RESTANDO IN TEMA DI IMBECILLITUDINE

Ricorderete sicuramente che quando la stella di Gheddafi era ormai al tramonto, odiato da tutti, abbandonato da tutti, è improvvisamente saltata fuori la leggenda che sarebbe stato ebreo – cosa che, da quelle parti, è molto peggio che essere ladro, stupratore, assassino, e anche tutte e tre le cose insieme. A tirarla fuori, a dire la verità, era stata solo una signora israeliana che raccontava di una bisnonna in comune, che avrebbe abbandonato il marito ebreo per seguire lo sceicco arabo di cui si era innamorata (sceicco? Ma Gheddafi non era di modestissima famiglia beduina, nato in una tenda, talmente abituato a quel tipo di abitazione da preferirla alle abitazioni in muratura e portarsela dietro anche nelle visite di stato?). E pensa un po’: decenni sulla scena e mai nessuno aveva avuto sentore di questa sua ebreitudine, e nel momento in cui cade in disgrazia, improvvisamente salta fuori questa storia bizzarra e, incredibilmente, un sacco di gente se la beve, la pubblicano blog e siti e forum. Dimenticata l’immediata espulsione, subito dopo aver preso il potere, degli ultimi ebrei ancora rimasti in Libia, dimenticata la requisizione di tutti i loro beni, dimenticate le requisitorie contro Israele responsabile di tutti i mali e di tutte le guerre del mondo, evviva Gheddafi ebreo. Qualcosa del genere, se non ricordo male, era venuta fuori anche con Saddam Hussein. Ecco, adesso che il “male assoluto” di turno è l’ISIS, viene fuori questa cosa qua:
isis
che tu ti aspetti che chiunque sia dotato di mezzo neurone, ma anche un quarto, un ottavo, un sedicesimo, un trentaduesimo, reagisca con un pernacchio da fare impallidire quello di Eduardo al duca Alfonso Maria di Sant’Agata dei Fornari. E invece no, giù blog e pagine facebook a rivelare la strepitosa scoperta, raccomandando di diffonderla, perché “i giornali di sicuro non ve lo racconteranno” – tutti in mano alla famigerata lobby ebraica, as you know, quella che seguendo le direttive del primo Rothschild magistralmente spiegate nei Protocolli, adesso stanno organizzando il Nuovo Ordine Mondiale (quello talmente segreto che un miliardo di blog hanno pubblicato i loro “Dieci modi per dominare il mondo”) – ma per noi che siamo infinitamente più furbi dei furbissimi giudei, smascherarli è un giochetto da ragazzi, tzè! Smascheriamo e riveliamo, così come riveliamo che è dal 1931 che è stata scoperta la VERA causa del cancro ma non ve la vogliono dire, così come riveliamo quello che il 90% di voi ignora (che sondaggi precisi, cazzarola!) ossia che l’acqua ossigenata è praticamente la panacea di tutti i mali, raccomandata soprattutto per usi orali (giuro che non me la sto inventando: sta girando in un bordello di blog e pagine FB, con la viva raccomandazione di diffondere perché, appunto, il 90% di voi lo ignora, e dopo che avrà fatto il giro dell’orbe terracqueo, continuerete a leggere che voi ignoranti siete ancora il 90%, fatevene una ragione), e i vaccini che provocano l’autismo e guai a dimenticarsi le scie chimiche. E in mezzo a tutto questo bordello ti casca l’occhio su un post intitolato “Dubbi sulla vicenda del giornalista americano”. Si parla della decapitazione di James Foley, naturalmente, e tu ti chiedi: dubbi da parte di chi? Qualche servizio segreto? Controspionaggio? No, niente, è il titolare del blog che vedendo il video della decapitazione, così, a naso, ha l’impressione che non sia autentico, che ci sia qualcosa di stonato, che qualcuno sicuramente è stato decapitato ma va’ a sapere chi sarà in realtà. E qui mi sa che non basta neppure il pernacchio di cui sopra.
Quanto a quelli dell’ISIS, comunque, ma quali cattivi? Quali feroci? Quali spietati? Ma se li avevano anche avvertiti prima, li avevano!

barbara

AGGIORNAMENTO SULLA BUFALA DELL’ACQUA OSSIGENATA: qui.

