PERCHÉ I “PROGRESSISTI” ODIANO INDRO MONTANELLI

Per comprendere il retroterra può essere utile vedere prima questo video

“Sale juif” gridano i manifestanti antirazzisti: sporco ebreo (o “sporchi ebrei”: la pronuncia è pressoché identica). E ora leggiamo questo articolo.

Per conto del «Corriere della Sera», sono stato due settimane in Israele. Non c’ero mai andato. O, per meglio dire, c’ero passato un paio di volte nei miei viaggi in Estremo Oriente, ma non mi ci ero mai fermato. Stavolta la mia intenzione era di acquartierarmi a Gerusalemme e, con l’aiuto dei miei amici israeliani, che su questo argomento la sanno più lunga di chiunque altro, studiare tutta la situazione dei paesi arabi, che circondano e minacciano il nuovo Stato ebraico. Ma, dopo un paio di giorni avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com’ero dall’interesse che in me suscitavano le cose locali. E, invece di restare nella capitale a frugare negli archivi del ministero degli Esteri e a raccogliere le confidenze dei vari servizi d’informazione su quanto avveniva oltre confine fra i Nasser, i Kassem e gli Hussein, ho trascorso il mio tempo a vagabondare tra le fertili piane dell’alta e della bassa Galilea e il deserto di Negev. Il frutto delle mie osservazioni sono gli articoli che compaiono sul «Corriere della Sera», e non intendo farne qui un duplicato. Voglio soltanto spiegare ai miei lettori della “Domenica” per quale motivo Israele mi ha fatto tanta impressione da indurmi ad accantonare il programma che mi ero tracciato prima di venirci e su cui avevo anche preso un preciso impegno col giornale. E il motivo è questo: che finalmente in Israele ho visto documentata nei fatti una verità nella quale, sotto sotto, avevo sempre creduto, ma di cui mi mancava la prova: e cioè che non sono i paesi a fare gli uomini, ma gli uomini a fare i paesi. Sicché quando si dice “zona sviluppata”, si deve sottintendere uomini e popoli energici e attivi; e quando si dice “zona depressa”, si deve sottintendere uomini e popoli depressi. Tutte le altre ragioni della depressione – clima, idrografia, orografia, eccetera – sono soltanto delle comode scuse quando non sono addirittura il frutto dell’incapacità e dell’accidia umane.

I padri del deserto

Israele, finché è stato un paese arabo, cioè fino a una trentina di anni or sono, era esattamente come l’Egitto (senza il Nilo), la Giordania e l’Arabia Saudita, coi quali confina: una landa brulla e assetata, senza un albero, un seguito di colline gialle e pietrose, su cui le capre avevano divorato fin l’ultimo filo d’erba e di cui gl’incontrastati signori erano i corvi e gli sciacalli. Di zone cosiffatte nel paese ce ne sono ancora, intendiamoci, qua e là, a chiazza. Sono quelle in cui gli arabi sono rimasti. Essi hanno l’acqua, ora, perché gli ebrei sono andati a cercarsela nel fiume Giordano e nel lago di Tiberiade. E con un sistema di acquedotti di lì l’hanno portata a irrigare tutto il paese. E hanno anche i trattori, perché il governo glieli dà. E hanno anche l’assistenza dei tecnici, perché lo Stato glieli mette a disposizione. E hanno perfino, tutt’intorno, l’esempio e la lezione pratica di come si fa a trasformare una terra arida e inospitale in un paradiso di agrumeti, di boschi di pini e di cipressi, di orti lussureggianti, di campi di grano e di cotone. Eppure, non ne profittano, o ne profittano poco. I loro villaggi sono rimasti delle cimiciaie spaventose, il loro aratro ancora a chiodo si limita a grattare la superficie della terra senza preoccuparsi di ricrearvi un “humus”, la loro accetta taglia spietatamente gli alberi, e le loro capre divorano sul nascere ogni accenno di vegetazione. Essi non sono affatto «i figli del deserto», come vengono chiamati nella retorica di coloro che, dei paesi arabi, conoscono solo «Le mille e una notte». Ne sono i padri. Essi non sono le vittime di un clima inclemente: «sono quelli che lo hanno provocato e aggravato, soprattutto distruggendo i boschi. E se soffrono la sete, bisogna dire che se la sono procurata rinunziando per accidia a regolare le acque, a trattenere in serbatoi la pioggia e a redistribuirla con canali. Finalmente ho capito perché gli arabi odino tanto gli ebrei. Non è la razza. Non è la religione, che li sobilla contro di essi. E’ l’atto di accusa, è la condanna, che gli ebrei rappresentano, agli occhi di tutto il mondo, qui nelle loro stesse terre, contro la loro ignavia, la loro mancanza di buona volontà, d’impegno nel lavoro, di entusiasmo pionieristico, d’intelligenza organizzativa.

