MELONEIDE

Cominciamo intanto con questo, giusto per dare un’idea di come funziona la campagna elettorale della sinistra, di quelli che temono il ritorno del fascismo, di quelli che mettono su le commissioni contro l’odio, quelle belle commissioni che quando i sinistri devastano i banchetti della destra stanno sempre casualmente guardando da un’altra parte. E che queste cose naturalmente non le vedono.

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La lezione della Meloni agli odiatori: la risposta alla violenza è la democrazia

Contestazioni violente, cartelloni bruciati, banchetti ribaltati e minacce di morte: ora il Pd fa il pompiere ma per settimane è stato incendiario. Questi i risultati

Evviva la democrazia, che bella la democrazia. Che bella la libertà di espressione, che bella la libertà di parola. Già, peccato, che per l’attuale sinistra italiana un ordinamento democratico esista solo in caso di pensiero allineato. Ovviamente, allineato in base ai loro schemi. Fa riflettere il fatto che uno schieramento politico che di fregia dell’altissimo appellativo di “democratico” nel suo nome non sia un grado di accettare chi ha un pensiero diverso. Settimane di attacchi e di aggressioni verbali a Fratelli d’Italia, tacciato dalla sinistra di voler attentare alla democrazia, hanno portato a un’escalation di violenza contro Giorgia Meloni, che con tutt’altra eleganza e pacatezza replica al contestatore di Cagliari.
Fa riflettere il fatto che i tumulti più grossi di questo Paese degli ultimi anni nascano proprio in seno alla base dei partiti di sinistra, quelli che si ergono in difesa della protezione della democrazia e della libertà. Ma solo quando si tratta di difendere i loro interessi. Lo dimostra quanto sta accadendo in queste ultime ore nel Paese contro Fratelli d’Italia, primo partito nelle preferenze degli italiani a tre settimane dal voto, nel mirino dei contestatori rossi che sono arrivati fino alle aggressioni fisiche.

Assaltato il gazebo di Fratelli d’Italia in viale Papiniano

L’assalto al banchetto di FdI

A parti invertite si sarebbe parlato di squadrismo, evocando i Ventennio e il fascismo. Ma i fascisti sono sempre e solo gli altri, perché a sinistra esistono solamente i buoni. Anche quando devastano un democratico e pacifico banchetto di Fratelli d’Italia in viale Papiniano a Milano, vestiti con felpe scure, occhiali da sole, mascherine e cappucci per non essere riconoscibili. “Sono stati respinti dai nostri e non hanno potuto creare danni fisici per la reazione civile dei nostri presenti ma è grave che ci sia un episodio di questo tipo in campagna elettorale, ennesima dimostrazione del clima di chi non vuole un confronto civile”, ha denunciato Ignazio La Russa.

“Erano non meno di sette, li ho visti arrivare dall’altra parte della strada già con cappucci, occhiali da sole, volti semicoperti, e ho capito che sarebbe successo qualcosa di brutto erano già pronti all’azione”, ha raccontato il consigliere del Municipio 1 di Milano, Federico Sagramoso, presente al momento dell’aggressione,che ha poi aggiunto: “Ci hanno circondato hanno danneggiato il materiale, strappato i volantini dalle mani, gridato fascisti di merda andatevene via, dovete morire“. Il caso è nelle mani della Digos che sta lavorando per scoprire i responsabili.

Caos al comizio della Meloni. Ora indaga pure la Digos

Contestazioni e disordini in Sardegna

Se non è squadrismo, questo cosa è? Certo, la solidarietà del Pd a FdI in queste ore lava le coscienze ma, da settimane, Enrico Letta e i kompagni hanno impostato la propria campagna elettorale sulla demonizzazione e sulla denigrazione del partito di Giorgia Meloni e della stessa leader, con gravissime accuse di minaccia alla democrazia del Paese. E lo dimostra anche quanto accaduto a Cagliari, dove il rapido intervento delle forze dell’ordine ha evitato che i disordini generati da alcuni centri sociali durante il comizio della leader di Fratelli d’Italia sfociassero in qualcosa di più importante. Sono state 30 le persone identificate per quanto accaduto in piazza del Carmine e anche in questo caso la Digos sta continuando ad analizzare le immagini per verificare altre responsabilità. Prima ancora, un attivista è riuscito a raggiungere il palco, dove ha veementemente gesticolato contro Giorgia Meloni, cercando di toccarla. E tutto questo si aggiunge al calpestamento e al rogo di un manifesto elettorale a Olbia da parte di alcune attiviste.

La replica di Giorgia Meloni

E mentre da sinistra ribaltano i banchetti, creano disordini e minacciano fisicamente, Giorgia Meloni risponde al contestatore sardo con pacatezza, replicando colpo su colpo alle affermazioni del giovane che, nel post pubblicato sui social, la ringrazia “per il confronto”. La leader di Fratelli d’Italia ha spiegato il suo punto di vista sulle unioni civili, che manterrà in caso di governo a sua guida, e sulla sua contrarietà all’adozione, sia per le coppie omosessuali che per i single, a prescindere dal loro orientamento. “Non siamo d’accordo su questo, io e te, ma non significa che io ti debba odiare o che tu debba odiare me. Rispetto e cerco di comprendere il tuo punto di vista: spero che prima o poi anche tu riesca a fare la stessa cosa”, ha scritto la Meloni rivolgendosi al contestatore. Poi conclude: “Spero che un giorno vorrai parlarne con calma, senza telecamere e senza sensazionalismi. Ti auguro tutto il meglio e mantieni il tuo coraggio”.
Certo, oggi a sinistra giocano a fare i pompieri dopo essere per stati per settimane degli implacabili incendiari, contribuendo a creare un clima d’odio attorno a Giorgia Meloni e al suo partito. Qualcuno dovrà pur assumersi la responsabilità di questa spirale di violenza che sta crescendo attorno alla leader di Fratelli d’Italia e agli esponenti del suo partito. Perché il rischio è che l’Italia collassi nuovamente sotto i colpi della lotta politica. E stavolta non sarebbe certo il fascismo sventolato dai sedicenti democratici il responsabile. Come ben si evince dagli ultimi casi.
Francesca Galici, 3 Settembre 2022, qui.

Poi, pensa un po’, ci sono anche i crucchi – I CRUCCHI! – che vorrebbero dare lezioni a noi, non so se mi spiego.

Il giornale tedesco Sz: l’amore per Meloni? Sarà “fugace come un peto” [occhio che non vi tocchi annusarvela per un bel po’, questa scorreggia]

In Italia “si perde la testa, poi ci si disinnamora rapidamente”

È questo il titolo di un articolo del giornale tedesco Sueddeutsche Zeitung sulla volatilità dell’amore degli italiani per i loro leader politici.
E in particolare sull’attuale innamoramento per Giorgia Meloni. “L’Italia si è innamorata di nuovo, questa volta della postfascista [è fascista o non è fascista? Postfascista non significa uncà] Giorgia Meloni – si legge nel sottotitolo -. La cosa positiva è che (gli italiani) si disinnamorano altrettanto velocemente. In un Paese che evidentemente tutti possono governare una volta” [ma anche tante volte.Soprattutto quando hanno perso le elezioni].
L’autore del testo, Oliver Meiler, analizza in un colloquio con due giornalisti italiani, Filippo Ceccarelli e Aldo Cazzullo, la rapidità con cui gli elettori cambiano gusti.
“Bisogna immaginarselo, da Mario Draghi, la superstar internazionale [quello che ha completato l’affossamento dell’Italia iniziato da Conte], il salvatore dell’euro e con questo dell’Europa [bene bravo 7+], a Giorgia Meloni, leader dei postfascisti [aridaje], ‘romana di Roma’, come dicono in Italia” [come dicono i sinistri, che sono minoranza. E poi cosa sarebbe, una vergogna? E questa roba si chiamerebbe “analizzare”?], aggiunge Meiler, quando dal “cliché” si finisce “nel grottesco” [cioè, cosa avrebbe esattamente di grottesco Giorgia Meloni? Qualche esempio concreto, o siete solo capaci di lanciare il sasso e nascondere la mano?]. “Questo è possibile solo da noi – commenta Ceccarelli – [e figuriamoci se non c’era l’utile idiota che aiuta a buttare fango]. Da Draghi a Meloni, con massima disinvoltura. Danzando” [aveste avuto voi una Meloni al posto della Merkel che vi ha fatti invadere da milioni di clandestini e adesso avete interi quartieri in cui non osa entrare neppure la polizia].
“Che succede agli italiani?”, si legge ancora nel testo. Perché “perdono la testa” per “clown, impostori, imbonitori, rottamatori”, e ora “per l’epigono dei fascisti? [Ari-aridaje] E perché si disinnamorano così facilmente?”, la questione posta dall’articolo. “L’estrema volatilità degli elettori italiani [a quale temperatura, esattamente, passiamo allo stato gassoso?], questa politica totalmente fluida, è un tema permanente, un fenomeno sociale” [ma che goduria buttare giù di queste ammucchiatine di parole facendo credere che vogliano anche dire qualcosa!], è il commento di Meiler, che trova riscontro nelle analisi dei due intervistati. “L’Italia non ha una cultura della stabilità politica. Mai avuta”[Andreotti è rimasto in carica quasi ininterrottamente per sette anni e poi per altri tre]. È Ceccarelli poi a sostenere: “Quando sarà stata cinque sei mesi a Palazzo Chigi con l’incarico di capo del governo, ci saranno i primi che diranno: che tortura questa Meloni [Uh, l’uomo con la sfera di cristallo! Ma vaccagare, va’]. Guarda, pensa solo a sé. Cosa pensa lei alla fine, chi è?” [Guarda che questo è quello che pensi tu, testadicà, non gli italiani che la votano], dice Filippo Ceccarelli. “E poi andrà probabilmente via. In una scorreggia”, conclude l’articolo [e quando si confonde la politica col proprio culo, questi sono i risultati].

