre si trovano in guerra con l’esercito russo, scelgono di continuare ad ammazzare i civili del Donbass, come hanno fatto in tutti gli scorsi otto anni.

Donbass, chi sono i carnefici? La verità da censurare

Cinicamente i traditori scrivono che per i prigionieri dell’Azovstal la Russia prepara un “processo farsa stile Norimberga” (!!) e valuta il trattamento da riservare ai combattenti dell’acciaieria dalla forca al tribunale internazionale per fugare l’accusa di genocidio” – come se la penna traditrice non sapesse che da 8 anni gli ucraini stanno compiendo un genocidio nel Donbass!
Tali pseudo giornalisti eseguono gli ordini: l’Occidente esige indulgenza verso i sadici, assassini e violentatori nazisti dell’Azov. Scholz e Macron vogliono che siano messi in libertà!
E invece il popolo del Donbass vuole un giusto tribunale per chi ha le mani imbrattate di sangue, anche dei bambini. E tuttora nel Donbass la guerra dei nazi ucraini continua. Ma ovviamente tacciono di questo, come in tutti questi 8 anni. Con l’aiuto delle armi occidentali, Kiev continua a uccidere civili, donne, anziani, ci sono molti bambini feriti. I genieri russi hanno trovato mine anticarro tedesche. Nella cittadina Avdeevka: nella foto un’automobile brucia, colpita da una bomba ucraina, è morto così bruciato vivo il suo conducente.
L’altro ieri una donna di 73 anni colpita a morte e un uomo ferito, sotto una pioggia di 8 proiettili da 122 mm..
Sotto il fuoco anche la periferia di Donezk stanotte e oggi: nel quartiere Kujbyshevskij è morta una ragazza di appena 27 anni. Altri morti e feriti nel quartiere Petrovskij. 47 bombardamenti in 1 giorno, anche con i missili Grad. Nelle altre foto case e finestre già distrutte svariate volte vengono centrate ogni giorno.
Sono 125 morti negli ultimi 3 mesi.
Ciò dimostra la volontà degli ucraini di uccidere proprio i civili.
Una verità da nascondere, o la fanno passare per “propaganda russa” oppure scrivono che sono i russi a bombardare il Donbass.
Marinella Mondaini, qui con le immagini.

La menzogna, però, combatte senza esclusione di colpi, soprattutto là dove è più facile vincere: fra i meno preparati, fra i meno corazzati, fra i meno attrezzati. Ma che potrebbero essere ancora abbastanza aperti da poter accogliere la verità: in questo caso l’arma migliore è quella di impedire a questi soggetti di venire a contatto con la verità, per non rischiare che possano accorgersi che quella è davvero la verità, e non quella che raccontano loro.

Fulvio Del Deo

L’altroieri l’amico Giorgio Bianchi doveva parlare presso un Istituto Tecnico milanese (che non nomino per carità di patria) dove era stato invitato.
E’ accaduto che, prima dell’incontro, 50 docenti dell’istituto abbiano firmato un documento per chiedere che l’incontro stesso non avesse luogo.
Nonostante ciò l’evento programmato si è tenuto egualmente, tuttavia ad esso hanno partecipato soltanto due classi, mentre l’incontro veniva funestato da “incidenti tecnici” (blackout, impossibilità di usare l’amplificazione [e di mostrare le immagini raccolte in loco], – cose che – a detta di un docente – non erano mai avvenute prima).
Durante l’evento i docenti presenti (si suppone inclusi quelli che avevano espresso la propria censura) si sono limitati a criticare nelle retrovie, guardandosi bene dall’intervenire pubblicamente.
Ecco, il quadro che qui emerge è un’immagine abbastanza rappresentativa della società e cultura italiana odierna.
Essa si presenta come caratterizzata da tre fattori dominanti:
1) il più assoluto conformismo: ci si informa su cosa è permesso pensare e cosa no da canali sorvegliati e bollinati dal padrone di turno, politico o economico;
2) l’impreparazione più totale sia in termini di formazione che informazione, che non mette in grado davvero di affrontare mai discussioni nel merito (quando lo si fa ci si limita alla retorica e agli attacchi personali);
3) il desiderio di far tacere ogni voce dissenziente o eccentrica attraverso un fuoco di sbarramento a priori.
A guidare la formazione (docenti) e l’informazione (giornalisti) sono oggi con rimarchevole frequenza personaggi privi di qualunque formazione o informazione che non sia stata accuratamente fltrata e manipolata, e simultaneamente privi di ogni coraggio intellettuale, quel coraggio che anche a fronte della disinformazione consentirebbe di ampliare l’orizzonte e di accedere, magari per gradi, ad una visione critica.
Di fronte ad una potenza di fuoco come quella mediatica odierna – con la sua ulteriore capacità di innalzare a modelli culturali e intellettuali delle figurine di pongo – ogni cittadino può trovarsi in una posizione di sviamento e accecamento.
E’ una disgrazia, ma non è ancora una colpa.
La colpa, la tara morale, emerge però nel debordante conformismo censorio, quell’atteggiamento che non solo cerca sempre soltanto di incistarsi – allineati e coperti – sotto l’ombrello del potere di turno, ma che soccombe al terrore, incapace di reggere alcuna verità inattesa, e che perciò si sbraccia e sforza in tutti i modi per censurare gli altri, per denigrare, per impedire ad ogni difformità non prefiltrata di venire alla luce.
L’ignoranza non è una colpa, non necessariamente; la disinformazione non è una colpa, non necessariamente; ma la vigliaccheria che si erge a censura, questa sì che è una colpa, una colpa imperdonabile per chi di mestiere forma le menti altrui.
Andrea Zhok

Però, a pensarci bene, magari la guerra potrebbero anche vincerla, essendo stato documentato che qualcuno è anche capace di fare miracoli.

E ora godiamoci la tredicenne Sofia Titova.

barbara

QUALCHE ALTRA TESTIMONIANZA

La ragazza greca

L’ebreo ucraino

E infatti:

Fulvio Del Deo

Numero di aggressioni antisemite violente nel 2020, per paese.

I primi 4 classificati nel mondo:

1. USA 119
2. Germania 59
3. Regno Unito 46
4. Ucraina 22

Rapportando il numero di aggressioni al numero di ebrei presenti, si ha questa classifica di aggressioni/migliaio di ebrei:

1. Ucraina 0,511
2. Germania 0,5
3. Regno Unito 0,156
4. USA 0,02

La conduttrice ucraina russofona

https://www.conduttricitv.com/2022/03/dasha-dereviankina-kiev-ci-dicevano-che.html

Fausto Biloslavo sul battaglione nazista Azov

E Marcello Foa sempre sullo stesso tema sette anni fa

Alessandro Orsini su un po’ di cose che non sappiamo

e che per avere dato queste informazioni è stato epurato dalla sua università e cancellato da Wikipedia,

oltre a essere stato sommerso di contumelie su tutti i social, nei quali gli è stato imputato quale grave elemento a carico anche il suo parlare pacato e a voce bassa – cosa effettivamente molto rara di questi tempi.

