E TORNIAMO A PARLARE DELLA GUERRA

Tv e giornali e politici e Vaticano e umanitaristi: gli Armeni sono decapitati dai vostri nuovi “amici”

L’Italia a Baku per il gas. Al governo nessuno fiata sulla “Bucha armena”, civili e soldati Armeni fatti a pezzi dai soldati Azeri, tutto ripreso in video che nessuno ha avuto il coraggio di mostrare

“Sono lieto di annunciare che oggi gettiamo le basi per un ulteriore rafforzamento della cooperazione fra Italia e Azerbaijan, che auspico conduca a un ulteriore consolidamento del nostro partenariato economico e commerciale”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in visita a Baku (l’Azerbaijan ha anche annunciato l’apertura di “centri culturali azeri” in Italia). 10 miliardi: tanto vale l’interscambio fra Azerbaijan e Italia. Di Maio ha anche siglato la nascita di una università italo-azera a Baku. Poi il nostro capo della diplomazia è intervenuto su Bucha: “Crimini di guerra, la Corte penale internazionale li punirà”. In attesa che si faccia luce su quanto successo in questa piccola città dell’Ucraina, l’indignazione è d’obbligo. Ma gli Armeni decapitati non hanno meritato un secondo e una riga sulle nostre tv e giornali per aver subito lo stesso. Paolo Mieli sul Corriere della Sera di oggi critica il presidente ucraino Zelensky per aver evocato un “genocidio”. Non so se sia un termine adatto, ma so che c’è un popolo, quello Armeno, che un genocidio lo ha davvero subito, il primo del Novecento, e che continua a subire nell’indifferenza europea. Ma se ad esempio il presidente francese Emmanuel Macron il 9 marzo annunciava un “sostegno incrollabile all’Armenia”, nessuna alta carica italiana ha mai fatto menzione del piccolo stato cristiano nel Caucaso.
Anche senza evocare la sproporzione di perdite militari (1.300 soldati ucraini caduti su 40 milioni di abitanti contro 3.800 soldati armeni caduti su 2.9 milioni di abitanti), restiamo all’orrore per i civili. Mentre l’Italia negoziava a Baku, l’Armenia diffondeva un rapporto: “Ci sono ancora 187 soldati armeni e 21 civili armeni dispersi, mentre l’Azerbaigian tiene ancora 38 armeni prigionieri di guerra, tre dei quali civili”. Sappiamo anche che i soldati azeri hanno ucciso 19 soldati e civili armeni dopo la fine delle ostilità, quando erano loro prigionieri, protetti dalla Convenzione di Ginevra. Abbiamo anche i nomi dei morti ammazzati.
Eppure, tv e giornali potevano vedere tutti i video degli anziani armeni decapitati dalle forze azere nel Nagorno-Karabakh. Decapitati da uomini in uniforme delle forze azere, non bande o miliziani no, ma dall’esercito regolare. “È così che ci vendichiamo, tagliando le teste”, dice un soldato azero fuori campo. Genadi Petrosyan, 69 anni, non voleva lasciare il villaggio mentre le forze azere si avvicinavano. Come Yuri Asryan, 82enne che si era rifiutato di lasciare il villaggio. Nessuno conosce il nome di Victoria Gevorkyan, una bambina armena di 9 anni prima vittima della seconda guerra lanciata dall’Azerbaijan.
Abbiamo orrore dei mercenari usati da Vladimir Putin nella guerra in Ucraina, ma non dei mercenari di Recep Tayip Erdogan nella stessa guerra. Gli stessi mercenari che turchi e azeri avevano chiamato per uccidere gli armeni nel Karabakh, come ha appena raccontato Armenpress: “La Turchia ha inviato 2.000 militanti siriani rimasti nel Nagorno Karabakh dopo aver combattuto per l’Azerbaigian contro le forze armene in Ucraina per combattere contro la Russia”.
In una pagina sono raccolti video atroci realizzati dagli stessi soldati azeri contro gli armeni, civili e militari: un giovane armeno decapitato e i soldati azeri che ridono, esultano e celebrano mentre uno di loro usa un coltellaccio da cucina per tagliargli la gola; un anziano armeno che implora per la vita, mentre un soldato azero lo tiene e gli taglia la gola; soldati azeri che trascinano civili armeni fuori dalle case sul marciapiede e poi li uccidono; soldati azeri che mutilano i soldati armeni, tagliando loro parti del corpo; soldati azeri che bruciano il corpo di un armeno. E così via, di orrore in orrore.
Impossibile dimenticare che quando nel 1988 in Armenia un terremoto fece 25.000 morti, in Azerbaijan ci furono feste e danze di giubilo per ringraziare Allah di aver colpito i vicini “infedeli”.
Una delle vittime armene dei soldati azeri si chiamava Alvard Tovmasyan, disabile che soffriva di malattie mentali. I parenti hanno identificato il suo corpo nel cortile della sua casa a Karin Tak, un villaggio dell’Artsakh. Suo fratello Samvel l’ha riconosciuta dai vestiti. Piedi, mani e orecchie di Tomasyan erano stati tagliati.

Il presidente azero decora Ramil Safarov, l’ufficiale azero che a Budapest a un corso di inglese della Nato ha decapitato Gurgen Margaryan, un altro partecipante, mentre dormiva. Il movente? “Margaryan era armeno”. (NOTA: sotto la pecetta bianca c’è la testa mozzata dell’armeno tenuta per le orecchie)

