QUANDO LE FABBRICHE DI SANTI DIMENTICANO I MARTIRI VERI

Vi hanno fatto vedere per giorni “Josefa che non aveva lo smalto”. Vi hanno detto di prostrarvi, fino al ridicolo, di fronte a una ragazzina, Greta. Hanno elevato Carola a simbolo della vostra Europa. Oggi, sui nostri media, non una parola, non una, su questa donna, Suzan, insegnante, cristiana, armena, rimasta nel villaggio siriano soltanto per le sue allieve, rapita, stuprata in gruppo per nove ore, torturata, infine lapidata. Non credete mai a questo falso umanitarismo dove non c’è compassione né verità, ma è soltanto una corda con cui l’Occidente si impicca. Ci ha impedito di vedere e parlare e aiutare le vere vittime con cui dovevamo solidarizzare, i nostri morti, innocenti uccisi dai malvagi, non icone della società dello spettacolo ma martiri.
Giulio Meotti

I santi cristiani non tirano, di questi tempi, neanche se martiri, neanche se torturati peggio di san Lorenzo sulla graticola. Non solo non tirano, ma neanche interessano, molto più attraenti i santi laici, le grete, le carole, le daisy, o altri ancora più laici. E i martiri veri si fottano pure.

barbara

QUEL TIZIO SICILIANO CHE È MORTO A ROMA

Prima faccio parlare Giulio Meotti

Andrea Camilleri, bravo scrittore, pessimo ideologo. A sinistra – per ideologica piaggeria e banalità culturale – era consuetudine ormai prendere per grande qualsiasi cosa scrivesse. Figuriamoci se per la sua morte, che la terra gli sia lieve, qualcuno ricorderà le idee del maestro Camilleri, cattivo maestro. Sul comunismo in testa, cui fu sempre legato. “Voglio precisare che i gulag non furono campi di sterminio, Solgenitsin, per fare un nome, con i nazisti non sarebbe sopravvissuto”. “A Cuba c’è chiaramente una dittatura, ma non ci sono stati desaparecidos, cioè si sa chi era e chi è ancora in galera, con nome e cognome, non ci sono scomparsi perché prelevati di notte dalla polizia o dai paramilitari. Volendo, i parenti possono visitarli. Ci sono state fucilazioni ma vanno viste le condizioni che hanno portato a questo. Sappiamo soltanto quello che ci dice la stampa statunitense e non quella non condizionata”. “Non c’è una persona trentenne, dai trent’anni in su, che arrivi dall’ex Unione Sovietica in Italia e che fa la modella, la cantante, la cameriera che non sia ingegnere o diplomata. Ciò significa che se il comunismo fosse continuato in Urss forse oggi l’Urss si troverebbe allo stesso livello della Cina”. Dunque Camilleri fu uno dei tanti scrittori italiani che hanno mentito sul totalitarismo comunista (aveva almeno l’attenuante dell’età). Si fa prima a dire quelli che ebbero la chiarezza morale per dire la verità, come il grande Ignazio Silone. Furono pochissimi. Per me le parole di Camilleri su Solgenitsin – di cui ho amato ogni riga – sono imperdonabili.

poi parlo io.

Ho letto un solo libro suo, praticamente obbligata: me lo aveva regalato la mia amica comunista (quella che “e quelle rappresaglie in puro stile nazista e quei poveri bambini palestinesi assassinati a sangue freddo e quei poveri kamikaze talmente portati alla disperazione da non desiderare più altro che di morire”) e sapevo con certezza che poi me ne avrebbe chiesto conto. E in questo, come rarissimamente accade, dissento totalmente dall’amico Meotti: finito con fatica, l’ho chiuso con la certezza che non ce ne sarebbe mai stato un secondo. Poi volendo ci sarebbe questa cosettina qui, della straordinaria seduzione delle bambine di due anni. Un signore, nei commenti, spiega che l’autrice dell’articolo è ignorante perché non comprende il contesto: se quella frase fosse stata detta da uno scaricatore di porto, si sarebbe dovuta intendere come espressione di pedofilia, ma siccome l’ha detta un uomo di cultura, di poesia, di estetica, allora no, voleva dire tutt’altro. Ecco, prima di tutto voglio fare i miei complimenti all’autore del commento per il suo atteggiamento nei confronti delle classi inferiori – alle quali, figlia del sottoproletariato urbano, mi onoro di appartenere; poi vorrei ricordare che Pasolini, intellettuale vero, non tarocco, i ragazzini non li inculava in senso metaforico, ma proprio concreto, approfittando, da buon comunista, della loro miseria. La poesia, la cultura, l’estetica, non sono mai garanzia di alcunché.

Ah, poi è morto anche Luciano De Crescenzo. Me ne dispiace sinceramente.

barbara

PINKWASHING

Volantino fotografato a una fermata dell’autobus a Torino (grazie a “Baron Litron”).
LGBT
A parte i soliti deliri che non perdo neppure tempo a commentare, mi domando: se l’atteggiamento aperto di Israele nei confronti di omosessualità e dintorni – al punto che numerosi omosessuali di Gaza riparano in Israele per poter vivere tranquilli (o, meglio, per poter vivere, checché ne dica la signora Rula Jebreal – terzo video, ma guardatevi anche gli altri, che sono un autentico spasso), è pinkwashing per distrarre l’attenzione dai propri orrendissimi crimini contro i palestinesi, le fabbriche di Giudea e Samaria che impiegano personale per metà israeliano e per metà palestinese, stesso orario di lavoro, stesso trattamento, stessa paga, che cosa fanno, jobwashing? E la Corte Suprema che in caso di contenziosi fra palestinesi e stato di Israele, nove volte su dieci dà ragione ai palestinesi, non di rado addirittura a scapito della sicurezza dello stato, che cosa fa, justicewashing? E lo stato che permette di sedere in parlamento a deputati arabi che da quegli scranni invocano la distruzione di Israele, che cosa fa, lawwashing? E gli ospedali che curano non solo palestinesi in genere, ma addirittura terroristi palestinesi, addirittura i capi palestinesi, quelli che il terrorismo lo programmano e lo finanziano, che cosa fanno, healthwashing? Se il giochino vi piace così tanto, cari propallisti, perché non tirate fuori per una volta un po’ di fantasia e lo ampliate?
E mentre voi vi consumate nel vostro odio, sapete che cosa facciamo noi? Noi balliamo!

Perché noi, qualunque cosa tentiate di farci, non smetteremo di danzare, non smetteremo mai. Mettetevelo in testa e fatevene una ragione.

barbara

L’IMPLACABILE GHIGLIOTTINA DEL METOO

Se spesso hanno effetti tanto catastrofici le crociate partite con le migliori intenzioni, figuriamoci quando partono dalle intenzioni più meschine e abbiette.

