METULLA (13/14)

Metulla si trova qui,
Metulla
praticamente infilata nel Libano. Ed è proprio del Libano che bisogna parlare, per parlare di Metulla. E della Giordania, e dell’Olp, e di Settembre Nero, e di tante altre cose ancora, ma partiamo dall’inizio. O, almeno, da UN inizio: la guerra dei Sei giorni. Quella guerra voluta pensata studiata programmata allo scopo dichiarato di “ributtare a mare i sionisti”, ossia cancellare Israele e sterminare l’intera popolazione ebraica; quella guerra attivamente favorita dall’Onu nella persona del segretario generale U Thant: quando Nasser si sentì pronto ad attaccare, gli ordinò di togliere i caschi blu schierati nel Sinai allo scopo preciso di impedire scontri fra Egitto e Israele, perché gli serviva il passaggio libero per andare a distruggere Israele; quarantott’ore dopo non c’era più un casco blu nel Sinai. Quando, vincendo incredibilmente e miracolosamente la guerra (qui qualche interessante considerazione, qui un consiglio di lettura e qui qualcosa sugli annessi e connessi che raramente vengono presi in considerazione), Israele libera le regioni illegalmente occupate diciannove anni prima dall’Egitto (Gaza) e dalla Giordania (Giudea e Samaria, ribattezzate dalla propaganda anti israeliana Cisgiordania o West Bank) molti palestinesi insieme alla dirigenza dell’OLP si trasferiscono in Giordania, dove prendono a comportarsi da stato nello stato, violando tutti gli accordi stipulati con Re Hussein, girano in uniforme e armati, compiono centinaia di attacchi contro i civili provocando centinaia di vittime, istituiscono posti di blocco, estorcono denaro ai commercianti, compiono incursioni armate contro Israele, provocandone la reazione in territorio giordano. Infine, nel settembre del 1970, in seguito a un’impennata degli attacchi e a diversi tentativi di uccidere il re per rovesciare la monarchia e prenderne il posto, scatta la repressione, passata alla storia col nome di Settembre Nero in cui, per inciso, in dieci giorni vengono uccisi più palestinesi di quanti ne vengano uccisi da Israele in dieci anni, ma non risultano proteste internazionali contro queste uccisioni: né risoluzioni ONU, né boicottaggi, né manifestazioni, né appelli, né bandiere bruciate… niente di niente. E torniamo ora al Libano: è qui che riparano i palestinesi scampati alla strage giordana, e anche qui si dedicano intensamente al loro sport preferito: destabilizzare, assassinare, praticare il terrorismo, operare incursioni armate in territorio israeliano, creare uno stato nello stato e scatenare una guerra civile che nel giro di una dozzina d’anni trasforma la nazione più civile, insieme a Israele, e libera e ricca e colta del Medio Oriente, al punto che Beirut era chiamata la Parigi del Medio Oriente (qui alcune immagini significative) in un ammasso di macerie
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con 160.000 morti, un’economia distrutta, una civiltà annientata, uno stato infilato in un buco nero da cui non è mai più uscito. Dopo anni di incursioni armate e attacchi terroristici (e dopo l’assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra Shlomo Argov), finalmente Israele decide di intervenire: è la Guerra del Libano, del 1982, denominata “Pace in Galilea” dato che la Galilea, a causa della prossimità geografica, è il principale bersaglio degli attacchi palestinesi, guerra nella quale Israele commise il tragico errore di rinunciare, pur avendone la possibilità, a uccidere Arafat  – e nell’ambito di questa guerra bisognerà parlare anche di Sabra e Chatila, di cui tanti si riempiono la bocca, senza neppure sapere di che cosa si tratta. Al termine della guerra Israele si ritira, mantenendo però una fascia di sicurezza per impedire nuove incursioni armate sul suo territorio, in cui rimangono una piccola forza israeliana e una milizia formata dall’Esercito di difesa del Libano del sud (Tzadal), composto da cristiani maroniti (piccola nota a margine: per l’occupazione israeliana di quel 5% di territorio libanese abbiamo assistito a un’infinità di proteste da parte del mondo intero; per l’occupazione siriana del restante 95%, con pesantissime interferenze nel governo e un’infinita serie di omicidi di stato – fra cui quello dell’ex primo ministro nonché ricchissimo e potente imprenditore Rafiq Hariri – qualcuno ha mai sentito qualche timido, flebile lamento?). Nel 2000 il primo ministro Ehud Barak, ex militare e, come molti militari, pacifista oltre ogni limite di decenza, decide il ritiro unilaterale dal Libano, ossia senza che la controparte rispetti la propria parte delle relative risoluzioni Onu, vale a dire la cessazione del terrorismo. Immediatamente, come facilmente prevedibile, gli attacchi sulla Galilea aumentano, e tre soldati israeliani vengono rapiti in un’incursione armata in territorio israeliano, e uccisi (piccolo dettaglio: incursione compiuta con auto dell’Onu, bandiera dell’Onu e uniformi dell’Onu. I caschi blu dell’Onu, mandati lì per salvaguardare la pace, contemplano lo spettacolo, e mentre lo contemplano e lo ammirano, provvedono anche a filmarlo. Israele lo viene a sapere. E l’Onu? Nega. Nega per un anno intero. Poi finalmente, messa alle strette, si decide ad ammettere che sì, il filmato effettivamente c’è, ma Israele non lo può vedere. E perché? Perché in tal caso potrebbe riconoscere i terroristi, e se adottasse un atteggiamento tale da favorire una delle parti in causa l’Onu perderebbe la sua preziosa neutralità – tra terroristi e vittime del terrorismo). I corpi dei tre soldati verranno poi restituiti nel gennaio del 2004, insieme all’imprenditore Elhanan Tannenbaum, in cambio di 436 prigionieri (371 palestinesi, 30 libanesi, alcuni siriani e giordani, e uno tedesco.

