POPOLO DI UN DIO GELOSO?

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Probabilmente molti di voi avranno già sentito di questa cosa scandalosa, denunciata già in molti siti, ma preferisco parlarne anche qui.

Cari amici,

 ci avevamo creduto. O meglio, alcuni di noi ci avevano creduto, si erano illusi. Dopo infiniti convegni, confronti, visite papali ed episcopali, conferenze pubblicazioni dichiarazioni. Avevamo creduto che l’antisemitismo tradizionale della Chiesa (quello che per essere educati bisogna chiamare “antigiudaismo”) fosse stato gradualmente abbandonato di fronte alla lezione della Shoah. Certo, il Vaticano era stato l’ultimo a riconoscere Israele e l’atteggiamento antisraeliano è ancora diffuso nel mondo cattolico dall’associazionismo di base su su fino alla segreteria di stato. Anche se, sono felice di riconoscerlo, le eccezioni ci sono, e non poche.
Ma ci eravamo illusi che questa fosse per l’appunto una posizione politica (sia pure miope e vile) intesa a mostrare al più forte, e al più violento, quello che può fare danni gravi, cioè i musulmani. E’ un calcolo che avrebbe senso, visto che gli islamici sono circa cento volte più numerosi degli ebrei (1,6 miliardi contro 16 milioni circa), salvo il piccolo problema che essi puntano da sempre alla distruzione del cristianesimo dopo quella dell’ebraismo: con le buone (le conversioni) o di nuovo come un tempo con le cattive (con le stragi). Ma il punto della diffidenza cattolica per Israele non è politico, non solo. E’ molto più radicale. Non è solo antisionismo, ma anche spesso antisemitismo. O meglio era tutte e due le cose, a conferma che esse non si possono distinguere, l’una sfocia sempre in definitiva nell’altra.
I più accorti fra noi se n’erano accorti da tempo, da quando per esempio nel 2009 (quasi contemporaneamente alle seconda visita papale alla sinagoga di Roma, con sfoggio di “fratelli maggiori”, ma accurato silenzio su Israele) era uscito il documento ecumenico “Kairos Palestine”, firmato da esponenti di tutte le correnti cristiane, inclusi i cattolici, in cui si legava una posizione politica radicalmente filo-palestinese a una “teologia della sostituzione” per cui in sostanza si sosteneva che a causa delle loro malefatte gli ebrei avevano perso il titolo alla loro “elezione” (termine che corrisponde male alla lettera del testo biblico che parla di “am segulah”, popolo che appartiene a Dio, fa parte del suo tesoro).
Gli ebrei ormai tornati in maggioranza nella loro terra ancestrale, anche per questo gesto storico secondo le chiese cristiane rappresentate non avevano ruolo nella vicenda della salvezza, era solo un ostacolo, un momento di oppressione da eliminare. Poi da Roma erano arrivate delle precisazioni che no, non si intendeva contestare l’”elezione” biblica; ma in realtà il documento antisraeliano era l’ultima perla di una collana che risaliva alle idee dei primi secoli del Cristianesimo, per cui Israele non era più quello di una volta, avendo rifiutato di riconoscere Gesù, e la Chiesa era diventata lei il “verus Israel”.
Storie vecchie, dunque, parzialmente cancellate ma costantemente riemergenti. Qualcuno di nuovo si era illuso che il dialogo avrebbe superato questi “malintesi”.
Che però continuano.

E l’altro giorno, grazie a uno scoop di Giulio Meotti sul “Foglio”, per quel che ne so né smentito né ripreso da alcun altro giornale nazionale (http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/03/10/news/a-venezia-un-convegno-di-biblisti-italiani-contro-l-ebraismo-ambiguo-124566/)  è venuta fuori un’altra espressione contemporanea di questo “odio antico” di cui la Chiesa ha fatto oggetto gli ebrei, almeno a partire dalle prediche genocide di San Giovanni Crisostomo nel IV secolo.
Chi ha espresso questa posizione antiebraica di principio non sono i fanatici terzomondisti di “Pax Christi”, e nemmeno i cristiani politicizzati e nazionalisti del mondo arabo. E, lo ripeto, è cosa di questi giorni, non siamo nel XVI secolo, quando il Papa Pio V rispose al Duca di Ferrara Alfonso II d’Este che gli chiedeva una benedizione per il terribile terremoto del 1570 subito dalla sua città che in sostanza il terremoto era colpa sua, dato che ospitava parecchi ebrei, come racconta il numero di “Le scienze” in edicola in questi giorni (http://www.lescienze.it/archivio/articoli/2017/03/01/news/il_terremoto_che_ha_deviato_il_po-3442212/ ). Si tratta molto più tranquillamente dell’associazione cattolica dedicata a promuovere lo studio delle Scritture, riconosciuta dalla Conferenza dei vescovi italiani e ripetutamente onorata dell’attenzione papale (l’ultima volta pochi mesi fa https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/09/15/0644/01453.html) : l’Associazione Biblica Italiana (http://www.associazionebiblica.it/ ).
Questa associazione, forse un po’ stanca di occuparsi del libro dell’Esodo, del profeta Ezechiele o delle “parabole della misericordia”, ha scelto per il suo prossimo convegno che si terrà a Venezia in settembre, questo tema: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Carino, non vi pare?
“Dio Geloso è un vecchio errore di traduzione, perché l’aggettivo originale in Dt 5:9 è “qanà” che significa innanzitutto zelante e nel testo (il terzo comandamento) se ne intende sottolineare la misericordia: si dice che le colpe dei padri ricadono sui loro discendenti per tre o quattro generazioni, ma i meriti per mille. Ma questa cattiva traduzione è una delle basi dell’antigiudaismo cristiano: il Dio dell’”Antico testamento” sarebbe cattivo, crudele, privo di pietà e di amore; diventerebbe buono solo nel “Nuovo” come “padre” di Gesù; anche se allo stesso tempo si sostiene che sia lo stesso.
Ci fu nei primi secoli della Chiesa una posizione che proponeva di eliminare del tutto l’Antico Testamento” il Dio cattivo e gli ebrei malvagi che lo adoravano; essa si definisce marcionismo da nome del suo fondatore, il vescovo Marcione (https://it.wikipedia.org/wiki/Marcione ); fu dichiarata eresia, ma spesso riemerge. Per chi avesse dubbi sul significato del titolo del convegno, mi permetto di citare ancora dal programma reso pubblico da Meotti e ripeto, a quel che ne so non smentito: Il convegno intende parlare delle “radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a manifestazioni ritenute degeneranti”. […] L’ebraismo avrebbe come conseguenze spesso il “fondamentalismo” e “l’ assolutismo”: “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”.
Dunque è questo quello che, fra uno studio del libro di Esdra e uno delle lettere di Paolo, pensano dell’ebraismo i bravi biblisti cattolici: “ambiguo”, “degenerante” “fondamentalista”, “assolutista”, “elitario” affetto da “senso di superiorità”. Neanche parlassero dell’Isis, che invece non merita la loro attenzione.