Non capita spesso che un hashtag si trasformi in una rivoluzione ma, come ogni rivoluzione, capita invece spesso che questa finisca per consumare se stessa. Pochi giorni fa il #MeToo ha affossato la carriera di una grande icona di sinistra, Ronald Sullivan, il primo professore di colore decano di facoltà a Harvard, ex braccio destro del senatore Barack Obama sulla giustizia penale, difensore di casi mediatici eclatanti di ingiustizia razziale come a Ferguson nel Missouri, cui è appena costato il posto da decano alla prestigiosa università americana per aver difeso in aula proprio lui, il primo imputato del #MeToo, Harvey Weinstein. “Nemico del #MeToo”, avevano scandito gli studenti alla volta di Sullivan, il cui caso arriva pochi mesi dopo quello di Roland G. Fryer, il più giovane economista di colore di ruolo a Harvard, travolto dalle accuse di sexual harassment. Sull’Atlantic di questa settimana Tom Nichols, autore del bel libro “La conoscenza e i suoi nemici” (Luiss University Press), scrive che questo fanatismo settario gli ricorda gli eccessi della Rivoluzione culturale in Cina. Perché ogni rivoluzione finisce per divorare i propri figli. Così è stato per la Rivoluzione d’ottobre, con la pletora di funzionari e di idealisti comunisti gettati nel Gulag, e la Rivoluzione culturale cinese, terminata con la distruzione dei quadri zelanti che l’avevano iniziata.
Il #MeToo è diventato un meccanismo di repressione in cui non è ammessa cautela o ammenda, dubbio o distinguo, e che ha finito per travolgere coloro che ne avevano alimentato le basi culturali. Mark Halperin, icona della Nbc, ha appena ripreso a tuittare. Charlie Rose mangia da solo al ristorante dove un tempo era una stella. La Hollywood del Big Entertainment, i celebrity chef come Mario Batali ora disgraced, il mondo della stand up comedy dei vari Aziz Ansari, i fotografi del super fashion come Terry Richardson e Bruce Weber, l’industria dei cartoni animati di John Lasseter e il Big Money, il silicio 2.0 con i tanti amministratori delegati sotto accusa.
Ma anche il Big Media e con esso il mondo dei grandi editori, come Hamilton Fish di New Republic. E la grande direzione d’orchestra, puro sound of music newyorchese. Prima il grande direttore d’orchestra James Levine ha concluso la sua carriera al Metropolitan di New York, dopo che tre uomini lo hanno accusato di molestie. Poi c’è stato il caso della leggenda del New York City Ballet, Peter Martins, abbattuto da accuse retrodatate come spesso accade nel #MeToo (poi decadute dopo un’inchiesta interna durata due mesi, ma il danno era fatto).
Infine, il musicista svizzero Charles Dutoit, rimosso dalle orchestre sinfoniche di San Francisco e Boston e dalla Canadian Broadcasting Corporation, la radio pubblica canadese famosa in tutto il mondo per le sue trasmissioni di musica classica, che ha deciso di continuare a trasmettere le registrazioni di Dutoit, ma senza più nominare il maiale di maestro. Dopo essere stato scagionato dalle accuse lo scorso dicembre, Dutoit è finito a dirigere orchestre in Francia e in Russia, un esito simile all’autoesilio europeo di Woody Allen, rimasto senza editore e senza Amazon.
Capita che il #MeToo distrugga il senatore Al Franken, accanito promotore di buone legislazioni femministe, e una femminista “cattiva” come Camille Paglia, da settimane al centro di un caso allo University of the Arts di Philadelphia, dove insegna da trent’anni e dove ora una fazione di professori e studenti censori vorrebbe licenziarla, sempre in nome del #MeToo, che Paglia avversa. “Camille Paglia dovrebbe essere rimossa dalla facoltà e sostituita da una persona gay di colore”, dichiara una petizione online.
“E’ forse la dimostrazione più letterale di come la rivoluzione consuma se stessa, come è stato detto per la prima volta durante il terrore rivoluzionario francese”, ha scritto Melanie Phillips sul Times.
Margaret Atwood, la più importante scrittrice canadese e autrice di “Handmaid’s Tale”, il romanzo distopico su un futuro in cui le donne fertili sono assegnate come schiave sessuali e diventato simbolo del #MeToo, ha accostato l’attuale clima da #MeToo alle “purghe di Stalin in Urss, le Guardie rosse in Cina, il regno dei generali in Argentina e gli inizi della Rivoluzione iraniana”. Queste cose, scriveva Atwood, “sono sempre fatte con lo scopo di inaugurare un mondo migliore. A volte sono usate come scusa per nuove forme di oppressione”.
Il #MeToo si è rivelato una gigantesca purga di liberal che Donald Trump neanche si potrebbe sognare. Non si fa in tempo a tenere la conta dei nomi che se ne aggiungono di nuovi in questo falò delle vanità.
II corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca, Glenn Thrush, aveva appena finito di scrivere una lettera sulla sua pagina Facebook, incoraggiando i giornalisti maschi a difendere le donne, che il post gli si è ritorto contro e una serie di giornaliste lo hanno accusato.
La francese Catherine Deneuve lo aveva detto, #MeToo è diventato un cult, una setta, non un movimento di difesa delle donne abusate, ma una faida.
Leon Wieseltier, leggendario editor letterario di New Republic che si preparava a lanciare una nuova rivista, è stato accusato di avances inappropriate, baci non richiesti e osservazioni un po’ crude. Mentre le accuse ancora dovevano venire alla luce, Laurene Powell Jobs, la filantropa della Emerson Collective pronta a finanziare la nuova rivista di Wieseltier, ha deciso di staccargli la spina. E anche la Brookings Institution lo ha messo alla porta. Da due anni, Wieseltier è “non persona”. Il suo nome è appena riapparso sotto forma di blurb per un libro sulla storia ebraica, è stato “avvistato” mentre assisteva a un evento letterario a Washington e ha scritto un editoriale su Israele per Bloomberg.
Ha perso il lavoro come direttore della New York Review of Books l’anglo-olandese Ian Buruma, reo di aver pubblicato un articolo critico sugli effetti del #MeToo. Proprio Buruma, il darling dei ceti colti liberal urbani di qua e di là dall’oceano che hanno perorato il #MeToo, “professore di diritti umani” al Bard College, global thinker. Ha perso il posto un altro direttore di giornale, Lorin Stein, che dirigeva la Paris Review, da sessant’anni un faro del gusto letterario internazionale, un giornale che aveva lanciato le carriere di scrittori come Rick Moody, Jack Kerouac, Philip Roth e Adrienne Rich. “A volte in passato, ho offuscato il personale in modi che erano, ora riconosco, irrispettosi dei miei colleghi e dei nostri collaboratori, e questo li ha fatti sentire a disagio”, ha scritto Stein in una lettera alla redazione. La sua colpa è essere stato “occasionalmente coinvolto in comportamenti sessuali in ufficio”, ma ha detto che in tutti i casi, “il contatto sessuale era consensuale” e che sono avvenuti quando era ancora single. Stein, noto come il “paladino di nuovi talenti” letterari, ha inoltre rassegnato le dimissioni dalla sua posizione nella grande casa editrice Farrar, Straus e Giroux.
Il caso del direttore della Paris Review ha messo sotto i riflettori i famosi cocktailparty letterari, un altro classico come i concerti della vita culturale newyorchese. E’ caduto anche un altro cacciatore di talenti letterari, David Guillod dell’agenzia Primary Wave Entertainment. E’ saltata la poltrona di Garrison Keillor, il fondatore della Minnesota Public Radio, che adesso può essere visto esibirsi in un nightclub di musica jazz, il Crooners, alla periferia nord di Minneapolis. La radio aveva cancellato anche tutto l’archivio online di Keillor e il giornalista ha ottenuto che fosse rimesso su Internet.
Tutto qui. Damnatio memoriae per un’altra voce storica della radio newyorchese WNYC, Leonard Lopate, reo di qualche battuta sulle colleghe formose. Il mondo radiofonico americano è stato scosso nel profondo. Come con il caso di Michael Oreskes, direttore della National Public Radio. John Hockenberry, la voce della radio pubblica americana, ha avuto la “colpa” di mandare e-mail un po’ spinte a una collega. “Ho affrontato la rabbia implacabile di colleghi, il loro silenzio di pietra e, a mio avviso, codardo”, ha scritto Hockenberry su Harper’s. “Per quasi un anno ho vissuto da paria affrontando un silenzio glaciale o una aperta ostilità. Ho visto svanire presunti amici. Ho ascoltato colleghi, avvocati e professionisti di pubbliche relazioni dirmi che non sono assumibile. `Non sei più una persona, sei un archetipo’, mi ha detto un amico. `Sei coinvolto nella correzione di questa rivoluzione’, mi ha detto un’amica. Nell’ultimo anno ho trovato impossibile fare incontri di lavoro. Anche le proposte di lavoro sotto falso nome o anonimato sono state rifiutate. Per un certo periodo, l’unica occupazione che ho potuto contemplare era in una e-mail in cui si cercavano persone disabili per i negozi Walmart nello Utah e in Georgia”.
Ryan Lizza è stato licenziato dal New Yorker e poi dalla Cnn. L’accusa è di “condotta sessuale scorretta”. La Cnn lo ha reinserito, ma le sue lezioni alla Georgetown University sono saltate. Il sito Vox ha licenziato il direttore Lockhart Steele per “condotta inappropriata”. Ha subìto una clamorosa battuta d’arresto la carriera del giornalista politico Mark Halperin, dopo che sulla Cnn è stato accusato da alcune donne. La Nbc News lo ha sospeso, poi Hbo ha annunciato che non avrebbe più proseguito con una miniserie pianificata sulle elezioni presidenziali e basata su un libro di Halperin. Anche Msnbc ha rescisso il contratto di Halperin con la rete. Dall’inizio del 2019, Halperin ha ripreso a tuittare senza nuocere a nessuno, a metà aprile ha lanciato un nuovo blog politico e ora lavora con una associazione di ex carcerati.
Simile la vicenda di Matt Lauer, la star della Nbc caduta in disgrazia, e del direttore di riviste come National Enquirer e Us Weekly, Dylan Howard, che si è licenziato. #MeToo ha travolto la famosa rivista d’arte ArtForum, con il suo storico editore Knight Landesman che si è dimesso sulla scia delle accuse di cattiva condotta sessuale.
Si è dimesso anche il direttore della rivista, Michelle Kuo, in risposta alla gestione dell’affare.
E’ finito malissimo Stephen Henderson, il premio Pulitzer columnist del Detroit Free Press scelto come giornalista afroamericano dell’anno, dopo le accuse di comportamento inappropriato da parte di alcune sue colleghe. Henderson si è scusato, ma ha detto che era coinvolto solo in “conversazioni a sfondo sessuale”. Ma più che sufficienti.
Poi è stata la volta dello sceneggiatore premio Oscar di “Trash”, Paul Haggis. E’ letteralmente scomparso lo sceneggiatore Max Landis. William Jacoby si è dimesso nel frattempo da direttore della celebre rivista di politologia American Journal of Political Science dopo le accuse di due colleghe.
Travolta anche l’insospettabile Avital Ronell, la celebre filosofa femminista, docente di Letteratura comparata alla New York University, dove è stata accusata di molestie sessuali da uno studente, Nimrod Reitman. Per la Ronell si erano schierati tanti blasoni accademici, da Judith Butler a Slavoj Zizek, i maestri del postmoderno più postmoderno che ci sia. Ronell è stata dichiarata colpevole di molestie da parte della commissione accademica e l’università l’ha sospesa per un anno. Per lei si era battuto da Strasburgo anche Jean Luc Nancy, uno dei padri del decostruzionismo. Alla fine anche la paladina del #MeToo è stata decostruita e metooizzata. Ma è di pochi giorni fa l’annuncio che Ronell tornerà in autunno a insegnare. Donna, di sinistra e femminista militante, per lei è valsa un po’ di presunzione di innocenza (anche ideologica) in più.
Sono stati licenziati in tronco invece due editor del New York Daily News, Rob Moore e Alexander “Doc” Jones. Poca cosa, certo, rispetto alla fine che ha fatto Charlie Rose, uno degli anchorman più famosi d’America, cacciato in tronco dalla Cbs (via anche un altro giornalista della rete, Steve Chaggaris). Hollywood Reporter è andato a vedere che fine ha fatto Rose dopo essere caduto in disgrazia. “Rose una volta trasudava `l’atmosfera socialista della vecchia scuola di New York’, dice un dirigente dei media che lo conosce da un decennio, aggiungendo: `Quando Charlie va da Michael’s, gli ci volevano dieci minuti per arrivare al suo tavolo perché la gente andava da lui”. Oggi, quando Rose entra in quel noto ristorante newyorchese “si dirige verso il tavolo da solo e completa la cena da solo in meno di un’ora. Nessuno nel ristorante si avvicina a Rose né sembrò notarlo”.
Per sfuggire a questa dannazione c’è infine chi, come Benny Fredriksson, si è tolto la vita. Era stato accusato senza prove di “cattiva condotta sessuale”. Aveva perso il lavoro come capo del blasonato centro delle arti di Stoccolma, accusato di essere un porco.
Perché in questo gigantesco confessionale non si aspettano i processi né la fine delle inchieste, ci sono soltanto sospetti e delazioni, la cacciata senza perdono dei peccati e poi la dannazione eterna. Lenin diceva che come per fare una frittata si devono rompere delle uova, così per fare una rivoluzione è necessario qualche sacrificio. Questo orrendo backlash, le carriere distrutte di chi ce l’aveva messa tutta per pensare e dire sempre la cosa giusta, nella “logica” del #MeToo sono soltanto uova rotte sulla strada della redenzione rivoluzionaria di genere. La nuova guerra dei sessi.