E veniamo finalmente a Metulla: è qui che, al momento del ritiro israeliano, si rifugiano i soldati cristiani che avevano combattuto dalla parte di Israele contro i terroristi palestinesi, per sfuggire alle feroci vendette, ed è qui che abbiamo incontrato, nella sua casa, Hani Nohra, che ha parlato delle vicende che ho più sopra riassunto, e da lui vissute sulla propria pelle, e di come siano dovuti fuggire, spesso lasciando, probabilmente per sempre, una parte della propria famiglia, e del dolore della separazione e dell’esilio. Al termine della narrazione è lasciato spazio alle domande, e io ho fatto la mia: volevo sapere se sia stata intrapresa qualche iniziativa, qualche risposta, qualche contromisura dopo la strage di Damour. Quando la domanda gli è stata tradotta si è rivolto a me, inchinandosi con le mani giunte per ringraziarmi per la domanda. Poi ho dato io qualche informazione al gruppo, in modo che tutti fossero poi in grado di capire le sue risposte. Poi di nuovo, prima di rispondere, mi ha ringraziata inchinandosi con le mani giunte – evidentemente non molti sono a conoscenza di questa tremenda ferita inferta al corpo della cristianità libanese, e raramente gli capita l’occasione di parlarne – e poi ha cominciato a rievocare. E quando rievocava accoltellamenti e sgozzamenti la sua voce si alterava, quasi li stesse rivivendo, e le sue mani si levavano a mimare i gesti, strette intorno a un immaginario coltello, vibrando i colpi con violenza. Poi ha citato molti altri massacri simili, di cui neppure io ero a conoscenza, anche se avrei dovuto immaginarlo, sapendo che in quella tremenda guerra civile sono state cancellate decine di comunità cristiane. La strage di Damour, comunque, per chi non la conoscesse, la trovate qui.

Poi, terminata la rievocazione, è tornato a ringraziarmi per la terza volta, sempre inchinandosi, sempre con le mani giunte.

barbara

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LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Raccomandato a chi, come noi, da anni si occupa di cose mediorientali e credeva di sapere ormai tutto. A chi è convinto che gli Stati Uniti siano il cane da guardia di Israele. A chi continua a cianciare di un Israele imperialista espansionista dalla politica aggressiva (ma quelli, ahimè, non lo leggeranno mai). A chi insiste a blaterare su di un Israele che non rispetta le risoluzioni Onu (e neanche loro lo leggeranno, perché chi demonizza in malafede si guarderà bene dal rischiare di trovarsi faccia a faccia con i fatti). A chi ha voglia di gustarsi uno splendido thriller mozzafiato. A chi è alla ricerca di nuovi argomenti per ammirare Israele (quale altro stato dedicherebbe una lapide a dei nemici caduti combattendo – contro di loro –  con onore e con coraggio? In quale altro esercito potrebbe accadere che un comandante dia l’ordine di non sparare, perché i nemici sono troppo fitti e se si spara rischia di venirne fuori un massacro?). A chi si fa illusioni su un re Hussein costretto a barcamenarsi con gli arabi ma segretamente amico di Israele. A chi non disdegna, ogni tanto, qualche robusta risata, come quella che sgorga spontanea nel leggere la battuta che all’epoca circolava per tutto il mondo arabo, ossia che “la Siria è pronta a battersi … fino all’ultimo egiziano” (sarà forse a causa di queste profonde radici storiche che poi per decenni la Siria è stata pronta a battersi fino all’ultimo libanese?). A chi vuole saperne di più sul tragico incidente della Liberty e sul perché gli americani non solo, contrariamente alle loro abitudini, non abbiano messo in atto alcuna ritorsione contro Israele, ma abbiano addirittura fatto di tutto per insabbiare l’episodio. A chi si immagina di non aver più niente da imparare sull’attitudine alla menzogna degli arabi. Insomma, raccomandato praticamente a tutti.

