DIETRO LE QUINTE DELL’EUROFESTIVAL E DAVANTI ALLE QUINTE DEL MEDIO ORIENTE

Succede dunque che venerdì sera 11 maggio, i gazassassini incendiano il nastro trasportatore Agriagat sul lato di Gaza di Kerem Shalom, l’unico valico attraverso il quale passano merci e attrezzature (cibo, medicinali e ogni genere di beni) ogni giorno dell’anno.

Il costo del nastro trasportatore è di 23 milioni di Shekel (pari a oltre 5 milioni di €). Oltre a disperdere le merci, hanno anche bruciato il complesso per carburante da 8 milioni di €, attraverso il quale viene trasferito a Gaza carburante per far operare, tra l’altro, gli ospedali. E che cosa denunciano le anime belle? La “rappresaglia” di Israele che per punirli gli ha chiuso, poverinipoverini, l’unico valico di passaggio delle merci [l’unico? E l’Egitto? E, a parte questo, perché non si procurano le merci lavorando, come fanno tutti gli altri sette miliardi e mezzo di abitanti della Terra?] con la scusa dei danni provocati dagli incendi («è stata decisa ufficialmente a seguito dei “danni e degli incendi provocati dalla parte palestinese del valico da decine di manifestanti incitati da Hamas”, ha dichiarato l’esercito israeliano nella Striscia di Gaza». [Ehm… decine? E lo ha detto proprio “l’esercito israeliano”? – Carino poi questo esercito che dichiara come un sol uomo – Sicuri sicuri che abbia detto proprio così? Perché qui dice che erano 15.000 – QUINDICIMILA -: vogliamo trovarci almeno a metà strada?])

Vabbè, poi va in onda l’Eurofestival, e guardate un po’ quali direttive vengono impartite:
eurofestival
Come ci informa Il Borghesino, “Amichai Stein, il corrispondente israeliano da Lisbona, ha inoltrato via Twitter un documento, che rivela come gli organizzatori abbiano imposto ai giornalisti dello stato ebraico di non pronunciare il nome della loro capitale durante la votazione. A differenza degli altri delegati, soltanto lo stato avrebbe dovuto essere menzionato; e non anche Gerusalemme”. Niente, non vogliono che Gerusalemme esista – non una Gerusalemme israeliana, per lo meno. Epperò, alla facciaccia loro e delle loro mene dietro le quinte, a Gerusalemme, quella che esiste, quella che è la capitale di Israele da un po’ più di tremila anni, in piena scena davanti alle quinte va in onda questo

e questo

(è incredibile: con la notevole difficoltà che ho, da sempre, a capire l’inglese parlato, quando parla quest’uomo non mi sfugge una sola parola).