GIULIO MEOTTI, Il Foglio, 18 maggio 2019

Del resto era già stato abbondantemente dimostrato qui che l’obiettivo non è mai stato quello di ottenere giustizia, neppure secondario, neppure marginale, neppure in ultima istanza, ma unicamente quello di distruggere il maschio. Oltre, beninteso, alle donne che si azzardassero a difendere spudoratamente qualche maschio col ridicolo pretesto che la colpevolezza non sarebbe provata, o che addirittura sarebbe provata l’innocenza, come se potesse esistere un maschio innocente, che razza di assurdità!

P.S.: ma sarà un caso che una decina abbondante di quei cognomi sono sicuramente ebraici, più un altro paio su cui non sono del tutto sicura?

barbara

OGGI È LA GIORNATA MONDIALE DELLA SINDROME DI DOWN

Inizio con questa testimonianza, trovata un paio di mesi fa.

Io, italiana a Londra, ho resistito ai medici che volevano farmi abortire

«È iniziato tutto quando ho fatto la prima ecografia più specifica e hanno visto due cisti nel plesso coroideo, cioè nel cervello della bambina. Mi hanno detto che queste cisti possono indicare una sindrome del feto, a volte spariscono e a volte no». Inizia così il racconto di una ragazza-madre italiana, trasferitasi a Londra da alcuni anni, che ci racconta al telefono le paure e le pressioni subite durante la gravidanza, specie dalla 20^ settimana in avanti, quando le fu fatta l’ecografia citata.

La chiameremo “Anna”, un nome di fantasia, perché la giovane preferisce per ora mantenere l’anonimato, dal momento che la sua bimba è una neonata di poche settimane e la madre teme che la sua denuncia del comportamento del National health service (Nhs), il servizio sanitario britannico, possa mettere in qualche modo a rischio la vita della bambina. Al tempo stesso non vuole che il suo dramma rimanga nascosto, perché l’ingiustizia subita da lei e dal frutto del suo grembo apra uno squarcio su un sistema divenuto disumano. Ma perché questa denuncia? Perché da quell’ecografia Anna ha subito diversi condizionamenti dal personale sanitario, volti a farla abortire. Grazie a Dio, ha avuto la forza di resistere.

La prima reazione di Anna al risultato dell’ecografia è informarsi. Inizia a fare ricerche su Internet, trovando conferma che le cisti si presentano anche con bambini senza alcuna anomalia cromosomica. «Quindi io ho deciso di essere positiva, anche se la notizia ti colpisce molto perché nessuno vuole problemi di salute per il bambino», ci dice lei. Ha la speranza che il bimbo nasca sano ma anche nel pieno del suo calvario, come vedremo, Anna esprimerà la decisione di proseguire in ogni caso la gravidanza, comprendendo l’infinita dignità della creatura che si stava formando dentro di lei. Una concezione della vita umana evidentemente non condivisa dai medici e dalle ostetriche che l’hanno seguita. All’ecografia della 20^ settimana segue a stretto giro un altro controllo, in cui «il dottore mi ha detto che la bambina aveva un altro sintomo della sindrome di Down oppure di Edwards».

Al termine di ogni visita successiva la giovane uscirà sempre con un carico di preoccupazione. «Ogni volta che andavo all’ospedale a fare ecografie trovavano qualcosa di anomalo alla bambina e così io ogni volta mi deprimevo perché era un problema dopo l’altro, non capivo come fosse possibile». A un certo punto le danno anche una psicologa, ma «ci sono andata solo la prima volta. Poi mi sono resa conto che non mi serviva e che se io ero depressa era solo a causa loro, quindi non avevo bisogno della psicologa». L’ansia che la prende ogni volta che mette piede in ospedale la induce ad affidarsi a un’altra struttura, sempre a Londra, che è comunque collegata alla prima. Cambia il personale, ma non l’atmosfera, di fatto impregnata di eugenetica.

All’ottavo mese di gravidanza le pressioni raggiungono il culmine. «All’ottavo mese ho fatto un’altra ecografia e mi hanno detto che la crescita della bambina era troppo lenta, dicendomi che si trattava di un altro sintomo della sindrome di Down. In realtà la mia bambina era nei parametri, solo che la facevano più tragica di quello che era, dicevano che cresceva troppo lentamente. Eppure il problema all’intestino si era risolto, le cisti erano state assorbite, ma continuavano a dipingere un quadro tutto loro. Mi dicevano di aver misurato il femore e l’omero, sostenendo che fossero troppo corti e che anche questo fosse un sintomo della sindrome».