Michael B. Oren, La guerra dei sei giorni, Mondadori
la guerra dei 6 giorni
barbara

DI TUNISIA (E ALTRO), DI DONNE E DI MEMORIA CORTA

“Giordania, via la norma salva-stupratori”

AMINA Filali non avrebbe mai potuto immaginare sarebbe stata all’origine di una rivoluzione [e stendiamo un velo pietoso sulla banalità di questo attacco]. Era il 2012 e lei aveva solo 16 anni quando decise di togliersi la vita in Marocco inghiottendo veleno per topi. All’origine del suo gesto una doppia ferita: era stata stuprata e quando aveva denunciato il suo aguzzino si era sentita rispondere dal giudice che avrebbe fatto meglio a sposarlo. In questa maniera lei si sarebbe risparmiata nuove umiliazioni e lui il carcere. Dopo la morte di Amina, in Marocco partì un movimento di protesta che nel giro di due anni portò alla cancellazione della legge che prevedeva che uno stupratore potesse evitare il carcere sposando la sua vittima. La vicenda di Amina è tornata di attualità in queste settimane: in nome suo e di migliaia di altre vittime sconosciute, uno dopo l’altro infatti i parlamenti del mondo arabo stanno cancellando leggi simili a quella marocchina. L’ultimo voto in ordine di tempo è arrivato ieri da Amman: la Camera bassa del Parlamento ha emendato l’articolo 308 del Codice penale che dagli anni ’60 garantiva l’impunità agli stupratori che sposassero le loro vittime. Per eliminare definitivamente la legge occorre ora un secondo voto, ma gli analisti si aspettano che la norma, che conta sull’appoggio di governo e monarchia, passi senza troppi problemi. Un iter simile dovrebbe partire a breve anche in Libano, il più aperto e progressista dei Paesi della regione, dove tuttavia la “legge salva-stupratori” è ancora in vigore. Proprio dal Libano qualche settimana fa era iniziata una clamorosa protesta decine di abiti da sposa strappati e macchiati di rosso erano stati appesi sulla Corniche, il famoso lungomare di Beirut: al loro fianco cartelloni pubblicitari in arabo, inglese e francese recitavano uno slogan subito diventato virale: “Un abito bianco non copre uno stupro”. [Ci sono in realtà un errore cronologico e uno di contenuto: una manifestazione di ragazze che indossano abiti da sposa insanguinati
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risale al dicembre 2016, mentre l’installazione degli abiti impiccati dell’artista Mireille Honein è dello scorso aprile, e macchiati di sangue sono solo gli abiti indossati, non quelli impiccati,

come possiamo vedere in questo video dall’effetto veramente impressionante]
«Tutte queste iniziative dimostrano che anche se le cosiddette Primavere arabe non hanno avuto l’esito che tutti noi avremmo desiderato, il movimento per i diritti civili nel mondo arabo è vivo e forte», commenta da Tunisi Lina Ben Mhenni, una delle più note attiviste del Paese. L’opinione di Ben Mhenni è importante anche perché proprio la Tunisia ha approvato nei giorni scorsi una legge sulla tutela delle donne definita “storica” dai giornali di tutto il mondo. La nuova norma stabilisce pene durissime per i responsabili di violenza contro le donne e prevede l’istituzione di campagne di prevenzione senza paragoni nella regione. «Il 2011 ci ha insegnato a parlare e a lottare per i nostri diritti: questo non è stato cancellato dall’esito negativo delle rivolte arabe. E anche i Paesi che non sono stati coinvolti dalle rivoluzione, come la Giordania, hanno capito che devono ascoltare le richieste se non vogliono fronteggiare la rabbia della gente», conclude Ben Mhenni.