In serata arriva la precisazione di Ceccarelli: “Faccio il giornalista da più di 40 anni e so bene che una smentita, soprattutto se ridicola, è una notizia data due volte e mezza. Ma per evitare qualsiasi equivoco e sospetto di ulteriore volgarità ci tengo a chiarire che la frase su cui la Sueddeutsche Zeitung ha titolato non si riferiva a un partito, tantomeno a un leader, ma al tradizionale, colorito e italianissimo fenomeno del salto sul carro del presunto vincitore, ‘con inni, tamburi – questo nella traduzione – famiglie con la nonna che scoreggia, tutti cantano, tutti ballano, siamo fatti così, sempre chiassosi ed esaltatii'”, scrive Ceccarelli in una nota. “Tanto sento di precisare, anche per non aggiungere un personale sovrappiù di astio e scurrilità a un panorama che già ne contiene abbastanza”. (Qui) [E non si è neppure accorto di averne aggiunte altre due palate abbondanti. Giornalista da 40 anni. Pensa se era principiante]

E poi c’è ancora questa cosa qui.

Che lezione della Meloni al maleducato militante Lgbt

È successo a Cagliari, in occasione del comizio di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni è appena salita sul palco, quando viene raggiunta da un giovane attivista Lgtb con in mano una bandiera arcobaleno. È chiaro che non è un fan della Meloni. Le punta il dito contro e rivendica il diritto al matrimonio gay e all’adozione. La security, che nel frattempo si è avvicinata, viene fermata dalla leader di Fratelli d’Italia: non vuol sottrarsi al confronto con il contestatore.
“Tu vuoi delle cose. No, non devi scappare all’estero… Io voglio il diritto di pensarla in maniera diversa. È la democrazia”, dice la Meloni. “Si può non essere d’accordo, ma ci rispettiamo. Grazie per essere stato qui”. L’attivista non ci sta e insiste, sempre con il dito puntato contro, sul suo fatto che “siamo tutti uguali”. La Meloni non si scompone e replica: “Hai già le unioni civili, quindi puoi fare quello che vuoi”. Poi conclude: “Gli facciamo un applauso? Rispetto il coraggio delle persone di difendere ciò in cui credono. È una vita che lo faccio. Lo ringrazio per essere salito sul palco per rivendicare quello che ritiene giusto”.

La presidente di Fratelli d’Italia ha pubblicato sui social l’accaduto commentandolo così: “Il confronto è sempre un bel momento, anche quando un contestatore scavalca le transenne per salire sul palco. Rispetto sempre il coraggio delle persone di difendere ciò in cui credono, e allo stesso tempo rivendico il mio diritto a pensarla diversamente“.
Finito il siparietto, il comizio è potuto riprendere. Tutto bene quel che finisce bene? Non proprio.
Va bene il coraggio di esprimere le proprie opinioni, ma bloccare un comizio di un partito democratico è anche un atto maleducato. Provate a immaginare cosa sarebbe successo se un attivista pro-life fosse saluto sul palco del Pd per chiedere ai dem di smetterla con “l’assassinio dei bambini con l’aborto”.
Oltre al blitz sul palco, altri manifestanti si sono fatti “sentire” in maniera meno tranquilla al grido di “siamo tutti antifascisti”, scontrandosi con alcuni agenti di polizia (a fine giornata sono state quattro le persone condotte in questura). A conferma che i più fascisti, i più intolleranti, sono proprio i sedicenti antifascisti. (Qui)

Che poi io mi domando: ma è una legge di natura che questi militanti sinistroidi debbano avere la faccia da ebete? Certo che se questa gente si immagina di sconfiggere questa donna con questo genere di politica, sono messi ancora peggio di quello che si pensava.

barbara

E PRIMA ANCORA CHE INIZI LA CAMPAGNA ELETTORALE

si è già schierato il plotone d’esecuzione.

Camere sciolte ed è già “lotta continua”, stavolta contro Giorgia Meloni

La solita campagna del Pd: o comandiamo noi, o siete tutti fasci. E intanto una transizione energetica che non risolverà niente ma impoverirà tutti

Settembre tornerà, con le elezioni: il più amato, stimato, illustre degli italiani, dagli influencer ai clochard (quando c’era lui Roma non annaspava nella monnezza, quando c’era lui non si moriva di Covid o di vaccino, quando c’era lui il caldo era meno caldo) ha gettato la spugna, era stressato, non gli davano pieni poteri.

Riecco l’emergenza democratica

Pronto, il blocco dei giornali sedicenti progressisti, Repubblica, La Stampa, è partito, per incarico dell’editore di riferimento, il Pd, mandando in avanscoperta le scartine, quelli che nessuno legge e, in caso, solo per ridergli dietro. Ma il grosso, come l’intendenza napoleonica, seguirà, oh se seguirà.
Ce ne sarà, certamente, anche per Salvini; torneranno a sbandierare agendine rosse per alludere ai “crimini” di Berlusconi; ma il fuoco di fila stavolta è tutto per Giorgia Meloni. Passeranno al setaccio, hanno già cominciato, tutti i suoi amministratori, li accuseranno delle peggiori nefandezze; quanto a lei, diranno che è la responsabile della strage di Bologna, del terrorismo neofascista, di Portella della Ginestra, della caduta dell’Impero Romano.
Lo sappiamo, Enrico Letta, che continua la gloriosa tradizione postcomunista degli omarini sulla poltrona di segretario, lo ha promesso: lotta dura, nessuna pietà, mai un attimo di tregua. È la “emergenza democratica”, che sarebbe: o comandiamo noi, o siete tutti fasci.
Torneranno le patenti di legittimità per la “ducetta” (ovviamente rifiutate); faranno il tampone ad ogni sua dichiarazione; andranno a ripescare le gite al liceo; taroccheranno le foto con lei col braccio alzato, magari perché stava cogliendo una mela dall’albero. La attaccheranno sul fisico, sullo stile, sulla voce, sulla figlia, sulle amicizie, sullo smalto alle unghie se mai lo mette. Sarà un sabba, un carosello infernale, una overdose di violenza.
Le femministe torneranno in servizio permanente effettivo, la accuseranno in quanto cattolica e non abortista. La disprezzeranno in quanto inferiore, non-donna. Più che sdoganarlo, renderanno l’odio obbligatorio. Tutta roba che conosciamo bene, almeno dall’avvento del Cavaliere Nero, tutta roba stucchevole, marcia, infame, ma sempre utile.

Ossessione Meloni anche a destra

Con una differenza. Meloni non è amata neanche a destra e lo sa. La temono, qua e là la detestano, l’idea di vederla per ipotesi a Palazzo Chigi crea più stranguglioni forse a destra che a sinistra: la presunta alleata è l’ossessione, l’incubi. Meglio i transfighi raggrumati sotto il trasformista Di Maio. E se questi scappati di casa e dal partito sono gli stessi che appena ieri volevano appendere a testa in giù l’intero sistema politico, a cominciare da Berlusconi per finire col Pd, che problema c’è?
In politica è sempre un altro momento, come dice la Taverna, una che se ne intende. Tutto, ma non la Meloni a trionfare alle elezioni, a rivendicare una leadership di governo. Così è la politica, si suol dire. Sarà, ma non è un bello spettacolo. Non lo è mai. E si ripete puntuale.

In arrivo il lockdown climatico?

C’è poi un’altro segreto, di Pulcinella ma scabroso, e il velo l’ha strappato, finalmente, il presidente di Nomisma, Tabarelli: prepariamoci a privazioni mai viste, tra due mesi chiudere tutto, scuole, uffici pubblici, fabbriche, insomma un nuovo lockdown con tanto di gendarmi che vengono a bussarti alla porta di casa per vedere quanto riscaldamento ti concedi. Tutto come un anno fa, come due anni fa.
E, ancora una volta, la ragione è molto semplice: non c’è energia, non ci son soldi (i fondi del Pnrr sono come la fabbrica di san Pietro), c’è una transizione energetica che non risolverà niente ma impoverirà tutti, ma alla quale non possiamo né vogliamo opporci, non ci sono prospettive, e c’è pure la paura, malcelata, di attentati affidati dal “liberatore” Putin al pullulare di cellule, cecene, mediorientali, islamiste, maghrebine, disseminate per l’Europa e per l’Italia; e queste non solo illazioni, ma preoccupazioni. Degli apparati di sicurezza, in primis.

La fuga di Draghi

Per questo volevano, dal Colle in giù, la resilienza del più amato: se la veda lui. Il beneamato però s’è sfilato, per giunta in un modo che molti non hanno capito: avventato, rancoroso, apparentemente fuori controllo. Ma forse l’Illustrissimo sapeva benissimo cosa faceva, e cosa si prepara per il Paese.
Non la cornucopia dei fondi europei, che sono come la fabbrica di San Pietro e costano più di quanto convengano, sicuramente le conseguenze, devastanti, di 30 mesi persi, 18 dei quali sotto Draghi, uno del quale, al di là della propaganda di regime, si fatica a trovare l’ombra di qualsiasi incisività.
Draghi ha tirato a campare, andreottianamente, col pretesto del Covid: il discorso mattutino al Senato, l’ultimo, è stato quasi demenziale: se tutto restava da fare, perché non è stato fatto niente? E cosa avrebbe dovuto indurre a pensare che questa volta sarebbe stato diverso?
La politica dovrebbe essere il regno della logica, ma sempre più fa rima con onirica e vale l’aforisma di Frank Zappa: “la politica è il ramo intrattenimento dell’industria”. Su una cosa non sussistono dubbi: sulla lotta continua contro Giorgia Meloni, sulla gogna perenne, sul fatto che i colpi bassi non si conteranno. E non è affatto detto che dagli alleati, assai presunti, le verrà l’aiuto sperato. Lei questo lo sa, sta già cercando di ricucire. Vaste programme, comunque.
Max Del Papa, qui.

