IN RICORDO DI MARGHERITA HACK

Per ricordare degnamente la Grande Scienziata recentemente scomparsa, ripropongo questa lettera aperta scritta nel dicembre del 2007.

Lettera aperta a Margherita Hack

Gentile Signora Hack conoscendo la sua formazione scientifica, constatiamo con stupore come, assieme a noti antisemiti, lei abbia firmato l’appello “Gaza vivrà”, si veda il sito “www.gazavive.com”, pubblicato su un dominio registrato a nome di un noto militante dell’estrema destra nazifascista. In quell’appello si afferma testualmente che lo Stato di Israele sta compiendo un supposto “genocidio” ai danni dei palestinesi della striscia di Gaza “come nei campi di concentramento nazisti” e si domanda al governo Prodi di rifiutare la definizione, riconosciuta universalmente, di organizzazione terrorista, per Hamas. Da anni ormai la propaganda antisemita dipinge il governo di Gerusalemme ed il suo popolo come genocida, tralasciando di specificare come questo Stato viva, dal momento della sua fondazione, sotto minaccia di costante distruzione mediante guerre, azioni terroristiche, lancio di missili Qassam, rapimenti ed uccisioni di militari e di civili, e senza considerare la fine che Israele avrebbe da lungo fatto, se non avesse saputo o potuto difendersi.
La compassione per il popolo ebraico che ha visto cessare la minaccia dello sterminio per mano nazista nel momento stesso in cui è cominciata quella dell’annientamento per mano araba non può che associarsi al biasimo per quei dittatori arabi che, dopo aver mandato al macello i palestinesi contro Israele, si sono rifiutati di accoglierli come esuli e li hanno costretti a vivere nell’ignoranza, nel sottosviluppo e nella miseria dei campi profughi. Per fare in modo che sia gli israeliani che gli arabi abbiano un’opportunità di vivere nella sicurezza e nella pace, il contributo della comunità internazionale è senz’altro auspicabile. Ma la pace non può essere in alcun modo raggiunta sostenendo un’organizzazione terrorista come Hamas, un gruppo che compie stragi di civili e che nel suo Statuto dichiara espressamente la sua volontà di distruggere uno Stato internazionalmente riconosciuto, che impone al suo stesso popolo una sottomissione forzata ai dettami del più bieco fondamentalismo religioso e che usa i fondi degli aiuti internazionali per acquistare armi e ricompensare le famiglie dei terroristi suicidi.  Il sostegno fattivo alla pace richiede perseveranza, mediazione, comprensione e rispetto per chi ha duramente lottato e lavorato per inverare il sogno sionista e realizzare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico, per un popolo che dopo millenni di persecuzioni è riuscito a costruire l’unico Stato democratico del Medio Oriente, pagando con ingenti sacrifici la sua volontà di resistere all’annientamento, alla colonizzazione araba e al terrorismo. Le abbiamo scritto questa lettera aperta per domandarle come si possa firmare un documento di così dubbia provenienza e che contiene così orribili menzogne, arrivando a paragonare Israele – il paese edificato dai sopravvissuti all’Olocausto – alla bestialità infame del nazismo. Un regime d’ispirazione nazista che di certo non avrebbe aspettato più di mezzo secolo per risolvere i problemi coi paesi ostili che minacciano i suoi confini, né restituito gran parte dei territori occupati vincendo delle guerre di aggressione, né tanto meno sobbarcandosi per anni il rifornimento energetico di un nemico che invece di sedersi al tavolo delle trattative continua ad aggredire le località di confine con quotidiani lanci di missili Qassam. Restiamo in attesa di conoscere come abbia trovato il coraggio di sottoscrivere un appello tanto ingiusto e menzognero.