Francesca Caferri, La Repubblica, 2 agosto 2017

Memoria corta, ho scritto nel titolo. Perché a partire dal 1957, anno in cui Habib Bourguiba, liquidata la monarchia, fu nominato presidente della repubblica, grazie a lui e alle sue riforme le donne tunisine divennero le più libere del mondo arabo, libere quanto quelle di qualunque Paese europeo: la poligamia era stata abolita, il ripudio con cui il marito poteva liquidare la moglie senza alcuna formalità burocratica, sostituito con il divorzio, che poteva essere richiesto anche dalla donna; addirittura fu emanata una legge che stabiliva che in caso di divorzio, qualunque ne fosse la causa, la casa sarebbe rimasta alla donna. Legge palesemente ingiusta, ma che in un Paese arabo-islamico aveva un suo perché: prima di maltrattare la moglie, prima di umiliarla, prima di trascurarla sessualmente, un marito ci doveva pensare mille volte, sapendo che cosa rischiava di perdere; una legge a scopo educativo, diciamo. Aggiungo, anche se estraneo a questo contesto, che la Tunisia di Bourguiba ridimensionò fortemente il potere dei capi religiosi, laicizzando sia la scuola che la magistratura, e normalizzò i rapporti con Israele vent’anni prima dell’Egitto. Purtroppo la vecchiaia di Bourguiba, nominato ad un certo punto presidente a vita, non fu benedetta dalla lucidità, e l’ultima parte della sua vita vide un drammatico arresto della modernizzazione e l’inizio di una pesante corruzione e di una progressiva involuzione in tutti i campi. Tuttavia, per tornare al tema iniziale,  io pensavo: donne cresciute così per due generazioni, chi mai riuscirebbe a farle tornare indietro senza scatenare il finimondo? Mi sbagliavo. Mi sbagliavo clamorosamente: quel tempo è stato cancellato al punto tale, da essere persino scomparso dalla memoria; cancellato al punto tale da far ritenere un meraviglioso, rivoluzionario progresso qualcosa che non è altro che un modesto recupero di ciò che mezzo secolo fa era realtà quotidiana per qualunque donna tunisina. Cancellato al punto tale da affermare un’assurdità come questa: «[…] anche se le cosiddette Primavere arabe non hanno avuto l’esito che tutti noi avremmo desiderato, il movimento per i diritti civili nel mondo arabo è vivo e forte», quando la verità, chiara per chiunque abbia vissuto il prima e il durante e il dopo, è che le cosiddette Primavere arabe, fortemente volute e sostenute dal signor Barack Hussein Obama, dichiaratamente di religione islamica, hanno annientato decenni di conquiste faticosamente conseguite, provocando un disastro sociale, politico, morale e anche economico, di cui non si vede la fine. Quando vi sono stata, a metà degli anni Ottanta, le donne, almeno nelle città, vestivano all’occidentale, e queste
Moufida_Bourguiba      Wassila_Bourguiba_1962
sono le due mogli (successive, non contemporanee) di Bourguiba; oggi le vediamo così,
Tunisian women
e queste sono le rivoluzionarie, quelle che protestano e fanno le battaglie. Poi le solite anime belle ci vengono a dire che dobbiamo avere pazienza, perché loro progrediscono più lentamente di noi.

barbara

STATUS QUO

E lo so che parlare male dei morti non sta bene. Meno che mai quando si tratta di un eroe nazionale, di una leggenda, di un mito; ma quando si parla di storia servono i fatti, non le buone maniere, e i fatti parlano chiaro: Moshe Dayan ha commesso il più catastrofico errore che mai si potesse fare, dando il via a un disastro che continua a provocare sciagure e che difficilmente potrà diventare reversibile – a meno di una guerra, che naturalmente nessuno vuole. Ma torniamo indietro, a quel giugno del 1967 in cui la cosiddetta Gerusalemme est fu finalmente liberata, dopo 19 anni, dall’illegale occupazione giordana, che aveva provocato l’espulsione di tutti gli ebrei che lì vivevano, distruzione di sinagoghe, devastazione di cimiteri, divieto di accesso a tutti i luoghi santi ebraici per tutti gli ebrei del mondo e pesanti limitazioni a quelli cristiani. E qual è la geniale idea di Moshe Dayan? Sicuramente grandissimo genio militare ma, come molti militari, col deprecabile vizio di essere un inguaribile pacifista e tanto tanto comprensivo nei confronti dei palestinesi, la prima cosa che fa, è di rassicurare i musulmani e affidare loro la sovranità sul Monte del Tempio. Quella cosa su cui Salomone aveva costruito il Primo Tempio. Quella cosa su cui Erode aveva costruito il secondo Tempio. Quella cosa su cui dopo la distruzione di Gerusalemme da parte dei romani era sorta una chiesa cristiana. E poi, buoni ultimi, sono arrivati i musulmani e hanno detto che quella è roba loro, e Moshe Dayan gli ha dato ragione e gli ha consegnato su un piatto d’argento il più prezioso luogo sacro ebraico, affinché provvedessero a devastarlo per cancellare il più possibile le tracce della presenza ebraica, e infatti adesso anche l’Unione Nazisti Esperti in Stravolgimenti Ciclopicamente Obbrobriosi ha stabilito che quella è tutta roba musulmana da cui gli invasori ebrei devono togliere il disturbo.

