UN SALTO LUNGO 103 ANNI

Gretel Bergmann (1914-2017)
gretel bergmann
Berlino 1936. I Giochi dell’odio e della propaganda nazista ai suoi massimi. C’era bisogno di purezza, per dar vita a una celebrazione del Terzo Reich che fosse perfetta in ogni meccanismo. E così Margaret (detta “Gretel”) Bergmann fu esclusa dalla squadra tedesca, per volere della federazione, a un mese dalle Olimpiadi. Poco conta che fosse la più grande saltatrice in alto dell’epoca e che con ogni probabilità avrebbe trionfato nella sua disciplina. La sua macchia, purtroppo, indelebile: era ebrea.
Aveva 22 anni allora e quella, per Gretel, fu una ferita destinata a restare insanabile. Tanto che dal 1937, l’anno della sua fuga dalla Germania, non tornò per oltre 60 anni nel paese in cui era nata, cresciuta e si era affermata a certi livelli. Troppo forti il dolore e la rabbia per quell’occasione perduta.
Gretel se ne è andata nele scorse ore, l’ultima protagonista in vita (suo malgrado) di quei Giochi che tanto hanno fatto parlare per le imprese di Jesse Owens, l’atleta nero capace di demolire l’impalcatura ariana sotto gli occhi imbarazzati di Hitler. Partita dalla Germania con quattro dollari in tasca, si è rifatta una vita negli Stati Uniti. Una strada in salita la sua, ma che non le ha impedito di ottenere delle soddisfazioni agonistiche importanti. In particolare con la vittoria dei campionati nazionali di salto in alto e di getto del peso, ultimi trionfi prima dell’addio alla carriera di sportiva annunciato alla vigilia del secondo conflitto mondiale.
Cittadina americana dal 1942, Bergmann rifiuta per lungo tempo gli inviti che gli arrivano dalla Germania dagli anni Ottanta in poi. Il paese, che inizia davvero a fare i conti con il proprio passato, vuole renderle un omaggio postumo intitolandole impianti e coinvolgendola in un percorso di testimonianza. Lei rifiuta.
Gentilmente, ma rifiuta. E così, nel 1995, quando con grande emozione si inaugura a Berlino la Gretel Bergmann Sports Arena lei non c’è. Gli omaggi però si susseguono, come le richieste di coinvolgimento. A un certo punto l’ex atleta cede, scegliendo di allentare la guardia che finora l’aveva protetta dagli incubi della sua giovinezza. Nel 1999 è in Germania, per l’inaugurazione di due nuovi impianti a suo nome (uno dei quali a a Laupheim, la sua città natale).
Una decisione così motivata: “Quando mi fu detto di queste intitolazioni pensai che i giovani, vedendo il mio nome, si sarebbero chiesti ‘Chi è stata Gretel Bergmann? E così avrebbero appreso la mia storia e cosa accadde allora. Credo all’importanza del ricordo, per questo ho deciso di tornare in un paese dove avevo promesso non sarei più tornata”.
A chiusura ideale del cerchio nel 2009 la federazione tedesca ha reinserito il primato nazionale da lei conseguito nel 1936, subito cancellato dal nazismo, nel libro dei record.

Adam Smulevich, moked, 26 luglio 2017

Poiché sembrava che gli americani fossero intenzionati a boicottare le olimpiadi se gli atleti ebrei fossero stati esclusi, Gretel fu richiamata dall’Inghilterra, dove era riparata. Poi, il 16 luglio, dopo la partenza della squadra olimpica americana per l’Europa, le fu inviato il seguente telegramma: «Cara signorina Bergmann, ci dispiace comunicarle la sua esclusione dall’Olimpiade. Lei non è stata abbastanza brava e non può dunque garantire risultati. Heil Hitler!» Al suo posto gareggiò “Dora” Ratjen, fervente nazista, che deluse le aspettative piazzandosi solo al quarto posto. Quello che riesce difficile da capire, è che nessuno si sia reso conto che questa persona
Hermann-Dora Ratjen
non poteva essere una donna. E infatti si chiamava Hermann.
La nostra Gretel, ad ogni buon conto, è sopravvissuta più o meno a tutti i suoi persecutori. E ora riposi in pace, che lo ha davvero meritato.

barbara

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DUE PAROLE SU MARINE LE PEN

e sul suo progetto di negare la possibilità di mantenere la doppia cittadinanza per chi assume la cittadinanza israeliana, che tanto scandalo sta suscitando, venendo bollato come fascista, antisemita eccetera. Bene. Anche la Germania, da sempre guidata da governi di sinistra o centro-sinistra, nega la possibilità – riconosciuta invece dall’Italia – di conservare la doppia cittadinanza per i cittadini ebrei che si trasferiscono in Israele: vogliono conservare la cittadinanza tedesca? Devono rinunciare a prendere quella israeliana. Vogliono prendere la cittadinanza israeliana? Devono rinunciare a quella tedesca. Lo sapevate? Probabilmente no. E perché non lo sapevate? Perché nessuno ci ha mai piantato su il bordello che adesso si sta piantando con la “fascista” Marine Le Pen.
Meditate, gente, meditate.
marine-le-pen
barbara

PER ORA IN GERMANIA (2)

Rispetto della legge in Germania? Leggi un po’ qua.

