L’ASSASSINO E I SUOI COMPLICI

Una volta in Cina – così come in Unione Sovietica e in tutto quel paradiso in terra che è il mondo comunista – si usavano le sedute di autocritica, in cui per mostrare la propria buona volontà, il proprio attaccamento al partito e al Suo Sovrano, la propria consapevolezza di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato – anche se ciò che è sbagliato oggi è, orwellianamente, ciò che era giusto ieri, ci si autoaccusava di ogni sorta di nefandezze (dall’essersi distratti per ben sei secondi e mezzo dal lavoro all’avere distolto la mente per due secondi e un quarto dalla bellezza del partito); naturalmente questo riguardava il popolo, ancora e sempre troppo impregnato di spirito borghese, ma non certo i capi. E siccome è bene conservare fedelmente le tradizioni, anche oggi i capi si guardano bene dal fare autocritica. E tanto più se ne guardano quanto più grandi sono i crimini.
risposta Cina
E passiamo ai complici.

Dalla promozione del modello Cina all’esclusione di Taiwan, l’Oms si presta al gioco del regime di Pechino

Le misure di Taipei avrebbero potuto rappresentare un esempio da seguire contro il coronavirus, ma – per ragioni politiche – l’esperienza taiwanese è stata semplicemente ignorata dai vertici dell’OMS, impegnati invece a elogiare pubblicamente le strategie di risposta della Cina comunista

Mentre oltre un terzo della popolazione mondiale è costretto a una quarantena indefinita e un centinaio di Paesi è alle prese con una delle più gravi crisi della storia contemporanea, per Pechino l’emergenza coronavirus è già da qualche settimana un questione principalmente politica. L’offensiva propagandistica cinese svela giorno dopo giorno tutte le sue sfaccettature, dalle campagne di disinformazione a livello globale sulle responsabilità e i meriti del governo, ai numeri dell’epidemia domestica, alle forniture di macchinari e materiale medico camuffate da assistenza umanitaria. In questa strategia volta a promuovere l’influenza del Partito Comunista Cinese al di fuori dei confini nazionali, i gerarchi di Zhongnanhai possono contare su un alleato di prim’ordine, nientemeno che l’agenzia delle Nazioni Unite incaricata della protezione della salute pubblica nel pianeta.
Che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stesse prestandosi a un gioco poco trasparente era già emerso dalla conferenza stampa tenutasi il 24 febbraio scorso a Pechino, in cui uno dei suoi direttori esecutivi, il canadese Bruce Aylward, aveva esplicitamente lodato le misure adottate dalla Cina, invitando gli altri stati a prendere esempio dai “metodi vecchio stampo” del regime. Più che una valutazione scientifica, una vera e propria adesione ideologica al cosiddetto modello politico cinese che avrebbe trovato un’eco favorevole in Europa nel corso delle settimane successive. Ma Aylward è stato protagonista pochi giorni fa di un episodio ancora più emblematico dell’influenza cinese sull’organizzazione che rappresenta. Nel corso di un’intervista rilasciata a un programma televisivo di Hong Kong, interpellato dalla giornalista sulla possibilità di una riammissione di Taiwan nell’OMS, il canadese si è rifugiato in un imbarazzato silenzio, prima fingendo di non aver sentito la domanda e poi, incalzato, interrompendo la comunicazione via webcam. Richiamato dalla trasmissione, Aylward ha bruscamente congedato l’intervistatrice affermando di “aver già parlato della Cina“. Quest’ultima affermazione è specialmente significativa, in quanto riflette esattamente la politica ufficiale cinese, secondo cui Taiwan altro non è che una “provincia ribelle” appartenente alla Repubblica Popolare. Poche ore dopo l’intervista, curiosamente, il profilo di Aylward è stato rimosso dalla pagina web del comitato esecutivo dell’OMS.
Il caso Taiwan è tornato alla ribalta di recente in seguito ad alcune dichiarazioni del governo di Taipei, secondo cui i funzionari del Ministero della sanità dell’isola informarono l’OMS già a fine dicembre che il virus era trasmissibile tra persone. Nessuno fece caso a quell’avviso né si presero misure profilattiche al riguardo. Solo venti giorni dopo la Cina confermò la possibilità del contagio umano e da quel momento l’informazione fu condivisa con gli altri Paesi. E solo il 30 gennaio, per l’eccessivo riguardo nei confronti delle preoccupazioni cinesi, come ricostruito dal Wall Street Journal, l’OMS si decise a dichiarare l’emergenza sanitaria globale. L’esclusione di Taiwan dagli organismi internazionali è una condizione stringente imposta da Pechino: dal 2016 non può neppure partecipare alla riunione consultiva annuale dell’OMS o agli incontri tecnici tra specialisti e l’accesso a una gran mole di informazioni rilasciate dall’organizzazione le è preclusa. Già nel maggio 2019, il ministro degli esteri taiwanese, Joseph Wu, denunciava che il veto cinese, oltre ad essere moralmente ingiustificato, lasciava il Paese in condizioni di oggettiva inferiorità in materia di prevenzione di eventuali pandemie e, soprattutto, impediva la condivisione delle conoscenze e dell’esperienza degli operatori sanitari dell’isola con la comunità internazionale. Quest’ultimo aspetto si rivela particolarmente drammatico in piena espansione della pandemia originatasi a Wuhan, tenendo conto degli eccellenti risultati ottenuti da Taiwan nel suo contenimento. Grazie a una serie di interventi tempestivi e mirati, il contagio si è limitato a 67 casi e un solo decesso, nonostante la vicinanza geografica con l’epicentro dell’infezione: test a tutti i viaggiatori in entrata, chiusura immediata delle frontiere con la Cina, Hong Kong e Macao, ricerca attiva dei nuovi casi, quarantena dei sospetti, applicazioni informatiche per l’identificazione volontaria dei pazienti. Le misure descritte avrebbero potuto rappresentare un esempio da seguire in contesti simili, soprattutto nella fase iniziale dell’espansione del virus, ma – per ragioni politiche – l’esperienza taiwanese è stata semplicemente ignorata dai vertici dell’OMS, impegnati invece a elogiare pubblicamente le strategie di risposta della Cina comunista. Mentre Taiwan è di fatto oggi una zona libera dal virus, a livello economico e diplomatico continua a soffrire le conseguenze della sua assimilazione alla Cina continentale, dal momento che i suoi casi vengono ancora conteggiati insieme ai dati forniti da Pechino. Cinquanta milioni di persone passano ogni anno per Taiwan, uno dei principali hub di collegamento internazionali, ma l’OMS non comunica formalmente a Taipei informazioni aggiornate su questioni di salute pubblica, dovendo affidarsi le autorità locali alle comunicazioni filtrate dal regime cinese. Solo Stati Uniti, Giappone, Germania e Australia si sono espresse di recente a favore della riconsiderazione della situazione di Taiwan, anche se l’intervento più significativo al riguardo è arrivato dal ministro degli esteri della piccola isola caraibica di Saint Vincent and Grenadines (sic!), Luke Browne, che nel corso dell’ultima Assemblea Mondiale della Salute tenutasi a Ginevra l’anno scorso dichiarò davanti ai rappresentanti di tutti gli stati: “Non c’è nessuna ragione di principio per giustificare l’assenza di Taiwan, l’unico motivo è che il governo di Pechino non ne ammette la presenza“. Semplice, chiaro, e ovviamente destinato a cadere nel vuoto.
Se Pechino non vuole Taiwan, Taiwan per l’Organizzazione Mondiale della Sanità semplicemente non esiste. Il silenzio di Bruce Aylward davanti alla domanda della giornalista di Hong Kong è lo specchio dell’anima corrotta di un ente che, in linea con la tradizione Onu degli ultimi decenni, soccombe alle logiche dei regimi autoritari. Ma da cosa deriva la crescente influenza cinese sul massimo organismo mondiale a protezione della salute pubblica? Anche se come sempre le ragioni economiche hanno il loro peso, in realtà a contare sono in prevalenza fattori politici. Il budget dell’OMS negli ultimi anni dipende soprattutto dai contributi volontari dei suoi membri. Anche se quella degli Stati Uniti resta la quota principale, la Cina ha aumentato il suo apporto del 52 per cento nell’ultimo lustro. Ma il moltiplicatore in termini politici di questa partecipazione deriva dall’asserita percezione della Cina come partner di futuro rispetto a un progressivo disimpegno statunitense. Poco importa se quello che da più parti è indicato come il nuovo soft power cinese è in realtà è un’arma di ricatto decisiva in mano a Pechino. Infatti, se Bruce Aylward è un funzionario che può essere sacrificato all’occorrenza (forse è già successo), la voce della Cina dentro l’OMS è nientemeno che quella del suo direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus. Di nazionalità etiope, Paese con il quale Pechino intrattiene intense relazioni politiche e commerciali tanto da farne un tassello fondamentale della sua penetrazione in Africa, Tedros deve la sua elezione al vertice dell’organizzazione (2017) all’intervento cinese. Primo direttore generale senza background medico, sponsor dell’allora uomo forte dello Zimbabwe Mugabe come “ambasciatore di buona volontà” delle Nazioni Unite, pochi giorni dopo la vittoria sul suo contendente britannico dichiarò ai media statali cinesi che l’OMS avrebbe rispettato senza esitazioni la “One China policy” come principio cardine delle relazioni internazionali del Paese asiatico. Traduzione: Taiwan out.
Tre anni dopo il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il 28 gennaio, in piena epidemia cinese, Tedros incontrava nella capitale Xi Jinping. Alla fine della riunione elogiava il regime comunista per aver “creato un nuovo standard di controllo delle emergenze sanitarie” e i vertici del partito per la loro “trasparenza nella condivisione delle informazioni“. Ricordiamo che l’annuncio ufficiale sull’espansione del coronavirus da parte delle autorità cinesi risaliva solo a due settimane prima, dopo circa due mesi di silenzio a partire dai primi casi accertati. Il 20 febbraio, con l’Italia già presa in pieno e l’Europa in procinto di essere investita dal coronavirus, Tedros affermava che “la Cina ha comprato tempo per il bene del mondo intero” e criticava gli stati che imponevano restrizioni all’entrata di cittadini cinesi. “Abbraccia un cinese” in versione Onu. “Non bisogna politicizzare l’epidemia“, ammoniva mentre faceva politica a favore di una dittatura dove da settimane stavano sparendo le voci scomode che denunciavano insabbiamenti e ritardi. Perfino all’interno dell’OMS la voce dissenziente di John Mackenzie, membro del comitato esecutivo, segnalava che l’azione internazionale avrebbe preso una piega differente se non fosse stato per la “riprovevole opera di occultamento dell’estensione dell’epidemia” da parte della Cina. Ma Tedros da quell’orecchio non ci ha mai sentito troppo bene, tanto che ha atteso fino all’11 marzo, quando ufficialmente Xi Jinping dava per controllata l’emergenza, per dichiarare ufficialmente la pandemia. I suoi padrini non avrebbero consentito un simile sgarbo.
L’immenso costo umano ed economico della diffusione su scala globale del Covid-19 dovrà condurre all’accertamento delle responsabilità del regime che l’ha provocata e allo smascheramento delle connivenze e delle complicità di cui gode sullo scenario internazionale. In gioco non c’è solo il nostro stato di salute fisico ma anche quello delle democrazie liberali, che stanno pagando con migliaia di bare il prezzo della menzogna di stato.
Enzo Reale, 31 Mar 2020, qui.