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DUE DIRITTI?

Lo spunto più diretto – anche se non l’unico – per questo post mi viene da una brutta “lettera” che sta girando molto in questi giorni.  Si intitola “NON HAI CAPITO UN C…o, Allora te lo spiego”. Chi mi conosce sa che il turpiloquio non mi è alieno, ma ci sono circostanze in cui mi appare di cattivo gusto; questa è una di queste circostanze. E, come si vedrà fra un momento, oltre che di cattivo gusto è anche del tutto incongruente col testo della “lettera” La “destinataria”, spiega, è una che “ha confessato di aver avuto in passato simpatia per la causa palestinese ma oggi appare pentita, si dichiara confusa circa la situazione medio-orientale e mi chiede di esporre con semplicità i termini del problema”. Ora, se prima era filo palestinese e poi si è pentita, ciò dovrebbe significare che è venuta a sapere un po’ di cose che le hanno fatto capire che la situazione non è quella che credeva lei, quindi casomai è una che ha bisogno di approfondimenti per chiarire quello che ancora le manca, non certo una che ha bisogno che le si espongano con semplicità i termini del problema. E quindi io mi chiedo: se questo signore aveva voglia di dire due parole su Israele, non poteva inventarsi un pretesto un po’ più credibile? Passando al testo di questa “lettera”, scritta oltretutto decisamente male da tutti i punti di vista, confusa e anche piuttosto sciatta, non intendo prenderne in esame tutto il contenuto bensì un’unica frase, quella che ha dato il titolo a questo post: “il vero problema attuale è che non esiste un diritto da una parte e un torto dall’altra ma due diritti egualmente validi”. Davvero sono in gioco due diritti “ugualmente validi”? Proviamo a vedere quali sono le richieste delle due parti.
Una parte chiede il diritto di vivere in pace e in sicurezza in un pezzetto di terra (per oltre la metà desertico) che è il 60% del 22%, ossia circa il 13% della terra che le era stata promessa nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, impegno ripreso dalla Società delle Nazioni alla Conferenza di Sanremo il 24 aprile 1920, confermato dal Consiglio della Lega delle Nazioni il 24 luglio 1922 e diventato operativo nel settembre 1923. Qualcuno chiede: con quale diritto? Risposta: con quello che da che mondo è mondo compete a chi vince le guerre (tranne quando il vincitore si chiama “Israele” e lo sconfitto “Paese arabo a scelta” o “palestinesi”): l’impero ottomano e l’impero asburgico, dopo avere voluto la guerra e non essere stati in grado di vincerla, si sono dissolti, e le potenze vincitrici se ne sono spartite le spoglie e ne hanno fatto ciò che hanno voluto. Dite che è ingiusto? Può darsi, però in questo caso dovete essere coerenti e contestare la legittimità dell’esistenza o dei confini di tutti o quasi gli stati del pianeta, a cominciare dalla Giordania, inventata dal nulla e fabbricata a tavolino per far piacere a un amico degli inglesi (estraneo al territorio), su terra rubata agli ebrei (il 78% di quella assegnata loro, per la precisione) – e diventata istantaneamente judenrein, perché tutti gli ebrei che vi risiedevano ne sono stati immediatamente cacciati.
Dice: sì, ma quella era terra araba, ci stavano gli arabi. Momento. Lo sapete perché si chiamano arabi? Bravi, esatto: perché vengono dall’Arabia. Di tutto ciò che oggi chiamiamo il mondo arabo, gli stati arabi, le popolazioni arabe, ogni centimetro fuori della penisola araba è stato aggredito, invaso, occupato, arabizzato e islamizzato a suon di massacri, deportazioni, stupri etnici e conversioni forzate, con annientamento delle culture e quasi sempre cancellazione delle lingue originarie. Lo spiega molto bene Bat Ye’or nel suo magistrale e documentatissimo Il declino della cristianità sotto l’islam. E vi farebbe bene leggere anche questo e questo.
Dice: sì, ma in ogni caso quando hanno cominciato ad arrivare i primi pionieri ebrei lì c’erano gli arabi, e loro li hanno cacciati. Falso: è vero l’esatto contrario. Nei racconti di viaggio dell’epoca pre-sionistica possiamo leggere cose come queste: “Il paese è considerevolmente disabitato e perciò il suo più immediato bisogno è quello di una popolazione.” (British consul, 1857) “Non c’è un solo villaggio per tutta la sua estensione (valle di Jezreel) – non per 30 miglia in qualsiasi direzione… si può viaggiare per 10 miglia e non incontrare più di 10 esseri umani. Se cercate un perfetto stato di solitudine che vi renda mesti, venite in Galilea… Nazareth è desolata… Gerico giace in uno sgretolamento rovinoso… Betlemme e Betania nella loro povertà e umiliazione… inaccudite da anima vivente. Un paese desolato il cui terreno fertile è sufficientemente ricco, ma è dato interamente all’erbacce… una silenziosa e funerea estensione… una desolazione… Non abbiamo mai visto un essere umano sulla strada… raramente un albero o un cespuglio da qualche parte. Perfino gli ulivi e i cactus, quegli amici sicuri di un terreno incolto, hanno per lo più abbandonato il paese. La Palestina siede con sacchi su ceneri, desolata e brutta… (Mark Twain, The Innocents Abroad 1867) come potete vedere qui. E nel 1939, Winston Churchill osservò che “lungi dall’essere perseguitati, gli arabi si sono ammassati nel paese e si sono moltiplicati… ” Già. La leggenda narra che sono arrivati gli ebrei e hanno cacciato gli arabi, ma la Storia e i dati demografici dicono l’esatto contrario: dopo che sono arrivati i pionieri ebrei, grazie alle condizioni di vita che questi ultimi avevano cominciato a creare, sono arrivati gli arabi dagli stati circostanti, come viene spiegato, dati alla mano, in questo video