Le Monde rivela di un’altra dozzina di video che mostrano scene che vanno da calci in faccia a civili armeni coscienti ad accoltellamenti in faccia a cadaveri con l’uniforme armena. La BBC ha il video di altri due civili armeni uccisi a sangue freddo. Come Valera Khalapyan e sua moglie Razmela, assassinati nella loro casa dai soldati azeri, che poi hanno tagliato loro le orecchie. Uccisi come “cani” (il dittatore azero Alyev così chiama gli armeni) dai soldati azeri non in tempo di guerra, ma di “pace”.
Eppure, il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, ha stretto un accordo con la Fondazione Aliev. Il Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, aveva già consegnato al primo Vicepresidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Mehriban Alieva, che è anche la moglie del dittatore azero, il nastro con la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza ecclesiastica a un non cattolico. Nel 2013, Ravasi era andato a Baku per organizzare una mostra di arte aver nei Musei Vaticani.
Ieri il ministro degli Esteri dell’Ucraina ha chiesto all’Unesco di espellere la Russia perché in questa guerra una ventina di chiese sono state colpite e danneggiate. Richiesta che è molto facile che venga accolta. Peccato, ancora una volta, per il doppio standard. “Conoscete la chiesa di Santa Maria a Jibrail? È improbabile che l’abbiate visitata in passato, ma non potrete più farlo: è stata completamente rasa al suolo dagli azeri”, scrive su La Croix Nathalie Loiseau, ex ministro degli Affari europei francese. “Siete mai stati a Shushi? Se i vostri passi vi portano lì, non troverete più la Chiesa Verde, profanata e distrutta, come la Cattedrale di San Salvatore che è stata bombardata. A Mataghis, la chiesa di San Yeghishe è stata vandalizzata. Ogni giorno, lapidi, statue e cimiteri armeni vengono demoliti”. Loiseau ha lanciato un appello: “Faccio appello ai presidenti del ‘gruppo di Minsk’, Francia, Stati Uniti e Russia, affinché intervengano con l’Azerbaigian. Faccio appello all’Unione europea affinché ottenga da Baku chiare assicurazioni che il patrimonio culturale armeno sarà preservato. Faccio appello all’Unesco…Non lasciamo che le chiese armene siano distrutte”. Se non fosse che l’Azerbaigian ha ipotecato l’Unesco. Nel 2004 alla vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva (e moglie del presidente Ilham Aliyev) è stato dato il titolo di Ambasciatore di buona volontà dell’Unesco, una posizione che organizzazioni come il Centro europeo per la libertà di stampa e dei media hanno chiesto l’Unesco di ritirare. L’Unesco, a corto di denaro, quando ha perso il 22 per cento del suo budget l’Azerbaigian gli ha dato un contributo di 5 milioni di dollari. Nessun paese europeo, mentre gli Azeri distruggevano le chiese armene, si sono mai sognati di chiedere di cacciarli dall’Unesco.
E la pulizia etnica degli Armeni, la distruzione delle loro chiese e cimiteri quindi della loro memoria, le stragi di civili inermi, hanno avuto il risultato sperato: l’Armenia potrebbe essere sul punto di cedere quel che resta del Karabakh, incapace di difenderlo dall’Azerbaijan.
Non una sola trasmissione televisiva in 44 giorni di guerra contro gli armeni. Non un solo fotogramma apparso sui grandi quotidiani. Non un solo appello della società civile, degli scrittori, dei politici, degli intellettuali, di tutti quelli che si abbeverano ai report di Amnesty International. Eppure ce ne erano. “Ci sono voluti quattro giorni per bandire la Russia dalle principali competizioni sportive, mentre i leader occidentali hanno assistito con gioia al campionato europeo a Baku, quando centinaia di prigionieri di guerra armeni erano ancora detenuti illegalmente e spesso torturati”, scrive questa settimana l’Armenian Spectator. Un doppio standard che si spiega forse con il fatto che “l’Armenia è un paese di 3 milioni di abitanti e ha un Pil simile al Madagascar, di contro l’Azerbaijan è uno dei principali fornitori di idrocarburi in Europa”.
Da qui la totale impunità denunciata da Simon Maghakyan su Time Magazine sempre di questa settimana: “Aliyev ha completato la cancellazione di 28.000 monumenti armeni medievali a Nakhichevan, che avrebbero dovuto essere protetti dall’Unesco ma che secondo Aliyev non sono mai esistiti. Ha promosso un ufficiale azero che aveva ucciso il suo compagno di classe armeno addormentato durante un addestramento della Nato in Ungheria. Akram Aylisli, un tempo l’autore più venerato dell’Azerbaigian, ora vive agli arresti domiciliari per aver scritto un romanzo che commemora l’antichità armena del suo luogo di nascita. I cimiteri armeni recentemente occupati dall’Azerbaigian sono demoliti. Lo scorso marzo, quando il giornalista italiano Claudio Locatelli ha intervistato un soldato azero volontario in Ucraina, quello che Aliyev chiama ‘il modello azero di multiculturalismo’ è stato in piena mostra. ‘Siamo tutti fratelli: musulmani, ebrei, cristiani’, si vantava il soldato. Ma quando gli è stato chiesto degli armeni, ha detto ‘sono peggio degli animali’. Ma tale politica richiede una tacita approvazione internazionale sotto forma di un silenzio quasi universale”.
E quel silenzio glielo abbiamo garantito a dovere. Io invece non sono disposto, in nome della guerra politica, morale ed economica alla Russia, a lasciare che il nostro silenzio, le nostre complicità e le nostre collusioni morali ed economiche ci facciano accettare la guerra di annientamento e di logoramento di 100 milioni di turchi e azeri con cui stanno cancellando uno dei due piccoli paesi che mi stanno a cuore (oltre a Israele): la piccola Armenia. Un paese, come l’Ucraina, che è stato terra di confine tra civiltà diverse, fra alterne vicende e aspri conflitti e che dovettero spesso protettorati, invasioni e devastazioni.
I “massacri hamidiani” contro gli armeni iniziarono alla fine del 1894 e si protrassero fino all’estate del 1896. Il sultano Abdul Hamid decise di dare al problema armeno una “soluzione finale”. Un testimone oculare, l’ambasciatore Alberto Pansa, ci ha lasciato una descrizione terrificante: “Gli armeni non si difendono: per le strade quando si trovano davanti al turco si buttano in ginocchio: queste bande armate di un grosso bastone con una punta ferrata con la quale colpiscono alla testa l’armeno che cade insanguinato, passano delle carrette che raccolgono cadaveri, li buttano accatastati su tali carri, il sangue cola ed i cani seguono questo lugubre carro leccando il sangue. Arrivano al Bosforo e ve li buttano. Questo barbaro massacro continua per tre giorni per ordine del sultano che vuol sterminare gli armeni”. Solo in quell’occasione furono trucidati a Costantinopoli migliaia di armeni. Grande fu il lavoro della Conferenza degli ambasciatori per cercare, inutilmente, di far cessare i massacri. L’Italia vi era rappresentata da Pansa, piemontese. Ospitò nell’ambasciata e nei consolati moltissimi armeni, si aggirò per le strade allo scopo di salvarne altri, tanto che per il suo coraggio venne decorato al valor civile. Saverio Fera, presidente del Comitato “Pro Armenia”, disse che occorreva cacciare il “turco dall’Europa” e sostituire l’impero ottomano con una confederazione di popoli liberi. Al tempo l’Italia aveva ancora coraggio. Il presidente del Consiglio Crispi spedì ai Dardanelli due corazzate, la “Umberto I” e la “Andrea Doria”. Crispi ordinò di mettersi a disposizione del comandante inglese, che venne informato che l’Italia aveva pronto un corpo di 50.000 soldati per l’attacco ai Turchi. Ma gli Armeni alla fine vennero abbandonati a se stessi.
Oggi non saremmo neanche più in grado di pronunciare le parole di Francesco Crispi alla notizia dei primi massacri di armeni: “L’Italia ha dei doveri speciali verso gli armeni, la cui cultura intellettuale e religiosa ha in Italia radici più estese e più profonde che in qualsiasi altro Paese d’Europa”.
Oggi la nostra pusillanimità non è neanche più celata.
Giulio Meotti

