QUEI COMUNISTI IN ITALIA

che non erano mai stati al governo ma hanno sempre comandato tutto lo stesso (qualche commento mio in corsivo, qua e là).
Così l’Italia censurò il dissenso anticomunista

30 anni fa cadde l’Unione Sovietica. Fra diktat, silenzi e stroncature codarde, il mondo della cultura per anni impedì che al pubblico arrivassero le voci dei grandi testimoni

Il 25 dicembre 1991 cadde l’Unione Sovietica. Trent’anni che meriterebbero una ricostruzione speciale su come in Italia si fece terra bruciata attorno al dissenso antisovietico [diciamo pure che la sinistra è allergica al dissenso tout court]. Il clima era tale che Italo Calvino definiva George Orwell “libellista di second’ordine” e portatore di “uno dei mali più tristi e triti della nostra epoca: l’anticomunismo” [la mia prof di italiano e latino al liceo considerava Italo Calvino uno scrittore di second’ordine (“Ha fatto un unico libro valido: Il sentiero dei nidi di ragno”): vuoi vedere che aveva ragione?]
In Italia il grande drammaturgo Eugène Ionesco¹ fu a lungo interdetto. La Stampa del 6 febbraio 1975 si espresse chiaramente: “Ionesco vede nero; soltanto nero anche come colore politico: è diventato un reazionario. Il che sarebbe affar suo (si cade in braccio alle destre che si meritano) se anche la sua arte non si fosse fatta reazionaria”. Per veder tradotto in italiano il saggio del 1961 di Martin Esslin “Il teatro dell’assurdo” si è dovuto aspettare vent’anni. Un testo critico che era considerato non solo nel mondo anglosassone “un classico della saggistica contemporanea”, dice Giovanni Antonucci nell’introduzione alla terza edizione del libro uscita nel 1990, ma guardato con sospetto dall’editoria italiana: “La motivazione era esclusivamente ideologica: era un libro reazionario perché si occupava di autori reazionari”. Quando Ionesco nel 1973 accettò un invito del Cidas (Centro italiano documentazione e studi) intitolato “Intellettuali per la libertà”, su L’Avanti! uscì un articolo titolato “Stavolta Ionesco è da dimenticare”. Sulle colonne del Corriere della Sera Luigi Malerba deprecava “la traduzione italiana di un romanzo ‘reazionario’ di Ionesco edito da Rusconi”. Gabriella Bosco nel libro “Ionesco metafisico” spiega che “Einaudi lo traduceva come autore di teatro, ma manteneva il silenzio quanto a interpretazioni o giudizi di valore, prendendo implicitamente le distanze”. Bosco ricorda che “Paolo Grassi, direttore del Piccolo di Milano, ostracizzò Ionesco perché a suo parere era un autore reazionario”. Sarà un altro drammaturgo, Fernando Arrabal, a dire: “Personaggi come Giorgio Strehler hanno impedito per anni la messa in scena di grandi opere come quelle di Ionesco”. Un altro articolo su L’Avanti! lo accuserà di “passare dal precedente cinismo reazionario al fascismo dichiarato”. Su L’Espresso, Corrado Augias irriderà Ionesco anche fisicamente: “Viso gualcito, occhi vacui virati in giallo da un permanente sospetto di itterizia, manine tozze dalle dita corte, spatolate, pancino bombato, piedini divergenti. I cinquantanove anni di Ionesco tendono decisamente alla caricatura. C’è chi assicura che l’unico vero teatro ioneschiano ancora esistente è quello cui la famiglia Ionesco al completo dà vita in salotto o attorno al tavolo da pranzo” [Quindi non è rincoglionito perché è vecchio: è proprio coglione di suo]. Augias è sempre rimasto lo stesso.
Ci fu il caso di Nicola Chiaromonte, esule antifascista in Spagna per partecipare alla guerra civile con la squadriglia aerea di André Malraux, in Italia isolato e inviso per essere un rappresentante dell’anticomunismo di matrice liberal-democratica. Quando nel 1968 chiuse la sua rivista, Tempo Presente, Chiaromonte chiese a molti editori di aiutarlo a continuare la rivista, ma ebbe sempre risposte negative. Gli ultimi anni di vita di questo straordinario intellettuale anticonformista amico di Ignazio Silone trascorsero nell’umiliante sequenza di richieste di aiuto agli editori italiani: richieste che rimasero sempre inascoltate. La moglie Miriam dirà: “Gli fecero il vuoto intorno”.
Ci fu il caso della mancata pubblicazione da parte di Einaudi di una prefazione del grande scrittore polacco Gustaw Herling (due anni nei Gulag) ai Racconti della Kolyma di Varlam Shalamov (uscirà presso la piccola casa editrice L’Ancora). L’accostamento del Gulag e del Lager nazista come “gemelli”² suonò all’Einaudi come motivo sufficiente per rimandare la prefazione a Herling. “Laterza era comunista, come comunista era Einaudi, il quale pubblicava anche autori non comunisti, ma che voleva stampare quel bandito di Zdanov”³, dirà Herling senza mezzi termini. “La dittatura culturale, dittatura tout-court, c’è stata in Polonia”⁴ racconterà Herling. “Qui, come dire, ha prevalso piuttosto una tranquillizzante abitudine alla reticenza. Tempo Presente poteva uscire senza che nessuna censura