Ma per fortuna, tra tanti yes-men, c’è anche chi dice no.

Trump all’attacco dell’Oms “Cina-centrica”: sospenderemo i fondi, sapevano ma non hanno avvertito

Su Atlantico Quotidiano, riprendendo una lunga e documentata analisi del Wall Street Journal, avevamo anticipato il tema già da metà febbraio: “Numeri di Pechino inaffidabili, sotto accusa finisce l’Oms”. In questi giorni i ritardi, le omissioni e gli errori dell’Organizzazione mondiale della sanità nella gestione della pandemia da coronavirus, e la sua deferenza verso Pechino, sono diventati motivo di attacchi da parte del governo degli Stati Uniti e di forti critiche anche in altri Paesi occidentali.
L’accusa principale che formulava già allora il WSJ era un ritardo di 7-10 giorni, dietro pressioni cinesi, nel dichiarare l’emergenza sanitaria globale: secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano, per aver dato “troppo peso alle preoccupazioni di Pechino che la decisione avrebbe danneggiato la sua economia e l’immagine della sua leadership”. Divisioni all’interno del suo Comitato per le emergenze avrebbero impedito che una decisione fosse assunta già nella riunione del 22 e 23 gennaio, subito dopo l’intervento pubblico di Xi Jinping del 20 gennaio. Proprio il 23, Pechino adottava il blocco delle prime tre città (Wuhan, Huanggang e Ezhou), circa 20 milioni di persone, ma secondo una fonte citata dal WSJ avrebbe fatto “pressioni” sul Comitato perché non dichiarasse l’emergenza globale.
Ed erano i giorni in cui il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus lodava le “straordinarie misure” adottate dal governo cinese per combattere il virus, definendole addirittura un “nuovo standard”, mentre ha invitava gli altri Paesi a non adottare restrizioni dei viaggi.
“Gli esperti di salute pubblica si chiedono se l’Oms non sia stata troppo deferente nei riguardi della Cina nella sua gestione del nuovo virus”, scriveva il WSJ.
Una settimana fa, con un lungo e dettagliato articolo di Enzo Reale siamo tornati sulle responsabilità dell’Oms, che dalla promozione del modello Cina all’esclusione di Taiwan si è prestata al gioco del regime di Pechino.
Ieri il durissimo attacco, prima via Twitter, del presidente americano Trump, che ha minacciato di congelare i fondi Usa all’organizzazione (116 milioni di dollari l’anno, ma nel 2017 i contributi Usa per specifici progetti hanno superato i 400 milioni), accusandola di aver sbagliato veramente tutto e di essere “sino-centrica”:
The WHO really blew it. For some reason, funded largely by the United States, yet very China centric. We will be giving that a good look. Fortunately I rejected their advice on keeping our borders open to China early on. Why did they give us such a faulty recommendation?
Per fortuna, ricorda Trump, “non ho seguito il loro consiglio di tenere aperti i nostri confini alla Cina all’inizio” [farebbero bene a ricordarlo, le scimmiette addestrate che continuano a ripetere che Trump e Johnson non hanno fatto niente contro l’epidemia: loro, a differenza di noi, i propri confini li hanno chiusi subito]. Quindi, una inquietante domanda: “Perché ci hanno dato una raccomandazione così errata?”. Soluzioni che “interferiscono inutilmente con i viaggi e il commercio internazionale”, le aveva bollate il direttore dell’Oms.
Durante la conferenza stampa di ieri sera il presidente Usa ha affondato il colpo: si sono sbagliati su molte cose, sospenderemo i finanziamenti all’Oms.
“Hanno sbagliato la decisione. Hanno mancato di avvertire. Avrebbero potuto avvertire mesi prima. Avrebbe dovuto sapere, e proabilmente sapevano, ma non hanno avvertito… Sospenderemo i soldi spesi per l’Oms”.
“Sembrano essere molto sino-centrici. Ed è un modo cortese di dirlo”.
Per poi precisare, “non sto dicendo che lo faremo, ma considereremo la fine del finanziamento”.
Ancora il 14 gennaio, quando a Pechino erano ben note caratteristiche e virulenza del Covid-19, un tragico tweet sull’account ufficiale dell’Oms: “Indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato prove evidenti di trasmissibilità da persona a persona del nuovo coronavirus identificato a Wuhan” (con bandierina cinese). Peccato che Taiwan avesse avvertito l’Oms della trasmissibilità umana del nuovo virus già il 31 dicembre – ma Taiwan non esiste per l’Oms, in ossequio al principio di “una sola Cina”. E peccato che un primo caso fosse stato confermato il giorno prima, il 13, in Thailandia (difficile che un pipistrello o un pangolino fossero arrivati fin laggiù).
“L’Oms deve una spiegazione al mondo sul perché hanno preso per buone le parole della Cina. Tante sofferenze sono state causate dalla cattiva gestione delle informazioni e dalla mancanza di responsabilità da parte dei cinesi”, ha twittato l’ex ambasciatore alle Nazioni Unite Nikki Haley.
L’Oms, è lecito chiedersi, ha partecipato attivamente al cover-up da parte di Pechino, o ne è stata anch’essa vittima? In nessuno dei due casi ne potrà uscire bene, ma la sensazione è che almeno negli Stati Uniti vogliano vederci chiaro.
Non solo la Casa Bianca, anche il Congresso è sul piede di guerra contro l’Oms. Sia individualmente sia attraverso delle risoluzioni, molti senatori e deputati, in larga parte Repubblicani, chiedono le dimissioni del direttore generale Tedros Ghebreyesus.
Ieri alla Camera dei rappresentanti alcuni deputati repubblicani hanno presentato una risoluzione in cui si chiede al Congresso di tagliare i fondi all’Oms finché il suo direttore generale non si dimetterà e finché non verrà istituita una commissione internazionale per indagare su come l’organizzazione si è comportata con la Cina durante la pandemia. “L’America è il maggior contributore dell’Oms. Non è giusto che i dollari guadagnati con fatica dei contribuenti americani siano usati per propagare le bugie del Partito comunista cinese”, ha tuonato il deputato Guy Reschenthaler.