Una grande avventura

Perché Israele dimostra ch’è proprio questo che manca alle zone depresse del Medio Oriente. Sono gli uomini che le abitano, non la natura o il buon Dio, che le hanno rese tali. Gli ebrei le hanno prese com’erano, cioè come sono gli altri paesi tutt’intorno: con quel sole scottante, con quella mancanza di precipitazioni atmosferiche, con quelle dune di sabbia, con quelle desolate brughiere, con quelle moschee, con quella malaria. E in trent’anni di dura fatica, ogni singolo posponendo il proprio tornaconto individuale all’interesse di tutti, ogni generazione, sacrificando il proprio comodo al bene di quelle successive, della zona depressa palestinese hanno fatto la pianura padana. Oggi questo paese è in piena crisi di sovrapproduzione. Non sa più dove mettere il suo grano, le sue uova, i suoi polli, il suo cotone, i suoi aranci e i suoi pompelmi. La sua produzione di latte è, proporzionalmente, la seconda del mondo, battuta soltanto da quella olandese: il che significa che dalla pietraia ha tratto anche dei meravigliosi pascoli. In trent’anni ha piantato oltre trenta milioni di alberi, e chi si attenta a toccarne uno va in galera. E anche il clima in trent’anni è cambiato, per effetto dei boschi e dell’irrigazione. E’ stata questa meravigliosa avventura umana che mi ha ipnotizzato, facendo passare in seconda linea il mio interesse (e purtroppo anche quello del giornale) sulla politica mediorientale. Perché essa rispondeva proprio, con fatti clamorosi e incontestabili, alla domanda che mi ero sempre posto: e cioè se siano i paesi a fare gli uomini, o gli uomini a fare i paesi. Amici miei, sono gli uomini a fare i paesi: gli uomini e soltanto gli uomini, la loro volontà, la loro fatica, la loro capacità di credere e di sacrificarsi per ciò che credono. Le zone depresse esistono soltanto lì, nel loro animo rassegnato, nel loro muscoli fiacchi, nel loro indolente cervello, nella rinunzia alla lotta, nella morale del «tira a campà» e del «chi me lo fa fare», insomma nella mancanza di un senso religioso della vita, e quindi nella disposizione a trarne soltanto profitti e godimenti immediati. Ecco, questo mi ha dimostrato Israele. E mi è parso più importante della politica del Nasser, del Kassem, e degli Hussein.

(Indro Montanelli, qui)

E ancora:

“Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta.
Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.” (riportato qui)

Ecco, il vero, imperdonabile crimine di Indro Montanelli, il peccato originale che niente potrà mai lavare è questo: essere dalla parte di Israele, lo stato degli ebrei (anche se un buon 20% della popolazione non lo è) e l’ebreo degli stati. Quanto alla famigerata storia della moglie ragazzina comprata in Etiopia, potete leggerla raccontata da lui
Destà
(qui la trovate in formato più grande e meglio leggibile): a differenza del fascista Giorgio Napolitano, a differenza del repubblichino Dario Fo, che partecipava alle retate di partigiani e di ebrei, Montanelli non ha cambiato casacca all’indomani del cambio di regime, non è saltato sul carro del vincitore, non si è rifatto una verginità schierandosi dalla parte opposta; Montanelli è sempre rimasto coerente con le proprie idee e ha onestamente riconosciuto le proprie azioni. Ed è interessante, tornando ai fatti in questione, il cortocircuito mentale per cui viene additato al pubblico ludibrio l’uomo che ha comprato una moglie ragazzina ma si difende a spada tratta la “cultura” in cui è normale che un padre venda come moglie una figlia ragazzina. Ma fanno, i nostri amanti della giustizia sociale e del rispetto dei diritti umani, anche di peggio, come viene ricordato in questo articolo:

