NEI DINTORNI DEL GOVERNO MELONI

Da dove vogliamo partire? Visto che c’è tanta gente che ama raccontarsi favole, io partirei proprio da quelle:

resta da capire chi potrebbero essere i sette nani. Vogliamo provare a fare qualche nome? Boldrini potrebbe andare? E quello – unico – che sta in aula con la mascherina: non ho bisogno di dire chi è, vero?

Poi ci metterei Serracchiani, Ronzulli, Draghi, Letta… Siamo a sei, e mi fermo, perché a me, e sicuramente anche a voi, ne verrebbero in mente a non finire, e quindi ognuno completi la lista come preferisce. A proposito di Serracchiani, nel caso vi fosse sfuggita, sentite questa che spettacolo (in rete potete trovare anche altri video ripresi da altre angolazioni che mostrano per tutto il tempo o quasi  la faccia della destinataria della replica):

Poi passerei a questo

a cui io secondo me manca una bella soppressa morbida tagliata a fette grosse co un bel goto de grinton, ma insomma la sostanza è quella, ci siamo capiti. Poi arriva il genio che dice

Riferite agli idioti rossobruni “sovranisti” (probabilmente sanno scrivere ma non leggere) che l’Italia produce appena:

– il 36% del grano tenero che le serve;
– il 53% del mais;
– il 51% della carne bovina;
– il 56% del grano duro per la pasta;
– il 73% dell’orzo;
– il 63% della carne di maiale e i salumi;
– il 49% della carne di capra e pecora;
– per latte e formaggi si arriva all’84% di autoapprovvigionamento. 

Per favore, sentite anche se tali idioti intendono campare con un terzo di panino con sopra spalmato del sovranismo, grazie.

A cui io rispondo: mi scusi signor genio, ma se stessimo producendo il 100% del nostro fabbisogno, le pare che a qualcuno potrebbe venire in mente di fare un ministero apposta per perseguire l’autosufficienza alimentare? Andiamo, su!
Naturalmente anche su questo la setta nana boldrinessa ha da dire la sua e anche questo è pane per i denti di Giorgia

La quale boldrinessa ha da dire la sua anche sulla scelta di Giorgia Meloni di essere chiamata il Presidente del Consiglio dei Ministri oltre che per il nome del partito che “dimentica le Sorelle”

(evidentemente la signora boldrinessa ignora l’origine delle parole “Fratelli d’Italia”); già in tanti le hanno risposto, e ora voglio farlo anch’io.

La parola presidentessa esiste (presidenta no), ma la presidentessa è quella del patronato, quella del gruppo che organizza la sagra della castagna, del comitato per la manifestazione di beneficenza, ma il Presidente del Consiglio dei Ministri è una funzione specifica e unica, è un ruolo specifico e unico, e va declinato con l’articolo relativo al ruolo. Così come abbiamo la direttrice della scuola, dell’asilo, della biblioteca, ma il direttore d’orchestra è una cosa diversa, è un ruolo specifico e unico. E non trovo molto senso nel dire la presidente, dal momento che il femminile specifico di questa parola esiste, sarebbe come dire il dottore e la dottore. Vero che etimologicamente è un participio presente e come tale indeclinabile e “ambosesso”, in cui il sesso è indicato dall’articolo, ma come molti participi (docente, cantante) viene usato come sostantivo, e quindi vale quanto detto sopra in relazione al ruolo, cioè la questione non è grammaticale, bensì semantica. Allo stesso modo c’è una differenza sostanziale fra il segretario e la segretaria: la segretaria è SEMPRE al servizio di una persona: la segretaria del direttore, dell’avvocato, del dentista, del notaio (ovviamente anche il segretario maschio quando svolge lo stesso tipo di servizio). Il segretario generale invece, ma anche il semplice segretario comunale, è al servizio di un’istituzione, cioè è una funzione, un ruolo, una carica, che prescinde dal sesso di chi lo svolge. Aggiungo che in diversi ambiti, anche se oggi probabilmente sempre più in disuso, i termini colonnella e generalessa indicano la moglie dell’ufficiale in questione, e tale denominazione non può essere usata per la donna che fa carriera militare e raggiunge il grado di colonnello o generale: suonerebbe come una presa in giro. E per favore, non mi si venga a parlare della Treccani (che qualcuno ha, non del tutto inopportunamente, suggerito di ribattezzare Treccagne, così le femministe saranno soddisfatte): se ci sono testi “scientifici” che affermano che il sesso biologico non conta nulla e che la persona è rappresentata unicamente dal genere che “si sente” in quel determinato momento e che può benissimo cambiare nel quarto d’ora successivo, perché adesso va di moda sostenere questo, pretendete che io prenda per vangelo un testo anch’esso sempre più prono alle mode del momento? O la Crusca: dopo che è stato proposto petaloso, ne vogliamo ancora parlare? Andando poi all’estero, quando ancora la gente era dotata di buon senso e parlava in maniera normale, avevamo Le (maschile) Premier (maschile) Ministre (maschile) Madame Cresson. In inglese non c’è articolo distinto e avevamo the Prime Minister Mrs Thatcher, cioè c’è ugualmente modo di sapere di che sesso è la persona che ricopre il ruolo in questione. Sempre che sia importante sapere se chi ricopre il ruolo ha il pisello o la patata, il che è tutto da discutere. Salvo ovviamente il caso in cui la donna che occupa quel ruolo vi sia stata chiamata per via delle quote rosa: in questo caso sì, il fatto di essere detentrice della patata è di primaria importanza, ma non mi sembra il caso di nessuna delle tre donne in questione, Thatcher, Cresson, Meloni. E concludo con una domanda: voi direste che Giuseppina Maria Fragoletti è un arbitro severo, un arbitro severa o un’arbitra severa? E non tiratemi fuori l’argomento che arbitra non esiste: non esistono neanche ministra sindaca architetta ingegnera e tutta l’infinita serie di puttanate di recente invenzione. E d’altra parte, come giustamente fa presente l’amico Cullà, non risulta che qualche uomo abbia rivendicato il diritto di ricevere biglietti con su scritto “Il Signorio Vostro Illustrissimo è cordialmente invitato” – o magari “Il Signoria Vostra ecc.”.