Dispiace, ma bisogna dirlo, sono espressioni che non sarebbero dispiaciute alla propaganda nazista e che peraltro sono state coltivate a lungo dalla stampa cattolica e in particolare dalla rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” dalla fondazione nel 1850 per oltre un secolo, ben dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come ha documentato David Kerzner (http://www.davidkertzer.com/it/libri/i-papi-contro-gli-ebrei ).
Vorrei anche aggiungere che sono parole non dissimili da quelle che nel libro di Ester Haman, il visir che vorrebbe eliminare il popolo ebraico dalla faccia della terra rivolge al re: “C’è un popolo separato e disperso fra i popoli di tutte le provincie del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo, e che non osserva le leggi del re; non è quindi interesse del re tollerarlo. Se il re è d’accordo, si faccia un decreto per distruggerlo” (Ester 3: 8).
E’ un discorso fatto più o meno 2500 anni fa, che è registrato nelle Scritture ebraiche come il prototipo dell’antisemitismo. Proprio oggi cade la festa di Purim in cui gli ebrei festeggiano il fallimento di questo progetto. O meglio: di quella singola concreta espressione della voglia di far pagare a questo “popolo separato” la propria “separatezza, cioè, diciamocelo, il carattere “ambiguo”, “degenerante” “fondamentalista”, “assolutista”, “elitario” affetto da “senso di superiorità”.
Non mi sogno naturalmente di dire che i bravi biblisti siano paragonabili a Haman o alle sue riedizioni moderne, da Torquemada al capo ucraino Chmel’nyc’kij fino a Hitler. Non dubito che siano pacifici, antirazzisti e antinazisti e che nutrano orrore per i genocidi. Manca loro evidentemente il carattere demoniaco, l’orribile grandezza del male assoluto. Ma se davvero hanno scritto le parole che “Il foglio” ha attribuito loro, bisogna ammettere che di fatto stanno riproponendo alcuni dei pensieri che hanno alimentato e giustificato le grandi persecuzioni.

La festa di Purim insegna agli ebrei a ricordarsene, a vigilare, a cercare di cavarsela impegnandosi nel dialogo quand’è possibile (Ester parla e fa molto di più col re), ma senza ingenuità, essendo anche pronti a fuggire dalle persecuzioni e a difendersi quando si può.
Questa difesa dall’antisemitismo oggi, grazie al Cielo, esiste, si chiama Israele ed è proprio per questo suo ruolo di autodifesa degli ebrei che gli antisemiti la odiano ferocemente. A tutti i miei amici e innanzitutto allo Stato di Israele, auguro “Purim sameach” un felice Purim.

Ugo Volli

PS: Dopo aver scritto questa cartolina ho trovato su Facebook una versione del programma del convegno diversa (questa: https://www.polarisoffice.com/d/2RQfBvF8 ), che chi l’ha pubblicata sostiene aggiornata dopo la pubblicazione dell’articolo sul Foglio e le proteste dei vertici dell’ebraismo italiano: “Dio geloso” è finito fra virgolette, le più oltraggiose espressioni citate da Meotti non si trovano più. Dimostrazione forse che protestare serve. O che l’Associazione Biblica non intendeva porre i temi che ho discusso, non consapevolmente. Ma il cuore del problema, l’antigiudaismo teologico, resta lo stesso.   (uv) http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

E sarà anche banale dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio, ma resta sempre una grande verità.

barbara

 

GLI EROI CHE NON CONOSCEVI

Il segreto della famiglia Aznavour: «Ebrei salvati nella Parigi nazista»

