IL BELLO DELL’ACCOGLIENZA

Nel paese che ha accolto tutti, nessuno è al sicuro

La Svezia ha il record di morti da pistola (uno a settimana). Anche la premier di sinistra dice: “Non vogliamo diventare la Somalia”. In soli 15 anni gli immigrati sono passati dal 20 al 30 per cento

“Gli svedesi sono diventati fin troppo familiari con la violenza armata. Ma la sparatoria che ha ferito una madre e il suo bambino in un parco giochi la scorsa settimana ha fornito uno scenario ancora più scioccante e violento alle elezioni parlamentari dell’11 settembre”. Così racconta il Financial Times. Anche il giornale dell’establishment finanziario europeo si è accorto che qualcosa è andato storto nel paese-faro dei buoni costumi e sentimenti.
“Sta peggiorando sempre di più in termini di crimini violenti, preoccupa la gente”, dice Torsten Elofsson, l’ex capo della polizia di Malmö candidato con la Democrazia Cristiana di centrodestra. “Un tempo c’erano solo Stoccolma, Göteborg e Malmö. Ora lo vedi nelle piccole città. Si sta avvicinando sempre di più a dove vive la maggior parte delle persone”. Gli svedesi che desiderano che le loro famiglie siano al sicuro stanno esaurendo i posti in cui nascondersi e trasferirsi, a meno che non decidano di lasciarsi la Svezia alle spalle, come alcuni fanno già. Ne hanno abbastanza di vivere in un paese che ha registrato 342 sparatorie in un anno: quasi una al giorno.
Nell’ultimo decennio, la Svezia è passata da uno dei tassi pro capite di sparatorie mortali più bassi in Europa al più alto, secondo i dati del “Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità”. Quest’anno la Svezia è sulla buona strada per superare un record di sparatorie mortali con un totale di 44 morti entro metà agosto, non lontano dal picco di 47 nel 2020.
Nicholas Aylott, professore alla Södertörn University, dice di aver letto di recente di un 17enne ucciso a colpi di arma da fuoco a Stoccolma, per poi scoprire che la vittima era un amico di suo figlio. “È incredibile, ma in un certo senso inevitabile. Smette di essere qualcosa di cui leggi sui giornali ed è qualcosa che sperimenti. Non potresti avere un simbolo più chiaro di come è cambiata la Svezia”.
Nel paese che ha accolto tutti indiscriminatamente, dal Pakistan come dalla Siria, dalla Nigeria come dalla Somalia, nessuno si sente più al sicuro.
Un parco giochi a Eskilstuna, una città di 100.000 persone, è diventato il centro dell’attenzione dopo che la sparatoria ha scioccato la nazione. La madre e il suo bambino di cinque anni, feriti gravemente, sono rimasti coinvolti nello scontro a fuoco tra bande. Il padre del bambino ha detto al quotidiano Dagens Nyheter: “Come possiamo vivere in un posto dove i bambini rischiano di essere uccisi in un parco giochi? Non c’è più sicurezza”.
“Questo è un attacco a tutta la società e quindi tutta la società deve difendersi”, ha detto il primo ministro di centrosinistra Magdalena Andersson durante una visita a Eskilstuna questa settimana. “Paramedici e vigili del fuoco non sono gli unici a dover prendere precauzioni prima di entrare in queste ‘aree vulnerabili’” scrive Paulina Neuding sullo Spectator. “Il sobborgo di Tensta a Stoccolma ha avuto un parcheggio gratuito per mesi, dopo che l’area è stata considerata troppo pericolosa per l’ingresso dei vigili urbani. Il servizio postale per periodi di tempo non ha consegnato pacchi a un quartiere nel centro di Malmö. Diverse biblioteche pubbliche hanno dovuto ridurre i propri orari di apertura o addirittura chiudere temporaneamente in risposta alle molestie da parte di bande di giovani. In un quartiere a Göteborg, bambini dell’asilo e della scuola materna sono scesi in piazza con i loro insegnanti per protestare contro la violenza delle bande dopo una dozzina di sparatorie nella zona in pochi mesi, di cui una nel cortile della scuola materna. ‘Quando i bambini vengono all’asilo, i genitori ci pregano di tenerli dentro’”.
La città di Malmö (la terza della Svezia) ospita uno dei sobborghi più famosi del paese, Rosengård. “Per molti anni siamo stati messi a tacere e il problema non è stato preso sul serio dai politici o dai media”, dice Torsten Elofsson, aggiungendo che “c’erano segni crescenti di società parallele e versioni locali della sharia”. A Linköping in una bicicletta sono stati nascosti 15 chili di esplosivo che hanno provocato danni a un intero isolato, ferendo 25 persone. Il criminologo Amir Rostami, citato dalla BBC, ha paragonato la situazione svedese a quella messicana.
Al centro commerciale Emporia, non lontano dal ponte che collega Malmö e Copenaghen e che fu molto usato dai migranti per entrare nel paese nel 2015, una donna dice al Financial Times di “non essere mai stata a Rosengård e spero di non farlo mai”. Due giorni dopo, un uomo è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nello stesso centro commerciale. A Landskrona, altra città della Svezia meridionale – 35.0000 abitanti – dal dicembre 2018 ci sono state sette esplosioni o attentati dinamitardi. Hanno fatto saltare in aria anche l’ingresso del municipio. A Uppsala, la pittoresca città universitaria, l’80 per cento delle ragazze non si sente al sicuro nel centro urbano. E i funzionari di Uppsala cosa hanno detto alla stampa? “Incoraggiamo le ragazze che non si sentono al sicuro a pensare ciò che devono fare per sentirsi al sicuro, come non camminare da sole per strada, assicurarsi che qualcuno vada a prenderle e qualsiasi altra cosa che possa ridurre il loro senso di insicurezza”. Secondo il Rapporto sulla sicurezza nazionale, pubblicato dal Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità, quattro donne su dieci hanno paura di camminare liberamente per strada. “Quasi un quarto della popolazione sceglie di prendere una strada diversa o un altro mezzo di trasporto a causa dell’ansia all’idea di essere vittima di un crimine”.
Libération, Camila Salazar Atías, che lavora presso Fryshuset, un’organizzazione che si occupa di prevenzione, osserva l’escalation della violenza all’interno delle città: “Prima si sparava a una gamba, come avvertimento, ora sparano per uccidere”. Solo il 25 per cento degli omicidi sfocia in una condanna e il 75 per cento dei casi sono irrisolti, così che “il rischio di essere scoperti è molto basso, il che porta a correre maggiori rischi, come sparare in pieno giorno e in luoghi affollati”. Come quello che è successo a Malmö la scorsa settimana.
Citando i dati ufficiali del Consiglio svedese per la prevenzione della criminalità, il quotidiano tedesco Bild titola che “la Svezia è il paese più pericoloso d’Europa“. Il giornale più letto e venduto in Germania ha analizzato uno studio relativo alla violenza armata con i dati che mostrano quanto sia diventata pericolosa la Svezia. “Nell’UE, una media di 8 persone per milione sono vittime di violenze mortali. In Svezia, il numero è di 12 persone per milione di abitanti. Quando si tratta di vittime di armi da fuoco, la differenza tra Europa e Svezia è ancora maggiore. Nell’UE, una media di 1,6 persone per milione muoiono per ferite da arma da fuoco e in Svezia la cifra è quattro volte di più”. Le morti da arma da fuoco sono triplicate dal 2012 al 2020. La criminologa Manne Gerell dell’Università di Malmö ha fornito al quotidiano Aftenposten un elenco di possibili cause per cui uno dei paesi più sicuri d’Europa sia diventato il più pericoloso: l’aumento del numero di bande criminali, la fallita integrazione degli immigrati e i progetti abitativi multiculturali degli anni ’60 e ’70. In pratica è la messa in discussione di 50 anni di politica migratoria.  Il commissario di polizia di Göteborg, Erik Norde, ha collegato la violenza in Svezia all’immigrazione di massa. “Oggi non è più un segreto che gran parte del problema della criminalità tra bande e reti con le sparatorie e le esplosioni sia legato all’immigrazione in Svezia negli ultimi decenni”, ha scritto Norde in un editoriale per Goteborgs Posten. “Quando, come me, hai l’opportunità di vedere casi a livello individuale, vedi che praticamente tutti coloro che sparano o vengono uccisi nei conflitti tra bande provengono dai Balcani, dal Medio Oriente, dall’Africa settentrionale o orientale”. 
Anche Le Monde, il giornale della sinistra francese, questa settimana racconta il “flagello svedese”: “Nessun altro paese europeo ha visto un tale aumento del numero di vittime di sparatorie negli ultimi dieci anni, con quattro morti per milione di abitanti in Svezia, rispetto a una media di 1,6 nel resto d’Europa. Manne Gerell, professore nel dipartimento di criminologia dell’Università di Malmö, dice che ci sono molte ragioni per questo fenomeno. ‘L’integrazione sociale che non ha funzionato in un contesto di molta immigrazione. Non c’è stata disponibilità a riconoscere che c’era un problema ed è solo diventato più forte con il tempo. La situazione è peggiorata così tanto che è difficile tornare indietro’”. A Le Monde il 60enne parlamentare di destra Jörgen Grubb dice: “Sono cresciuto a Malmö, dove gli immigrati hanno sostituito gli svedesi. Mia moglie vuole trasferirsi. Non si sente più al sicuro. Qualche anno fa è esplosa un’auto qui accanto. Una giorno abbiamo sentito spari automatici. Gli elicotteri sorvolano il quartiere quasi ogni giorno”.
Come ci si è arrivati? Basta sfogliare il dossier dell’istituto francese Polémia: “La Svezia è un esempio edificante della trasformazione della popolazione di un paese europeo. Secondo i dati dell’Istituto di statistica svedese, la popolazione svedese negli anni ’50 era composta da 7 milioni di abitanti, di cui 197.000 nati all’estero. Poiché la popolazione ha raggiunto i 10 milioni nel 2017, il numero di residenti nati all’estero in Svezia è aumentato di dieci volte a 1,8 milioni. La popolazione straniera da due generazioni è aumentata dal 20 per cento della popolazione totale nel 2002 al 30 per cento nel 2017. Mentre la popolazione autoctona è diminuita nel periodo di 94.000 abitanti, la popolazione straniera è aumentata di 1,1 milioni di abitanti. Frontiere più basse e criteri di ammissione generosi hanno contribuito all’esplosione del numero di richiedenti asilo. Il risultato c’è: la popolazione straniera nelle città con più di 200.000 abitanti raggiunge il 44 per cento. L’Islam è diventata la seconda religione del Paese. In Svezia come altrove, la popolazione non è mai stata consultata sulla trasformazione in atto nel Paese”.
Naturalmente, mentre l’immigrazione in Europa toccava livelli record nel 2015, c’era chi sosteneva che fosse tutto perfettamente normale, giusto, auspicabile. La Svezia fu il paese che accolse più migranti per abitante per un totale di 160.000-180.000, cifra senza precedenti anche per un paese accogliente. Le autorità continuavano a fingere che non ci fosse nulla di strano. Nell’ottobre 2015 il governo organizzò una conferenza sulla politica migratoria intitolata Sverige tillsammans (Svezia insieme) cui parteciparono il re, la regina e la maggior parte dell’establishment politico. I media non si posero domande, suonarono dallo spartito ufficiale come fanno le bande militari (e come al solito fanno i giornalisti mainstream).
Una società demograficamente stagnante e in declino stava accogliendo una quantità impressionante di giovani stranieri. E come ha scritto sul Wall Street Journal Gunnar Heinshon, professore all’Università di Brema e autore del libro Söhne und Weltmacht (I figli e il dominio del mondo), “la percentuale di giovani europei nel mondo, pari al 27 per cento nel 1914, è oggi inferiore (9 per cento) a quella del 1500 (11 per cento). I nuovi abiti del ‘pacifismo’ europeo e del suo ‘soft power’ nascondono la sua nuda debolezza. Nel XVI secolo, la Spagna chiamò i suoi giovani conquistadores Segundones, secondogeniti, coloro che non ereditavano. Oggi ci sono i Segundones islamici”. Secondo uno studio svedese, i membri delle gang sono tutti immigrati di prima o seconda generazione. I Segundones svedesi.
E ora persino la premier socialdemocratica, Magdalena Andersson, dice che “non vogliamo Somalitown nel nostro paese”. Di fronte a questa situazione, la sinistra che governa da 50 anni dovrebbe essere mandata a casa, ma la demografia ci dice che il risultato elettorale dell’11 settembre non è affatto scontato. L’immigrazione di massa ha modificato drasticamente la popolazione svedese. 1,2 milioni di coloro che hanno diritto di voto alle prossime elezioni non sono nati in Svezia e sono 200.000 stranieri in più rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Un elettore su quattro di età compresa tra i 18 e i 21 anni è nato all’estero o ha due genitori nati all’estero. Nel centro di Malmö, una persona su due che può votare per la prima volta ha origini straniere.
E l’Italia? Senza contare l’immigrazione legale, nel 2022 supereremo i 100.000 sbarchi. La disintegrazione europea è in atto. Sempre il solito problema dell’identità: una volta che il Cristianesimo che è l’unica collante delle società europee scompare (e la Svezia è oggi il paese più ateo d’Occidente), alle classi dirigenti non importa che la cultura di un paese venga rimpiazzata, non vi credono già più, anzi spesso credono che meriti di essere fatta fuori. Conta soltanto il dato economico o la seduzione umanitaria, che come spiega Pierre Manent su Le Figaro è una nuova religione. Le frontiere allora sono non soltanto spalancate, ma incoraggiate a essere varcate. A quel punto di solito gli ebrei se ne vanno, come accade da anni in Svezia. Così, nel giro di qualche anno, la società collassa. Una volta superato questo Rubicone, tornare indietro è impossibile.
Giulio Meotti