E i palestinesi? Marionette obbedienti, attaccano. Un “popolo” fabbricato a tavolino negli anni Sessanta senza mai avere avuto una propria specifica lingua, una propria storia, una propria cultura, una propria tradizione, un proprio stato, decide che lo stato di Israele debba essere il suo stato, e che la capitale di Israele non sia la capitale di Israele bensì la propria, e in nome di questo delirio vanno all’attacco dei confini israeliani (cosa che, in base a ogni norma di diritto internazionale, rappresenta UN ATTO DI GUERRA a tutti gli effetti). Come ai tempi di Arafat, che in occasione degli scontri programmati faceva chiudere le scuole e organizzare autobus perché i bambini potessero andare a fare gli scudi umani davanti ai terroristi armati, sono state chiuse scuole, università, negozi affinché tutti fossero “liberi” di andare a protestare violentemente (pagandoli, a quanto sembra). Israele, come sempre, lancia volantini in arabo: “Non lasciate che Hamas vi usi cinicamente come suoi fantocci. State prendendo parte a scontri violenti che mettono a rischio la vostra vita. Hamas si sta approfittando di voi per nascondere i suoi fallimenti e minaccia il benessere vostro e delle vostre famiglie. L’esercito israeliano è pronto ad affrontare qualsiasi scenario e agirà contro ogni tentativo di danneggiare la barriera di sicurezza o colpire militari o civili israeliani”. Hamas, dal canto suo, invita gli israeliani ad andarsene: “Non rimanete, i palestinesi stanno sciamando senza freni, vi consigliamo di andarvene senza esitazione [come hanno fatto loro nel 1948, seguendo gli appelli dei loro dirigenti arabi? Ma veramente si immaginano che gli israeliani siano coglioni come loro?]. Gli aquiloni sono la punta dell’iceberg, quelli che resteranno sopporteranno tutte le conseguenze. Siete stati avvisati, attraverseremo il confine e raggiungeremo tutte le vostre comunità. Non moriremo da soli”. E invece sì, sono andati a farsi impallinare come tordi e sono proprio morti da soli. E le anime belle? Innanzitutto lamentano che – tenetevi forte, che questa è grandiosa davvero – adesso Gerusalemme è diventata la capitale di Israele. Diventata. Adesso. E trattandosi di un giornalista professionista è impossibile sospettare l’ignoranza, quindi si tratta proprio di tonnellate di malafede. E poi strillano come oche spennate, inorridiscono per la “strage” perpetrata dai perfidi giud israeliani che sparano sulla folla [tipo Bava Beccaris?] e si scandalizzano, inorriditi, che a Gerusalemme si festeggi mentre a Gaza si muore [tipo le SS che finito di infornare ebrei mettevano smoking e papillon e andavano alle feste con caviale e champagne?]. E che vi devo dire ragazzi? Inorridite, e che buon pro vi faccia. E, mi raccomando, evitate accuratamente di trascurare per un momento la propaganda e dare un’occhiata a qualche documento

(Abbatteremo il confine e strapperemo i loro cuori dai loro corpi)

Noi, intanto, ci godiamo la meravigliosa visione di questa targa
ambasciata
Ivanka ambasciata
barbara

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ANCORA DUE PAROLE SU GERUSALEMME

Di Segni-Gerusalemme
Ma né la memoria, né la coerenza, né la logica sembrano essere le doti più spiccate di certa gente – e non dimentichiamo che i muri imbrattati in tutta Europa dalle scritte “ebrei fuori dalla Palestina” sono gli stessi che ottant’anni fa venivano imbrattati dalle scritte “ebrei tornatevene in Palestina”.

Nel frattempo nei dintorni di Gerusalemme

Al Fatah, l’organizzazione dei “moderati” palestinesi che il mondo finanzia, elogia l’uccisione dell’ebreo israeliano Raziel Shevach avvenuta ieri. Sembra un bollettino nazista.

“Operazione durata 40 secondi
Distanza fra le 2 auto di 20 metri
Numero di proiettili esplosi: 22
Il cecchino era ben addestrato
Risultato: un colono ucciso”

Era un padre di 6 bimbi, un rabbino, un paramedico, un israeliano, un ebreo, un essere umano. Ma per questi fanatici arabo-islamici era solo un obiettivo da abbattere. Che l’Occidente smetta di dargli soldi e visibilità (Giulio Meotti)

Questo è lui, 35 anni, con la sua bella – e fino a ieri felice – famiglia.
Raziel Shevach
E questa è la sua auto, crivellata da 22 colpi, a mostrare la furia omicida con cui è stata colpita.
auro Raziel Shevach
D’altra parte, come stupirsi del numero di aspiranti terroristi, quando sappiamo che nel 2017 l’Autorità Palestinese ha pagato 360 milioni di dollari ai terroristi che si trovano nelle galere israeliane (soldi NOSTRI, non dimentichiamolo)?

barbara

CONDIVISIONE

Sì, Gerusalemme era ebrea, ma era prima.
Ora è diventata santa per le tre religioni.
È “universale”, dicono.
È stupefacente come amano condividere ciò che appartiene agli Ebrei: la loro capitale, la loro terra, i loro appartamenti, i loro tavoli, i loro mobili, i loro cappotti, le loro scarpe, i loro capelli, i loro denti (cit. Alain Légaret, via Elio Cabib via Ugo Volli)

E ricordiamo anche Aharon Appelfeld, deportato bambino, fuggito a nove anni dal campo di sterminio, incredibilmente sopravvissuto a condizioni di vita per noi inimmaginabili, autore di tanti libri meravigliosi e ora scomparso, ma tutto ciò che ci ha donato non ce lo potrà più togliere nessuno.

barbara

GERUSALEMME E LA CENTRALITÀ EBRAICA

di RICCARDO DI SEGNI, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma

La Stampa, 9 dicembre 2017

Caro Direttore,

martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni.
All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi.
La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana.
La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.
II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale.

Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico.
Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. La prospettiva storica e religiosa è indispensabile per capire la vera entità della questione e i meccanismi profondi e ancestrali che si attivano. Da una parte la centralità ebraica, di cui si è detto. Dall’altra l’opposizione reale e dura delle altre religioni, al di là del politically correct.
Per i musulmani, in termini teologici e politici, per loro difficilmente distinguibili, la sovranità e l’indipendenza ebraica, tanto più su Gerusalemme, sono semplicemente intollerabili, gli ebrei al massimo possono essere sottomessi.
E in termini cristiani pesa ancora l’idea dell’esilio ebraico e della perdita della terra e di Gerusalemme come punizione per il mancato riconoscimento della verità cristiana. Questa idea è presente fin dalle origini e rimane ufficiale fino al XX secolo. In altri termini anche il cristianesimo, con tutte le sue recenti aperture all’ebraismo, non ha del tutto elaborato l’idea della sovranità ebraica, dello Stato di Israele (si parla sempre di «terra santa») e tanto più di Gerusalemme capitale ebraica.
Se la reazione alla dichiarazione di Trump è stata così forte e persino viscerale, ciascuno, anche non credente, si interroghi sulle sue motivazioni più o meno inconsce, sull’educazione ricevuta, sulla riluttanza a riconoscere al popolo ebraico i diritti che per altri sarebbero scontati.

A qualcuno, poco addentro nelle cose mediorientali, che mi chiedeva spiegazioni sui recenti avvenimenti, e sull’opportunità della mossa di Trump, ho detto: “È come se dicessi che non riconosco il tuo matrimonio: diventi meno sposato? No, naturalmente, e non diventi più sposato se lo riconosco: il tuo matrimonio non dipende dal fatto che io lo riconosca o meno. Ma è semplicemente ridicolo sostenere che non sei sposato quando tutti sanno perfettamente che lo sei. Quindi se qualcuno si decide a dire che ‘riconosce il tuo matrimonio’, questo equivale a porre fine a una ridicola ipocrisia, ed è bene che lo abbia fatto”.

E questa è la storia illustrata della “gara” per Gerusalemme.
History-Race-Jerusalem
E infine godiamoci anche questa chicca.

barbara

A TUTTE LE CORNACCHIE MALEAUGURANTI

Ho pubblicato questo post il 6 maggio 2011, in occasione del martirio assistito di Osama Bin Laden. Credo di poterlo riproporre pari pari per la mossa di Donald Trump, che secondo qualcuno dovrebbe scatenare flagelli planetari e aprire le porte dell’inferno.

Quando gli israeliani hanno ammazzato Yassin avete detto: questo non farà che esacerbare gli animi e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è diminuito.
Quando gli israeliani hanno ammazzato Rantisi avete detto: questo non farà che fomentare l’odio e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è diminuito.
Quando gli israeliani hanno costruito la barriera  di difesa avete detto: questo non farà che accrescere la rabbia e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo è drasticamente diminuito.
Quando gli americani hanno iniziato la guerra in Afghanistan e in Iraq avete detto: questo non farà che acuire il risentimento e aumentare il terrorismo. Invece il terrorismo in generale non è aumentato, e il terrorismo antiamericano è scomparso del tutto.
In compenso…
Avete detto: cercate un accordo coi palestinesi e avrete la pace. Israele coglione – sì, coglione, e non mi si venga a dire che non critico mai Israele – ha cercato un accordo coi palestinesi ed è immediatamente esploso un terrorismo di proporzioni mai viste prima.
Avete detto: ritiratevi dal Libano e il terrorismo scomparirà. Israele coglione si è ritirato dal Libano e il terrorismo è aumentato.
Avete detto: ritiratevi da Gaza e il terrorismo scomparirà. Israele coglione si è ritirato da Gaza e il terrorismo è aumentato a dismisura.