E sempre più appare evidente che i filo ucraini – o, per meglio dire, filozelenskiani, talmente affascinati dal guitto (che compare unicamente con l’abito di scena, ossia la maglietta verde militare: deve averne ordinato uno stock di 180 capi per fronteggiare i primi sei mesi di guerra) da avere cominciato a chiamarlo eroe fin dal primo giorno di guerra, esattamente come a suo tempo veniva dai suoi fans chiamato eroe il terrorista Arafat, e non a caso qualche mente geniale ha pensato bene di proporre anche lui per il Nobel per la pace – sono esattamente come i filo palestinesi: del popolo “invaso”, del popolo “oppresso”, del popolo “martire” non gliene frega una cippa, il loro unico motore è l’odio: odio per Israele gli uni, odio per la Russia gli altri. L’importante, per avere sostenitori, è scegliersi il nemico giusto: tirare missili su Israele, rapire israeliani, massacrare israeliani, guardandosi bene dal rispettare gli accordi firmati, e appena Israele reagisce ecco scatenarsi il latrato dei cani rabbiosi e la pioggia di miliardi ai poveri palestinesi vittime dell’oppressore; bombardare massacrare bruciare vivi i russi, guardandosi bene dal rispettare gli accordi firmati, e appena la Russia reagisce ecco scatenarsi il latrato dei cani rabbiosi e la pioggia di miliardi e di armi (oltre a tutti i miliardi e a tutte le armi piovute negli ultimi anni) ai poveri ucraini vittime dell’invasore. E tutte le altre vittime del mondo che si sono scelte i nemici sbagliati, si fottano.

barbara

MEMORIA CORTA

Memoria corta 1
Germania 1918. La prima guerra mondiale è finita, e chi si è trovato dalla parte sbagliata devo pagare un prezzo molto alto: l’impero asburgico viene smembrato e cessa di esistere, l’impero ottomano viene smembrato e cessa di esistere, ma il prezzo più alto lo paga la Germania: la Germania, oltre che per la guerra voluta e persa, deve pagare anche per un’altra “colpa”: quella di essere lo stato contro cui nel 1870 la Francia era partita al grido di “A Berlino! A Berlino!” e una settimana dopo i tedeschi erano a Parigi. E alla Francia non bastava la punizione per i danni provocati dalla prima guerra mondiale, e non bastava neppure la vendetta: la Francia ha preteso, e ottenuto, l’umiliazione totale, la perdita totale della faccia, la perdita di ogni dignità. Il nazismo è figlio di quell’umiliazione. Hitler è figlio di quell’umiliazione. La Germania pressoché compatta intorno a lui è figlia di quell’umiliazione perché nessuno stato, e nessun cittadino di uno stato, può convivere con una simile umiliazione. Farebbe bene a ricordarlo chi non si accontenta di fermare Putin (anzi, a fermarlo non ci pensa neppure: al contrario, non fa altro che buttare benzina sul fuoco, a secchiate, per far divampare la guerra nel modo più virulento, e farla durare il più a lungo possibile, e renderla il più cruenta e sanguinosa possibile), non si accontenta di punirlo, non si accontenta di vendicarsene, ma cerca ogni modo possibile per umiliarlo. Con la riscossa della Germania non è andata a finire troppo bene.

Memoria corta 2
Unione Sovietica 1941. I lager disseminati in tutta la Siberia e le prigioni sparse in tutta l’Unione Sovietica traboccano di prigionieri. Molti sono innocenti arrestati e condannati con un pretesto, a volte senza neppure quello, ma non pochi sono dissidenti veri, odiano il comunismo, odiano Stalin, odiano tutta la baracca. Ma nel momento in cui Hitler sferra l’attacco, l’intero stato si compatta, non ci sono pacifisti a oltranza, non ci sono renitenti, molti prigionieri del Gulag chiedono di essere mandati al fronte a combattere per la Santa Madre Russia aggredita. Farebbe bene a ricordarsene chi si augura caldamente e insistentemente che qualcuno faccia fuori Putin in modo da risolvere il problema una volta per tutte: tolto di mezzo Putin, resta il popolo russo, quello di Stalingrado e Leningrado, quello che va a teatro vestito da lavoro, appena uscito dalla fabbrica, anche se provvisto unicamente di studi elementari, quello che nella metropolitana legge. Chi ha sfidato la Russia, sotto lo zar o sotto il Soviet Supremo, si è sempre trovato di fronte, oltre all’esercito, tutto il popolo russo compatto, dissidenti compresi.

Memoria corta 3
Israele 1967. Israele è accerchiato, tutto intorno ha nemici che lo odiano e vogliono distruggerlo. Nel Sinai ci sono i caschi blu dell’Onu per impedire scontri fra Egitto e Israele, ma Gamal Abdel Nasser, quando – dopo anni di guerriglia e scaramucce e attacchi terroristici e incursioni di ogni genere – si sente pronto per attaccare il vicino e dargli la botta finale, ordina all’Onu di rimuoverli e l’Onu, nella persona del Segretario Generale U’Thant, obbedisce immediatamente. Quando tutto è pronto per attaccare Israele, allo scopo dichiarato di distruggerlo e “ributtare i sionisti a mare”, quest’ultimo anticipa di qualche ora le mosse del nemico e attacca per primo, salvando così l’esistenza dello stato e la sopravvivenza degli ebrei che ci vivono. Da allora, da 55 anni, continuiamo a sentire il mantra che “Israele è l’unico colpevole della guerra perché ha sparato per primo”. La situazione non è identica, la Russia non stava correndo pericoli immediati (sono però identici i precedenti, di attacchi sistematici con molte migliaia di morti), ma credo che chi da una vita segue le vicende di Israele e combatte contro la sistematica disinformazione su di esso, dovrebbe almeno usare qualche cautela nei confronti di chi argomenta l’assoluta ed esclusiva colpevolezza della Russia col fatto che “ha sparato per prima”.

Memoria corta 4
Onu 1967-giorni nostri. La pioggia, la raffica, la grandine di risoluzioni di condanna da parte dell’Onu, compatta come un sol uomo, contro Israele, è iniziata più o meno con la guerra dei Sei giorni, e a ogni nuova risoluzione di condanna noi, amici e amanti di Israele, mostriamo indignati e inorriditi i tabelloni delle votazioni con quei numeri scandalosi, la quasi totalità a favore della condanna, le decine di astenuti e le unità di contrari, inveendo contro l’osceno baraccone. È passata qualche manciata di mesi dall’ultima di queste vergognose risoluzioni, e vediamo ostentare, trionfalmente, il tabellone che riporta che “141 Paesi a favore, 5 contrari e 35 astenuti: L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato per condannare la Russia”: e dunque l’Onu non è più un osceno baraccone? Le stesse, identiche, percentuali bulgare, sono diventate motivo di vanto? Il voto dell’Onu pilastro portante della giustezza della propria posizione come prima lo era per Paesi islamici e comunisti odiatori di Israele? Occhio ragazzi, che l’amnesia è una malattia pericolosa.