Abbiamo chiesto ad Anna se almeno uno tra il personale medico, nell’ipotizzare che dentro di lei vi fosse un bambino affetto da trisomia, l’abbia mai consigliata di proseguire la gravidanza: «No, nessuno. Ho parlato anche con le ostetriche e ho chiesto loro un parere più umano, perché le ostetriche dovrebbero essere, come dire, più vicine alla mamma, meno fredde dei dottori, ecco. Perciò ho chiesto loro: “Voi cosa pensate personalmente?”». La loro risposta è stata semplicemente che le probabilità che la bimba nascesse con la trisomia 21 fossero «molto alte», ma nessuna l’ha incoraggiata a vedere il dono ricevuto con quella piccolina, anche nel caso di una sua malattia.

Il che è l’ennesima conferma del baratro in cui sono scivolate le nostre società occidentali, aprendo le porte all’aborto libero, ormai in evoluzione verso l’eutanasia “libera” e non richiesta, come ricordano i recenti omicidi nel Regno Unito di Charlie Gard, Isaiah Haastrup e Alfie Evans («è una società spartana», commenta Anna quando le citiamo questi casi), frutto di una cultura che pretende di sostituirsi a Dio e rimuovere il dolore – e con esso le vite umane che lo incarnano – dalla nostra vita terrena. Facendo dimenticare che proprio il dolore che spesso accompagna la condizione dei bambini ammalati – così fragili e così bisognosi di amore, che pure da loro (se accolti) promana come da una sorgente – li rende particolarmente legati al mistero di Gesù crocifisso e risorto, come già insegnava splendidamente il beato don Carlo Gnocchi.

Ma torniamo alla storia di Anna e al suo particolarissimo ottavo mese di gravidanza, quando alle nuove ansie generate in lei dai pareri medici risponde facendo nuove ricerche. «Veramente ho fatto delle ricerche pazzesche, ho visto che nell’ultimo mese è pure difficile stabilire la lunghezza effettiva delle ossa perché il bambino ormai è grande e nella pancia si fa più fatica a vedere le misure che corrispondono alla realtà perché il bimbo è tutto aggrovigliato». A un certo punto la giovane si sente rivolgere una proposta shock: «Perché non fai l’amniocentesi?». Anche qui la donna si mostra informatissima: sa che il prelievo di liquido amniotico è una misura rischiosa (frutto della cultura eugenetica di cui sopra) e può portare all’aborto spontaneo a inizio gravidanza o anche, all’ottavo mese, alla prematura rottura  delle acque. «E questo non era un rischio che volevo prendere, perché gli ho spiegato che la gravidanza l’avrei portata avanti fino alla fine, preferivo non rischiare e fare crescere il bambino». La replica del personale ospedaliero è raggelante: «Ma sei sicura? Dovresti fare l’amniocentesi».

Anna deve resistere ancora, risponde ancora di no, «perché comunque è un bambino». Ma nonostante la sua determinazione, le pressioni non finiscono. È allora che la portano in una stanza, «una stanza diversa da tutte le altre stanze», ricorda, «una stanza appartata, dove una dottoressa, che avrà avuto più o meno la mia età, mi ha detto: “Guarda, se vuoi c’è la possibilità di terminare la gravidanza”. Io ero sconvolta e ho detto: “Cosa? Ma sono all’ottavo mese, com’è possibile?”». Anna era infatti convinta che l’aborto fosse legale entro tre mesi dal concepimento, non sapendo che sotto ciò che viene chiamato ipocritamente «aborto terapeutico» si celano le più grandi mostruosità e che i termini dell’aborto indotto vengono estesi, anche solo per “prassi” (e non solo nel Regno Unito), addirittura fino al terzo trimestre. Da lì la risposta della dottoressa inglese: «Sì, è possibile, nel caso il bambino presenti grossi problemi fisici, se per esempio gli manca qualche organo vitale o ha una malformazione grave e non può vivere a lungo». Tutte motivazioni che mai possono giustificare la soppressione di una vita innocente.

Tra l’altro, di fronte a quella proposta diabolica, Anna non perde la lucidità, anzi rimane salda ribattendo alla dottoressa che comunque «la mia bambina non ha questi problemi. Ci sono dei sintomi ma anche questi non danno la prova che la mia bambina abbia effettivamente la sindrome, quindi in base a cosa dovrei abortire, in base a una teoria? Come fate a proporre questa cosa? In ogni caso, non avrei abortito nemmeno se mia figlia fosse stata Down, e questo gliel’ho detto». Ripensando a quei momenti, la giovane mamma ricorda bene il senso di ingiustizia vissuto «perché certe donne prendono paura e in un momento di debolezza possono essere indotte a seguire il consiglio del dottore. Nel mio caso, e anche in altri casi perché ho parlato con altre persone, hanno proposto l’aborto senza nemmeno che vi fossero effettivamente malformazioni, ma solo in base alla loro teoria».

Oltre all’esperienza personale di Anna si può ricordare il recente caso, riferito dal Daily Mail, di una coppia inglese, Jordan e Jonathan Squires, a cui durante la gravidanza del loro piccolo Jay era stato consigliato di abortire perché i medici erano convinti che il bimbo avesse la sindrome di Down: anche gli Squires hanno rifiutato l’aborto e detto che avrebbero amato il figlio a prescindere dalla sua salute. Tra l’altro Jay, che farà due anni a febbraio, non presenta alcuna trisomia.

E la bimba della nostra Anna? È venuta alla luce con un parto naturale, in perfetta salute. Il parto è avvenuto nel secondo ospedale, in presenza di personale sanitario che la giovane mamma italiana non conosceva, avendo fatto in quella struttura solo l’ultima parte del suo percorso. Sono seguite le visite del pediatra e un’altra di controllo il giorno successivo, senza che venissero riscontrati segni fisici o altre particolarità tipiche dei bambini nati con qualche forma di sindrome. Chiediamo ad Anna come stia ora: «Io sto bene adesso», ci spiega. «Il problema è stato quello che ho passato durante la gravidanza, che è stata completamente rovinata, e non è giusto perché quello che ho sentito io l’ha sentito anche la bambina». (qui)

Aborto, dunque, non più come un (eventuale) diritto, ma come un obbligo: questo sì che è progresso! Quando lo hanno fatto i nazisti li abbiamo chiamati criminali: questi dobbiamo chiamarli benefattori dell’umanità?

Proseguo con uno splendido pezzo di Giulio Meotti.

Va bene Greta Thunberg, ma domani un pensierino anche per questa bimba.
bambina down
E’ la Giornata mondiale della sindrome di Down. E in Occidente, l’Occidente che sforna diritti, questi bimbi li stiamo eliminando, con punte del 100 per cento in alcuni paesi europei. In Inghilterra si vuole proibire il paté e dare diritti all’aragosta, ma si eliminano i bimbi Down. In Islanda non ne nasce più nessuno. In Spagna siamo al 95 per cento. In Francia al 96 per cento. Da un po’ questi bimbi vanno forte sui cartelloni pubblicitari e nelle campagne social per una “maggiore inclusione”, ma non ce ne sono quasi più in giro. Nell’Europa delle pari opportunità e dell’uguaglianza coatta. E questo a me non va bene, è bello un mondo diverso, non conformista, scialbo, banale. Jeffrey Tate era uno dei più grandi direttori d’orchestra ma dirigeva da seduto a causa della spina bifida. Come Yitzhak Perlman, uno dei più grandi violinisti. Thomas Quasthoff è uno dei più grandi baritoni al mondo, è alto come un bambino e praticamente non ha braccia. E Michel Petrucciani, il grande musicista, veniva preso in collo per raggiungere il pianoforte. Va bene dunque Greta. Ma c’è anche questo cambiamento climatico. E questa specie di bimbi in via di estinzione. Che ci riguardano e guardano forse più di un grado celsius.