Poi, sempre in ambito boldriniano, c’è anche questa ennesima figura di merda  – no, non è analfabeta funzionale: è analfabeta e basta – d’altra parte, che cosa aspettarsi da una che si fa comandare quando sorridere?

E infine c’è la questione del famigerato merito (vade retro Satana!), su cui risponde da suo pari questo signore

al quale mi permetto di osservare che la preposizione “a” seguita da “assediare” richiede obbligatoriamente la d eufonica, tranne alcuni pochi casi eccezionali, e questo non lo è; forse il signor professore e scrittore avrebbe bisogno di qualche lezione di italiano. Naturalmente contro il merito si è scagliata l’Oca Signorina – e la cosa non ci stupisce -, dal cui post estraggo alcuni esemplari commenti dei suoi cicisbei, ovviamente in piena sintonia con lei.

visione classista e pericolosissima. Uno che non può pagarsi gli studi perché in difficoltà economiche non merita di essere trattato degnamente? E uno che semplicemente non è un cervellone?

Ecco, questo avrebbe urgente bisogno di qualcuno che gli spiegasse che cosa significa merito

preferisco Marx quando dice “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”. È orribile vivere in un mondo di eterna e rigida competizione.

Che una bella citazione di Marx fa sempre figo. Ma se uno deve dare secondo le sue capacità, secondo lui che cosa potrà mai voler dire?

“meritocrazia” è esattamente la stessa cosa della competizione, che è la base della società capitalista in cui viviamo. Insegnare già ai bambini che se non combinano nulla non sono nessuno e sono destinati a rimanere nei margini della società, ignorando che le capacità di uno sono determinate non dalla libera volontà del soggetto, ma da fattori esterni, o interni, in entrambi i casi incontrollabili e ingestibili da parte del soggetto. La meritocrazia è una menzogna per mascherare il conservatorismo, altrimenti non avremmo figli di papà inetti inseriti in ruoli di spicco a farci la morale del “bisogna essere imprenditori di sé stessi”.

Capito bambini? Se non fate un cazzo non è colpa vostra, voi non avete il controllo sul vostro fare o non fare e quindi non potete farci niente, E quindi sedetevi e aspettate che la vita vi passi davanti, che qualcuno il cibo ve lo procurerà comunque, grazie ai coglioni che si fanno il culo a lavorare.

ma chi premia la nostra società? Chi porta più grana, o chi si impegna di più? Perché io posso sforzarmi di studiare astrofisica, che per me è al limite dell’incomprensibile, studiare giorno e notte, sforzarmi fino a perdere la vista, e continuare comunque a non capirla, mentre un “genio” impara tutto in un lampo. In quel caso la società non mi riconosce un bel nulla, anzi, mi chiama parassita e incapace, mentre premia l’altro perché meritevole, anche se magari non si è sforzato un minimo nel suo lavoro.
La squadra che vince la partita è quella che segna perché più forte, non quella che ci prova e si sforza correndo fino all’ultimo secondo.