e come dimostra questa tabella.
nomi
Immagino vi sarà capitato di vedere quella serie di quattro cartine che mostrano il progressivo “furto di terra” da parte di Israele ai danni dei palestinesi cominciando, nella prima, con alcuni puntini bianchi in un mare verde che rappresentano le terre di proprietà ebraica, e il bianco che, nelle carte successive, si estende fino a eliminare il verde. Ebbene, quelle cartine sono delle colossali patacche: i puntini bianchi sono sì proprietà ebraica privata (interamente acquistata e pagata, per lo più da latifondisti ottomani residenti all’estero), ma il resto non è, come si vorrebbe far credere, proprietà privata palestinese, bensì, per la quasi totalità (90% circa), demanio: prima ottomano, poi del mandato britannico, e infine dello stato di Israele, come viene chiaramente spiegato qui.
Quindi, ricapitolando, quello che chiede una parte è di vivere in pace in quel pezzetto di terra in cui scavando si trovano tombe ebraiche antiche di migliaia di anni, in cui nel corso di due millenni non è mai venuta meno una presenza ebraica, i cui terreni sono stati acquistati e pagati, la cui legittimità è stata sancita da un organismo internazionale, la cui integrità è stata difesa in molte guerre subite, al costo di molti morti.
E l’altra parte che cosa chiede? Per quanto riguarda Hamas, l’obiettivo ultimo lo troviamo al capitolo 7 del suo statuto: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo” (qui). Quindi non solo, come è detto in altre parti, la lotta contro il sionismo, la cancellazione dello stato di Israele (e francamente fanno ridere – ridere per non piangere – quei gran soloni della politica che predicano che non si potrà fare questo e concedere quest’altro fino a quando Hamas non avrà cancellato dal suo statuto il proposito di distruggere Israele, quando questo è l’unico scopo per cui è stata creata), ma anche lo sterminio totale degli ebrei. E gli altri? I “moderati”? Quelli che possiamo ragionevolmente considerare “partner per la pace”? Diamo un’occhiata alla Costituzione di Al-Fatah.
Articolo (2) Il popolo palestinese ha un’identità indipendente. Essi sono l’unica autorità che decide il proprio destino e hanno completa sovranità su tutte le loro terre.
Articolo (3) La rivoluzione palestinese ha un ruolo guida nella liberazione della Palestina.
Articolo (4) La lotta palestinese è parte integrante della lotta mondiale contro il sionismo, colonialismo e imperialismo internazionale.
Articolo (5) La liberazione della Palestina è un obbligo nazionale che ha bisogno del supporto materiale e umano della Nazione Araba.
Articolo (6) Progetti, accordi e risoluzioni dell’Onu o di singoli soggetti che minino il diritto del popolo palestinese nella propria terra sono illegali e rifiutati.
Articolo (9) La liberazione della Palestina e la protezione dei suoi luoghi santi è un obbligo arabo religioso e umano.
Articolo (17) La rivoluzione armata pubblica è il metodo inevitabile per liberare la Palestina.
Articolo (19) La lotta armata è una strategia e non una tattica, e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nella lotta di liberazione e nello sradicamento dell’esistenza sionista, e la sua lotta non cesserà fino a quando lo stato sionista non sarà demolito e la Palestina completamente liberata. (Enfasi mia, qui, traduzione mia)