Adesso, care cornacchie maleauguranti, vi state spolmonando a gracchiare che morto un binladen se ne fa un altro, vi state spolmonando a gracchiare che di terroristi è pieno il pianeta e che quindi eliminando Bin Laden non è cambiato niente, non si è risolto niente, non è servito a niente, anzi! Ebbene, care cornacchie gracchianti e maleauguranti, non perdo a tempo a chiedervi da che parte state, perché è da quel dì che abbiamo capito che state facendo un tifo sfegatato per il terrore e che state continuando a mettere in campo il vostro spietato wishful thinking. Quello che voglio dirvi, care cornacchie gracchianti, è che finora con le vostre previsioni iettatorie non ne avete mai azzeccata una. Mai. E non ci azzeccherete neanche stavolta: fatevene una ragione.

barbara

GERUSALEMME MESSA A FERRO E FUOCO

dalle proteste contro la sconsiderata (polpetta avvelenata, l’ha chiamata qualcuno) e dissennata decisione di Trump di prendere atto che Gerusalemme è (da tremila anni!) la capitale di Israele.

POST SCRIPTUM: David Pacifici, autore del video e voce fuori campo, in quel 9 ottobre 1982 alla sinagoga di Roma, ha avuto il figlio ferito.

barbara

ANDREA MARCENARO E LO STATUS QUO DEL PAPA

Casino in medio oriente, ieri. Altro, probabilmente, ce ne sarà domani. Chissà dopodomani poi si spera di no. Pensandoci meglio, poteva venir bene lo status quo raccomandato subito da Papa Ciccio. Con i libri di scuola in Cisgiordania e Gaza, dove Israele non compare sulle cartine geografiche. Con gli attentatori proclamati martiri, anche meglio se sono femmine, più vitalizio relativo ai parenti. I bambini di Betlemme ai quali, nelle feste comandate, viene regalato un coltello. Odio a chilometro zero. Ebrei da cancellare. Quegli altri che non ne vogliono sapere. Tre morti con un camion di qua. La reazione di là. Qualche missile da Gaza. Un paio di bombardamenti per autodifesa. Dieci morti di qua. Quindici di là. Altri trenta da questa parte, solo che il benedetto tir travolga come deve. Qualcuno di più con le bombe dai droni, che intelligenti sì, ma la precisione l’è quel che l’è. Un campo di bare con la stella di Davide. Un altro campo di bare con la mezzaluna. E a quel punto ci siamo. Un pizzico di fantasia, giusto quel cicinìn che serve per immaginarsi i campi uno sopra l’altro, poi basta lo status quo che l’obiettivo è raggiunto: due popoli, due strati. (08/12/2017)

E niente, Marcenaro è un genio. E dato che – voi non lo sapete ma io sì – il sodalizio Marcenaro-Fait è antico di decenni (è stata lei a mandarlo, da filo palestinese – ma lei era sicura che era intelligente – a spese dell’associazione Italia Israele di Merano, in Israele: lui è andato, ha visto, ha capito, ed è tornato così), vi schiaffo giù anche la nostra Deborah. Poi, volendo, ci sarei anch’io, che in altra occasione ho avuto qualcosa da dire a questo papa, e anche al precedente.

barbara

AGGIORNAMENTO: apprendo ora che Deborah Fait e Giulio Meotti sono stati sospesi da FB.

I LIBERATORI DI GERUSALEMME

liberatori
Per commentare l’avvenimento – se di avvenimento si può parlare – ritengo cosa buona e giusta proporre questo pezzo del sempre saggio e pacato (qualità, soprattutto la seconda, di cui io non sempre abbondo) Giovanni Ciri.

GERUSALEMME

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele è stata (e continuerà ad essere) seguita da un mare di polemiche. E da molte considerazioni critiche. Esaminiamo le principali.