Esatto caro: tu SEI (non “ti si chiama”: tu proprio SEI) un parassita e incapace e anche deficiente, non perché non capisci l’astrofisica, ma perché pretendi a tutti i costi di studiare una cosa per la quale sei negato senza neppure renderti conto che non fa per te, e lo sai perché non sei capace di rendertene conto? Perché nella tua educazione è sempre stato escluso il concetto di merito. Per questo sei e sempre resterai un fallito, ai margini della società, un parassita. Quanto alla squadra che vince perché è più forte, prova a fare uno sforzo di fantasia e immaginare per quale bizzarro caso del destino si trova a essere più forte. No, eh? Proprio non ce la fai. Eh, capisco.

Aggiungo due splendidi confronti fra Giorgia Meloni e la gallina di plastica Lillifascisi Gruber

Sempre più cafona che mai.

E concludo con questa cosa spettacolare.

Anzi no, concludo con questa, che non c’entra niente ma mi piace un sacco

(Don’t forget: el marinero, el capitano. Y el presidente, desde luego)

POST SCRIPTUM: una cosa comunque è certa: i sinistri hanno finalmente mostrato la loro vera faccia

barbara

QUAND ON EST CON, ON EST CON

Tradotto: co uno ze mona, zé mona. E il signor Gramellini modestamente lo nacque e lo è.

Laura ciao

Se alla tv spagnola Laura Pausini avesse cantato «Bella Ciao», oltretutto a meno di due settimane dal voto, i politici e i commentatori di destra le avrebbero dato della comunista e oggi tirerebbero fuori le foto di lei che serve i tortellini a qualche festa dell’Unità o i ritagli di giornale del maggio scorso in cui i profughi cubani la definivano filo castrista [processo alle intenzioni, nonché proiezione sulla controparte delle abituali attitudini della propria parte]. Poiché invece si è rifiutata di farlo per evitare strumentalizzazioni di parte, è stata strumentalizzata da entrambe le parti, con la destra che adesso la considera Giovanna D’Arco e la sinistra Claretta Petacci [BUM! Qualcuno ha sentito in giro qualcosa del genere? Il signor Gramellini non deve confondere il proprio cervello col baco con quello della gente normale].

Con maggiore prontezza di spirito, ma non è facile averla in certi momenti, forse avrebbe potuto intonare quella meravigliosa canzone dedicandola al popolo ucraino invaso da Putin [nel senso che sarebbe stata una buona idea dedicare Bella ciao ai nazisti? Nel senso che anche girandola così avrebbe in ogni caso dovuto cantarla? E non sfiora l’eccelsa mente del Nostro l’idea che potrebbe non avere fatto questa cosa non per mancanza di prontezza di spirito – altra illazione del tutto gratuita – bensì perché è un’idea troppo stupida per poter venire in mente a una persona normale?]. Avrebbe sparigliato le carte [forse sfugge al mona di turno che Laura Pausini fa di mestiere la cantante, non la sparigliatrice di carte] e spostato un po’ il tiro [spostato il tiro in che senso? Spostato quale tiro?], mentre la decisione di non cantarla le ha tirato addosso accuse di vigliaccheria e di fascismo che francamente appaiono esagerate [e sei riuscito a sbagliare anche questa: non sono esagerate, sono totalmente prive di fondamento: sono due cose diverse. Lo so che per certe menti è un concetto difficile, quindi non lo dico nella speranza che tu possa capire: lo dico e basta, semplicemente perché è così, e questo va detto].