La figura di merda della nostra informazione

Qualche considerazione realistica

UCRAINA: OGNI GIORNO CRESCE IL PREZZO DELLA PACE

La guerra scatenata dalla Russia è terribile, siamo d’ accordo. Invadere un paese sovrano è la più grave violazione del diritto internazionale, anche quando si accampano giustificazioni più o meno plausibili come il diritto all’ autodifesa e quello all’ “ingerenza umanitaria”. Invitiamo i Russi a farsi un’ esame di coscienza e, già che ci siamo, facciamolo pure noi: ci siamo indignati altrettanto quando i “nostri” hanno invaso Yugoslavia, Afganistan, Iraq e Libia e bombardato alla chetichella un’ altra manciata di paesi, creando un mondo in cui conta solo la forza e dando a Putin una lezione che quello, da studente sveglio e voglioso di apprendere qual è, si è diligentemente annotata?
Ad ogni buon conto, quando saremo stanchi di far prediche agli altri e magari anche a noi stessi, potremo fermiamoci a riflettere. Gli slanci emotivi portano poco lontano: se non vogliamo che la nostra aspirazione alla pace resti una petizione di principio o, peggio, venga intesa come appoggio a iniziative che provocherebbero in maniera quasi automatica una disastrosa estensione del conflitto (vedasi alla voce no fly zone), occorre sforzarsi e tentare una lettura approfondita e razionale.
Una delle questioni più urgenti da definire (e tuttavia più trascurate) è quella degli obiettivi di guerra russi. Eppure determinare cosa voglia il “nemico” è il punto di partenza indispensabile per ogni trattativa e per verificare se vi siano spazi per un compromesso.
Riavvolgiamo, dunque, la pellicola degli eventi fino allo scorso 15 dicembre, quando la Russia ha presentato le proprie richieste agli Stati Uniti sotto forma di bozza di trattato. La parte riguardante l’ Ucraina prevedeva la neutralità e (implicitamente) la smilitarizzazione del paese. Come noto le richieste furono respinte in omaggio all’ “irrinunciabile” principio NATO delle “porte aperte”. A pensarci ora, a soli tre mesi di distanza, viene un po’ da mangiarsi le mani, vero? Difendere il diritto della NATO ad espandersi all’ infinito valeva davvero tutto questo? In ogni caso abbiamo detto di no: e quella porta negoziale è ormai chiusa per sempre.
Secondo passaggio: il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk il 21 febbraio e l’ inizio delle operazioni militari (tre giorni dopo). La Russia ha immediatamente enunciato le proprie quattro richieste: riconoscimento dell’ annessione (ricongiunzione, dicono loro) della Crimea (un fatto compiuto da ormai 8 anni) e dell’ indipendenza di Donetsk e Lugansk, tanto per cominciare. E poi epurazione dei nazionalisti a Kiev, impegno formale alla neutralità del paese.
Queste richieste sono state ripetute più volte:  da Putin in persona, in occasione di un colloquio con Macron il 28 febbraio e di uno con Scholtz il 4 marzodalla delegazione russa alle trattative bilaterali che si tengono in Bielorussia (1 marzo), e dal ministro degli esteri Lavrov (il 2 marzo).
Abbiamo subito risposto di no anche a queste proposte (con una punta di indignazione), o meglio lo ha fatto, su nostra imbeccata, il governo Ucraino. In particolare Zelensky ha ribadito che la posizione negoziale di Kiev è il ripristino dei confini del 1991 (quindi non solo con il Donbass, ma anche con la Crimea). Una pretesa un po’ ambiziosa, provenendo da un tizio che vive in un bunker.
Tuttavia i Russi, messi in difficoltà da una resistenza risoluta e dall’ allungarsi delle linee di rifornimento, sembrano segnare il passo, e quella base negoziale su quattro punti potrebbe essere ancora valida (il ministero degli esteri russo l’ richiamata ancora il 17 marzo), nonostante, soprattutto nei primi giorni, il controllo di Mosca si sia esteso penetrando di cento, duecento chilometri in territorio ucraino.
Siamo però ad un passaggio cruciale. E’ evidente che, per costringere gli Ucraini ad accettare i “quattro punti” Putin dovrà andare ancora avanti. In che direzione? Qualcosa si scorge fra le righe delle dichiarazioni, nelle direttrici di avanzata delle truppe di Mosca e nella gestione dei territori occupati. Un piano che diviene più concreto ogni giorno di conflitto che passa e che prevede, di fatto, la cancellazione dell’ Ucraina dalle mappe o almeno un suo drastico ridimensionamento.
Non è un mistero che Putin sia convinto l’ Ucraina non sia un vero stato, ma un Frankenstein creato dagli esperimenti politici di pazzi scienziati bolscevichi. Ne parlò per la prima volta il 25 gennaio 2016: “i confini (interni dell’ URSS n.d.A.) furono determinati in modo completamente arbitrario e non sempre ragionevole. Ad esempio, il Donbass fu inserito nell’ Ucraina. Con il pretesto di aumentare la percentuale del proletariato in Ucraina, per contare su un maggiore sostegno sociale. Un’ assurdità”. Concetto sviluppato il 21 giugno 2020 quando il Presidente disse come avrebbe regolato lui il diritto di separazione previsto dalla costituzione dell’ URSS: “Se una repubblica, entrando a far parte dell’URSS, avesse ricevuto un’enorme quantità di terre russe, tradizionali territori storici russi, e poi avesse deciso di lasciare questa Unione, avrebbe dovuto andarsene con quello con cui è entrata. E non portarsi via i regali del popolo russo!”. E ancora, nel saggio pubblicato il 12 luglio 2021, e nel discorso della guerra, il 21 febbraio scorso nel quale, dopo aver precisato che l’ Ucraina è una costruzione politica del tutto artificiale, ha minacciato: “Volete la decomunistizzazione? Bene, ci va bene. Ma senza fermarsi a metà strada. Siamo pronti a mostrarvi cosa significa la vera decomunistizzazione per l’Ucraina.”. In pratica una citazione da Taras Bulba di Gogol “la vita: come te l’ ho data, così te la tolgo”. Con Russia 24 pronta a mostrare la “mappa” dei regali da restituire: il Donbass, certo, ma anche Kharkov e tutta la costa del Mar Nero fino al confine con la Moldavia.
Il canale Telegram Rezident vanta entrature nell’ amministrazione ucraina: più probabilmente è uno strumento di propaganda russa. Sia come sia è interessante leggere come Rezident ha descritto la quarta tornata di incontri negoziali fra Russi e Ucraini. I Russi avrebbero detto, in sintesi: accettate le nostre prime richieste e la chiudiamo qui. Se no procediamo, e ci prendiamo tutto il sud del vostro paese.
Ecco cosa succederà se Zelensky, istigato dagli alleati occidentali, si ostinerà a non sedersi al tavolo delle trattative. La musica è già cambiata a Melitopol, la prima grande città ucraina occupata e “vetrina” da presentare al mondo: in un primo momento (il 24 febbraio) al sindaco è stato consentito mandare un messaggio alla popolazione davanti alla bandiera ucraina, mentre poi (12 marzo) sia il sindaco che la bandiera sono stati sostituiti: ora a capo della città c’è Galina Danilchenko, dell’ opposizione russofona, mentre gli edifici pubblici espongono il tricolore russo, che nel frattempo  è comparso anche sui palazzi dell’ amministrazione provinciale di Kherson, il primo capoluogo caduto in mano alle truppe di Mosca. L’ appetito, come si dice, vien mangiando, e alla lunga, per i Russi, potrebbe diventare difficile restituire, in aprile o maggio, i territori occupati (pagando un alto prezzo di sangue) per forzare l’ accettazione delle richieste di marzo.
E’ una spirale di rilanci: non si vuole lasciare a Putin la Crimea? Si prende Donetsk. Non gli si concede Donetsk? Eccolo a Mariupol. Non gli si vuole cedere Mariupol? Sbarco ad Odessa. Non vi basta ancora? Attacco a Kiev. In ogni richiesta respinta c’è la base di un nuovo rilancio ed una nuova, cruenta, situazione di fatto che poi rischia di cristallizzarsi in una nuova pretesa negoziale.
Alla fine di questa spirale si sono solo due possibili esiti.
O la Russia, spostato il baricentro delle proprie relazioni in Asia, si troverà a gestire l’ occupazione impossibile di una enorme distesa di macerie abitata da una gente impoverita e forse per sempre nemica mentre, oltre ad un confine tracciato dai crateri e da montagne di cadaveri, un’ Europa occidentale invasa da milioni di profughi e fiaccata dalla crisi economica, visceralmente ostile, verrà aggiogata alla Nato con un laccio secolare.
Oppure (ed è quello in cui sperano i sostenitori della linea dura), il baratro dell’ Ucraina finirà per inghiottire anche il vicino: la Russia salterà per aria sfiancata dallo sforzo e collasserà. Una prospettiva che in teoria può anche attrarci, ma che in pratica significherebbe undici fusi orari pieni di materie prime indispensabili, disseminati di armi nucleari e abitati da 200 gruppi etnici, sprofondati nel caos.
Non c’è dubbio che convenga a tutti (o meglio: a tutti gli abitanti dell’ emisfero orientale), fermare questo vortice ora, facendo un bagno di realismo. Solo a prezzo di montagne di cadaveri Donetsk Lugansk e Crimea possono tornare Ucraina. Solo allo stesso prezzo Odessa e Kiev possono tornare Russia. Se ne prenda atto. Si spinga Zelensky all’ accordo ed alla troppe volte differita resa dei conti con gli estremisti interni, si inchiodi ora Putin alle sue prime, in fin dei conti ragionevoli, pretese. Si faccia dell’ Ucraina uno spazio disarmato in cui la Russia e gli altri paesi europei possano esercitarsi, se non alla cooperazione, almeno alla convivenza.
Se nelle stanze dei bottoni europee c’è qualcuno che vuole davvero la pace, ignori le masse irretite dalla propaganda di guerra, e batta un colpo. Le cose possono andare assai peggio e non c’è più tempo per gli indugi.
Marco Bordoni, qui.

E infine uno dei commenti più intelligenti usciti negli ultimi tempi

questa società finirà nel condannare un gazzella che cerca di scappare dalla presa mortale di un coccodrillo?

E infatti chi di noi non ha visto nella savana branchi di coccodrilli lanciati al galoppo all’inseguimento delle povere gazzelle? (E con questo livello di intelligenza e di informazione – e stendiamo un velo pietoso sulla conoscenza dell’italiano – come stupirci delle bestialità che sparano a velocità superiore a quella della creatura del buon Michail Timofeevič?)

Chiudo con la più sobria – e forse la più intensa – dichiarazione d’amore della storia del cinema

Chissà, forse anche fra i civili imprigionati per settimane come scudi umani dagli eroici ucraini nel teatro di Mariupol e altrove, saranno nati embrioni di storie d’amore destinati a svanire nel vento.

barbara

QUEL NONNO GIOVANILE DI CUI AVEVA BISOGNO L’AMERICA

Come l’ha definito Beppe Severgnini, l’intelligente, l’acuto, il perspicace, il fine osservatore politico, quello che capisce tutto: guardatelo e ascoltatelo in tutta la sua brillantezza! Biden. Il demente. Il pedofilo. Quello della corruzione in grado di fare concorrenza a quella di Hillary Clinton. Quello degli affari sporchi (molto sporchi) con l’Ucraina. Quello che si addormenta e russa mentre l’interlocutore parla. Quello che scorreggia negli incontri ufficiali. Quello che ha distrutto il confine meridionale e fatto invadere gli Stati Uniti da clandestini, spesso affetti da covid. Quello che ha fatto affondare l’economia provocando un’inflazione da record e un picco di disoccupazione. Quello del disastro afghano. E se la maggior parte delle cose che ho ricordato sono venute dopo, la demenza, caro Severgnini, c’era anche prima. La pedofilia, caro Severgnini, c’era anche prima. La corruzione, caro Severgnini, c’era anche prima. Gli affari sporchi in Ucraina, caro Severgnini, c’erano anche prima.
E ora vediamo un altro paio di cosette.

Svelati i legami della famiglia Biden con la Cina.