E torno alla domanda di partenza: siamo sicuri che siano davvero in gioco due diritti “ugualmente validi”? La distruzione dello stato di Israele e lo sterminio totale degli ebrei sono un diritto a cui siamo disposti a riconoscere validità?

barbara

OGGI AVRESTI COMPIUTO 70 ANNI

 e invece è più di un quarto di secolo che te ne sei andato.

(se la vuoi leggere, vai qui)

Poi bisogna assolutamente leggere questa

NEW YORK 1987

Lettera aperta al Colonnello Gheddafi letta a New York in occasione del 10′ Convegno Internazionale degli Ebrei di Libia

Ci sono paesi disamati dalla storia. Incapaci di offrire ai loro popoli, contro un misero presente, la consolazione di un glorioso passato. Incapaci perfino di trarre profitto dalle loro disgrazie, di trasformare gli oltraggi subiti in leggende esportabili. Paesi che, privi di un fiume per benedire le loro terre, di un eroe per difenderle, di un poeta per cantarle, sono affetti da anonimato cronico.
Il paese in cui son nato è fra questi. Prima che il suo nome fosse propulso nel cielo dei media, dai capricci congiunti del petrolio e di un tiranno, quest’immenso territorio non è stato, per 2.000 anni, che una fabbrica di dune. Uno zero, un’amnesia, un sacco di sabbia sventrato e disperso su 1.759.000 chilometri quadrati di mancanza d’ispirazione del Creatore, una sala d’aspetto immemorabile dove non ha mai degnato fermarsi il treno di un’epopea, un vuoto, soffocante e torrido che separava, come una punizione, l’Egitto della Tunisia. Oggi ancora, benché l’afflusso di petrodollari gli abbia permesso di passare dall’oscurità all’oscurantismo, questo paese resta, agli occhi del mondo, l’anticamera delle Piramidi, il retrobottega dei gelsomini. Culturalmente parlando: il parente povero dell’Islam.
Il Colonnello lo sa. Anzi ne è così conscio che dopo aver importato i migliori architetti d’Occidente per tracciare audaci prospettive in questo gigantesco piatto di couscous spazzato dai venti e centinaia di artigiani dall’Oriente per ornarne i volumi ancora freschi di bassorilievi, rosoni, mosaici e vetrate – ha tentato di appropriarsi della storia dei suoi vicini, con proposte di matrimonio di un’insistenza patetica, generalmente rifiutate, o seguite da immediati divorzi.
Arrenditi all’evidenza, Colonnello. Né la tua bella faccia da antagonista, né il pennacchio dei tuoi pozzi, né le scie dei tuoi “mirage” in cieli non tuoi, né il tuo vivaio di terroristi riescono a trattenere a lungo l’attenzione del nostro mondo distratto. Una forza centrifuga maledetta fa svaporare il beneficio dei tuoi misfatti, come l’acqua dei tuoi “wadi”, impedendo alla tua periferia di trasformarsi in centro. Malgrado i tuoi sforzi, questo paese resta senza viso, come i tuoi sicari, e senza voce, come in passato.
A volte, quando il tuo sorriso gallonato mi sorprende, appeso ad un’edicola, mi congratulo con te, da lontano, per aver saputo una volta ancora risorgere dal sabbioso oblio al quale ti condanna il destino. E, forse per smussare il tuo perforante sguardo, o l’interminabile diga dei tuoi denti, mentre mi compro con 2.000 lire la tua testa da adulto, ti immagino bambino, sì, m’invento nostalgie da fratello maggiore e ti vedo, lupacchiotto di quattordici anni, disteso, la sera nella tua stanzetta, con l’orecchio al transistor, che ascolti esaltato la voce di Nasser, il cui carisma saturato ti arrivava dal Cairo, e ti sento esclamare, fra due incitazioni del Rais alla guerra santa “anch’io, un giorno, come lui!”
Il tuo sogno: aggiungere un nuovo capitolo, a tuo nome, nel Grande Libro dell’Islam. Ma Allah è grande, caro cugino, e nella sua immensa saggezza, deve aver deciso che era meglio riservare al tuo paese, che fu un tempo il mio, il ruolo esaltante di “antiporta”, cioè la pagina bianca che precede il testo, e che tale resta, se una dedica non viene ad abitarla
L’unico inconveniente è che tutte le popolazioni che vi hanno vissuto, nei secoli, hanno subito lo stesso destino di “cancellazione”. Cominciando dalle minoranze etniche o religiose, berbere, cristiane ed ebraiche, che chiamaste “dhimmi”, cioè cittadini “protetti”. Delicato eufemismo per dire ostaggi in attesa di conversione. Essere l’oppresso di un potente offre a volte vantaggi culturali: catene d’oro, tempo per piangere, ecc. Essere l’oppresso di un oppresso, nessuno. Ebrei di un paese senza luce, fummo gli ebrei più spenti del Mediterraneo.
Privi di quel prestigio di riflesso di cui godono, di solito, i domestici dei grandi Principi, e di cui godettero, almeno una volta durante il loro esilio, tutte le altre comunità. La nostra storia fu così negata, sepolta, per tanti secoli, che senza il libro dello storico Renzo De Felice, Ebrei in un paese arabo, un libro splendido, voluto con tenacia quasi mistica da un fratello della nostra comunità, di questa non resterebbe più, oggi, traccia, né, domani, ricordo. Infatti, dopo aver assaggiato come tutte le consorelle un menù di umiliazioni di una varietà squisita: massacro alla romana, alla mussulmana, alla spagnola, segregazione alla maltese, all’ottomana, leggi razziali nazi-fasciste, e per finire, pogrom post-bellici, compiuti dai nostri fratelli arabi sotto l’occhio dei nostri tanto attesi liberatori britannici, la mia comunità fu pregata di lasciare il paese l’indomani della Guerra dei sei giorni, meno i suoi morti, trattenuti per portare il loro contributo alla Rivoluzione, mediante ossa e lapidi le quali, debitamente frantumate dai bulldozer, sono servite da base a un’importantissima autostrada costruita d’urgenza per collegare il nulla al nulla, e a due giganteschi alberghi per un turismo tuttora inesistente. Così, io, Ebreo senza più radici né memoria, ho aperto il libro ed ho scoperto