Aggiungo – e poi per oggi mi fermo (quasi) – il discorso del ministro degli esteri della Federazione Russa, Sergej Viktorovič Lavrov pubblicato sul sito dell’Ambasciata russa in Italia

“Per molti anni l’Unione europea, mascheratasi da “pacificatore”, ha generosamente finanziato il regime di Kiev, che è salito al potere come risultato di un colpo di stato anticostituzionale. Ha osservato in silenzio lo sterminio della popolazione nel Donbass e lo strangolamento dei russofoni in Ucraina. L’UE ha ignorato i nostri continui appelli per attirare l’attenzione sul dominio nazista sui vertici dell’Ucraina, sul blocco socio-economico e sull’uccisione di civili nel sud-est del paese. Avendo legato tutte le prospettive delle relazioni con la Russia all’attuazione del pacchetto di misure di Minsk, non ha fatto nulla per incoraggiare Kiev a iniziare ad attuarne i suoi elementi chiave. Allo stesso tempo, ha concesso denari ai vertici di Kiev e l’eliminazione del regime dei visti. Hanno esteso le sanzioni anti-russe con pretesti dubbi. Ha partecipato alle rappresentazioni organizzate da Kiev mettendo in discussione l’integrità territoriale della Federazione Russa.
Ora, però la maschera è caduta. La decisione dell’UE del 27 febbraio di iniziare a fornire armi letali all’esercito ucraino è un’autodenuncia. Segna la fine dell’integrazione europea come progetto “pacifista” per riconciliare i popoli europei dopo la Seconda guerra mondiale. L’UE si è definitivamente schierata con il regime di Kiev, che ha scatenato una politica di genocidio contro parte della sua stessa popolazione.
Nelle sue azioni antirusse Bruxelles è arrivata, senza nemmeno accorgersene, a usare la “neolingua” orwelliana. Ha annunciato che “investiranno” nella guerra scatenata in Ucraina nel 2014 attraverso un meccanismo chiamato Fondo Europeo per la Pace”. La leadership dell’UE non ha esitato a includere missili e armi leggere, munizioni e persino aerei da combattimento tra i mezzi “difensivi”.
L’UE ha mostrato quanto vale veramente la supremazia del diritto in Europa ignorando tutti gli otto criteri della propria “Posizione comune” del Consiglio UE 2008/944/CFSP dell’8 dicembre 2008 “Sulla definizione di regole comuni per controllare l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari”, che vieta espressamente l’esportazione di armi e attrezzature militari dall’UE nelle seguenti situazioni:
1. inosservanza degli obblighi internazionali da parte del paese di destinazione (Kiev ha ignorato i suoi obblighi derivanti dal pacchetto di misure di Minsk, approvato dalla risoluzione 2202 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite);
2. mancato rispetto dei diritti umani, compreso il rischio che le armi siano usate per la repressione interna (nel Donbass, Kiev stava commettendo un genocidio);
3. conflitto armato nel paese di destinazione e rischi di sua escalation a seguito del trasferimento di armi;
4. minaccia alla pace, alla sicurezza e alla stabilità regionali, compresa la possibilità di un conflitto armato con un paese terzo;
5. rischio per la sicurezza nazionale dei paesi dell’UE (le armi fornite possono essere utilizzate contro gli interessi dei paesi dell’UE);
6. la politica del paese ricevente, compreso il rispetto del principio di non impiego della forza, del diritto internazionale umanitario, così come del regime di non proliferazione nell’ambito del controllo delle armi (non crediamo che Kiev sia stata esemplare nell’adempimento di questi obblighi, anche in considerazione dei noti casi di commercio in nero di armi dall’Ucraina);
7. Il rischio che le armi cadano nelle mani sbagliate, comprese le organizzazioni terroristiche (data la distribuzione incontrollata di armi in Ucraina alla popolazione, è quasi certo che alcune di esse finiranno sul mercato illegale);
8. equilibrio tra militarizzazione e sviluppo economico del paese acquirente (crediamo che Kiev dovrebbe preoccuparsi più dell’economia ucraina che della repressione dei dissidenti con la forza).
I cittadini e le strutture della UE coinvolti nella fornitura di armi letali e di carburante e lubrificanti alle Forze Armate Ucraine saranno ritenuti responsabili di qualsiasi conseguenza di tali azioni nel contesto dell’operazione militare speciale in corso. Non possono non capire il grado di pericolo delle conseguenze.
È stato finalmente sfatato un altro mito che era stato propagato dall’UE in passato e cioè che le restrizioni unilaterali della UE, illegittime secondo il diritto internazionale, non fossero dirette contro il popolo russo. I funzionari di Bruxelles, che fino a poco tempo fa si dipingevano come “partner strategico” del nostro paese, ora non si fanno più scrupoli a dire che intendono infliggere “il massimo danno” alla Russia, “colpire i suoi punti deboli”, “distruggere la sua economia sul serio” e “impedire la sua crescita economica”.
Vogliamo assicurarvi che non sarà così. Le azioni dell’Unione Europea non resteranno senza risposta. La Russia continuerà a perseguire i suoi interessi nazionali vitali a prescindere dalle sanzioni e dalle loro minacce. È ora che i paesi occidentali capiscano che il loro dominio indiviso nell’economia globale è da tempo cosa del passato. (Qui)

Chi dovesse trovare eccessivo l’utilizzo del termine “genocidio”, ascolti queste parole del giornalista Bogdan Butkevich, a una televisione nazionale Ucraina, il 31 luglio 2014

Per chi, oltre che con l’ucraino, avesse problemi anche con lo spagnolo, traduco qui il testo in sovraimpressione:
“Lei mi ha chiesto come è possibile. È possibile perché il Donbass, in generale, non è solo una regione depressiva. Ha un insieme di problemi molto grandi, e il più grande di questi problemi è la brutale quantità di gente inutile. Mi creda, so di che cosa sto parlando. Parlando della regione del Donetsk, la sua popolazione conta approssimativamente 4 milioni di abitanti. Almeno un milione e mezzo di essi sono persone assolutamente inutili. Quello che voglio dire è che non dobbiamo cercare di capire il Donbass. Dobbiamo occuparci degli interessi nazionali dell’Ucraina,e il Donbass dobbiamo utilizzarlo come una risorsa… Quanto alla comprensione del Donbass, io non ho una ricetta di ciò che si può fare lì a breve termine, ma la cosa principale che bisogna fare, per quanto possa suonare crudele, è che esiste una certa categoria di persone che, semplicemente, devono essere assassinate”.