Ecco, questo devastante disastro messo in atto da Moshe Dayan si chiama status quo: cioè le cose devono rimanere nello stato in cui sono, senza apportare alcun cambiamento. E gli arabi musulmani lo stanno rispettando alla grande:
status quo
il primo status si chiamava Kamil Shnaan e aveva ventidue anni
Kamil Shnaan
il secondo si chiamava Ha’il Satawi: aveva trent’anni e un bambino di tre settimane, il suo primo figlio.
Ha'il Satawi
barbara

 

MA DAVVERO PUTIN

ha fatto una mossa filoisraeliana?
Tutti in festa per l’annuncio di Putin sul riconoscimento di Gerusalemme Ovest capitale di Israele, acchebbello, la Russia ha anticipato l’America, Putin ha fregato Trump e blablabla e blablabla e blablabla. Gente, ma siamo impazziti?! Con questa mossa Putin ha stabilito che Gerusalemme non è UNA città come è stata per tremila anni, bensì due, come imposto dall’illegale occupazione giordana durata dal 1948 al 1967. Con questa mossa Putin ha stabilito che quella parte della città che contiene una cosa chiamata “Quartiere ebraico” non è ebraica bensì araba, palestinese e musulmana. Con questa mossa Putin ha stabilito che il Kotel (muro del pianto) resterà per sempre in mano islamica – e naturalmente la prima conseguenza sarà che a nessun ebreo al mondo sarà più consentito avvicinarvisi, come è stato nei diciannove anni di illegale (non dimentichiamolo, per favore, ILLEGALE, anche se contro quella occupazione ILLEGALE nessuno al mondo si è mai sognato di protestare) occupazione giordana. Sveglia gente! Quella lurida faina, con la sua subdola mossa, sta tentando di mettere le sue luride zampe sul futuro di Gerusalemme e di Israele!