Quindi siamo preparati: non la lasceranno vincere, e se dovesse comunque vincere, non la lasceranno governare. Ancora un po’ di cose qui e qui.
E poi c’è “Pagine ebraiche”, che sarebbe – che una volta era – l’organo ufficiale dell’Unione delle Comunità Ebraiche e poi un bel giorno, improvvisamente, è diventato la cassa di risonanza della propaganda, spesso becera fino alla volgarità, anti Trump, con occasionali ma non infrequenti puntate anti Orban, per riciclarsi poi come organo ufficiale dell’eroe Zelenzky con trombe e tamburi, e condanne e anatemi contro il Satana-Putin. E ora che inizia la campagna elettorale non può non lanciarsi col consueto ardore nella battaglia suonando mazzate contro il piccolo, anzi la piccola, Satana di casa nostra. Riporto il delirio odierno con qualche commento.

La destra e l’eredità fascista

Il rischio di una deriva sovranista che possa nuocere al Paese continua ad agitare la campagna elettorale [la LEGGENDA del cosiddetto rischio di una cosiddetta deriva sovranista FABBRICATA dalle sinistre agita la campagna elettorale: non è la stessa cosa. A parte questo, il primo articolo della nostra Costituzione ci informa che “la sovranità appartiene al popolo”: al popolo italiano, non all’Unione Europea, non alla NATO, NON a Biden e neppure a Draghi: che cosa c’è dunque che non va nel cosiddetto sovranismo?]. “Il futuro è l’Italia. Ed è tetro”, la sintesi del New York Times in un articolo su cui si discute ormai da giorni [ma pensassero un po’ al futuro degli Stati Uniti in mano alla famigerata banda dei quattro che li sta portando verso il baratro, invece di ficcare il loro nasaccio zozzo in casa degli altri!]. Tra le preoccupazioni esplicitate il fatto che a prendere il controllo della destra siano oggi figure “che si considerano esplicitamente eredi della tradizione fascista”. [Esplicitamente? Fra i dirigenti? Qualche esempio concreto, qualche nome invece delle solite ciance a vanvera da tiro il sasso e nascondo la mano? Stiamo forse giocando allo schiaffo del soldato?]
“Vecchia storia questa del ‘pericolo nero alle porte’, smentita dai fatti. Noi siamo europeisti, atlantisti e vicini a Israele, pur rivendicando un ruolo più centrale per Roma e dichiarando di voler essere alleati affidabili delle forze occidentali, ma mai servi” la reazione stizzita [si noti l’aggettivo: non infastidita, risentita, seccata, no: stizzita. Tipo zitella isterica] di Fabio Rampelli, uno dei fedelissimi di Giorgia Meloni, in una intervista con Repubblica. Rampelli sostiene che “la generazione che ha fondato Fratelli d’Italia” abbia scavato [“abbia”, congiuntivo: il modo della possibilità, della presa di distanza, del tu lo dici ma se sia vero io non ho la minima idea] “un solco invalicabile tra la destra e l’estremismo, compresa ogni forma di nostalgismo”. Anche Ignazio La Russa (Corriere) accusa: contro FdI, a suo dire, vi sarebbe [sarebbe”… non che ci sia davvero, figuriamoci] “un antifascismo strumentale”. La scrittrice Michela Marzano, sulla Stampa, attacca l’orizzonte valoriale della destra: “Se il nostro Paese si fonda sui valori costituzionali della dignità, dell’uguaglianza, della libertà e del lavoro, è a questi valori che ci si dovrebbe sempre richiamare per smetterla di umiliare le persone e costruire davvero, come scrive il filosofo ebreo Avishai Margalit, una società decente” [Questa invece non la posso commentare perché non ho la minima idea di che cosa esattamente stia parlando. E meno male che è una scrittrice]. Destra italiana che, si riporta in un’altra analisi [quale? Di chi? Pubblicata dove?], “ha sempre corteggiato” un leader autocrate come Orban [e figuriamoci se poteva mancare l’orco Orban! Quella di Orban per questa gente è un’ossessione peggio di quella per l’eroina per un eroinomane in crisi d’astinenza e senza soldi. Se Orban muore a questi tocca suicidarsi perché non hanno più una sola ragione per vivere]. È concreta quindi la possibilità che, con una vittoria di quello schieramento, l’Italia finisca di nuovo “sul fronte anti-Ue”. [Ma magari ci finisse, magari cazzo! Ma cos’è questa UE, un dogma intoccabile? Una divinità? Un filo elettrico scoperto che se lo tocchi muori?]
Altri opinionisti parlano di Meloni e della sua classe dirigente. Per Ernesto Galli della Loggia (Corriere) “considerare fascisti lei e il suo partito, pronti cioè a usare la violenza contro la sinistra e decisi a limitare le nostre libertà, appare alquanto inverosimile” [anche perché la violenza continuiamo a vederla usata dalla sinistra contro la destra, ma questo fa brutto dirlo, anzi fa brutto perfino dar segno di essersene accorti]. La pensa allo stesso modo Pierluigi Battista, intervistato dal Giornale. Il giornalista invita comunque la Meloni a prendere una posizione più netta. “Il tanto bistrattato Fini – ricorda – andò ad Auschwitz, alle Fosse Ardeatine, allo Yad Vashem” [Gianfranco Fini era il delfino di Giorgio Almirante, mussoliniano tutto d’un pezzo e mai pentito, che ha iniziato la carriera di giornalista in un giornale fascista, successivamente segretario di redazione della rivista “La difesa della razza”, autore di articoli antisemiti, aderente alla Repubblica di Salò, fondatore, dopo la guerra, del partito dichiaratamente neofascista “Movimento sociale”. Giorgia Meloni no: da che cosa dovrebbe prendere le distanze, lei? Che cosa dovrebbe dimostrare, lei? Sarebbe più credibile, o più affidabile, o più simpatica se facesse anche lei la sceneggiata di andare ad Auschwitz con telecamere al seguito a portata di faccetta (non più nera) contrita? Tra l’altro lei, per inciso, a differenza di quell’altro, non ha mai dichiarato che “Mussolini è stato il più grande statista del secolo”: e dunque, di che cosa stiamo parlando?]. Per Claudio Cerasa, direttore del Foglio, “il sogno di vedere una destra capace di trasformare il suo rapporto con Draghi in un’occasione per allontanare il suo istinto populista è un sogno tramontato” [Anche questa, come quella della scrittrice, ho qualche difficoltà a commentarla: rapporto con Draghi in che senso? Quale rapporto dal momento che il suo è stato, l’unico, se non sbaglio, partito a non entrare nel governo? Trasformarlo in che senso? Istinto populista a giudizio di chi? Sogno di chi? Coltivato a che titolo? Boh]. Contro le preoccupazioni riportate dal Nyt e da altri organi di informazione insorgono tutti i giornali di destra. “Torna la caccia al fascismo immaginario”, titola La Verità. Questo invece Il Tempo: “La sinistra agita lo spettro fascismo”. [Si tenga presente: i giornali di destra, mica roba seria]. Qui.

In conclusione: contro la Meloni non abbiamo in mano niente ma facciamo lo stesso questo articolo del cazzo gridando al lupo al lupo: non ho bisogno di ricordarvi come va a finire la favola, vero?
Questa testata, nata sinistra, aveva tuttavia agli esordi alcune ottime penne non allineate. Che oggi non ci sono più, ed è diventato un giornalaccio illeggibile.

Quanto a me, nonostante sia lontana anni luce dall’ideale anarchico, quando guardo a tutti gli ultimi governi mi viene, almeno per un momento, da pensare che quasi quasi

(che poi, a parte le considerazioni politiche, a sentirla così non vi fa venire i brividi?)

E per non perdere il vizio, regaliamoci un po’ di fuoco con questa magnifica artista

barbara

ODIA PURE CHE NON TI COSTA NIENTE

A patto di sceglierti gli obiettivi giusti, beninteso, vale a dire che l’odiatore sia di sinistra e l’odiato di destra: in questi casi vai tranquillo che la Segre non vede non sente non parla. Anche perché è troppo occupata a far sponsorizzare il memoriale dell’olocausto alla baldracca influencer.