Buon divertimento, amici dell’Ucraina.
E ora, visto che non li fanno più gareggiare (sì, lo so, è solo per una questione di principio, non fatevi la strana idea che sia anche – almeno anche – perché tre quarti delle medaglie le vincono loro), li ospito io.

barbara

E OGGI PARLIAMO DELLA CINA

Quella che ha messo in galera ed eliminato fisicamente tutti i medici, virologi, giornalisti che avevano tentato di dare l’allarme sull’epidemia che stava esplodendo. Quella che ha fermato tutti i voli interni ma non quelli per l’estero, e che non ha accettato di dichiarare l’epidemia fino a quando non è stata ben sicura che il virus avesse ormai raggiunto tutto il mondo, e poi ha iniziato a venderci a caro prezzo tutti i dispositivi medici necessari, compresi quelli che il nostro governo, criminalmente sconsiderato, le aveva regalato. Quella di cui già ho parlato qui, qui, qui e in infinite altre occasioni che ora non ho voglia di cercare. Quella che allena milioni di bambini in questo modo

affinché uno su centomila diventi un campione e gli altri, che soffriranno per tutta la vita delle conseguenze delle torture subite, si fottano, noi siamo fieri comunisti, mica checche capitaliste, che diamine.

Torno a parlarne per denunciare il genocidio attualmente in atto. Sappiamo bene – anche di questo si è ampiamente parlato qui – che i genocidi sono una specialità comunista (sì, certo, anche comunista), ma questo è il primo del dopoguerra, dopo quello tedesco e quello giapponese, ad essere messo in atto dai medici

E poi voglio parlare – in realtà questo, più ancora che con la Cina e la sua feroce persecuzione dei cristiani, ha a che fare col sedicente papa dei cattolici – del cardinale Joseph Zen:

“Il cardinale cinese Joseph Zen, nonostante l’età (88 anni) e gli acciacchi, vola da Hong Kong a Roma, per perorare la causa della chiesa cattolica cinese contro i tiranni comunisti di Pechino. Zen, per 4 giorni, attende invano di essere ricevuto da quello che supponeva fosse il Pontefice…
E’ ripartito, oggi, con l’amara consapevolezza di non esser stato ascoltato, a causa della propria “inopportuna” opposizione alla nomina di Peter Choi come nuovo vescovo di Hong Kong, uomo gradito a Xi Jinping, ergo disastroso per le sorti della comunità cattolica.
La Cina è vicina, anzi è di casa a Santa Marta.” (qui)

Ma, a pensarci bene, il cardinale può ringraziare di non essere stato preso a schiaffi, come capitato lo scorso dicembre alla sua connazionale che tentava di fermare il sedicente papa cattolico per farsi ascoltare sulla persecuzione di coloro che, convinta che quell’individuo fosse cattolico, riteneva essere suoi correligionari.

Ma ancora più, se possibile, degli schiaffi, colpisce la sua faccia, quell’espressione cattiva, dura, rabbiosa, malvagia, priva di ogni empatia, priva della più microscopica traccia di sentimento cristiano, o forse, dovrei dire, priva di qualunque traccia di sentimento tout court.

E infine voglio parlare di tiktok, diabolica macchinazione cinese, che il superkattivissimo Trump vuole bloccare. Questo ragazzo spiega di che cosa si tratta e come esattamente funziona.

Mi sto sempre più convincendo che ha ragione chi sostiene che la Cina sia ancora più pericolosa dell’islam, e che vada combattuta con ogni mezzo e con ancora maggiore determinazione.

barbara

IL SILENZIO DEI PAPI

O i papi del silenzio, che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia poi di molto.

Abbiamo avuto – che è in un certo senso una prima persona di testimonianza, perché si tratta di quelli sperimentati durante la mia esistenza – quello a cui hanno deportato mille e passa ebrei sotto le finestre, ma dopo averli rastrellati hanno aspettato qualche giorno per inventarsi una ritirata strategica nel caso il Sovrano del Vaticano avesse avuto qualcosa da ridire. Non lo ha avuto, e di milleduecento e passa persone ne sono ritornati 16, l’1,27%. E su tutto, dall’inizio alla fine, il suo silenzio non è mai venuto meno.

E abbiamo avuto quello che ha taciuto di fronte alle migliaia di attentati terroristici in Israele, di fronte a oltre un migliaio di morti (ebrei) e decine di migliaia di feriti, mutilati, invalidi permanenti, di fronte ai corpi fatti a brandelli, di fronte ai muri marciapiedi finestrini d’auto imbrattati di sangue e pezzi di cervello schizzati fuori dai crani frantumati, e poi di fronte alla più modesta, alla più umana, alla più incruenta reazione israeliana si è sentito in dovere di alzare la sua autorevole voce per invocare “Ponti, non muri!” Riferendosi, per la precisione, a questo muro
barriera-attentati
– che muro poi è unicamente per il 7% circa del tracciato, per il resto rete metallica con sensori elettronici per rilevare tentativi di infiltrazione.

E abbiamo avuto quello che ha taciuto su decine di migliaia di missili lanciati sulla popolazione civile israeliana per poi, appena Israele ha deciso che era arrivato il momento di reagire, mettersi a cianciare di “Terra del Risorto messa a ferro e fuoco” e di “Occupazione che si fa sterminio”. Perché gli stermini, si sa, sono a senso unico di marcia: in senso contrario ci sono, al massimo, persone che muoiono o che addirittura, sbadatamente, perdono la vita. E quando poi finalmente si è messo a parlare, ha parlato decisamente troppo e completamente a vanvera: CARO PAPA PERMETTE DUE PAROLE?

E dopo la serie di papi muti di fronte alle uccisioni, alle stragi, al genocidio dei fratelli maggiori, è arrivato quello che tace sulle stragi di quello che dovrebbe essere il suo gregge, quello che l’unica volta che si è sbilanciato un pelino facendo un timido accenno al genocidio armeno (sterminato in quanto cristiano, sterminato in un’azione di jihad), lo ha fatto in maniera fumosa e confusa che peggio non si potrebbe, e soprattutto guardandosi bene dal denunciare esecutori e mandanti. E che continua a tacere sullo sterminio dei cristiani ad opera dei tagliagole islamici – e per quanto riguarda le modalità dello sterminio, direi che anche per questi cristiani vale quando detto da Mordekhay Horowitz per gli ebrei: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi… e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….».  Per l’ultimo in ordine di tempo cedo la parola a Giulio Meotti.

Spaventoso racconto dell’ultimo massacro di cristiani in Nigeria: “Intorno alle 23:30 hanno colpito la casa di Jonathan Yakubu, 40 anni, uccidendo lui, sua moglie Sheba e tre figli Patience, 13, Apocalisse, 6 e Gioisci, 4. Da lì, si sono trasferiti in un’altra casa dove hanno ucciso Kauna Magaji e sua figlia Faith prima di uccidere la neosposa Saraunia Lucky, 25 anni, in un complesso vicino mentre teneva il neonato in braccio. Sebbene il proiettile abbia colpito la testa del bambino, il bambino è sopravvissuto ed è stato portato in un ospedale vicino. Altre vittime dell’attacco sono John Paul, 6 anni, Asanalo Magaji 32, Yao Magaji, 13, Paul Bawa, 27 e sua moglie Rahila, 25; e Mailafia Dalhatu, 60 anni, e suo fratello Yao Dalhatu, 56 anni, con sua moglie Saratu, 45 anni, e la nipote Blessing Yari, 14. Anche un ragazzo di nome Popular Teacher, 17 anni, è stato ucciso. Sono stati tutti sepolti in una fossa comune”. C’è qualcosa di più terribile e di meno raccontato oggi di quello che sta succedendo a questi cristiani?