Censura e sharia: il caso dei media in Germania

BERLINO – Dopo una lunga e frenetica indagine, si scopre il probabile assassino di una studentessa, a Friburgo, nella Foresta Nera, ma la notizia viene censurata, si tace l´origine del sospetto, un profugo afgano di 17 anni, giunto nel 2015. In Germania divampano le polemiche: è lecito tacere per non turbare l´opinione pubblica? Si vota tra circa dieci mesi e l´Afd, l´Alternative für Deutschland, continua a guadagnare voti, si teme che il prossimo settembre entri in Parlamento, e arrivi perfino al terzo posto. I populisti avanzano in Germania, o in Austria, e in Italia. Il 15 ottobre, Maria L., di 19 anni, dopo un party con compagni di studio, verso le 2,30, torna a alla sua residenza universitaria, in bicicletta. Dalle parti dello stadio, incontra l´aggressore, viene violentata e strangolata. Su un cespuglio di more si scopre un lungo capello nero, il DNA coincide con quello dell´assassino.
Dopo un mese e mezzo, viene arrestato un ragazzo, uno delle migliaia di profughi minorenni giunti in Germania nell´ultimo anno. Ma si tace a lungo sulla sua origine. I media hanno una giustificazione. Il Presserat, il consiglio della stampa, quasi il nostro ordine dei giornalisti, si è da tempo autoimposto regole di comportamento: non si rivela il nome completo dei protagonisti di reati (a meno che non siano personaggi noti), ed è vietato scrivere a quale religione si appartenga, o precisare l´origine. Ma alcuni si ribellano al codice di comportamento, rischiando ammonimenti e sanzioni, come il “Sächsische Zeitung”, quotidiano di Dresda, che è la roccaforte del movimento razzista Pegida, autore di attentati ai centri di accoglienza. “Spesso l´origine del colpevole è il cuore della notizia,” protesta il direttore. E la censura è controproducente: l´opinione pubblica può sospettare che ogni stupratore o rapinatore sia straniero. I lettori e gli ascoltatori hanno perso la fiducia nei media dopo l´ultimo Capodanno a Colonia.
Duemila giovani arabi ubriachi aggredirono centinaia di donne. Una notte di violenze, le denunce furono 1240, ma si è arrivati a sei condanne, e nessuno è stato espulso. La stampa e la TV tacquero fino al cinque gennaio, per non creare problemi a Frau Merkel, la cui popolarità stava crollando a causa della sua politica delle frontiere aperte. Oggi si parla di “Lügenpresse”, stampa bugiarda. E i mezzi d´informazione non hanno riguadagnato la credibilità perduta. A Friburgo, cittadina universitaria, si teme che il ragazzo afgano abbia ucciso nei mesi scorsi un´altra giovane. E la serie di reati commessi da stranieri inquieta gli abitanti: a fine settembre una tredicenne viene aggredita da un gruppo di minorenni, tre sono immigrati. A metà ottobre, un senza tetto è picchiato e ucciso da due stranieri. Alla fine dello stesso mese, due donne vengono aggredite da un gruppo di profughi provenienti dal Ghana. A inizio novembre, un afgano ferisce gravemente un suo compagno, a metà mese, un georgiano uccide a coltellate un nipote. A luglio si è avuta una serie di attentati commessi da profughi in Baviera. Il 22 luglio a Monaco, un diciottenne iraniano (con passaporto tedesco) uccise nove giovani. E il motivo della strage era che si considerava tedesco e non veniva accettato. La sua origine fu la causa scatenante della strage.
Roberto Giardina, La Nazione

Si può parlare di rispetto della legge quando i reati vengono trattati in maniera diversa a seconda della nazionalità e della religione del criminale? Si può parlare di rispetto della legge quando alla polizia viene imposto un codice di comportamento diversificato a seconda dell’identità del criminale? Si può parlare di rispetto della legge quando la polizia arriva addirittura a occultare determinate prove e a fabbricarne di contrarie, come è accaduto in un recente episodio di terrorismo islamico, per mascherare l’identità dei criminali? E, soprattutto, si può ancora parlare di uno stato sovrano quando si ha a che fare con uno stato succube di una cultura estranea? E penso, nel dire questo, alla Merkel che di fronte a una palestinese senza alcun diritto di asilo che esibisce lacrime e singhiozzi fabbricati a tavolino sovverte le leggi dello stato e permette alla sua famiglia, senza una sola ragione al mondo, di restare e ottenere la cittadinanza.
merkel-palestinese
Questo è uno stato in bancarotta, altro che stato di diritto e rispetto delle leggi!

barbara

PER ORA IN GERMANIA (1)

Domani sull’intero pianeta

L’articolo è lungo, ma vale la pena di leggerlo, perché difficilmente queste cose arrivano ai mass media. E bisogna conoscerle, invece.

La Germania si sottomette alla legge della Sharia
Un tribunale tedesco ha stabilito che sette islamisti che avevano formato una ronda per far rispettare la sharia per le strade di Wuppertal non hanno violato le leggi tedesche e hanno semplicemente esercitato il loro diritto alla libertà di parola. Questa sentenza, che di fatto legittima la legge della sharia in Germania, è solo un esempio di un crescente numero di casi giudiziari in cui i tribunali tedeschi – intenzionalmente o meno – promuovono la creazione nel paese di un sistema giuridico parallelo basato sulla legge islamica. Nel settembre del 2014, l’autoproclamata “polizia della sharia” suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica distribuendo volantini gialli in cui si annunciava la costituzione di una “zona controllata dalla sharia” a Elberfeld, un quartiere di Wuppertal. I “poliziotti” esortavano i passanti musulmani, e non, a frequentare le moschee e ad astenersi da alcol, droghe, gioco d’azzardo, musica, pornografia e prostituzione.
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I sedicenti poliziotti sono seguaci del salafismo, un’ideologia violentemente anti-occidentale che cerca apertamente di rimpiazzare la democrazia in Germania (e non solo) con un governo islamico basato sulla sharia. L’ideologia salafita afferma che la sharia è superiore ai secolari principi della common law perché emana da Allah, l’unico legislatore legittimo, e pertanto essa è giuridicamente vincolante per tutta l’umanità. Secondo la visione salafita del mondo, la democrazia cerca di porre la volontà dell’uomo al di sopra di quella di Allah ed è quindi una forma di idolatria che deve essere condannata. In altre parole, la sharia e la democrazia sono incompatibili. Il sindaco di Wuppertal Peter Jung si è detto fiducioso del fatto che la polizia assuma una linea dura contro gli islamisti: “L’intenzione di queste persone è quella di provocare, intimidire e imporre la loro ideologia agli altri. Noi non permetteremo questo”. Il capo della polizia di Wuppertal, Birgitta Radermacher, ha dichiarato che questa “pseudo polizia” rappresenta una minaccia per lo Stato di diritto e solo gli ufficiali e gli agenti di polizia che prestano servizio alle dipendenze dello Stato sono i legittimi rappresentanti dell’ordine in Germania. E ha aggiunto: “Il monopolio del potere spetta esclusivamente allo Stato. Un comportamento che intimidisce, minaccia o provoca non sarà tollerato. Questa ‘polizia della sharia’ non è legittima. Chiamate il 110 [il numero della polizia] quando v’imbattere in questa gente”. Il procuratore di Wuppertal, Wolf-Tilman Baumert, ha affermato che gli uomini, indossando giubbotti di colore arancione con la scritta “SHARIAH POLICE”, avevano violato una legge che vieta di indossare uniformi durante le manifestazioni pubbliche.
Questa legge, che proibisce in particolare le uniformi che esprimono idee politiche, era stata inizialmente concepita per impedire ai gruppi neonazisti di sfilare in pubblico. Secondo Baumert, i giubbotti sono illegali perché hanno un “deliberato effetto intimidatorio e militante”. Il 21 novembre 2016, tuttavia, la Corte distrettuale di Wuppertal ha stabilito che i giubbotti, che non possono essere considerati delle uniformi, non costituiscono affatto una minaccia. Il tribunale ha detto che i testimoni e i passanti non avrebbero potuto sentirsi intimiditi da quegli uomini e che condannarli avrebbe significato violare la loro libertà di espressione. La sentenza “politicamente corretta”, che può essere impugnata, di fatto autorizza la “polizia della sharia” a continuare ad applicare la legge islamica a Wuppertal.