Rispuntano i Vip che odiano la destra

Com’era? Odiare ti costa? La Commissione Segre contro l’odio? La multa di 5 euro per i commenti sessisti? Certo, come no. A ondate, come il Covid, si ripropone la colata per odiare, che non costa niente se da sinistra a destra, quanto a dire nella direzione giusta. Ogni tanto spunta qualcuno che, ormai giubilato Salvini, s’incarica di fare il cecchino su Giorgia Meloni e le dà, senza mezzi termini (scusate ma questo è diritto e completezza di cronaca), della vacca, troia, zoccola, puttana; tanto per gradire. Non è una donna la Meloni? Ma no, è una sottorazza, è una infame, va appesa a testa in giù.
Come fece, iconograficamente, una testina pensante di seconda o terza scelta, tale Alessandro Robecchi, tempo fa su Twitter, subito retwittato da un parigrado, il Saltafila. Poi qualcuno ricorderà il vivace siparietto di oltre un anno fa, quando lo storico di sinistra Giovanni Gozzini ebbe a definire la leader di Fratelli d’Italia ortolana, rana dalla bocca larga, scrofa e, come volevasi dimostrare, vacca, mentre in studio un altro ospite e il direttore Palumbo ridacchiavano. Lì per lì sembrò talmente enorme, che inscenarono pentimento e autodafà: Gozzini sospeso per tre mesi, Palumbo platealmente dimesso da Controradio, dove sarebbe subito rientrato. In mezzo, i deliri dell’ex brigatista Etro, secondo il quale la Meloni, all’epoca incinta, aveva “la figa che sapeva di ricotta rancida”, nel silenzio plateale delle varie Boldrini, Segre, eccetera: sgradevole, ma, lo ribadiamo, son tutte cose che vanno dette per come sono state dette, altrimenti non si capisce il livello dello squallore. Uno squallore che, osserva giustamente l’interessata, preoccupata per la propria incolumità, non ci mette niente a trasformarsi in livore, in violenza di ritorno.
Ma la sinistra non impara dalle sue miserie; non cambiano, non possono cambiare. Neppure se volessero. Ma non vogliono. Ora, Giorgia Meloni ne ha combinata un’altra: si è permessa di vincere, per davvero, non alla maniera del Pd, le elezioni amministrative, il che già è un crimine; dopodiché è andata a Marbella, ospite di Vox, a fare un discorso, secondo alcuni un po’ troppo urlato (e magari lei stessa se n’è un po’ pentita, quanto a decibel), in favore della famiglia naturale e contro la lobby gender, l’islamismo e la finanza globale. Apriti cielo. La sinistra vipparola, ma più che altro pipparola, non aspettava altro: e la vera ragione non è il sostegno, scontato, di una leader conservatrice italiana a un movimento conservatore spagnolo, europeo: quello era il pretesto che tutti aspettavano per punirla dopo le recenti consultazioni. Come a dire: se credi di alzare la cresta ti sbagli, te lo facciamo capire noi la sorte che ti aspetta. Un riflesso condizionato squisitamente comunista.
Ad aprire le danze era stato il segretario piddino Letta con un pizzino nemmeno troppo velato: “Impediremo che la Meloni vada al Governo con ogni mezzo”. Molti sentirono subito tintinnar di manette dalla magistratura amica: certo fu l’osso ai cani, il segnale per sguinzagliare la canea degli zdanoviani di complemento. Eccoli, anzi eccole, puntuali come droni di guerra, apre le danze, naturalmente a 8 e ½, la “filosofa” (ormai ce ne sono più degli influencer, te li tirano dietro a un soldo la dozzina) con gli occhialini gramsciani Rosi Braidotti: “Meloni come Putin. Toni omofobi, violenti, misogini. Mi fa paura”. Ha paura, la teorica del neofemminismo postumano: del sovietismo antico e rinascente, evidentemente, meno. “Ho paura! Questi toni da furia scatenata contro i nemici dei sacri valori Dio, patria e famiglia. Vede nemici presunti, ancestrali. Ha un linguaggio conflittuale, violento contro omosessuali, donne non madri, femministe, migranti e tutti quelli che non sono come loro. Un tono aggressivo che mi fa paura”. Abbiamo capito, Braidotti, te la fai sotto davanti alla “propaganda assassina” di Giorgia, e minaccia di restare all’estero: e va beh, resta un po’ nei Paesi Bassi, ti sostituiremo con Chiara Ferragni o Antonella Viola.
A ruota segue la scrittrice, anzi scrittora, Ginevra Bompiani con caschetto che fa vagamente Natalia Ginzburg che non ce l’ha fatta; anche Ginevra “ha paura!”, che palle, in quantoché Meloni, oltre che della famiglia dei “buffoni”, è “molto pericolosa”, soprattutto perché “è un tipo che può piacere”, cioè venire eletta. Il fatto è, precisa la scrittora, che “i nazisti ci sono già”, e chissà chi sono.
Scendendo di livello, ecco caracollare Selvaggia Lucarelli, che è ormai difficile definire, diciamo una factotum tra palette, articolesse, provocazioni da social pianerottolo eccetera: siccome è tutta una gara a sgomitare nel segno dell’antifascismo, meglio, antinazismo, e in soccorso del carrozzone LGBTQWERTY, Selvaggia non può mancare: «Non è solo quello che dice, ma come lo dice. Lo sguardo minaccioso, il tono di voce che si abbassa e si alza a seconda del climax dell’invettiva, le pause, la faccia che diventa rossa per lo sforzo di urlare. La sua è adesione totale a idee spaventose, a cui ha finito per somigliare. In effetti, la guardi e fa spavento». Anche profiler, Selvaggia: se la sentono a Quantico, la pigliano subito. A fare le pulizie.
Una che poi dev’essersi detta: e che? Queste tutte a dare i numeri e io niente? E così pure Vanessa Incontrada si mette a tremolare come un budino: “Che paura!”, ansima via social, e poi: “Ancora più paura, l’orrore in queste parole”. Addirittura. Vanessa, sottile come da par suo, estrapola un paio di frasi  “Sì alla famiglia naturale”, “No alla lobby GLBT”, scarnificandola dal discorso complessivo, e gioca facile a fare la terrorizzata. Forse dovrebbe temere altre cose, dentro e fuori di sé. Ma pur di allargarsi, non si butta via niente.
La sinistra vajassa si droga delle sue chiassate e, grottescamente, dà la paletta della sguaiataggine alla Meloni; è come l’arrivo in bagarre della Milano-Sanremo, tutto uno sgomitar di bestiate, uno straparlare con cui fregarsi la scena: alla fine brucia tutti l’outsider Kasia Smutniak con la sua analisi del kaiser via Instagram “Più i pensieri sono bassi, volgari, inadeguati, non all’altezza, tristi, morbosi, infelici, privi di eleganza, di amore, di buon senso, indegni, ingiusti, aspri, acidi, vomitevoli, piccoli, inutili, stupidi, idioti, pericolosi, malformati, kitch, sbiaditi, inesatti, errati, carichi di odio, DISUMANI, più la persona che li esprime diventa… volgare, inadeguata, non all’altezza, triste, morbosa, infelice, priva di eleganza, di amore, di buon senso, indegna, ingiusta, aspra, acida, vomitevole, piccola, inutile, stupida, idiota, kitch, sbiadita, inesatta, errata, carica di odio, DISUMANA. Mi è partito l’embolo”. L’embolo? Qui è un delirio da antidoping. In effetti, la sensazione è quella: la realtà però è diversa, cotante puttanate sono state assemblate a freddo per fregare le varie Rosi, Ginevra, Selvaggia e Vanessa: and Kasia is the winner, by unanimous decision.
Sad, sad, sad: davvero triste questo baciar la pantofola al Pd arcobaleno per un titolo o un ingaggio in più: si sa che funziona così nella fabbrica della comunicazione, e che la fabbrica della comunicazione la controlla la sinistra (anche per distrazioni e/o demeriti della destra, vecchia storia di cui nessuno è innocente), però che mestizia: sorge il sospetto che, cambiando il regimetto, certa gente abbia sì paura, ma di ritrovarsi del tutto priva di sovvenzioni. Ma, ancora una volta, è solo un riflesso condizionato perché tanto anche con la “nazista Giorgia” al potere, non cambierebbe neanche un ficus in Rai, nei giornali, nelle università, nelle scuole, nelle case editrici, nei premi letterari, nei festival sedicenti culturali e via discorrendo: non è questione di posti ma di rete, di gramscismo ancestrale, lo sappiamo tutti, riequilibrare il panorama informativo-ludico italiano è folle quanto sottrarre la magistratura alle sue correnti e al controllo da parte del Pd.
Se c’è una critica che la destra merita, fra le tante, e tante sono davvero, è se mai quella di essersi sinistrizzata, di avere accettato, subìto, comunque adottato stilemi, ipocrisie e stronzate del politicorretto, del woke, del cancel culture. Sicché la vociata di Meloni a Marbella assume, tutt’al più, il suono di una rivendicazione di valori tradizionalisti quasi patetica.
Ma alla sinistra sbracata, volgare e gonfia d’odio nel nome dell’eleganza, dell’educazione e della comprensione amorosa, non basta: chiude il conto, per oggi, la cantante sanremese Paola Turci che proprio non si tiene e fulmina su Twitter il leghista Pillon espressosi in favore di 5 giocatori di baseball di Tampa, Florida, non disposti ad indossare una maglia col logo del Gay Pride. Roba di poco conto, ma bastevole a scatenare il solito canaio sul Pillon, definito dall’ugola di Lotta Continua, appassionata fan di Sofri, “Poco cristiano e molto fascista”. Turci è una che vede fascisti dappertutto, meno che sullo yacht di Francesca Pascale, sua compagna, ex di Silvio Berlusconi. Pecunia non olet e panfilo neanche. Però allegri, oggi abbiamo fatto a fette Pillon, nientemeno, oltre alla solita Meloni: la coerenza è salva. Per le prossime colate d’odio ci vediamo domani, tanto la garrula Liliana Segre con la sua commissione, se c’è di mezzo Giorgia, Salvini o un qualsiasi Pillon regolarmente si distrae.
Max Del Papa, 21 giugno 2022, qui.

Storie vecchie e sempre sapute, naturalmente, ma non fa male rinfrescarle ogni tanto. E visto che c’è tanta gente che esterna a ruota libera, mi prendo un po’ di libertà anch’io: la Ferragni mi fa schifo – ma proprio uno schifo fisico – e la Segre lo stesso ma un po’ di più.
E tanto per non perdere il vizio

barbara

E VISTO CHE IO LE PAROLE NON LE TROVO

le rubo a Giovanni Bernardini

Due pensierini serali

1) Lo ha ricordato Sansonetti: Mattarella è quello che ha imposto una cappa di silenzio sul CSM per impedire che dilagassero le scomode verità sulla politicizzazione della magistratura.
Oggi fra i suoi più accaniti sostenitori c’è un uomo che ha subito 40 processi in 20 anni. Ed un altro che è sotto processo per aver cercato di combattere l’immigrazione clandestina.