«Spose bambine, bugie di sinistra e doppiopesismo»

La richiesta di rimuoverne la statua non è seria e non ha vera dignità politica. Certo, i fautori della rimozione ora prendono le distanze dall’imbrattamento, precisano che la loro «proposta civile» «non contemplava altro» e dichiarano che «non c’è nessuna violenza nell’esprimere il proprio pensiero». Con altrettanta libertà possiamo dire che quella proposta denota solo ipocrisia. I promotori della rimozione straparlano di «violenza sulle donne» e parlano di «cultura patriarcale», addebitandola a Montanelli che nel 1935 – durante la guerra in Abissinia – si unì in una sorta di matrimonio con una giovane donna locale. La Fondazione Montanelli ha spiegato che «non ci fu alcuna violenza né tanto meno atteggiamenti razzisti da parte di Indro», ma l’adesione alla pratica del cosiddetto «madamato», oggi «deprecabile» ma allora in uso. Ma anche dando per buona e non lo è – l’assurda pretesa di giudicare oggi un fatto di 85 anni fa astraendolo dal suo contesto, come mai a sinistra si è improvvisamente risvegliato quest’interesse per l’episodio? Possibile che questa radicalità sia frutto di sincera intransigenza? Ovviamente no. Infatti chi rivolge quest’attenzione ossessiva alla presunta «cultura patriarcale» di un uomo che nel ’35 aveva 25 anni si disinteressa totalmente di casi più gravi che accadono oggi, 21° secolo. Nessuno per esempio – se non il centrodestra con Matteo Forte – ha proferito parola quando il più importante coordinamento di associazioni islamiche di Milano ha indetto un bando per borse di studio in collaborazione con la Diyanet, l’Agenzia turca per gli Affari religiosi, quella che ha abbassato a 9 anni l’età minima per sposarsi. Non ci sono state lettere o dichiarazioni: silenzio assoluto. A dimostrazione del fatto che siamo di fronte al solito doppio standard. E il doppiopesismo è sempre rivelatore di un inganno.

Alberto Giannoni, ripreso qui.

Del resto anche parecchie delle mie studentesse all’università di Mogadiscio, nella seconda metà degli anni Ottanta, erano state sposate a quattordici anni, tutt’altro che liete, tutt’altro che consenzienti, ma senza la minima possibilità di sottrarsi.

Sembra invece interessare decisamente di meno l’unica vera infamia di Montanelli: la vergognosa lettera di solidarietà e comprensione a Priebke: che questi baldi giustizieri della sinistra così sinistra che più sinistra non si può nemmeno col sinistreggio, siano in realtà seguaci delle SS?

E chiudo con questa toccante lettera aperta dell’ormai mitico Max Del Papa.

Lettera aperta agli anonimi che hanno imbrattato la statua di Montanelli

Cari anonimi,
io non so chi voi siate, anche se aspetto di saperlo: presto vi rintracceranno e allora piangerete, invocando la mamma; poi, una volta capito che non rischiate niente, tornerete più arroganti di prima. Vi prenderanno a modello, costruiranno il giovane del futuro su di voi, diranno che avete agito per amore. Vi porteranno in processione per televisioni, per giornali, scoprirete l’ebbrezza di una notorietà stracciona e soffrirete nel lasciarla: ormai drogati, pronti a qualsiasi sacrificio, farete di tutto per restare nel cono di luce anche se una luce finta, torva, come un gelido neon che intossica. Cari anonimi, di voi si sa che apparterreste a un collettivo di studenti, quindi gente giovane, che ha tutta la vita davanti per imparare la vita: cominciate male, però, o forse, chi lo sa, avete già capito tutto. Per esempio, che, con le famiglie giuste alle spalle, ci si può concedere qualunque cosa, tanto, al momento opportuno, quelle stesse famiglie, vale a dire la borghesia che tanto fingete di odiare, vi riassorbirà nella bolla confortevole per smistarvi dove non si suda e non si teme: case editrici, media, burocrazia, o addirittura nel gran gioco della politica. Per meriti acquisiti.