I tribunali tedeschi e la sharia
I giudici tedeschi fanno sempre più riferimento alla legge della sharia e si rimettono ad essa perché gli attori o i convenuti sono musulmani. Secondo gli oppositori, i procedimenti giudiziari – soprattutto quelli in cui la legge tedesca ha un ruolo secondario rispetto alla legge della sharia – riflettono una pericolosa ingerenza della legge islamica nel sistema giuridico tedesco. Nel maggio del 2016, ad esempio, una Corte d’Appello di Bamberg ha convalidato l’unione tra una ragazza siriana di 15 anni e suo cugino di 21 anni. Il tribunale ha stabilito che, conformemente alla sharia, il matrimonio era valido perché era stato contratto in Siria, dove unioni del genere sono consentite in base alla sharia, che non pone alcun limite di età per contrarre matrimonio. La sentenza ha in pratica legalizzato i matrimoni di minori in Germania. Il caso è diventato pubblico poco dopo l’arrivo della coppia in un centro di accoglienza per profughi di Aschaffenburg, nell’agosto 2015. L’Ufficio di assistenza ai giovani (Jugendamt) si è rifiutato di riconoscere il loro matrimonio e ha separato la ragazza dal marito. La coppia ha intentato causa e un tribunale minorile si è espresso a favore dello Jugendamt, che è diventato il tutore legale della ragazza. La Corte di Bamberg ha rovesciato questa sentenza e ha stabilito che, conformemente alla sharia, il matrimonio è valido perché era già stato consumato, aggiungendo però che l’Ufficio di assistenza ai giovani non aveva alcuna autorità legale per separare la coppia.
La decisione – che è stata definita come “un corso intensivo di diritto matrimoniale islamico siriano” – ha scatenato una tempesta di critiche. Qualcuno ha accusato il tribunale di Bamberg di anteporre la sharia al diritto tedesco per legalizzare una pratica vietata in Germania. Coloro che hanno stigmatizzato la decisione del tribunale hanno fatto riferimento alla legge introduttiva al codice civile tedesco (Einführungsgesetz zum Bürgerlichen Gesetzbuche, EGBGB), che afferma: “Una norma di legge di un altro Stato non può essere applicata se la sua applicazione dovesse produrre un risultato manifestatamente inconciliabile con i principi fondamentali del diritto tedesco. In particolare, non è applicabile se la sua applicazione fosse inconciliabile con i diritti fondamentali”. Questa disposizione viene regolarmente ignorata, a quanto pare nell’interesse della correttezza politica e del multiculturalismo. In effetti, la sharia viola il sistema giuridico tedesco pressoché incontrollato da quasi due decenni. Qui di seguito qualche esempio:

■ Nell’agosto del 2000, un tribunale di Kassel ordinò a una vedova di condividere la pensione del defunto marito marocchino con un’altra donna con cui l’uomo era anche sposato. Anche se la poligamia è illegale in Germania, il giudice stabilì che le due vedove dovevano condividere la pensione, conformemente alla legge del Marocco.

■ Nel marzo del 2004, un tribunale di Coblenza concesse alla seconda moglie di un iracheno residente in Germania il diritto di soggiorno permanente nel paese. La Corte stabilì che dopo cinque anni di matrimonio poligamico in Germania, sarebbe stato ingiusto pretendere che la donna facesse ritorno in Iraq.

■ Nel marzo del 2007, una giudice di Francoforte citò il Corano in una causa di divorzio che coinvolgeva una donna tedesca di origine marocchina che era stata ripetutamente picchiata dal marito marocchino. Anche se la polizia aveva ordinato all’uomo di stare lontano dalla ex moglie, egli continuò ad abusare di lei, minacciandola perfino di ucciderla. La giudice Christa Datz-Winter si rifiutò di accordare il divorzio, citando il versetto 34 della Sura 4 del Corano, che giustifica “sia il diritto del marito di utilizzare le punizioni corporali contro una donna disobbediente sia la superiorità del marito nei confronti della moglie”. La giudice fu poi rimossa dal caso.

■ Nel dicembre del 2008, un tribunale di Düsseldorf condannò un uomo turco a corrispondere alla sua ex figliastra una dote di 30.000 euro (32.000 dollari), ai sensi della sharia.

■ Nell’ottobre del 2010, un tribunale di Colonia stabilì che un uomo iraniano doveva pagare alla sua ex moglie 162.000 euro (171.000 dollari), l’attuale controvalore di 600 monete d’oro, in linea con quanto disposto dal contratto di matrimonio islamico.

■ Nel dicembre del 2010, un tribunale di Monaco stabilì che una vedova tedesca aveva diritto solamente a un quarto del patrimonio lasciatole dal defunto marito, che era nato in Iran. La Corte assegnò, ai sensi della sharia, gli altri tre quarti dell’eredità ai parenti dell’uomo che vivevano a Teheran.

■ Nel novembre del 2011, un tribunale di Siegburg permise a una coppia iraniana di divorziare due volte, la prima con una sentenza pronunciata da un giudice tedesco, secondo la legge tedesca, e la seconda davanti a un religioso iraniano, ai sensi della sharia. Per il capo della Corte Distrettuale di Sieburg, Birgit Niepmann, la sentenza della sharia “era un servizio della Corte”.

■ Nel luglio del 2012, un tribunale di Hamm condannò un uomo iraniano a pagare alla sua ex moglie un mantenimento, come previsto nel contratto di matrimonio in caso di divorzio. La causa riguardava una coppia che si era sposata con rito islamico in Iran, si era poi trasferita in Germania e infine separata. Come da accordo matrimoniale, il marito aveva promesso di pagare alla moglie 800 monete d’oro, pagamento da effettuare su richiesta. Il tribunale stabilì che il marito desse alla moglie 213.000 euro (225.000 dollari), l’attuale controvalore delle monete.

■ Nel giugno 2013, un tribunale di Hamm stabilì che chiunque contragga matrimonio secondo la legge islamica in un paese musulmano e poi chieda il divorzio in Germania deve rispettare le condizioni del contratto di matrimonio stabilite dalla sharia. La sentenza di riferimento ha in effetti legalizzato la pratica della sharia del “triplo talaq” secondo cui si può divorziare pronunciando tre volte la frase “Io ti ripudio”.

■ Nel luglio del 2016, un tribunale di Hamm ha ordinato a un libanese di pagare alla sua ex moglie un assegno di mantenimento, come previsto nel contratto di matrimonio in caso di divorzio. La causa riguardava una coppia che si era sposata con rito islamico in Libano, in seguito trasferita in Germania e poi separata. Come da accordo matrimoniale, il marito aveva promesso di pagare alla moglie 15.000 dollari. Il tribunale tedesco ha stabilito che l’uomo versi alla donna l’equivalente di 15.000 dollari in euro. In un’intervista a Spiegel Online, Mathias Rohe, esperto di Islam, ha spiegato che l’esistenza di strutture giuridiche parallele in Germania è una “conseguenza della globalizzazione”. E ha aggiunto: “Noi applichiamo la legge islamica così come la legge francese”.