Il mese scorso, un’altra risoluzione, presentata alla Camera e al Senato, in cui si chiedeva al direttore dell’Oms di ritrattare le sue “dichiarazioni di supporto altamente fuorvianti sulla risposta del governo della Repubblica popolare cinese”.
Il senatore della Florida Rick Scott la scorsa settimana ha proposto una commissione d’inchiesta del Congresso, non internazionale, sul “ruolo dell’Oms nell’aiutare la Cina comunista a coprire le informazioni riguardanti la minaccia del coronavirus“. “Devono essere ritenuti responsabili per il loro ruolo nel promuovere la disinformazione e aiutare la Cina comunista a insabbiare una pandemia globale”, ha dichiarato. “Sappiamo che la Cina comunista sta mentendo su quanti casi e morti hanno, cosa sapevano e quando l’hanno saputo – e l’Oms non si è mai preoccupata di indagare ulteriormente”.
“Il marciume all’Oms in realtà va oltre le effusioni con Pechino, ma questo è un buon punto di partenza”, è la chiosa all’iniziativa del senatore da parte del Wall Street Journal, in un editoriale dal titolo eloquente: “World Health Coronavirus Disinformation”.
Lunedì scorso infatti il quotidiano Usa è tornato ad attaccare l’Oms, accusandola di disinformazione, di aver danneggiato, con i suoi “inchini” a Pechino, la riposta globale alla pandemia, e invitando il Congresso Usa a indagare sulla sua performance contro il coronavirus, ipotizzando che la sua capacità di giudizio sia stata “corrotta dall’influenza politica della Cina”.
Impietosa la ricostruzione del WSJ, la stessa che già avete letto in più articoli su Atlantico, da fonti in gran parte cinesi.
L’inizio dell’epidemia in Cina, a Wuhan, probabilmente a novembre, l’esplosione a dicembre.
Il genoma del nuovo coronavirus sequenziato dai laboratori cinesi entro la fine di dicembre, secondo Caixin Global, ma arrivò l’ordine dall’alto dei funzionari del partito di distruggere i campioni e non pubblicare nulla.
Il 30 dicembre l’allarme del dottor Li Wenliang, per questo arrestato con alcuni suoi colleghi e poi morto ufficialmente di Covid-19.
L’allarme sulla trasmissibilità da persona a persona arrivato il 31 dicembre direttamente all’Oms dalle autorità di Taiwan, ma ancora dopo due settimane lo sciagurato tweet del 14 gennaio, di cui abbiamo parlato poco sopra. Passerà un’altra settimana prima che la trasmissibilità umana venga ufficializzata.
Quindi la riunione del comitato emergenze dell’Oms del 22-23 gennaio, in cui si discute se dichiarare l’emergenza sanitaria globale. Una decisione apparentemente facile, ma non se ne fa niente, per le obiezioni e le pressioni di Pechino.
La dichiarazione arriva il 30, dopo la visita di Ghebreyesus a Pechino e le sue lodi alla risposta cinese: “Bisogna complimentarsi con il governo cinese per le straordinarie misure che ha adottato. Non mi ha lasciato assolutamente alcun dubbio sull’impegno della Cina per la trasparenza”. Comico. In realtà, si erano perse almeno 3-4 settimane preziosissime, durante le quali gli altri Paesi avrebbero potuto iniziare ad adottare le necessarie misure. Secondo uno studio dell’Università di Southampton, i casi nel mondo sarebbero stati ridotti del 95 per cento se la Cina avesse agito per contenere il virus solo tre settimane prima.
Secondo il Wall Street Journal, “gran parte della colpa dei fallimenti dell’Oms ricade sul Dr. Tedros, che è un politico, non un medico”, e di cui il giornale ricorda i trascorsi politici come ministro degli esteri e della salute del governo autocratico etiope, come membro del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, di ispirazione marxista e socialista, nonché la sua proposta di nominare Mugabe ambasciatore dell’Oms.
Quindi, il WSJ chiede a Washington di riformare l’Oms, contrastando l’influenza cinese, o tagliarle i fondi.
“Di tutte le istituzioni internazionali, l’Oms dovrebbe essere quella meno politicizzata. La sua missione primaria è quella di coordinare gli sforzi internazionali contro le epidemie e fornire oneste linee guida di salute pubblica. Se invece è solamente una politicizzata Linea Maginot contro le pandemie, allora è più che inutile e non dovrebbe ricevere più finanziamenti dagli Stati Uniti”.
Un editoriale che Trump deve aver letto…
Una settimana fa aveva battuto un colpo anche l’intelligence Usa, facendo trapelare il contenuto di un rapporto riservato alla Casa Bianca secondo cui “la Cina ha nascosto la reale dimensione dell’epidemia di coronavirus, sottostimando deliberatamente sia il numero di casi di infezione rilevati che il numero dei decessi”. Senza poter fornire ulteriori dettagli, le fonti governative citate da Bloomberg hanno riferito che le conclusioni nel rapporto definiscono “falsi” i numeri forniti da Pechino.
Secondo i media britannici anche il primo ministro Boris Johnson sta ripensando ai legami tra Regno Unito e Cina alla luce della mancanza di trasparenza di Pechino sul coronavirus e, secondo fonti governative, Michael Gove, cancelliere del Ducato di Lancaster, avrebbe accusato la Cina di non aver condiviso dati accurati circa “la portata, la natura e la infettività” della malattia, anticipando che a Pechino verrà presentato il conto quando la pandemia sarà finita. Non escluso che il governo Johnson possa rivedere la sua decisione di consentire a Huawei di avere un ruolo nello sviluppo della rete 5G britannica.
La pandemia rischia di allontanare anche Cina e Russia (che è stata la prima a sigillare i suoi confini). Durante un meeting del presidente russo Putin con i suoi esperti, riferisce su Twitter Artyom Lukin (grazie a Luigi De Biase per la segnalazione), è emerso che Mosca ha ottenuto il suo primo campione biologico di Covid-19 dall’Australia, il 15 febbraio, non essendo riuscita ad assicurarsene dalla Cina.
Federico Punzi, 8 Apr 2020, qui.