Come detto sopra, dal diritto all’aborto stiamo passando all’obbligo di aborto. Con tanta convinzione che uno, nei commenti, ha scritto, perentoriamente: “Amniocentesi e aborto”. Non si ammettono discussioni, a quanto pare. E in merito alle conseguenze di questa tendenza, ripropongo queste mie considerazioni contenute in un commento a questo post:

C’è un libro: I medici nazisti, di Robert Lifton. Sono stata male fisicamente a leggerlo, proprio perché i protagonisti assoluti delle peggiori efferatezze sono coloro che hanno prestato il giuramento di Ippocrate. Quando il governo nazista ha proposto una legge per sterilizzare gli handicappati gravissimi, sembrava una cosa altamente umanitaria: nessuna persona normale si accoppierebbe con un handicappato grave, e d’altra parte anche loro hanno le stesse pulsioni sessuali di chiunque altro con, in più, un’assoluta incapacità di autocontrollo. La conseguenza è che o li si lascia accoppiare fra di loro, e mettono al mondo dei mostri, o li si condanna a una vita di sofferenza impedendo loro la realizzazione della propria vita sessuale. E dunque, sterilizziamoli e poi possiamo lasciarli liberi di godere quanto vogliono. Tutti i medici riuniti a convegno hanno votato a favore, tranne uno, con la seguente motivazione: cose come queste si sa come cominciano, ma non si sa come poi vadano a finire. Noi, oggi, lo sappiamo: dalla sterilizzazione degli handicappati gravissimi si è arrivati a sterilizzare persone con un leggero ritardo, come ne abbiamo in tutte le nostre scuole e in tutti i nostri posti di lavoro, e gli handicappati più gravi venivano gassati. Dalle decisioni prese in base a rigorose indagini svolte da un’equipe di tre medici, come stava sulla carta, si è passati a gassare sulla base di una crocetta messa su un foglio da un’infermiera (che, per inciso, era una persona che aveva frequentato la scuola elementare e poi un corso di sei mesi). Allo sterminio di sei milioni di ebrei, almeno centomila handicappati, altrettanti omosessuali (che prima di finire in gas dovevano obbligatoriamente passare per i letti delle SS), mezzo milione di zingari ecc. ecc., si è arrivati partendo da quella legge tanto umanitaria.
E io mi chiedo: nel momento in cui, a forza di aborti “terapeutici” saremo arrivati ad avere un mondo senza Down, senza ritardati, senza spastici, senza nani, senza ciechi, senza sordi, riusciremo a sopportare di avere un figlio miope, o strabico, o una figlia con le ginocchia sporgenti?

Di aborto ho precedentemente parlato anche qui, della sindrome di Down qui e qui. E adesso godetevi questa chicca.

barbara

ORI ANSBACHER

Ori è la diciannovenne israeliana stuprata e assassinata a coltellate, fatta praticamente a pezzi, qualche giorno fa.
Ori
In questi giorni non ne ho scritto, perché ci sono cose che dici no, è troppo, non ce la faccio. Poi ti fai forza e ti imponi di farlo, perché glielo devi. Almeno questo glielo devi, e dunque eccomi. Riporto alcuni pezzi di persone che hanno saputo dire molto meglio di me quello che va detto.

Sull’assassinio di Ori Ansbacher da parte di un terrorista palestinese a Gerusalemme risultano ancora non pervenuti:

– l’Unione Europea, sempre rapida nel condannare la costruzione di nuove case israeliane
– l’Onu, sempre riunita in sessione d’emergenza quando Israele uccide un terrorista
– i giornali, sempre pronti a far spazio ai terroristi morti sul confine di Gaza e alla pin-up Ahed Tamimi
– Papa Francesco, sempre distratto quando Israele subisce un terribile lutto
– Abu Mazen e i “palestinesi moderati”, sempre generosi nel fare bonifici ai terroristi con i soldi europei
– il mondo islamico, sempre pronto a nascondere terroristi in una loro moschea
– le femministe, sempre in cerca di un femminicidio tranne quando c’è di mezzo una ragazza israeliana

Buona visione del più agghiacciante film di successo della storia: l’antisemitismo che uccide.
Giulio Meotti

corpo

I MANDANTI

Chi sono i mandati del brutale assassinio di Ori Ansbacher? Prima di tutto Hamas e l’Autorità Palestinese che per decenni hanno fomentato il clima di odio virulento nei confronti degli ebrei israeliani, poi subito dopo l’Europa, l’Europa pro palestinese dalla fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, che progressivamente si è inchinata ai desiderata arabi e islamici, l’Europa che ogni volta che Israele si difende le da addosso accusandola di crimini contro l’umanità, l’Europa che mette i bollo su i prodotti che escono dalla Cisgiordania, l’Europa delle ONG per i diritti umani, come Amnesty International che accusa Israele di occupare abusivamente territori che le vennero conferiti dal Mandato Britannico per la Palestina, l’Europa che all’ONU vota sempre con i paesi islamici, satrapie, dittature, teocrazie, contro l’unica democrazia Mediorientale, e con l’UNESCO quando sottrae agli ebrei la loro storia millenaria da Gerusalemme e da Hebron, imponendo a luoghi storicamente ebraici, nomi islamici, l’Europa che non rende illegale il movimento antisemita BDS, l’Europa che fa affari con l’Iran e cerca di aggirare le sanzioni americane.
Insieme a loro tutti quegli “intellettuali”, politici, giornalisti, che non hanno fatto e non fanno altro che criminalizzare Israele, mentre al contempo sono teneri con regimi assassini e nemici della libertà, e tra di loro non pochi ebrei con il cervello distrutto dalla metastasi ideologica che gli ha fatto scambiare i terroristi per vittime e chi si difende dalla loro cieca violenza per carnefici.
Questi sono i mandanti. Teniamolo bene a mente.
Niram Ferretti

funerale

Ora un po’ di conti, che non fanno mai male.

DUEMILAQUATTROCENTO EURO AL MESE.

Questo è lo stipendio che Hamas pagherà ad Arafat Aryah, il palestinese che ha sgozzato la ragazza diciannovenne ebrea Ori Ansbacher dopo averla violentata e deturpatone il corpo con dodici coltellate.
Israele farà (forse) saltare in aria la casa del terrorista ma Hamas ne costruirà una nuova e più moderna.
Anche i genitori prenderanno una pensione a vita.
Uccidere gli ebrei conviene tutto sommato.
Nelle carceri Israeliane molti palestinesi si sono laureati studiando nelle università israeliane.
Una volta scontata la pena usciranno con tanti soldi in tasca, una casa nuova ed una bella laurea.
Si uccidere ebrei conviene.
Da dove vengono tutti questi soldi?
Dalle vostre buste paga.
La Guerra Santa costa.
L’Italia e la UE mandano e hanno mandato miliardi di euro alla Palestina.
Miliardi con i quali non è stata mai costruita una strada, una scuola, una fabbrica o un ospedale.
Miliardi usati per costruire migliaia di tunnel in cemento per invadere Israele.
Miliardi usati per armare terroristi e per pagare loro una pensione d’oro.
Si, la Guerra Santa costa.
Costa tanto.
12.000 shekels è la pensione minima per un terrorista palestinese; pari a circa 2.400 euro.
Se considerate che in Palestina un buon stipendio è 300 euro…..
Si, decisamente si.
È stato un ottimo affare uccidere la obiettrice di coscienza e volontaria del servizio civile Ori Ansbacher. 19 anni.
Riposi in pace.
Noi non riusciamo a trovar pace oggi.
Buona giornata Italia da un paese in lutto. (qui)

LA BELVA DELLO ZOO DI GERUSALEMME

Il corpo nudo, spezzato, dell’israeliana Ori Ansbacher lo hanno ritrovato vicino allo zoo di Gerusalemme. Già arrestato l’animale scappato dal parco e che l’ha uccisa, un palestinese di Hebron.
Se l’Onu, pronto a scomodarsi per difendere il burqa in quanto rientra fra i “diritti delle donne”, non condanna entro le prossime ore questo delitto che non ha nome, da quanto è indicibile, suggerisco di andare a prendere un paio di funzionari di alto grado delle Nazioni Unite e metterci loro dentro allo zoo. Scommetto che neanche i lama si degnerebbero di sputargli in faccia.
Giulio Meotti

La belva.