Il cantante: i miei, scampati al genocidio armeno, aiutavano i fuggiaschi. «Non ne abbiamo mai parlato perché ci sembrava naturale, una sorta di nostro dovere».

di Aldo Baquis

TEL AVIV – In  una Parigi che negli anni Quaranta pullulava di nazisti, una coppia di armeni sopravvissuti al genocidio del loro popolo diede rifugio a persone di nazionalità diverse (ebrei, armeni, russi, comunisti attivi nella Resistenza) mettendo in costante pericolo la propria esistenza. La loro abnegazione e il loro coraggio sono rimasti per decenni avvolti nel silenzio familiare, «per una forma di pudore». Solo adesso, a 92 anni compiuti, il figlio Charles Aznavour, con la sorella maggiore Aida, ha accettato di parlarne con un ricercatore israeliano, Yair Auron, che ha pubblicato un libro commovente: ‘Salvatori combattenti’. Uscito in ebraico e in francese, presto sarà tradotto anche in armeno.
Nel rione Marais, scrive Auron, ebrei e armeni vivevano in buon vicinato. Al mercato, i banconi degli uni si mischiavano a quelli degli altri. I genitori di Aznavour, Micha e Knar, erano rimasti soli al mondo dopo le stragi perpetrate dai turchi. Dotati di spirito artistico, avevano mantenuto un approccio positivo alla vita. Fra i loro amici, un’altra coppia di emigrati armeni: la poetessa Melinee Manouchian e il suo compagno Missak, futuro leader di un gruppo di resistenza ai nazisti, l’Affiche Rouge. Gli Aznavourian avevano un appartamento di 90 metri quadri al 22 della Rue Navarin: tre stanze, ingresso, un cucinino e i servizi. Per 1500 giorni consecutivi furono là ospitati fuggiaschi che a volte i padroni di casa nemmeno conoscevano. Arrivavano. Bruciavano ogni cosa potesse tradirli. Si munivano di documenti falsi. Poi ripartivano. In un’occasione gli Aznavourian nascosero undici persone contemporaneamente. Quanti riuscirono a salvarsi? Charles e Aida, a distanza di decenni, non ne hanno idea. «La prima donna a bussare alla nostra porta – ricorda Aznavour nella prefazione – era in apparenza armena e cercava rifugio per il marito, ebreo». Questi dormiva nello stesso letto di Charles, allora 16enne. «Dopo di lui abbiamo avuti altri due-tre ebrei, poi tanti altri».
Il libro si legge come un thriller. Gli Aznavuorian avevano una vicina di casa di origine tedesca, ammiratrice di Hitler. Poteva bussare senza preavviso, per fare quattro chiacchiere amichevoli. I fuggiaschi dovevano trovare un nascondiglio immediato e «smettere di respirare». La polizia francese e anche la Gestapo visitavano talvolta la casa. «Ci sono estranei nell’edificio?», chiedevano. La coppia di portinai mantenne sempre il segreto, a protezione degli Aznavourian. Nel frattempo Missak Manouchian – oggi eroe nazionale in Armenia – guidava un gruppo armato clandestino composto da immigrati armeni, ebrei e anche italiani. Per loro Knar trafugava armi in un passeggino.
«I miei – dice Aznavour – hanno fatto quello che sembrava loro un dovere, senza pensare che mettevano in pericolo le nostre vite. Quello che abbiamo fatto durante l’occupazione ci sembrava la cosa più naturale, al punto che col tempo abbiamo cominciato a dimenticarcelo: finché un anno fa Auron è venuto a farcene parlare». A gennaio Aznavour sarà in Israele per piantare un ulivo in ricordo dei genitori a Nevé Shalom: il vilaggio di Auron, dove coabitano arabi ed ebrei e dove si tiene viva la memoria di giusti di varie nazionalità fra cui turchi, armeni, circassi, palestinesi, israeliani.

(Nazione-Carlino-Giorno, 25 ottobre 2016)

E a 92 anni lui canta così (peccato solo per l’orchestra così fracassona).

barbara

VAYAKAM

“E si levò (vayakam) in Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe” (Esodo 1,8). E questo re tentò di mettere in atto lo sterminio totale del popolo ebraico. Vayakam è lo stesso verbo usato per indicare l’azione di Caino: “Caino si levò contro suo fratello Abele e lo uccise” Genesi 4,8), ossia sterminò un quarto dell’umanità presente sulla terra. Ora, a quanto pare, si è levato un nuovo re dall’altra parte dell’oceano,
nuovo re
che nega categoricamente di avere mai conosciuto Giuseppe, e meno che mai di avere qualche debito nei suoi confronti, che sta armando le mani di tutti coloro che progettano e tentano, ancora una volta, di mettere in atto il genocidio del popolo ebraico. Ma niente paura: probabilmente ci sarà un prezzo piuttosto alto da pagare, come sempre, ma anche lui farà la stessa fine di tutti gli altri.