poliziesca glielo impedisse. Bastava farle il vuoto attorno, non parlarne mai”. Herling ricordava che poco dopo il suo arrivo in Italia, nel 1956, un amico gli propose di scrivere un articolo sulla rivolta di Poznan per L’Espresso diretto da Arrigo Benedetti. “Non conoscevo ancora bene la lingua italiana ma accettai di buon grado e con l’aiuto di mia moglie spedii l’articolo il più presto possibile. Dopo qualche giorno ricevo un biglietto di Benedetti più o meno di questo tenore: ‘Posso comprendere i suoi sentimenti di esule ma le cose che lei scrive non sono obiettive e appaiono per di più scarsamente documentate’. Mi trovavo con Nicola Chiaromonte al bar Rosati. A un certo punto entra Carlo Levi, amico di Chiaromonte sin dall’esilio, e si mette a sproloquiare sulla rivoluzione ungherese. Per un po’ Chiaromonte rimane in silenzio, ma quando Levi chiede ad alta voce: ‘Chissà quanto avranno speso gli americani per organizzare la rivolta di Budapest’, d’improvviso vedo Nicola avventarsi su Levi e cacciarlo dal tavolo davvero in malo modo”.
Questa era l’Italia.
Ci fu la casa editrice Garzanti, che acquisì i diritti di Raccolto di dolore di Robert Conquest, il libro che rivelò al mondo il genocidio ucraino per fame, lo fece tradurre ma non lo pubblicò mai (il saggio-verità sul genocidio ucraino uscirà grazie alla piccola Liberal Edizioni). 
Ci fu il caso di Alexander Solzenitsyn. Vittorio Foa, il leader dell’azionismo, confesserà: “Quando uscì la traduzione del libro di Solzenitsyn lo vidi in libreria, lo sfogliai e non lo comprai. Ricordo questo come un vero atto di viltà: c’era qualcosa che volevo tenere lontano”⁵ [Una vigliaccheria riconosciuta come tale, dopotutto, è già un pochino perdonabile: diciamo il famoso orbo in un mondo di ciechi]. In un articolo su La Stampa del 1990⁶, Enzo Bettiza, uno dei pochi che subito si misero a difesa dello scrittore, spiegò: “Ero stato nel 1962 il primo traduttore in assoluto dal russo di ‘Una giornata di Ivan Denisovic’. Ricordo il fatto perché storicamente e filologicamente comincia da lì, da quella mia traduzione, la sequela dei falsi equivoci, delle perfidie sottili, dei malintesi interessati che hanno da sempre intossicato e reso pessimo il rapporto tra il grande deicida e la cultura più teologizzante d’occidente, quella italiana”. Bettiza si mise a tradurlo per L’Espresso, quando ricevette una telefonata del direttore, Arrigo Benedetti: “Ma che robaccia è mai questo Solzenitsyn? Mi sembra un Pavese russo, un decadente che fa il rustico! Questo gergo artefatto, questo stile falsamente gretto, tutta questa letteraria saggezza e mestizia contadine!”. Dieci anni dopo i medesimi pregiudizi si faranno meno innocenti, si tingeranno di malizia ideologica e raggiungeranno secondo Bettiza “il livello di una censura canagliesca nei confronti dell’ex ufficiale dell’Armata Rossa che aveva osato proclamare che il comunismo è soltanto delitto e menzogna”. Bettiza parlò di una “vergognosa offensiva di una vasta parte della cultura italiana contro Solzenitsyn” e che “negli anni in cui il compromesso storico avanzava e le Brigate rosse uccidevano nel nome del comunismo” si articolerà su tre piani: estetico, ideologico-politico, editoriale.
“Sul piano estetico ricordo una violenta polemica, in difesa anche artistica dell’opera sul Gulag, che mi oppose sulle pagine dei giornali a Carlo Cassola il quale, con maggiore pretenziosità politica di Benedetti aveva sostenuto su per giù le sue stesse banalità: il fenomeno Solzenitsyn era secondo lui nullo sul piano dell’arte, un pasticcio senza capo né coda fra storiografia dubbia e cattiva letteratura. Solgenitsin non era uno scrittore, non era neanche un vero storico, era soltanto il precario cronista di una sua disgraziata disavventura personale nei Lager staliniani che gli aveva dato alla testa”. Insomma: un povero matto. In una intervista al Mondo del 1974 Cassola aveva detto che Solzenitsyn era “un retore declamatorio che non vale niente come scrittore. Con Solzenitsyn mi sono trovato di fronte a uno scrittore anonimo: un corrispondente di provincia scrive meglio”.
“In molte recensioni italiane si videro diverse firme illustri impacchettarlo e stroncarlo come anticomunista viscerale e come capofila di un potenziale neofascismo russo. Un famoso letterato arrivò addirittura a esclamare in pubblico: ‘Bisognerebbe fucilarlo!’”. Ricordava Franco Fortini: “Ricordo l’ostilità di cui era circondato, qui in Italia. Penso all’area operaista, a intellettuali come Asor Rosa [quello che ce l’ha a morte con la razza ebraica, vedi qui e l’ultima parte qui (ma se avete qualche minuto leggetelo tutto) e che un noto saltimbanco ebreo rinnegato venduto alla causa del terrorismo palestinese ha difeso all’epoca a spada tratta], Tronti, Negri, Cacciari [quello che oggi si mette in cattedra a dare lezioni di etica all’Italia intera], tutta gente che rideva a crepapelle sui libri di Solzenitsyn”. 