Ce le ricordiamo tutti, credo, le arrampicate sugli specchi: non è vero che gli immigrati fanno aumentare la criminalità, non è vero che stuprano più degli autoctoni, non è vero che creano problemi, ma voi lo sapete che il 60% degli stupri è commesso da italiani? Sì, certo che lo sappiamo, ma noi sappiamo anche che noi siamo il 92% della popolazione e loro l’8%. Ma possiamo stare sicuri che anche di fronte a questi fatti inoppugnabili saranno capaci di negare la realtà e a insistere che dobbiamo accogliere ancora e ancora e ancora. Fino a quando, come nei Dieci piccoli indiani, di noi non resterà più nessuno.

barbara

ABBASSO I SANTINI!

È un post parecchio lungo, ma non ci posso fare niente: detesto i santini, come già più di una volta ho avuto occasione di dire, e per smontare le leggende e tirare giù gli idoli dal piedistallo serve un po’ di documentazione, e la cosa richiede il suo tempo, portate pazienza. Sono tre articoli, che si completano a vicenda, e quindi ho scelto di postarli tutti e tre.

Il patetico coro “grazie Gorbaciov” della stampa italiana

Un grande storico ricorda che fu solo un’altra cariatide sovietica che cercò di salvare la nomenklatura. “Sotto di lui più dissidenti morti in galera” (Solzenitsyn lo definì campione di ipocrisia)

“L’8 dicembre 1986 Anatoli Marchenko muore nel carcere di Chistopol dopo quattro mesi di sciopero della fame per il rispetto dei diritti umani in URSS, l’abbandono della tortura, l’applicazione degli accordi internazionali a cui l’URSS aveva sottoscritto, l’amnistia per i prigionieri politici. Gli osservatori dell’epoca ritenevano che i prigionieri politici sovietici morissero più nelle prigioni e nei campi sovietici nel 1986 che sotto Breznev”.
Lo ha scritto due giorni fa su Le Figaro Jean-Louis Panné, un grande storico ex direttore della casa editrice Gallimard, collaboratore del Libro nero del comunismo. Un articolo in totale controtendenza rispetto ai panegirici di Mikhail Gorbaciov apparsi in tutta la stampa italiana. Alla vedova di Marchenko non fu permesso neanche di portare il corpo di suo marito per la sepoltura a Mosca.

“Tutti i gruppi di monitoraggio degli accordi di Helsinki sui diritti umani all’epoca subirono una feroce repressione e furono smantellati” scrive Panné. “Molti di loro hanno pagato con la vita la lotta alla dittatura, di cui Gorbaciov non ha mai messo in discussione gli elementi essenziali, consentendo una straordinaria continuità alla polizia politica del regime. Nelle sue ‘Memorie’, Andrei Sacharov cita una serie di vittime sotto Gorbaciov. Sakharov, famoso in tutto il mondo, può tornare a Mosca, senza smettere di essere osservato. Simbolo di questa politica anti-dissenso è il momento in cui Gorbaciov gli prende il microfono per impedirgli di parlare davanti al Congresso dei Deputati del Popolo, le cui sessioni sono trasmesse dalla televisione nazionale, mentre il fisico chiede l’abrogazione dell’articolo 6 del Costituzione dell’URSS, che stabilisce il sistema del partito unico”.
Nella sua opera Gulag, la storica Anne Applebaum ricorda che un gruppo di deputati americani nel 1990 fece visita a Perm, il campo di concentramento sovietico: “La situazione rimaneva immutata. I prigionieri si lamentavano ancora per il freddo che dovevano patire e venivano rinchiusi nelle celle di rigore per ‘reati’ come il rifiuto di allacciare l’ultimo bottone dell’uniforme”.
Almeno quattro dissidenti morirono nei Gulag nei primi quattro anni di potere di Gorbaciov.
Anatolji Marcenko (una vittima di Gorbaciov) ne Le mie testimonianze descrive il gulag dell’epoca gorbacioviana. “Sono stato sottoposto a umiliazioni e angherie. Molte volte mi hanno rinchiuso nella cella d’isolamento, dove danno il cibo un giorno ogni due, in cui la temperatura non supera i 14 gradi, mentre ti tolgono gli indumenti caldi”. Pavel Protsenko, bibliotecario e ortodosso, fu chiuso in un manicomio e sottoposto a perizia psichiatrica. Nikolaj Serebrjannlkov venne sottoposto a trattamenti a base di psicofarmaci, colpevole di avere scritto lettere a Gorbaciov denunciando le persecuzioni cui erano ancora sottoposti i credenti. Come il cristiano ortodosso Alekzandr Ogorodnikov, arrestato (tre volte) a causa della sua partecipazione al movimento di rinascita religiosa, condannato per “parassitismo”. Ci fu il caso di Lev Timofeev, economista e giornalista, autore di due lucidissimi pamphlet pubblicati in Occidente ed editi in Italia da Il Mulino e SugarCo. Timofeev denunciò, con passione e amarezza, la resistenza popolare al malgoverno dell’economia, primo intellettuale a essere arrestato e condannato dopo la nomina di Gorbaciov a segretario generale del Pcus. E Anatolij Korjagin, un medico che aveva denunciato gli abusi della psichiatria a fini politici. Un famoso poeta, Vasyl Stus, morì in un campo di lavoro sovietico sotto Gorbaciov.
Nel 1988, tre anni dopo l’ascesa al potere di Gorbaciov, il dissidente Mikhail Kukobaka, dopo 16 anni trascorsi in campi di prigionia, ospedali psichiatrici e celle di isolamento per le sue proteste contro il sistema sovietico, lasciò finalmente il gulag di Perm, sugli Urali. Un gesto di buona volontà di Gorbaciov. Ma Kukobaka disse: “Nelle carceri, nei campi, non c’è glasnost, non c’è perestrojka. Glasnost è destinata all’esportazione come mezzo di controllo sull’opinione pubblica occidentale”.
“C’erano molte vie d’uscita dal comunismo, ma Gorbaciov non aveva tale obiettivo” dirà anche Alexander Solzenitsyn al New York Times. “Gorbaciov lanciava slogan sulla perestrojka, ma stava pensando a come trasferire la nomenklatura in comode sedi commerciali. La sua perestrojka era solo ipocrisia”.
La Gorbymania (come la Castromania) in Occidente è sopravvissuta alla dipartita dei loro fondatori.
Giulio Meotti