Per il momento vi siete accaniti contro una statua, obbedendo come cani di Pavlov a un impulso dettato da tanti burattinai: i Sentinelli, dei quali non sospettavamo l’esistenza, e vivevamo benissimo così; il Partito democratico, i cui cascami hanno subito aderito entusiasti; la cantante Fiorella Mannoia [già megafono di Giulietto chiesa; ora, di lui orfana inconsolabile, si ritrova costretta a complottisteggiare in proprio], secondo la quale “non bisogna buttare giù le statue ma dotarle di una targa: fascista e razzista”. Voi, pronti, avete messo in pratica il delirio con il monumento a Indro Montanelli, del quale tutto ignorate: vi hanno raccontato che, a ventisei anni, ufficialino in Etiopia sotto il regime fascista, gli era stata consegnata una “moglie” di dodici o quattordici, secondo le usanze locali, ed egli ne aveva disposto fino al suo rientro in patria. Episodio che l’interessato non rinunciò mai a riconoscere, seppure gli sarebbe convenuto. Questi lacerti di storia, del tutto scarnificati da qualsiasi contesto, vi sono bastati per procedere come Sentinelli e Mannoie comandavano: statua di Indro coperta di rosso sangue e le scritte “stupratore e razzista”.

Ed è stata, credeteci, una bella vigliaccata. Perché le statue non possono difendersi, e perché avete agito di nascosto, come ladri, e poi siete fuggiti via. La vostra prodezza è stata talmente miserabile da impedirvi il brivido di una rivendicazione. Ma avrete tempo per quello. Sappiate, comunque, che se questo è il metro della vostra coscienza, non dovreste fermarvi: vi tocca scovare monumenti di Mao, con le sue vergini bambine; busti di Mario Mieli, che la pedofilia la teorizzava; di Daniel Cohn-Bendit – informatevi su chi fosse, comunque una icona del ’68 – il quale scriveva di quanto fosse “eccitante farsi spogliare da un bambino di 5 anni” [e raccontava che quando era maestro d’asilo “I bambini mi aprivano la patta dei pantaloni”]; e così via, in un reliquiario infinito al quale non è estraneo neppure Pier Paolo Pasolini, che di sicuro vi fanno leggere a scuola, ammesso che ci andiate. Sappiate pure che molti dei miti della Resistenza coi quali vi allevano, a 20 anni o giù di lì sfilarono con la divisa del medesimo regime fascista, condivisero idee anche aberranti, scrissero parole vergognose, si concessero privilegi e sbagli atroci; solo che, a differenza del vostro bersaglio, appena il vento cambiò si affannarono a rinnegare tutto scagliandosi a militare nell’armata avversa e reagendo furibondi ogni volta che qualcuno ricordava loro quegli imbarazzanti trascorsi.

È inutile spiegarvi il valore delle usanze, che riposano nel tempo: anche quelle più barbare, più sciagurate, e che oggi, ma solo oggi, consideriamo repellenti: il madamato etiope risale a un secolo fa, all’incirca, ed era praticato da soldati e ufficiali di ogni Paese; in verità, e in forme non ammesse, è praticato ancora oggi dai soldati di ogni Paese e perfino dall’esercito pacifista dell’Onu [anche con bambine molto più piccole, quando si presentano a chiedere cibo]. Ma lasciamo andare: non è il caso di farvi la lezione e tanto meno la predica. Il punto, cari anonimi, è che, percorrendo la vostra vita, avrete occasioni continue, infinite di vergognarvi l’indomani di qualcosa che avete fatto ieri: si chiama crescere, costa sangue – vero, non come la vernice che avete versato su Montanelli. La vita è tutta un pentimento, almeno per uomini e donne che sanno conquistarsi la loro dignità e il loro dolore. La vita fa giustizia di certezze, facili soluzioni e ancor più facili morali: vi capiterà, come è successo a chi vi scrive, d’imbattervi in qualcuno contro il quale avevate sostenuto pubblicamente le accuse peggiori e più sprezzanti: e di non sapervi sottrarre alla sua mano tesa. Non per vigliaccheria, né per opportunismo, ma perché quell’uomo, per quanto abietto possa essere stato il suo comportamento, non corrispondeva, non più almeno, al ritratto che ve n’eravate fatti, e che avevate dato in pasto a migliaia di persone. Forse era cambiato lui, forse voi. O forse nessuno: è che il giudizio, infine, è un peso troppo grave da scaricare e ancor più da portarsi addosso; è una responsabilità infame.
Scoprirete che avete tutte le ragioni di giudicare, nel vostro intimo: ma non di condannare. Che la vostra avversità, perfino il vostro odio, può anche avere un senso dentro la coscienza che vi siete costruiti o meglio che la vita ha plasmato dentro voi. Ma quando si tratta di palesarlo, con un getto di vernice o di parole rosso sangue, è una faccenda maledettamente diversa e più complicata. È come le sabbie mobili, ti c’impantani dentro e non ne esci, ne vieni sommerso.