  • che la nostra presenza in Libia risaliva a più di 2.170 anni;
  • che precedeva quindi non solo l’invasione araba, ma anche quella romana;
  • che, bellicosi e fedeli al nostro Dio, contro l’esercito romano ci eravamo sollevati, appena avuta notizia della caduta del tempio di Gerusalemme;
  • che quella sommossa ci era valsa decine di migliaia di vittime, ma anche una lapide in latino che riferisce il fatto, e senza la quale non sapremmo che fummo una così antica e coraggiosa comunità

Ma questa è storia, dicevo girando le pagine, storia che fonda la mia legittimità, ma non basta, io voglio di più, io… io non sapevo cosa volessi, ma lo trovai. A pagina 41.
Un censimento della popolazione ebraica di Tripoli.
Il primo della nostra storia. Effettuato da Giuseppe Toledano, capo della comunità, nel 1861, e miracolosamente scampato ai falò del Colonnello. E cominciarono a sfilare sotto i miei occhi, debitamente numerati:

  • 1 Rabbino capo
  • 17 Rabbini
  • 11 Studenti, e poi tornitori, droghieri, tavernieri, sterratori, sarti, macellai, scrivani, chiromanti, levatrici, facchini, donne e bambine, malati e mendicanti, in tutto: 4.500 abitanti.