Per non parlare della Cheguevaromania, e adesso anche la Zelenskymania: tutte le peggiori fecce diventano oggetto di culto.

Gorbaciov, ecco perché in patria lo ricordano così male

È abbastanza evidente che, al tono celebrativo con cui si commemora Gorbaciov in Occidente, si contrappone un cattivo ricordo da parte dei suoi ex cittadini. Non solo quelli delle repubbliche ex sovietiche, che subirono la sua repressione armata. Ma anche quelli dei russi stessi, che patirono la crisi economica finale. 

Gli articoli e gli editoriali sulla morte di Gorbaciov, in questi due giorni dopo la sua morte, sono tutti più o meno celebrativi. L’ultimo presidente sovietico fu l’uomo che pose fine alla guerra fredda, dunque viene ricordato soprattutto per il suo ruolo di pace. Ma non si comprende come mai in patria, sia in Russia che nelle altre repubbliche ex sovietiche, sia ricordato con estrema ostilità. Benché rispettato dal nuovo regime, Putin stesso gli ha reso omaggio, non ha ottenuto funerali di Stato. È una figura, ormai storica, divisiva e impopolare. Perché?

Si fa presto ad affermare che Gorbaciov sia odiato dai nostalgici dell’Urss, che con Putin sono tornati in auge. Certamente, questa fu l’opposizione più visibile ed anche più violenta. Nel periodo dal 1985 al 1989, il Kgb era ben consapevole dei limiti economici, militari e strutturali dell’Unione Sovietica. Fu il Kgb a incoraggiare la promozione di Gorbaciov a Segretario Generale, dopo la morte di Chernenko, approvata poi dal Comitato Centrale con voto unanime. Gorbaciov era già uomo di fiducia di Andropov, storico direttore del Kgb e poi segretario generale dell’Urss dal 1982 al 1984. Gorbaciov venne selezionato perché relativamente “giovane” (54 anni nel 1985) e aperto di mente, ma fedele al sistema comunista. Il Kgb stesso promosse e in un certo senso incoraggiò l’abbandono dei regimi dell’Est europeo, con quella che venne informalmente chiamata la “dottrina Sinatra”: ciascuno per la sua strada. Tuttavia, l’atmosfera cambiò repentinamente quando nei regimi ex comunisti le elezioni vennero vinte da partiti non comunisti, a partire dalla Polonia.

Esercito e Kgb si coalizzarono per impedire che la disgregazione del blocco orientale divenisse disgregazione anche della stessa Urss. E pretesero che Gorbaciov imponesse l’ordine alle repubbliche secessioniste, anche proclamando lo stato d’emergenza. Il segretario generale usò la forza (contro Kazakistan, Georgia, Azerbaigian, Lituania e Lettonia), ma rifiutò il cambio di passo preteso da militari e servizi. Fu questo rifiuto che portò al tentativo di golpe contro di lui, nell’agosto del 1991. Il resto è noto: il golpe fallì, Gorbaciov ottenne una vittoria apparente, ma di fatto aveva già perso il potere. Eltsin, il presidente della Repubblica Socialista Federativa Russa, si oppose in prima persona ai militari e divenne lui il leader politico carismatico della nuova stagione russa che portò alla disgregazione dell’Urss. Dopo il collasso sovietico, esercito, ex servizi segreti, burocrazia statale, non perdonarono mai a Gorbaciov di aver causato il “crollo” dell’impero, di essersi lasciato sfuggire di mano il processo di riforme e decentramento che loro stessi avevano avviato.

Nelle repubbliche ex sovietiche, al contrario, non perdonano a Gorbaciov quelle ultime repressioni della stagione di sangue del 1986-91, volte a tenere assieme un’Urss in piena frammentazione. In Kazakistan ricordano gli oltre 200 morti civili del massacro di Alma Ata del dicembre 1986. Quando Gorbaciov sostituì il segretario generale locale Dinmukhamed Kunaev con il russo Gennadij Kolbin, i kazaki inscenarono proteste che vennero schiacciate con la forza delle armi. Gli armeni non perdonano a Gorbaciov di aver permesso (o non ostacolato abbastanza) i primi massacri compiuti dagli azeri nel Nagorno Karabakh nel 1988 e 1989. Gli azeri, al contrario, non dimenticheranno mai il massacro di Baku, il “gennaio nero” del 1990, quando le forze regolare e le truppe speciali del KGB entrarono nella capitale azera per stroncare sul nascere il locale Fronte Popolare (indipendentista e anti-armeno), uccidendo da 130 a 170 persone, in gran parte civili, fra il 19 e il 20 gennaio. I lituani non dimenticano la “domenica di sangue”, culmine di tre giorni di intervento militare sovietico (11-13 gennaio 1991) contro la repubblica baltica, dopo la sua proclamazione di indipendenza. Mentre il mondo era distratto dalla Guerra del Golfo, che sta appena iniziando, i sovietici nella notte fra il sabato 12 e la domenica 13 gennaio 1991, tentarono di occupare la capitale lituana, a partire dalla conquista della sede della televisione. La folla inerme oppose resistenza, vi furono meno morti rispetto ai precedenti massacri (14 le vittime), ma fu comunque traumatico, il tutto ripreso quasi in diretta dai media locali e internazionali. Contemporaneamente, e per lo stesso motivo, i carri sovietici entravano anche a Riga, ma dopo dieci giorni di confronto fra manifestanti (protetti da numerose barricate in cemento) ed esercito, l’Armata si ritirò. Non prima di aver fatto altri 6 morti, fra cui due poliziotti lettoni.

Se nelle repubbliche ex sovietiche vedono in Gorbaciov l’ultimo dei dittatori occupanti, non meno repressivo dei suoi predecessori, anche i dissidenti russi tendono a considerarlo come uno storico bluff. Significativa la reazione di Kasparov, campione di scacchi e poi dissidente: al momento della morte dell’ultimo leader sovietico ha twittato “Come giovane campione del mondo sovietico e beneficiario della perestrojka e della glasnost, ho spinto ogni muro della repressione per testare i limiti improvvisamente mutevoli. Era un periodo di confusione e di opportunità. Il tentativo di Gorbaciov di creare un ‘socialismo dal volto umano’ fallì, e grazie a Dio”. Le pagine più drammatiche di denuncia, le scrisse un altro dissidente, Vladimir Bukovskij, nel suo Gli Archivi Segreti di Mosca: “Per quanto ci affannassimo a spiegare che il sistema sovietico non era una monarchia e che il segretario generale non era uno zar, chi in quel momento non avrebbe comunque augurato il successo al nuovo zar-riformatore? Delle centinaia di migliaia di politici, giornalisti e accademici, solo un minuscolo gruppetto conservò una sufficiente lucidità per non cedere alla seduzione, e un gruppo ancor più sparuto di esprimere apertamente i suoi dubbi”.

La repressione del dissenso interno non finì affatto con l’ascesa al potere di Gorbaciov. Come documenta Bukovskij, dai files presi negli archivi del Cremlino, ancora nel 1987, il KGB organizzava campagne per arrestare i dissidenti, far fallire le iniziative a favore dei diritti umani, impedire l’ingresso di intellettuali e attivisti stranieri. Il tutto era ordinato da Chebrikov, direttore dei servizi segreti, con il pieno appoggio di Gorbaciov. Nella sua monumentale opera Gulag, la storica Anne Applebaum, ci ricorda come gli ultimi campi di concentramento vennero chiusi nel 1992, l’anno dopo la fine dell’Urss. “Tipica di quel periodo è la vicenda di Bohdan Klimchak – scrive la Applebaum – un tecnico ucraino arrestato per aver tentato di lasciare l’Unione Sovietica. Nel 1978, temendo di essere arrestato con l’accusa di nazionalismo ucraino, aveva varcato la frontiera sovietica con l’Iran e chiesto asilo politico, ma gli iraniani lo avevano rimandato indietro. Nell’aprile 1990 era ancora detenuto nella prigione di Perm. Un gruppo di congressisti americani riuscì a fargli visita e scoprì che, in pratica, a Perm la situazione rimaneva immutata. I prigionieri si lamentavano ancora per il freddo che dovevano patire e venivano rinchiusi nelle celle di rigore per ‘reati’ come il rifiuto di allacciare l’ultimo bottone dell’uniforme”.