E in quest’altro articolo, di Gian Micalessin, apprendiamo che

Per capire cosa intendeva dire l’inquilino della Casa Bianca bisogna tornare al maggio 2017 quando al Palazzo di Vetro si sceglie il nuovo direttore generale dell’Oms. Su indicazione della Cina 50 paesi africani totalmente allineati a Pechino votano per Tedros Adhanom Ghebreyesus, un ex-ministro della sanità e degli esteri etiope. Oltre a esser un microbiologo anziché un medico come tutti i suoi predecessori, Tedros Adhanom è anche sospettato d’aver insabbiato tre epidemie di colera scoppiate durante il suo mandato.

Se non fosse lo slogan di un famigerato gruppo terroristico, verrebbe voglia di riesumare il vecchio “Pagherete caro, pagherete tutto”. Spero comunque, con o senza slogan, che qualcuno faccia davvero pagare tutto a questi assassini.

PS: Qualche giorno fa un commentatore ha scritto:

Ancora un zic di sinofobia da 4 schèi (soldi) e chiedo la cittadinanza cinese, anche senza mangiare schifezze: o sono vegetariano. Ah, le identiche app le usa Israele.

Visto che qui di “sinofobia” ce n’è uno ziccone bello grosso, immagino che la Gloriosa Repubblica Popolare Cinese da oggi acquisterà uno schiavo in più, ben felice di esserlo, come tutti gli schiavi ideologici.

barbara

SEA-WATCH E DINTORNI ANCORA

Un po’ di cose raccattate in giro per la rete, con alcune riflessioni che condivido e che ritengo utili (è un po’ tanta roba, ma portate pazienza che domani vi faccio riposare, così se volete potete leggere anche a rate).

In arrivo a Lampedusa una carovana di parlamentari del Pd a difesa della SeaWatch.
Siamo su Scherzi a Parte…
Per certi politici l’Italia non ha leggi, non ha confini, non ha regole, non ha dignità.
Per loro vengono prima i clandestini?

Vengono prima i soldi che ricavano dai clandestini.