Sul piano editoriale non ci si poteva aspettare altro che la conseguenza commerciale e pubblicitaria della quarantena: “I suoi libri, dopo che erano stati dileggiati esteticamente e confutati ideologicamente, vennero sistematicamente boicottati editorialmente. Nello stesso periodo in cui Feltrinelli offriva a modico prezzo ai terroristi in erba manuali per la confezione di granate casalinghe, altri grandi editori rifiutavano la pubblicazione dell’opera solgenitsiana o, se ne pubblicavano uno spezzone, lo facevano quasi vergognandosene”. Zero pubblicità e quasi una vergogna a esporlo nelle librerie. “Nessuno vuole recensire ‘Arcipelago’, nessuno si vuole occupare di Solzenitsyn”, si lamentava Domenico Porzio, allora capo ufficio stampa della Mondadori.
Così Arcipelago Gulag finisce per languire in scaffali secondari. Durissimo il giudizio di Vittorio Strada, grande esperto di cultura russa, poi responsabile dell’Istituto di cultura italiana a Mosca: “Solzenitsyn da noi è stato prima svuotato e poi censurato. La sua verità era scomoda per tutti: per i comunisti che lo consideravano un nemico, per i non comunisti laici e cattolici – che non sapevano dove collocarlo”. Non da meno Lucio Colletti: “Da noi le anime belle dell’intelligencija hanno campato attaccate alla giacca del potere, ruminando nelle greppie di quelle maleodoranti associazioni che sono le burocrazie di partito. Questi opportunisti vigliacchi si facevano un punto d’onore a non avere letto i libri di Solgenitsin, ecco l’infamia”. Giancarlo Vigorelli, per dieci anni segretario generale del Comitato degli scrittori europei, dirà che “in Italia quasi nessuna voce si è levata in suo favore. Lui scriveva che il comunismo è un delitto contro la coscienza, da noi i letterati – per esempio quelli legati a una casa editrice come Einaudi – lo liquidavano dicendo che era uno scrittore mediocre”. Irina Alberti: “Non solo fu frainteso, diffamato, ridicolizzato, vilipeso, ma fu ignorato”.
Alberto Moravia [uomo dall’aspetto così come dalla prosa di rara bruttezza] lo definisce su  L’Espresso “nazionalista slavofilo della più bell’acqua”, mentre Eugenio Montale sul Corriere della Sera: “Potrà conservare la proprietà, o l’uso, di due appartamenti, potrà scrivere quello che gli pare e permettere che a sua insaputa (!) altri suoi libri si stampino all’estero; e potrà – suppongo – incassare il premio Nobel che nel frattempo gli è stato conferito, ma in nessun modo potrà fregiarsi del titolo di scrittore sovietico con le carte in regola”. Paese Sera: “Ancora prima dell’analisi storica, è la stessa ricostruzione dei fatti che è carente o addirittura assente del tutto. Come si può pretendere, a questo punto, che trovino spazio e uditorio, nel vuoto lasciato dalla storiografia, le documentazioni e le interpretazioni di parte fornite da Solzenitsyn”. Una delle poche recensioni positive fu quella sul Corriere della Sera di Pietro Citati, mentre Umberto Eco lo definì “Dostoevskij da strapazzo”. [ognuno misura gli altri sulla base del proprio metro, si sa]
Provate a cercare in italiano i libri di Vladimir Bukovskij, lo scrittore che i sovietici rinchiusero per dieci anni nei manicomi. Se sarete fortunati, troverete qualche rimanenza delle edizioni Spirali, inesistente casa editrice milanese. Nell’ottobre del 1990 Bukovskij venne a Roma, ospitato dai gruppi parlamentari, mentre in Europa (e in Italia) la sinistra si beava delle “riforme” di Michail Gorbaciov. Bukovskij disse: “Non credo alla riformabilità del socialismo in Urss. L’Occidente si illude. E fa come l’uomo di quella storiella che voleva volare e si buttò dal ventesimo piano di un grattacielo. Per qualche secondo conobbe la felicità perché stava volando. Peccato che subito dopo si sfracellò al suolo”⁷.
A questi giganti del dissenso e ai testimoni dell’orrore, i custodi dell’utopia non perdonarono mai di non aver voluto volare insieme a loro. Gustaw Herling ricordava sempre un aneddoto: “Alberto Moravia a Francoforte, anno 1960, lui presidente di turno del Pen Club, doveva aprire la riunione con un ordine del giorno preciso: sospendere la sezione di Budapest per protestare contro l’incarcerazione degli scrittori ungheresi. Lo incontro la sera prima e mi dice: ‘è capitata una cosa, l’altro giorno a Roma l’ambasciata sovietica mi ha comunicato che presto i miei romanzi potranno uscire in Urss. E poi a casa mi hanno mandato una grande scatola di caviale’. Il giorno dopo Moravia pronunciò un discorso molto diplomatico, molto cinico. Disse: ‘nessuna ingerenza sulle questioni interne ungheresi’”⁸. [Si chiama prostituzione. È un mestiere molto antico, e se ciò che viene venduto è un po’ di sesso è un mestiere onesto. Altrimenti no]
Questa era la “cultura italiana”. E non è cambiata. Conformista. Codarda. Censoria.
Giulio Meotti