Ho guardato e riguardato il volto del terrorista palestinese che ha violentato e ucciso Ori Ansbacher, questo sorriso inerte, inebetito. E non ho visto niente. Poi mi sono ricordato quanto aveva raccontato Francesco De Rosa, il comandante dell’Achille Lauro che nel 1985 fu dirottata da un commando di terroristi palestinesi. Di Abu Abbas e dei suoi uomini, che gettarono in mare un passeggero ebreo in carrozzella, Leon Klinghoffer, De Rosa ricordava il sorriso. “Un sorriso maligno, che mi ha accompagnato sempre”. Eccolo qui.
Giulio Meotti
Arafat Irfaiya
Ma anche Cesare Battisti. O Angelo Izzo.

Sicuramente molti di voi avranno visto qualche immagine di funerali palestinesi, in cui i dolenti si divertono a sparacchiare in giro, così, tanto per gradire. I funerali israeliani, in mezzo al dolore più atroce per il crimine più efferato, si svolgono così.

E infine un pensiero riconoscente all’eroe che ha permesso la cattura dell’assassino. Grazie Rambo!
Rambo
barbara

ERRATA CORRIGE: il nome “Rambo” che avevo trovato in un articolo era evidentemente un attributo, non il suo vero nome, che è in realtà Zili.

PER LIBERTÀ E VERITÀ NON HA POSTO L’UNIVERSITÀ

Baroni inquisitori

È piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto, perché queste cose bisogna saperle.