Questa storia è scandalosa. I naufraghi proprio non interessavano a nessuno. Questa deficiente li ha portati a spasso per due settimane solo per entrare in Italia (aveva tutte le possibilità del mondo, ma non le interessavano). E i politici di sinistra stanno dimostrando che le leggi le debbono rispettare solo i loro nemici…
Ah, a proposito:ho le palle piene di sentir chiamare “flussi migratori” queste buffonate. Il flusso migratorio che viola coscientemente le leggi (piacciano o meno) è un atto delinquenziale come tutti gli abusi. E siccome di delinquenti ne abbiamo a sufficienza, questa capitana andrebbe punita senza sconti. (qui)

Da Ornella, che di Africa ne ha vista un bel po’.

“Questa presunzione tutta razzista, provinciale e presuntuosa per la quale si possa vivere una vita dignitosa soltanto in Europa, e in Africa no, mi ha veramente stancata. Sotto la retorica dell’accoglienza spesso e volentieri si legge un disprezzo per l’Africa, generalizzato e superficiale, che fa venire i brividi. L’Africa ha più di 50 paesi, diversissimi, con ricchezze e bellezze uniche, culture meravigliose e nuove opportunità. C’è la povertà, ma non c’è solo quella. Prima di tutto, un po’ di rispetto, questo continente lo merita.” (qui)

CAPITANA vs CAPITANO (qualcuno mi ricorda perché il semipremier lombardo ha questo soprannome??). Tra una vertigine e l’altra ho cercato di buttare giù qualche riga, alle quali premetterei che sarebbe ora in questo disgraziato Paese di rispettarci un po’ di più l’un con l’altro, comprendendo tanto le motivazioni di chi propende all’accoglienza tanto quelle di chi invece ha le sue ragioni per negarla. Direi che un po’ di visione a lungo termine e l’attuazione di un sano “principio di precauzione” sarebbe utile a tutti.
Ciò premesso, direi che la Capitana (della nave) ha avuto in vita sua tante possibilità, indubbiamente è preparata, è plurilaureata e ha un curriculum come un papiro, ma questo non le dà alcun diritto di sentirsi al di sopra della legge, né di infrangere le leggi degli Stati altrui, men che meno interpretare a suo insindacabile giudizio il Diritto marittimo. Aggiungerei che costei non ha studiato – se lo avesse, qualche sacrosanto dubbio dovrebbe averlo – un po’ di antropologia e di “antropologia delle migrazioni”: chi le dice che lei possa spostare persone, con relativi usi e costumi, dove più le aggrada, e che i riceventi debbano sottostare alla SUA visione del mondo senza esprimere alcuna forma di resistenza? Lei e i suoi fan non si rendono conto che se anche nel Sud d’Italia si è arrivati a votare un Salvini, probabilmente gli elettori (che saranno beceri, ma ne hanno il diritto; di sicuro non sono stupidi) hanno avuto le loro ragioni. IO personalmente non li approvo, ma questo non mi rende cieco di fronte alle loro motivazioni. Qualcun altro, dall’alto delle sue lauree e dei suoi curriculum, è invece cieco, ma solo in determinate direzioni guarda caso.
E non ho toccato il più grave argomento: quanto questa emigrazione dall’Africa PEGGIORA le condizioni degli Stati e delle popolazioni locali?? Perché ricordiamoci: l’Africa è un continente in grandissima parte in pace; dove la crisi alimentare è stata abbondantemente superata (e chi veramente muore di fame non emigra); ed è in forte sviluppo economico… Certo non è l’Europa, ma chi si sta muovendo in questa emigrazione economica sta togliendo al suo continente, al suo Paese, alla sua gente la speranza di un miglioramento futuro.
Ora, se è vero che, a detta di qualcuno, è impossibile fermare le migrazioni e la storia lo dimostrerebbe (a dire la verità, la storia dimostra che non è affatto detto: tante migrazioni sono state bloccate o abbondantemente diluite), è anche vero che quasi mai le migrazioni sono state accettate supinamente, anzi più erano incontrollate più hanno scatenato conflitti anche sanguinosi.
Gianni Pellegrini, qui.


Franco Londei

Come sapete non sono un salvinista, non condivido nulla delle idee di questo personaggio, NULLA, ma mentiremmo a noi stessi se non ammettessimo che in questa vicenda della Sea-Watch c’è una sfida palese alle leggi di questo paese, che possono essere giuste o sbagliate, ma che fino a che ci sono vanno rispettate. Che poi Salvini ne approfitti per fare propaganda è un altro paio di maniche, ma la sinistra pretenda pure il rispetto dei Diritti dei migranti a bordo, pretenda qualsiasi cosa e qualsiasi intervento di salvaguardia di quei poveracci in mare da settimane, ma non faccia l’errore di pretendere una sorta di salvaguardia per gli operatori della ONG. Io quando stavo bene ho collaborato con diverse ONG e la prima cosa che si impara in questo mestiere e che, d’accordo o meno, si rispettano le leggi del paese dove si opera. Non esiste nel Diritto Internazionale ed umanitario una regola che ti permetta di bypassarle. (qui)

Fulvio Del Deo

Parole come “umanità” e “accoglienza” non hanno nulla a che vedere con lo sporco traffico umano che questi nuovi negrieri stanno compiendo. Questo gioco criminale sta estirpando giovani dalla loro terra e li sta portando qui a vivere un’esperienza di vuoto ed emarginazione, di giornate caratterizzate dal nulla assoluto, di attese interminabili che renderanno piacevole perfino “essere liberi” di essere assunti per chiedere l’elemosina agli angoli delle strade e fuori ai supermercati, mettendo a posto i carrelli in cambio di qualche spicciolo.
Nella foto vedo solo uomini, giovani e forti (qui; cliccare sulla foto per ingrandire)
seawatch

Fulvio Del Deo

Nella generazione dei suoi nonni, anche loro bianchi e ricchi come lei, si sono dedicati allo spostamento di persone, via dalle loro case per eliminarle dal paese.
Adesso lei, insieme alla generazione dei suoi coetanei, continua a spostare persone, e le allontana dalle loro case per scaricarle in un paese da danneggiare. (qui)