Sean Hannity ha elogiato l’ultimo libro di Peter Schweizer, “Red-Handed: How American Elites Get Rich Helping China Win” come “fenomenale” e “da leggere assolutamente” durante un’intervista con l’autore nell’edizione di martedì del suo omonimo show radiofonico.
Hannity ha detto che avrebbe fatto una “serie di interviste” con Peter Schweizer, presidente del  Government Accountability Institute ed ospite del Drill Down oltre ad essere un collaboratore  senior  di  Breitbart News, “per arrivare in fondo a tutta” la documentazione del libro che espone la corruzione delle élite americane rispetto al Partito Comunista Cinese (PCC).
Red-Handed esamina come la strategia del governo cinese della “cattura dell’élite” prenda di mira figure di spicco degli Stati Uniti nel mondo degli affari, dello spettacolo, della politica e della tecnologia. Il PCC si procura influenza e complicità con tali figure attraverso lo sviluppo di relazioni finanziarie.
Il libro di Schweizer documenta un caso di un membro dell’élite del PCC che “se la ride” per il compromesso del governo cinese con Joe Biden.
Hannity ha dichiarato: “Tu parli di una scena. Tu fornisci anche una data. Era il 28 novembre 2020, solo poche settimane dopo le elezioni presidenziali americane, e di come apertamente parlino dell’accesso che ora hanno ai più alti livelli del governo degli Stati Uniti, e letteralmente, i membri del politburo [e] gli ambasciatori stanno quasi ridendo del fatto che – fondamentalmente – hanno compromesso il più alto funzionario eletto degli Stati Uniti d’America“.
Schweizer ha risposto:
“Questo è stato in un incontro a Pechino che si è tenuto poco dopo le elezioni. Un accademico, che è stato anche coinvolto in alcune operazioni di influenza straniera negli Stati Uniti a Washington, D.C., si è alzato di fronte a questo gruppo [di élite cinesi] ed ha parlato di tutti gli amici che Pechino ha ora negli Stati Uniti, ed ha parlato di Wall Street – e naturalmente ho un capitolo nel libro sui titani di Wall Street che sono intimi amici di Pechino – ma a due terzi del discorso dice: “Oh, e abbiamo il figlio del nuovo presidenteHunter Biden, che ha avviato tutte queste imprese. Chi lo ha aiutato ad avviare tutte queste attività?”
“È una scena incredibile, perché questa grande folla di centinaia di alti dirigenti cinesi e funzionari governativi inizia a ridere. Sanno la risposta, ed è davvero straordinario.”
“Questo non è un libro [potremmo] arrivare in fondo [se gli] dessimo tutte le tre ore del nostro show”, ha detto Hannity del nuovo libro di Peter Schweizer Red-Handed.
Schweizer: “Pechino ha potere” sulla famiglia Biden – “Questo richiede un’indagine.
Il collaboratore senior di Breitbart News Peter Schweizer ha detto martedì ad “Hannity” della Fox News che la Cina, la Russia e l’Ucraina hanno anche “assolutamente” informazioni compromettenti  sulla  famiglia  di Joe Biden.
Schweizer ha detto: “Quello che abbiamo scoperto è che circa 31 milioni di dollari sono stati dati alla famiglia Biden da cinque individui provenienti dalla Cina“.
Ha continuato: “Questi individui hanno tutti legami con i più alti livelli dell’intelligence cinese. Così quella che è stata una storia di corruzione e clientelismo è sempre più una storia di spionaggio, spionaggio e di sicurezza nazionale”.
Schweizer ha aggiunto: “Questo richiede un’indagine. Non si tratta solo di politici che ricevono denaro dal loro ufficio”.
Sean Hannity ha chiesto: “Questo dossier su Hunter, e sapevano essere un tossicodipendente. Gli piaceva assumere donne lavoratrici della notte – Lo diremo in questo modo. Lei crede che con tutta probabilità, e che le possibilità siano molto alte, per cui la Cina, la Russia, l’Ucraina, e molti di questi paesi abbiano  compromesso la famiglia Biden?
Schweizer ha detto: “Ohassolutamentenon c’è dubbio. Guarda, se il ministero cinese per la sicurezza dello stato sta cercando di impegnarsi nella ‘cattura dell’élite‘, come la chiamano loro, con i Biden e sono stati forniti 31 milioni di dollari, lo vedrebbero come un fallimento catastrofico dell’intelligence se non avessero ottenuto almeno una leva sulla famiglia Biden. Questo è ciò che rende questo così preoccupante e che richiede un’indagine, perché se non lo facciamo, il presidente sta per basare le decisioni sui suoi interessi finanziari familiari, e sul fatto che Pechino abbia una leva sulla sua famiglia“.
Il collaboratore senior di Breitbart News Peter Schweizer ha poi detto, sempre martedì a “Stinchfield“, un programma di Newsmax TV, che “ogni singolo accordo” che la famiglia di Joe Biden ha ottenuto in Cina è stato fatto con funzionari che erano collegati ai più alti livelli dell’intelligence cinese.
Il conduttore Grant Stinchfield ha chiesto: “Una domanda per te, se puoi, molto veloce. Ci sono accuse impressionanti e fatti realmente accaduti in questo libro. Ce n’è uno che ti colpisce che non potevi credere quando l’hai scoperto?
Schweizer ha detto: “La cosa che mi ha colpito di più sono state le informazioni sui Biden. Ho trovato questa storia sul loro coinvolgimento commerciale con la Cina nel 2018.”
E ha continuato: “Quello che abbiamo fatto in questo libro è stato usare il portatile di Hunter Biden, usando le email che abbiamo ottenuto da uno dei partner commerciali di Hunter Biden. Siamo risaliti a come sono avvenuti quegli affari. E quello che abbiamo scoperto è che ogni singolo affare che i Biden hanno condotto– ed il totale è di circa 31 milioni di dollari – ogni singolo affare che hanno condotto è venuto da un funzionario in Cina che era collegato ai più alti livelli dell’intelligence cinese. Ciò che voglio dire è che erano partner di persone come il viceministro della sicurezza dello stato, le cui responsabilità includono il reclutamento di stranieri, quindi questa è stata la più grande rivelazione per me”.
Schweizer ha aggiunto: “Ecco perché credo che dobbiamo fare la domanda e indagare se i Biden sono compromessi“.
BreitbartNews.comBreitbartNews.comBreitbartNews.com
L’elefantino, qui.

E dopo la distruzione della sicurezza statunitense, passiamo alla distruzione dell’approvvigionamento energetico.

Joe Biden è entrato in carica e, un anno dopo, abbiamo visto un 4% di surplus di produzione interna di petrolio e gas passare a ad un 4% di deficit.

Tratto e tradotto da un articolo di Stephen Moore per Fox Business.

Una volta, durante un incontro con l’allora candidato alla presidenza Donald Trump all’interno della Trump Tower sulla Fifth Avenue a New York, abbiamo discusso di politica energetica. Dissi a Trump che se ci fossimo dati da fare per produrre delle abbondanti riserve di petrolio, gas e carbone per l’America, gli Stati Uniti avrebbero potuto essere indipendenti dal punto di vista energetico in quattro anni.
Trump mi guardò da dietro la sua scrivania e scosse la testa: “Non voglio che l’America sia solo indipendente dal punto di vista energetico. Voglio che l’America sia dominante dal punto di vista energetico”.
Ci sono poche questioni in cui il presidente Donald Trump e Joe Biden abbiano differito più profondamente nelle proprie rispettive politiche come sulla produzione di energia.
Donald Trump è andato a tutta velocità sulla produzione di combustibili fossili. Ha eliminato le restrizioni alle trivellazioni, specialmente in stati come l’Alaska e sulle terre federali negli stati continentali. Ha dato il via libera ad oleodotti di vitale importanza. Ha bloccato nuovi regolamenti ambientali estremisti che avevano solamente lo scopo di soffocare le nostre forniture di petrolio e di gas. Ha riconosciuto la rivoluzione del petrolio e del gas di scisto come un’opportunità senza precedenti per ridurre la dipendenza dal petrolio straniero.
La politica energetica di Trump è stata una sorprendente storia di successo economico. Nel gennaio del 2021, esattamente un anno fa e l’ultimo mese di Trump in carica, per la prima volta da quasi 50 anni, gli Stati Uniti producevano più petrolio di quanto ne consumassero. Non eravamo più un importatore netto di petrolio dall’Arabia Saudita e dalle nazioni del cartello OPEC. Stavamo anche producendo più petrolio e gas dei russi e degli arabi.
Da quando Joe Biden è entrato in carica, un anno dopo, abbiamo visto un 4% di surplus di produzione interna di petrolio e gas scendere ad un 4% di deficit di petrolio e gas. Siamo passati dall’indipendenza energetica alla dipendenza energetica. Questo perché Biden ha dichiarato guerra all’energia americana.
Ha chiuso gli oleodotti ed ha invertito quasi tutte le politiche pro-trivellazioni di Trump. All’inizio di gennaio, Biden ha fermato le trivellazioni in centinaia di migliaia di siti petroliferi potenzialmente eccellenti in Alaska. È ossessionato dal cambiamento climatico, quindi ama l’energia eolica e solare e le auto elettriche che non consumano la benzina. Ma anche nelle ipotesi più ottimistiche, otterremo comunque la maggior parte della nostra energia elettrica, del carburante per i riscaldamenti e del carburante per i trasporti dai combustibili fossili per almeno i prossimi 25-30 anni.
L’unica domanda è se utilizzeremo i nostri combustibili fossili per tenere le luci accese e le auto in funzione da stati come Texas, Oklahoma, Nord Dakota, Wyoming, Pennsylvania, West Virginia e Ohio, oppure se li otterremo dagli arabi, dai russi, dagli iraniani e dai messicani. Dato che gli Stati Uniti hanno degli standard ambientali molto più severi di queste altre nazioni produttrici di petrolio, qualsiasi mossa per abbassare la produzione statunitense ed importare i combustibili dall’estero andrebbe ad aumentare le emissioni di gas serra. È una pessima politica economica, un pericolo per la nostra sicurezza nazionale e non è nemmeno “verde”.
Il costo economico dell’allontanamento dall’indipendenza energetica è già stimato in circa 1 miliardo di dollari di perdita di produzione economica ogni settimana e di circa 50 miliardi di dollari all’anno in meno.
La cosa peggiore di tutte (e una pietosa ed imbarazzante svolta degli eventi) ora che la produzione di petrolio è scesa a causa degli editti di Joe Biden, questo presidente va dai sauditi e dalle nazioni dell’OPEC e li prega di aumentare la loro produzione. È un occhio nero per l’America. Ci fa sembrare deboli, e ci ha reso più deboli.
I due maggiori vincitori della guerra di Biden all’energia americana sono stati il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin. Questi leader di nazioni che sono chiaramente nemiche degli Stati Uniti non possono credere alla loro fortuna di essersi trovati Joe Biden come presidente. Ha reso l’Europa occidentale e settentrionale dipendente da Putin per le forniture costanti di energia. Nel frattempo, in Cina, Xi dà una pacca sulla testa a Biden e promette che ridurrà i livelli di inquinamento cinese nel mentre costruisce decine di nuove centrali a carbone che bruciano carbone sporco, non pulito.
C’è qualcosa di tutto questo che abbia anche solo un briciolo di senso? Questa strategia mette l’America al primo posto? E a proposito, i numeri dell’indice dei prezzi al consumo sono appena stati rilasciati per il primo anno di mandato di Biden. I prezzi della benzina alla pompa sono aumentati del 52% in 12 mesi.
GrazieJoe.
FoxBusiness.com
Luca Maragna, qui.

E infine ci sarebbe quella piccola faccenda dell’Ucraina, che il demente e la serva Europa di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello vogliono attirare nella NATO, ossia imporre alla Russia una potenza nemica sui suoi confini, provocando l’inevitabile – e comprensibile – reazione russa, e offrendosi poi di proteggere l’Ucraina dall’aggressore russo, e a quanto pare sta già inviando forze militari in loco. E se continua così, riuscirà davvero a far scoppiare la guerra. E i primi ad allarmarsi sono proprio gli ucraini.