Scoprirete, forse, che Montanelli, vostro bersaglio nel 2020, è stato un uomo, e un protagonista, di un secolo troppo lungo e spaventoso, per poterlo sbrigativamente archiviare come “razzista e stupratore”; che sapeva avvincere con le parole; che era fatto male, era nato per mettersi contro tutti, per farsi condannare a morte da quel fascismo al quale aveva aderito, e poi, scampatone, per farsi sparare addosso da quel comunismo che non aveva mai smesso di combattere; e che pure pretese di adottarlo, quasi novantenne, quando ebbe l’ultima pazzia d’inventarsi un quotidiano che andava contro al potere rampante di un Cavaliere che, all’epoca, andava di moda definire come “nuovo fascismo”, “nuovo Duce”. Allora, la sinistra cui voi vi rifate non ricordò più il matrimonio di Montanelli con la piccola etiope, glielo abbuonò volentieri. Ma lui, Indro, non si illudeva: sapeva che di eterno, negli uomini, c’è una sola cosa: l’ingratitudine, la dannazione della memoria da riscoprire ogni volta che fa comodo. Lui, Montanelli, fu giornalista e uomo di molti pregi e infiniti difetti, ma non fu mai meschino e non fu mai vile. Non si nascose e non nascose i suoi errori, né i suoi pensieri e parole, non cercò scuse, non si atteggiò mai a vittima. Seppe perdonare, e seppe chiedere perdono. In una parola, fu un uomo. Forse non il sommo giornalista del Novecento, perché scrivere è come suonare (anche questo, forse, scoprirete) e non ha senso stabilire a tavolino chi sia più bravo a toccare certe corde, a scuotere lettori, ad arricchire società: spesso è anche questione di sapersela giocare bene, di riuscire a vendersi, di imparare a stare al mondo. E questa è davvero la sfida più tremenda, imparare a stare al mondo da uomo o donna possibilmente liberi, cioè liberi per quanto la complessità dell’esistere con gli altri ci consente; riuscire a mantenere alta la testa anche dopo errori tragici o grossolani, a patto di averli saputi scontare. E morire da liberi, dopo avere dato tutto alla vita che tutto non ti dà mai.

Cari anonimi, forse qualcuno di voi, un giorno, scoprirà di invidiare quell’uomo nella statua, che una vita fa aveva coperto di vernice rosso sangue. Pregate che non sia troppo tardi per pentirsene e andare avanti. Che non sia mai troppo tardi, perché alla fine non conta il successo, non contano i miti da abbattere, e le statue da devastare, e la rabbia. Conta quello che resta, una brezza nell’anima che possa accompagnare alla grande scommessa dell’eternità. Come un sollievo. Una comprensione pacificata dell’assurdità del mondo, la consapevolezza che gli uomini sono dei pazzi, sì, ma, fino a che sapranno rimediare alla loro bestialità, un refolo di speranza ancora sopravvive.

Max Del Papa, 15 Giu 2020, qui.

Talmente bella, talmente intensa, talmente toccante da riuscire a commuovere nel profondo.

barbara

IN MORTE DI PIETRO INGRAO

Con qualche giorno di ritardo ritengo doveroso pubblicare questa lettera di Renato Brunetta (sì, lo so, Brunetta non è simpatico a nessuno, ma questa cosa che lui, e solo lui, ha avuto il coraggio di scrivere, deve essere letta).