Tuttavia fu un altro prigioniero politico ucraino, Anatolij Marchenko, che determinò un primo grande cambiamento nel sistema concentrazionario sovietico. Per protesta contro le orribili condizioni degli internati nei campi, intraprese lo sciopero della fame e fu lasciato morire l’8 dicembre 1986. La vicenda fece scalpore anche all’estero e Gorbaciov si decise ad approvare un’amnistia generale. Non fu, appunto, la fine del sistema dei campi in quanto tale (che come abbiamo visto chiuse solo nel 1992), ma la fine del Gulag come metodo statale repressivo. Il Kgb accettò, sia secondo la Applebaum, che secondo voci dissidenti come quella di Bukovskij, perché l’amnistia ormai “costava” poco al regime. Non si doveva fare alcuna retromarcia ideologica: i prigionieri, graziati, dovevano comunque firmare delle dichiarazioni di pentimento. E giunti alla fine degli anni Ottanta, la dissidenza, ridotta allo stremo, non era considerata più un pericolo per il regime, come si legge dai documenti di allora.

I dissidenti sono, appunto, una minoranza. La maggioranza dei russi ha pessimi ricordi di Gorbaciov per le sue maldestre riforme economiche. “Mi trovai ben presto — ricorda l’allora ambasciatore Sergio Romano al Corriere — ad osservare criticamente gli avvenimenti. Rimproveravo a Mikhail Sergeevic (Gorbaciov, ndr) di non avere un vero programma economico. Va bene concedere più libertà: tutti erano giustamente contenti. Ma cosa fare del sistema di produzione collettivo? Lui parlò della creazione di una ‘industria sociale’: ma non spiegò mai in cosa consistesse”.

Gli anni di Gorbaciov furono anni di ristrettezze. E anche di proibizionismo dell’alcool, che aggiunse ulteriore disperazione ad uno scenario lugubre di suo, con code per il pane e razionamenti. Particolarmente catastrofica fu la “riforma monetaria” del 22 gennaio 1991. A sorpresa, nottetempo, per stroncare i proventi del lavoro nero e del contrabbando, vennero confiscate tutte le banconote da 50 e 100 rubli. La procedura di sequestro permise di ritirare dalla circolazione 14 miliardi di rubli in contanti, ma bruciò i risparmi di decine di milioni di sovietici, soprattutto quelli più benestanti. Nell’aprile successivo, nel tentativo di riallineare il prezzo di Stato a quello di mercato, tutti i prezzi triplicarono di colpo. Furono gli ultimi fuochi prima del collasso.

Alla fine, il cambiamento venne da quel che Gorbaciov non fece: non impose più la censura sulla storia e sulla letteratura, con la sua politica di Glasnost (trasparenza). Per i sovietici non russi fu il momento di parlare nella propria lingua nazionale. E di raccontare ancora la loro storia nazionale, compresi i capitoli più oscuri, come il patto del 23 agosto 1939 (declassificato solo nel 1989) con cui Stalin e Hitler si erano spartiti l’Europa orientale. I russi stessi poterono leggere gli orrori che avevano subito e di cui non avevano potuto raccontare nulla fino ad allora. Fu la verità, alla fine, che ebbe il sopravvento e determinò il crollo del sistema che Gorbaciov voleva riformare.
Stefano Magni, qui.

Qui, in realtà, è completamente sbagliato il titolo: in patria, a differenza che qui, lo ricordano benissimo, per questo lo odiavano a morte e tuttora lo odiano.
Un piccolo ricordo personale che può dare un’idea di quanto fosse artificiale l’economia: al cambio ufficiale un dollaro valeva mezzo rublo, al cambio nero, ossia quello reale, quello del valore reale del rublo, un dollaro ne valeva cinque.

Gorbachev: non un democratico ma l’ultimo dittatore sovietico

Non pose fine alla Guerra Fredda, la perse. Il suo programma non era la libertà dei popoli dell’Est, ma salvare il comunismo. Involontariamente ne dimostrò la irriformabilità

Premetto che ignorerò volutamente i coccodrilli della stampa italiana sulla vita e opere dell’ultimo segretario del PCUS, Michail Gorbachev, morto martedì sera all’età di 91 anni.
Per non dire dei comunicati agiografici dei politici o della diplomazia internazionale, che ricordano il “padre della perestroika” secondo la vulgata preconfezionata che l’Occidente ha comprato, impacchettato e diffuso in questi decenni. Così come le celebrazioni dei vetero-comunisti che si rallegrano della dipartita del “becchino dell’URSS”.

Il paradosso di Gorbachev
La vicenda politica di Gorbachev è prigioniera di un paradosso che ne stravolge completamente il senso storico: osannato da una parte come un cavaliere alato che libera l’Europa dal giogo comunista, disprezzato dall’altra come un traditore che consegna l’esperienza sovietica alle grinfie del nemico capitalista. Non è stato né l’uno né l’altro.
Il settimo segretario andrebbe semplicemente ricordato, a modesto parere di chi scrive, come l’uomo che pensava di salvare il comunismo da se stesso, il meno impresentabile dei successori di Lenin, la cui eredità affermava esplicitamente di voler recuperare, non un democratico ma l’ultimo dei dittatori. E, soprattutto, il grande sconfitto della Guerra Fredda.

Un caso di eterogenesi dei fini
Più che aggettivi, conviene utilizzare due avverbi per descriverne personalità e azione: involontariamente e inconsapevolmente. Un eroe o un villano suo malgrado, uno statista che – spostando alcuni mattoncini di un kafkiano castello di sabbia [? Fatto di sabbia o fatto di mattoni? Quello di Kafka, in ogni caso, è fatto di solidissima pietra] – se l’è visto cadere addosso [la sabbia o i mattoni?], la rappresentazione plastica del concetto di eterogenesi dei fini.
Il programma di Gorbachev non era affatto la libertà per i popoli del socialismo reale, che se la sono presa da soli quando hanno visto che il re era nudo, né tantomeno per le genti del moloch sovietico, ma piuttosto salvare a tutti i costi l’URSS e il comunismo da una morte certa.
Nel suo tentativo di cambiare tutto affinché nulla cambiasse, non si intravede la lungimiranza di chi riconosce i risultati disastrosi di un esperimento sbagliato ma l’ostinazione conservatrice di salvare la decrepita carcassa del marxismo-leninismo, adattandola a una realtà immaginaria che sarebbe stata spazzata via al primo contatto con quella tangibile.
Con la perestroika e la glasnost, due concetti che hanno assunto vita propria nel corso degli anni, Gorbachev ha involontariamente attivato il meccanismo di demolizione controllata del comunismo in Europa Orientale e inconsapevolmente provocato la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Un fallimento politico dall’esito felice per chiunque consideri il totalitarismo come il male assoluto.

Interlocutore affidabile
Non è mia intenzione ripercorrere qui le tappe del mandato gorbacheviano, soprattutto in politica estera. Sulla sua biografia troverete in questi giorni decine di articoli, quasi tutti uguali. Sarebbe assurdo peraltro negare una certa soluzione di continuità rispetto ai suoi predecessori nella gestione delle dinamiche più critiche della Guerra Fredda, a partire dagli accordi sulla riduzione delle testate nucleari firmati con il presidente Reagan.
Gorbachev lesse correttamente lo spirito del tempo e l’opportunità di una distensione effettiva con l’Occidente democratico e capitalista. Al di là della retorica della “casa comune europea”, un concetto da pubbliche relazioni purtroppo carente di significato politico concreto, va riconosciuto all’ultimo segretario del PCUS il tentativo di proporsi come un interlocutore affidabile, dopo decenni di conflitto ideologico tra due schieramenti ideologicamente contrapposti.
Ma l’insanabile contraddizione di questa prospettiva, che la maggior parte delle analisi pre e post-mortem tende sospettosamente a tacere, è che non si trattava in nessun caso di un confronto tra blocchi equiparabili: da una parte si trovava un sistema imperfetto ma generalmente rispettoso della dignità umana, dall’altra uno che ambiva alla perfezione dell’uomo nuovo facendo scempio da decenni delle più elementari norme di civiltà e diritto.

Una contraddizione insanabile
Gorbachev cercò probabilmente di colmare almeno in parte questo gap, che ancora oggi risulta decisivo nell’ambito delle relazioni internazionali, nonostante il parere contrario del fondamentalismo realista. Ma rimase a metà del guado, volendo salvare l’insalvabile ed esponendosi così alle critiche sia della nomenklatura, che vedeva traballare i suoi privilegi, sia dei veri riformatori che gli imputavano l’eccessiva lentezza delle sbandierate riforme economiche e politiche.
Da qui discende il secondo insuperabile paradosso della sua traiettoria: l’azione del grande riformatore sarà ricordata per aver dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio l’irriformabilità del comunismo.