Il fine dei pirati è demolire gli stati

Gian Micalessin

Adesso Sea Watch ha calato la maschera e issato la sua vera bandiera. Quella della pirateria umanitaria.
Una pirateria che, al pari delle navi corsare al servizio degli stati nazionali del XVII secolo non agisce per fini propri, ma per soddisfare gli interessi di nuove entità sovranazionali poco disposte a metterci la faccia. A garantire la «lettera di corsa» alle navi con teschio e tibie e il soldo ai loro capitani di ventura pensavano, un tempo, Paesi come Inghilterra, Francia e Spagna interessati a bloccare i commerci del nemico senza esibire e le proprie cannoniere. Oggi la pirateria umanitaria interpretata con un tocco di romantico femminismo dalla 31enne Carola Rackete, capitana di Sea Watch, svolge esattamente la stessa funzione. La capitana Rackete che si dice in dovere di forzare il blocco «per salvare 42 naufraghi allo stremo» sa bene di mentire. E sa altrettanto bene che il suo aiuto ai quei 42 «naufraghi» sarebbe stato molto più sollecito se li avesse sbarcati in Tunisia o in qualsiasi altro porto del Mediterraneo raggiungibile durante i 15 giorni trascorsi a comiziare e far politica davanti a Lampedusa. Ma la «lettera di corsa» garantitale formalmente dall’opaca organizzazione umanitaria di cui è al soldo le richiede altro. Le richiede di approdare solo ed esclusivamente in Italia perché solo da quel ventre molle, dove l’anomalia di un esecutivo giallo-verde ostacola la compattezza dell’Unione, può iniziare lo sfondamento dei cancelli della «fortezza Europa». La missione assegnata alla capitana Carola come a tanti altri capitani mercenari è insomma quello di penetrare in Italia per scavare una breccia nelle mura dell’Europa. Ma per conto di chi? La risposta è semplice. Per ottenerla basta seguire il denaro fatto affluire nelle casse di organizzazioni umanitarie come Sea Watch. Nel XVII e XVIII secolo i corsari servivano agli stati nazionali per garantirsi il controllo dei traffici. Oggi i «pirati umanitari» servono a fare carne di porco delle frontiere e delle ingombranti legislazioni nazionali per far spazio ad entità multi o sovra-nazionali. Entità come i giganti del web o le grandi aziende globalizzate che considerano gli stati, i loro confini, i loro sistema fiscali e le loro leggi sul lavoro alla stregua di limitazioni obsolete da abbattere quanto prima. Spazzare via il concetto d’inviolabilità delle frontiere legittimando l’arrivo di manodopera a basso costo da trasformare in futuri consumatori dei servizi delle aziende globali è la via più breve per accelerare la fine dei vecchi stati nazionali. Per questo la vera missione della capitana Carola non è quella di salvare o proteggere il carico umano di cui s’è impossessata andando incontro ai trafficanti e violando la zona di soccorso assegnata alla Libia. La vera missione di questa capitana di sfondamento è riversare quel carico umano nella breccia del vallo italiano per dividere il nostro Paese e spaccare l’Europa. Dribblando i divieti di Salvini e scaricando sulle coste italiane quei 42 migranti utilizzati alla stregua di ostaggi la Capitana avrà esaurito il suo compito. Potrà dimostrare a chi la paga di aver contribuito a inasprire i rapporti tra l’Italia e un’Olanda che offre ai pirati di Sea Watch la sua copertura di bandiera. Potrà consolare le anime belle di una Germania che mentre lascia agire impunemente la concittadina Carola Rackete scarica in Italia migranti narcotizzati e si vanta di aver deportato in un Paese in guerra come l’Afghanistan più di 530 migranti irregolari. (qui)

I PALADINI DELLA GIUSTIZIA

di Niram Ferretti

Tra i demagoghi di provincia, Leoluca Orlando è in pole position da anni. Re della retorica più melensa, delle banalità più insulse, patetico menestrello di un multiculturalismo da operetta, ora si fa promotore della cittadinanza onoraria all’equipaggio della Sea Watch.
«Per rendere omaggio a cittadini e cittadine che negli ultimi mesi sono protagonisti di una operazione di umanità e professionalità; un atto di amore e coraggio che giorno dopo giorno ha salvato e salva vite umane, ridato speranze e costruito un ponte di solidarietà nel mare Mediterraneo, anche contro logiche, politiche e leggi che poco hanno di umano e civile».
La logica del cuore, la nobiltà d’animo contro la durezza di leggi disumane come quelle volte a impedire l’immigrazione indiscriminata. Perché la vera nobiltà d’animo consiste nell’accoglienza sempre e comunque, anche di chi domani non vorrà integrarsi e costruirà società parallele come in Francia, Regno Unito, Belgio, Olanda, Svezia o, non trovando qui il Bengodi finirà sfruttato dalla criminalità organizzata come le donne nigeriane, oppure ne prenderà parte con solerzia.
Ma oggi la nuova figura iconica della sinistra a corto di proletari e rivoluzionari è quella del migrante. E’ il migrante infatti che riassume l’umiliato e offeso, il diseredato, l’uomo e la donna da riscattare e da redimere. E a sinistra sono tutti potenziali redentori, laici, si intende.
Leoluca Orlando appartiene alla luminosa genia dei Saviano, dei Lerner, dei Gino Strada, degli Ovadia. Loro stanno con l’Umanità oppressa, con quelle che identificano come vittime. Tutto il resto è secondario una volta che sono state individuate perché a quel punto si sa esattamente chi sono le canaglie e gli oppressori. E il gioco è fatto. (qui)

Ed ecco qui, in tutta la sua bellezza, il nostro bel satrapetto.
alibabaorlando
Poi c’è anche il Dalai Lama, che ha qualcosa da dire in merito

mentre su quelle famose “convenzioni internazionali” di cui i fans della novella Antigone che sfida le leggi in nome della giustizia morale (“se aveste un pizzico di cultura, sapreste che un tale di nome KANT scriveva:”Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.”…. Ma immagino non sappiate nemmeno chi sia costui…. Figuriamoci se per voi possa esistere la LEGGE MORALE!!!” No, questo non vi dico dove si trova: non ho nessuna intenzione di fare pubblicità gratuita a qualcuno a cui non la farei neanche a pagamento), può essere utile dare un’occhiata qui. Quanto ai sinistri, a me fanno venire in mente questa:

PS: per un momento, girando oggi in rete (in realtà il calendario dice che sarebbe ieri, ma fino a quando non vado a letto rimane sempre oggi) mi era venuto il sospetto che il Ghisberto fosse passato di qui e mi avesse rubato un’idea; poi, prima di accusarlo di plagio, ho voluto verificare e ho constatato che in effetti no, semplicemente la stessa idea era venuta anche a lui, già qualche mese fa:
smartphone
barbara

WILDERS, HAI SBAGLIATO TUTTO!