1 Arrabal con Vargas Llosa «La sinistra come Franco», La Stampa, 26 agosto 1994
2 Herling Einaudi, La Stampa, 23 maggio 1999
3 La Repubblica, 26 febbraio 1993
4 Herling due volte solo fra i rossi, La Stampa, 24 marzo 1992
5 Foa, confesso che ho taciuto, La Stampa, 2 novembre 2003
6 Solzenitsyn, il profeta rifiutato, La Stampa, 26 settembre 1990
7 Bukovskij: perché non ho applaudito, La Stampa, 16 ottobre 1990
8 Solzenitsyn, il profeta rifiutato, La Stampa, 26 settembre 1990

“E non è cambiata”. Già: lo stiamo vedendo.

barbara

QUEL PROFONDO DISAGIO CHE LA SCUOLA HA INFLITTO A TUTTI NOI…

Sì, vero, che ve lo ricordate, e che a ripensarci ancora vi fa venire i brividi alla schiena.

Che palle la grande letteratura riscritta con i buoni sentimenti

Prima hanno fatto di Orwell una griffe antitrumpiana. Ora arriva “1984” dal punto di vista femminista, mentre nelle università inglesi in piena decadenza Omero e Dickens mettono a disagio

Quando la grande arte non può essere incasellata a dovere viene messa al bando. Al Maggio fiorentino hanno cambiato il finale della Carmen di Bizet, che si ribella e uccide don Josè in omaggio al MeToo (a Berlino dei funzionari alticci hanno appena pensato di cancellare Lo schiaccianoci di Ciaikovski). Il buio oltre la siepe, il capolavoro di Harper Lee, non viene più insegnato in una scuola del Regno Unito dopo che gli insegnanti hanno affermato che il libro promuove la narrativa del “salvatore bianco”. Il signore delle mosche di William Golding è stato rimosso dal curriculum di alcune scuole in Canada dopo che è stato considerato “incentrato sulle strutture di potere maschili e bianche”.
Con George Orwell hanno provato in ogni modo ad addomesticarlo.
“Nell’America di Trump, 1984 e gli altri romanzi distopici tornano in testa alle classifiche”, titolava La Repubblica. Lo scrittore inglese più famoso del Novecento è stato abilmente arruolato come una griffe della propaganda antitrumpiana. E non importa che 1984 fosse soltanto la più grande satira della propaganda sovietica.
Nick Slater, su Current Affairs, scrive che “Orwell è venerato come un simbolo… per alcuni è un ‘santo laico’”. In Italia ad esempio si è passati dal tempo in cui, come scriveva Roberto Calasso ne L’impronta dell’editore, “Orwell veniva citato con ribrezzo”, a uno in cui è citato a casaccio e ogni casa editrice ha il suo Orwell in catalogo.
George Orwell adorava Charles Dickens e la descrizione che ne fa nel 1939 è un suo autoritratto. “Un intelletto libero odiato con il medesimo tasso di odio da tutte le piccole, puzzolenti ortodossie che ancora si contendono la nostra anima”.
Ora le puzzolenti ortodossie sono al potere e anche Dickens è problematico. Nei giorni scorsi l’Università di Greenwich, in Inghilterra, ha messo un avviso agli studenti che si approcciano a 1984 di Orwell e all’Odissea di Omero che si tratta di “materiale che mette a disagio”. In altre università britanniche, come Aberdeen, simili avvertimenti sono stati posti su Robert Louis Stevenson, il Giulio Cesare di William Shakespeare e Dickens. Se non è piena decadenza questa non so cosa sia.
Ma addomesticare Orwell non è facile. Parliamo di un romanziere che dei colleghi scrittori che gli chiedevano di firmare inutili appelli antifascisti diceva: “Io non sono uno dei vostri finocchietti alla moda come Auden e Spender…”.
Così ora la fondazione George Orwell ha approvato una “rivisitazione femminista” del suo romanzo più famoso, che reinventa 1984 dal punto di vista dell’amante di Winston Smith, Julia. Si riscrive con i buoni sentimento il grande romanzo in favore di masse dormienti e di editori che vogliono fare due soldi, facili facili.
La neolingua della Commissione Europea che ci dice quali parole usare, la sorveglianza degli spiriti nelle università occidentali, l’interiorizzazione dei diktat da parte dell’opinione pubblica, la società come campo di rieducazione delle “fobie”, la polizia del pensiero e la proscrizione di parole nel mondo della cultura…Nella gara a tirare Orwell per la giacca ci sono molti motivi per pensare che a Eric Blair non sarebbe piaciuto questo 2021 del trionfo progressista.
Per scoprirlo, comunque, sempre meglio leggere l’originale 1984.
Giulio Meotti

Come non si stancava di ripetere il mio grande maestro Giuliano Baioni, non si fa letteratura coi buoni sentimenti, e dubito infatti che qualcuno riesca a citare qualche opera di vera letteratura nata da un’ideologia, sia essa comunista, fascista, ambientalista o a scopo edificante (e no, I fratelli Karamazov non è un romanzo edificante). Prepariamoci dunque a un’era priva di letteratura, e soprattutto a salvare tutti i nostri preziosi libri dalle fiamme dei pompieri, prima che arrivino a metterci le mani. Magari, per ogni evenienza, cominciamo a impararne qualche brano a memoria.

barbara

COME CANCELLARE L’ESSERE UMANO IN NOME DEL PROGRESSO

Due pezzi, uno più agghiacciante dell’altro. Sono tutte cose più o meno note, solo che ad ogni intervento dei buoni di professione si aggiunge una nuova spinta verso il baratro che ci sta ormai ingoiando.
I commenti in corsivo in parentesi quadra sono naturalmente miei, come sempre.

La identity politics è negazione dell’individuo, della sua libertà e del suo valore