barbara

NO, SANTITÀ

Questa sorta di genocidio attualmente in atto contro i cristiani non è causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: ‘A me che importa?’; ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’ Caino, Santità, non è quello che tace complice: Caino è quello che uccide (sta scritto nella Bibbia: non gliel’hanno detto?) L’indifferenza è una bruttissima cosa, Santità, su questo siamo perfettamente d’accordo. E il silenzio complice è una bruttissima cosa, Santità, anche su questo siamo perfettamente d’accordo. Indifferenza e silenzio facilitano sicuramente il compito degli assassini, ma non sono indifferenza e silenzio a uccidere: chi uccide sono, appunto, gli assassini, individui con una faccia, un nome, e soprattutto UN’IDENTITÀ. Perché, santità, perché ancora una volta le è mancato il coraggio di chiamare le cose col loro nome? Perché dopo avere avuto il coraggio di sfidare il satrapo turco chiamando genocidio il genocidio armeno, non ha avuto anche quello di chiamare per nome gli assassini dei cristiani, TERRORISTI ISLAMICI? Perché, Santità, questa oscena mistificazione? Perché, Santità, questo suo silenzio complice che copre gli assassini e annacqua le colpe e le responsabilità in un indistinto minestrone di vaghe formulette e frasi fatte?

barbara

DATEMI UNA STELLA GIALLA

yellow_star

Una tetra toppa di panno cucita a forma di una stella di David che ogni ebreo è stato costretto a indossare nella Germania nazista così come in ogni paese conquistato dai tedeschi; ogni paese alleato con la Germania; ogni cultura desiderosa di rendere distinguibile l’odiato ebreo.
L’ebreo colpevole. Lo sporco ebreo. L’ebreo ladro. L’ebreo disgustoso. L’ebreo di meno-che-umano. L’ebreo che può solo sbagliare – per tutto ciò che facciamo noi, naturalmente.
Eravamo obbligati a portare la stella gialla. Ce l’hanno fatta ingoiare. Significava disonore ed era associata con l’antisemitismo, come probabilmente sapete. Doveva essere un distintivo di vergogna come la lettera scarlatta di Hawthorne. Ma 6 milioni di volte peggio.
Oggi? Basta vergogna. Dammi una stella gialla. Trovane una e dammela, presto.
Voglio indossare una stella gialla sul petto a sinistra, dove ogni vittima dell’Olocausto era costretta a portarne una. Voglio andare in giro con una stella gialla su ogni singolo pezzo di vestiario che possiedo. Sulla mia American Apparel scollata a V, la mia felpa Nike, il maglione Ralph Lauren, la mia felpa Champion, la mia Diesel button-down, la giacca H&M, la maglia Adidas e il blazer Gap. Sulla spiaggia me ne metterò una sul petto nudo se occorre.
Voglio camminare per le strade di Parigi e affrontare gente come questa. Affrontare un ex-marine fuori dalla Casa Bianca vicino a questi amichevoli odiatori. A Bruxelles, nei Paesi Bassi, nelle moschee di Berlino, nelle strade del Canada – e Inghilterra soprattutto – per incontrare questo idiota. Vorrei andare nei campus negli Stati Uniti, come questo all’Università di California, San Diego a parlare con questa ragazza qui – indosserò la mia stella gialla.
Voglio che tutti mi vedano con quella e sentirli dire quando entro
‘Ehi, arriva l’ebreo, è proprio come tutti gli altri.
Pensa di essere così eccezionale e diverso.
Ma è solo uno sporco ebreo.
Un omicida di massa.
Uccide i bambini cristiani e musulmani e poi usa il loro sangue per le matzot, come tutti gli ebrei.
Quelli bombardano a tappeto sulla gente.
Pensano di essere così grandi, con i loro studi e il loro successo.
Uccidono i bambini, quegli ebrei.
Non lo sai? Sono gli ebrei che possiedono Hollywood, i media, le banche.
Sono la feccia della terra. Rubano le cose.
Hitler aveva ragione. Cos’era quel hashtag?
#Hitleravevaragione.
Andiamo a dipingere svastiche sulle tombe dei suoi nonni.
Andiamo a picchiarlo.
Uccidiamolo. Ammazziamo un rabbino a Miami.
Questo gli insegnerà — ad esistere’.
Voglio quel distintivo giallo così cattivo, il mio sangue sta bollendo.
Porca puttana, per me quella stella gialla è un simbolo di tutto ciò che è buono. Non solo per me, ma per il mondo.
È un simbolo del male superstite. È patrimonio e conoscenza. Tolleranza e ottimismo. È forza e fiducia a fronte della debolezza e insicurezza di coloro a cui non viene insegnato abbastanza bene ciò che le loro buone mamme avrebbero dovuto insegnare loro. Quella stella gialla è il coraggio. È educazione. Resistenza. È la ragione che sconfigge il torto. È coraggio e sacrificio, convinzione, ed è vita.
È testimonianza a tutti coloro che sono tragicamente morti indossandola, sia benedetta la loro memoria, affinché in futuro i loro fratelli e sorelle sopravvissuti imparino a non avere mai paura di ciò che sono. A non restare mai più in silenzio. A non chiedere scusa, ebreo o israeliano, per essere sopravvissuto. Grazie a loro e, anzi, per loro, da molto tempo questo distintivo giallo ha cessato di essere un distintivo di vergogna.
Per me, è una emblema giallo di vaffanculo-io-sono-qui-per-restare.
È una stella che oscura qualsiasi altro emblema che predica odio. Fa sparire forma e colore delle svastiche, delle bandiere nere dell’ISIS e di Al Qaeda, quelle verdi di Hamas o le gialle di Hezbollah.