Distinti saluti

Abu Ibrahim Kalim

Seguono 3400 firme (qui un’altra presa di posizione)

Ecco,  a noi hanno sempre venduto la storia che la signora Hack sarebbe una scienziata, e noi sappiamo che  se c’è una cosa tipica dello scienziato, non dico di un grande scienziato, non dico di uno scienziato di medio calibro, dico anche dell’ultimo borsista neolaureato, è la VERIFICA. Lo scienziato, se mentre sta per uscire la mamma gli dice prendi l’ombrello che piove, guarda dalla finestra, verifica che sta effettivamente piovendo, e ALLORA prende l’ombrello. Non perché non si fidi della mamma, ma perché la verifica è nel suo DNA.  Ora, qui abbiamo una signora che secondo la vulgata dovrebbe essere una scienziata, addirittura una Grande Scienziata; qualcuno le racconta l’amena storiella del genocidio del popolo di Gaza,  le racconta che gli israeliani stanno facendo morire di fame i poveri innocenti palestinesi e lei che cosa fa? SE LA BEVE. Sarebbe bastato un semplice giro in internet per trovare documentazione dei mercati di Gaza pieni di ogni bendidio, centri commerciali con ogni sorta di merci, compresi beni di lusso, e strade piene di auto (= abbondanza di carburante) anche di grossa cilindrata, e giardini e ville e alberghi di lusso con giardini e terrazze e piscine, i parchi giochi per bambini che non hanno niente da invidiare ai nostri, le decine di camion che ogni giorno da Israele portano a Gaza cibo, medicinali e ogni genere di beni di prima e seconda necessità, le centinaia di persone che lasciano Gaza per andarsi a curare negli ospedali israeliani.  Sarebbe  bastato un quarto d’ora in internet per verificare (mentre è sufficiente un’occhiata ogni tanto ai quotidiani per sapere dei massacri perpetrati dai suoi amati palestinesi in ristoranti, pizzerie, autobus, discoteche, scuole, fino ai neonati sgozzati nella culla), ma la Grande Scienziata non lo ha fatto, non ha ritenuto opportuno farlo, non ha sentito la necessità di VERIFICARE. Quanto al “genocidio”, non posso fare altro che auto citarmi, riportando un mio pezzo di quattro anni e mezzo fa.

Gli armeni della Turchia hanno subito un genocidio: prima erano tre milioni, dopo breve tempo erano uno e mezzo. Gli ebrei d’Europa hanno subito un genocidio: prima erano 12 milioni, pochi anni dopo erano diventati 6. I cambogiani hanno subito un genocidio: prima erano quattro milioni e mezzo, dopo erano tre. I tutsi hanno subito un genocidio: erano un milione e mezzo e in brevissimo tempo si sono ridotti a mezzo milione. I palestinesi da sessant’anni stanno subendo un genocidio: nel 1947 erano un milione e duecentomila, oggi, dopo sessant’anni di ininterrotto genocidio, sono, a quanto pare, un po’ più di dieci milioni: due e mezzo in Cisgiordania, uno e mezzo a Gaza, uno e tre in Israele, e circa cinque milioni di cosiddetti profughi. Qualcuno, un giorno, ce la dovrà spiegare questa cosa.

Gli scienziati, in teoria, dovrebbero andare abbastanza d’accordo coi numeri, ma la signora Hack questi calcoletti semplici semplici da quinta elementare non li ha saputi fare. Non sarà che è stata così pronta a sposare la causa che le veniva proposta – quella di un feroce terrorismo genocida – perché così bene si sposava con quei sentimenti che l’avevano spinta, a suo tempo, a iscriversi al Partito Nazionale Fascista e a interrompere ogni rapporto con la sua insegnante ebrea cacciata dalla scuola con le leggi razziali?
(Poi, più o meno in tema, vai a dare un’occhiata anche qui e qui)