La continuità
Scrive Michel Heller nella sua biografia politica di Gorbachev che “la storia dei sette segretari (del PCUS) indica che la loro preoccupazione essenziale era la conquista del potere” e che avevano sempre giustificato la “volontà di potere” con la “necessità di disporre di uno strumento che permettesse la realizzazione di riforme”.
È chiaro che non si tratta di comparare la tragedia della collettivizzazione staliniana con la perestroika ma di comprendere la linea di continuità che unisce il primo dittatore totalitario della storia europea (Lenin) con l’ultimo dittatore riformista dell’Unione Sovietica. Una continuità, vale la pena ribadirlo, rivendicata a più riprese dallo stesso Gorbachev.
“Assistiamo”, continua Heller, “all’elaborazione di una struttura finita: il potere è necessario per la realizzazione delle riforme, le riforme sono indispensabili per la realizzazione del potere”. Il sistema sovietico si è perpetuato per 74 anni attraverso questo meccanismo endogeno, una sorta di rivoluzione permanente chiusa su se stessa, strumentale al consolidamento di un potere assoluto che nessuno avrebbe dovuto sfidare.
Gorbachev, l’ultimo dei dittatori sovietici, non fa eccezione. Il cadavere agonizzante dell’URSS andava tenuto in vita a tutti i costi, e con esso il gorbachevismo. Anche con le cattive, se necessario. Come a Riga e a Vilnius, nel gennaio 1991, a Tbilisi, due anni prima, a Baku, nel 1990, ad Almaty, nel 1986.
Se non ne avevate sentito parlare, non sorprendetevi, non rientrano nella narrazione mainstream sul campione di democrazia, sul Nobel per la Pace e sull’artefice della fine della Guerra Fredda. Così come non vi rientra l’appoggio convinto che un Gorbachev già senile diede all’annessione della Crimea nel 2014, supporto che gli è valso il divieto di ingresso da parte delle autorità ucraine [sarebbe più corretto ricordare che la Crimea, storicamente russa e popolata da russofoni da sempre, era stata proditoriamente regalata all’Ucraina da Krusciov sessant’anni prima. Quello del 2014, seguito a regolare referendum, è stato un puro e semplice atto di giustizia].
D’altra parte gli ucraini avevano già sperimentato di prima mano gli effetti della glasnost del segretario generale, quando sull’incidente nucleare di Chernobyl era calato per giorni il silenzio tombale del Politburo, con tanto di sfilate del primo maggio nelle zone contaminate dalle radiazioni.

L’errore decisivo
Quando vede che il Paese gli sta sfuggendo di mano, incalzato dai liberali che premono per l’instaurazione di un’economia di mercato senza palliativi, Gorbachev compie l’errore decisivo del suo mandato.
I politologi l’hanno curiosamente chiamata “svolta a destra”, in realtà è un riavvicinamento alla sinistra comunista più ortodossa: negli stessi giorni in cui invia le truppe a reprimere l’indipendentismo dei Paesi Baltici, nomina uno dopo l’altro ai posti di comando gli oltranzisti che pochi mesi dopo tenteranno di esautorarlo nel golpe di agosto.
La vecchia guardia torna di fatto al potere, con Pugo agli Interni, Kravchenko alla guida della televisione di Stato, Janaev alla vicepresidenza. Sarà Boris Eltsin, da un mese presidente eletto della Russia, a salvarlo dall’arresto in Crimea e a riportarlo al Cremlino ormai delegittimato dai costanti tentennamenti, fughe in avanti e penose retromarce.

La fine
Mentre le repubbliche sovietiche si preparano a dichiarare la loro autonomia da Mosca, il 23 agosto Gorbachev si presenta davanti al Soviet Supremo russo in un atto di gratitudine e contrizione allo stesso tempo. Non ha capito però che il suo tempo è finito, e con lui quello dell’URSS.
Eltsin interrompe il suo discorso chiedendogli di leggere i nomi dei golpisti, uno ad uno, per poi costringerlo di fatto ad accettare la sospensione delle attività del Partito Comunista russo. È una scena drammatica per un leader ormai superato dagli eventi, trasmessa in mondovisione.
Da quel momento è un susseguirsi di reazioni a catena, fino alla firma del trattato di Belavezha che a dicembre decreta la fine ingloriosa del primo Stato comunista della storia.
Il resto è cronaca. I primi anni di Eltsin, unica vera parentesi democratica nella millenaria tragedia russa [beh, ecco, sulla “vera democrazia” dell’alcolizzato costantemente ubriaco Eltsin io stenderei un grosso grosso grosso velo pietoso], la crisi economica e sociale degli anni della transizione [la crisi economica, giusto per polemizzare appena appena un pelino, è iniziata immediatamente dopo la gloriosa Rivoluzione d’Ottobre, e anche se è vero che anche in questo campo Gorbaciov è riuscito a combinare disastri, non sono molto sicura che la situazione fosse peggiore di quella al tempo della collettivizzazione forzata e della grande carestia fabbricata a tavolino da Stalin], il passaggio di consegne ad un ex funzionario del KGB [beh, no, non è esattamente così che stanno le cose: quando nel 1999 Eltsin lo ha nominato primo ministro, Putin non era solo un ex colonnello del KGB ma anche un politico che da tre anni lavorava nell’amministrazione Eltsin; poi dopo le dimissioni di Eltsin è stato eletto presidente della repubblica: nessun “passaggio di consegne”, dunque, bensì un semplice, normale avvicendamento secondo le regole della democrazia. Sminuire le persone antipatiche tagliandone le competenze non è mai una buona politica, come stiamo vedendo anche in Italia] per cui il crollo di quell’immensa prigione di genti chiamata Unione Sovietica rappresenta ancora oggi “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”[quell’immensa prigione di genti (e di che altro dovrebbe essere una prigione?) era anche uno stato potente, temuto e rispettato: attribuire il rimpianto alla prigione anziché alla potenza io lo chiamerei malafede preconcetta, oltre a un mai nascosto odio personale contro Putin].
Per capire la Russia putiniana, che molti si accontentano di definire semplicemente fascista, non si può non partire dal treno di Lenin finanziato dai tedeschi [io credo che per capire la Russia putiniana sarebbe meglio partire dall’impero zarista, e magari leggere qui] e da lì ripercorrere le tappe della sua successione al vertice del Cremlino, dalla prima all’ultima. RIP, Mr. Gorbachev.
Enzo Reale, qui con tutti i link, che non mi è stato possibile riprodurre, in particolare quelli relativi alle feroci repressioni delle rivolte delle repubbliche baltiche, Georgia ecc..

Certo che se quest’uomo riuscisse a scrivere i suoi articoli in maniera un po’ meno prolissa sarebbe un gran bene per tutti – oltre a varie pecche qua e là che non ho potuto non segnalare, per non parlare di quella chiusa appiccicata con lo sputo. Restano comunque valide le informazioni. Io le violente repressioni degli stati baltici e di tutti gli altri che hanno provato a sollevarsi le ricordo bene, ma da quello che si legge in giro sono in parecchi ad averle dimenticate, o mai conosciuto perché troppo giovani.
Aggiungo ancora un piccolo ricordo personale: nel corso di una visita a un museo, noto che ha una pessima illuminazione, che penalizza i quadri, e la guida, immediatamente: “Era così già al tempo degli zar”. Cioè, voi in sessant’anni di potere non siete stati capaci di cambiare due lampadine, ma la colpa è degli zar.

barbara

DELIRI LET(T)ALI

Dice l’Enrico che vuole rendere obbligatorio l’asilo. Evidentemente ha paura che a lasciarli fino a sei anni in mano ai genitori possano subire il lavaggio del cervello e imparare mostruosità che poi una volta ficcate in testa non gliele togli più, tipo che i bambini possono nascere solo dalla mamma e non dal papà, che Biancaneve è una bella fiaba, che lui non vale meno di un altro bambino solo perché è bianco, e altre simili bestialità, e dato che, come tutti sappiamo, prevenire è meglio che curare, bisogna intervenire prima che il disastro si consumi. E per commentare la geniale trovata lascio la parola a Giulio Meotti.