Spero di riuscire a incontrare ogni bugiardo che mi chiama assassino di bambini o mi accusa di genocidio o di massacri. Gli sbatterò in faccia la mia stella gialla, gliela sbatterò per bene. Gli farò vedere e ricordare che cos’è un vero genocidio. Che cos’è un reale assassinio di bambini. Come sono per davvero la pulizia etnica e l’omicidio di massa. Che cosa significa realmente (tentare di) cancellare una razza. E dove vi porteranno l’ignoranza e l’odio e le bugie che avete scelto di seguire. Quegli accusatori non avranno bisogno di guardare la storia. Perché sta accadendo intorno a noi. Adesso. In tutto il mondo, non c’è luogo dove si possa evitare di vederlo.
Prima di essere ammassati fuori alle camere a gas circa 70 anni fa gli ebrei che indossavano la loro stella gialla udivano ‘Uccidete gli ebrei’, ‘Heil Hitler’, ‘L’unico ebreo buono è un ebreo morto’, ‘Ebreo ladro!’ – e tutto ciò che prima di essere ostracizzato dalla loro comunità, spogliati dei loro averi, proprietà, identità, umanità e alla fine, la loro vita. Sentivano parole. È successo anche in molti altri Paesi. Come nel paese di mio padre – l’Iraq. Un paese da cui è stato espulso perché era ebreo. Perché era uno sporco ebreo.
Comincia. Sempre. Con. Le Parole.
Lo stesso tipo di parole che sentiamo ora qui sui social media. Alle dimostrazioni. Nelle conversazioni. Parole che non hanno nulla a che fare con Israele. Palestina. Politica. Il Medio Oriente o qualunque altra cosa. Potete anche non essere solidali con ISIS e Hamas, ma se non cercate 24 ore su 24 sette giorni su sette di denunciarli per quello che sono, allora non siete parte della soluzione per liberare il mondo da loro.
Il mondo, proprio ora, è agitato da parole anti-Israele e antisemite. Parole antisemite a cui gli ebrei come me sono abituati. Sto parlando con te, Dieudonné. Mel Gibson. Roger Waters. E sto parlando con voi, leader islamici radicali, che dai vostri pulpiti predicate menzogne e odio e divisione in nome di Allah.
Sto parlando a voi, ciechi seguaci dell’Islam radicale, che vi riunite e cantate odio nelle piazze delle vostre città, alle dimostrazioni cittadine, tramando odio ebraico nelle vostre case o apertamente tra amici, nei media, e in rete – nei paesi democratici sfruttando la libertà di parola che l’Occidente vi ha dato, tra gente che per lo più vi ama.
Sto parlando con voi, persone dalla mentalità presumibilmente liberale – amici miei, anche – che avete speso troppo tempo parlando della mia Israele in lotta per la sua esistenza in una guerra difensiva, ma molto poco delle centinaia di migliaia di assassinati in Siria. In Iraq. Delle persone assassinato per essere seguaci di qualunque religione che non sia l’Islam. Molto poco parlate dell’ISIS che ha invaso il Medio Oriente e mette le teste sulle lance, spara alla gente nei fossati a migliaia. Pochissimo tempo parlate dei siriani gassati e di un vomitevole primo ministro turco che sputa quel genere di antisemitismo virulento che può terminare in un solo modo.
Voi, miei cari liberali di sinistra, state scegliendo il lato dell’odio. Siete decisamente ignoranti. E fate schifo. Sul fatto che la morte e la guerra sono terribili e che si dovrebbe smettere di uccidere non potremmo essere più d’accordo. Ma fino a quando non fornirete una soluzione per ISIS, Hamas, Hezbollah, Al Quaeda e le altre persone a cui inviate le vostre cartoline di Natale virtuali, fate un favore al mondo civile: tornate ai vostri articoli fascisti che a quanto pare sapete scrivere, ma non fate nient’altro. E mentre ve ne occupate, non dimenticate l’11 settembre,, Londra 7/7, gli attentati ferroviari a Madrid in Spagna o la maratona di Boston.
Guardatela bene, la mia stella gialla. Guardate da dove è venuta. Guardate cosa è stato fatto dopo che noi ebrei fummo costretti a indossarla e poi chiedetevi: stiamo facendo la stessa cosa agli altri? Noi ebrei? Noi israeliani? Siamo diabolicamente intenti a sterminare la gente? È davvero questo che vogliamo? O sono altri a fare quello che voi pensate che stiamo facendo noi – altri di cui vi rifiutate di parlare, né di condannare con un semplice post o un clic sul vostro pulsante Like.
Stupidi, io non vado da nessuna parte.
Mai più.
Anche se alcuni potrebbero desiderarlo, MAI PIÙ.
Per chiunque altro legga questo da lontano, e che potrebbe essere d’accordo con quello che sto dicendo, sia ebrei che non ebrei, non siate dispiaciuti per me, la mia famiglia, i miei amici. Non siate dispiaciuti per noi. Noi stiamo bene e non abbiamo paura. Mi piace pensare che conoscete la situazione e che probabilmente siete dalla nostra parte. Non solo perché sapete che non riusciranno a farla finita con noi, ma perché siete sani di mente e non siete ciechi.
Non abbiate paura perché io non sono intenzionato a essere una vittima. Nessuno di noi lo è. E spero che neppure voi lo siate. La mia stella gialla sta guardando in faccia l’estremismo. Tutte le nostre stelle gialle stanno guardando in faccia tutti. Accecando gli estremisti con questa schifosa luce in un mondo che sta diventando sempre più nero.
Sono innamorato della stella gialla?
Hai dannatamente ragione, che lo sono.