1) Gerusalemme è città santa per le tre religioni monoteiste.
Questo non è esatto. Gerusalemme è di certo santa per l’ebraismo ed il cristianesimo, lo è anche per l’Islam solo perché gli islamici hanno da sempre la cattiva abitudine di considerare luoghi santi per la loro religione città un tempo conquistate e strappate agli “infedeli”. [dell’assoluta falsità non solo della pretesa santità, ma anche della benché minima importanza di Gerusalemme per l’islam, sono state pubblicate in questo post varie documentazioni]
Inoltre, anche accettando che Gerusalemme sia santa per l’Islam, perché mai una città santa islamica non potrebbe essere la capitale di uno stato non islamico? Gerusalemme è di certo santa per i cristiani, ma nessun cristiano intende scendere in piazza se Gerusalemme viene riconosciuta capitale di Israele, mi pare.

2) A Gerusalemme deve essere garantita libertà di culto per i fedeli di tutte le religioni.
Questo è assolutamente giusto. Il problema non è di quale stato sia capitale Gerusalemme, ma la libertà di culto concessa a tutti in quella città. Quindi dobbiamo chiederci: chi garantisce meglio questa generale libertà di culto? In Israele, uno stato dalle dimensioni della Lombardia, esistono un paio di centinaia di moschee. Quante sinagoghe ci sono a Gaza? O in Iran? O in Arabia Saudita? Ci sono stati islamici in cui non è possibile entrare se si porta con se una copia del Vangelo o un testo sacro ebraico. A La Mecca possono entrare solo i fedeli musulmani. Pensare che in una Gerusalemme palestinese la libertà di culto per tutti sarebbe meglio garantita è solo una idiozia. O pura manifestazione di disonestà intellettuale.

3) Inizialmente Gerusalemme est non faceva parte dello stato di Israele.
E’ vero, la parte orientale di Gerusalemme è stata conquistata dagli israeliani nella guerra dei sei giorni, e allora?
Dal giorno della sua nascita Israele deve combattere per potere semplicemente esistere. Ancora oggi molti stati arabi lo definiscono non “stato di Israele”, ma “entità sionista”. Ha combattuto molte guerre fronteggiando coalizioni di stati che intendevano semplicemente cancellarlo dalla carta geografica. Al termine di queste ha allargato un po’ i suoi confini per aumentare, se possibile, la sua sicurezza. Ma si sono levate alte strilla di indignazione ogni volta che questo è avvenuto.
Israele può essere aggredito, può vivere sotto assedio, ma se si azzarda ad ampliare di un palmo le sue frontiere subito viene definito aggressore imperialista, colonialista eccetera. E questo anche se ha restituito molte delle terre conquistate in cambio del semplice riconoscimento diplomatico.
Qualcuno riesce ad immaginare una Germania che nel 1945 protesta perché le sue frontiere non tornano ad essere quelle del 1939? O una URSS che nel 1945 restituisce alla Germania le terre da questa perse in cambio del semplice riconoscimento diplomatico? E’ fantascienza vero? Si, lo è per tutti, tranne che per Israele.