I tribunali islamici in Germania
In Germania, un numero crescente di musulmani sta deliberatamente bypassando del tutto i tribunali tedeschi e decide di affidare la soluzione di una controversia ai tribunali informali della sharia, che proliferano in tutto il paese. Si stima che siano circa 500 i giudici che dirimono controversie civili fra i musulmani che vivono in Germania – un dato che indica l’esistenza nel paese di un sistema di giustizia, basato sul diritto islamico, parallelo a quello statale. Una delle principali ragioni di questa proliferazione di tribunali della sharia è dovuta al fatto che la Germania non riconosce la poligamia né i matrimoni che coinvolgono minorenni. Il ministero dell’Interno tedesco, rispondendo a un’interrogazione sulla legge sulla libertà d’informazione, di recente ha rivelato che 1.475 minori sposati vivono in Germania dal 31 luglio 2016, e tra questi 361 hanno meno di 14 anni. Il numero esatto dei matrimoni di minori sarebbe molto più elevato di quello che dicono le statistiche ufficiali. La poligamia, sebbene sia illegale per la legge tedesca, è comune tra i musulmani di tutte le principali città tedesche.
A Berlino, ad esempio, si stima che un terzo degli uomini musulmani che vivono nel quartiere di Neukölln abbia due o più mogli. Secondo un servizio giornalistico trasmesso dall’emittente tv RTL, una delle principali imprese mediatiche tedesche, gli uomini musulmani residenti in Germania beneficiano regolarmente del sistema di previdenza sociale portando con loro nel paese tre o quattro donne provenienti dal mondo musulmano, per poi sposarle in presenza di un imam. Una volta arrivate in Germania, le donne richiedono prestazioni sociali, compreso il pagamento dell’affitto di una casa in cui vivere con i loro figli perché “madri single”. La cancelliera Angela Merkel ha dichiarato una volta che i musulmani che desiderano vivere in Germania devono rispettare la Costituzione e non la sharia. Più di recente, il ministro della Giustizia Heiko Maas ha dichiarato: “Nessuno di coloro che arrivano qui ha diritto di mettere i suoi valori culturali o religiosi al di sopra delle nostre leggi. Tutti devono conformarsi alla legge, poco importa se siano cresciuti qui o siano appena arrivati”.
Ma in realtà i leader tedeschi hanno tollerato un sistema giuridico parallelo basato sulla sharia, che consente ai musulmani di farsi giustizia da soli, con delle conseguenze talvolta tragiche. Il 20 novembre 2016, ad esempio, un tedesco di origine curda, di 38 anni e residente in Bassa Sassonia, ha legato il capo di una corda attorno alla parte posteriore della sua auto e l’altra estremità al collo della sua ex moglie, e poi ha trascinato la poverina per le strade di Hameln. La donna è sopravvissuta, ma versa in condizioni critiche. Il settimanale Focus ha riportato che l’uomo era un “musulmano molto religioso, sposato e divorziato secondo la legge della sharia”. Il giornale ha aggiunto: “In base alla legislazione tedesca, tuttavia, i due non erano sposati”.
Il Bild ha scritto che l’uomo era sposato “una volta secondo la legge tedesca e quatto volte secondo la sharia”. Il reato, che ha riportato l’attenzione sul problema della sharia in Germania, ha allarmato alcuni membri dell’establishment politico e mediatico. Wolfgang Bosbach, dell’Unione cristiano-democratica (Cdu), ha dichiarato: “Anche se qualcuno rifiuta di ammetterlo, un sistema giuridico parallelo si è progressivamente instaurato in Germania. Questo mostra un palese rifiuto dei valori e del nostro ordine giuridico”. Il 23 novembre, il Bild, il più diffuso quotidiano tedesco, ha ammonito sulla “capitolazione [del paese] davanti alla legge islamica”. In uno speciale “Rapporto sulla sharia”, il giornale ha affermato: “La Cdu e i socialdemocratici si erano impegnati nel loro accordo di coalizione firmato nel 2013 a ‘rafforzare il monopolio legale dello Stato. Noi non tollereremo una giustizia parallela illegale’, avevano detto. Ma così non è stato”. Franz Solms-Laubach, giornalista parlamentare del Bild, ha così scritto: “Anche se ci rifiutiamo ancora di crederlo, intere zone della Germania sono governate dalla legge islamica! Poligamia, matrimoni di minori, giudici della sharia – da troppo tempo non si fa rispettare lo Stato di diritto. Molti politici hanno sognato il multiculturalismo… “Non è una questione di folklore, né di usi e costumi stranieri. È una questione di legge e ordine. “Se lo Stato di diritto non riesce ad affermare la sua autorità e a farsi rispettare, allora può immediatamente dichiarare fallimento”.
Soeren Kern, Gatestone Institute

Situazioni analoghe, unite alle no go zones, dove neppure la polizia si azzarda a entrare, ai quartieri in cui ad essere identificati come ebrei si finisce molto ma molto male, si trovano in Francia, Belgio, Inghilterra, Svezia. In Italia non siamo a questo punto, ma tanto tanto tranquilli non si sta neanche da noi.

barbara

MARLENE DIETRICH

La tedesca che odiò il nazismo e le dittature. La tedesca che ebbe il coraggio di arruolarsi con gli alleati e indossarne la divisa per combattere, in nome della libertà e della giustizia, contro un Paese criminale e genocida, anche se era il suo. La tedesca che amò gli ebrei e Israele, che visitò due volte, lasciandovi – e conservandone – piacevoli ricordi.
Marlene in Israel
Marlene Ditriech in Jerusalem
A Yad Vashem
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Nel villaggio dei ragazzi al Moshav Ben Shemen
Marlene-in-Ben-Shemen
Riconoscimento dello stato di Israele (clic per ingrandire)

E per concludere, naturalmente:

barbara

PERCHÉ LE ONG EUROPEE E LA CROCE ROSSA SONO I REALI NEMICI IN ISRAELE

L’autore scopre che la Terra promessa ha un problema tedesco

Di Tuvia Tenenbom – Traduzione di Davide Levy, originale qui.