Questo articolo è apparso come una lettera al redattore dell’edizione europea del New York Times

Di Eitan Chitayat (qui, traduzione mia)

Già, si comincia sempre con le parole. Come in questo volantino di una decina d’anni fa, per esempio.
RutgersRally
barbara

IN RICORDO DI MARGHERITA HACK

Per ricordare degnamente la Grande Scienziata recentemente scomparsa, ripropongo questa lettera aperta scritta nel dicembre del 2007.

Lettera aperta a Margherita Hack

Gentile Signora Hack conoscendo la sua formazione scientifica, constatiamo con stupore come, assieme a noti antisemiti, lei abbia firmato l’appello “Gaza vivrà”, si veda il sito “www.gazavive.com”, pubblicato su un dominio registrato a nome di un noto militante dell’estrema destra nazifascista. In quell’appello si afferma testualmente che lo Stato di Israele sta compiendo un supposto “genocidio” ai danni dei palestinesi della striscia di Gaza “come nei campi di concentramento nazisti” e si domanda al governo Prodi di rifiutare la definizione, riconosciuta universalmente, di organizzazione terrorista, per Hamas. Da anni ormai la propaganda antisemita dipinge il governo di Gerusalemme ed il suo popolo come genocida, tralasciando di specificare come questo Stato viva, dal momento della sua fondazione, sotto minaccia di costante distruzione mediante guerre, azioni terroristiche, lancio di missili Qassam, rapimenti ed uccisioni di militari e di civili, e senza considerare la fine che Israele avrebbe da lungo fatto, se non avesse saputo o potuto difendersi.
La compassione per il popolo ebraico che ha visto cessare la minaccia dello sterminio per mano nazista nel momento stesso in cui è cominciata quella dell’annientamento per mano araba non può che associarsi al biasimo per quei dittatori arabi che, dopo aver mandato al macello i palestinesi contro Israele, si sono rifiutati di accoglierli come esuli e li hanno costretti a vivere nell’ignoranza, nel sottosviluppo e nella miseria dei campi profughi. Per fare in modo che sia gli israeliani che gli arabi abbiano un’opportunità di vivere nella sicurezza e nella pace, il contributo della comunità internazionale è senz’altro auspicabile. Ma la pace non può essere in alcun modo raggiunta sostenendo un’organizzazione terrorista come Hamas, un gruppo che compie stragi di civili e che nel suo Statuto dichiara espressamente la sua volontà di distruggere uno Stato internazionalmente riconosciuto, che impone al suo stesso popolo una sottomissione forzata ai dettami del più bieco fondamentalismo religioso e che usa i fondi degli aiuti internazionali per acquistare armi e ricompensare le famiglie dei terroristi suicidi.  Il sostegno fattivo alla pace richiede perseveranza, mediazione, comprensione e rispetto per chi ha duramente lottato e lavorato per inverare il sogno sionista e realizzare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico, per un popolo che dopo millenni di persecuzioni è riuscito a costruire l’unico Stato democratico del Medio Oriente, pagando con ingenti sacrifici la sua volontà di resistere all’annientamento, alla colonizzazione araba e al terrorismo. Le abbiamo scritto questa lettera aperta per domandarle come si possa firmare un documento di così dubbia provenienza e che contiene così orribili menzogne, arrivando a paragonare Israele – il paese edificato dai sopravvissuti all’Olocausto – alla bestialità infame del nazismo. Un regime d’ispirazione nazista che di certo non avrebbe aspettato più di mezzo secolo per risolvere i problemi coi paesi ostili che minacciano i suoi confini, né restituito gran parte dei territori occupati vincendo delle guerre di aggressione, né tanto meno sobbarcandosi per anni il rifornimento energetico di un nemico che invece di sedersi al tavolo delle trattative continua ad aggredire le località di confine con quotidiani lanci di missili Qassam. Restiamo in attesa di conoscere come abbia trovato il coraggio di sottoscrivere un appello tanto ingiusto e menzognero.

Distinti saluti

Abu Ibrahim Kalim

Seguono 3400 firme (qui un’altra presa di posizione)