2) Ho sentito qualcuno che citava Tomasi di Lampedusa: “Bisogna cambiare tutto affinché nulla cambi”.
NO, le cose NON stanno così.
NON hanno cambiato NULLA affinché nulla possa cambiare.
Comunque, citare “il gattopardo” per commentare le azioni di un una masnada di cialtroni vuol dire onorarli, i cialtroni…

E a Giorgia Meloni

barbara

ANCORA SU SABATO 9 OTTOBRE 2021

Ancora qualche dettaglio sulle dirette, pesantissime responsabilità del ministero dell’Interno in quanto è accaduto.

Lamorgese nei guai. Un dossier conferma: l’assedio alla Cgil fu “permesso”

L’annotazione della Digos di Roma certifica la “trattativa” con Forza Nuova a Piazza del Popolo. Fdi all’attacco: “Lamorgese si dimetta”

Un’annotazione riservata, scritta dalla Digos, rivelerebbe due verità su quanto successo sabato a Roma in occasione della manifestazione anti green pass. Primo: che le autorità deputate avrebbero incredibilmente sottovalutato il pericolo Forza Nuova. Secondo: che il corteo verso la Cgil sarebbe stato addirittura “permesso”, dando così il “La” all’assalto alla sede del sindacato. Poi distrutta.
La notizia è clamorosa. E mette sul banco degli imputati il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, di fatto responsabile – almeno politicamente – della gestione dell’ordine pubblico sul suolo italiano. Non si capisce perché, però, oggi Repubblica nel rivelare il dossier utilizza la prova regina dell’impreparazione del Viminale per “smentire” il presunto “complotto ai danni della destra politica del Paese”. Che c’azzecca? Nulla. A ben vedere Meloni nel suo intervento alla Camera aveva accusato il ministro di essere a conoscenza delle pregresse attività criminali di Giuliano Castellino e di “non aver fatto nulla” per fermarlo. Ma soprattutto aveva osato dire che quanto “accaduto sabato” era stato “volutamente permesso”. Certo: poi ha parlato di “strategia della tensione”. Ma il punto qui è un altro: è vero o non è vero che il blitz verso la Cgil è stato “concesso” dalle autorità ai leader di Forza Nuova? Secondo l’avvocato degli arrestati, la risposta è “sì”. “C’era un accordo con la Digos”, ha spiegato, “Se avessero detto ‘non ci rompete le scatole’, alla Cgil non sarebbe andato nessuno”. Una versione smentita da fonti di polizia sentite dall’Agi, secondo cui i manifestanti sarebbero partiti “ben prima di una qualsiasi forma di autorizzazione”. Ma confermata dall’annotazione redatta della I sezione della Digos della Questura di Roma (II Settore Destra Antagonista).

Il video choc: assalto annunciato. Gli errori di Lamorgese

Tutto inizia a Piazza del Popolo dove si radunano almeno 15mila manifestanti, molti di più – troppi – rispetto a quelli attesi da questore e prefetto [se se ne aspettavano di meno, vuol dire una cosa sola: non sanno fare il loro mestiere, e vanno licenziati]. Gli agenti in strada sono pochi, come spiegato dal sindacato della Celere al Giornale.it, e viene anche sottovalutata l’intenzione dei leader del gruppo violento [quello noto alle forze dell’ordine e al ministero dell’interno per azioni violente in precedenti manifestazioni, tanto che la partecipazione a manifestazioni gli è interdetta, programma di andare e lo lasciano andare – credo che questa cosa si chiami complicità con l’autore di un reato -, annuncia che assalterà la CGIL ma loro “lo sottovalutano”, cioè dopo un’infinità di assalti violenti sono convinti che questa volta dirà ma no, ho scherzato. Randellate sulle gengive]. Nelle chat interne da tempo si parlava del progetto di assaltare i palazzi del Potere. E dal palco di Piazza del Popolo, di fronte a agenti, dirigenti, giornalisti e telecamere, Castellino annuncia urbi et orbi il progetto di attaccare la sede della Cgil. Cosa fa il Viminale per impedirlo? Nulla. Anzi: pare abbia autorizzato il “corteo dinamico” verso la sede del sindacato di Landini. “Verso le 17.30, attesa l’insistente richiesta dei numerosissimi manifestanti attestati in piazza del Popolo – si legge nell’annotazione – viene loro permesso di effettuare un percorso dinamico verso la sede della Cgil”. Secondo gli arrestati, il responsabile della Digos prima avrebbe promesso di parlare con i suoi superiori. E dopo mezz’ora avrebbe comunicato il semaforo verde.

L’inchiesta Forza nuova-Cgil: “C’era l’accordo con la Digos”

Stando a Rep, le autorità avrebbero autorizzato il corteo nella speranza di alleggerire la pressione su Piazza del Popolo, di dirigere i violenti lontano dai palazzi del governo e infine di “separare” i forzanovisti dal resto dei no green pass. Errore tremendo: i manifestanti scaldano gli animini in pizza del Brasile, si dividono in due gruppi e arrivano davanti alla Cgil prima che la questura riesca a inviare i rinforzi ai pochi celerini presenti sul posto [cioè almeno un’ora dopo che era stata annunciata la decisione di assaltare la sede della CGIL: dovevano farli arrivare da Reggio Calabria i rinforzi?]. Lo sbaglio, probabilmente, sta tutto nell’essersi fidati di Castellino, uno che in quella piazza non doveva esserci per via dei suoi numerosi provvedimenti restrittivi: secondo l’annotazione “il fine del percorso dinamico, così come richiesto dal leader romano di Forza Nuova” era “un incontro con un rappresentate della Cgil”. Poi però si è trasformato in un assalto. Chi e perché si è fatto fregare? E poi: a scongiurare l’autorizzazione non bastava l’invito di Castellino agli “italiani liberi” ad “assediare la Cgil”? Non a caso Fdi già mette nel mirino il ministro Lamorgese: “Si tratta dell’ennesima conferma che il responsabile dell’Interno ha grandi responsabilità – dice Emanuele Prisco – riteniamo che per lei non ci sia altra soluzione se non quella delle immediate dimissioni”.
Giuseppe De Lorenzo,15 Ottobre 2021, qui.

Dissento sulla formulazione dell’ultima frase: le immediate dimissioni di quella donna non sono una soluzione per lei: sono una soluzione per noi, per salvare l’Italia dai suoi maneggi.
Poi c’è la faccenda del fascismo, dei rigurgiti fascisti, del pericolo fascista, dell’emergenza fascista, degli squadristi con manganelli e olio di ricino in agguato sotto ogni portone.

Antifascismo a orologeria in vista dei ballottaggi, ma Fratelli d’Italia è radicato nell’arco costituzionale

Il partito di Giorgia Meloni guarda a Washington, non a Salò, per il futuro del centrodestra italiano

Una volta, Silvio Berlusconi parlava di “giustizia a orologeria” per descrivere le azioni dei giudici nei suoi confronti e nei confronti degli esponenti del suo partito in prossimità delle elezioni. Oggi, in particolare dopo la manifestazione di sabato a Roma, si può parlare di “antifascismo a orologeria”, con i ballottaggi dietro l’angolo e Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni sotto attacco costante della stampa mainstream e della sinistra.
Nulla di cui preoccuparsi: lunedì, miracolosamente, il fascismo uscirà dai nostri radar. Lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha espresso convintamente il suo sgomento di fronte al vile attacco alla Cgil ma ha sottolineato che si è trattato di un “episodio isolato” e di “non essere preoccupato” per la tenuta del Paese. Di fronte alle frasi autorevoli di un capo dello Stato non certo vicino alla destra, la sinistra ha scelto di rispondere con un’aggressione fuori dalle righe. Beppe Provenzano ha anche affermato che “Fratelli d’Italia è fuori dall’arco costituzionale”. Un’affermazione ridicola, volta a delegittimare chi, secondo gli ultimi sondaggi di SWG, rappresenta il primo partito italiano nelle intenzioni di voto degli elettori.
Fratelli d’Italia è un partito fondato nel dicembre 2012 da una scissione dell’allora Popolo della Libertà (PdL), il contenitore berlusconiano del centrodestra italiano. Insieme alla Lega e a Forza Italia governa in 14 delle regioni italiane – tra cui alcune di primissimo piano dal punto di vista economico come la Lombardia, il Veneto e il Piemonte – e in centinaia di comuni italiani. Già nel 2008, quando erano ancora nel PdL, l’attuale leader, Giorgia Meloni, e un altro esponente di spicco del movimento, Ignazio La Russa, furono nominati da Giorgio Napolitano rispettivamente ministro per le politiche giovanili e della difesa, giurando fedeltà alla Costituzione italiana. Conoscendo la storia dell’allora presidente della Repubblica è da ritenere improbabile che egli conferisse il mandato a pericolosi estremisti filo-fascisti.
Nella legislatura che ha visto i suoi albori dopo le elezioni del 4 marzo 2018, Giorgia Meloni è sempre restata all’opposizione. Sia dei governi di Giuseppe Conte, sia di quello di Mario Draghi, rivendicando una sua linea di coerenza e affermando che “tornerà al governo quando sarà il momento con tutto il centrodestra dopo avere vinto le elezioni”. Non sembrano queste le parole di una estremista che si pone fuori dall’arco costituzionale. Né sembra il suo l’atteggiamento di chi cerca in ogni modo di ottenere posti di governo e sottogoverno o brama per il potere: dalla sua nascita FdI non è mai stata nella cosiddetta “stanza dei bottoni”.
Dopo l’ultima crisi di governo, Fratelli d’Italia ha scelto, ancora una volta, la strada dell’opposizione. Unico partito a opporsi all’esecutivo di unità nazionale guidato da Mario Draghi. Se Matteo Salvini ha compiuto la scelta di sostenere l’ex presidente della Bce anche sotto la spinta delle roccaforti nordiste della Lega in vista dell’attuazione del PNRR, Meloni ha potuto compiere una scelta diversa che sembra pagare a livello elettorale. Lo scorso 3 e 4 ottobre, nelle principali città al voto FdI ha quadruplicato i suoi consensi e il partito è salito a oltre il 20 per cento su scala nazionale. Un particolare su cui molti non si soffermano è che sia la leader di FdI sia Matteo Salvini riescono a incanalare il dissenso verso le politiche governative mantenendolo dentro il Parlamento. Da questo punto di vista essere all’opposizione – oggi come non mai – rappresenta un fattore fondamentale per la tenuta del sistema politico e dello stesso sistema-Paese. Forse qualcuno vorrebbe che il 20 per cento di Meloni e quello di Salvini finissero nelle mani del generale Pappalardo, di Forza Nuova e di Casa Pound? Forse qualcuno vorrebbe il tanto meglio tanto peggio?
Dopo l’assalto alla Cgil, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati si è recato nella sede del sindacato per portare la sua solidarietà a Maurizio Landini e agli iscritti al movimento. Anche se il fatto ha trovato poco spazio nei giornali della Triade – CorRepStamp – si è trattato di un gesto che da solo mostra la distanza del partito di Meloni da certi movimenti che, peraltro, in passato non hanno mai fatto venire a mancare dichiarazioni di disprezzo per i leader della destra democratica italiana, da Gianfranco Fini alla stessa Meloni.
È ancora lunga la strada che potrebbe portare Fratelli d’Italia al governo e, magari, Giorgia Meloni a essere la prima premier donna della storia del nostro Paese. Il deputato FdI Marco Osnato ha affermato recentemente in un’intervista a il Giornale che la destra sta lavorando per creare una classe dirigente politica all’altezza del compito. L’apertura verso sensibilità politiche che provengono dal mondo liberale, popolare e liberalconservatore darebbero certamente al partito maggior titolo per tentare di rappresentare stabilmente la variegata galassia del centrodestra italiano. Giorgia Meloni è stata l’unico politico italiano a parlare – per giunta in inglese – all’American Conservative Union due anni fa: sicuramente dalla big tent repubblicana avrà tratto un’esperienza significativa da mettere in pratica qualora dovesse guidare il Paese. La destra italiana guarda a Washington, al gollismo e a Londra, non a Salò. Con tutto il rispetto per l’onorevole Provenzano.
Daniele Meloni, 13 Ott 2021, qui.