Giovanni Bernardini

Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha invitato Joe Biden a smetterla di seminare panico strillando che la guerra è alle porte.
E’ un particolare che la dice lunga sulla natura del presidente americano, la cui elezione, alquanto, diciamo così… sospetta, venne salutata come “il 25 aprile del mondo” da alcuni “giornalisti”, si fa per dire, di casa nostra…

Fulvio Del Deo

UCRAINA – Lo “scoop” di ieri della Reuters (la Russia sta ammassando rifornimenti di sangue e medicinali in vista dell’invasione) è stato smentito dalla vice ministra ucraina della Difesa Anna Malyar che ha detto che “il proposito di simili notizie è seminare il panico nella nostra società”. (Notizia completa qui, attivare traduttore automatico)

E anche qualcun altro comincia a preoccuparsi e mobilitarsi.

Fulvio Del Deo

CROAZIA – Il presidente Milanovic insiste: “Per l’Ucraina non c’è posto nella Nato. La situazione al confine russo-ucraino è grave e risponde principalmente agli interessi della politica interna americana e di Joe Biden. In materia di sicurezza internazionale, Washington si comporta in modo contraddittorio e incoerente”.

E d’altra parte l’abbiamo sempre saputo che Biden alla presidenza avrebbe significato guerra; e così, dopo i quattro anni dell’unico fra l’ultima mezza dozzina di presidenti che non solo non ha cominciato nessuna guerra, ma è riuscito a portare al tavolo della pace stati che erano in guerra da sempre, abbiamo quello che riuscirà a far fare la guerra a due stati che, pur fra varie tensioni e conflitti passati, ad entrare in guerra in questo momento non ci pensavano proprio.

barbara

E QUESTO È IL NOBEL PER LA FISICA

che non chiamo testa di cazzo perché non voglio offendere il cazzo con tale paragone improprio.

Il Nobel Parisi fa il grillino del clima

E allora? Torniamo alla candela? Al calesse? Aboliamo i cimiteri e, quasi del tutto, la doccia, come suggeriva Fulco Pratesi del Wwf? E soprattutto, c’era bisogno di premiare con il Nobel la tesi del ritorno all’età della pietra? Ieri, Giorgio Parisi, fresco del prestigioso riconoscimento dell’Accademia svedese, intervenendo alla Camera, ci ha deliziato con la sua teoria sulla decrescita: se il Pil “rimarrà al centro dell’attenzione”, avremo “un futuro triste”. E poi la solita requisitoria ai governi che non fanno abbastanza, che sul clima hanno ottenuto risultati “estremamente modesti”. Il “bla bla bla” di Greta Thunberg.
Ma è proprio così? Non ci permettiamo di competere sul piano della scienza con il professor Parisi. Ma non vorremmo neppure che la scienza fosse sommersa dall’ideologia. Perché, al contrario di quanto sostiene il Nobel tricolore, la scienza e la tecnologia offrono e offriranno parecchie soluzioni per rendere la crescita sostenibile. Il nucleare, anzitutto, quello di ultima generazione e quello che, forse già dagli anni Duemilaquaranta, potrà ricorrere alla fusione. E poi i sistemi per catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera. Mentre altre soluzioni che ci spacciano per ecologiste, tanto amiche dell’ambiente (e dei diritti umani) non sono: basti pensare al ciclo di estrazione dei minerali necessari a costruire le batterie per le auto elettriche, allo sconvolgimento ambientale che quel processo comporta, all’abuso delle popolazioni del Terzo mondo, alla partita geopolitica delicatissima che si gioca attorno a un settore sul quale si è tuffata – e certo non in virtù di una genuina preoccupazione per la “casa comune” – la Cina di Xi Jinping.
Alla fine, aveva ragione Giulio Andreotti: questi verdi sono come i cocomeri, verdi fuori e rossi dentro. Ma con una puntina di giallo grillino: quel tocco di decrescismo “felice” che è una bufala scientifica e un pericolosissimo programma politico. Già, perché poi le transizioni ecologiche – e tanto più pervasivamente quanto più esse sono fondamentaliste – le paga il ceto medio. Quello al quale stanno raccontando che il salasso “è necessario”, se no entro qualche decennio moriremo tutti. “Le inondazioni, gli uragani, le ondate di calore e gli incendi devastanti di cui siamo stati spettatori attoniti sono un timidissimo assaggio di quello che avverrà nel futuro su una scala enormemente più grande”, minaccia Parisi. Bravo, bis, premio Nobel. Il destino volle che il fisico della Sapienza non se lo filò nessuno quando inventò le equazioni che descrivevano i quark, mentre, ora che supera a sinistra Greta e Vanessa, i cervelloni di Svezia sono caduti ai suoi piedi. È l’emergenza climatica, bellezza. Aveva ragione Cacciari: ogni scusa è buona per governare con lo stato d’eccezione.
Forse l’ambientalismo apocalittico ci porterà alla decrescita. Ma intanto, grazie alla moda green, tasche e fama di qualcuno cresceranno eccome…
Nicola Porro, 9 ottobre 2021, qui.

E niente, chiedo preventivamente scusa al cazzo ma bisogna che lo dica: Giorgio Parisi, sei una testa di cazzo. E mi torna in mente una recente discussione con una signora che si definiva “ecologista dalla testa ai piedi” e che “l’emergenza climatica” e che “è sotto gli occhi di tutti” e che “io leggo”. Quando le ho risposto che anch’io leggo, e trovo informazioni e dati molto diversi da quelli che dice lei, mi ha replicato: “Lei legge quelli, io leggo gli altri”. Replica due volte sbagliata: primo perché io non leggo “quelli” bensì tutti, e li metto a confronto, secondo perché ha ammesso che lei legge solo quelli che concordano con la sua ideologia. E così quando – un classico – le ho fatto notare, a proposito del presunto riscaldamento, che duemila anni fa Annibale ha potuto attraversare le Alpi con gli elefanti mentre oggi non si potrebbe fare perché le Alpi sono interamente coperte di neve e ghiaccio, mi ha risposto: “Evidentemente non è passato per le Alpi”, cioè il famoso “se i fatti non si accordano con l’ideologia, bisogna eliminare i fatti”. Compresi quelli storici. E a proposito di “rispetto per l’ambiente”, propongo una riflessione di Fulvio Del Deo sulle famigerate auto elettriche

LE “ECOLOGICHE” AUTO ELETTRICHE

I modelli più economici di auto elettriche (attorno ai 20.000 euro) hanno un’autonomia che non va oltre i 250 chilometri.
Se si è disposti a spendere di più (oltre i 60.000 euro) si può arrivare fino a ben 500 chilometri di autonomia.
La batteria delle auto elettriche in genere è garantita per 8 anni di vita. Sostituirla non conviene perché è più conveniente comprare una macchina nuova.
Ma le batterie esauste, che fine fanno? Come vengono smaltite?
Secondo il professor Paul Anderson, dell’università di Birmingham, intervistato dalla BBC, il problema è serio e pericoloso, e nessuna soluzione efficace è stata ancora adottata su vasta scala dai produttori.
Intanto, la produzione di batterie per e-car aumenta del 25% l’anno in media, e tra 10 o 15 anni la quantità di batterie da smaltire e riciclare sarà drammatica: le batterie a litio e ioni attualmente usate come propulsori delle auto elettriche contengono molti elementi pericolosi e inquinanti, dal cobalto al nickel al manganese.
Al momento, la media delle batterie riciclate si aggirerebbe attorno a un misero 5%. Le batterie delle e-car sono composte tra l’altro di centinaia di cellule e hanno mostrato una tendenza a esplodere se smantellate in modo non accurato.

E poi ci sarebbe questo piccolo dettaglio:

Siamo tutti d’accordo che queste infanzie siano sacrificabili? Che queste vite siano sacrificabili? Sono effetti collaterali accettabili per le nostre coscienze ecologiche? Ne vale la pena in cambio di un ambiente pulito? Cioè pulito qui, dove sta la nostra bella auto elettrica, perché in realtà è così che funziona

E più precisamente

E tornando al nostro superfisico secondo cui non è il PIL la cosa importante, cioè i soldi: supponendo per un momento che le auto elettriche fossero la soluzione per un ambiente migliore, io 60.000 euro in banca non li ho, e neanche 20.000: me li regala lui i soldi per comprarla? E per le bollette maggiorate del 40%? E per tutto il resto? Niente, è sempre lì che bisogna tornare: è una testa di cazzo. Infatti non mi sembra che abbia neanche lontanamente accennato a questo

E d’altra parte, se non lo fosse mica glielo avrebbero dato il Nobel, no?

barbara

TRIPLO SALTO MORTALE CARPIATO AVVITATO CON SBANDAMENTO MULTIPLO

Golfo. Due vittime nella battaglia navale tra Iran e Israele 

di Farian Sabahi  (giornalista iraniana, anche se probabilmente non ci sarebbe bisogno di precisarlo)
E partiamo dal titolo: battaglia navale? Quanti colpi ha sparato la nave israeliana? Quante navi iraniane ha colpito? Quante vittime ha fatto?

Uccisi da un drone iraniano due membri dell’equipaggio di una petroliera israeliana, un britannico e un rumeno. Prosegue così lo scontro a distanza tra i due paesi,
scontro: fra due combattenti. Mi sfugge quale fosse il secondo combattente.

mentre Teheran si prepara al passaggio di poteri tra il moderato Rohani
quasi mezzo migliaio di condanne a morte nel primo anno di presidenza

e il conservatore Raisi 
Israele accusa l’Iran di essere dietro all’attacco di giovedì scorso a una petroliera
certo: Israele accusa, ma va’ a sapere se l’accusa sia giustificata, perché diciamolo: chi di noi non ha un paio di droni iraniani in cantina da tirare quando vediamo passare una nave israeliana! Senza contare che anche l’Inghilterra, direttamente interessata alla vicenda, non ha dubbi nell’attribuire le responsabilità dell’attacco (attacco, NON scontro)

in cui hanno perso la vita un cittadino britannico e uno rumeno, membri dell’equipaggio. Senza carico, la petroliera MV Mercer Street stava procedendo da Dar es Salaam (Tanzania) nell’Oceano indiano settentrionale in direzione degli Emirati arabi. 
Si trovava nei pressi dell’isola omanita di Masirah, al largo delle coste dell’Oman, nel mare Arabico. Di proprietà giapponese, batte bandiera liberiana e le sue operazioni sono gestite dalla società Zodiac Maritime con sede a Londra e di proprietà del magnate israeliano dei trasporti Eyal Ofer. 
L’autorità navale britannica sta facendo luce sull’incidente e rende noto che «le forze della coalizione» stanno garantendo la sicurezza della nave che si sta spostando verso un porto sicuro. Venerdì il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, ha puntato il dito contro «il terrorismo iraniano» e ha aggiunto che «l’Iran non è solo un problema di Israele, il mondo non deve essere silenzioso». 
Ora, Israele sta facendo pressione affinché vi sia un’azione internazionale nei confronti dell’Iran. In particolare, Yair Lapid ha scritto su Twitter: «Ho dato indicazioni alle ambasciate a Washington, Londra e presso l’Onu di lavorare con i loro interlocutori al governo e le rilevanti delegazioni al quartier generale del Palazzo di Vetro a New York». 
Intanto, un’emittente televisiva iraniana in lingua araba avanza l’ipotesi che si sia trattato della vendetta di Teheran in seguito a un attacco israeliano a un aeroporto in Siria, alleata dell’Iran. 
Più che alleata, militarmente occupata dall’Iran con basi dalle quali colpire Israele, come ripetutamente ha fatto, e chissà mai che cosa Israele sarà andato a colpire in quell’aeroporto siriano.