barbara

L’ALTRO GENOCIDIO

Nel dialetto siriaco occidentale, quello che viene direttamente dall’aramaico parlato da Gesù, si dice “Sayfo”; in siriaco orientale, quello oggi più parlato, la parola è invece Saypa-. Significa letteralmente “spada”, ed è il termine che gli assiri, cristiani di lingua siriaca del Medio Oriente, usano nel senso in cui in ebraico si dice Shoah. Non genocidio, un genocidio, ma il genocidio, il loro: il massacro di almeno 275 mila persone che avvenne nell’allora Impero Ottomano tra 1914 e 1920, in margine al genocidio di altre due importanti popolazioni cristiane autoctone, gli armeni e i greci. Solo che la Grecia ha sempre mantenuto la memoria di quello che ai sensi della storia fu soprattutto uno scambio di popolazione, e poi il massacro dei 375 mila greci del Ponto e l’espulsione di un altro milione e mezzo di greci e cristiani di lingua turca dall’Asia Minore e da Costantinopoli fu nel Trattato di Losanna in parte “compensata” dall’espulsione di mezzo milione di musulmani dal territorio greco. E anche gli armeni, la cui strage fu collocata dagli Alleati a una media di 800 mila vittime tra il minimo di 350 mila riconosciuto dai turchi e il massimo di un milione e mezzo rivendicato dagli stessi armeni, hanno finito per vedere per lo meno riconosciuto il loro dramma. Anche se i crimini contro di loro restano impuniti, e se la storiografia ufficiale turca parla ancora di “scontri interetnici”.
Degli assiri, invece, non sa niente nessuno. Solo lunedì 26 marzo per la prima volta il loro dramma è arrivato al Parlamento europeo: e non direttamente in aula, ma in un convegno ospitato presso la conference room dello stesso Parlamento a Bruxelles. Promotori del convegno le federazioni degli assiri di Germania, Svezia e Paesi Bassi, paesi dove c’è una diaspora influente (35 mila in Svezia, 23 mila in Germania e 15 mila in Francia). Tra gli oratori c’era anche una rappresentanza di eurodeputati lodevolmente trasversale e David Gaunt, uno storico svedese autore di una storia del genocidio dei cristiani assiri, caldei e siriaci nella Mesopotamia settentrionale durante la Prima guerra mondiale: un lavoro pionieristico compiuto integrando fonti scritte turche, russe, tedesche, francesi e arabe con la memoria oralmente tramandata dei sopravvissuti.
Assiri, caldei e siriaci, appunto. I primi sono tecnicamente i membri di quella chiesa di lingua liturgica neo-aramaica che aderiscono a quella teologia nestoriana che nega alla Madonna il titolo di Madre di Dio, ritenendo che in Gesù la componente divina “abitò” in quella umana “come in un tempio”. I caldei sono il ramo della stessa comunità che, mantenendo la propria autonomia organizzativa e liturgica, è tornato in comunione con Roma. E i siriaci, di identica lingua liturgica, risalgono invece alla corrente monofisita, che all’opposto dei nestoriani vede in Gesù la sola natura divina. Anch’essi comunque ora divisi tra una Chiesa siro-ortodossa e una siro-cattolica. Ovviamente queste per i turchi erano solo sfumature: ammazzarono gli uni e gli altri senza farsi troppi problemi. «Un giorno i musulmani raccolsero tutti i ragazzi dai sei ai quindici anni e li condussero al comando della polizia», ricorda ad esempio un passo del memorandum redatto dal Consiglio nazionale assiro-caldeo