Lettera di Renato Brunetta a Dagospia

Caro Dago, esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia e ai suoi vecchi compagni per la scomparsa di Pietro Ingrao, una delle personalità più significative della politica italiana del Novecento. Gli elogi, come accade in queste circostanze, sono doverosamente una cascata fiorita. Eppure, sempre distinguendo il giudizio sulla coscienza della persona e i suoi atti, c’è un esercizio di smemoratezza gravissimo.
Noi non abbiamo il diritto di dimenticare. Non abbiamo il diritto di occultare nella fossa comune dell’oblio i volti e i nomi-senza-nome delle vittime che il comunista Ingrao contribuì a liquidare. Lo fece asservendosi allo stalinismo da direttore dell’Unità e poi invocando, con il suo editorialista di punta, Giorgio Napolitano, lo schiacciamento coi carri armati della ribellione democratica di Budapest in nome della pace (sic!).
Oggi è uscita sulla Stampa una brillante intervista dedicata a Ingrao del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Quando accenna a periodi critici, non parla di stalinismo, di benedizione degli assassini, anzi dell’incoraggiamento a perpetrarli, ma dei travagli del dopo Togliatti. “La più aspra polemica fu per l’XI Congresso nel 1966, due anni dopo la morte di Togliatti”.
Ah sì? E non avete discusso, magari litigato un attimino sulla sorte di Imre Nagy, impiccato con il voto favorevole di Togliatti? La critica più dura di Napolitano all’Ingrao di quei tempi? “Una certa tendenza schematica nell’analisi”.
Ricorrono i nomi che li hanno accomunati. No, Stalin non c’è, e neppure Zdanov o Berija, o Ponomariov, figuriamoci. Ma gli incolpevoli Montale, Ungaretti e Quasimodo. Ma certo, la tragedia immane del comunismo, il suo carico immenso di morti, che dall’Italia ha avuto l’accompagnamento con il flauto di Ingrao e Napolitano, è sistemato nella pozza delle cose da dimenticare, mentre che bello parlare di poeti, peraltro nessuno comunista, ovvio, tanto vale ripulirsi nei versi di Montale.
Ci rendiamo conto di essere sgradevoli. Ma non abbiamo il diritto di dimenticare. Non è giusto proprio per Ingrao, che pure alla fine della sua vita si è misurato con errori ed orrori, accostandosi alla religione.
Napolitano si accomuna a Ingrao, attribuisce a lui e a se stesso “un forte retroterra culturale e ideale”, lo taccia di “uomo di assoluta limpidezza morale, non ha mai combattuto battaglie per interessi o ambizioni personali”. Certo, solo per il comunismo.
Non per sé, ma per il comunismo. È stata una limpidezza morale dedicata a quella mostruosa macchina ideologica che ha ammazzato 120 milioni di persone. Il comunismo è stato questo, ed è scandaloso che, nelle pagine dei quotidiani di oggi e nei ricordi televisivi encomiastici di uno dei suoi protagonisti italiani, questo spaventoso macello e i suoi capi siano trattati all’ombra di albicocchi in fiore, o di delicati crisantemi.
Condoglianze per il defunto di cui non osiamo giudicare la coscienza, ma occasione per milioni di condoglianze che nessuno oggi ha fatto alle vittime del sogno di Ingrao e Napolitano. (qui)

Poi magari, per chi ha un po’ di tempo, potrebbe essere il caso di rileggere questo e questo.