Iniziarono colpendo che più in alto non si poteva, sul vicario di Cristo. Papa Benedetto XVI doveva andare a parlare alla Sapienza in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Ratzinger non parteciperà mai all’evento nel più antico ateneo romano. Troppo “incongruo” e non in linea con la “laicità della scienza”, dissero un centinaio di docenti firmatari di una lettera al rettore, Renato Guarini. Dieci anni fa, quell’episodio fu visto e giudicato come un fatto gravissimo: una grande università ostracizzava un pontefice nell’esercizio di quel pluralismo intellettuale che avrebbe dovuto essere il vanto di un ateneo. Oggi è prassi ordinaria e quotidiana, talmente banalizzata che sulla stampa italiana le centinaia di casi di professori messi alla gogna e alla berlina non fanno più notizia.
Di questa settimana è la campagna contro il celebre filosofo del diritto John Finnis, professore emerito presso l’Università di Oxford. Centinaia di studenti hanno lanciato una petizione perché l’università cacciasse questo famoso docente reo di “condotta discriminatoria”, per usare l’espressione presente nella petizione. La “colpa” di Finnis sarebbe quella di “essere omofobico e transfobico”.
Sul Guardian sono apparsi articoli dal titolo: “Ecco perché Finnis non dovrebbe insegnare a Oxford”. Poche ore dopo, la Oxford Union ritirava l’invito a William Donohue, presidente della Catholic League, un gruppo americano per i diritti civili, e Donohue si è detto “inorridito” per il modo in cui è stato trattato da quel prestigioso sindacato universitario che risale a ottocento anni fa. “A un certo punto devi fare una scelta: o esci dal business perché sei un paria o vai avanti e te ne freghi”, ha detto Bruce Gilley Le università occidentali sono diventate luoghi di timore e terrore intellettuale, dove minoranze accademiche agguerrite dettano la linea a fronte di un corpo docente silenzioso o, peggio, compiacente.
L’accademia è sempre più erosa da una tendenza all’integralismo ideologico e dal tentativo di determinare non solo quali azioni siano accettabili, ma anche quali pensieri e parole lo siano. Non dovrebbe una società accademica abbracciare, piuttosto che punire, la differenza intellettuale?
Le vendette, le delazioni, le petizioni, l’ostilità abbondano invece contro chi esercita il diritto al dissenso in quel mutuo “consenso”. Siamo arrivati alla partecipazione al culto della violenza celebrato su larga scala e alla fabbricazione di capri espiatori, bersagli dell’odio ideologico su cui sfogare una aggressività accumulata e repressa. I casi si contano a centinaia ormai.
A una dissidente iraniana, Maryam Namazie, è stato impedito di parlare in alcuni college inglese, come il Goldsmiths e il Warwick La sua difesa del free speech avrebbe `offeso” gli studenti di fede islamica.
Thilo Sarrazin, ex banchiere centrale tedesco e durissimo critico dell’immigrazione, ha parlato fra le proteste di studenti e insegnanti all’Università di Siegen.
Il professor Paul Griffiths, teologo americano di fama, aveva ricevuto una email di alcuni professori per indire due giornate su “come riconoscere e combattere il razzismo”. Siamo alla Duke Divinity School, una delle più importanti università d’America. Griffiths risponde così alla email dei colleghi: “E’ una sessione illiberale e dalle tendenze totalitarie”. Ed è stato gentilmente messo alla porta. Un professore della New York  University, Michael Rectenwald, si era creato un account Twitter anonimo per sbeffeggiare il politicamente corretto senza timore di conseguenze da parte dei “guerrieri della giustizia sociale”. I colleghi si sono lamentati per la sua “inciviltà” e il docente è stato costretto a prendere un lungo congedo forzato per “mancanza di disciplina”.
Il Premio Nobel inglese Tim Hunt è finito malissimo. Lo University College di Londra lo ha estromesso per la leggerezza commessa a una conferenza a Seoul, dove Hunt si lasciò scappare una frase sulle donne inadatte alla vita in laboratorio. “Maschilismo”. Hunt oggi vive in Giappone, dove ha scelto di autoesiliarsi con la moglie, anche lei accademica. L’ha pagata cara il fisico italiano Alessandro Strumia. “La fisica è stata inventata e costruita dagli uomini”, aveva detto questo scienziato e docente nel workshop organizzato dal Cern di Ginevra. “C’è una cultura politica che vuole sostituire competenza e merito con una ideologia della parità”.
Strumia si è visto sospendere dall’Istituto nazionale di fisica nucleare e anche l’Università di Pisa, dove insegna Strumia, ha disposto un “procedimento etico” contro il fisico.
Bret Weinstein e sua moglie, Heather Heying, si sono dimessi dalle loro posizioni all’Evergreen State College. Weinstein aveva criticato l’annuale Day of Absence della scuola dopo che agli studenti bianchi che avevano scelto di partecipare era stato chiesto di uscire dal campus per parlare di razzismo, il loro, quello congenito dei bianchi. Weinstein aveva definito l’evento “un atto di oppressione”.
Nel libro “Aristotele a Mont-SaintMichel”, lo storico francese Sylvain Gouguenheim, ordinario alla Scuola Normale di Lione, aveva spiegato che l’eredità greca nel Medioevo fu trasmessa all’Europa occidentale da Costantinopoli, riducendo il ruolo intermediario del mondo islamico. “La cultura greca non tornò all’occidente solo grazie all’islam: a salvare dall’oblio i filosofi antichi sarebbe stato innanzitutto il lavoro dei cristiani d’Oriente, caduti sotto dominio musulmano, e dunque arabizzati”, si legge nel testo.
Apriti cielo! Iniziarono a circolare numerose petizioni contro Gouguenheim. Una prima firmata da Hélène Bellosta e trenta accademici esce sul Monde. Poi arriva un appello di duecento dall’École normale supérieure. Infine, un testo di 56 ricercatori di storia e filosofia del Medioevo su Libération, in cui si accusa Gouguenheim di “razzismo culturale”. “Uno storico al servizio dell’islamofobia”, titola Main Gresh del Monde Diplomatique. Stesso destino per un altro storico di rango dell’Université de Bretagne-Sud, Olivier Pétré-Grenouilleau, reo di aver scritto il libro “La Traite des Noirs”, in cui dice: “Il numero degli schiavi cristiani razziati dai musulmani supera quello degli africani deportati nelle Americhe”. In un’intervista al Journal du Dimanche, Petre-Grenouilleau andò oltre, rifiutando di riconoscere la schiavitu come “genocidio” e di equipararla alla Shoah. Il “Collectif des Antillais, Guyanais et Reunionnais” sporse querela contro lo storico. “L’ostracismo dei ricercatori che si avvicinano ai temi sensibili dell’islam e dell’immigrazione”. Così il Figaro qualche giorno fa ha definito un fenomeno sempre più dilagante in Francia in ambito universitario. Uno è Christophe Guilluy, lo studioso di riferimento della “Francia periferica”. Il suo ultimo libro, “No society” (uscirà in italiano per le edizioni universitarie della Luiss), è il resoconto della fine della classe media.
Su France Culture lo si addita come “ideologo del Rassemblement national”, un lepenista. L’altro è Stephen Smith, studioso di immigrazione, autore del libro “La ruée vers l’Europe”, un macroniano.
Dal College de France, il demografo François Héran lo accusa di “agitare lo spettro del pericolo nero”. “Ho ricevuto un messaggio da un collega accademico che mi ha detto `fai attenzione al nazista Finkielkraut che ti ha appena citato”‘, ha detto Guilluy al Figaro. Questo il clima. Erika Christakis, docente a Yale di Psicologia, aveva osato lamentarsi che l’università era diventata “un luogo di censura” dopo la richiesta degli studenti di bandire i costumi “offensivi” per Halloween. Sia Erika sia il marito, Nicholas Christakis, anche lui professore a Yale, iniziano a ricevere email violente e solo pochi colleghi firmano la lettera di solidarietà. Così, Erika e Nicholas si sono dimessi.
Gli studenti di Medicina del King’s College di Londra avevano chiesto a Heather Brunskell Evans, ricercatrice e portavoce del Women’s Equality Party, di tenere una conferenza su “pornografia e sessualizzazione delle donne”. La facoltà le ha fatto sapere che l’evento era stato cancellato perché le sue opinioni sui transessuali avrebbero violato la politica dello “spazio sicuro”. Brunskell Evans ha detto al Times che “le brave persone stanno indietro, non fanno niente, come altre vengono messe alla berlina. Le organizzazioni e gli individui sono pietrificati dall’idea di essere viste come portatori di idee che non sostengono in modo inequivocabile la dottrina transgender.
E’ scioccante”.
Un’altra femminista, Linda Bellos, era stata invitata al Peterhouse College, annunciando che avrebbe “messo in discussione pubblicamente alcune `transpolitiche”.
Linda Bellos è donna, nera, ebrea, lesbica e femminista. Ma non ancora abbastanza politically correct.
Jenni Murray, veterana del giornalismo e conduttrice di Woman’s Hour su Radio 4, era stata a Oxford per discutere delle “potenti donne britanniche nella storia e nella società”. Ma l’evento è decaduto dopo che una serie di lettere sono state inviate all’università, condannando Murray come una “transofoba”.
Toby Young, dopo che era stato nominato uno dei membri dell’Ufficio britannico per gli studenti, è stato distrutto professionalmente. Su Twitter sono stati ripescati suoi commenti sulle donne scritti diciassette anni prima. L’Università di Buckingham lo ha dimesso da “visiting fellow”.
Rachel Fulton Brown, medievista all’Università di Chicago, è stata oggetto di una campagna d’odio per l’articolo “Three Cheers for White Men”, dove sostenne che gli uomini bianchi hanno avuto un ruolo nello sviluppo di certi diritti goduti dalle donne in tutto il mondo occidentale. Fulton valorizzò la cavalleria e l’amor cortese, lo sviluppo del matrimonio e alcuni elementi del femminismo, che sono stati sostenuti da filosofi come John Stuart Mill. “Suprematista bianca”!
Bruce Gilley è l’accademico che ha più chance oggi di essere cacciato da una conferenza accademica in Gran Bretagna. Questo docente alla Portland State University in Oregon, agli occhi di molti, dice l’indicibile, e molto forte: loda il colonialismo in generale e l’impero britannico in particolare. In un articolo intitolato “The case for colonialism” nella rivista Third World Quarterly, Gilley aveva scritto che “il colonialismo occidentale era, come regola generale, oggettivamente benefico e legittimo”. L’editore ha ricevuto “minacce serie di violenza personale”. Quindici membri del consiglio di amministrazione della rivista si sono dimessi e l’articolo è stato ritirato. Gilley ha compreso la decisione di tirare giù il suo articolo su Third World Quarterly: “Stavano ricevendo minacce di morte da parte di fanatici”, ha detto al Times. “Una cosa è difendere la libertà di parola, ma queste riviste non hanno la capacità di resistere al contraccolpo: proteste, inondazioni di e-mail, cause per presunta promozione del nazismo”.
A Londra, il professore ha tenuto lezione a un seminario privato per studenti e preso parte a una tavola rotonda, ma ha evitato un evento pubblico. “Il risultato sarebbe stato una tempesta di merda e sarebbe stato inutile. Ma avrebbe mostrato fino a che punto in Gran Bretagna, in tutti i posti, le persone hanno smesso di pensare”.
Parlando sempre col Times, Gilley ha detto: “Se non sei di sinistra nel mondo accademico, ti trovi in un ambiente di lavoro molto ostile e a un certo punto devi fare una scelta, o esci dal business perché sei un paria, o decidi di fregartene e semplicemente di `offendere”. Il Middlebury College nel Vermont, lo stato più liberal d’America, aveva invitato Charles Murray, sociologo conservative autore di saggi importanti contro il welfare state. Quando Murray è salito sul palco, quattrocento studenti gli hanno urlato “razzista, sessista, antigay”. Murray ha continuato la conferenza in un ufficio, in streaming. Poi, all’uscita, è stato attaccato fisicamente da un gruppo di manifestanti. Noah Carl, studioso arruolato dall’Università di Cambridge, ha visto il suo nome dato in pasto all’opinione pubblica da trecento professori di tutto il mondo che avevano firmato una lettera aperta in cui si denunciava la sua nomina.
In Francia, un professore di Filosofia di Tolosa, Philippe Soual, si è visto cancellare un corso su Hegel dall’ateneo Jean Jaurès di Tolosa, dopo che Soual è stato accusato da un’associazione di studenti di essere un “portavoce della Manif pour tous”, il movimento che ha riempito le piazze di Francia per manifestare a favore dell’unicità del matrimonio tra uomo e donna.
Sempre a Oxford Nigel Biggar, professore di teologia morale, è stato attaccato per le sue tesi troppo indulgenti nei confronti dell’imperialismo. Biggar a dicembre ha dovuto tenere una conferenza accademica in privato per paura di vedersi interrompere dagli attivisti. Un altro motivo per tenere l’evento a porte chiuse era che un giovane studioso avrebbe partecipato solo a condizione di rimanere anonimo, “per timore che la sua presenza arrivasse all’attenzione di alcuni dei suoi colleghi più anziani”.
Peter Boghossian, docente di filosofia all’Università di Portland, sta rischiando il lavoro per aver scritto articoli-farsa pubblicati in alcune delle maggiori riviste accademiche americane sul gender e altri critical studies. “Falsificazione dei dati”, questa l’accusa. La dissidente somala Ayaan Hirsi Ali, critica dell’islam e riparata in America dall’Olanda, è stata cacciata dalla Brandeis University, una delle culle del liberalismo accademico americano che avrebbe dovuto onorarla con una laurea. Cento professori dell’ateneo nel Massachusetts, uno degli stati più di sinistra d’America, erano troppo imbarazzati a ospitare una portavoce del Terzo mondo che non rientrava nei loro stereotipi.
E quando un professore venne minacciato di decapitazione dagli islamisti, i colleghi lo attaccarono e lasciarono solo. E’ il caso Robert Redeker, autore di un articolo sul Figaro molto duro sull’islam e finito sotto scorta. “I colleghi parlano di te come di un morto”, gli dicono dall’istituto Pierre-Paul Riquet di Saint-Orens de Gameville, a Tolosa, dove Redeker insegnava prima della fatwa.
I sindacati francesi di insegnanti annunciarono di “non condividere le idee di Redeker”. Detto fatto, il professore di filosofia non insegnerà più. Insegnava, oltre a un liceo, in una scuola per ingegneri, molto prestigiosa, la scuola nazionale dell’Aviazione civile, a Tolosa. Quando, nel gennaio 2007, i mass media annunciarono che un terrorista internazionale, che aveva lanciato contro Redeker la condanna a morte pubblicata su un sito web islamista, i dirigenti di quella scuola gli comunicarono che non poteva più insegnare.
Anche il rettore della facoltà di Scienze sociali di Toulouse ne disdisse il ciclo di conferenze, per ragioni di sicurezza. Le autorità trovarono a Redeker una nuova occupazione: correttore di bozze al Centre national de la recherche scientifique.
Lì il reprobo non avrebbe più dato fastidio a nessuno.
L’università occidentale – che dovrebbe essere la casa del pluralismo, del dibattito, della ricerca intellettuale, della libertà di pensiero – sta diventando un posto molto pericoloso, una pira per eretici, dove la tendenza dominante è quella di considerare come insubordinazione o eversione ogni apostasia dall’ordine costituito e il conformismo di ogni colore stringe sempre più le maglie. Chi non si integra è perduto o rimane, nella migliore delle ipotesi, un personaggio marginale. Sono loro, queste mosche bianche, non gli studenti e i professori alleati nella censura e nella recriminazione, ad avere oggi bisogno di uno “spazio sicuro”, come usa chiamarli nel linguaggio impazzito del politicamente corretto.