nel 1922. «Di lì li portarono sulla vetta di una montagna conosciuta come Ras-el Hadjar e li sgozzarono uno a uno, buttando i loro corpi nell’abisso». Nell’aprile del 1915 gli abitanti del villaggio di Tel Mozilt furono massacrati a fucilate: prima gli uomini; poi le donne e i bambini, dopo un’accesa discussione tra ufficiali turchi e ausiliari curdi su cosa farne. Alla fine del 1915 ci fu un battaglione di 8 mila soldati che si guadagnò il nomignolo di “battaglione macellaio” per il modo in cui tolse di mezzo i 20 mila abitanti dei 30 villaggi assiri della provincia di Van. Nel marzo 1918 fu assassinato addirittura il patriarca Mar Shimun XXI Benyamin, capo della Chiesa assira: da un gruppo di paramilitari curdi che gli si erano presentati col paravento di una bandiera bianca. Perfino in Persia gli ottomani sconfinarono a uccidere gli assiri locali: secondo un rapporto inglese, cercandoli nelle case dove i loro vicini musulmani avevano cercato di nasconderli. La maggior parte delle vittime morirono durante interminabili marce di trasferimento verso il deserto, metodo massicciamente applicato anche agli armeni.
Sayfo 1
Metà della popolazione assiro-caldeo-siriaca prima del 1914 viveva nell’attuale Turchia. Oggi non ne restano che 5 mila, sugli 1,6 milioni di unità che conta questa comunità nel mondo. Anche in Iran non ne restano che 10 mila, e il grosso si concentra in Siria (mezzo milione) e in Iraq (800 mila).
Turkish-Annihilation
In quest’ultimo paese infatti si concentrarono gran parte degli scampati alle stragi in Turchia e Iran, e lì gli assiri al momento della discussione dei trattati di pace dopo la Prima guerra mondiale chiesero di poter costituire un loro Stato. Non solo glielo negarono, ma nel 1933 3 mila di loro furono sterminati in un nuovo pogrom in seguito al quale il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, da tempo attivo sul problema armeno, ebbe l’idea stessa della parola genocidio: tragica premonizione, proprio nell’anno in cui Hitler saliva al potere.
Proprio la mancanza di una propria entità politica ha impedito agli assiri di premere a livello internazionale per il riconoscimento del proprio dramma, a differenza di quanto hanno potuto fare gli ebrei grazie alla costituzione di Israele. Ed è significativo che anche del genocidio armeno la consapevolezza sia cresciuta in concomitanza con la conquista dell’indipendenza da parte della ex repubblica sovietica dell’Armenia. Oggi i paesi in cui è riconosciuto il genocidio assiro sono Stati Uniti, Svezia, Francia e Armenia. Anche in Iraq gli assiri stanno oggi acquistando autonomia e consapevolezza, ma sono d’altra parte oggetto degli attacchi degli integralisti. Quanto alla Siria, nel 2004 il regime ha vietato la commemorazione del 7 agosto: anniversario del massacro del 1933, che è però usato dagli assiri come “giorno della memoria” per tutti i loro lutti. Anche solo accennare a ricordarsene può costare un arresto immediato. E vietatissimo è anche sventolare la bandiera assira: sotto l’immagine alata del dio Assur, un sole giallo al centro di una stella a quattro punte azzurre, da cui irradiano quattro nastri tricolore a rappresentare il Tigri, l’Eufrate e il fiume Zab. (Maurizio Stefanini, 12 aprile 2007, qui)
Sayfo 2
Sayfo 3
Sayfo 4
Sayfo 6Sayfo 7