barbara

DUE PAROLE SUL BOICOTTAGGIO

Come uomo politico giordano mi sento obbligato ad esprimermi contro il movimento per il boicottaggio il disinvestimento e le sanzioni anti israeliane (BDS).
Io rappresento il punto di vista e gli interessi del popolo giordano e nel farlo godo di una libertà che molti non hanno. Il mio punto di vista sul BDS è equilibrato e senza preconcetti perché io non sono un israeliano e nessuno può accusarmi di essere anti-arabo. Permettetemi di essere chiaro: il BDS è una atto avventato di odio che minaccia la sicurezza e la stabilità non solo di Israele, ma anche del mio paese, la Giordania, e dell’intero Medio Oriente. Il BDS cerca di attaccare e di isolare Israele. Ma qual è l’importanza di Israele per la Giordania e per il mondo? Perché qualcuno dovrebbe preoccuparsi se Israele viene colpito? Il presidente della opposizione giordana, Mudar Zahran, ha scritto lo scorso anno: “Se un giorno Israele dovesse cadere, la Giordania, l’Egitto e molti altri paesi cadrebbero con esso e l’occidente dovrebbe elemosinare il petrolio dall’Iran. Possiamo odiare Israele quanto vogliamo, ma dobbiamo capire che senza di esso anche noi saremmo finiti”.
Israele è capofila nella guerra contro il terrore nella nostra regione, e se Israele fosse colpito anche noi soffriremo, e la Giordania più di tutti. Per questo il BDS è una minaccia per noi tutti – una minaccia per l’America almeno quanto è una minaccia per Israele, la Giordania, e per i nostri fratelli palestinesi. Il BDS sostiene di voler colpire Israele perché opprime i palestinesi. Se è così, perché il BDS non prende mai di mira il governo giordano che opprime e distrugge le vite della maggioranza giordana di origine palestinese, e lascia nella fame molti del mio popolo, i beduini giordani? Perché il BDS non boicotta mai il Libano dove ai palestinesi è proibito persino di guidare un taxi? Perché non boicotta la Siria, dove il presidente Assad ha ucciso migliaia di palestinesi nel campo di Yarmouk?
BDS, ammettetelo: voi siete razzisti ed antisemiti. Le vostre attività sono una minaccia per la Giordania e la mia missione di ministro del commercio ombra della Giordania è di favorire, espandere, rinforzare e promuovere il commercio tra il mio paese e Israele.
Ma il BDS non è solo. Non potrebbe sopravvivere senza sostegno finanziario e politico, e noi della opposizione giordana sappiamo bene che esso riceve il sostegno di molti dittatori arabi. Da sempre i governanti arabi ci raccontano che Israele è il nemico e che dovremmo dimenticare i nostri bambini affamati e i nostri governi violenti per concentrarci esclusivamente sull’odio e l’uccisione degli ebrei. Il BDS promuove questi stessi concetti fallimentari.
Io vi dico, BDS: vergognatevi! Vergognatevi di attaccare il solo paese che offre posti di lavoro ai miei fratelli palestinesi. Vergognatevi di attaccare il paese che offre cure gratuite ai palestinesi ammalati di cancro. Vergognatevi di aver venduto le vostre anime ai regimi arabi. Come musulmano so bene che il mio Profeta Maometto fu accolto a Medina dagli arabi e dagli ebrei, commerciò con loro e firmò perfino un patto di reciproca difesa con gli ebrei. Come giordano e come membro dell’opposizione in Giordania, vi dico che è tempo di smettere di parlare di pace e di vivere invece la pace attraverso la prosperità economica; questa è la nostra promessa e la nostra missione. Il BDS è non solo odioso e vergognoso, ma rafforza i dittatori arabi che in modo ipocrita criticano Israele per presunte violazioni dei diritti umani mentre essi stessi sono i massimi violatori dei diritti umani nel mondo. Un uomo si riconosce dalla compagnia che frequenta; se il BDS riceve il massimo sostegno dai dittatori arabi e musulmani, cosa ci dice questo del BDS? Noi arabi abbiamo boicottato Israele per 70 anni. Dove c’ha portato tutto questo? Siamo anni luce dietro Israele nella tecnologia e nell’economia. Dobbiamo fermare questa cosa in Giordania e incominciare a imparare dai nostri amici israeliani. Questo sogno non è nuovo. Era il sogno del primo ministro Yitzhak Rabin, che vedeva nella prosperità economica la via per la pace. Ecco perché fui onorato di organizzare un evento in suo ricordo al Congresso degli Stati Uniti dopo la sua morte più di 20 anni fa.
Facciamo rivivere la sua memoria attraverso le azioni. Trasformiamo le speranze perdute in una bella realtà e la delusione in felicità. E buttiamo il BDS dove merita, nel secchio dell’immondizia della storia. Presto nel futuro la Giordania sarà libera e costruiremo un nuovo sistema di stretta collaborazione con Israele attraverso associazione e non competizione, attraverso una vera cooperazione piuttosto che attraverso una pace fredda.
Trasformeremo la Giordania in un modello da seguire per i paesi arabi attraverso la cooperazione con i nostri fratelli e sorelle israeliane e con la benedizione dei nostri amici americani.
Am Yisrael Chai. Am Yarden Chai.

Abdel Almaala è membro della Coalizione di Opposizione in Giordania.
Fonte: israelhayom (ignoro di chi sia la traduzione)

Sì, cari signori boicottatori: raccontate pure a voi stessi tutte le favole che volete, ma la verità è chiara come il sole: non siete altro che dei luridi, infami antisemiti. Fratelli di sangue di questi qua


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barbara

HAI PRESENTE GERUSALEMME EST?