Geert Wilders dovrebbe rassegnarsi. La sua unica speranza di venir preso sul serio anziché venir liquidato come un nazista, xenofobo e islamofobo, non è vincere le elezioni, ma farsi ammazzare.
Invece niente. Ieri, all’uscita dalle urne, ripeteva «di sperare d’essere uno dei vincitori di questo voto». Ormai s’è convinto. «Maggiore sarà l’affluenza dice – maggiore sarà la possibilità di diventare primo ministro». È addirittura persuaso d’avere un seguito. «Abbiamo lasciato il nostro segno ripete – alle elezioni tutti parlano dei nostri temi». Non sa di star sprecando le sue chances. La migliore l’ha buttata alle ortiche il 10 novembre 2004. Quel giorno tre amichetti di Mohammed Bouyeri, il buontempone che una settimana prima aveva sgozzato nel centro di Amsterdam Theo Van Gogh, regista di «Submission», erano pronti a liquidare a colpi di granate lui e Ayaan Hirsi Ali, protagonista del filmaccio.
Era un’occasione d’oro. Geert Wilders poteva diventare un martire e venir finalmente preso sul serio. Invece no, preferì sopravvivere e dribblare altre irripetibili occasioni. Nel 2010, ad esempio il predicatore islamista Feiz Mohammed, animatore di una rispettabilissima chat islamista, invita dall’Australia a «mozzargli la testa» per «aver denigrato l’Islam». Subito dopo le occasioni si moltiplicano. Inspire, raffinata rivista di Al Qaida, inserisce Wilders in una lista nera con la solita Ayaan Hirsi Ali, Salman Rushdie, il vignettista danese Kurt Westergaard e Stéphane Charbonnier, il vignettista di Charlie Hebdo. Ma lui niente. Invece di offrire il collo continua a professarsi liberale ripetendo di avercela «non con i musulmani, ma con l’Islam» perché «Islam e libertà sono incompatibili». Certo farsi decapitare è seccante, ma per il quieto vivere qualche sacrificio bisogna pur farlo. Wilders, invece, s’incaponisce a vivere sotto scorta, a cambiar letto tutte le sere e ad indossare il giubbotto antiproiettile ogni volta che esce. E nonostante queste comodità continua le sue litanie. «È in gioco il nostro futuro perché – ha detto nell’ultimo dibattito Tv – l’Islam è una minaccia per l’Olanda». Ma che sarà mai? Han sgozzato l’insopportabile Theo Van Gogh e tentato di far fuori lui e la sua amichetta Hirsi Ali, ma in fondo non ci son neppure riusciti. Quindi perché prenderla sul personale? Perché biasimare Maometto definendolo «un signore della guerra e un pedofilo uno che al giorno d’oggi sarebbe ricercato come terrorista». Che scarsa sensibilità. Che mancanza di sportività.
E poi perché mai intignare anche contro la provvidenziale Unione Europea? «Se vinco ripeteva ieri – farò un referendum (contro l’Ue) perché abbiamo dato il nostro denaro a Paesi stranieri. Dobbiamo restituire l’Olanda agli olandesi». Quanto personalismo, quanto disdicevole risentimento personale. Si sarà mica offeso perché nel febbraio 2009 Jacqui Smith, allora segretario agli Interni inglese, usò l’articolo 19 della legge europea sull’immigrazione per dichiararlo persona non grata, bloccarlo all’aeroporto di Londra e rispedirlo in Olanda? Il provvedimento, in fondo, non faceva una piega. Wilders – a differenza del milione di profughi entrato in Europa a fine 2015 – rappresentava indubbiamente, come recita la legge europea, una «minaccia al pubblico, alla salute e alla sicurezza».
Ma l’ostinato Wilders da quell’orecchio non ci sente. Del resto se ci sentisse non continuerebbe a ripetere di «ammirare Israele» di «considerarlo la prima linea di difesa contro l’Islam». Se capisse quelle e altre cose non continuerebbe a definirsi un liberale di destra. Non si lagnerebbe quando lo definiscono un inguaribile xenofobo, un intoccabile populista e uno spregevole nazista. Se lo capisse farebbe come il vignettista Stéphane Charbonnier finito assieme a lui nella lista nera di Al Qaida. A Charbonnier è andata di lusso. Il 7 gennaio 2015 s’è lasciato massacrare assieme ad altri 11 fortunati. E da allora tutto il mondo che conta e piace si vanta d’essere come lui e gli altri di Charlie Hebdo. Ma lui no. Geert, quell’infame, pretende di vincere le elezioni. E «Je suis Wilders» non vuole sentirselo dire.

Gian Micalessin – Gio, 16/03/2017 – 09:23

Secondo me questa cosa di pretendere di restare vivi invece di offrire il collo sacrificale alla nobile mannaia della giustizia islamica, dovrebbero classificarla come crimine contro l’umanità, ecco.