Sì: di più terribile c’è l’ostinato, irremovibile silenzio di colui che era stato eletto per essere il loro pastore.

barbara

LA GRANDE CARESTIA

Ovvero il genocidio ucraino messo in atto da Stalin per mezzo di una “carestia” programmata e fabbricata a tavolino e spietatamente messa in atto. E giustamente il sottotitolo è “La guerra di Stalin all’Ucraina”. Perché il genocidio è stato perpetrato per stroncare una volta per tutte le aspirazioni indipendentiste  dell’Ucraina. Per prima cosa è stata imposta la collettivizzazione: ti portano via la terra, ti portano via la casa, ti portano via il bestiame, ti portano via gli attrezzi da lavoro. Tutto ora appartiene allo stato, che ti presta bestiame e attrezzi, e tu lavori per lui. Il risultato è stato lo stesso ovunque: più lavori e più produci, più produci e più lo stato ti porta via, quindi non hai più alcuna convenienza a lavorare. Non puoi farne a meno perché ti costerebbe carissimo, ma sicuramente non ti impegni al massimo, e dunque la produzione cala. La seconda cosa è la requisizione delle “eccedenze” per venderle all’estero; e se ovunque si è andati ben oltre le vere eccedenze, in Ucraina si è portato via letteralmente tutto: il grano normalmente usato per venderlo e comprare le altre cose che servono, il grano per il consumo della famiglia, il grano da semina. E poi anche gli altri alimenti trovati in casa. E poi la pentola sul fuoco per la cena, portata fuori e rovesciata a terra. E poi arresti ed esecuzioni di chi tenta di sottrarsi. La favola da sempre raccontata è quella della dekulakizzazione, ossia l’eliminazione della “casta” dei contadini ricchi affamatori del popolo, spogliati di ogni loro avere per darlo ai contadini poveri, deportati, non di rado giustiziati. E chi sono questi contadini ricchi? Ci immaginiamo case grandi, lussuose, riccamente arredate? Signore eleganti e ingioiellate? Carrozze intarsiate con cocchiere in polpe e redingote? Guardiamoli dunque, questi contadini ricchi che affamavano i contadini poveri:
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E quelli poveri? Eccoli qua: sistemati i “ricchi”, ora tocca a loro.
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E come non pensare al ghetto di Varsavia guardando queste scene?
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E infine le fosse comuni:
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Ultimo atto? No, adesso tocca all’eliminazione delle prove: distrutti i registri coi dati demografici che provano, cifre alla mano, che mancano all’appello milioni di persone, arrestati e giustiziati tutti i demografi che vi avevano lavorato, arrestati e giustiziati tutti coloro che avevano avuto la possibilità di vedere le cifre vere, e pubblicazione di dati inventati che, oltre agli strepitosi progressi dell’agricoltura grazie alla geniale idea della collettivizzazione, “mostrano” anche uno straordinario incremento demografico. E il negazionismo continua tuttora, intensamente praticato dal signor Putin – che qualcuno, come si legge nei commenti a questo post, considera bizzarramente un’affidabilissima fonte di informazione. E finché quella certa categoria di mamme si ostinerà a non prendere al pillola e a non andare mai in menopausa, più i complottismi sono idioti, e più continueranno a trovare adepti (il blog, comunque, se siete amanti della cultura, consiglio di seguirlo).

È un libro che merita di essere letto, perché ha potuto usufruire di archivi diventati recentemente disponibili, preclusi ai precedenti ricercatori, e le cose che vi possiamo apprendere vanno molto al di là non solo di quanto sapevamo, ma anche di ogni immaginazione. E le circa duecento pagine di documentazione stanno a dimostrare l’accuratezza delle ricerche effettuate per potercelo offrire.

Anne Applebaum, La grande carestia, Mondadori
la greande carestia
barbara

POPOLO DI UN DIO GELOSO?

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Probabilmente molti di voi avranno già sentito di questa cosa scandalosa, denunciata già in molti siti, ma preferisco parlarne anche qui.

Cari amici,

 ci avevamo creduto. O meglio, alcuni di noi ci avevano creduto, si erano illusi. Dopo infiniti convegni, confronti, visite papali ed episcopali, conferenze pubblicazioni dichiarazioni. Avevamo creduto che l’antisemitismo tradizionale della Chiesa (quello che per essere educati bisogna chiamare “antigiudaismo”) fosse stato gradualmente abbandonato di fronte alla lezione della Shoah. Certo, il Vaticano era stato l’ultimo a riconoscere Israele e l’atteggiamento antisraeliano è ancora diffuso nel mondo cattolico dall’associazionismo di base su su fino alla segreteria di stato. Anche se, sono felice di riconoscerlo, le eccezioni ci sono, e non poche.
Ma ci eravamo illusi che questa fosse per l’appunto una posizione politica (sia pure miope e vile) intesa a mostrare al più forte, e al più violento, quello che può fare danni gravi, cioè i musulmani. E’ un calcolo che avrebbe senso, visto che gli islamici sono circa cento volte più numerosi degli ebrei (1,6 miliardi contro 16 milioni circa), salvo il piccolo problema che essi puntano da sempre alla distruzione del cristianesimo dopo quella dell’ebraismo: con le buone (le conversioni) o di nuovo come un tempo con le cattive (con le stragi). Ma il punto della diffidenza cattolica per Israele non è politico, non solo. E’ molto più radicale. Non è solo antisionismo, ma anche spesso antisemitismo. O meglio era tutte e due le cose, a conferma che esse non si possono distinguere, l’una sfocia sempre in definitiva nell’altra.
I più accorti fra noi se n’erano accorti da tempo, da quando per esempio nel 2009 (quasi contemporaneamente alle seconda visita papale alla sinagoga di Roma, con sfoggio di “fratelli maggiori”, ma accurato silenzio su Israele) era uscito il documento ecumenico “Kairos Palestine”, firmato da esponenti di tutte le correnti cristiane, inclusi i cattolici, in cui si legava una posizione politica radicalmente filo-palestinese a una “teologia della sostituzione” per cui in sostanza si sosteneva che a causa delle loro malefatte gli ebrei avevano perso il titolo alla loro “elezione” (termine che corrisponde male alla lettera del testo biblico che parla di “am segulah”, popolo che appartiene a Dio, fa parte del suo tesoro).
Gli ebrei ormai tornati in maggioranza nella loro terra ancestrale, anche per questo gesto storico secondo le chiese cristiane rappresentate non avevano ruolo nella vicenda della salvezza, era solo un ostacolo, un momento di oppressione da eliminare. Poi da Roma erano arrivate delle precisazioni che no, non si intendeva contestare l’”elezione” biblica; ma in realtà il documento antisraeliano era l’ultima perla di una collana che risaliva alle idee dei primi secoli del Cristianesimo, per cui Israele non era più quello di una volta, avendo rifiutato di riconoscere Gesù, e la Chiesa era diventata lei il “verus Israel”.
Storie vecchie, dunque, parzialmente cancellate ma costantemente riemergenti. Qualcuno di nuovo si era illuso che il dialogo avrebbe superato questi “malintesi”.
Che però continuano.