barbara

LETTERA DI VALTER VECELLIO A GIORGIO NAPOLITANO E ANNA MARIA CANCELLIERI

Signor Presidente della Repubblica,
Signora Ministro di Giustizia,

giorni fa ho ricevuto una busta, da “Equitalia”; non reca data, o timbri. È una perentoria ingiunzione. Si intima di versare entro sessanta giorni – non si capisce a decorrere dal quale – di pagare la somma di circa trecento euro. Non è per una tassa non pagata, o per un errore commesso dal mio commercialista. Ho dovuto leggere e rileggere alcune volte i cinque o sei fogli, in carattere lillipuziano e gergo da iniziati, per capire di cosa si tratta: sono spese processuali; e non vi nascondo che sono stato preso da un senso di inquietudine e apprensione: quale processo? Se devo pagare spese significa che sono stato condannato… Quando? Perché? Denunciato o querelato da chi? Non ne so nulla. Condannato a mia insaputa?
L’attenzione viene attirata da due nomi: Erich Priebke e Riccardo Pacifici. Il primo è l’ex ufficiale delle SS che sconta un ergastolo ai domiciliari a Roma, dopo la condanna per i fatti alle Ardeatine. L’altro è il mio amico Presidente della Comunità Israelitica di Roma. Vado così indietro nel tempo: a quando, Priebke aveva presentato querela nei confronti di Pacifici e miei.
I fatti, brevemente: quando il tribunale militare di Roma, il 1 agosto del 1996 pronuncia l’intervenuta prescrizione per l’ex SS, una folla indignata manifesta per ore; fino a quando l’allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick non interviene, il processo rifatto, e si giunge alla condanna che ora Priebke sconta. Su quei fatti si può avere l’opinione che si crede, non è questo il punto, le ritengo tutte legittime. Il punto è che Priebke si era sentito in qualche modo leso da quanto ho scritto in un mio articolo, e dal comportamento di Pacifici. Entrambi siamo stati assolti in primo e secondo grado; la Cassazione infine ha dichiarato improcedibile il ricorso contro le sentenze che rigettavano la richiesta di risarcimento avanzata dall’ex SS.
Ci siamo pagati di tasca nostra gli avvocati; abbiamo perso un po’ di tempo, non abbiamo chiesto un centesimo di risarcimento (personalmente avrei avuto problemi anche a darlo in beneficenza, quel denaro); la storia, pensavo, fosse finita lì. Invece arriva la cartella di Equitalia, “Servizio notificazioni atti fiscali”.
Accade questo: l’Agenzia delle Entrate vuole che da Riccardo e da me il pagamento delle spese processuali. L’avvocato, mortificato, mi spiega che dal momento che Priebke non paga, lo Stato si rivale, per le spese sostenute, su di noi; e questo indipendentemente dal fatto che la causa la si sia vinta, non si siamo stati noi ad accenderla e la si sia subita… Insomma, un signore che non ha nulla da perdere, querela chi gli pare. Perde la causa, è condannato a risarcire le spese, non lo fa, perché risulta nullatenente. Lo Stato allora chiede che le spese siano pagate da chi è stato tirato in ballo e di nulla è responsabile. Non manca la beffa finale: mi viene detto che posso sempre rivalermi nei confronti di Priebke, evidentemente si pensa che io possa ottenere quella soddisfazione che lo Stato non riesce ad avere. Che si fa, si ride o si piange?
In paesi di consolidata civiltà giuridica come gli anglosassoni se si fa causa chiedendo risarcimenti, e si fa perdere tempo e denaro alle persone, e si viene trascinati in tribunale per nulla esiste un qualcosa che si chiama “lite temeraria”; chi la intenta viene condannato a pagare svariati multipli rispetto a quello che si chiede per risarcimento, e soprattutto nessuno si sogna di chiedere a chi ha vinto di pagare le spese processuali.
Ora vorrei che sia chiaro: non sono così pezzente da non avere i trecento euro circa che mi chiedono Equitalia e l’Agenzia delle Entrate. Ne faccio, come si dice, una questione di principio.
Signor Presidente Giorgio Napolitano, Signora Ministro Anna Maria Cancellieri: è giusto che due cittadini di questa Repubblica, denunciati un ex ufficiale nazista per reati che tre gradi di giudizio ritengono non sussistere, debbano pagare le spese per processi che non hanno intentato ma hanno subito, perché lo Stato italiano non sa, non vuole, non può farsele pagare da chi è stato condannato?
Signor Presidente, Signora Ministro: se me lo dite voi, pago senza fiatare. Però vorrei sentirmelo dire da Lei, Signor Presidente, da Lei Signora Ministro della Giustizia.
Un saluto cordiale, Valter Vecellio

(il Fatto, 8 maggio 2013)

Non credo ci sia altro da aggiungere.

barbara

IL NOSTRO AMATO SIGNOR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Cavaliere di Gran Croce  