barbara

IL VECCHIO CONTINENTE IMMOBILE MESSO IN GINOCCHIO DAI RIFUGIATI

di Gian Micalessin

L’ Europa paradigma del caos, della cancellazione della sovranità e della fine dello stato nazionale. È questo il tema centrale del «cinguettio» con cui Donald Trump risponde ai propri detrattori. Per capirne la profondità basta ricordare che i concetti di «stato nazionale» e di «sovranità» sanciti dalla pace di Westfalia del 1649 rappresentano da oltre 350 anni le fondamenta dell’ordine europeo.
Fondamenta fatte traballare per la prima volta da una Merkel pronta a cancellare i confini dell’Europa pur di garantire la libera circolazione di quel milione e passa di migranti senza documenti e identità affacciatisi ai confini orientali del continente nel settembre 2015.
Il caos generato da una Cancelliera alla ricerca di visibilità umana e «umanitaria» è purtroppo insito nel modello di Unione europea disegnato dall’alleanza di burocrati ed elite finanziarie sovranazionali, interessati non tanto alla sicurezza della popolazione e agli interessi degli stati, ma alla nascita di fiacchi modelli sovranazionali, come appunto Bruxelles, garanti dell’interesse dei grandi complessi economici. Il lussemburghese Jean-Claude Junker, promosso a capo della Commissione Ue dopo aver trasformato il Granducato in paradiso fiscale al servizio di aziende intente a eludere le tasse nazionali ne è l’esempio perfetto. Come lo è la Grecia sacrificata nel nome della sopravvivenza delle banche francesi e tedesche. I fronti della sicurezza e dell’identità nazionali sono però quelli su cui questo modello perverso di Europa produce le degenerazioni peggiori.
Un fronte in cui s’iscrive il caos della Turchia considerata arbitrariamente parte auspicabile di un consesso di nazioni essenzialmente cristiane, democratiche e liberali. Tre concetti difficilmente applicabili a un Paese islamico governato da un Erdogan uscito dalle fila della Fratellanza Musulmana. Eppure nel nome di quell’illusione l’Europa chiude gli occhi sui 5mila volontari jihadisti partiti dalle proprie capitali e transitati, dal 2012 fino a fine 2015, attraverso l’aeroporto di Istanbul prima di unirsi alle milizie dello Stato Islamico. Nel nome della stessa illusione finge, nell’estate 2015, di non vedere la «manina» di Erdogan intento a spalancare i cancelli dell’Egeo a oltre un milione di profughi pronti a cancellare la sovranità nazionale dei Paesi europei. Un caos pagato non solo con i 6 miliardi di euro versati all’«alleato» Erdogan per sigillare la rotta balcanica, ma anche con il sangue dei cittadini europei caduti a Parigi, Bruxelles Nizza e nelle altre piazze colpite dal terrore islamista. Perché dalla rotta balcanica sono transitati non solo due degli attentatori fattisi saltare a Parigi il 13 novembre 2015, ma anche le migliaia di estremisti, mescolati ai rifugiati, andati ad alimentare l’humus dell’estremismo fondamentalista. Un humus peraltro ben concimato dal compiaciuto autolesionismo dell’Ue.
Un’Unione intenta a spendere calde lacrime per i ribelli al qaidisti arroccati ad Aleppo Est e a sanzionare invece quella Russia di Putin trasformatasi, grazie alla latitanza dell’America di Obama, nell’unico alleato contro il terrorismo jihadista. In questa malata e masochistica ideologia sovranazionale s’iscrive la confusione tra «solidarietà» e «mancanza di controlli» a cui pretendiamo s’adegui l’America di Donald Trump. Per comprenderlo torniamo ai due kamikaze arrivati a Parigi il 13 novembre 2015 dopo esser sbarcati da un gommone con a bordo 198 migranti approdato all’isola greca di Leros il 13 ottobre 2015. Fu la mancanza di controlli voluta nel nome dell’immediata e pronta accoglienza predicata dalla Merkel e da tanti professionisti del «buonismo» a permettere che le due bestie arrivassero indisturbate a Parigi.
Ed è la negazione dell’identità cristiana predicata da quest’Europa a impedirci di capire quanto importante sia la svolta di un Trump deciso ad accogliere prima di ogni altro i nostri correligionari in fuga dalle persecuzioni. In nome di quel paradossale rifiuto della nostra identità noi europei rinneghiamo chi prega il nostro stesso Dio per difendere l’arrivo nelle nostre città di rifugiati portatori di contrasti sociali e di estremisti islamici pronti a contestare, se non a distruggere, il nostro modello di civiltà. E in questo cieco furore autodistruttivo alimentato da euroburocrati ligi ai regolamenti, ma indifferenti ai valori nazionali e religiosi, riusciamo non solo a scordare l’ordine di Westfalia, ma persino ad attribuire la stessa dignità religiosa al Cristianesimo e a un Islam ancora incapace di cancellare dai propri testi le dottrine dell’odio. A dimenticare che dall’ideale cristiano scaturisce non solo la compassione per chi fugge dalle guerre, ma anche quella civiltà delle regole indispensabile per garantire la convivenza e il rispetto dell’altro. Un’amnesia esistenziale che ha trasformato l’Europa nella patria del caos perfetto.
(Il Giornale, 30 gennaio 2017)

Prima considerazione: a qualcuno potrà dare fastidio l’espressione “radici cristiane”. Dovremmo tuttavia renderci conto che non stiamo parlando di fede religiosa bensì di cultura. Non stiamo parlando del credere o non credere alla verginità della Madonna, o dell’obbligo di andare a messa la domenica, bensì dell’essere convinti che uomini e donne hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, che la democrazia è un valore, che la libertà di pensiero parola e stampa non è negoziabile, che il vestito da indossare oggi lo decido io, non l’ayatollah.
Seconda considerazione: chi scappa da una guerra, da che mondo e mondo, attraversa la frontiera e si ferma lì, in attesa di poter tornare. E si porta dietro moglie e figli, perché è prima di tutto per mettere in salvo loro che sta scappando. Quindi chi si mette su un barcone, pagando oltretutto migliaia di dollari per mettercisi, per spostarsi di diecimila chilometri, e non si porta dietro donne e bambini, e magari si porta invece dietro lo smartphone ultima generazione, NON sta scappando una guerra – e con tutta probabilità neache dalla miseria – quindi NON abbiamo una sola ragione umanitaria per accoglierlo in casa nostra. Meno che mai per usare i nostri mezzi e i nostri soldi per andarlo a prendere a casa sua.
E poi beccati questo.
camion
barbara

IL BAMBINO DI ALEPPO

Omran Daqneesh
Questo è il miglior commento che ho trovato in giro.

Il bambino, ammesso che sia stato estratto veramente dalle macerie (i ribelli sono specialisti in tarocchi), viene messo a sedere come in un set cinematografico, in una strana ambulanza senza medici né infermieri, e lo lasciano lì, senza nemmeno pulirgli il volto dalla polvere e dal sangue, in posa per i numerosi reporter che “per caso” passavano da lì. Vergogna per quelle ONLUS che pensano di usarlo come spot per i loro scopi politici e finanziari.

Come il bambino curdo sistemato per bene a faccia in giù sulla battigia. Come il neonato libanese morto “appena estratto dalle macerie della sua casa bombardata dagli israeliani” brandito dieci volte in dieci posti diversi in dieci momenti diversi di fronte a dieci diverse bande di fotografi (da qualche parte nel vecchio blog sul cannocchiale c’è tutta la documentazione), con al collo lo struggente ciuccio azzurro “estratto dalle macerie” senza un solo granello di polvere. Come le immancabili commoventissime bambole fotografate in mezzo alle macerie o accanto ai cadaveri bambini, anche loro senza un granello di polvere addosso. Giornalisti e fotografi, fate vomitare.
E cerchiamo di ricordarcelo bene, questo bambino, che alla prima operazione israeliana garantito che ce lo ritroviamo anche lui come povero bambino palestinese vittima dei kattivissimi sionisti.
E poi leggi anche qui.

barbara

P.S.: mi è venuta in mente adesso un’altra cosa: poiché questo bambino – se è veramente ciò che si pretende che sia (ci sono quei capelli così belli puliti che mi danno parecchio da pensare) – è chiaramente bisognoso di soccorso, e nessuno sta provvedendo, tutti coloro che hanno partecipato a questa vergognosa messinscena dovrebbero essere incriminati quanto meno per omissione di soccorso.