E l’altro giorno, grazie a uno scoop di Giulio Meotti sul “Foglio”, per quel che ne so né smentito né ripreso da alcun altro giornale nazionale (http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/03/10/news/a-venezia-un-convegno-di-biblisti-italiani-contro-l-ebraismo-ambiguo-124566/)  è venuta fuori un’altra espressione contemporanea di questo “odio antico” di cui la Chiesa ha fatto oggetto gli ebrei, almeno a partire dalle prediche genocide di San Giovanni Crisostomo nel IV secolo.
Chi ha espresso questa posizione antiebraica di principio non sono i fanatici terzomondisti di “Pax Christi”, e nemmeno i cristiani politicizzati e nazionalisti del mondo arabo. E, lo ripeto, è cosa di questi giorni, non siamo nel XVI secolo, quando il Papa Pio V rispose al Duca di Ferrara Alfonso II d’Este che gli chiedeva una benedizione per il terribile terremoto del 1570 subito dalla sua città che in sostanza il terremoto era colpa sua, dato che ospitava parecchi ebrei, come racconta il numero di “Le scienze” in edicola in questi giorni (http://www.lescienze.it/archivio/articoli/2017/03/01/news/il_terremoto_che_ha_deviato_il_po-3442212/ ). Si tratta molto più tranquillamente dell’associazione cattolica dedicata a promuovere lo studio delle Scritture, riconosciuta dalla Conferenza dei vescovi italiani e ripetutamente onorata dell’attenzione papale (l’ultima volta pochi mesi fa https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/09/15/0644/01453.html) : l’Associazione Biblica Italiana (http://www.associazionebiblica.it/ ).
Questa associazione, forse un po’ stanca di occuparsi del libro dell’Esodo, del profeta Ezechiele o delle “parabole della misericordia”, ha scelto per il suo prossimo convegno che si terrà a Venezia in settembre, questo tema: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Carino, non vi pare?
“Dio Geloso è un vecchio errore di traduzione, perché l’aggettivo originale in Dt 5:9 è “qanà” che significa innanzitutto zelante e nel testo (il terzo comandamento) se ne intende sottolineare la misericordia: si dice che le colpe dei padri ricadono sui loro discendenti per tre o quattro generazioni, ma i meriti per mille. Ma questa cattiva traduzione è una delle basi dell’antigiudaismo cristiano: il Dio dell’”Antico testamento” sarebbe cattivo, crudele, privo di pietà e di amore; diventerebbe buono solo nel “Nuovo” come “padre” di Gesù; anche se allo stesso tempo si sostiene che sia lo stesso.
Ci fu nei primi secoli della Chiesa una posizione che proponeva di eliminare del tutto l’Antico Testamento” il Dio cattivo e gli ebrei malvagi che lo adoravano; essa si definisce marcionismo da nome del suo fondatore, il vescovo Marcione (https://it.wikipedia.org/wiki/Marcione ); fu dichiarata eresia, ma spesso riemerge. Per chi avesse dubbi sul significato del titolo del convegno, mi permetto di citare ancora dal programma reso pubblico da Meotti e ripeto, a quel che ne so non smentito: Il convegno intende parlare delle “radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a manifestazioni ritenute degeneranti”. […] L’ebraismo avrebbe come conseguenze spesso il “fondamentalismo” e “l’ assolutismo”: “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”.
Dunque è questo quello che, fra uno studio del libro di Esdra e uno delle lettere di Paolo, pensano dell’ebraismo i bravi biblisti cattolici: “ambiguo”, “degenerante” “fondamentalista”, “assolutista”, “elitario” affetto da “senso di superiorità”. Neanche parlassero dell’Isis, che invece non merita la loro attenzione.

Dispiace, ma bisogna dirlo, sono espressioni che non sarebbero dispiaciute alla propaganda nazista e che peraltro sono state coltivate a lungo dalla stampa cattolica e in particolare dalla rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” dalla fondazione nel 1850 per oltre un secolo, ben dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come ha documentato David Kerzner (http://www.davidkertzer.com/it/libri/i-papi-contro-gli-ebrei ).
Vorrei anche aggiungere che sono parole non dissimili da quelle che nel libro di Ester Haman, il visir che vorrebbe eliminare il popolo ebraico dalla faccia della terra rivolge al re: “C’è un popolo separato e disperso fra i popoli di tutte le provincie del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo, e che non osserva le leggi del re; non è quindi interesse del re tollerarlo. Se il re è d’accordo, si faccia un decreto per distruggerlo” (Ester 3: 8).
E’ un discorso fatto più o meno 2500 anni fa, che è registrato nelle Scritture ebraiche come il prototipo dell’antisemitismo. Proprio oggi cade la festa di Purim in cui gli ebrei festeggiano il fallimento di questo progetto. O meglio: di quella singola concreta espressione della voglia di far pagare a questo “popolo separato” la propria “separatezza, cioè, diciamocelo, il carattere “ambiguo”, “degenerante” “fondamentalista”, “assolutista”, “elitario” affetto da “senso di superiorità”.
Non mi sogno naturalmente di dire che i bravi biblisti siano paragonabili a Haman o alle sue riedizioni moderne, da Torquemada al capo ucraino Chmel’nyc’kij fino a Hitler. Non dubito che siano pacifici, antirazzisti e antinazisti e che nutrano orrore per i genocidi. Manca loro evidentemente il carattere demoniaco, l’orribile grandezza del male assoluto. Ma se davvero hanno scritto le parole che “Il foglio” ha attribuito loro, bisogna ammettere che di fatto stanno riproponendo alcuni dei pensieri che hanno alimentato e giustificato le grandi persecuzioni.

La festa di Purim insegna agli ebrei a ricordarsene, a vigilare, a cercare di cavarsela impegnandosi nel dialogo quand’è possibile (Ester parla e fa molto di più col re), ma senza ingenuità, essendo anche pronti a fuggire dalle persecuzioni e a difendersi quando si può.
Questa difesa dall’antisemitismo oggi, grazie al Cielo, esiste, si chiama Israele ed è proprio per questo suo ruolo di autodifesa degli ebrei che gli antisemiti la odiano ferocemente. A tutti i miei amici e innanzitutto allo Stato di Israele, auguro “Purim sameach” un felice Purim.