Altre fonti danno un numero di vittime fra 700.000 e 750.000. E il governo turco, in aggiunta all’ostinato rifiuto di riconoscere il genocidio armeno, si è anche diligentemente dedicato alla distruzione dei documenti su quest’altro genocidio (qui, nei commenti). Poi, immancabile ciliegina sulla torta, qualcuno ha provveduto, esattamente un anno fa, a vandalizzare un monumento dedicato alle vittime.
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Per fortuna qualcuno combatte attivamente contro l’oblio delle vittime dell’islam, e proprio nella giornata di oggi c’è chi ricorda questo ennesimo genocidio dimenticato.

barbara

E OGGI PARLIAMO DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

(No, non quella)

Cari amici,
lo sappiamo tutti, ognuno ha i suoi eroi. Chi Charlie Brown e chi Balotelli, chi Freud e chi Simona Ventura, chi Garibaldi e chi Celentano. E naturalmente vale il motto: dimmi chi è il tuo eroe e ti dirò chi sei: soprattutto per i politici, che magari possono provare a imitare i loro eroi più dei comuni mortali.
Vi dico questo perché abbiamo avuto il privilegio di sapere chi è l’eroe di uno dei politici più importanti del nostro tempo, il grande (non di statura, ma di importanza storica) presidente dell’Autorità Palestinese, anzi dello Stato di Palestina, come ha deciso di chiamarla dopo il riconoscimento dell’Onu: Mahmoud Abbas, detto dagli amici Abu Mazen, la terza persona della trinità palestinese.
(Non sapete nulla della trinità palestinese? Malissimo, ne hanno scritto in tanti, fra l’altro il giornale Al-Hayat Al-Jadida, il 30 novembre scorso: “Gesù è palestinese, il martire Yasser Arafat è palestinese, Mahmoud Abbas, il messaggero di pace sulla terra, è un palestinese. Quanto è grande questa Santissima Trinità della nazione!”, un modello di accuratezza storico-teologica da cui abbiamo tutti da imparare, e prego i miei amici cristiani di prenderne nota: http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=8250)
Dunque dovete sapere che questa persona della santissima Trinità Palestinese, nonostante la sua dignità storico-teologica, ha un eroe tutto suo e che questo eroe non è nessuno dei suoi due predecessori, forse perché, secondo l’originale teologia politica palestinese, ne condivide la natura, appartenendo alla stessa Trinità. No, il suo eroe è un altro. Eccovelo rivelato.  (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/163916#.UOvYfHeyl-x). Il suo nome è Hajj Amin al-Husseini, il suo titolo (attribuitogli dal commissario inglese Samuel contro la volontà del consiglio dei musulmani di Gerusalemme, questo è interessante perché mostra la permanente saggezza politica britannica e la continuità degli ebrei che pensano di fare bene lasciando spazio ai nemici del loro popolo: http://it.wikipedia.org/wiki/Amin_al-Husseini) è Gran Muftì di Gerusalemme, di mestiere faceva il genocida in particolare, ma non solamente di ebrei. Il suo apprendistato lo fece infatti durante gli anni Dieci del Novecento nell’esercito turco che perpetrava il genocidio armeno, poi guidò una guerriglia antibritannica, premiata col titolo religioso cui non aveva diritto perché privo dell’istruzione adeguata, negli anni Venti e Trenta si dedicò all’organizzazione di pogrom antiebraici nel territorio del Mandato britannico (le famose stragi di Hebron e di Safed). Poi, quando scoppiò la guerra fuggì in Germania, dove fu accolto con tutti gli onori dal Führer, che gli affidò la costruzione di una brigata SS in Bosnia, la consulenza per la gestione della Shoà, la propaganda alla radio in Arabo, e un congruo stipendio per tutte queste nobili attività. Dopo la sconfitta del nazismo tornò in Medio Oriente, aiutò ad ammazzare il re di Giordania che voleva fare la pace con Israele, fondò l’organizzazione terroristica palestinese che poi sarebbe diventata l’Olp e adesso lo “stato di Palestina” (http://www.focusonisrael.org/2010/01/21/nazismo-hitler-mufti-gerualemme/, per un film con le immagini del suo incontro con Hitler guardate qui: http://www.youtube.com/watch?v=d51poygEXYU).
Forse non ho reso sufficiente onore a questa figura straordinaria di combattente per la libertà, ho omesso qualche sua meritoria azione, ma credo che abbiate capito il tipo, e magari ne avete sentito già parlare, dato che l’uomo è giustamente famoso. L’aspetto interessante e nuovo, che voglio sottolinearvi è questa scelta di Abu Mazen (http://atlasshrugs2000.typepad.com/atlas_shrugs/2013/01/abbas-salutes-hitlers-mufti-and-murdering-jihadis-in-anniversary-address-.html): scelta giusta, scelta meditata, scelta vincente. Certo, purtroppo i tempi non sono più quelli, non c’è più il Reich e invece c’è l’orribile entità sionista che ha l’inaudita pretesa di difendersi dalla giusta collera islamica. Ma che volete, ognuno deve subire le sue tribolazioni e il nostro Muhammed Abbas sopporta virilmente le sue, subisce addirittura l’onta che i più sciocchi della razza nemica lo chiamino “partner per la pace”. Ma adesso sappiamo che cosa sogna di essere e possiamo con più convinzione inchinarci alla sua gloria di terza persona della Trinità, cioè di Spirito Santo Palestinese.
Ugo Volli (Informazione Corretta)

Ma noi…

barbara

STERMINATELI!

Ogni giorno ci aspettiamo di venir gassati. Siamo in questo maledetto kommando da quasi quattro mesi. E non possiamo rifiutarci di fare questo lavoro. Ci scorticherebbero vivi… Ci farebbero a pezzi i figli sotto i nostri occhi… Allora li bruciamo. Io stesso, ho bruciato mia moglie, l’ho riconosciuta; aveva gli occhi aperti. Erano colmi di una tristezza indicibile, di uno spavento senza nome… Per fortuna era morta… perché spesso li bruciamo vivi. Sono solo svenuti. Il gas non agisce in modo uguale su tutte le vittime… e ora è il nostro turno… Lei è giovane, è ariano, ha qualche probabilità di uscirne vivo… sebbene abbiamo bruciato anche polacchi, russi, francesi… e zingari, ma di quelli non parla nessuno… Quando lei uscirà di qui… la prego: parli, racconti, scriva, urli affinché tutto il mondo sappia quel che avviene qui… perché metta fine a questo per sempre. Mai più, mai più questo dovrà ripetersi… in nessun luogo e per nessuno (Testimonianza anonima raccolta al blocco 13 da George Wierzbicki; p. 5)