Il Superbowl disputatosi recentemente mi ha fatto venire in mente un bellissimo film ambientato nel mondo del football americano: “Il sapore della vittoria – Uniti si vince”. Il protagonista è Herman Boone, interpretato da Denzel Washington, un allenatore afro-americano che deve guadagnarsi il rispetto della sua squadra, composta per la prima volta da bianchi e neri, nell’America degli anni ’60, dove il razzismo sistemico era una cosa vera e non un prodotto della fervida fantasia dei millennials.
Boone ha un allenatore in seconda che è il classico prototipo del liberal che si finge di larghe vedute: bianco, tratta i neri in squadra con compatimento e senso di pietà. La frase rivelatrice è quella che Boone gli rivolge, per contestare il suo vizietto di consolare i giocatori neri (e solo loro) ogni volta che questi ricevono un rimprovero da Boone:
“Io sono cattivo allo stesso modo con tutti i ragazzi della squadra. […]. Lei non gli fa un favore con la sua condiscendenza, ne fa dei menomati”.
C’è da scommettere che tale film non sia stato inserito nella lista di quelli che alcune aziende hanno cominciato a raccomandare ai propri dipendenti.
Ma che c’entra un privato con i gusti cinematografici dei suoi dipendenti?
C’entra eccome, soprattutto se siamo a febbraio, il Black History Month. Nato come serie di eventi per celebrare l’orgoglio di essere afro-americani [vogliamo provare a immaginare che cosa succederebbe se qualcuno proponesse di celebrare l’orgoglio di essere euro-americani bianchi?], l’iniziativa è stata fatta propria da grandi gruppi (Nordstrom ad esempio, specializzato in abbigliamento) fino ad agenzie di marketing, che invitano il personale a guardare film interpretati o diretti da persone di origine africana, ascoltare musica black [soprattutto classica, mi raccomando], leggere libri di neri, ecc. Ci sono persino app per trovare negozi gestiti da neri. [A casa mia una roba di questo genere si chiama purissimo razzismo DOC, garantito al 100%]
La chiamano inclusività, per darsi una patina di buone intenzioni. [E non hanno ancora scoperto che la patina sporca peggio della morchia]
La realtà è ben diversa: il politicamente corretto e la identity politics, partorite nei campus americani, dopo aver infettato i media stanno diventando sempre più invasivi.
Non si capisce infatti il nesso tra il fatto che un negozio sia gestito da una persona appartenente ad una certa etnia e il rapporto qualità-prezzo, la cortesia, la competenza del negoziante, che dovrebbero essere i criteri principali nella scelta fra tanti soggetti tra loro in concorrenza.
Nulla c’entra con il libero mercato. Perché nulla c’entra con l’aggettivo libero. Le quote rosa (o nere, o di qualsiasi altro colore) sono infatti la negazione della libertà.
Alla decisione libera e razionale del consumatore nello scegliere un prodotto o del dirigente nello scegliersi un collaboratore, viene sovrapposto (anzi, quasi imposto) il rispetto di criteri la cui violazione porta ad accuse di sessismo, razzismo, ed altri ismi assortiti.
Ad oggi si tratta solo di iniziative “spontanee” di alcune aziende. Domani però la cosa potrebbe prendere una piega molto pericolosa, nel caso qualche legislatore si sognasse di imporle per legge.
Già adesso, come ricordato da Jordan Peterson, nello Stato di New York all’interno delle aziende si può essere multati se ci si rivolge ad un collega utilizzando un pronome personale che non rispecchi la sua “identità di genere”.
Peterson, celebre psicologo canadese, è non a caso uno studioso dell’autoritarismo, specialmente di quello di sinistra. [quella del sessantottesco “Vietato vietare”]
Una sinistra che alla fine mostra il suo vero volto: il disprezzo per il singolo individuo e il tradimento dell’American Dream, quello dell’uomo libero, pioniere in territorio inesplorato, che riesce a coronare i suoi sogni col duro lavoro e l’impegno che mette in luce i suoi meriti.
Merito e meritocrazia sono infatti parole proibite nella neo-lingua che i sacerdoti del politicamente corretto usano nei loro culti. [Possiamo chiamarli “messe nere”, questi culti che assomigliano sempre più al satanismo col suo corollario di sacrifici umani – non sempre solo simbolici?]
Tutti vengono etichettati, in base al genere, all’orientamento sessuale, all’etnia, come se ciò bastasse a definire un individuo e le sue aspirazioni. Sono queste appartenenze a decretare il rispetto e l’accettazione da parte degli altri, non il valore in sé di quello che si dice o si fa.
Le conseguenze sono alle volte imprevedibili, soprattutto dove le categorie si sovrappongono: spassosissime le liti tra alcune femministe e gruppi transgender.
La sinistra però non sembra dare peso alle contraddizioni che il suo pensiero genera: con la sua (il)logica orwelliana, si può essere ossessionati dal colore della pelle e dall’appartenenza etnica ed al tempo stesso lottare contro un razzismo che si ritiene infiltrato ovunque, anche nei nostri retro-pensieri.
Per quanto mi riguarda, non seguirò alcuna raccomandazione in fatto di film che non possa essere quella di un critico o di chi abbia già visto il film. Non sprecherò nemmeno un minuto del mio tempo a guardare Lupin neri o Achille neri (il blackwashing cinematografico meriterebbe un articolo a parte).
Continuerò invece a guardarmi film con Denzel Washington, non perché nero, ma perché uno degli attori migliori in circolazione (e lo sarebbe anche se fosse trasparente). Perché come Herman Boone, penso che per scoprire i talenti dei neri non servano quote, mesi loro dedicati o il compatimento di qualche liberal da salotto.
Bastano meritocrazia e competizione a renderli persone libere e responsabili, sia che portino la loro squadra alla vittoria o che falliscano nel segnare una meta, anziché dei menomati come vorrebbe la sinistra con le sue pretese di redenzione etnica.
Fabrizio Baldi, 11 Feb 2021, qui.