Ne sentite parlare spesso, vero? Si tratta della “Gerusalemme araba”, quella che Israele sta “illegalmente occupando”, da cui “deve ritirarsi” perché la sua occupazione “viola le norme di diritto internazionale”. Eccetera. Ecco. Sarà allora il caso di fare due chiacchiere su questa fantomatica “Gerusalemme est”, per passare dalle favole al mondo reale.
L’espressione “Gerusalemme est” è nata nel 1948, quando la Giordania ha illegalmente occupato una parte di quella che per tremila anni era stata una città tutta intera (esattamente come l’espressione “Berlino est” è nata in un brutto giorno del 1961 quando i russi, non so se legalmente o no, piazzarono un muro a dividere in due quella che per 724 anni era stata un’unica città). Per essere precisi, ad essere occupata fu la parte più antica della città, quella più specificamente EBRAICA. All’occupazione seguirono immediatamente l’espulsione di tutti gli ebrei che ci vivevano, la devastazione di sinagoghe e cimiteri, il divieto di accesso ai luoghi santi ebraici per tutti gli ebrei del mondo. Notizie più dettagliate potete trovarle qui e qui (e mi raccomando, leggete il documento inserito in entrambi i post). Adesso, come piccola aggiunta, vorrei invitarvi a vedere queste due immagini di un angolo di questa parte di Gerusalemme prima
Gerusalemme est 1
e dopo
Gerusalemme est 2
il passaggio dei vicini giordani (qui).

barbara

AGGIORNAMENTO: visto che sono riuscita a beccare il cannocchiale in uno dei suoi ormai sempre più rari momenti di veglia, sono corsa a ripescare questo vecchio post: se anche voi avrete la fortuna di beccarne un momento di veglia, non mancate di leggerlo.

ANCHE BOTTEGA VERDE

Bottega Verde è una ditta di erboristeria cosmetica, che lavora soprattutto per corrispondenza: prodotti buoni, prezzi ragionevoli, offerta vastissima; ho cominciato a servirmene, dopo che una collega me l’aveva fatta conoscere, nel lontano 1994. Da sempre tra le offerte di questa ditta ci sono i prodotti del mar Morto che, a differenza di altri che nascono, crescono e infine muoiono, non sono mai tramontati e sono sempre rimasti in catalogo: sali da bagno, fanghi, creme, maschera per il viso… Accanto al nome del prodotto, una volta campeggiava la dicitura “importati da Israele”. Poi un bel giorno l’aggiunta è scomparsa, e non c’era modo di sapere se volessero semplicemente risparmiarsi i fastidi procurati dai boicottatori, o se avessero cambiato fonte di approvvigionamento. Siccome però, oltre alla vendita per corrispondenza, hanno anche alcuni negozi, qualche giorno fa ho avuto l’occasione di vederne uno, e ne ho subito approfittato. Ho preso una maschera per il viso, sono andata al banco e ho detto alla commessa scusi, questa viene da Israele o dalla Giordania? Lei ha fatto un gran sorriso e ha detto: dalla Giordania. Io ho fatto un gran sorriso e ho detto: grazie. Ho rimesso la maschera sullo scaffale e sono uscita. E chiuso anche con Bottega Verde.

barbara

CONTINUA LA VERGOGNOSA GIUDEIZZAZIONE DI GERUSALEMME!

Articolo gentilmente segnalatomi. Inserirò nel testo alcuni commenti in grassetto.

Gerusalemme, 29 agosto 2014, Nena News – La colonizzazione di Gerusalemme prosegue a ritmi serrati.
Che sarebbe, per chi non lo sapesse, quella roba per cui un giorno da Marte sono arrivati degli ebrei e si sono messi a colonizzare Gerusalemme (Gerusalemme, 3000 anni di storia).

Mentre il mondo guarda a Gaza,
ah, ecco perché Israele ha scelto di farsi tirare in testa in poche settimane più di quattromila missili: per distrarre l’attenzione! Vuoi vedere che sono stati loro anche a fornirgli aiuto per scavare i tunnel e riempirli di armi? Sai com’è, a pensare male…

le autorità israeliane continuano l’opera di occupazione e giudaizzazione della Città Santa.
Ah già, la famosa terza città santa dell’islam…

Ancora una volta target è il quartiere palestinese di Sheikh Jarrah,
“palestinese” in che senso?

dal 1967 soggetto a confische di terre e di case palestinesi
e chissà quante terre ci saranno, in un quartiere che si trova nel cuore di una città…

a favore di organizzazioni e famiglie di coloni israeliani. Ieri il comune di Gerusalemme ha dato il via all’implementazione di un piano di costruzione di una yeshiva, una scuola religiosa ebraica, nel cuore del quartiere di Gerusalemme Est. Il piano, fanno sapere gli attivisti palestinesi di Sheikh Jarrah, era stato già approvato sei mesi fa. Ieri l’ok definitivo per l’apertura della scuola in un palazzo di nove piani e 10mila metri quadrati,
cioè più di mille metri quadrati per ogni piano?! Cazzarola!