«Bella ciao» inneggia all’amore e alla libertà [La libertà ok, ma l’amore dove sta esattamente nella canzone? Non dirmi che fumi roba così forte da darti addirittura le visioni], e chi ne ha fatto la colonna sonora della propria esistenza dovrebbe riconoscere a tutti la libertà di cantarla o di non cantarla, senza sottoporre l’una o l’altra scelta al verdetto di un autoconvocato tribunale della Storia intento a misurare il tasso di ideologia degli interlocutori [e allora perché dici che avrebbe dovuto avere la prontezza di spirito di cantarla dedicandola al  popolo ucraino che da otto anni e mezzo sta massacrando i russofoni?]. È davvero un peccato che la canzone italiana più conosciuta al mondo dopo «Volare» venga percepita solo in Italia per ciò che non è: un canto di parte [ora ti spiego, visto che oltre che tonto sei anche ignorante. Se una parte, a guerra finita, cioè dopo che quelli che combattevano per la libertà hanno finito di combattere e sono tornati a casa, fabbrica a tavolino una canzone nuova che prima non esisteva prendendo la musica di una canzone che parla di tutt’altro, e la canta alle proprie manifestazioni reggendo la propria bandiera, sempre, regolarmente, senza eccezione, e tratta da nemico della propria parte chi, per qualunque ragione, non la vuole cantare, come potrebbe essere definita questa canzone? No, non preoccuparti di rispondere, è solo una domanda retorica, non vorrei davvero che a sforzarti troppo ti grippasse il cervello]. Vado a sentirmi «Bella ciao». In cuffia, così non disturbo nessuno [e scommetto che con questa battuta del cazzo sei anche convinto di essere ironico e spiritoso].

In compenso l’Oca Signorina riesce a fare perfino quasi peggio di lui

Laura, guarda: Bella ciao è una canzone che condanna la violenza della guerra, i soprusi contro i popoli aggrediti, la sacrosanta legittimità da parte di chi è oggetto di violenza di difendersi anche contro le armi [addirittura ANCHE contro le armi?! Ma roba da non credere!], la dignità che questa scelta comporta e anche la sofferenza che chi la compie è costretto ad affrontare, sia per sé che per i propri cari [no, quella per i propri cari nella canzone non c’è]. È una canzone politica, incredibilmente politica, squisitamente politica, ma di quella politica bella [cioè quella della tua parte], fatta dai cittadinə [purtroppo gli articoli omnigender non li hanno ancora inventati quindi per il momento tocca sopportare questi orrendissimi ibridi, ma vedrete che prima o poi riusciremo a scovare qualcosa anche lì], perché spiega che la libertà e [ma rileggere un momentino no? Proprio no?] la sola cosa per cui vale la pena combattere [io dopo “vale la pena” ci metterei un “di”: cosa ne dici prof con laurea, master e otto miliardi di titoli aggiuntivi che spari regolarmente in faccia a chi azzarda mezza briciola di critica?], rischiare la vita, perderla se necessario. È una canzone semplice e bella [non esistono cose belle: esistono cose che piacciono; tu per esempio ti piaci un sacco, ma non sarei pronta a giurare che tutti concordino con te], proprio perché dice tutte queste cose in maniera che tuttə possano capirle, e canticchiarle facilmente perché non richiede conoscenze di musica e forse neppure una grande intonazione. È una canzone del popolo, per il popolo, dalla parte del popolo. Quel popolo di cui tu però ti sei sempre fatta vanto di fare parte.

E quindi Laura, fammi capire: perché caspita non la vuoi cantare, eh? [Ma saranno cazzi suoi?! E mi raccomando, non dimenticarti il tuo “eh?” con la tua voce stridula e gracchiante, il dito puntato, il cipiglio severo e la mascella dura mussoliniana]

Ma non bastano tutte le disgrazie che abbiamo, da dover sopportare anche questi branchi di deficienti?

E adesso ascoltate questa bella canzone klezmer del 1919

barbara

HO DECISO DI DEDICARE UN POST

(sì, un altro) alla stimatissima Signorina Mariangela Vaglio, aka Galatea, con un gioiellino che sembra fatto su misura per lei, sempre dalla parte giusta, che si adegua, senza farci caso, perfino alle desinenze trasformate in asterischi.

Questa cosa è del  1996, e si vede: l’avesse fatta giusto una manciata di anni più tardi, avrebbe dovuto dire che sì, dopo la svolta di Occhetto è diventato americanista ma dopo giusto, appunto, quella manciata di anni, è precipitosamente ridiventato antiamericanista fino alle budella. Quanto alla nostra beneamata, vi invito caldamente a farvi un giretto qui (ma potrei darvene altri mille in cui la musica è identica) e leggere coscienziosamente tutti i commenti: meglio che andare a teatro, credetemi.

barbara