Benvenuti al Ministero della Verità

In Inghilterra via “allattamento al seno”, “latte materno” e “madre”. Per essere amici dei trans si dirà “allattamento al torace” [che poi possano allattare solo toraci dotati di ghiandole mammarie e dotti lattiferi (di cui temo che le persone che esibiscono cartelli proclamanti “ci sono ragazze col cazzo. Fatevene una ragione” siano leggermente sprovviste) è un dettaglio talmente trascurabile che possiamo benissimo fare finta che non esista], “latte umano” e “cogenitore”. E’ il buco della memoria di “1984”
Si deve dire “allattamento al torace” anziché “allattamento al seno” e sostituire il termine “madre” e “padre” con “genitore che partorisce” [E come la mettiamo con la discriminazione nei confronti del genitore che non partorisce?]. E’ la politica trans-amichevole del Brighton and Sussex University Hospitals NHS Trust, il primo in Inghilterra ad attuare una ideologia linguistica inclusiva per il suo dipartimento di servizi alla maternità. Il personale è stato istruito a sostituire anche “latte materno” con “latte umano” [che ovviamente potrebbe essere benissimo anche paterno, solo che il soggetto in questione dichiari di sentirsi femmina. No cioè aspetta, come fa a dire di sentirsi femmina se quella parola sta nell’indice delle parole proibite tipo l’indice dei libri proibiti dalla Chiesa in epoche che noi solevamo chiamare e considerare oscurantiste?]

La Gran Bretagna sta prendendo molto sul serio “1984” di George Orwell. Siamo entrati nel territorio del Ministero della Verità. Questa politica linguistica trans dovrebbe allarmare chiunque creda nella ragione e nella libertà. È una follia. E la maggior parte delle persone sa che è una follia. Le persone dovrebbero essere libere di identificarsi con tutto ciò che vogliono. Ma gli altri dovrebbero essere liberi di dire: “Non sei quella cosa che dici di essere. Ma buona fortuna”. Invece oggi dire che ci sono due sessi è diventato equivalente a un crimine linguistico. Queste norme ne sono la dimostrazione. Ne è la dimostrazione il caso J.K. Rowling. Ne è la dimostrazione la cacciata delle femministe critiche del transgender dalle università britanniche. E molti altri esempi.
Come Winston Smith in “1984”, che al Ministero della Verità altera il passato, abbiamo istituzionalizzato la menzogna e questo non è sano per la democrazia [direi che non è sano neanche per l’equilibrio mentale]. Nel romanzo di Orwell il “buco della memoria” è un meccanismo ideato per alterare o far sparire foto, parole e documenti con l’intento di far sì che non siano mai esistiti. Ora scopriamo che esiste davvero.
Giulio Meotti, qui.

E prima o poi scopriremo che esistono davvero anche le sale di tortura, in cui per esempio ti mettono davanti agli occhi una gabbietta con dentro dei topi affamati e inferociti e si accingono a sollevare la barra che la chiude. E a quel punto nessuno sarà più in grado di affermare “Io non ho tradito”.

barbara

FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE, PARTE OTTAVA (LA PROSSIMA È L’ULTIMA, GIURO) (FORSE)

Perché abbiamo un numero relativamente alto di positivi: più tamponi e…

Coronavirus, possibile sovrastima dei casi: i test rilevano anche virus morto

Pubblicato il: 05/09/2020

I numeri dei soggetti positivi a Covid-19 potrebbero essere ‘falsati’. E questo perché il test principale utilizzato per diagnosticare il coronavirus è così sensibile che potrebbe rilevare anche frammenti di virus morto legato a vecchie infezioni. Lo sostengono scienziati britannici, autori di uno studio ‘ad hoc’. La maggior parte delle persone è contagiosa solo per circa una settimana, ma potrebbe risultare positiva nelle settimane successive. E i ricercatori affermano che questa ‘eccessiva sensibilità’ dei test potrebbe portare a una sovrastima dell’attuale dimensione della pandemia.

Carl Heneghan, dell’Università di Oxford, uno degli autori dello studio, ha affermato che invece di fornire un risultato “sì/no” in base al rilevamento di un virus, i test dovrebbero avere un punto limite in modo che quantità molto piccole di virus non si traducano in una positività, riferisce la Bbc online. E proprio il rilevamento di tracce di vecchi virus potrebbe in parte spiegare perché in Gran Bretagna (e non solo) il numero di casi è in aumento mentre i ricoveri ospedalieri rimangono stabili. Il Center for Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford ha esaminato i dati di 25 studi in cui campioni di virus da test positivi sono stati messi in una capsula di Petri per vedere se si sviluppavano. Questo metodo di “coltura virale” può indicare se il test positivo ha davvero rilevato virus attivi che possono riprodursi e diffondersi, o solo frammenti di virus morti che non crescono in laboratorio, o in una persona.

Secondo Heneghan, i dati suggeriscono che l’infettività del coronavirus “sembra diminuire dopo circa una settimana”. Inoltre, benché non sia possibile controllare ogni test per vedere se è presente un virus attivo, la probabilità di falsi positivi potrebbe essere ridotta se gli scienziati riuscissero a individuare un discrimine. Ciò impedirebbe anche quarantene inutili. (qui)

Perché la situazione appare tanto negativa: per i numeri manipolati, per i falsi positivi e…

Covid, 3 tecniche di manipolizzazione di massa

Non c’è alcun dubbio: un redivivo George Orwell, se potesse seguire le cronache del Coronavirus in questo 2020, troverebbe ogni giorno nuovi e fantasiosi esperimenti del suo newspeak, la neolingua da lui prefigurata in 1984. E badate bene: nella dimensione distopica immaginata da Orwell, questo nuovo linguaggio non doveva essere solo un mezzo espressivo, ma uno strumento per rendere pressoché impossibile qualunque altra forma di pensiero, qualsiasi altro approccio alla realtà, confinando ogni eventuale eresia nel recinto del tradimento o della follia. Ecco le ultime tre applicazioni, individuate fresche fresche dai giornali della scorsa settimana.