«Bisognerebbe parlare delle piccole zingare, delle bambine di cui conservo incancellabile l’immagine, stese per terra nel corridoio del Revier, che si contorcevano per il dolore dopo le iniezioni sterilizzanti. Ho visto dei moduli stampati che dicevano: “Io sottoscritta dichiaro di acconsentire liberamente alla sterilizzazione delle mie figlie…” La liberazione delle famiglie zingare aveva questo prezzo, ed esse erano “libere”… evidentemente di scegliere tra questo e la continuazione della vita in quell’inferno. Bisognerebbe parlare anche dei tagli cesarei praticati nel cuor della notte per “farsi la mano”, delle iniezioni mortali, dei sonniferi distribuiti ai malati “per irrobustirli” e che dopo qualche ora non lasciavano che cadaveri… Simili mostruosità, una simile potenza del genio del male non hanno bisogno di commenti, ma impongono in modo perentorio, assoluto, la convinzione che solo una forza sovrumana, un desiderio invincibile di reazione possono opporsi a questa negazione di tutti i valori umani e spirituali». Testimonianza di Adelaide Hautval; pp. 64-65)

Già: c’erano anche gli zingari, fra i deportati nei campi di concentramento e di sterminio, fra i selezionati per i più deliranti “esperimenti”, fra i selezionati per la camera a gas, fra quelli che, addirittura, finivano direttamente nei forni crematori senza neppure essere morti.
È uno spaventoso cazzotto allo stomaco, questa implacabile serie di documenti e testimonianze. E tuttavia abbiamo il dovere di sopportarlo,  questo cazzotto allo stomaco, noi che viviamo nelle nostre tiepide case, perché

«Tutti disprezzavano gli zingari, di razza pura o meticci; tutti, dai deportati alle SS. Allora, perché rinunciare? Chi si sarebbe lamentato? Chi avrebbe testimoniato? Gli zingari contavano ancor meno degli ebrei. Gli zingari non avevano alcuna rappresentanza negli Stati che li avevano visti nascere. Essi non esistevano a livello nazionale o internazionale. Al limite, siamo stati in presenza di un delitto perfetto. Un delitto senza cadaveri. Chi volete, ancora oggi, che reclami per uno zingaro? (p. 209)

Hinnenì: eccomi. Io mi lamento. Io protesto. Io testimonio. Io non tacerò, finché avrò la forza di respirare.

Christian Bernadac, Sterminateli!, Libritalia

barbara

IL NOSTRO AMATO SIGNOR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Cavaliere di Gran Croce  

Credo che il governo italiano abbia raggiunto l’incredibile obiettivo di farmi provare un istintivo e irrazionale moto di solidarietà verso il presidente siriano Assad. A spingermi in tale direzione è stata la notizia, degli ultimi giorni, secondo cui il nostro Ministero degli Esteri si starebbe attivando per chiedere al presidente della Repubblica la revoca di “tutte le onorificenze” attribuite a Bashar Al Assad, compresa quella, particolarmente prestigiosa, di Cavaliere di Gran Croce, che fu attribuita in occasione di una visita di Stato effettuata a Damasco nel marzo 2010 (nel corso della quale Napolitano pronunciò, al cospetto di un compiaciutissimo dittatore, dure parole di riprovazione verso la politica di Israele, senza neanche un’ombra di critica al regime siriano: una scelta a proposito della quale, proprio su queste colonne [24 marzo 2010], ebbi modo di esternare la mia profonda amarezza e delusione).
In cosa, infatti, Assad ha modificato i suoi princìpi, i suoi gesti, la sua politica, tanto da meritare la revoca delle onorificenze? Forse prima si richiamava ai valori della democrazia, della tolleranza, del dialogo, della pace, promuoveva la cultura e la libertà di pensiero, il benessere del suo popolo, i rapporti di buon vicinato con i Paesi confinanti, e poi, improvvisamente, è cambiato, e ha scelto la strada del terrore, della violenza, della sopraffazione? Se così fosse, bene farebbe l’Italia e ritirare i suoi pomposi blasoni (immagino i sorrisi sarcastici dei cortigiani siriani, nell’infilarli in un polveroso cassetto, contrassegnato da un’etichetta del tipo DDO, “Dabbenaggine dell’Occidente”). Ma a me risulterebbe, in verità, che l’Assad di ora sia rimasto quello di ieri e di sempre: uno dei massimi foraggiatori del terrorismo mondiale, al vertice di una ferrea dittatura militare, fondata su una capillare repressione di ogni dissenso interno e su un morboso, ossessivo antisemitismo di Stato (i libri di testo scolastici trattano dei sacrifici rituali degli ebrei e dell’invenzione della Shoah, i poveri studenti, in tutti i percorsi scolastici, devono portare come materia obbligatoria la “questione palestinese”, lo stesso Assad ricordò, nel 2001, alla presenza di papa Giovanni Paolo II [anche in quel caso, senza essere contraddetto da nessuno], che gli ebrei hanno torturato Gesù ecc. ecc.). Certo, ora sta ammazzando un po’ di gente, ma solo perché c’è un’insurrezione in corso, e la situazione gli è un po’ sfuggita di mano: forse che ieri non l’avrebbe fatto?
Chiedo quindi al Ministero degli Esteri e alla Presidenza della Repubblica di volere cortesemente spiegare:
1) per quali meriti è stata attribuita, nel 2010, l’onorificenza;
2) quando e perché tali meriti sarebbero venuti meno.
Altrimenti, chiedo che sia lasciata ad Assad la sua stupida medaglia.
P.S.
Dimenticavo, forse, che, com’è noto, l’Italia non finisce mai le guerre nello stesso fronte in cui le ha cominciate, e i ruoli di amici e nemici ci appaiono, tradizionalmente, facilmente interscambiabili. Con Gheddafi – per restare a tempi recenti – siamo passati disinvoltamente dai baciamano alle bombe e, quando è stato ucciso, il suo amico Berlusconi si è rapidamente consolato (“sic transit gloria mundi”, è stato il suo commento). Con Assad, evidentemente, sta capitando lo stesso. Solo che, al momento, la guerra civile non è ancora finita, e non appare certo che il dittatore (come evidentemente, il nostro governo prevede) sarà deposto. Che al Ministero, allora, siano stati un po’ precipitosi? Suggerirei, a titolo precauzionale, di aspettare un po’ per la revoca, se non altro per risparmiare il fastidio (e la spesa), nel caso vinca ancora il presidente, di dovergli dare un’onorificenza nuova.