4) La decisione di Trump può aggravare la tensione.
Questa è una obiezione seria. [nel senso che potrebbero esserci nuovi attentati, questo è vero. Ma è anche vero che
nuovi attentati
per cui sinceramente non so se sia il caso di essere davvero preoccupati, e soprattutto di far dipendere da questo genere di considerazioni ogni decisione presente e futura] 
Se si fosse vicini ad una soluzione del conflitto, se la pace fosse realisticamente possibile sarebbe bene rinviare qualsiasi decisione riguardo a Gerusalemme. Ma così non è, purtroppo.
I palestinesi non hanno alcuna intenzione di riconoscere Israele. Quanto meno, di riconoscerlo per quello che è: lo stato degli ebrei.
Israele è lo stato paria. Non può ospitare manifestazioni culturali, sportive o commerciali senza che qualcuno protesti. Se un suo atleta, quando può gareggiare, vince una medaglia il suo inno in molti paesi non viene suonato, né la sua bandiera alzata. Se un cantante si esibisce entro i confini dello stato ebraico molti suoi colleghi protestano. Se degli israeliani muoiono in un attentato la cosa viene considerata quasi normale e i media quasi non ne danno notizia. Israele è lo stato che ha dato rifugio e protezione al popolo più perseguitato della storia, ma a molti, e non solo fra i fondamentalisti islamici, la sua esistenza da fastidio. Israele esiste, ma sarebbe meglio se non ci fosse: è lo stato che non dovrebbe esistere. E non ci sono prospettive serie che facciano intravedere a breve un superamento di questa situazione. Quindi è ipocrita parlare di “aggravamento della tensione”. Da settanta anni Israele vive una situazione di “tensione”. Per i suoi nemici dovrebbe fare una sola cosa per non aggravarla: cessare di esistere.
Ma questo non accadrà. Quindi ben venga il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello stato ebraico.
Un’ultima considerazione. Con la sua scelta Trump non fa che mettere in atto una decisione presa nel 1995 da tutto il congresso americano. I vari presidenti che da allora si sono succeduti hanno semplicemente rinviato la sua messa in pratica. La svolta di Trump si limita quindi ad applicare una decisione che tutti, repubblicani e democratici, avevano preso 22 anni fa. Ma non credo che i media diano troppo spazio alla diffusione di questo “particolare”.

Aggiungo un mio commento lasciato in questo post:

  1. Inizialmente la parte orientale di Gerusalemme non faceva parte dello stato di Israele perché era stata ILLEGALMENTE occupata dalla Giordania in una guerra di aggressione.
  2. Inizialmente Roma non faceva parte dello stato italiano.

E concludo con la considerazione che dovrebbe essere la più ovvia, la più banale, la prima a venire in mente, e che invece pochissimi fanno: ma quando mai si è sentito che uno stato non abbia il diritto di decidere la propria capitale? Quando mai si è sentito che questa debba essere “riconosciuta”? Quando mai si è sentito di interferenze straniere in questo genere di decisioni da parte di uno stato sovrano? Quando mai è stata attribuita a qualsiasi pincopallino la facoltà di stabilire se le mie tazze nella mia casa le debba riporre nella credenza o lasciare sullo scaffale? Israele è forse uno stato a sovranità limitata? È forse una repubblica delle banane? Uno dei pochi testi che prendono atto di questo fatto elementare è questo, piuttosto lungo, ma che invito ugualmente a leggere.

barbara

TISHA BEAV E GERUSALEMME

Questa sera inizia Tishà beAv, una delle ricorrenze più solenni del calendario ebraico. In tale occasione vi propongo il testo integrale, e senza aggiunta di commenti, di Ugo Volli pubblicato su Informazione Corretta.