Ugo Volli

PS: Dopo aver scritto questa cartolina ho trovato su Facebook una versione del programma del convegno diversa (questa: https://www.polarisoffice.com/d/2RQfBvF8 ), che chi l’ha pubblicata sostiene aggiornata dopo la pubblicazione dell’articolo sul Foglio e le proteste dei vertici dell’ebraismo italiano: “Dio geloso” è finito fra virgolette, le più oltraggiose espressioni citate da Meotti non si trovano più. Dimostrazione forse che protestare serve. O che l’Associazione Biblica non intendeva porre i temi che ho discusso, non consapevolmente. Ma il cuore del problema, l’antigiudaismo teologico, resta lo stesso.   (uv) http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

E sarà anche banale dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio, ma resta sempre una grande verità.

barbara

 

GLI EROI CHE NON CONOSCEVI

Il segreto della famiglia Aznavour: «Ebrei salvati nella Parigi nazista»

Il cantante: i miei, scampati al genocidio armeno, aiutavano i fuggiaschi. «Non ne abbiamo mai parlato perché ci sembrava naturale, una sorta di nostro dovere».

di Aldo Baquis

TEL AVIV – In  una Parigi che negli anni Quaranta pullulava di nazisti, una coppia di armeni sopravvissuti al genocidio del loro popolo diede rifugio a persone di nazionalità diverse (ebrei, armeni, russi, comunisti attivi nella Resistenza) mettendo in costante pericolo la propria esistenza. La loro abnegazione e il loro coraggio sono rimasti per decenni avvolti nel silenzio familiare, «per una forma di pudore». Solo adesso, a 92 anni compiuti, il figlio Charles Aznavour, con la sorella maggiore Aida, ha accettato di parlarne con un ricercatore israeliano, Yair Auron, che ha pubblicato un libro commovente: ‘Salvatori combattenti’. Uscito in ebraico e in francese, presto sarà tradotto anche in armeno.
Nel rione Marais, scrive Auron, ebrei e armeni vivevano in buon vicinato. Al mercato, i banconi degli uni si mischiavano a quelli degli altri. I genitori di Aznavour, Micha e Knar, erano rimasti soli al mondo dopo le stragi perpetrate dai turchi. Dotati di spirito artistico, avevano mantenuto un approccio positivo alla vita. Fra i loro amici, un’altra coppia di emigrati armeni: la poetessa Melinee Manouchian e il suo compagno Missak, futuro leader di un gruppo di resistenza ai nazisti, l’Affiche Rouge. Gli Aznavourian avevano un appartamento di 90 metri quadri al 22 della Rue Navarin: tre stanze, ingresso, un cucinino e i servizi. Per 1500 giorni consecutivi furono là ospitati fuggiaschi che a volte i padroni di casa nemmeno conoscevano. Arrivavano. Bruciavano ogni cosa potesse tradirli. Si munivano di documenti falsi. Poi ripartivano. In un’occasione gli Aznavourian nascosero undici persone contemporaneamente. Quanti riuscirono a salvarsi? Charles e Aida, a distanza di decenni, non ne hanno idea. «La prima donna a bussare alla nostra porta – ricorda Aznavour nella prefazione – era in apparenza armena e cercava rifugio per il marito, ebreo». Questi dormiva nello stesso letto di Charles, allora 16enne. «Dopo di lui abbiamo avuti altri due-tre ebrei, poi tanti altri».
Il libro si legge come un thriller. Gli Aznavuorian avevano una vicina di casa di origine tedesca, ammiratrice di Hitler. Poteva bussare senza preavviso, per fare quattro chiacchiere amichevoli. I fuggiaschi dovevano trovare un nascondiglio immediato e «smettere di respirare». La polizia francese e anche la Gestapo visitavano talvolta la casa. «Ci sono estranei nell’edificio?», chiedevano. La coppia di portinai mantenne sempre il segreto, a protezione degli Aznavourian. Nel frattempo Missak Manouchian – oggi eroe nazionale in Armenia – guidava un gruppo armato clandestino composto da immigrati armeni, ebrei e anche italiani. Per loro Knar trafugava armi in un passeggino.
«I miei – dice Aznavour – hanno fatto quello che sembrava loro un dovere, senza pensare che mettevano in pericolo le nostre vite. Quello che abbiamo fatto durante l’occupazione ci sembrava la cosa più naturale, al punto che col tempo abbiamo cominciato a dimenticarcelo: finché un anno fa Auron è venuto a farcene parlare». A gennaio Aznavour sarà in Israele per piantare un ulivo in ricordo dei genitori a Nevé Shalom: il vilaggio di Auron, dove coabitano arabi ed ebrei e dove si tiene viva la memoria di giusti di varie nazionalità fra cui turchi, armeni, circassi, palestinesi, israeliani.

(Nazione-Carlino-Giorno, 25 ottobre 2016)

E a 92 anni lui canta così (peccato solo per l’orchestra così fracassona).

barbara

VAYAKAM

“E si levò (vayakam) in Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe” (Esodo 1,8). E questo re tentò di mettere in atto lo sterminio totale del popolo ebraico. Vayakam è lo stesso verbo usato per indicare l’azione di Caino: “Caino si levò contro suo fratello Abele e lo uccise” Genesi 4,8), ossia sterminò un quarto dell’umanità presente sulla terra. Ora, a quanto pare, si è levato un nuovo re dall’altra parte dell’oceano,
nuovo re
che nega categoricamente di avere mai conosciuto Giuseppe, e meno che mai di avere qualche debito nei suoi confronti, che sta armando le mani di tutti coloro che progettano e tentano, ancora una volta, di mettere in atto il genocidio del popolo ebraico. Ma niente paura: probabilmente ci sarà un prezzo piuttosto alto da pagare, come sempre, ma anche lui farà la stessa fine di tutti gli altri.

barbara

NO, SANTITÀ

Questa sorta di genocidio attualmente in atto contro i cristiani non è causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: ‘A me che importa?’; ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’ Caino, Santità, non è quello che tace complice: Caino è quello che uccide (sta scritto nella Bibbia: non gliel’hanno detto?) L’indifferenza è una bruttissima cosa, Santità, su questo siamo perfettamente d’accordo. E il silenzio complice è una bruttissima cosa, Santità, anche su questo siamo perfettamente d’accordo. Indifferenza e silenzio facilitano sicuramente il compito degli assassini, ma non sono indifferenza e silenzio a uccidere: chi uccide sono, appunto, gli assassini, individui con una faccia, un nome, e soprattutto UN’IDENTITÀ. Perché, santità, perché ancora una volta le è mancato il coraggio di chiamare le cose col loro nome? Perché dopo avere avuto il coraggio di sfidare il satrapo turco chiamando genocidio il genocidio armeno, non ha avuto anche quello di chiamare per nome gli assassini dei cristiani, TERRORISTI ISLAMICI? Perché, Santità, questa oscena mistificazione? Perché, Santità, questo suo silenzio complice che copre gli assassini e annacqua le colpe e le responsabilità in un indistinto minestrone di vaghe formulette e frasi fatte?

barbara