Da Forward.com, domenica 8 gennaio 2015

Il mio vero nome, per quelli che mi conoscono con altri nomi, è Tuvia.
Sono nato in una comunità ebraica estremamente anti-sionista, ultra-ortodossa in Israele conosciuta come “Hazon-Ishnikes”, tra gente che è certa che loro sono il popolo più vicino a Dio e che loro sono gli unici suoi rappresentanti sulla Terra. Mettiamola facile, sono nato nell’élite dell’élite dell’ebraismo religioso odierno.
Seguendo i passi dei miei avi, una lunga serie di rabbini, nella mia gioventù ho passato ogni momento da sveglio studiando le regole di Dio. Vero, la vita non era sempre perfetta, specialmente nei mesi estivi quando la temperatura raggiungeva i 100 gradi (fahrenheit, circa 40 gradi Celsius n.d.t) e dovevo andare in giro con quello che i miei maestri mi insegnavano essere i “vestiti ebraici”, un cappotto di lana nero e un cappello pesante, ma oltre a questo, onestamente, la vita era non meglio che perfetta.
Ma poi, in un freddo giorno invernale, ho avuto nelle mie mani tutti i tipi di libri e immagini e ho trovato che mi avevano mentito. I nostri vestiti neri da “ebrei” mi facevano spaventosamente sembrare come i nobili non ebrei polacchi e i borghesi austriaci di due secoli fa; la glorificazione nella nostra comunità delle vergini era più in linea con le idee nelle società islamiche; e il modo in cui i miei rabbini mi prevenivano da ogni interesse verso la sessualità, “tu non devi mai guardate le femmine” mi ricordavano sempre, mi sembrava più di radice cattolica che ebraica.
In linea con la mia natura di rappresentante di Dio, ho consultato il cielo e ho lasciato il movimento ultra ortodosso. Mi sono unito al mondo Modern Orthodox e, nel processo, sono diventato un fervente sionista di destra.
E con il passare di qualche anno mi sono arruolato nell’esercito israeliano. Come soldato, mi sono sentito un vero padrone. Guidavo carri armati nel deserto e portavo un grosso fucile d’assalto quando ero in città. Un giorno, quando camminavo nelle strade di Gerusalemme, credendo di essere il Re David della bibbia, i miei occhi incontrarono quelli di una ragazzina araba vestita in un lungo vestito bianco che stava sul tetto della sua casa. Lei stava là, in piedi e fiera. Mi guardò e poi cantò una piacevole canzone in arabo che catturò il mio cuore e la mia mente. La guardai anche io, una estrema bellezza, con una voce da angelo e mi innamorai di lei di colpo. La sua canzone, conclusi immediatamente, era molto più pericolosa di ogni mio proiettile.
Proprio in quel giorno divenni di sinistra, di estrema sinistra per essere esatti, e mi innamorai di tutti gli arabi.
Essendo giovane e ingenuo, pensavo che il mio nuovo amore corresse giù e si precipitasse nelle mani di Re Davide, cioè io.
Semplicemente non successe. Lei ignorò questo Re.
Non ci volevo credere. Come non poteva innamorarsi di un uomo sexy come me?
Sì, ero sexy!
Vedete, in quegli anni, giovani volontari tedeschi venivano in Israele in massa per aiutare gli ebrei dello stato ebraico, perché si sentivano in colpa per quello che avevano fatto i loro genitori, zii e zie agli ebrei qualche decina di anni prima. Per loro, io ero il più sexy uomo vivente perché i miei genitori sopravvissero a malapena ai nazisti e gran parte della mia famiglia evaporò in cielo attraverso qualche forno crematorio.
Già, tristemente per la bellezza araba io non ero niente di speciale.
Ci volle tempo ma realizzai con il fatto di essere rifiutato dalla ragazza araba, in quei giorni loro erano “arabi” non “palestinesi”. E passando gli anni, abbandonai il fucile e decisi di essere di centro e di studiare in una università.
Ma mia madre, che credeva che andare in una università laica fosse la peggior cosa che un ebreo potesse fare, non poté smettere di piangere quando le riferii la mia decisione.
Non augurando a mia madre ciò che le fecero i nazisti, lasciai Israele.
Questo fu 33 anni fa.
Andai negli USA e passai i successivi 15 anni in diverse università, studiando tutto e qualsiasi cosa pensassi fosse interessante. Ho fondato il Teatro Ebraico di New York, dove circa 20 mie commedie sono state rappresentate e iniziai a scrivere per varie testate americane e europee, soprattutto per il giornale tedesco Die Zeit.
Alla fine del 2012, il mio libro “Ho dormito nella stanza di Hitler” (“Allein unter Deutschen” in tedesco), un viaggio di sei mesi nella psiche dei tedeschi contemporanei, fu pubblicato. Il libro, che documenta la scioccante profondità dell’antisemitismo tedesco odierno, è diventato un best seller di Spigel. Un anno dopo, il mio editore mi chiese se volessi scrivere un libro su Israele, usando la stessa tecnica che ho impiegato per il primo libro, formalmente: viaggiare per il paese, guardando tutto e tutti, parlando a chiunque e poi scrivere su tutto questo, dettaglio dopo dettaglio.
Accettai e volai in Israele.
I giorni e i mesi sono passati e sono ancora in Israele.
L’Israele di questi giorni non è l’Israele che ricordavo. Andate, per esempio, le belle volontarie tedesche.
No, no, lasciatemi essere più preciso, loro sono qui, le giovani tedesche, ma adesso, per la maggior parte almeno, sono occupate a fare cose che ti fanno sentire colpevole. In questi giorni sono molto occupate a insegnare agli Arabi il migliore metodo per combattere gli ebrei. Lasciatemi tornare indietro. Questi volontari tedeschi si sentono molto colpevoli per quello che i loro nonni fecero agli ebrei e perciò, adesso, loro aiutano gli arabi per combattere contro gli ebrei.
Questo può non avere molto senso per voi, ma per questi tedeschi, la logica non gioca un ruolo principale.
Qui un esempio: ero seduto vicino a una coppia di giovani ragazze tedesche in un evento anti-israeliano che si teneva alla Università Al-Quds in Gerusalemme, nella quale ci veniva detto che lo stato di Israele fu creato da bande di massacratori ebrei che vennero in questa parte del mondo per nessuna ragione ovvia e sgozzarono migliaia di civili addormentati nel mezzo della notte. Le ragazze applaudirono. “tre anni fa” una di loro mi disse ” sono stata volontaria per Israele e mi sono innamorata del popolo ebraico”.
“E per questo che hai deciso di venire ancora?” chiesi.
“Sì”
“Tre anni fa ti sei innamorata degli ebrei e per ciò tu adesso aiuti i Palestinesi?”
Lei mi guardò incredula, molto arrabbiata: “che cosa stai tentando di dire?”
Sì, i volontari tedeschi sono cambiati. E anche gli ebrei sono altrettanto cambiati.