Da anni, Israele e Iran si stanno facendo la guerra con varie modalità. In questi anni il Mossad è riuscito a uccidere una serie di scienziati nucleari di Teheran. L’ultima vittima era stato Mohsen Fakhrizadeh lo scorso novembre. 
Scienziati nucleari, quelli che da un paio di decenni stanno lavorando allo scopo dichiarato di distruggere Israele

Più di recente, a metà aprile 2021, i servizi segreti dello Stato ebraico avevano messo in atto un attacco informatico che aveva fatto saltare la corrente nello stabilimento nucleare di Natanz, destinato all’arricchimento dell’uranio. 
Finalizzato allo scopo di cui sopra.

E sono stati numerosi i bombardamenti dell’aviazione israeliana verso postazioni militari iraniane in Siria.
E chissà che cosa ci faranno mai queste postazioni militari iraniane a 2000 chilometri da casa

Gli iraniani hanno ovviamente risorse decisamente inferiori rispetto alle forniture militari made in the Usa in possesso all’esercito israeliano. 
Ecco, precisiamolo: l’Iran non ce la fa a distruggere Israele per via delle armi USA, altrimenti ne avrebbero già fatto polpette!

Ma se gli iraniani si erano finora dimostrati succubi della forza militare israeliana,
notare la scelta delle parole: gli iraniani succubi della forza militare israeliana, l’innocente Iran che subisce attacchi incomprensibili e ingiustificati da parte del feroce nemico israeliano determinato a distruggerlo, povero povero caro

pare che in questo caso siano riusciti a colpire davvero, grazie ai droni.
cioè, mi faccia capire, signora Sabahi: hanno colpito o non hanno colpito? I morti ci sono stati o non ci sono stati? E a colpire è stato l’Iran o è solo un’accusa israeliana, come dice più sopra? Guardi che non è mica più una ragazzina: con tutti questi salti mortali avvitati carpiati rischia di rompersi l’osso del collo.

Sarebbe stato proprio uno di questi droni esplosivi ad avere ucciso i due membri dell’equipaggio sulla petroliera MV Mercer Street. Il risultato di questo ennesimo attacco è l’escalation in una regione già caldissima. 
Nella pericolosa battaglia navale in corso in questi ultimi anni tra Iran e Israele,
cioè, quante navi iraniane esattamente ha colpito Israele in questi ultimi anni? E con quanti morti, visto che si tratta di una battaglia pericolosa?

finora c’erano stati diversi incidenti
quanti provocati dall’Iran e quanti da Israele?

ma senza vittime.
Ah, niente vittime? Allora pericolosa in che senso?

Si era trattato di scaramucce,
? Pericolosa battaglia navale o scaramucce? Dovrebbe decidersi signora: sta facendo informazione o giocando a boccette?

seguite da reciproche accuse. Ora, invece, c’è scappato il morto, anzi due. Il morto che «conta» davvero pare essere il cittadino britannico. 
Intanto, sul fronte interno gli iraniani si preparano al passaggio di testimone alla presidenza tra il moderato Hassan Rohani
vedi sopra

e l’ultraconservatore Ebrahim Raisi,
ultraassassino signora: le cose vanno chiamate col loro nome

previsto per il 3 agosto. Si teme il peggio, ma c’è comunque una buona notizia: il leader supremo ha concesso la grazia a 2.825 prigionieri in occasione di due commemorazioni religiose. 
IHHHH, com’è buono! Quasi quasi mi commuovo guardi. Ero in Somalia quando, nella stessa ricorrenza, sono stati “graziati” centinaia di prigionieri (a fronte di una popolazione venti volte inferiore), «Ma – mi è stato spiegato – naturalmente non quelli contro la religione o contro lo stato!». In pratica erano stati liberati un po’ di ladruncoli i quali, non avendo altre risorse che il furto, nel giro di un paio di mesi, esattamente come ogni anno, sono stati tutti ripresi e risbattuti in galera (probabilmente anche quello che mi ha strappato la borsa e io, in una scena definita spettacolare dai testimoni, con scatto da centometrista mi sono buttata all’inseguimento gridando al ladro al ladro e poi quattro ragazzotti gli hanno tagliato la strada e lui ha mollato la borsa – chiavi di casa salve – e poi hanno continuato a braccarlo finché non ha mollato anche il portafogli). Non ho il minimo dubbio sul fatto che le cose in Iran vadano allo stesso identico modo. Quello che mi sfugge però è che cosa abbia a che fare la grazia ai prigionieri con le masse iraniane che protestano perché prive di acqua – e no solo quella.

Il 21 luglio ricorreva Eid al-Adha, la festa del sacrificio celebrata da tutti i musulmani. E giovedì scorso gli sciiti hanno celebrato Eid al-Ghadir ricordando il giorno in cui il profeta Maometto aveva designato suo erede il cugino e genero Ali. 
Non è la prima volta che l’Ayatollah Khamenei dimostra clemenza nei confronti dei carcerati: in occasione dell’anniversario della nascita dell’Imam Reza aveva dato ordine di liberare 5mila prigionieri. Da questo gesto restano però esclusi i prigionieri politici. 
Ah ecco, avevo visto giusto. Però dai, diciamolo: quanto sono buoni questi Ayatollah! Sicuramente Israele dovrà perdonarli per l’attacco alla propria nave e gli inglesi per avergli fatto fuori un loro cittadino.

(Diritti Globali, 1 agosto 2021, via Notizie su Israele) 

Va aggiunto che la signora Sabahi l’avevamo già incontrata qui; e in precedenza aveva pubblicato un’intervista ad Abraham Yehoshua in cui gli metteva in bocca la frase “l’Iran non è un pericolo per Israele”. Emanuel Segre Amar, sconcertato da questa affermazione, aveva interpellato direttamente Yehoshua, il quale ha risposto di aver detto che l’Iran non è un pericolo solo per Israele.Giusto per misurare l’onestà della signora in questione.
Quanto alla risposta israeliana, e in particolare alla dichiarazione di Bennett,
“In ogni caso, sappiamo come inviare un messaggio all’Iran a modo nostro., faccio mio il commento di Fulvio Del Deo: “È da stupidi fare proclami. Le cose vanno fatte, non dette. Israele ha imboccato una brutta strada. Non avrei mai immaginato di avere così presto nostalgia di Bibi.” Tranne l’ultima frase: io l’ho pensato subito che quei due avrebbero fatto amaramente rimpiangere Netanyahu.

barbara

ABBIAMO UNA NUOVA EMERGENZA

E ringrazio l’amico Fulvio Del Deo che me l’ha segnalata.
Da quando è stata inventata l’idea e fabbricata la moda del gender fluid, della disforia di genere, del sesso “assegnato” alla nascita, delle persone che a un anno e mezzo “manifestano chiaramente” di sentirsi di un sesso diverso da quello biologico; da quando si è cominciato a trattare questi temi anche a scuola – in Italia ancora abbastanza in sordina, altrove nel modo più esplicito e sfacciato; da quando in diversi stati è stato stabilito che le “transizioni di genere” devono obbligatoriamente essere “accompagnate”, ossia che non appena un bambino o ragazzino fa qualcosa che tradizionalmente viene considerato come pertinente all’altro sesso (scelta di colori e giocattoli, atteggiamenti – appena un pelino effeminati da parte di un ragazzo, da maschiaccio in una ragazza) viene immediatamente sottoposto a terapia ormonale per bloccare la pubertà e affidato a uno “psicologo” che lo aiuta a compiere armoniosamente il trapasso, e se un genitore tenta di opporsi ritenendo che a 14 anni non si possano prendere simili decisioni che modificheranno irreversibilmente il proprio corpo, per non parlare della psiche, viene pesantemente multato e sbattuto in galera; da quando è iniziato tutto questo immondo bordello, dicevo, si è affacciata alla ribalta una nuova specie di influencer: quelli che hanno fatto la “transizione” e spiegano agli aspiranti transituri quali sono i passi da compiere – uno lo potete trovare qui (nota: le due persone che compaiono nei video in evidenza sono biologicamente donne; lo preciso perché ci vuole un po’ prima di arrivare a capirlo). Come potete vedere, questi video non possono essere considerati come delle vere e proprie istigazioni in senso stretto, ma colpisce il modo in cui se ne parla, come di qualcosa di estremamente semplice e tutto sommato banale, un po’ come io potrei spiegare come faccio la salsa con gli scarti dei carciofi: faccio bollire le foglie scartate, con un coltello raschio via la polpa, aggiungo un bel battuto di aglio prezzemolo olive capperi e acciughe… Tutto molto semplice, tutto molto delicato, non abbiate paura, è bellissimo e facilissimo. Come non prevedere che qualche ragazzino toccato dai normali dubbi adolescenziali e in cerca di informazioni che la rete offre in quantità, incappando in questi canali, si lasci adescare e prenda troppo frettolosamente decisioni gravi e irreparabili?
Diversi anni fa Fulvio, toccato dalla morte per anoressia di una ragazzina di 16 anni amica dei suoi figli, si è messo a perlustrare la rete, trovandovi un sacco di blog “proana” in cui ragazzine anoressiche promuovevano l’anoressia spiegando quanto sia bello avere il controllo totale sul proprio corpo, dominandone le necessità fino a non sentirle più, fino a cancellarle… fino alla morte. Trasformatosi in cacciatore di siti “proana”, ogni volta che ne trovava uno nuovo lo segnalava alla Polizia Postale, che provvedeva ad eliminare quelle pagine, cosa giustificata dal fatto che si trattava di vere e proprie istigazioni al suicidio. Adesso invece ha scoperto che questi blog, canali youtube ecc. di influencer che illustrano passo passo la loro “transizione” mostrando quanto è semplice, questa roba, dannosissima per gli adolescenti che navigano in rete, non può essere cancellata, e non potrà esserlo finché non avremo anche in Italia una legge come quella di cui si è finalmente dotata l’Ungheria – che, ricordiamolo, NON è una legge omofoba, NON è una legge transofoba, ma unicamente una legge contro la pedofilia, una legge intesa a tenere i bambini fuori dalle mire delle varie lobby dalle losche trame.