Se poi non si riescono a trovare prove che Giorgia Meloni sia visceralmente fascista, nostalgica del ventennio, ammiratrice del duce, basta fabbricarle: cosa ci vuole?

Per concludere, non posso rinunciare a dire due parole su quei geni dei novax – perché è noto e notorio che i novax sono quelli intelligenti, quelli che non se la bevono, quelli che si pongono domande, quelli che nutrono dubbi. Ecco questi geni non trovano di meglio che pubblicare questo

Peccato che poi arrivi qualche guastafeste, sicuramente un fetente vaccinofilo, che fa presente che quella è una foto della Street Parade di Zurigo del 2019 con 850.000 persone. Infatti cercando “ponte sul lago di Zurigo” in google immagine si trova questa foto

Una nota a proposito di questa foto: guardate l’immagine e segnatevi il numero delle persone (che, come si può vedere, sono inquadrate solo in parte), e ricordatevene quando vi racconteranno che a una qualche manifestazione in qualche piazza italiana hanno partecipato un milione, due milioni (se il cannocchiale funziona, se no riprovate più tardi: ne vale la pena), tre milioni di persone.

barbara

IN MERITO AI FATTI DI SABATO SCORSO

Che quanto accaduto sia estremamente grave, è sotto gli occhi di tutti; che il governo abbia giocato uno dei giochi politici più sporchi della storia d’Italia, è sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di aprirli.
E veniamo ora alle proposte di sciogliere i gruppi fascisti che insieme a un accorato grido di dolore da tante parti d’Italia si leva verso di loro.

Niram Ferretti

I VIRTUOSI AUTORITARI

Dopo ventiquattro anni, è dal 1997 che esiste, si vuole procedere allo sciogimento di Forza Nuova, partito di chiara ispirazione neofascista.
Si può legittimamente sostenere che un partito neofascista che ha percentuali risibili di consensi (in realtà, più che un partito è una setta che crede nella criogenesi di una forma di vita estinta da settantasei anni), non dovrebbe esistere in Italia, anche se nessuno obbietta che esista un partito neocomunista, ma non può essere il Parlamento per decreto a scioglierlo.
I partiti non si sciolgono a colpi di maggioranza, ma, se reputato necessario e in casi di emergenza, dal governo, e dalla magistratura. Non è il PD che può deciderlo, non siamo ancora in Venezuela. E conforta che anche Forza Italia, difficilmente accusabile di essere parafascista o subdolofascista o criptofascista, come FDI o la Lega,si sia opposta. E si è opposta perché chiara è la strumentalizzazione politica che muove questa mozione, la stessa strumentalizzazione che ha voluto dare i natali alla ridicola Commissione contro l’odio.
In ventiquattro anni, nessuno ha ritenuto, giustamente, che Forza Nuova fosse una emergenza nazionale, e per un motivo molto semplice, perché non lo è, e non lo sarà mai, se non per alcuni talebani dal pugno chiuso che si credono i soli depositari di ciò che significa democrazia, libertà, progresso, e che, incapaci di promuovere un programma che non abbia come capisaldi la teologia dell’immigrazione e la pedagogia gender, ha bisogno dello spauracchio fascista per darsi una maggiore consistenza.

E dunque nessuno finora ne aveva chiesto lo scioglimento – al massimo la chiusura della loro sede – perché non rappresenta un’emergenza nazionale. Ma non solo per questo.

Niram Ferretti

IL FANTOCCIO STRUMENTALE

Improvvisamente, dopo ventiquattro anni di esistenza si scopre che Forza Nuova, il movimento neofascista fondato da Roberto Fiore nel 1997 e con una percentuale di votanti da prefisso telefonico (lo 0,37% alle politiche del 2018) rappresenta un pericolo per la democrazia.
Si invoca il suo scioglimento, si fa riferimento alla Legge Scelba del 1952, la quale recita al primo articolo che “si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista».
Benissimo. Ma come mai, ci si è accorti solo adesso che Forza Nuova rientra in questi canoni? Davvero dopo tutti gli episodi del passato, aggressioni nei confronti di extracomunitari, negazionismo smaccato della Shoah, ostentato suprematismo razziale, omofobia programmatica, ecc. l’episodio che ha fatto aprire gli occhi a tutti sulla pericolosità eversiva del partito è stato l’assalto alla sede della CGL da parte di una dozzina di militanti?
Come mai prima di questo episodio, nessuno nelle istituzioni riteneva che Forza Nuova avesse il carattere potenzialmente eversivo e minaccioso delle Brigate Rosse?
Forse perché in questo momento c’è un partito di destra, erede del MSI che ottiene ampi consensi ed è il primo partito italiano nelle intenzioni di voto alle prossime politiche nazionali?
Non si cerca disperatamente e con programmatica persistenza di fare, e in questo caso la metafora ha un doppio senso ben chiaro, di tutta l’erba un fascio?
Certo, Roberto Fiore non ha alcun legame diretto con Giorgia Meloni, ma…per la sinistra, alla fine sono “sempre loro”.
Mentre i comunisti di una volta possono diventare ulivisti, piddini, o verdi, oppure restare orgogliosamente comunisti come Cossutta, Diliberto, Bertinotti, Marco Rizzo, i fascisti restano sempre uguali a se stessi anche quando affermano di non esserlo più, di avere fatto passi avanti. Ci vogliono sempre prove, attestati, esami del sangue, e non bastano mai perché, ovviamente, non possono, non devono mai bastare.
La realtà è tuttavia assai più semplice. Forza Nuova, per chi non si fa intontire dalla vulgata imposta da quasi tutta l’informazione unita, è solo un pretesto, serve per continuare ad agitare lo spettro del fascismo, l’avanzata nera, ma chi si teme veramente non è una setta di esaltati, ma un partito in crescita, che potrebbe, non sia mai per tutto l’apparato organizzato, arrivare al governo del paese, e se la destra unita, compresa Forza Italia, manifesta la sua contrarietà allo scioglimento del partito, perché ritiene che essa sia, come di fatto è, una mossa strumentale, ecco che questa diventa una dimostrazione della complicità, di un legame mai disciolto, e anche Berlusconi, in fin dei conti, sulla condanna del fascismo non è mai stato troppo esplicito…
Forza Nuova è il fantoccio che serve indirettamente a mascariare in primis Fratelli di Italia, e in secundis la destra tutta.

E infatti c’è chi addirittura propone…

Giovanni Bernardini

FUORI LEGGE?