1. La prima ha a che fare con l’uso della parola “negativizzati” per indicare chi non sia più positivo, ad esempio dopo un ulteriore tampone di verifica. Se ci pensate bene, qui siamo dinanzi a un virtuosismo della manipolazione: per indicare un evento rassicurante, per descrivere cioè l’uscita da una situazione che poteva destare preoccupazione, si utilizza una parola che a sua volta inquieta, che porta con sé un alone cupo. Avete fatto caso che, per la ragione uguale e contraria, nessuno usi la parola “sano”?

2. La seconda ha a che fare, quando qualcuno risulta positivo al test, con la naturalezza con cui siamo tutti portati (ecco la nuova forma di pensiero imposta) a inviare auguri di pronta guarigione. Peccato che essere positivi non significhi essere malati, né dover necessariamente sviluppare una malattia o sopportare sintomi. Anzi: l’osservazione clinica ci dice che, in questa fase, circa 9 su 10 dei contagiati non hanno sintomi. Questo dovrebbe per un verso – naturalmente – farci valutare positivamente la precauzione di un breve isolamento domestico per queste persone (e per ciascuna di loro è indubbiamente una terribile scocciatura: non sono malati ma potrebbero rivelarsi contagiosi), ma per altro verso dovrebbe indurre un senso generale di sollievo. Diversamente da quanto accadde a marzo e ad aprile, con numeri impressionanti di decessi, ospedalizzazioni e ricoveri in terapia intensiva, stavolta queste tre voci rimangono fortunatamente con numeri bassissimi. Eppure, il pattern mentale in cui ci siamo infilati è quello dell’equivalenza logica tra “positivo” e “malato”.

3. La terza, più che una modalità espressiva, è un giudizio, un approccio psicologico, che per educazione molti non esplicitano, ma ci è stato inculcato e inoculato in modo capillare. Mentre a marzo e ad aprile, se avevamo la notizia di una persona trovata positiva, scattava un moto di solidarietà e simpatia, adesso – incredibilmente – scatta in automatico una specie di sospetto. “Ah, ma allora sei andato in vacanza nel tale posto?” oppure “Ah, ma allora sei andato in discoteca?” oppure “Ah, ma allora sei uno di quelli della movida?”, necessariamente associando la sopravvenuta positività a un meccanismo di colpevolizzazione.

Sembra incredibile, ma è così. L’esperimento è tragicamente riuscito. Mesi di messaggio mediatico e di terrore indotto hanno cambiato il nostro modo di parlare e di pensare.

Daniele Capezzone, 7 settembre 2020, qui.

Perché l’economia versa in condizioni drammatiche: perché più o meno tutto è rimasto fermo per due mesi e quasi fermo per altri due e…

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Matteo Salvini

“Io credo semplicemente che ci dobbiamo vergognare. Dobbiamo ricevere ancora i soldi della cassa integrazione. Avevo dipendenti che prendevano 1.200 euro al mese e si sono ritrovati con 400: una persona come fa a vivere così? Come lo paga il mutuo, l’affitto, le bollette?

Per me sarebbe stato meglio fare un anno bianco. Tasse sospese almeno fino all’anno prossimo e poi si vedeva, ma la verità è che Conte ha tagliato fuori l’imprenditoria.

Sto pensando a una class action contro il governo. I nostri diritti sono stati calpestati.”

Lo sfogo di Gianfranco Vissani, e come lui tantissimi ristoratori, commercianti, imprenditori, partite Iva stanchi di questo governo pericoloso.

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Caro Porro, il governo ha lasciato indietro le Agenzie di viaggi

Riportiamo di seguito una lettera che una nostra commensale ci ha inviato mettendo nero su bianco tutta la sua rabbia contro “questa disinformazione, questo terrorismo e questa incompetenza del governo che ci sta portando allo sbaraglio in tutti i campi dove loro mettono le mani”.

Gentile Direttore,

vorrei porre alla Sua attenzione quanto sta accadendo nel settore Turismo ma, nello specifico, nelle Agenzie di viaggi e/o Tour Operator medio-piccoli. Dal 18 maggio abbiamo aperto le Agenzie e gli Uffici con la speranza di poter vendere le poche destinazioni europee in cui a noi italiani era concesso. Fin da subito è stato il delirio in quanto, contrariamente ad altri Paesi europei, mancavano le linee guida e i corridoi turistici preventivamente studiati e programmati. Nonostante ciò, abbiamo lavorato qualcuno bene , qualcuno meno bene (eufemismo in certi casi) e abbiamo tutti dato assistenza pre e post vacanze rincorrendo come dei pazzi le varie disposizioni che il governo decideva e cambiava di giorno in giorno con il grave pericolo, non esistendo informazione, di fare errori letali per il cliente. Abbiamo fatto tutto ciò con grande serietà e professionalità senza alcun aiuto da parte di nessuno.

Il problema, forse molto più serio, arriva da oggi in poi anche grazie a dei giornalisti scriteriati ed asserviti. Il giornalismo italiano si è sempre contraddistinto sin da marzo – non tutto ad onor del vero ma la maggior parte – per aver divulgato notizie allarmanti, terroristiche e molto spesso mai totalmente veritiere. E questo continua ancora adesso e comporta un allarmismo ed una insicurezza continua e costante riportando le agenzie di viaggi in condizioni di assoluta precarietà.

I piccoli Tour Operator e noi agenzie di conseguenza, abbiamo dovuto cancellare innumerevoli prenotazioni per settembre ed anche ottobre e la situazione è raccapricciante visto che tra una manciata di giorni l’Italia ed il Mediterraneo non sarà più possibile venderli a causa delle condizioni climatiche  e cosa venderemo da ottobre in poi? Quali sono le guide che il Ministero del turismo divulga ? Cosa viene fatto per aiutare tutto il settore delle Agenzie di viaggi? Niente, non è stato fatto niente di niente, nemmeno una buona comunicazione oppure delle linee guida chiare, esaustive e di supporto a tutto il comparto delle agenzie.