Ecco,  a noi hanno sempre venduto la storia che la signora Hack sarebbe una scienziata, e noi sappiamo che  se c’è una cosa tipica dello scienziato, non dico di un grande scienziato, non dico di uno scienziato di medio calibro, dico anche dell’ultimo borsista neolaureato, è la VERIFICA. Lo scienziato, se mentre sta per uscire la mamma gli dice prendi l’ombrello che piove, guarda dalla finestra, verifica che sta effettivamente piovendo, e ALLORA prende l’ombrello. Non perché non si fidi della mamma, ma perché la verifica è nel suo DNA.  Ora, qui abbiamo una signora che secondo la vulgata dovrebbe essere una scienziata, addirittura una Grande Scienziata; qualcuno le racconta l’amena storiella del genocidio del popolo di Gaza,  le racconta che gli israeliani stanno facendo morire di fame i poveri innocenti palestinesi e lei che cosa fa? SE LA BEVE. Sarebbe bastato un semplice giro in internet per trovare documentazione dei mercati di Gaza pieni di ogni bendidio, centri commerciali con ogni sorta di merci, compresi beni di lusso, e strade piene di auto (= abbondanza di carburante) anche di grossa cilindrata, e giardini e ville e alberghi di lusso con giardini e terrazze e piscine, i parchi giochi per bambini che non hanno niente da invidiare ai nostri, le decine di camion che ogni giorno da Israele portano a Gaza cibo, medicinali e ogni genere di beni di prima e seconda necessità, le centinaia di persone che lasciano Gaza per andarsi a curare negli ospedali israeliani.  Sarebbe  bastato un quarto d’ora in internet per verificare (mentre è sufficiente un’occhiata ogni tanto ai quotidiani per sapere dei massacri perpetrati dai suoi amati palestinesi in ristoranti, pizzerie, autobus, discoteche, scuole, fino ai neonati sgozzati nella culla), ma la Grande Scienziata non lo ha fatto, non ha ritenuto opportuno farlo, non ha sentito la necessità di VERIFICARE. Quanto al “genocidio”, non posso fare altro che auto citarmi, riportando un mio pezzo di quattro anni e mezzo fa.

Gli armeni della Turchia hanno subito un genocidio: prima erano tre milioni, dopo breve tempo erano uno e mezzo. Gli ebrei d’Europa hanno subito un genocidio: prima erano 12 milioni, pochi anni dopo erano diventati 6. I cambogiani hanno subito un genocidio: prima erano quattro milioni e mezzo, dopo erano tre. I tutsi hanno subito un genocidio: erano un milione e mezzo e in brevissimo tempo si sono ridotti a mezzo milione. I palestinesi da sessant’anni stanno subendo un genocidio: nel 1947 erano un milione e duecentomila, oggi, dopo sessant’anni di ininterrotto genocidio, sono, a quanto pare, un po’ più di dieci milioni: due e mezzo in Cisgiordania, uno e mezzo a Gaza, uno e tre in Israele, e circa cinque milioni di cosiddetti profughi. Qualcuno, un giorno, ce la dovrà spiegare questa cosa.

Gli scienziati, in teoria, dovrebbero andare abbastanza d’accordo coi numeri, ma la signora Hack questi calcoletti semplici semplici da quinta elementare non li ha saputi fare. Non sarà che è stata così pronta a sposare la causa che le veniva proposta – quella di un feroce terrorismo genocida – perché così bene si sposava con quei sentimenti che l’avevano spinta, a suo tempo, a iscriversi al Partito Nazionale Fascista e a interrompere ogni rapporto con la sua insegnante ebrea cacciata dalla scuola con le leggi razziali?
(Poi, più o meno in tema, vai a dare un’occhiata anche qui e qui)