tra la pompa di benzina Nasif e il centro medico al-Hayat. I palestinesi residenti nel palazzo saranno cacciati: l’ordine di evacuazione è già stato spiccato. Proteste dalla sinistra israeliana: Yosef Alalu, consigliere comunale palestinese,
“palestinese”? Un “palestinese” nel consiglio comunale di una città israeliana?

ha sottolineato come manchino 2mila classi nelle scuole arabe di Gerusalemme,
cioè, ci sono le scuole e dentro le scuole mancano le classi? O come altro sarebbe?

ma il comune ha come solo obiettivo quello di incrementare servizi e spazi per gli studenti ebrei. La terra su cui è costruito l’edificio era stata confiscata ufficialmente negli anni Ottanta
e dopo la confisca li hanno lasciati stare dentro per trent’anni? E ancora si lamentano?

secondo la legge degli Proprietari Assenti del 1950, uno dei più efficaci strumenti in mano israeliana per confiscare terre e proprietà palestinesi: la legge in questione prevede che tutte le proprietà di rifugiati, costretti con la forza ad abbandonare i propri villaggi e le proprie comunità dalle milizie sioniste nel 1948, perdono in automatico il diritto ad usufruire di terre e abitazioni che passano nelle mani del governo israeliano.
No, un momento: stiamo parlando della cosiddetta “Gerusalemme est”, giusto? Quella in cui c’è una cosa che si chiama “quartiere ebraico”, giusto? Quella che fino al 1948 era la parte più caratteristicamente ebraica di Gerusalemme; quella che in quella data la Giordania ha occupato e in quel momento ne ha immediatamente espulso tutti gli ebrei che vi risiedevano, alcune famiglie addirittura ininterrottamente dai tempi della Bibbia, e ha distrutto le sinagoghe, devastato i cimiteri, costruito latrine a ridosso del muro occidentale (“muro del pianto”), impedito, per tutto il tempo dell’occupazione illegale, l’accesso ai luoghi santi ebraici a tutti gli ebrei del mondo, e, soprattutto, riempito le case degli ebrei espulsi con popolazione araba. E allora, ci si chiede, da dove salta fuori la storiella dei “rifugiati” palestinesi che sarebbero stati costretti ad abbandonare le loro case di cui adesso rivendicherebbero la proprietà?

Ciò significa che i palestinesi fuggiti in Cisgiordania, pur essendo considerati “presenti”, si sono visti confiscare le proprietà a Gerusalemme e in tutto l’attuale territorio israeliano.
Potevano fare a meno di ascoltare gli inviti dei loro capi. Quelli che hanno invece ascoltato gli appelli a restare delle autorità israeliane sono quel milione e mezzo di arabi israeliani, che non hanno perso niente e che oggi sono cittadini israeliani con pari diritti, compreso quello di mandare in galera un presidente della repubblica ebreo israeliano.

Uno strumento che ha permesso negli anni alle autorità israeliane di appropriarsi di tutte le proprietà dei rifugiati palestinesi – durante la Nakba tre quarti della popolazione dell’epoca fu costretta all’esilio –
beh, sì: contando i lavoratori stagionali che sono tornati a casa loro nei Paesi arabi circostanti, contando quelli che si sono spostati di una dozzina di chilometri, contando quelli che erano arrivati lì da un paio d’anni attirati dalle nuove condizioni di vita create dai pionieri ebrei, il numero di quelli che si sono spostati da lì nel ’48 potrebbe anche avvicinarsi ai tre quarti di tutti gli arabi che si trovavano lì in quel momento. Forse un 15-20% di loro (forse), erano residenti di antica data.

e che è stato in particolar modo utilizzato a Gerusalemme. Da anni i residenti combattono contro gli ordini di confisca regolarmente emessi dalle autorità israeliane, trascinandosi dietro a procedimenti legali e appelli alla corte che hanno sempre avuto scarso effetto. Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema israeliana ha stabilito che decine di case di Sheikh Jarrah appartengono a israeliani ebrei che sarebbero vissuti nel quartiere prima del 1948.
Eh certo, “sarebbero”: si sa che una narrativa vale l’altra, chi dice che la terra è tonda e chi dice che la terra è piatta, perché mai dovremmo discriminare una narrativa nei confronti dell’altra?
Nena News

E già che ci siete, date anche un’occhiata all’incessante furto di terra perpetrato dagli ebrei.
terra ebraica

barbara