Credo che il governo italiano abbia raggiunto l’incredibile obiettivo di farmi provare un istintivo e irrazionale moto di solidarietà verso il presidente siriano Assad. A spingermi in tale direzione è stata la notizia, degli ultimi giorni, secondo cui il nostro Ministero degli Esteri si starebbe attivando per chiedere al presidente della Repubblica la revoca di “tutte le onorificenze” attribuite a Bashar Al Assad, compresa quella, particolarmente prestigiosa, di Cavaliere di Gran Croce, che fu attribuita in occasione di una visita di Stato effettuata a Damasco nel marzo 2010 (nel corso della quale Napolitano pronunciò, al cospetto di un compiaciutissimo dittatore, dure parole di riprovazione verso la politica di Israele, senza neanche un’ombra di critica al regime siriano: una scelta a proposito della quale, proprio su queste colonne [24 marzo 2010], ebbi modo di esternare la mia profonda amarezza e delusione).
In cosa, infatti, Assad ha modificato i suoi princìpi, i suoi gesti, la sua politica, tanto da meritare la revoca delle onorificenze? Forse prima si richiamava ai valori della democrazia, della tolleranza, del dialogo, della pace, promuoveva la cultura e la libertà di pensiero, il benessere del suo popolo, i rapporti di buon vicinato con i Paesi confinanti, e poi, improvvisamente, è cambiato, e ha scelto la strada del terrore, della violenza, della sopraffazione? Se così fosse, bene farebbe l’Italia e ritirare i suoi pomposi blasoni (immagino i sorrisi sarcastici dei cortigiani siriani, nell’infilarli in un polveroso cassetto, contrassegnato da un’etichetta del tipo DDO, “Dabbenaggine dell’Occidente”). Ma a me risulterebbe, in verità, che l’Assad di ora sia rimasto quello di ieri e di sempre: uno dei massimi foraggiatori del terrorismo mondiale, al vertice di una ferrea dittatura militare, fondata su una capillare repressione di ogni dissenso interno e su un morboso, ossessivo antisemitismo di Stato (i libri di testo scolastici trattano dei sacrifici rituali degli ebrei e dell’invenzione della Shoah, i poveri studenti, in tutti i percorsi scolastici, devono portare come materia obbligatoria la “questione palestinese”, lo stesso Assad ricordò, nel 2001, alla presenza di papa Giovanni Paolo II [anche in quel caso, senza essere contraddetto da nessuno], che gli ebrei hanno torturato Gesù ecc. ecc.). Certo, ora sta ammazzando un po’ di gente, ma solo perché c’è un’insurrezione in corso, e la situazione gli è un po’ sfuggita di mano: forse che ieri non l’avrebbe fatto?
Chiedo quindi al Ministero degli Esteri e alla Presidenza della Repubblica di volere cortesemente spiegare:
1) per quali meriti è stata attribuita, nel 2010, l’onorificenza;
2) quando e perché tali meriti sarebbero venuti meno.
Altrimenti, chiedo che sia lasciata ad Assad la sua stupida medaglia.
P.S.
Dimenticavo, forse, che, com’è noto, l’Italia non finisce mai le guerre nello stesso fronte in cui le ha cominciate, e i ruoli di amici e nemici ci appaiono, tradizionalmente, facilmente interscambiabili. Con Gheddafi – per restare a tempi recenti – siamo passati disinvoltamente dai baciamano alle bombe e, quando è stato ucciso, il suo amico Berlusconi si è rapidamente consolato (“sic transit gloria mundi”, è stato il suo commento). Con Assad, evidentemente, sta capitando lo stesso. Solo che, al momento, la guerra civile non è ancora finita, e non appare certo che il dittatore (come evidentemente, il nostro governo prevede) sarà deposto. Che al Ministero, allora, siano stati un po’ precipitosi? Suggerirei, a titolo precauzionale, di aspettare un po’ per la revoca, se non altro per risparmiare il fastidio (e la spesa), nel caso vinca ancora il presidente, di dovergli dare un’onorificenza nuova.

Francesco Lucrezi, storico

Nessuna meraviglia, comunque, in merito allo sviscerato amore del Nostro Amato Signor Presidente Della Repubblica per la feccia: lui è quello che ha difeso i massacri d’Ungheria, ha difeso i carri armati a Praga, ha messo per iscritto la sua piena solidarietà a Pol Pot e a quella che definisce l’«eroica resistenza del popolo cambogiano»; non risulta che abbia mai chiesto scusa ai due milioni di cambogiani sterminati e ai milioni di cambogiani vittime di disumane sofferenze per la solidarietà espressa al loro carnefice.
Nessuna meraviglia, peraltro, neanche per il fatto che il grande Francesco Lucrezi ci offra sempre lavori eccezionali.


barbara