L’AMORE PAZIENTE

Ogni autore ha un suo tratto caratteristico, una sua specialità: Gian Antonio Stella quella di aprirti ogni volta un mondo nuovo, Bat Ye’or di farti scoprire ciò che non avevi neppure sospettato, Carlos Ruiz Zafón di tenerti inchiodato finché non arrivi all’ultima pagina, Ida Magli di sproloquiare a vanvera su cose di cui non sa assolutamente niente, Silvana De Mari di incantarti… La specialità di Anne Tyler è quella di scrivere libri belli (il migliore di tutti, forse, Per puro caso), delicati e garbati, apparentemente semplici e tuttavia ricchi di vita osservata in tutti i suoi aspetti, e di saggezza, e di inventiva. Lo è anche questo (anche se non si capisce per quale strana perversione il più adeguato Celestial Navigation dell’originale si trasformi in questo amore paziente che è davvero molto ma molto tirato per i capelli. Vabbè). Anche questo, dicevo, è un libro bello, delicato e garbato, con le diverse vite che si snodano e avanzano e poi cambiano percorso e prendono strade strane e inaspettate e a volte vanno dove si vuol farle andare e a volte vanno dove davvero non avresti mai voluto, ma sempre narrando con delicatezza.
Poi arrivi all’ultima pagina e ti rendi conto che in realtà è un libro tremendo. Ma anche questo, effettivamente, succede nel mondo reale.

Anne Tyler, L’amore paziente, Guanda
l'amore paziente
barbara

CARMINE PASCIÀ (CHE NACQUE BUTTERO E MORÌ BEDUINO)

Tre anni dopo, il fante Carmine Iorio era ancora lì. A chiedersi quanto tempo ancora sarebbe passato prima che il regio esercito italiano, che non gli aveva mai dato una licenza («Mai, signor tenente!») per tornare da sua madre e da Lorenzina, lo liberasse finalmente dal giogo che lo teneva schiavo «come il bove è schiavo dell’aratro». A domandarsi che senso c’era a stare lì, dopo avere amaramente scoperto che la Libia era sabbia, sabbia, sabbia. E non era affatto «la terra promessa» con «mezzo milione di chilometri quadrati coltivabili» e «grano che matura tre o quattro volte l’anno».
Se lo ricordava bene, il giorno in cui a Verona il sergente Gagliasso, un acceso nazionalista cuneese, aveva tirato fuori di tasca un giornale ritagliato: «Sentite cosa scrive il grande Giuseppe Bevione. Sentite cosa scrive, della Libia: “Ho veduto gelsi grandi come faggi, ulivi più colossali che le querce. L’erba medica può essere tagliata dodici volte all’anno. Gli alberi da frutta prendono uno sviluppo spettacoloso. Il grano e la meliga danno, negli anni medi, tre o quattro volte il raccolto dei migliori terreni d’Europa coltivati razionalmente. L’orzo è il migliore che si conosca ed è accaparrato dall’Inghilterra per la sua birra. Il bestiame prospera, e anche nello spaventoso abbandono odierno, è esportato a centinaia di migliaia di capi per Malta e l’Egitto. La vigna dà grappoli di due o tre chili l’uno. I poponi crescono a grandezze incredibili, a venti e trenta chili per frutto. I datteri sono i più dolci e opimi che l’Africa produca!”. Oh, dico, lo scrive Bevione! Mica uno qualsiasi! Bevione! Della “Stampa” di Torino! Che penna! Che penna!».

È un gioiello, come tutto ciò che esce dalle mani di Gian Antonio Stella, siano saggi storici o denunce degli immani sprechi della pubblica amministrazione, critiche ai politici (sia di destra che di sinistra: Stella non guarda in faccia nessuno, quando c’è da tirar bastonate) o articoli,  romanzi o racconti. Questa di “Carmine Pascià” è la storia vera, leggermente romanzata ma rigorosamente documentata, di Carmine Iorio,
??????????????????????????????????
buttero analfabeta del profondo Sud, mandato a conquistare la Libia per la gloria dell’Italia, una vita semplice travolta e stravolta da una politica di cui niente sapeva e niente capiva. E se non lo avete letto, secondo me dovreste provvedere. Sul serio.
Post scriptum: anch’io, se fossi stata lì a quel tempo, sarei stata dalla parte di Omar al-Mukhtar.
carmine-pascia
Gian Antonio Stella, Carmine Pascià (che nacque buttero e morì beduino), Rizzoli

barbara