Per me, gli ultra ortodossi odierni sembrano più simili a fedeli pagani dell’età del bronzo che polacchi o austriaci del secolo passato. In questi giorni, per esempio, puoi vedere rabbino dopo rabbino fare i più strani “miracoli”, come aiutare la gente a “sembrare attrattiva” attraverso delle benedizioni, promettendo in oltre ai loro ingenui “seguaci” delle “comode suite in paradiso”, tutto questo con degli oboli straordinari, ovviamente.
Gli ultra-ortodossi non sono gli unici ad essere cambiati. I Modern-Orthodox adesso, con mia sorpresa, sono quasi l’esatta copia degli ultra-ortodossi della mia gioventù. 30 anni fa, i ragazzi e le ragazze Modern-Orthodox amavano ballare insieme il pomeriggio di shabbat. Adesso, ai ragazzi non è permesso toccare le ragazze, lasciamoli ballare tra di loro.
Oggigiorno anche la gente di sinistra ha subito un grosso cambio. Qualcuno dirige ONG che sono sovvenzionate con milioni e milioni di dollari da donatori stranieri e passano i loro giorni e notti seguendo un sogno: distruggere l’identità ebraica di questo paese.
“Alla fine qui ci dovrà essere uno stato singolo con un uomo un voto” un artista di sinistra mi ha detto.
Siccome i palestinesi sono quasi la maggioranza in questo stato singolo, lo stato ebraico cesserà di esistere, giusto? Chiesi
“Lo sogno questo!” ha detto
Ho incontrato molta gente come lui che orgogliosamente dichiaravano di amare la cultura palestinese.
Parli Arabo? chiedevo loro
“No” è la risposta che avevo
Hai letto il Corano o qualche altre fonte Islamica?
“Non ancora” era quando tendenzialmente mi dicevano
È sbalorditivo come gente che dedica la loro esistenza a proteggere l’identità e cultura palestinese non pensi neppure di studiarla questa cultura.
Io ho studiato arabo, il Corano, Hadith e qualsiasi altra cosa io potessi mettere le mani sopra e non vado ancora in giro a proclamare il mio amore. L’élite israeliana di sinistra che ho incontrato conosce Kant, Nietzsche, Sartre e Aristotele, ma non conosce Corano o Hadith e neppure la lingua araba.
A fianco degli ebrei ci sono gli arabi qui, ovviamente. Sono cambiati?
Oh, sì lo sono!
I sorrisi che ero abituato a vedere nelle loro facce 33 anni fa sono ora totalmente spariti. Prima Europa e America fornivano incalcolabili quantità di denaro in varie “iniziative di pace”, gli arabi e gli ebrei si mischiavano abbastanza bene. Non era il paradiso, ma nemmeno New York lo è. Ricordo che potevo andare a Ramallah, Nablus, Bethleem, proprio ovunque. Mi piaceva il cibo e la musica Araba e ne fruivo quando volevo. Adesso gli ebrei israeliani possono andare a Nablus, Gaza o Ramallah?
“C’era un bus qui,” un israeliano della città meridionale di Askelon mi ha detto “il bus pubblico numero 16, e potevamo andare a Gaza. Eravamo in buoni rapporti, i gazamiti e gli israeliani. Lavoravamo insieme, mangiavamo insieme e ci facevamo visita a vicenda. La vita era differente allora. Ora Gaza è un mondo separato. Non possiamo andare da loro e loro non possono venire da noi”
Sono stato nella casa di uno dei più importanti leader palestinesi, il General Maggiore Jibril Rajoub, un uomo che molti israeliani pensano essere il più moderato del OLP. “Se Hitler si svegliasse dalla sua tomba (è stato cremato, N.d.T.) e vedesse la brutalità di Israele, potrebbe essere scioccato”, mi ha detto.
Uno dei suoi uomini mi ha detto, abbracciandomi forte: “tutti noi, tutti i palestinesi, siamo tedeschi”.
Qui mi conoscono come “Tobi il tedesco”, un nome che uso quando sono con i palestinesi e loro amano me, un uomo ariano. Fossi stato Tuvia, un nome che mi identifica come ebreo, ci sarebbero state buone possibilità che non sarei in vita adesso. In nessun posto in Palestina, o “area A” secondo i termini di Oslo, non può trovare un ebreo, ameno che non sia stato rapito e probabilmente ucciso.
Jibril mi apprezzava. E, per essere onesto, anche a me piaceva. Mi disse che il mio nome non doveva essere più Tobi.
Questo padrone dello spionaggio palestinese trova che io non sono Tobi?
Per grazia e compassione di Allah, no. “Il tuo nome, da adesso è Abu Ali” mi ha detto. Abu Ali, che rappresenta rispetto e coraggio in arabo palestinese, è anche il nome con cui qualche palestinese chiama Adolf Hitler.
Ebbene sì: che differenza fanno 33 anni.
Come è avvenuto questo cambio nelle relazioni arabo-ebraiche? ci sono voluti mesi di vagabondaggio nelle strade per rivelare la presenza di persone che hanno lavorato duro per portare questo cambio in essere.
Chi sono queste persone?
Tristemente, loro sono gli attivisti delle ONG che vagabondano in questa terra spargendo odio. Non sono gli unici, c’è un altro colpevole: l’Unione europea.
Per essere onesto, non sono i soli colpevoli qui intorno. Nemmeno l’americana Agency for Inernational Development, differentemente al credo comune, è fatta di persone rette. Ma USAID è un piccolo attore comparato agli europei, così prendiamocela con gli europei per ora.
Sorpresi? Io lo sono stato. Ma la realtà è il più grande assassino delle sorprese, e la realtà qui è straordinariamente velenosa.
Se qui tu sei un turista, o se perfino vivi qui, molto probabilmente non fai molta attenzione a questo. Ma se tu devi scrivere un libro su questo paese e non puoi chiudere i tuoi occhi e le tue orecchie, la realtà rivela se stessa.
L’ho capita male? controlliamo.
Per piacere, venite con me in un viaggio a Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di questo paese. Forse siete stati lì e oggi sto andando lì anch’io. Al contrario di molti di voi, penso, sto andando a Yad Vashem con un viaggio pagato dall’EU tramite un finanziamento della commissione europea.
Mi unisco a una ONG italiana, la “Casa della Pace” di Milano, che porta giovani italiani nel paese con l’intento di provare Israele in prima persona. Questa ONG utilizza anche una guida israeliana che si chiama Itamar.
“Benvenuti in Israele, Palestina” Itamar dice, parlando ad un microfono e poi ci dice di essere un ex-ebreo.
Mentre camminiamo attraverso il museo, Itamar fa del suo meglio per trasformare la storia della Seconda Guerra Mondiale in una storia contemporanea, facendo comparazioni tra i Nazisti di ieri ed Israele di oggi.
“In Israele oggi, gli africani sono stati messi in campi di concentramento” Itamar dice, riferendosi agli immigranti illegali sudanesi ed eritrei, che, apparentemente, ci fa credere che siano bruciati nei crematori dappertutto in Israele.