La testimonianza di un digiuno
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
questa sera per gli ebrei inizia il digiuno del 9 del mese di Av, il momento più luttuoso del calendario ebraico, anche più della giornata dell’espiazione, Yom Kippur, che è sì un momento penitenziale in cui si confessano i peccati individuali e collettivi, ma è pensato soprattutto come un’occasione di riscatto, il momento giusto per provare a migliorarsi. Tishà beAv, il digiuno di domani (niente cibo e acqua per 26 ore, lettura del testo più terribile della Bibbia ebraica, le Lamentazioni, i gesti del lutto come sedersi per terra e privarsi di tutti i conforti normali), è invece solo triste, perché ha la natura della commemorazione di un dolore collettivo.
Vi dò queste notizie in un sito come questo che non ha una visione religiosa né si rivolge solo agli ebrei, perché questo digiuno, come molte ricorrenze nel calendario ebraico, ha anche o soprattutto una natura storico-politica. Il ricordo luttuoso non riguarda un evento della storia religiosa ebraica, anche se si sono proposti dei riferimenti a questa data per diversi eventi negativi raccontati nella Bibbia, come la fallita missione degli esploratori in terra di Canaan, ma un fatto storico, anzi due: entrambe le cadute di Gerusalemme nelle mani dei nemici di Israele sono accadute in questa data: quella del 587 a.E.V. nelle mani di Nabucodonosor re di Babilonia e quella del 70 della nostra era per mano del romano Tito.
Da venticinque secoli dunque il popolo ebraico digiuna per la caduta di Gerusalemme. In realtà il digiuno è duplice, ce n’è un altro meno duro tre settimane prima, il 17 del mese di Tammuz, che ricorda la prima breccia aperta nelle mura prima della seconda caduta di Gerusalemme, e tutto il periodo intermedio è segnato dal lutto, con regole un po’ diverse secondo le tradizioni. Perché raccontare questi riti? Perché anch’essi testimoniano del fortissimo legame storico del popolo ebraico con la sua capitale. Come molti altri: la promessa di ricordare la città che si fa ad ogni matrimonio, insieme alla rottura di un bicchiere (segno di lutto anch’esso); l’augurio alla conclusione della festa di Pesach, di celebrarla “l’anno prossimo a Gerusalemme”; la benedizione che fa parte della preghiera centrale della liturgia ebraica, l’Amidà,  ripetuta tutti i giorni tre volte al giorno in cui si chiede la ricostruzione di Gerusalemme e infinite altre preghiere, salmi, testi di riflessione. Il Talmud, per esempio, si apre col Trattato delle “Benedizioni”, che proprio all’inizio riporta la testimonianza di un  maestro talmudico che si reca a pregare “nelle rovine” di Gerusalemme e sente la voce del pianto di Dio per la sua distruzione, che pure Egli ha ordinato. E anche dopo la restaurazione del possesso ebraico su Gerusalemme il lutto si continua a portare, perché questo potere non è incontestato, è ancora a rischio e il Tempio resta distrutto. Così si è deciso alla fondazione dello stato di Israele e la grande vittoria del ’67, in cui finalmente gli ebrei hanno potuto tornare a casa, non ha modificato questa scelta.
Vale la pena di ripetere queste cose che sono ovvie per gli ebrei osservanti e certamente estranee a chi non appartiene alla cultura ebraica, a causa della bizzarra e pertinace negazione che il mondo arabo e in particolare le fazioni militanti palestinesi propagandano intorno a Gerusalemme: che cioè non vi sarebbe rapporto fra la città e il popolo ebraico, che non vi sarebbe stato un Tempio dove oggi sorgono le moschee, che la città sarebbe sempre stata musulmana, anche prima di Maometto. Ci vuole una grande faccia tosta per negare quel che si trova confermato in mille fonti, dall’archeologia agli scritti degli storici greci e romani, dalle lettere dei governanti dei paesi circostanti a quel che raccontano i Vangeli e gli Atti in ambito cristiano. Perfino il Corano dice che al popolo ebraico spetta quella terra. Ma Arafat e i suoi successori sanno bene e praticano costantemente quel che insegnava il ministro della propaganda nazista Göbbels: “Ripetete una bugia cento volte, mille volte, un milione di volte, ed essa diventa una verità”.
Dunque anche in questo caso bisogna ripetere anche le verità più ovvie per evitare che siano soppiantate da una bugia. Gli ebrei consapevoli ricordano Gerusalemme ogni giorno della loro vita, hanno un legame con essa che non è paragonabile neanche lontanamente a quello degli altri popoli per la loro capitale: chi oggi in Italia piangerebbe il sacco di Roma da parte dei Celti (390 a.C.), la caduta di Romolo Augustolo (476 d.C) o anche la terribile invasione dei lanzichenecchi del 1527? Negare questo legame è insensato, è come fondare una propaganda politica sulla piattezza della terra o sull’alchimia medievale. Ma gli arabi lo fanno, senza vergogna e senza pudore, anche i cosiddetti moderati. Questo dovrebbe far riflettere anche sulle altre loro pretese, sulla “narrativa” su cui fondano la loro identità. Perché se qualcuno, o qualche movimento non ha timore di dire che la Terra è piatta, o che gli ebrei non hanno rapporto con Gerusalemme, nessuna sua affermazione è credibile.

A tutti coloro che lo fanno, auguro un digiuno fruttuoso e pieno di riflessione e consapevolezza.

barbara