Aggiungo un’altra cosa. C’era una volta Ellen Page: carina, dolce, sorridente, dallo sguardo luminoso.

Poi ha deciso di diventare Elliot, che dichiara: “Sono pienamente ciò che sono“, vale a dire ora sono finalmente realizzato, sono ciò che volevo essere. Ecco, guardatelo:

guardate quelle spalle leggermente curve, guardate quelle braccia abbandonate lungo il corpo, guardate quelle mani semichiuse, e soprattutto guardate il viso,

guardate la piega della bocca. Guardate lo sguardo. Riuscite a immaginare qualcosa di più triste? E stiamo parlando di una persona che ha fatto “il salto” a trent’anni suonati: non credo serva molta fantasia per immaginare le conseguenze di decisioni prese, sotto l’impulso di un momento critico, a quindici anni, dodici anni, dieci anni…
Infine ascoltiamo questa testimonianza di una bambina italo-americana, decisa a fuggire dalla scuola americana dopo l’esperienza vissuta durante la prima media.

PER FAVORE, SALVIAMO I NOSTRI BAMBINI.

barbara

L’AMBIENTE È UNA COSA TROPPO SERIA

per lasciarla in mano agli ambientalisti. Delle devastazioni immani provocate da questi pazzi criminali e ignoranti come peggio non si potrebbe, ho già parlato qui, qui, e qui. Oggi vedremo qualche altro disastro.

Il più grande parco fotovoltaico d’Italia si trova a Foggia: è costato 94,5 milioni di euro

Il più grande parco fotovoltaico d’Italia è costato 94,5 milioni di euro e si estende per l’equivalente di 200 campi da calcio. Si trova in provincia di Foggia.

Il fiore all’occhiello delle rinnovabili italiane si trova in provincia di Foggia, nella località di Troia. È il più grande parco fotovoltaico d’Italia ed è stato finanziato con un maxi-investimento da 94,5 milioni di euro — grazie alla partecipazione dei colossi Natixis e Unicredit.
È stato inaugurato a giugno dell’anno scorso, in un anno che nonostante sia stato caratterizzato dalle prime ondate della pandemia non è riuscito a fermare alcuni progetti altamente innovatici e strategici per il futuro della nazione.
Le dimensioni sono estremamente importanti: si estende per 1.500.000 metri quadrati, ossia – come notava all’epoca dell’annuncio il Giornale di Puglia – l’equivalente di circa 200 campi da calcio. È in grado di alimentare una città da 200.000 abitanti. Con una potenza di 103 MW, produrrà 150.000.000 KWh di energia pulita all’anno.
Dietro al progetto troviamo la European Energy, azienda leader di nazionalità danese.
“L’Italia è un mercato molto importante per noi, siamo pronti ad investire all’incirca altri 800 milioni nei prossimi anni in progetti nel vostro paese dove, come noto, i giorni di sole aiutano il ritorno su questo tipo di investimenti”
aveva spiegato Knud Erik Andersen, CEO di European Energy.
L’inaugurazione dell’enorme parco fotovoltaico di Troia, notano diverse persone esperte di questo fenomeno, segna anche un accelerata importante su un trend che preoccupa più di qualcuno: ossia la dismissione di sempre più ettari di terreno una volta occupati dai granai e oggi occupati dalle distese di pannelli fotovoltaici.
Quello di Troia non è l’unico parco fotovoltaico di dimensioni importanti nel nostro Paese. Il podio vede, rispettivamente nella seconda e terza posizione, gli impianti di Montalto di Castro (84MW) e Rovigo (70MW). L’impianto di Foggia, per dimensioni e potenza, è il 17esimo in Europa.
Umberto Stentella, qui.

Io, per dare l’idea delle dimensioni, più che ai campi di calcio farei riferimento ai campi di grano, o a giardini, prati, boschi: quanta roba buona ci hanno rubato per mettere al suo posto quell’obbrobrio? (e quanti soldi hanno rubato dalle nostre tasche per realizzarlo?) Israele in questo campo (anche in questo campo) è all’avanguardia nel mondo, ma i suoi impianti fotovoltaici li ha costruiti in mezzo al deserto, dove non rubano niente alla natura e agli uomini, e inoltre il sole è garantito sempre.

E altre catastrofi ambientali incombono:

Paesaggi della Tuscia

Catastrofe ambientale in Tuscia
La piccola Irlanda dell’Alto Lazio.
Presto trasformata in una distesa/discarica di migliaia di pannelli fotovoltaici

Aggiungo questo scambio, in merito, fra Fulvio Del Deo e David Perlmutter:

Fulvio Del Deo

E non hai idea dello scempio che si sta facendo anche nel piccolo delle ristrutturazioni “energetiche” finanziate col super bonus 110%! Alle villette accanto a casa mia, hanno tolto delle ottime persiane in pino douglas che finiranno in discarica, per fare posto a porcherie probabilmente di alluminio e plastica simil legno.

דוד פרלמוטר

Fulvio Del Deo

considerando l’inquinamento emesso per materiali, costruzione, manutenzione e smaltimento e l’impatto ambientale che si ha nell’oscurare vaste aree rivestendole di pannelli [per non parlare delle famigerate pale eoliche, aggiungo io], concludo per aiutare l’ambiente bisognerebbe fermare gli ambientalisti.

E passiamo alla benemerita Greenpeace.

Greenpeace è come l’ ‘uomo in frac’ di Modugno

Analisi di Antonio Donno

Greenpeace, nel suo piccolo, ha ripercorso la storia del comunismo marxiano, dagli splendori rivoluzionari dei primi tempi alla triste agonia di oggi. Dalla povertà proletaria iniziale alla ricchezza di una multinazionale, con uffici e impiegati in trenta paesi del mondo, Greenpeace ha percorso a ritroso il tragitto storico che Marx aveva preconizzato nelle sue opere: e così, il proletariato ambientalista si è fatto capitalista, accumulando una fortuna molto ragguardevole. Nel corso della sua esistenza, Greenpeace si è trasformata da un’organizzazione che difende l’ambiente ad una versione capovolta che usa la difesa dell’ambiente per far soldi. Oggi, di fronte all’ultima trovata di Greenpeace, sarebbe opportuno prendere atto della sua smisurata potenza economica: è il caso, dunque, di abbandonare la “pace verde” (Greenpeace) e modificarla in “Goldpeace”, la pace d’oro.

Molti di coloro che hanno fatto parte di Greenpeace, spesso ai livelli di vertice, se ne sono ritratti accusando quell’organizzazione di essere divenuta il contrario di quello che era all’atto della sua fondazione. Con il passare degli anni, la politica dell’organizzazione ha ripercorso la strada della “corsa all’oro”, magnificamente descritta nei romanzi di Jack London dedicati al Klondike, la regione dell’Alaska reputata ricca di giacimenti d’oro. Fu la corsa di molti disperati alla ricerca di fortuna, mentre, nel caso di Greepeace, è stata la corsa di un’organizzazione ferrea, un vero e proprio sistema militare, perfettamente gerarchizzato, che ricorda la struttura piramidale del sistema comunista descritto nelle pagine memorabili di 1984 di George Orwell.

La battaglia di Greenpeace contro i prodotti ogm è stata la dimostrazione più eclatante dell’ignoranza dell’organizzazione e della sua malafede. Dichiarati dall’organizzazione ambientalista pericolosi per la salute pubblica, tutte le ricerche scientifiche indipendenti hanno dimostrato che i cibi ogm sono privi di qualsiasi controindicazione. La loro coltivazione ha sottratto una parte considerevole dell’umanità alla fame cronica, ma Greenpeace è contraria al loro uso, scontrandosi con le posizioni di molti paesi del Terzo Mondo, che vedono nell’uso degli ogm un percorso di uscita dalla fame di intere popolazioni del continente. Ma la potenza intimidatoria di Greenpeace ha raggiunto vette così alte da condizionare i governi di molti paesi del mondo, in particolare quelli che fanno parte dell’Unione Europea.

Greenpeace è una sorta di “Grande Fratello”, uno spettro che si aggira in ogni angolo del mondo, spiando, insinuandosi, progettando denunce, attacchi, contestazioni. La vicenda degli ogm è paradigmatica della natura e degli scopi di Greenpeace. Essi rispecchiano i tre slogan del Partito in 1984 di Orwell: “La guerra è pace/La libertà è schiavitù/L’ignoranza è forza”. E così, la nostra organizzazione ambientalista ha finito per occuparsi di una molteplicità di eventi che spesso nulla hanno a che vedere con l’ambientalismo, trasformandosi in un potere sovranazionale che, influenzando l’opinione pubblica, ricatta i governi, costringendoli a piegare la testa per non essere esposti al ludibrio generale.

Il fisico e matematico Tullio Regge ebbe così a definire l’azione di Greepeace: “L’aggressione dei fanatici di Greenpeace è un ritorno al medioevo malamente mascherato da operazione di salvataggio”. Ora, tuttavia, i tempi stanno cambiando e la politica di Greenpeace va incontro a sempre più dure contestazioni alle sue elucubrazioni antiscientifiche. L’abbandono di molti suoi adepti è la dimostrazione che si è superato ogni limite di credibilità: si sono lasciati alle spalle il puritanesimo dei fanatici di Greenpeace, per i quali vale quanto scrisse Nathaniel Hawthorne in La bambina di neve: “Ma, infine, non vi è nulla da insegnare a uomini saggi. (…) Sanno tutto, oh, certo! tutto ciò che è stato e tutto ciò che è e tutto ciò che, per ogni possibilità futura, debba essere. E se qualche fenomeno della natura (…) dovesse trascendere il loro modo di pensare, essi non lo ammetterebbero mai”. (qui)

E a completare l’opera dei disastri ambientali perpetrati in nome della difesa dell’ambiente, ecco entrare in scena anche il governo italiano, comprensivo di “ministro della Transizione Ecologica” – qualunque cosa possa significare questa ridicola espressione.