Vogliono le materne di stato obbligatorie per fare lo svezzamento al conformismo

Non per insegnare a leggere e scrivere prima, ma per anticipare il lavaggio del cervello come già succede in America, Canada e Nord Europa. L’Italia è meravigliosamente arretrata e così deve restare

Il segretario del PD, Enrico Letta, ha chiesto l’estensione della scuola obbligatoria ai bambini della materna. E ha ragione chi fa notare ai suoi critici che è “in linea con la tendenza europea”. La domanda è un’altra: perché anticipare la scuola di stato, che fin dalle elementari è pesantemente politicizzata? Per insegnare a leggere e scrivere prima del tempo? O c’è altro in questa “tendenza”?
In Svezia, racconta il New York Times, gli asili nido pubblici sono “neutri” al gender. A Nicolaigarden, per citarne uno, un asilo accanto al Museo del Premio Nobel per la Pace a Stoccolma, le bandiere arcobaleno adornano le pareti, i maschi spingono i passeggini e le femmine giocano con il trattore, ci sono le bambole senza sesso, una triste, l’altra felice, e ovviamente nessuno viene chiamato “mamma” o “papà”.
Il governo della Scozia ha da poco introdotto linee guida obbligatorie per la scuola descritte dal Telegraph: “Dai quattro anni si può cambiare genere a scuola senza il consenso di madre e padre”. Il Times racconta che nelle scuole d’Inghilterra dai cinque anni i bambini sono esposti alla teoria transgender. Il governo socialista in Francia l’ha chiamato “ABC dell’uguaglianza di genere“. Ai bambini delle scuole materne sono stati consegnati libri come Papa porte une robe (Papà indossa un abito da donna). Nella Gironda francese, il nuovo collegio di Marsas ha di recente aperto una “scuola senza gender”. Scuole dégenrer sono state aperte un po’ ovunque a Bordeaux come a Strasburgo.
“Cerchiamo insegnanti per la scuola da 3 a 6 anni e un nuovo percorso di apprendimento sulla diversità sessuale e di genere”, recita un annuncio dei sindacati insegnanti in Olanda, cui ha risposto Geert Wilders: “Per favore, lasciate che i bambini siano bambini. Le scuole devono insegnare loro a leggere, scrivere e contare, smettetela con questa follia woke”.
La scuola in America è diventata un gigantesco campo di battaglia culturale. Già da molti anni in California ai bambini delle materne si impartiscono lezioni transgender spesso senza il consenso dei genitori. Notizia di queste ore che la città di Sacramento ha introdotto nelle sue scuole una forma radicale di insegnamento del transgender. E, si legge dal bravo Christopher Rufo, che “il distretto scolastico di Evanston-Skokie (Illinois) ha adottato un curriculum che insegna agli studenti della scuola materna fino alla terza elementare a celebrare la bandiera transgender e a spezzare il ‘genere binario’ stabilito dai ‘colonizzatori bianchi’”. Sempre Rufo dal City Journal di questo mese: “A Portland la rivoluzione sessuale inizia dalla materna”. Ma non solo gender, anche razza. Racconta il New York Times che i bambini della scuola materna della Riverdale Country School a New York imparano a identificare il colore della propria pelle mescolando le varie tinte a tempera. “Invece di insegnare a tutti i nostri bambini ad essere orgogliosi del loro paese, la teoria critica della razza insegna ai bambini fin dall’asilo a vergognarsi del colore della loro pelle”, ha detto l’ex vicepresidente americano Mike Pence.
“La guerra del Canada ai bambini” su The Critic: “Il sistema scolastico canadese è così completamente conquistato dall’ideologia di genere che molte scuole ora assomigliano a campi di rieducazione. Ai bambini fin dall’asilo viene regolarmente insegnato che è possibile nascere nel corpo sbagliato senza il consenso dei genitori”. Dalla CBC canadese: “I bambini del Quebec faranno educazione sessuale all’asilo”. In Norvegia una organizzazione finanziata dalla Commissione Europea distribuisce kit (“Toolbox for Gender-Conscious and Equitable Early Childhood Education Centers”) alle scuole materne per educare i bambini all’Lgbt. E in Spagna, racconta El Mundo, il governo socialista ha appena introdotto l’autodeterminazione di genere nel pre-scuola.
Soltanto chi non ha occhi per vedere o cervello per capire può negare che siamo di fronte a un gigantesco assalto all’educazione occidentale.
La domanda è: a cosa serve tutto questo?
Lo spiegò quarant’anni fa un grande studioso americano, Christopher Lasch, che era un intellettuale democratico (Jimmy Carter gli chiese di aiutarlo a scrivere il discorso, pronunciato nel 1979, sulla “crisi di fiducia” della nazione). Il libro di Lasch si intitola Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio e quando uscì il New York Times lo definì “uno dei libri più strani e inquietanti apparsi negli ultimi anni”. Lasch pubblicò il libro nel 1977, quando tutta la cultura americana spingeva verso l’indebolimento e lo smantellamento della più antica e stabile (fino ad allora) forma di relazione umana: la famiglia. Uno dei capitoli del libro sulla famiglia si intitola “al capezzale di una società malata”. Parlava di un “nuovo vangelo fatto di relativismo, sviluppo personale e maturità psichica”. Lasch attacca “neofemministe, paladini della ‘controcultura’, sociologi di sinistra, profeti della ‘nuova storia sociale’”, e i giornalisti che divulgano le idee di questi intellettuali. Secondo Lasch, la fine della famiglia come cellula di base della società, al suo centro, protetta, valorizzata, avrebbe scosso anche le basi del liberalismo: “Incapace di spiegare la persistenza della religione, l’attaccamento alla famiglia e un’etica della responsabilità personale se non come espressioni di falsa coscienza, la sinistra si ritrova oggi senza un seguito. La sinistra non vede se non intolleranza e superstizione nella difesa popolare della famiglia o nell’atteggiamento popolare nei confronti dell’aborto, del crimine e del curriculum scolastico. La sinistra non si schiera più col senso comune, come ai tempi di Tom Paine. Ha finito anzi per vedere nel senso comune – nella saggezza e nei costumi tradizionali della comunità – un ostacolo al progresso e all’illuminismo. Dato che identifica la tradizione con il pregiudizio, è ormai incapace di parlare con la gente ordinaria in un linguaggio che questa possa essere in grado di capire. Parla sempre più spesso un suo proprio gergo, il gergo terapeutico delle scienze e delle professioni sociali, che sembra servire più che altro a negare ciò che tutti sanno”.
Il sociologo di Harvard Carle Zimmerman, citato da Lasch, nel 1947 aveva già scritto un libro per spiegare come ci trovassimo ad attraversare la stessa crisi familiare che aveva preannunciato la caduta della Grecia e di Roma antiche. In tutte le civiltà, ha spiegato Zimmerman in Family and Civilization, esistono tre tipi di famiglia. La famiglia di fiducia è tribale e clanica e domina le società agrarie. Il modello familiare “domestico” è ricco di legami forti e si trova nelle civiltà in via di sviluppo. Il modello finale di famiglia è quella “atomistica”, ha legami deboli ed emerge nelle civiltà in decadenza. “Siamo entrati in un periodo di demoralizzazione paragonabile ai periodi in cui sia la Grecia che Roma sono passate dalla crescita alla decadenza” ha scritto Zimmerman. “Divorzio, esperienze sessuali prematrimoniali, promiscuità sessuale, omosessualità, versatilità nel sesso, controllo delle nascite portato all’eccesso, diffusione del controllo delle nascite a ogni fascia della popolazione, antagonismo alla genitorialità, disprezzo per la famiglia, anche nei cosiddetti circoli colti, tutto aumenta rapidamente. Nonostante le nostre parole virtuose, e senza nemmeno l’onestà intellettuale dei Greci e dei Romani, siamo arrivati fino a loro e sembrerebbe che andremo ancora più lontano”.
Il dissidente sovietico Vladimir Bukovskij nel suo capolavoro autobiografico Il vento va e poi ritorna racconta che nel sistema comunista tutto quello che veniva chiesto al cittadino-modello, formato fin dagli asili e le materne in strutture di stato ferocemente ideologizzate, era “alzare la mano quando c’era da alzarla”. Vogliono ancora questo, anche in un sistema politicamente liberale ma ideologicamente coercitivo.

Poi vorrebbe anche allungare la scuola dell’obbligo fino alla maturità, e sinceramente non so quale dei due deliri sia più nefasto: ma ve lo immaginate un povero disgraziato negato per lo studio, senza il minimo interesse per quello che si fa a scuola, costretto a stare seduto in un banco fino a 19 anni, magari anche un paio di più se, vista la mancanza di interesse, si fa bocciare, e con la piena consapevolezza di stare buttando via la sua vita? Questo per me assomiglia molto da vicino a un crimine contro l’umanità. L’obbligo dovrebbe fermarsi alla terza media, e permettere a chi ha voglia di lavorare di andarsi a costruire un futuro. Anzi, la scuola media dovrebbe tornare come era prima: quella di studio per chi vuole proseguire, la commerciale per imparare a lavorare in ufficio, e vi posso garantire che quelli che ne uscivano a 14 anni erano altrettanto preparati, se non di più, di quelli che oggi escono a 19 dall’istituto tecnico commerciale, e l’avviamento professionale, in cui accanto a qualche approfondimento culturale, si cominciava a imparare un mestiere. Perché chi non ha interesse a studiare, tenetelo a scuola altri due anni, o tre, o cinque, o trenta, l’unica cosa che imparerà è a odiare chi ve lo ha costretto e a impedire al resto della classe di lavorare per combattere la noia. E di queste cose già alle medie, coi miei trentasei anni in cattedra, potrei raccontarne da farci notte e poi giorno e poi di nuovo notte.

barbara

ALLA PERIFERIA DELL’ATTENTATO

I vigliacchi occidentali se la fanno sotto sull’Islam

Le 15 coltellate a Salman Rushdie e i benpensanti che non chiamano più alla difesa della libertà di parola perché l’hanno già persa. Ho paura anch’io dei fanatici di Allah, ma anche dei nostri fifoni