barbara

L’ALTRO GENOCIDIO

Nel dialetto siriaco occidentale, quello che viene direttamente dall’aramaico parlato da Gesù, si dice “Sayfo”; in siriaco orientale, quello oggi più parlato, la parola è invece Saypa-. Significa letteralmente “spada”, ed è il termine che gli assiri, cristiani di lingua siriaca del Medio Oriente, usano nel senso in cui in ebraico si dice Shoah. Non genocidio, un genocidio, ma il genocidio, il loro: il massacro di almeno 275 mila persone che avvenne nell’allora Impero Ottomano tra 1914 e 1920, in margine al genocidio di altre due importanti popolazioni cristiane autoctone, gli armeni e i greci. Solo che la Grecia ha sempre mantenuto la memoria di quello che ai sensi della storia fu soprattutto uno scambio di popolazione, e poi il massacro dei 375 mila greci del Ponto e l’espulsione di un altro milione e mezzo di greci e cristiani di lingua turca dall’Asia Minore e da Costantinopoli fu nel Trattato di Losanna in parte “compensata” dall’espulsione di mezzo milione di musulmani dal territorio greco. E anche gli armeni, la cui strage fu collocata dagli Alleati a una media di 800 mila vittime tra il minimo di 350 mila riconosciuto dai turchi e il massimo di un milione e mezzo rivendicato dagli stessi armeni, hanno finito per vedere per lo meno riconosciuto il loro dramma. Anche se i crimini contro di loro restano impuniti, e se la storiografia ufficiale turca parla ancora di “scontri interetnici”.
Degli assiri, invece, non sa niente nessuno. Solo lunedì 26 marzo per la prima volta il loro dramma è arrivato al Parlamento europeo: e non direttamente in aula, ma in un convegno ospitato presso la conference room dello stesso Parlamento a Bruxelles. Promotori del convegno le federazioni degli assiri di Germania, Svezia e Paesi Bassi, paesi dove c’è una diaspora influente (35 mila in Svezia, 23 mila in Germania e 15 mila in Francia). Tra gli oratori c’era anche una rappresentanza di eurodeputati lodevolmente trasversale e David Gaunt, uno storico svedese autore di una storia del genocidio dei cristiani assiri, caldei e siriaci nella Mesopotamia settentrionale durante la Prima guerra mondiale: un lavoro pionieristico compiuto integrando fonti scritte turche, russe, tedesche, francesi e arabe con la memoria oralmente tramandata dei sopravvissuti.
Assiri, caldei e siriaci, appunto. I primi sono tecnicamente i membri di quella chiesa di lingua liturgica neo-aramaica che aderiscono a quella teologia nestoriana che nega alla Madonna il titolo di Madre di Dio, ritenendo che in Gesù la componente divina “abitò” in quella umana “come in un tempio”. I caldei sono il ramo della stessa comunità che, mantenendo la propria autonomia organizzativa e liturgica, è tornato in comunione con Roma. E i siriaci, di identica lingua liturgica, risalgono invece alla corrente monofisita, che all’opposto dei nestoriani vede in Gesù la sola natura divina. Anch’essi comunque ora divisi tra una Chiesa siro-ortodossa e una siro-cattolica. Ovviamente queste per i turchi erano solo sfumature: ammazzarono gli uni e gli altri senza farsi troppi problemi. «Un giorno i musulmani raccolsero tutti i ragazzi dai sei ai quindici anni e li condussero al comando della polizia», ricorda ad esempio un passo del memorandum redatto dal Consiglio nazionale assiro-caldeo nel 1922. «Di lì li portarono sulla vetta di una montagna conosciuta come Ras-el Hadjar e li sgozzarono uno a uno, buttando i loro corpi nell’abisso». Nell’aprile del 1915 gli abitanti del villaggio di Tel Mozilt furono massacrati a fucilate: prima gli uomini; poi le donne e i bambini, dopo un’accesa discussione tra ufficiali turchi e ausiliari curdi su cosa farne. Alla fine del 1915 ci fu un battaglione di 8 mila soldati che si guadagnò il nomignolo di “battaglione macellaio” per il modo in cui tolse di mezzo i 20 mila abitanti dei 30 villaggi assiri della provincia di Van. Nel marzo 1918 fu assassinato addirittura il patriarca Mar Shimun XXI Benyamin, capo della Chiesa assira: da un gruppo di paramilitari curdi che gli si erano presentati col paravento di una bandiera bianca. Perfino in Persia gli ottomani sconfinarono a uccidere gli assiri locali: secondo un rapporto inglese, cercandoli nelle case dove i loro vicini musulmani avevano cercato di nasconderli. La maggior parte delle vittime morirono durante interminabili marce di trasferimento verso il deserto, metodo massicciamente applicato anche agli armeni.
Sayfo 1
Metà della popolazione assiro-caldeo-siriaca prima del 1914 viveva nell’attuale Turchia. Oggi non ne restano che 5 mila, sugli 1,6 milioni di unità che conta questa comunità nel mondo. Anche in Iran non ne restano che 10 mila, e il grosso si concentra in Siria (mezzo milione) e in Iraq (800 mila).
Turkish-Annihilation
In quest’ultimo paese infatti si concentrarono gran parte degli scampati alle stragi in Turchia e Iran, e lì gli assiri al momento della discussione dei trattati di pace dopo la Prima guerra mondiale chiesero di poter costituire un loro Stato. Non solo glielo negarono, ma nel 1933 3 mila di loro furono sterminati in un nuovo pogrom in seguito al quale il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, da tempo attivo sul problema armeno, ebbe l’idea stessa della parola genocidio: tragica premonizione, proprio nell’anno in cui Hitler saliva al potere.
Proprio la mancanza di una propria entità politica ha impedito agli assiri di premere a livello internazionale per il riconoscimento del proprio dramma, a differenza di quanto hanno potuto fare gli ebrei grazie alla costituzione di Israele. Ed è significativo che anche del genocidio armeno la consapevolezza sia cresciuta in concomitanza con la conquista dell’indipendenza da parte della ex repubblica sovietica dell’Armenia. Oggi i paesi in cui è riconosciuto il genocidio assiro sono Stati Uniti, Svezia, Francia e Armenia. Anche in Iraq gli assiri stanno oggi acquistando autonomia e consapevolezza, ma sono d’altra parte oggetto degli attacchi degli integralisti. Quanto alla Siria, nel 2004 il regime ha vietato la commemorazione del 7 agosto: anniversario del massacro del 1933, che è però usato dagli assiri come “giorno della memoria” per tutti i loro lutti. Anche solo accennare a ricordarsene può costare un arresto immediato. E vietatissimo è anche sventolare la bandiera assira: sotto l’immagine alata del dio Assur, un sole giallo al centro di una stella a quattro punte azzurre, da cui irradiano quattro nastri tricolore a rappresentare il Tigri, l’Eufrate e il fiume Zab. (Maurizio Stefanini, 12 aprile 2007, qui)
Sayfo 2
Sayfo 3
Sayfo 4
Sayfo 6Sayfo 7

Altre fonti danno un numero di vittime fra 700.000 e 750.000. E il governo turco, in aggiunta all’ostinato rifiuto di riconoscere il genocidio armeno, si è anche diligentemente dedicato alla distruzione dei documenti su quest’altro genocidio (qui, nei commenti). Poi, immancabile ciliegina sulla torta, qualcuno ha provveduto, esattamente un anno fa, a vandalizzare un monumento dedicato alle vittime.
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Per fortuna qualcuno combatte attivamente contro l’oblio delle vittime dell’islam, e proprio nella giornata di oggi c’è chi ricorda questo ennesimo genocidio dimenticato.

barbara