Quando il tour prosegue, ci spostiamo nella sezione con più morti ebrei, dove un visitatore normale affronta la più potente fase dello stermino di massa di milioni di ebrei. Ma il nostro ex-ebreo ha altre cose in testa. Lui dice: “Quello che vedete qui (a Yad Vashem) è tutto delle vittime ebree, questo è dopotutto un museo ebraico. Ma quello che vedete qui, con ebrei e nazisti, sta anche succedendo oggi, in Palestina. Quello che sta avvenendo qui in Israele è un Olocausto.”
Sono felice, se si può dire così, che mia madre sia morta e non debba sentire questo.
Come persona privata, Itamar è autorizzato a queste sue visioni. Ma ciò che interessante qui è che the EU stia pagando un “ex-ebreo”, un uomo che loro dovrebbero sapere parlare male degli ebrei, per guidare un gruppo di turisti e a Yad Vashem.
E poi, c’è la Croce Rossa o come è conosciuta ufficialmente, ICRC. Questi sono la gente retta della Terra che guida meravigliosi camioncini bianchi con piccole croci rosse e stanno sempre aiutando la gente bisognosa di aiuto.
Bene, non proprio così.
La gente che ho incontrato della Croce Rossa qui fa cose molto più importanti che assistere i malati o prendersi cura delle persone bisognose. Per esempio: spende risorse reclutando e/o equipaggiando arabi con gli strumenti adatti per catturare e registrare i cattivi ebrei che vagabondano in questo pezzo di terra. Israele è un occupante, loro insegnano agli arabi e gli arabi devono combattere gli occupanti ebrei. Quando questa terra è stata occupata? No, no, non dire 1967. Questa terra fu occupata nel 1948.
Come lo so?
No, non ho letto della Croce Rossa nei giornali. I media qui, come ho imparato duramente, non è il posto dove si trovano i fatti. Per scoprire cosa stanno facendo le persone della Croce Rossa, mi sono unito a loro in un giro in una città araba, Jenin, e ho visto di prima mano come loro operano.
Il mio giorno con i ragazzi della Croce Rossa è iniziato stranamente. Mi sono mostrato negli uffici della ICRC nel quartiere di Sheikh Jarrah e mi sono imbarcato the furgone che mi avrebbe portato a Jenin.
Mentre stavamo guidando, il rappresentante della Croce Rossa mi ha parlato: “quando loro (Israele) demoliscono una casa, noi arriviamo insieme alla PRC (Pelestinian Red Crescent, Mezzaluna Rossa Palestinese n.d.t) e offriamo i kit per l’igiene e tende per le persone che hanno appena perso la casa. Tutti gli edifici in Sheikh Jarrah hanno ordini di evacuazione e Israele mette qui i coloni.”
Questo suona veramente male. Quante case sono demolite in Sheikh Jarrah fino ad ora? gli ho chiesto.
Lui ha provato di sommarli tutti nella sua testa ed è uscito con la somma esatta: ZERO.
Questo non ha molto senso, ma non sembra interessare. La Croce rossa non si vergogna nemmeno di condividere i suoi pensieri di odio per scritto, se sei un giornalista tedesco ovviamente. In una email dalla Croce Rossa, mi è stato detto che la Croce Rossa distribuisce le sue analisi sulle questioni dei diritti dell’uomo “con gli stati appartenenti alla Convenzione di Ginevra e loro seguono la nostra interpretazione della legge, con l’eccezione di Israele”
Israele, apparentemente, è il solo paese sulla terra che viola la Quarta Convenzione di Ginevra e i regolamenti della legge umanitaria internazionale. Mannaggia, gli ebrei.
In aggiunta alle ONG straniere operanti nell’area, le ONG israeliane sono anche loro molto attive qui, poiché la loro maggiore sorgente di introito viene dall’estero.
Una delle più famose ONG israeliane è B’Tselem, che è bellamente finanziata con mezzi tedeschi.
B’Tselem ha reso pubbliche varie storie sulla violazione di diritti umani da parte del governo ed esercito israeliano. Come l’hanno fatto? B’Tselem ha ricercatori sul campo, circa 10 in tutto, tutti questi palestinesi.
Ho incontrato un ricercatore di B’Tselem che si chiamava Atef e mi preso per testimoniare di prima mano le orribili cose che gli ebrei avrebbero fatto. Tristemente, quando siamo arrivati dove i cattivi ebrei avrebbero dovuto essere, non abbiamo visto alcun ebreo. Invece, Atef mi ha presentato alcuni abitanti del luogo.
Abbiamo parlato per un momento e improvvisamente il capo della famiglia mi ha accusato, dicendo che io “pago denaro agli ebrei!”
“Quando io ho pagato denaro a qualche ebreo?” Io, Tobi il Tedesco, ho chiesto.
“Beh, non tu personalmente ma il tuo popolo, i tedeschi” lui ha detto.
Ho ricordato ai miei nuovi amici che noi, i tedeschi, non abbiamo scelta che pagare gli ebrei perché li abbiamo ammazzati nella seconda guerra mondiale.
Atef, il ricercatore, ha interrotto: ” questa è una bugia, non ci credo” ha detto.”
L’olocausto così come noi tutti lo conosciamo è un invenzione degli ebrei.
E gli ebrei di B’Tselem stavano chiamando questo uomo un ricercatore di punta.
Queste storie sono solo una goccia nel secchio di quello che ho trovato in questa terra e per il tempo che ho passato, io sapevo come chiamare il mio nuovo libro: “Catch the Jew!” (Acchiappa l’ebreo, N.d.T.), tre parole che raccontano la storia moderna degli ebrei, arabi e l’illuminato mondo occidentale
Quando “catch the Jew!” usci in Israele, le stazioni TV israeliane trasmisero qualche video che io gli diedi, che descrivevano qualche storia che c’è nel libro. Un video era su B’Tselem. Ma B’Tselem si oppose al servizio e accusò che il video era stato tirato fuori dal contesto. Quindi misi una versione più lunga del video su Facebook.
Solo dopo che Haaretz riportò che io avevo citato correttamente il borsista di B’Tselem, l’organizzazione finalmente ammise la verità e licenziò Atef.
Ma Atef fu solo il caso. B’Tselem è una delle tante ONG che operano qui, ognuna dedicata ai “diritti dell’uomo” e alla “pace”, ma in realtà dedicate alla distruzione dello stato di Israele e alla delegittimazione dei cittadini ebrei.
Questo suona duro, lo so ma tristemente questa è la realtà.
Come puoi immaginare, le ONG costano, milioni su milioni e qualcuno deve pagare per loro. La questione è chi?
Secondo gli agenti dell’Intelligence con cui ho parlato, la maggior parte del denaro europeo anti-Israele viene dalla Germania. I finanziamenti tedeschi delle ONG piene d’odio non è il solo convogliamento tedesco in attività anti-israeliane qui. Guardate per un momento i vari partiti politici che operano qui attraverso il loro fondazioni affiliate. Per quanto loro pubblicamente lo neghino, loro coscientemente finanziano gli anti-semiti.
Siccome io sono sul punto di partire, mi chiedo che cosa sembrerà questo paese da qui a 33 anni. Non sono sicuro, siccome ho smesso di essere il rappresentante di Dio da tanto tempo, ma scommetto che se i tedeschi continuano sulla loro strada, in 33 anni non ci sarà un singolo ebreo qui.