Il 26 settembre del 1988 apparve presso la casa editrice Viking Penguin il romanzo dello scrittore anglo-indiano Salman Rushdie, I versetti satanici. Quindici giorni dopo arrivarono le prime minacce di morte. A Bolton, in Inghilterra, il libro fu bruciato in piazza il 2 dicembre. Il 4 dicembre alla moglie di Rushdie arrivò la prima telefonata: “Ti prenderemo stasera al 60 di Burma Road”. Era il loro indirizzo di casa. Il 28 dicembre arrivarono le minacce di pacchi bomba negli uffici della Viking Penguin. Il Capodanno trascorse senza incidenti. Il 1989 cambia tutto. Era il giorno di San Valentino, quando dall’Iran arrivò la fatwa di Khomeini: “Informo l’orgoglioso popolo dell’Islam che l’autore dei ‘Versetti satanici’ che è contro l’islam, il Profeta e il Corano, e tutti coloro che sono implicati nella sua pubblicazione sono condannati a morte”. Il giorno stesso Rushdie e la moglie furono prelevati dalla loro casa a Islington, a nord di Londra, dal servizio segreto inglese, per essere portati nelle oltre cinquanta “case sicure” in cui lo scrittore avrebbe vissuto per dieci anni. I due sono protetti da un apparato di sicurezza gigantesco e costosissimo, simile a quello riservato a un capo di stato. Per anni nessuno sapeva dove vivesse. Quando Rushdie dovette tenere una lezione all’Institute of Contemporary Arts in London, fu l’amico e premio Nobel Harold Pinter a leggerla al posto suo. Per intervistarlo, il regista David Cronenberg alla vigilia dell’appuntamento riceve una telefonata di uno 007 inglese. “Un agente ti incontrerà nella lobby del tuo albergo”, disse, “il suo nome è Sinclair. Prenderete un taxi insieme che vi condurrà a un luogo top secret”. Come ha scritto Daniel Pipes, l’ufficio di Londra assomigliava a “un campo di battaglia”, con la polizia di guardia, i metal detector e una scorta per i visitatori. Nella sede di New York, i cani addestrati annusavano i pacchetti della posta e gli uffici furono definiti un “luogo sensibile”. Molte librerie furono attaccate e molte altre si rifiutarono di vendere il libro. Rushdie scomparve, come in una nuvola. Fu la prima volta che, in nome dell’Islam, uno scrittore veniva condannato a evaporare dalla faccia della terra, lui e il suo libro. Da allora molta strada è stata fatta, mentre Rushdie “rientrava” in società.
Rushdie sembrava averla scampata, fino a ieri, quando è stato pugnalato 15 volte al collo da un islamista mentre stava per tenere una conferenza a New York. Perderà un occhio, come minimo. Ieri a New York gli islamisti ci hanno ricordato che le loro fatwe non cadono in prescrizione.
Per questo l’autocensura dilaga…Già al tempo della fatwa molte case editrici occidentali si piegarono alle intimidazioni. Christian Bourgois, una casa editrice francese, si rifiutò di pubblicare il libro dopo averne acquistato i diritti e lo stesso fece l’editore tedesco Kiepenheuer. Anni in cui il traduttore giapponese di Rushdie fu ucciso, quello norvegese si prese una pistolettata e quello italiano della Mondadori una coltellata a Milano. Il film di Theo Van Gogh Submission, a causa del quale è stato assassinato, è scomparso dai festival del cinema. Le vignette su Maometto pubblicate da Charlie Hebdo sono state celate alla sfera pubblica: dopo la strage, pochi media le hanno ripubblicate. Il Metropolitan Museum of Art di New York ha rimosso da una mostra le immagini di Maometto, mentre la Yale Press ha pubblicato un libro sulle vignette del Profeta senza riprodurle. The Jewel of Medina, un romanzo sulla moglie di Maometto, è stato censurato. A Rotterdam, in Olanda, cancellata un’opera su Aisha, una della mogli di Maometto. In Inghilterra, il Victoria and Albert Museum ha ritirato un ritratto di Maometto. In Germania, la Deutsche Opera ha cancellato l’Idomeneo di Mozart, perché c’era Maometto. “I critici dell’Islam devono temere per la propria vita: minacce di morte e attacchi”, racconta il magazine Tichy. “Chiunque critichi l’islamismo deve aspettarsi di essere violentemente attaccato in questo Paese e senza che nessuno si offenda”, ha affermato il giornalista Jan Aleksander Karon. “In Germania è sempre più pericoloso criticare l’Islam”. Tamerlano il Grande di Christopher Marlowe, che contiene un riferimento in cui Maometto è descritto come “non degno di essere venerato”, è censurato al Barbican di Londra. I vignettisti, i giornalisti e gli scrittori “islamofobi” sono i primi europei dal 1945 a doversi ritirare dalla vita pubblica per proteggere la propria incolumità. Per la prima volta in Europa da quando Hitler ordinò di incenerire i libri nella Bebelplatz di Berlino, film, quadri, poesie, romanzi, vignette, articoli e opere teatrali sono letteralmente messi al rogo.
In Francia ci sono 120 persone sotto la protezione della polizia a causa delle minacce islamiche. Sotto scorta c’è una semplice studentessa come Mila, portata via anche dalla scuola militare dove si era rifugiata a seguito delle 50.000 minacce di morte che ha ricevuto da quando ha “offeso” l’Islam sui social. Sotto scorta c’è Eric Zemmour, l’uomo più coraggioso d’Europa, e il romanziere Michel Houellebecq. Sotto scorta ci sono una decina di professori, da Trappes a Grenoble. Molte di loro hanno visto le proprie carriere, vite e nomi distrutti. Sotto scorta c’è tutta la redazione di Charlie Hebdo, protetta da 85 agenti di polizia e 6 porte blindate. L’ex direttore Philippe Val vive in una casa dalle finestre antiproiettili, agenti di polizia e una “safe room” blindata in cui c’è una linea telefonica per avvisare i soccorsi. 
Sgozzano a morte un parlamentare inglese in una chiesa? Non parliamone.
Sgozzano a morte un medico davanti a una scuola? Non parliamone.
Bruciano le chiese, riempiono di cristiani le fosse comuni, selezionano chi uccidere se sappia o meno recitare la Shahada in Africa come in Medio Oriente? Non parliamone.
Condannano a morte Asia Bibi, che oggi deve persino nascondersi come Rushdie in Canada? Non parliamone. “Non sono riuscita a farmi degli amici e non voglio ancora farlo, quando diventi amico di qualcuno vengono fuori molte cose sulla tua vita”, racconta Bibi al Globe and Mail. Gli islamisti hanno messo una taglia sulla sua testa di 678.000 dollari. Asia ha vinto la sua battaglia. L’Occidente sta perdendo la sua guerra.
Al Qaeda nel 2012 pubblicò una terrificante most wanted list, come quelle dell’FBI. Titolo: “Yes we can. Un proiettile al giorno leva l’infedele di torno…”. Il vignettista svedese Lars Vilks (qui la mia intervista che gli feci al tempo), è morto con gli uomini della sua scorta in un terribile incidente stradale. Carsten Juste, che da direttore del giornale danese Jyllands Posten pubblicò le vignette su Maometto, ha chiesto scusa e lasciato il giornalismo. Flemming Rose, il redattore del Jyllands che commissionò le caricature, con i Talebani che gli hanno messo una taglia sulla testa, ha rassegnato le dimissioni e pubblicato un libro dal titolo eloquente: La tirannia del silenzioKurt Westergaard, il vignettista della più famosa delle caricature, è morto nella sua casa-bunker dove hanno cercato di assassinarlo. Molly Norris, vignettista del Seattle Post, è diventata un “fantasma”. Ha cambiato nome, non si è fatta più vedere in giro. Di lei non si sa più niente dopo che l’FBI la inserì in un programma di protezione dei testimoni. Uno dei suoi datori di lavoro al Seattle Weekly ha scritto: “Paragona la situazione al cancro. Potrebbe non essere niente, potrebbe essere urgente, potrebbe andare via e non tornare mai più, o potrebbe spuntare di nuovo quando uno meno se lo aspetta…”. Geert Wilders è vivo soltanto grazie al fatto che è protetto da una unità militare dell’esercito olandese generalmente addetta a garantire la sicurezza di una ambasciata in Afghanistan. Wilders deve indossare il giubbotto antiproiettile anche nei dibattiti televisivi. Stephane Charbonnier, direttore di Charlie Hebdo, è stato ucciso con otto colleghi e agenti di scorta. Ayaan Hirsi Ali, che con Theo Van Gogh realizzò il film Submission, ha lasciato l’Olanda e cercato riparo negli Stati Uniti, dove è sotto protezione. Rushdie è stato accoltellato ieri a New York…
Direi che quella lista è stata completata. “Yes, we can…”.
Ma l’autore de I Versetti satanici lo aveva un po’ previsto. “All’interno del movimento progressista c’è l’accettazione del fatto che certe idee dovrebbero essere soppresse e penso che sia preoccupante” ha detto Rushdie all’Irish Times. “Mettiamola così: il tipo di persone che mi hanno difeso negli anni brutti – in altre parole, le persone nelle arti liberali e di sinistra – potrebbero non farlo ora”.
Per questo nessun benpensante chiama più alla difesa della libertà di parola dalle grinfie dell’Islam. Perché l’hanno già persa. “Non ve lo sareste mai aspettato di ritrovarmi dalla parte del Papa, eh?”, disse Rushdie. “Neppure io, però è così: chiedergli di scusarsi per il discorso di Ratisbona è stato profondamente sbagliato. Ratzinger ha il coraggio di dire ciò che pensa, e noi dovremmo difendere il suo diritto di farlo”. Perché Papa Ratzinger fu abbandonato da tutta l’intellighenzia occidentale quando disse la verità sull’Islam. Nell’area sottoposta controllo dell’Autorità palestinese, le chiese cristiane furono bruciate e i cristiani presi di mira. Gli islamisti britannici invocarono “l’uccisione” del Papa. In Somalia, una suora italiana venne uccisa. In Iraq, un prete siro-ortodosso fu decapitato e mutilato dopo che i terroristi avevano chiesto alla Chiesa cattolica di scusarsi per il discorso. I Fratelli musulmani in Egitto annunciarono rappresaglie contro il Papa. Nella sua lectio, Benedetto XVI ha chiarito le contraddizioni dell’Islam, ma ha anche offerto un terreno di dialogo con il Cristianesimo e la cultura occidentale. Il pontefice ha parlato della radici ebraiche, greche e cristiane. Chi le difende più? Due anni dopo, a Ratzinger fu impedito di parlare alla Sapienza.
L’Islam ha infilato il suo dito ossuto nelle parti molli degli intellettuali occidentali e ha trovato soltanto cartilagine. Il celebre drammaturgo Simon Gray ha detto che Nicholas Hytner, il direttore del National Theatre, potrebbe mettere in scena un’opera satirica sul Cristianesimo, mai una sull’Islam. Anch’io ho paura. Chi non ne avrebbe, quando dopo trent’anni accoltellano su un palco uno scrittore che ha vissuto dieci anni come un fantasma? Ho paura della violenza islamica, ma anche della viltà di questi intellettuali e giornalisti “perbene” che dopo il primo colpo sono andati al tappeto per salvarsi la pelle. Ci hanno messi tutti in pericolo.
Giulio Meotti