Giulio Meotti, Il Foglio, 19/01/2019

E come ci si ammala e si muore di troppa igiene, così, se non ci sarà una radicale inversione di rotta, di politicamente corretto moriremo tutti.

barbara

A PROPOSITO DELLE DUE RAGAZZE

violentate e decapitate in Marocco, rubo ancora una volta, anzi, ancora due volte, la parola a Giulio Meotti

Ho appena visto il video della decapitazione delle due ragazze scandinave in Marocco. L’umanità ha una tendenza naturale ad abituarsi alle peggiori atrocità. E in quindici anni di giornalismo ne ho visti tanti di macellamenti simili: soldati americani, fedeli cristiani, giornalisti ebrei… E non ho mai abbassato lo sguardo di fronte a questa terribile Gorgone jihadista. Ho letto ogni dettaglio di come hanno evirato gli atleti israeliani a Monaco ’72 e hanno fatto bere la pipì ai bambini di Beslan prima di ucciderli. Ma con il video delle due ragazze non ce l’ho fatta e ho tolto l’audio, dopo aver sentito le prime urla mentre le staccavano la testa, facendo fatica con l’osso del collo. Sarà irrazionale, ma con una donna è diverso. Neppure ai maiali i contadini di una volta, delle mie terre, impartivano una morte simile. Nel video si vede una ragazza sola, a terra, in mutande, con una maglietta, nelle mani di un branco di animali. Pensavo ai loro genitori mentre scorrevano le immagini. Non c’è molto da commentare. Se non sperare che i loro assassini vengano trovati e uccisi. E che l’Occidente, cui è rivolto quel video, capisca una volta per tutte che non è possibile negoziato, debolezza o codardia con l’ideologia di chi fa questo, ma soltanto la guerra.

Io ho visto quello di Daniel Pearl, che doveva essere pesantissimamente drogato e non ha avuto alcuna reazione. Poi non ne ho visti altri. È bene che qualcuno abbia il coraggio – lo stomaco, più che altro – di farlo, ma quella non sono io. Quanto al post di Giulio Meotti, concordo pienamente con la conclusione: contro questa barbarie c’è solo la guerra. E aggiungo questa sua ulteriore riflessione.

Ieri notte ho fatto un sogno. Ero un estremista islamico che pensava fra sé e sé: “Strani questi occidentali. Ci siamo schiantati con gli aerei nei loro grattacieli a New York; li abbiamo macellati nei teatri e nei ristoranti di Parigi, nei treni di Madrid, negli autobus e nella metro di Londra, nelle strade di Nizza e Stoccolma e Berlino e Barcellona, all’aeroporto di Bruxelles, nei centri ebraici di Tolosa e Roma, negli alberghi di Mumbai, nelle spiagge di Sousse e Sharm; abbiamo ucciso i loro vignettisti e li abbiamo costretti a non disegnare e a scrivere più nulla; abbiamo messo in fuga i loro ebrei; abbiamo portato in tribunale i loro scrittori; abbiamo costretto a girare sotto scorta i loro giornalisti; abbiamo trasformato i loro mercatini di Natale in bunker; abbiamo violentato le loro donne a Colonia; ne abbiamo cacciato i fratelli cristiani dalle terre di origine; abbiamo cambiato i connotati di alcune loro bellissime città facendole assomigliare alla nostra casbah e riempiendole di denaro e moschee e veli e spose bambine e mutilazioni genitali e delitti d’onore; abbiamo pure fatto a pezzi due loro ragazze in Marocco. Sono vent’anni che diamo loro la caccia, che li sbraniamo, che li attacchiamo per quello che sono ovvero giudeo-cristiani-illuministi. Abbiamo ucciso non so quanti dei loro bambini. Li abbiamo costretti a togliersi anche le scarpe prima di salire su un aereo. Ma questi occidentali ancora non hanno capito e continuano a dire che è solo colpa loro, il petrolio, il razzismo, Guantanamo, la disoccupazione, le crociate, certi giornalisti cattivi, Israele, le guerre, che noi non conosciamo davvero l’Islam, che dobbiamo andare da uno psicologo e che tutto andrà bene, perché vogliamo tutti le stesse cose e che, comunque, non avremo mai il loro odio”. Poi mi sono svegliato. Non era un sogno. Era tutto terribilmente vero.

Credo valga la pena di ricordare ogni tanto le sagge e, temo, profetiche, parole di Mordechai Horowitz: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi…e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….».

Vorrei dire ancora due parole su questo insulso e sconclusionato articolo (pare che i giornali femminili stiano diventando sempre più insulsi e sconclusionati, oltre che inutili), che parte con condivisibili considerazioni sul prezzo che accade di dover pagare quando, in nome della libertà, si sceglie di viaggiare da soli in luoghi pericolosi, soprattutto quando si tratta di donne (e cita come esempio il caso di Pippa Bacca), per poi concludere polemizzando con chi richiama l’attenzione sul fatto che una maggiore prudenza non guasterebbe. Meno male che i giornali femminili ho smesso di leggerli da almeno un quarto di secolo.

Quanto a quelli che ci invitano a non generalizzare, a ricordare che dopotutto gli estremisti sono una minoranza, che l’islam moderato esiste, che non si può fare di tutta l’erba un fascio, che da noi è pieno di musulmani onesti che lavorano dalla mattina alla sera, che… potrà essere utile un’occhiata a questo
reazioni decapitate
barbara

MISCELLANEA

1. Prossimamente anche da queste parti
big brother
dove comunque i blocchi su FB sono già da molto la regola.

2. Le priorità

Perdonaci Asia Bibi, perché leggo che trascorrerai un altro Natale chiusa in una stanza assieme ai tuoi ex carcerieri. Perdonaci, ma gli inglesi se la fanno sotto della reazione dei propri musulmani se ti accogliessero. Perdonaci, ma per il Vaticano è solo “un problema interno del Pakistan”. Perdonaci, ma per le femministe è prioritario non far morire la Carmen di Bizet per combattere il femminicidio. Perdonaci, ma per i giornalisti ormai è solo tutto un farsi i pompini a vicenda, come direbbe Mr Wolf in Pulp Fiction. Perdonaci, ma per la nostra classe politica l’impegno a tirarti fuori è durato il tempo di un tweet raccatta voti. Perdonaci, ma non ce la facciamo davvero più in Occidente a batterci per qualcosa che non sia l’apertura domenicale dei negozi e la coperta scaldasonno. Ma tranquilla, cara Asia Bibi, la pagheremo cara. Giulio Meotti

3. La vergognosa apartheid antipalestinese
Questo è Muhammad Wahaba,
Muhammad Wahaba 1
bambino palestinese del campo profughi “Al-Bard” in Libano. E’ morto
Muhammad Wahaba 2
a causa del rifiuto degli ospedali libanesi di prestargli, in quanto palestinese, le cure mediche di cui aveva bisogno (e mentre gli ospedali libanesi si rifiutano di curare palestinesi, migliaia di palestinesi vengono accolti ogni giorno negli ospedali israeliani). Alla fine di questo post qualche ragguaglio sulla condizione dei palestinesi in Libano.

4. I tunnel libanesi
che penetrano in territorio israeliano: guardate come sono belli!
tunnel 2
tunnel 3
tunnel 4
E come potrebbero non esserlo, con tutti i milioni di dollari che ci hanno investito! (Ma una penetrazione armata in uno stato sovrano non era un’azione di guerra, una volta? O forse lo è anche adesso ma si fa eccezione quando si tratta di Israele?)

5. Nel frattempo hamas
manda in scena i suoi deliziosi bambini
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6. E intanto dall’Europa gli ebrei continuano a scappare a decine di migliaia.

barbara