E poi, a fine agosto, primi di settembre cosa siamo venuti a sapere? Che nonostante gli Italiani non potessero ‘sconfinare’ oltre i Paesi Cee, ci sono agenzie di viaggi che tranquillamente e senza problema alcuno hanno mandato clienti alle Maldive – un esempio su tutti ma potrei fargliene altri – che sono partiti, hanno fatto la vacanza senza seccature di tamponi od altro e sono rientrati appagati dalla vacanza senza alcuna preoccupazione di quarantena . A voi sembra normale tutto ciò? Solo le Maldive hanno avuto una presenza di italiani, in agosto, di 180 persone! Abbiamo un ministro del Turismo che è imbarazzante, ignorante come una capra, chiedendo scusa alle capre, e che non sa nemmeno le basi del turismo. Non compare mai e quando è comparso ha sostenuto una serie di cazzate senza senso altrimenti ha fatto scena muta perché non conosce minimamente la materia. Il turismo non è fatto solo di alberghi e compagnie aeree ma anche da noi agenti di viaggi che tutti hanno dimenticato e pochissimo menzionato nei vari programmi televisivi.

Ora davvero, basta terrorismo, basta piagnistei, basta urlare che si chiude perché, io non voglio chiudere ma voglio lavorare dando tutta la mia professionalità ai miei clienti che vogliono, comunque, vivere continuando anche a viaggiare in sicurezza!  Mi aiuti Direttore a far chiarezza , a far capire che abbiamo bisogno di linee guida e di informazioni sicure per vendere in tranquillità anche i viaggi extra Cee che per l’inverno sono in assoluto l’unica cosa vendibile e proponibile.

Grazie per la sua attenzione e per il tempo dedicato alla mia lettura.

Monica Corinti, 7 settembre 2020, qui.

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IL MISTERO DEI BANCHI DI ARCURI PRODOTTI AD OSTIA

(di Paula Filipe Dejesus )

È la Nexus made srl di Ostia una delle 11 ditte che ha vinto il discusso appalto degli arredi scolastici. Peccato che l’azienda organizza e promuove eventi fieristici, una garanzia di saper fabbricare banchi con le rotelle. Fatturato di 400mila euro, appalto vinto di 45MLN di euro. Insomma, un’azienda dalle forti capacità tecniche ed economiche come richiesto dal bando, visto che dovrebbe lavorare 112 anni per arrivare all’importo garantito dal Governo e ha presentato il bilancio 2018 a marzo 2020 e quello del 2019 a luglio 2020. Dovrà produrre (???) 180mila banchi, 20mila dovranno essere consegnati entro il 12 settembre, 160mila il 31 ottobre. La Nexus non ha un sito internet, non si trova il numero di telefono. Il titolare Franco Aubry (socio con 100 euro, proprietario e amministratore unico), così come Fabio Aubry (socio con 3.900 euro, fabbricatore di tende) non sono reperibili, secondo quanto riferisce la giornalista de La Verità. La sede della società è nello stesso stabile di quella dell’Arcigay di Ostia, e ha un capitale sociale di 4.000 euro. Le sono stati pagati 247,80 euro a banco. Visto che non li produce, come fa ad avere una capacità di acquisto di questa portata?

I misteri di Ostia e le boiardate di Arcuri. (qui)

Ovviamente non faranno altro che comprare su Amazon i banchi cinesi a 30 dollari – 27 euro – l’uno, ma comprandone 180.000 riusciranno sicuramente a spuntarli a 20-25 euro con un guadagno medio di 225 euro a banco, che moltiplicato per 180.000 fanno 40.500.000 euro depredati dalle nostre esauste tasche. Aggiunti a tutti i mancati guadagni di un’infinita serie di categorie professionali, causati da un governo criminale. Mancati guadagni che significano mancate tasse che significano meno soldi per sanità, istruzione, sicurezza, trasporti, rete viaria (manutenzione ponti compresa) eccetera eccetera.

barbara

1984

Il libro di George Orwell, intendo. Lì c’è il famoso Grande Fratello che mette in atto tutte quelle deliranti strategie per controllare le menti dei sudditi, dal far sentire tutti costantemente sotto ferreo controllo al manomettere le foto pubbliche per far sparire le persone cadute in disgrazia (e questo effettivamente in Unione Sovietica – a cui il libro si ispira – si faceva regolarmente) a tante altre amenità. Una delle più folli è la cancellazione delle parole: si cancella dal vocabolario la parola “no” così la gente, non avendo più i mezzi espressivi per opporsi e ribellarsi, perde la capacità di sviluppare quei sentimenti e mettere in atto quelle azioni. Che stupida fantasia, vero? E invece no: qui da noi abbiamo dei geni che hanno genialmente partorito la geniale idea di cancellare la parola “razza” così nessuno avrà più la possibilità di essere razzista: ma come abbiamo fatto a non pensarci prima! (E ovviamente i geni più geni di tutti plaudono all’iniziativa). E visto che sono un genio anch’io, mica solo loro, proporrò di cancellare le parole guerra, morte, dolore, malattia, pedofilia, violenza, mafia, omicidio, terrorismo, dittatura, miseria, terremoto, incendio, disperazione… Anzi magari, già che ci sono, quasi quasi cancello anche la madre degli imbecilli così finalmente potremo vivere tutti felici e contenti.
Stretta la foglia, larga la via
dite la vostra che ho detto la mia.
1984
barbara