Addio alle foreste e ai boschi italiani

Boschi e foreste italiani sotto attacco, anche il governo apre agli abbattimenti. L’importante è fare cassa

disboscamento in Calabria

Il 7 aprile scorso, Stefano Patuanelli, ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, ha scritto sulla sua pagina Facebook«Questa mattina con Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica, Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e Mobilità Sostenibili, e con altri esperti e membri di Governo, ci siamo confrontati sul IV Rapporto Annuale sul Capitale Naturale. Capitale al quale le foreste e i boschi italiani possono fornire un contributo fondamentale in termini di valorizzazione delle biodiversità, turismo verde, produzione di legno. Basti pensare che l’80% del fabbisogno di legno per l’industria manifatturiera italiana è coperto dall’importazione di materia prima.

Gestione sostenibile dei boschi italiani?

Dobbiamo quindi avviare una gestione forestale sostenibile dei boschi italianiincrementando i prelievi laddove le realtà boschive lo consentano: in questo modo riduciamo l’importazione di legno e miglioriamo la gestione di boschi. C’è una forte convergenza tra i ministeri coinvolti, in merito alle azioni che coinvolgono il capitale naturale del Paese.Con una visione incentrata sulla sostenibilità, la riduzione dei rischi di dissesto idrogeologico, la produzione eolica, la conservazione delle foreste. Temi che trovano ampio spazio anche nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che comprenderà anche fondi specifici per la creazione di filiere forestali».

La visione utilitaristica dei boschi

Il post di Patuanelli esprime concetti devastanti attraverso parole edulcorate che possono trarre in inganno. Il confronto tra i vari ministri sul Capitale Naturale, cioè sulle foreste e sui boschi italiani, lascia perplessi.
Si evince chiaramente la visione utilitaristica del governo sul patrimonio forestale italiano. Il ministro afferma che le foreste e i boschi del Paese possono fornire un contributo fondamentale in termini di produzione di legno.
Abbattimenti, dunque. E, visto che l’80% del legname è di importazione, si deve – secondo il ministro – “avviare una gestione forestale sostenibile dei boschi italiani, incrementando i prelievi”.

Aumentare gli abbattimenti?

In altri termini, bisogna aumentare gli abbattimenti! Come se in tutta la penisola non fosse già in atto una distruzione senza precedenti del patrimonio boschivo.
Ma non finisce qui, poiché il ministro fa riferimento anche alla forte convergenza tra i dicasteri coinvolti (tutti complici per la devastazione) “in merito alle azioni che coinvolgono il capitale naturale del Paese”. Tenendo presente “la riduzione dei rischi di dissesto idrogeologico” (ma il ministro sa che gli abbattimenti aumentano questo rischio?), “la produzione eolica”, che non genera alcun vantaggio per il cittadino, ma ha distrutto interi paesaggi, “la conservazione delle foreste” (con i tagli?). Delirante e in continuità con il governo Gentiloni.

Il TUFF

Il governo Gentiloni, nei suoi ultimi giorni di attività, quando si sarebbe dovuto occupare solo dell’ordinaria amministrazione, licenziò il Testo Unico in materia di Foreste e Filiere Forestali.
Il TUFF equipara boschi e foreste italiane a vere e proprie “miniere energetiche”. Questo ha dato il via libera allo sfruttamento della risorsa legnosa, depauperando i boschi di molti esemplari. Alberi immolati nelle voraci fauci delle centrali a biomasse, sorte come funghi nell’intera penisola. Si distruggono i boschi per produrre energia classificata come rinnovabile. Ma la legna non è una risorsa rinnovabile. Gentiloni, dunque, assoggettò il patrimonio boschivo “alle esigenze socio-economiche locali, alle produzioni legnose e non legnose, alle esigenze di fruizione e uso pubblico del patrimonio forestale”. Come dire che dalla legna dei boschi si può/deve trarre un beneficio economico.

Boschi e mafie

L’affare dei boschi, peraltro, è un business milionario che arricchisce le organizzazioni criminali alla pari degli altri traffici illegali. Nella “Relazione sull’attività delle Forze di polizia sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata” di qualche anno fa, nella sezione dedicata alle nuove minacce in ordine alla tutela ambientale, si legge: «Nel 2015 inoltre, anche a causa della crisi economica, si è assistito ad una recrudescenza di fenomeni di illegalità nei confronti della risorsa forestale. Da fenomeni più banali, quali il taglio condotto con modalità non conformi, si arriva ad irregolarità via via più gravi, con reati che assumono la dimensione del reato associativo, fino alla turbativa d’asta pubblica». L’operazione “Stige” condotta dalla DDA di Catanzaro un paio di anni fa è stata la dimostrazione di ciò che la relazione ha enunciato.
E il 27 aprile scorso, la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, diretta da Nicola Gratteri, ha assestato un colpo durissimo alle cosche con il sequestro di beni, mobili e immobili, per 50milioni di euro all’azienda Spadafora.

Il monopolio ‘ndranghetistico sui boschi

La Sila è gestita da decenni dalle cosche crotonesi che controllano l’imprenditoria agricola, il mercato degli animali, la guardiania dei fondi rustici, il taglio degli alberi e la vendita del legname.
Attività molto floride in mano soprattutto alla famiglia Spadafora che, secondo la DDA di Catanzaro, sarebbe collegata alla cosca Farao Marincola di Cirò. Dalle indagini è emerso che le imprese della famiglia Spadafora gestivano, in regime di monopolio ‘ndranghetistico, l’offerta di legname proveniente dai tagli boschivi effettuati nel territorio silano.
Gli Spadafora avevano costituito un cartello di controllo mafioso dei boschi, manovravano l’aggiudicazione delle gare d’appalto boschive con metodo mafioso, provocando danneggiamenti alle ditte che non intendevano allinearsi alle disposizioni della criminalità organizzata. Alcuni componenti della famiglia Spadafora sono stati posti sott’inchiesta e condannati a conclusione della maxinchiesta “Stige” (169 arresti), che ha ricostruito le infiltrazioni delle ‘ndrine crotonesi in Sila. 

Interessi mafiosi sulle biomasse

Le ditte boschive della ‘ndrangheta avrebbero fornito, nel 2016, biomasse per 9.110 tonnellate alla Centrale del Mercure. Più volte è stato lanciato l’allarme di interessi mafiosi nel settore delle biomasse, che in Calabria sembrano intrecciarsi con l’operato di politici e amministratori locali. 
Infatti, in una lettera aperta all’ex presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, nativo di San Giovanni in Fiore, il deputato M5S Giuseppe D’Ippolito gli chiese di «chiarire se ha ricevuto o meno contributi elettorali da una ditta boschiva di San Giovanni in Fiore in odor di ‘ndrangheta… Deve spiegare all’opinione pubblica come sono andati i fatti, che cosa sapeva e perché ha firmato le carte sulle spese elettorali (per le regionali del 2014) vidimate dalla Corte d’Appello, su cui figurava a chiare lettere il nome di un’azienda di legnami, del suo paese di origine, i cui effettivi proprietari erano già noti per specifiche frequentazioni e attitudini, come conferma l’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione ‘Stige’».
Alle vicende degli Spadafora è collegata la posizione del maresciallo dei carabinieri forestali Carmine Greco, finito nelle maglie della maxinchiesta “Stige” e condannato a 13 anni di reclusione per mafia nel dicembre 2020. Greco è stato ritenuto dal Tribunale di Crotone responsabile di concorso in associazione mafiosa, favoreggiamento, rivelazione e omissione di atti di ufficio. Il sottufficiale avrebbe favorito – secondo la ricostruzione del pm antimafia Paolo Sirleo – in più occasioni i titolari dell’impresa boschiva Spadafora di San Giovanni in Fiore.  
Patuanelli e gli altri ministri coinvolti nell’operazione “prelievo nelle foreste” forse non sono a conoscenza che la risorsa forestale è nel mirino delle mafie e voler incrementare i tagli equivale non solo a devastare l’ambiente, ma anche a voler favorire la criminalità organizzata. Cui prodest?
By Francesca Canino, Aprile 29, 2021, qui.

Infine andate a guardarvi questo. Sono cose stranote, ma un ripassino non fa mai male.

barbara

CE N’È DI COVIDDI, MA CE N’È ANCHE DI MOLTO PIÙ PEGGIO ASSAI

Innanzitutto gli auguri di Natale di Donald Trump, che non ve li può fare direttamente perché Twitter lo ha censurato (evidentemente il Natale è una fake news) ma per fortuna qualcuno lo ha ripreso in tempo

Poi il gioco più tipico di queste festività

E a proposito del Natale:

Poi c’è questo signore che non ha paura di chiamare le cose col loro nome e dirle a chi di dovere

E un altro signore che da ormai quasi un anno sta sperperando (e incamerando) miliardi nostri e alle richieste di spiegazioni risponde – abitualmente, non occasionalmente (che sarebbe comunque gravissimo) con intimidazioni di tipo mafioso

Roberto Lorenzetti

#Arcuri ‘non ho voglia di giustificare’ perché abbiamo acquistato siringhe che costano il doppio.
‘Perché sono soldi pubblici’, risponde il giornalista.
E il supercommissario replica in toni mafiosi.
Non posso commentare oltre.

Qui la sequenza completa, con la domanda del giornalista. E poi domando: è solo a me che viene da vomitare, letteralmente, a vedere quella faccia da maiale all’ingrasso, quell’espressione sordida, e a sentire quella voce unta e untuosa da sottosacrestia cosanostresca? E vale la pena di guardare anche questo

clic per l’immagine ingrandita

Non sono sicura che ventimila anni di galera – previa restituzione del maltolto, beninteso, che con tutti quei miliardi forse qualche impresa si riuscirebbe a salvarla – basterebbero a punire in maniera equa quello che ha fatto questo individuo.

Sul coviddi e i problemi ad esso correlati ha voluto mettere bocca anche il sedicente papa sedicente cattolico

E poi c’è la “variante inglese”, già, la terribile mutazione del virus. E sapete perché lo chiamano virus inglese?

Angelo Michele Imbriani

La “variante inglese” si chiama così, non perché il virus sia mutato in Inghilterra ma perché la mutazione l’hanno scoperta i ricercatori inglesi. I quali hanno sequenziato 150.000 genomi di virus – il 60% di tutti i sequenziamenti effettuati nel mondo – a fronte di soli 976 in Italia.
Ma si sa che da noi vanno per la maggiore gli “esperti” che vanno in TV e che ottengono incarichi politici, non quelli che lavorano nei laboratori e negli ospedali.