Che il professar De Felice sia ringraziato per questo documento. Avevo finalmente sotto gli occhi la prova, inconfutabile che gente del mio sangue era effettivamente vissuta, lì, fra le dune e il mare, colmando, di generazione in generazione, la mitica voragine che separava nostro padre Abramo da mio nonno, Abramo anche lui. Certo non erano i poeti matematici filosofi e medici che fiorivano i giardini della Spagna mussulmana, e curavano i mal di testa dei califfi illuminati, ma era pur sempre la mia famiglia, o perlomeno il perimetro sociale entro il quale senza dubbio alcuno, si era mossa. Mi misi dunque a trascrivere questa lista a mano, sicuro che uno dei miei sarebbe passato, presto o tardi, sotto la mia penna. E questo modesto rito bastò a far sì che il vapore dei ricordi si condensasse dietro ai miei occhiali, che si mettesse a piovere, a distanza, su quella striscia di asfalto dove i miei morti giacevano prigionieri, che questa scoppiasse, che un albero ne uscisse, coronato di foglie, popolato di uccelli.
Il mio albero genealogico, per approssimazione.
Chi potrà più dire l’odore delle pelli e la loro lucentezza, ai tempi in cui il sapone si chiamava olio di mandorle? La magrezza indiana dei bambini, il carbone dei loro sguardi, quel modo così arabo di essere ebrei che avevano gli ebrei di Trablous. Donne prosperose o gracili, vestite di sete rigate, cangianti, la vita cinta in quadroni d’argento, le teste avvolte nei foulards i quali, scivolando cento volte al giorno sulle loro spalle, scoprivano capigliature corvine o rosso hanna, e ondulate come il mare visto dai terrazzi Odore di cammun, di felfel, di atar e gelsomino, fiori e febbri, spezie e sudori, correnti d’aria fritta o di orina nei cortiletti di quel dedalo scalcinato che era la Hara, il nostro ghetto [Hara, in arabo, significa merda, ndb]. E i turbini di mosche intorno agli occhi degli asini fatalisti, la polvere di loukhoum sul naso dei bambini buoni, e i capretti appesi nei giorni di mercato, le montagne di cipolle viola, di datteri lucenti, di peperoni dai colori fluorescenti; e i polli che venivano comprati vivi, e portati via tenuti dalle zampe, come mazzi di fiori, per essere uccisi in casa, secondo le regole, in fondo ai giardinetti miseri, – due gerani, un ramoscello di menta, un oleandro, la cui acida linfa, ad ogni fiore colto, vi si attaccava alle dita
Chi potrà più raccontare la severità, la misericordia, dei nostri vecchi barbuti, in turbante, Fez, Bertila o Arrakyia, secondo l’epoca, dottori della legge dalle mani nodose, dalle unghie di corno, dalla pelle scavata dal tempo, ceppi della fede giudaica ancorati, loro malgrado, in questa terra tanto più amata e tanto più esiliante che somigliava troppo alla patria perduta: come una lacrima a una goccia di pioggia.
Divina monotonia del cielo azzurro; stesse palme trionfali cariche di munizioni d’oro, stessi tramonti rapidi, che insanguinavano di sole morente i talleth dei nostri padri, riuniti a dieci per la preghiera della sera, sui balconi; stesse notti crivellate di stelle, stelle così vicine che il canto dei grilli sembrava la loro voce; notti di rugiada, che facevano gonfiare i cocomeri a scatti, imitando il gracidare dei ranocchi; albe di madreperla che li vedevano già in piedi, i nostri vecchi, con gli occhi di uva passa, a volte di uva verde, volti a Gerusalemme, per rendere grazie al Signore di questo nuovo giorno, che autorizzava loro a sperarne un altro e un altro ancora fino al giorno tanto atteso del ritorno alla Terra promessa; sposando, giudicando, benedicendo e morendo in quell’attesa, – mai completamente però, perché i loro figli, messi al mondo in quantità prodigiose (se non sono io, saranno loro, se sono tanti, uno vivrà, se sopravvive