Qualcuno nel PD sogna di mettere fuori legge FdI. Un certo signor Provenzano, esponente del PD ha stabilito che FdI è “fuori dall’arco democratico”, quindi…
Tanto per chiarire per sciogliere un partito occorre:
1) Che esista una legge che consente, in certi casi, che un partito possa essere sciolto.
2) Una sentenza della magistratura che autorizza il ministero dell’interno ad emettere un decreto di scioglimento di detto partito.
3) In casi di assoluta necessità ed urgenza e di pericolo IMMINENTE per la democrazia il ministero dell’interno può agire senza aspettare la decisione della magistratura e sciogliere d’imperio un partito
4) In questo caso la successiva sentenza del magistrato dovrà confermare la decisione presa d’urgenza dal ministero dell’interno per renderla davvero definitiva. Comunque si apre la strada ad una lunga serie di ricorsi e contro ricorsi che può arrivare sino alla corte costituzionale.
5) In nessun caso è ammissibile che un partito possa essere sciolto a colpi di maggioranza. Ad esempio, PD e 5S si mettono d’accordo, definiscono “fascista” un partito di opposizione, si vota in parlamento, quel partito è messo fuori legge così PD e 5S governano allegramente da soli. NO, questo NON si può fare. Per ora l’Italia non è il Venezuela.
6) A parte ogni dissertazione giuridica, è fin troppo evidente che se si comincia a pensare di mettere fuori legge partiti che hanno un seguito reale nel paese si entra nella logica della guerra civile. Nessuna forza politica può accettare di esser costretta al silenzio per decreto. Nessuna persona ragionevole può sul serio pensare di percorrere una simile via. Purtroppo un personaggio come Letta ragionevole non è…

Già: se un presidente americano dell’altra corrente ha troppo seguito e troppo successo, si fabbrica un dossier a suo carico incastrando finti testimoni, e si cerca di ottenerne l’impeachment; se uno stato legifera per difendere i propri bambini da manipolazioni perverse e pervertite, si minaccia di tagliargli i fondi per tentare di farlo tornare al gregge; se un partito di opposizione ha successo si programma di scioglierlo, come ha fatto Hitler con l’intera opposizione il 27 gennaio 1933 (NOTA per quelli che vedono analogie, o addirittura strette analogie con quanto sta accadendo qui e prevedono che si finirà alle camere a gas per chi non ha il green pass, spiegando che anche lì non è esploso tutto in una volta ma hanno proceduto lentamente, facendo abituare la popolazione, e ci sono voluti ANNI: fra la nomina di Hitler a cancelliere e l’incendio del Reichstag che ha permesso di mettere fuorilegge tutti i partiti, sono passati 28 giorni). Ma torniamo alle vicende di sabato scorso. Succede dunque che ad un certo punto un tizio sul palco fa un annuncio clamoroso

E che cosa succede? Niente, assolutamente niente. Allora Giorgia Meloni interroga in proposito, in Parlamento, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, già responsabile nel nessun intervento al rave party di Viterbo, meno di due mesi fa, con 3000 partecipanti, droga a carriole e un ragazzo morto, e ora responsabile dello stesso comportamento nei confronti di un assalto alla sede di un sindacato preannunciato, e violenti scontri di piazza. Ascoltiamo dunque l’oscena risposta del ministro, che comincia ad articolarsi dopo ben due minuti e mezzo di un’intera muta di cani menati per l’aia.

Capito? Non è intervenuta perché altrimenti si sarebbero potuti verificare disordini, mentre così, grazie a lei, si è svolto tutto pacificamente. Ma, a parte questo, dal momento che si sapeva con certezza che i capi manipolo sarebbero andati alla manifestazione, e dal momento che sono sottoposti a limitazioni per cui partecipare a manifestazioni è loro vietato – cosa che il ministro ha la faccia da culo di ricordare in aula -, predisporre un po’ di agenti che impedissero loro di andarci mentre uscivano di casa? Troppo difficile, signor ministro? Troppo complicato? Troppo intelligente per essere alla sua portata? No: per un simile comportamento non basta essere inetti, fa notare Giorgia Meloni, e non basta neppure essere stupidi, aggiungo io. Ci vuole dell’altro, come precisa Giorgia Meloni e come, già due giorni prima dell’interrogazione parlamentare, aveva scritto Niram Ferretti:

Niram Ferretti

FUNZIONALI

Di tutta un’erba un fascio, o meglio un fascio littorio.
Si accorpa e aggrega ciò che non si vuole separato, che si esige unito. I megafoni massmediatici lo evidenziano all’unisono.
Ma che strano, è proprio davvero strano, che una formazione politica come Forza Nuova, di fascisti conclamati, ben tenuta sotto osservazione, improvvisamente agisca durante una protesta sostanzialmente pacifica. Davvero strano che li si lasci devastare un ufficio della CGIL (un po’, ma forse solo un po’ ricordano i clowns che vennero fatti entrare come una lama incandescente dentro un panetto di burro a Capitol Hill. Fatti entrare).
Nessun complotto, ci mancherebbe, nessuna dietrologia, ma ecco che dopo l’infiltrato di Fanpage che mostra il numero tre di FDI in convenevoli camerateschi (è il caso di sottolinearlo) con un fascista da macchietta (ma come è che i fascisti sono sempre delle macchiette alla fine? Semplice, perché il farsesco appartiene all’originale), arrivano i fascisti “veri”, o perlomeno quelli doc, i Fiore, Er Pantera, altri, che giravano da anni e anni, ma che solo adesso si scoprono pericolosi, forse issimi, l’onorevole Emanuele Fiano si spaventa, e dunque ecco la mozione parlamentare per sciogliere il gruppo, solo ora? Ma che strano.
E’ il rauco La Russa, quello che ha chiamato i figli come capi indiani (poveri ragazzi) che lo fa presente con euclidea logica forense.
«È una mozione strumentale, temo inserita in quello che sta accadendo negli ultimi giorni. A che serve una mozione? Non è il Parlamento che deve decidere sull’eventuale scioglimento di un partito, decisione estrema, ma il governo. E non l’ha fatto finora, né questo né quelli precedenti: come mai? Delle due l’una: non avevano le motivazioni per scioglierli o hanno preferito tenerli lì, magari come strumenti utili per la strategia della tensione?».
Strategia della tensione. Bisognerebbe rileggersi lo Sciascia de “Il Contesto”
Forse che sì, forse che no, senza scomodare il Vate, aureolato dal Ventennio.
Nel mentre cascano dal pero, per così dire, frasi senza dubbio antisemite, dell’avvocato Michetti. Sprovveduto? Non lo sappiamo con certezza.
Tutto fa brodo, o meglio broda, quella delle streghe, l’importante è che, girato l’intruglio nel paiolo, l’odore che ne emani sia fetido abbastanza e convenga, nei pressi di un ballottaggio che assegnerebbe la capitale, a una precisa parte in gioco, quella che ha come leader il pisano Letta, tornato da Parigi per raddrizzare le sorti di un partito pencolante, pugno chiuso e inflessibile determinazione, soprattutto contro il fascismo, il pericolo incombente. E dal paiolo l’effluvio che emana fa dire in coro, “Ucci, ucci, sento odor di fascistucci”.
Roberto Fiore oggi è perfetto per i pifferai del babau fascista. Gli stessi che, oltreoceano, per quattro anni, hanno mascariato Donald Trump. Funzionale all’apparato di sinistra, proprio lui.
Se gli avessero pronosticato che un giorno sarebbe stato l’inconsapevole Willi Mutzenberg di Enrico Letta, non ci avrebbe mai creduto.

Certo, chiamarlo un tentativo di golpe sarebbe esagerato, ma che un tentativino di golpettino non ci sia stato, io la mano sul fuoco non ce la metterei. Certo comunque che anche loro, sti fascisti

barbara

VIVA DRAGHI! VIVA LE NOVITÀ! VIVA LE RIAPERTURE!

E poi ancora viva il ritorno alla normalità, viva la libertà, libiam nei lieti calici e viva tutto, viva viva viva!

E leggo in giro un sacco di gonzi che esultano: finalmente! Era ora! Vedi che le proteste funzionano! Hai visto Draghi come ha rimesso in riga Speranza! Qualcuno, per contro, ha evocato “il poliziotto buono e quello cattivo” che lavorano in tandem per spedirti in galera, e la cosa ha funzionato ancora una volta. E, a proposito di Speranza e dell’appello di Giorgia Meloni per sfiduciarlo, guardate un po’ qui, casomai qualcuno non riuscisse a ricordarle tutte:

Questi invece sono i gentiluomini che si sono mobilitati in suo soccorso

cliccando qui potete leggere un po’ meglio

Mentre il solito Galli, sconvolto da queste spropositate quanto sconsiderate aperture, gufa come al solito, prevede sfracelli e catastrofi e invoca chiusure totali, probabilmente sine die. Magari con massiccio intervento di delatori e di avvisi come questo apparso in un condominio, segnalato da Nicola Porro su quarta Repubblica

Forse farebbe bene a ricordare che

Nel frattempo, se vi restano ancora tre minuti, andate a leggere anche questo.

barbara

SE QUESTE SONO DONNE

Anch’io ce l’ho, nel caso qualcuno dovesse nutrire qualche dubbio. E poi ho anche tutto un corpo intorno, capace di lavorare e di creare e di comunicare in tanti modi diversi; e infine, lassù in cima, ho una testa con dentro un cervello. Quindi, possedendo così tante cose oltre a lei, non ritengo di avere particolari motivi per esibirla. Ma questo, evidentemente, non vale per tutti; per alcune povere creature lei, evidentemente, è l’unico valore di cui dispongono, altrimenti non si capisce perché dovrebbero sbandierarla in questa maniera. O che sia per far sapere che ce l’hanno, nella speranza di rimediare qualche botta? Certo che lo schifo è tanto, ma proprio proprio tanto.

E oltretutto neanche capaci di essere originali, visto che l’hanno copiata dalla Spagna.