Francesco Lucrezi, storico

Nessuna meraviglia, comunque, in merito allo sviscerato amore del Nostro Amato Signor Presidente Della Repubblica per la feccia: lui è quello che ha difeso i massacri d’Ungheria, ha difeso i carri armati a Praga, ha messo per iscritto la sua piena solidarietà a Pol Pot e a quella che definisce l’«eroica resistenza del popolo cambogiano»; non risulta che abbia mai chiesto scusa ai due milioni di cambogiani sterminati e ai milioni di cambogiani vittime di disumane sofferenze per la solidarietà espressa al loro carnefice.
Nessuna meraviglia, peraltro, neanche per il fatto che il grande Francesco Lucrezi ci offra sempre lavori eccezionali.


barbara

E MENO MALE CHE IL COFFEE C’È

Hanno detto alla radio che Kofi Annan ha invitato Assad a cessare gli attacchi con le armi pesanti. Quindi il signor Assad è avvertito: d’ora in poi tollereremo unicamente massacri eseguiti con fucili, pistole e armi da taglio. Al massimo, occasionalmente, qualche granata e qualche sporadica raffica di mitra, ma solo in caso di comprovata necessità.
D’altra parte, potevamo aspettarci di meno dal ninfo egerio di Durban 1? Potevamo aspettarci di meno da uno dei maggiori responsabili del genocidio in Ruanda? (Un episodio forse non troppo noto: nel gennaio 1994 il generale Dallaire, comandante delle forze ONU in Ruanda, inviò a Kofi Annan, all’epoca capo delle missioni di pace dell’ONU, l’informazione che era imminente la messa in atto di un genocidio: Kofi Annan scelse di non intervenire. Tre anni e mezzo (e un milione di morti) più tardi Kofi Annan, diventato nel frattempo segretario generale dell’ONU, impedì al generale Dallaire di testimoniare in proposito. Altrettanto poco noto, per inciso, è probabilmente il fatto che nel 2005, sempre sotto il regno di Sua Maestà Kofi Annan, nella ricorrenza dell’anniversario della risoluzione Onu 181 del 29 novembre 1947, all’Onu si è tenuta una cerimonia di solidarietà con il popolo palestinese per la “tragedia” della nascita di Israele, con tanto di carta geografica in cui la Palestina copre tutta l’area e Israele non c’è).

Giornata di solidarietà col popolo palestinese

E infine, l’argomento decidivo: potevamo aspettarci di meno da un premio Nobel per la pace?

barbara