avrà dei figli e dagli occhi di uno di loro, finalmente, vedrò il muro. Paradossalmente, questa razza di individualisti non si considera come alberi di una foresta, ma come foglie di un medesimo albero, e, precisamente, la palma: ogni foglia è figlia e madre del tronco, ed è grazie a quelle che muoiono che l’albero cresce) perché i loro figli, dicevo, messi al mondo in quantità prodigiose, davano loro il cambio, prendevano cioè lo scialle e il Libro e si mettevano a vivere, pregare, procreare e morire a loro volta in attesa della partenza. Ma di cosa si lamenta? Dirà il Colonnello sotto la sua tenda. Voleva partire, l’abbiamo lasciato partire. Certo, ci hai perfino incoraggiati a farlo, spogliando i pochi pazzi, ancora attaccati alla loro terra, dei loro beni e dei loro diritti. Ma stai tranquillo, non è per nostalgia che ti scrivo. Non faccio parte di quei poveri infelici che per rivivere la loro infanzia tripolina vanno a passare le vacanze a Tunisi. Perché se c’è qualcosa che rifiuto di assumere, è proprio la catastrofica illusione della somiglianza, cioè, quella distanza, infima eppur vertiginosa, che separa la lacrima dalla goccia di pioggia, esattamente come quando, perduto in un souk, cerchi tua madre, la vedi, urli il suo nome, si gira e non è lei. lo, quando la chiamo, si gira ed è sempre lei: Gerusalemme, e quando voglio, ci vado.
Se ti scrivo, è per dirti che la nostra comunità è viva, che cresce e prospera, che si è rifatta, hamdullah. Perché avendo perso tutto non aveva altra scelta se non avanzare. Noi siamo come le api, Colonnello, se il padrone del campo ci ruba il miele a Settembre, lo rifacciamo in fretta, prima dell’inverno, e se continuiamo a punzecchiarti con le nostre richieste di risarcimenti è meno per interesse che per dignità, per ricordarti il tuo debito ma soprattutto la tua perdita. Siamo produttori di beni, materiali e morali, lo siamo sempre stati e tu lo sai, perché il lavoro non ci fa paura, perché il lavoro per noi non è mai stato punizione, bensì espressione, anzi, benedizione. La prova, dopo un mese nei campi-profughi di Latina e Capua, i nostri hanno abbandonato le baracche e sono partiti in cerca di lavoro, e l’Italia, che dandoci rifugio e cittadinanza ha creduto di farci la carità, si è ben presto accorta di aver fatto un investimento. Tu invece, come tutti i governanti del nuovo mondo arabo, hai voluto lavar via gli ebrei dal tuo tessuto sociale. Ne hai corroso le fibre: commercio, artigianato, agricoltura, professioni liberali, tutto si è dissolto, è volato via come sabbia nel Ghibli e tutta l’esperienza che comprate all’Occidente non potrà sostituire l’esperienza antica che avevamo noi di voi, noi, la cui vocazione è stata, da sempre, la comunicazione: fra gli esseri, i gruppi, le etnie, le discipline, i principi, gli stati, le civiltà. Vocazione che fu indispensabile alla grandezza dell’islam, dell’impero russo, di quello ottomano, della Germania prenazista, e che avrebbe potuto fare la tua, se tu l’avessi voluto. Pensa, cugino, era nato perfino un trovatore su questo pezzo d’inferno che governi. Con l’amore inspiegabile, quasi perverso degli ebrei per le terre matrigne che li hanno adottati, avrebbe potuto fabbricare ali ai tuoi re, ai tuoi eroi, ai tuoi santi e martiri per mandarli a dire al mondo che il tuo paese esiste. Avrebbe potuto cantarlo, il tuo deserto, con parole che avrebbero fatto cadere in petali questa rosa delle sabbie che hai al posto del cuore.
Ma Allah, che è grande e vede lontano, ha voluto, per tua mano, farci partire, affinché io andassi a cantare i miei canti sotto altri cieli, e che la tua nazione potesse proseguire, come in passato, il suo esaltante compito: essere la pagina vuota del Grande Libro dell’Islam.