Il prossimo libro di Tuvia Tenenbom “Catch the Jew!” sarà pubblicato in febbraio da Gefen Publishing.
© 2015 Forward Association, Inc. All Rights Reserved.

E adesso che lo avete letto, stampatelo, e imparatevelo a memoria.
Noi ci vediamo… boh, non lo so. Comunque ci vediamo.

barbara

I CONTI DEL PASSATO

Una città industriale in Germania. Un caso di pirateria informatica, brillantemente risolto dall’immancabile brillante investigatore privato. Una morte archiviata come incidente. Nuove indagini del suddetto investigatore. E dalle indagini cominciano, a poco a poco, ad emergere frammenti di passato. Di QUEL passato. E vengono fatti emergere con una tecnica che ricorda molto da vicino quella impiegata nel capolavoro cinematografico “L’uomo del banco dei pegni”: prima un solo fotogramma, che disturba gli occhi ma non si lascia registrare; poi un paio, che permettono di intravvedere un’immagine, ma non di individuarne l’oggetto, non di capirne il nesso con il contesto – e che cosa potrà mai avere a che fare una spettrale fila di mani levate contro un filo spinato, con una ragazza incinta che va a impegnare l’anello di fidanzamento? – E a mano a mano il numero dei fotogrammi aumenta, le immagini si delineano più chiaramente, la scena si allarga, fino a riproporci, alla fine, l’intero episodio, in tutta la sua devastante e spietata crudezza.
Da leggere in un fine settimana senza altri impegni, con una buona scorta di panini e bevande a portata di mano.

Bernhard Schlink – Walter Popp, I conti del passato, Garzanti
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barbara

10 MAGGIO 1933

10 maggio 1933: ottanta anni fa, il rogo dei libri di Berlino

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MILANO – Ricorre oggi l’ottantesimo anniversario del rogo dei libri di Berlino, avvenuto nella notte del 10 maggio 1933. È ricordato per essere stato senza dubbio il più vasto e pianificato incendio di libri della storia contemporanea.
IL ROGO – La notte del 10 Maggio 1933, cinque mesi dopo l’ascesa di Hitler al potere, Berlino fu illuminata dal rogo dei libri. Migliaia di studenti tedeschi, scandendo slogan contro “la decadenza” e “la corruzione morale”, gettarono dentro un unico falò più di 20.000 volumi.
STUDENTI UNIVERSITARI PROMOTORI DEL ROGO – Il rogo non fu organizzato dal governo, bensì dagli studenti stessi, infervorati dalla propaganda nazista che stigmatizzava gli intellettuali in genere, ma in particolar modo quelli ebrei o di sinistra. Gli studenti dell’Università di Berlino passarono settimane a compilare liste di scrittori e libri “non tedeschi”, perlustrarono poi biblioteche pubbliche e private alla ricerca dei volumi incriminati.
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GLI AUTORI DELLE OPERE BRUCIATE – Il 10 maggio gli studenti trasportarono i libri con camion e carri in una piazza della capitale, su cui si affacciavano l’Università di Berlino e il Teatro dell’Opera di Stato. Là diedero fuoco ai cosiddetti “libri decadenti”. Il governo approvò entusiasticamente il rogo e nelle settimane seguenti, i roghi dei libri apparvero in centinaia di altre città tedesche. Tra i libri distrutti vi furono le opere di alcuni dei maggiori pensatori, scrittori ed intellettuali del tempo: Karl Marx, Bertolt Brecht, Thomas Mann, Joseph Roth, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Ludwig Wittgenstein, Hannah Arendt, Edith Stein, Max Weber, Erich Fromm, l’architetto Walter Gropius, i pittori Paul Klee, Wassili Kandinsky e Piet Mondrian, gli scienziati Albert Einstein e Sigmund Freud, i registi Fritz Lang e Franz Murnau.
IL DISCORSO DI GOEBBELS – Durante il rogo, Joseph Goebbels, politico e scrittore tedesco, tenne un violento discorso contro la cosiddetta “cultura degenerata”. “Studenti, uomini e donne tedesche, l’era dell’esagerato intellettualismo ebraico è giunta alla fine. Il trionfo della rivoluzione tedesca ha chiarito quale sia la strada della Germania e il futuro uomo tedesco non sarà un uomo di libri, ma piuttosto un uomo di carattere ed è in tale prospettiva e con tale scopo che vogliamo educarvi. Vogliamo educare i giovani ad avere il coraggio di guardare direttamente gli occhi impietosi della vita. Vogliamo educare i giovani a ripudiare la paura della morte allo scopo di condurli a rispettare la morte. Questa è la missione del giovane e pertanto fate bene, in quest’ora solenne, a gettare nelle fiamme la spazzatura intellettuale del passato. È un’impresa forte, grande e simbolica, un’impresa che proverà al mondo intero che le basi intellettuali della repubblica di Novembre si sono sgretolate, ma anche che dalle loro rovine sorgerà vittorioso il padrone di un nuovo spirito”. (Libreriamo, 10 maggio 2013)

Il prof. Hermann Haarmann, docente di Kommunikationsgeschichte alla Freie Universität Berlin, ha recentemente affermato che dalla sua ricerca nelle fonti è emerso che il rogo dei libri del 10 maggio 1933 non fu ideato dal ministro della propaganda Joseph Goebbles ma dalla “Deutsche Studentenschaft”, l’associazione degli studenti tedeschi, che con questa azione voleva esprimere la sua adesione al nuovo governo. Goebbels in un primo tempo era sfavorevole all’iniziativa perché temeva che questo fatto, all’inizio dell’attività del governo nazista, potesse generare una reazione sfavorevole nella popolazione. Soltanto il 9 maggio, il giorno prima di quello stabilito, Goebbels decise di “salire sul treno in corsa” e dare la sua adesione all’iniziativa degli studenti accettando di fare un discorso nella manifestazione. Marcello Cicchese

Poi, cinque anni dopo, hanno bruciato le sinagoghe, e dopo un altro paio d’anni, le persone, come da programma. Chi brucia un libro, brucia l’umanità intera (no, non perdete tempo a googlare: non è una citazione, l’ho detto io). Per questo chi brucia un libro – qualunque libro, anche un autentico manuale di odio e di morte quale il Corano – non avrà il mio applauso.

barbara