Qui

barbara

E HA IL CORAGGIO DI RISENTIRSI

se ci si permette di attribuire a lui la definizione di persona di sinistra. (I grassetti sono miei)

Insulti e solidarietà   

La leader di un partito politico, sovranista e nostalgico, viene volgarmente offesa da un professore universitario, e questa non è una bella cosa, anzi, è cosa deprecabile. Il mondo si scandalizza e le dichiara solidarietà. Una nota giornalista, invece, non riesce a dichiararle la sua solidarietà e spiega perché. La leader di partito ha una storia tutta sua, per niente invidiabile da chi non coltivi nostalgie di carattere fascista. Si è ripetutamente espressa secondo i suoi convincimenti sul fenomeno migratorio, ha a suo modo negato la sua solidarietà a vittime del razzismo e della discriminazione di genere, soprattutto ai danni di diversi, ha sempre dimostrato la sua comprensiva complicità con le frange del fascismo neonazista e antisemita. Insomma, non proprio un esempio di illuminata politica del rispetto e della tolleranza. Ora, però, si ritrova improvvisamente lei stessa vittima di un attacco che, apparentemente femminofobo, è nei fatti un insulto alla persona e alla sua politica.
Al di là della condanna degli insulti specifici rivoltile, che contribuiscono a rendere sempre più incivile questa nostra epoca di inciviltà, vien fatto di chiedersi, con Popper, se sia davvero giusto e conveniente essere tolleranti con gli intolleranti, essere rispettosi con gli irrispettosi, essere civili con gli incivili, accogliere a braccia aperte gli xenofobi. La lezione dei nostri giorni ha già ampiamente dimostrato a quale punto di degrado possa arrivare una società che accetta intolleranza, odio, pregiudizio, discriminazione, scambiando la propria tolleranza dell’intolleranza per riconoscimento della libertà di espressione altrui. La libertà dell’altro di spargere odio porta solo alla privazione graduale di ogni spirito di reciproco rispetto. All’intollerante è opportuno ricordare, una volta ogni tanto, che di intolleranza si può anche morire, come mostra la cronaca dei nostri giorni, e, quanto meno, si può anche soffrire. E non sempre a morire o a soffrire deve essere necessariamente l’altro. L’odio produce odio, l’insulto produce insulto. È venuto il momento che la politica cominci a pensare a creare incontri, anziché scontri, occupandosi di risolvere i problemi del paese, anziché disporsi a sempre nuove campagne elettorali. È venuto il momento che la politica riacquisti uno stile – e speriamo molto in Draghi –, perché lo stile non è sempre e solo questione di forma.
Ovviamente, la giornalista è stata sommersa dagli insulti dei nostalgici pro-leader del partito politico in questione, e la leader del partito politico stessa non ha certo sentito opportuno esprimerle la sua solidarietà di donna. Per questo, e per riequilibrare le sorti, le esprimo io la mia solidarietà di essere umano. Per quel che vale.
Dario Calimani, 23 febbraio 2021, qui.

Un paio di annotazioni.
“un attacco che, apparentemente femminofobo, è nei fatti un insulto alla persona e alla sua politica.”
E certo, chi mai potrebbe pensare che “vacca” sia un insulto attribuitole in quanto donna! A quale uomo non è capitato di sentirsi dare della vacca quando si vuole criticare il suo operato.

“non ha certo sentito opportuno esprimerle la sua solidarietà di donna”
Di donna? Come di donna? Non era tutto riferito alla politica, alle scelte, ai comportamenti? Da dove salta fuori adesso la donna?
In ogni caso ricordiamoci: definire “persona di sinistra” una persona che non manca occasione per esprimere concetti opinioni posizioni scelte di sinistra significa appiccicare arbitrariamente e impropriamente un’etichetta. Chiamare invece una persona nostalgica (del fascismo), complice delle frange del fascismo neonazista e antisemita, intollerante irrispettosa incivile xenofoba, attribuirle intolleranza odio pregiudizio discriminazione, quello no, quello va benissimo. E se è tutto falso va meglio ancora. Che dire: applausi a scena aperta a un appartenente alla banda dei moralmente superiori.
PS: *fobo significa che * incute terrore. Chi chiama vacca una donna non prova, nei suoi confronti, terrore, bensì disprezzo: si tratta di misogino, non di femminofobo.

barbara

UN PO’ DI INSALATA MISTA

Caso Meloni 1. Chiamata pubblicamente pesciaiola, rana dalla bocca larga, vacca e scrofa da un signor docente universitario, è intervenuto Mattarella, è intervenuto Draghi, è intervenuta la sinistrissima Paola Concia, è intervenuta perfino l’ANPI… Ci sono tutti? Ah no, ne manca uno: manca la commissione Segre contro l’odio. Manca, soprattutto, l’ineffabile signora Segre.

Caso Meloni 2. Erica Persephónē Gazzoldi

Le hanno dato della scrofa, vero? A me, pare un insulto specista, più che altro… povere scrofe…
Commento lasciato sul profilo dell’Oca Signorina, che, manifestamente controvoglia, si vede costretta a prendere le parti di Giorgia Meloni, in quanto donna, ferocemente insultata, ma non sembra avere, lei attentissima a ogni commento e a ogni singola microscopica sfumatura, pronta a gettarsi nella mischia con maschio ardimento a ogni minimo alitar di vento, alcunché da dire.

Covid 1. È morto Mauro Bellugi. All’ex calciatore di Inter, Bologna, Napoli e della Nazionale, 71 anni compiuti il 7 febbraio, erano state amputate entrambe le gambe nei mesi scorsi per complicazioni legate al Covid. (qui)

Piergiorgio Molinari

Grazie alla stampa, sempre puntuale e obiettiva, oggi abbiamo scoperto che il famoso virus cinese può addirittura portare all’amputazione delle gambe. D’altra parte si sa che il devastante virus è diverso da tutti gli altri incontrati dalla razza umana nel corso della storia – ed è per questo che lo stiamo appunto combattendo con misure mai adottate prima, quali la soppressione delle libertà individuali, l’autodistruzione dell’economia, i lockdown e le mascretine. Poi leggi oltre le prime due righe e scopri che il famoso calciatore a cui hanno amputato le gambe e che è quindi morto “a causa del Covid” era in realtà malato di una grave forma di talassemia. Allora ti documenti, e scopri che la talassemia è una malattia le cui complicanze, casualmente, in certi casi portano ad amputazioni e alla morte. Cani. Rognosi. Sciacalli. Merde. Criminali.
(Inoltre, penso che Conte, il PD e i Cinque Stelle debbano essere trascinati a processo per i loro crimini, assieme ai magistrati eversivi e golpisti.)

Covid 2. Il terrorista Massimo Galli dichiara: «mi ritrovo ad avere il reparto invaso da nuove varianti, e questo riguarda tutta quanta l’Italia e fa facilmente prevedere che a breve avremo problemi più seri».  Ma il suo ospedale smentisce categoricamente: «nel periodo dal 23 dicembre 2020 al 4 febbraio 2021, sono stati ricoverati 314 pazienti positivi a Covid. I dati raccolti hanno rilevato la presenza di 6 pazienti positivi alla variante Uk su un totale di 50 casi che, in ragione delle loro caratteristiche, sono stati sottoposti a sequenziamento». Sparate analoghe sono venute in passato anche dal suo socio terrorista Andrea Crisanti, che in questo momento sta spiegando perché è assolutamente certo che ci sarà la terza ondata per cui l’unica soluzione è il lockdown nazionale. A Guantanamo dovrebbero portarli.

Covid 3: i morti. Dove guardando i grafici abbiamo le prove di come e qualmente lorsignori ci stiano prendendo sonoramente per il culo.

Covid 4. Chiudere adesso per riaprire a Pasqua. Decisamente Draghi non ha fatto altro che prendere il testimone da Conte e proseguire la corsa. Poi naturalmente chiuderemo a Pasqua per poter aprire a maggio e chiuderemo a maggio per poter aprire a Pentecoste. Mi ricorda quella filastrocca di mia nonna: Questa zé a storia del sior Intento che dura poco tempo che mai no se distriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? Dìmea. No se dize mai dìmea parché questa zé a storia del sior Intento che dura poco tempo che mai no se distriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? Còntemea. No se dize mai còntemea parché questa zé a storia del sior Intento che dura poco tempo che mai no se distriga, vuto che te a conta o vuto che te a diga? Dìmea. No se dize mai dìmea parché questa…

Coca Cola. L’azienda sta impartendo lezioni ai suoi dipendenti affinché imparino a essere meno bianchi: “essere meno bianchi significa: essere meno oppressivi; essere meno arroganti; essere meno sicuri; essere meno difensivi (non è strepitoso questo invito a non difenderci?); essere meno ignoranti; essere più umile; ascoltare; credere; non essere apatici; ” e “smetterla con la solidarietà bianca”. Per avere un’idea di cosa stiamo parlando, imparatevi anche le 8 identità bianche

 E io, che sono il politically correct fatto persona grido: negro. NEGRO. NEGRO. NEGRO.

La caricatura di Ollio e Melania escort.
Dare della escort a Melania Trump costa. Alan Friedman legnato di brutto: è stato bandito da Rai1. Il direttore Stefano Coletta, intervenuto in Commissione di Vigilanza Rai, dove è presente Daniela Santanchè, che non ha fatto passare la cosa, ha ordinato di non invitare più il giornalista americano nelle trasmissioni della sua rete: aveva definito in tv la moglie di Donald Trump “escort“.
Roba da matti. Poi s’ è scusato, non intendeva quello e lo spero. Non è la prima volta che si usa il termine legato al nome di Melania, colpevole forse perché donna e bella. Anni fa ci provò anche un tabloid inglese e quei giornalisti vennero anche a cercarmi nella speranza di scoprire qualcosa di brutto su di lei, visto che l’avevo incrociata quando faceva la modella a Milano (io quasi non me ne ricordavo, ma quelli hanno i detective?).
Avevo conosciuto anche Trump, ma non avevo niente da dire di particolare: faceva la modella, punto. Quel tabloid scrisse il peggio, senza prove, e gli costò un tot di milioni di dollari andati tutti in beneficenza. Stanno ancora a leccarsi le ferite. 
Roberto Alessi, qui.

Israele. Anche la Guinea Equatoriale si accinge a trasferire l’ambasciata a Gerusalemme. Digitando in google “Guinea Equatoriale ambasciata Gerusalemme” il primo articolo che compare è quello di Infopal (haha), grazie al quale scopro – mi era evidentemente sfuggito – che anche il Malawi la trasferirà (haha). Anche loro avranno un bel po’ di “ferite” da leccarsi.

Mettiamoci ancora una cosa molto politicamente corretta

e concludo con una cosa che nessuno dovrebbe mai dimenticare

“pressoché remota”…

E mi raccomando: compatite le scrofe quadrupedi per l’oltraggioso accostamento.

barbara