Shalom ve Salam

Herbert Avraham Haggiag Pagani

E infine la Lettera ai fratelli, ultimo suo atto pubblico prima della morte.

barbara

MI STUPISCO DEL LORO STUPORE

Mi riferisco all’uscita di Berlusconi. E alla presa di posizione più o meno unanime contro le sue vergognose affermazioni. Ma, io mi chiedo, davvero qualcuno riesce ancora a sorprendersi  di quello che esce dalla bocca di quest’uomo? (Sì vabbè, uomo, insomma…) Stiamo parlando – limitandoci al tema in questione e tralasciando la sconfinata mole di ciò che ha detto e fatto in innumerevoli altri campi – dell’individuo che ha devotamente baciato le mani a uno dei peggiori nemici di Israele, che ha reso il proprio Paese completamente judenrein.

Stiamo parlando dell’individuo che si diletta a intrattenere il proprio pubblico raccontando immonde barzellette antisemite. Stiamo parlando dell’individuo che dopo essere stato in Israele ha fatto visita ad Abu Mazen rispondendo alle sue domande come solo un colossale coglione può fare. Stiamo parlando dell’individuo che all’Europarlamento si è esibito in quella squallida, ignobile sceneggiata del kapò.

E ci vogliamo meravigliare se adesso se ne esce a riabilitare Mussolini? Ma per piacere!

barbara

BIG BEN HA DETTO STOP

La storia la conosciamo: ventiquattro anni fa ha procurato il disastro di Lockerbie,
che ha causato 270 vittime,


e per questo era stato condannato all’ergastolo in Inghilterra. Poi un bel giorno il governo britannico si è scoperto una insospettabile vena umanitaria e lo ha liberato perché era malato terminale di cancro e gli restavano non più di tre mesi di vita. Ed è tornato a casa.

                                    
Un loschissimo e malignissimo figuro ha osato in quei giorni insinuare che magari di mesi invece gliene potessero restare sei, e anch’io, altrettanto loschissima e malignissima, avevo manifestato qualche crudelissimo dubbio sulla sua reale infindivitità. Beh, ci sbagliavamo entrambi: di mesi, dopo l’umanitaria liberazione, ne ha vissuti esattamente trentatre (forse avrà pregato quel famoso profeta musulmano, come si chiama, ah sì, san Gennaro).
Ma oggi, se D.o vuole, finalmente è crepato.

barbara