E ricordando che di mutazioni finora se ne sono contate 4000, ma quella dei famigerati brexiter è ovviamente la più peggissima di tutte. Compresa la varietà cinese, ovviamente, che comunque non si può dire, solo il perfido Trump ha osato. E giustamente la Gran Bretagna va severamente punita bloccandole tutte le merci

Giovanni Bernardini

A suo tempo la UE si è letteralmente prostrata di fronte alla Cina.
Gli stessi che oggi parlano di “variante inglese” strillavano al “razzismo” quando qualcuno parlava di virus cinese.
In Italia si sono sprecate le esortazioni ad “abbracciare un cinese”.
Chi voleva mettere in quarantena tutti coloro che, cinesi e non cinesi, arrivavano dalla Cina è stato bollato di “razzismo”.
I traffici con la Cina non si sono mai interrotti. Di Maio ha spedito in Cina milioni di mascherine che in Italia mancavano.
I virus mutano spesso, lo sa anche un ignorante come me. Ma il virus “inglese”, anche se molto contagioso, non è, dicono gli esperti, più letale di quello già in circolazione.
Eppure basta ai burocrati della UE per mettere in atto una sorta di blocco economico nei confronti della Gran Bretagna.
Come spesso accade il virus è solo un pretesto. Si cerca di punire la Gran Bretagna per la brexit.
Gli euroburocrati però conoscono poco la storia. Napoleone cercò di strozzare la Gran Bretagna con il blocco economico, gli andò male. Ed andò male, un po’ di tempo dopo, ad un tale chiamato Adolf Hitler.
Non credo che il paese che ha sconfitto Napoleone ed Hitler si spaventi di fronte a Macron, alla signora Merkel o a … Giuseppe Conte!

Ah, e poi il vaccino. Sono sempre stata assolutamente favorevole, come ho sempre detto, anche se soffro di diverse allergie, però ho appena visto una notizia, che rimette in gioco tutto

(“Il primo vaccino che non guarda in faccia nessuno”, ha commentato qualcuno)

Nel frattempo per noi sono pronti 70.000 agenti con droni e ogni altra sorta di strumenti di repressione, mentre con loro, invece, le stelle stanno a guardare.

barbara

QUANDO LA REALTÀ SUPERA LA FANTASIA

Sì lo so, è tremendamente banale, ma non ci sono altre espressioni adeguate.

REALTÀ VS FANTASIA 1

Covid a Napoli, scuole chiuse per maltempo e si ferma anche la didattica a distanza: genitori in rivolta

L’ordinanza del sindaco Luigi de Magistris per l’allerta meteo con la chiusura delle scuole, prorogata anche a oggi, ha scatenato attriti tra genitori e dirigenti scolastici. Sotto accusa le scuole Bracco, Quarati, Maiuri, Cuoco-Schipa, E. A. Mario che non hanno erogato Didattica a distanza per le prime classi della primaria che erano in presenza, ma anche per tutte le altre di ogni ordine e grado come segnalato dai genitori degli alunni dell’istituto comprensivo Madonna Assunta che hanno definito la decisione «ingiustificata». Si sono quindi rivolti al consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli il quale ha inviato una nota per capire «perché il maltempo impedisce la didattica a distanza». A rispondere in merito sono tutte le organizzazioni sindacali che attraverso un comunicato unitario chiariscono che la Dad è prevista «esclusivamente per l’emergenza Covid e non per allerta meteo» e a non essere conformi alle leggi vigenti sono le scuole che invece hanno erogato tale servizio «avvalendosi del volontarismo dei docenti, che da contratto di lavoro non avrebbero dovuto. Come federazione stiamo valutando con i nostri legali di adire alle vie legali, nel caso si siano verificati eventuali abusi» precisa Graziano Forlani di Gilda Unams. (qui)

Randellate sulle gengive, pannocchia gigante abbrustolita e rovente nel culo, aghi sotto le unghie dei piedi, serie di frustate sulle natiche (rigorosamente nude) con nerbo di bue… Per me possono andare bene tutte, anche in combinazione, ma se avete idee migliori sono disponibile a prenderle in considerazione.

REALTÀ VS FANTASIA 2

Giovanni Bernardini

PAZZI

Non lo credevo possibile, eppure riescono ancora a stupirmi.
Per Natale, santo Stefano e capodanno divieto di spostarsi da un comune all’altro. Peccato che in Italia ci siano comuni con oltre un milione di abitanti ed altri con meno di mille.
Sono vietati gli spostamenti fra regioni. E’ vietato sciare ma nelle località di montagna sarà consentito aprire alberghi e ristoranti. Per cosa? Per ammirarli vuoti? Per aumentare le spese fisse in assenza di ricavi?
Lo abbiamo detto e ripetuto in tanti. Questo è un governo di incompetenti malati di ideologia ed incollati alle poltrone. Ma le cose stanno anche peggio. Questi sono PAZZI, pazzi da legare.
Sono incapaci del più elementare ragionamento logico. Non vedono cose che qualsiasi comune mortale vede benissimo. Vivono in un mondo tutto loro. Un mondo allucinato fatto di DPCM, “ristori”, covid come “occasione” per la “riconversione verde dell’economia”, la “parità di genere” e stronzate di questo tipo.
Stanno letteralmente distruggendo il paese, hanno già trasformato la costituzione in un rotolo di carta igienica.
Altro che “dialogo costruttivo fra governo e opposizioni”!
Questi vanno fermati, prima che la loro furia nichilista ci porti in fondo al baratro.

Alberto Godena

Maledetti!!!

– I ristoratori potevano risollevarsi con i pranzi di Natale ed hanno imposto il divieto di spostamento tra un comune l’altro.
– Gli alberghi potevano riempirsi con l’ultimo dell’anno, hanno imposto il cenone in camera decretando in pratica la chiusura delle strutture.
– Il settore croceristico poteva recuperare un anno disastroso ed hanno vietato le crociere.
– Impianti di risalita e alberghi in montagna sono condannati al fallimento.
– Vogliono mettere in una quarantena solo punitiva (perché indipendente da un eventuale tampone negativo) chi torna dall’estero.

Questa gente andrà processata ed auspicabilmente condannata all’ergastolo solo perché purtroppo da noi non esiste la sedia elettrica.

Tra l’altro il nostro illustre governo evidentemente ignora che lo sci è uno sport individuale che si pratica all’aperto e scafandrati in un modo che non ha molto da invidiare al personale ospedaliero dei reparti covid, che i biglietti per gli impianti di risalita sono quasi ovunque acquistabili online (e dove non lo sono non dovrebbe volerci moltissimo per organizzarsi in tal senso) e per la risalita ci sono le cabine famigliari.

E ignora altresì che ci sono figli con genitori anziani separati da poche centinaia di metri ma in comuni diversi, e quanto ai dialoghi costruttivi…

DPCM Natale, il vicepresidente Carloni esprime il totale disappunto della Regione Marche

“Esprimo il totale disappunto della Regione Marche per questo modo di procedere del Governo senza alcun confronto. Le chiusure anche a Natale penalizzano i cittadini e creno forti disparità”. Queste le parole del vicepresidente Mirco Carloni a margine della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome che si è svolta giovedì mattina.

“Abbiamo ricevuto mercoledì notte – ha proseguito Carloni – la bozza del DPCM che non tiene conto delle nostre posizioni, nemmeno quelle concordate in conferenza delle Regioni. Abbiamo espresso un giudizio negativo e la nostra contrarietà rispetto alle decisioni del Governo, che anche a Natale costringe i cittadini a non spostarsi tra Comuni. Queste posizioni creano forti disparità tra i cittadini, non tengono affatto conto che in Italia e in particolare in regioni come le Marche, esistono centinaia di piccole realtà, tanti piccoli Comuni e con una popolazione spesso anziana che rischia di restare sola e isolata anche durante le festività natalizie. Verrà impedito ai familiari e ai congiunti di trascorrere insieme anche il giorno di Natale e quello di Santo Stefano, si pensi ad esempio a famiglie che vivono a pochi chilometri di distanza ma in Comuni diversi, a chi non vede da tempo genitori anziani, a chi ha vissuto settimane in isolamento, a chi vive in realtà molto piccole. Decisioni che avranno una ricaduta sociale soprattutto sulle fasce più fragili della popolazione. Riceviamo i sentimenti negativi rispetto a queste scelte. Questo modo di fare crea un danno enorme al nostro territorio, dove la penalizzazione sulla mobilità intercomunale incide fortemente anche dal punto di vista economico.
Siamo entrati in zona arancione ingiustamente – incalza Carloni – senza alcun preavviso e senza alcuna concertazione con le autorità centrali, nonostante dati che già cominciavano a stabilizzarsi e a scendere, come dimostra il calo dell’indice Rt delle ultime settimane. Sono state danneggiate le nostre attività economiche che hanno risentito di una stretta calata dall’altro. C’è una totale mancanza di dialogo. Il confronto è soltanto formale, non c’è nulla di sostanziale.
Quando un Governatore – ha concluso il vicepresidente – o addirittura tutta la Conferenza fanno delle proposte congiunte, ragionevoli e calate sui territori, e puntualmente queste proposte cadono nel vuoto, di fronte a questo modo di procedere ci pare evidente che il nostro parere, il parere delle Regioni che rappresentano i cittadini, non interessi a nessuno”.

dalla Regione Marche
www.regione.marche.it

A “quelli”, per la verità, non interessa il parere di nessuno, neppure quello del CTS, se contrasta con quello che il conte Dracula ha deciso per i sudditi.

REALTÀ VS FANTASIA 3

Giorgia Meloni 

Lo scorso 17 ottobre gli scienziati del CTS mettevano nero su bianco che i protocolli di sicurezza imposti ai ristoranti erano efficaci, quindi non c’era alcun bisogno di chiuderli. È stato il Governo a scegliere di inasprire le misure, dando un’altra pesantissima mazzata ad un settore fondamentale dell’economia italiana. Conte e i suoi sodali dimostrano ancora una volta di voler scaricare la propria incapacità di gestione dell’epidemia sulle imprese e sulle partite iva, compromettendo l’intera economia italiana.
Come abbiamo detto fin dall’inizio, se i protocolli di sicurezza imposti a tutte le categorie sono efficaci le attività devono riaprire tutte subito, se non lo sono Conte deve chiedere scusa e risarcire le imprese che hanno investito i loro soldi per adeguarsi alle norme anti Covid.

E per quanto riguarda il blocco degli spostamenti, mi sa che deve essere andata così

Concludo con un’altra botta di realtà che neanche con la più sfrenata fantasia si sarebbe potuta, in questi duemila anni, immaginare

barbara