E tutti quelli che non conosciamo.

Quei Rushdie d’Europa, fantasmi della nostra libertà

Gli hanno sparato, vivono con le guardie del corpo, cambiano spesso casa, si spostano su auto blindate e se si mette male scompaiono. L’islamizzazione fa a pezzi la nostra tolleranza di cartapesta

Non sappiamo neanche che esistono perché la nostra stampa conformista e timorata non racconta mai le loro storie incredibili. Vivono in mezzo a noi, a Parigi, a Londra, a Oslo, a Copenaghen, a Berlino, ad Amsterdam e in tutte le altri capitali europee. Vivono secondo un dispositivo di sicurezza militare: devono dire in anticipo alla polizia cosa faranno durante la giornata, chi vedranno e quali locali intendono frequentare e, nel caso non sia ritenuto sicuro, sono costretti a cambiare programma. Spesso, se c’è una minaccia nuova, cambiano anche casa, scompaiono per un po’, protetti dall’anonimato. Non sono pentiti di mafia, sono accademici, attiviste, scrittrici, giornalisti, intellettuali. Parliamo di oltre cento personalità in Europa. La loro “colpa”? Aver criticato l’Islam. Le loro precauzioni per proteggersi non sono mai troppe. Salman Rushdie aveva smesso di essere protetto da molti anni.
Un professore di origine iraniana, Afshin Ellian, lavora all’Università di Utrecht, in Olanda, dove è protetto da guardie del corpo. Al secondo piano del dipartimento di Diritto, dove insegna, si arriva attraverso un corridoio con accesso elettronico e vetri blindati; sembra una banca, più che in un normale dipartimento di Diritto. Quando gli ho fatto visita mi ha aperto un poliziotto, che mi ha fatto entrare dopo avermi controllato lo zaino e avermi perquisito. In Danimarca è sotto protezione Lars Hedegaard, il direttore della International Free Press Society, sopravvissuto miracolosamente a un attentato sotto casa. Un uomo lo ha avvicinato vestito da postino e gli ha sparato alla testa, mancando di un pelo il bersaglio. Una esecuzione in piena regola di fronte alla casa dell’intellettuale in un quartiere borghese di Copenaghen.
La scrittrice turca Lale Gül, racconta Le Monde, per aver denunciato le scuole coraniche della Turchia in Olanda è finita sotto scorta. Siamo nel paese dove l’artista iraniana Sooreh Hera doveva esporre in un museo dell’Aia una serie di opere fotografiche che ritraevano Maometto e Alì. “Ti bruceremo viva”, “abbiamo ucciso una volta siamo pronti a farlo una seconda…”. Kadra Yusuf, giornalista somala, si è infiltrata nelle moschee di Oslo per denunciare gli imam e vive sotto protezione. La giornalista francese Zineb El Rhazoui ha più guardie del corpo di molti ministri di Macron. “Bisogna uccidere Zineb El Rhazoui per vendicare il Profeta“, recita una fatwa. Non è difficile capire perché a Le Point Rhazoui abbia confessato: “Sono arrivata in un momento del mio viaggio in cui sento l’urgente bisogno di uscire dal combattimento”. 
Un accademico francese è finito sotto la protezione per aver voluto discutere un argomento tabù in Francia: il concetto di “islamofobia”. Alla celebre Università Sciences Po a Grenoble, definito “islamofobico” e “fascista”, l’accademico Klaus Kinzler è sotto scorta. Fra le accuse, quella di “ricordare le origini cristiane della Francia”.
Il nuovo indirizzo del giornale Charlie Hebdo è sconosciuto e, come ha rivelato uno dei sopravvissuti alla strage del 7 gennaio 2015 Fabrice Nicolino (era accanto a Bernard Maris, ucciso nell’attacco), oggi la sede di Charlie ha sei porte blindate, un sistema a raggi X e una panic room, in cui devono entrare se sentono rumori sospetti. Come tutti i giornali, Charlie non può permettersi di perdere copie. Ma per un motivo diverso dagli altri. “E’ normale per un giornale di un paese democratico che più di una copia su due venduta in edicola finanzi la sicurezza dei locali in cui i giornalisti lavorano?”, ha chiesto il direttore, “Riss”. Lo stato francese  non protegge i locali, è responsabile esclusivamente della protezione delle persone. Ogni dipendente di Charlie è sempre accompagnato da un’auto con a bordo due poliziotti. E se la minaccia sale, arriva un’altra moto o auto blindata.
In Germania ci sono decine di personalità sotto scorta, come il sociologo Hamed Abdel Samad. Non ricopre cariche pubbliche, ma questo intellettuale di origine egiziana vive sotto la più stretta protezione della polizia come i più alti vertici della politica, sorveglianza a 360 gradi 24 ore su 24. Nessuna residenza permanente, spostamenti in veicoli blindati, ufficiali armati. Non si muove senza scorta Mina Ahadi, che ha fondato il Consiglio degli ex musulmani, coloro che hanno abbandonato l’Islam compiendo “apostasia”, reato passibile di pena di morte in decine di paesi musulmani. Il sociologo tedesco Bassam Tibi è sotto sorveglianza. Come Fatma Bläser, vittima di un matrimonio forzato e autrice del romanzo Hennamond, protetta dalla polizia. L’avvocato di origine turca Syran Ates è protetta da sei agenti della polizia a Berlino. “Riceve tremila di minacce”, ha rivelato l’avvocato. Ates non è nuova alle minacce. Chiuse il suo studio legale a Kreuzberg, il “quartiere turco” di Berlino, sospendendo la collaborazione con i due consultori che offrivano assistenza alle donne musulmane dopo che, fuori dal metrò, venne aggredita dal marito di una cliente che voleva divorziare. Le gridò “hure!”, puttana. Seyran Ates si è beccata anche una pallottola alla gola (i segni di quell’attentato se li porta ancora dietro). I lupi grigi volevano mettere a tacere questa splendida dissidente islamica nata a Istanbul e cresciuta a Berlino. Ma Ates non era destinata a finire come il giornalista armeno Hrant Dink. Il proiettile si fermò tra la quarta e la quinta vertebra. Ates ci ha messo cinque anni per riprendersi dalle ferite. Quando Can Dündar, il più coraggioso giornalista turco, corsaro direttore di Cumhuriyet (l’unica testata turca che ha espresso solidarietà con Charlie Hebdo), ha lasciato Ankara alla volta della Germania, non avrebbe mai immaginato di aver bisogno anche a Berlino della protezione della polizia. Con la differenza che, in Turchia, i poliziotti perquisivano la sua casa in cerca di articoli compromettenti, mentre a Berlino sono a guardia della sua abitazione.
In Danimarca c’è un giornale, il Jyllands Posten, la cui redazione assomiglia oggi a un bunker militare. Nel 2006 pubblicò le vignette su Maometto. Circondata da una barriera di filo spinato, sbarre, lastre metalliche e telecamere che circondano per un chilometro il giornale, la redazione è protetta dallo stesso meccanismo delle chiuse dei fiumi. Si apre una porta, entra una macchina, la porta si richiude e si apre quella di fronte. I giornalisti entrano uno alla volta, digitando un codice personale (una misura che non ha protetto i giornalisti di Charlie Hebdo). Numerosi dipendenti del quotidiano hanno dovuto lasciare il giornale a causa di un forte stress psicologico. I loro vignettisti sono scampati a numerosi attentati, anche dentro casa.
Sotto scorta è Mohammed Sifaoui, giornalista franco-algerino, la sua foto e il suo nome pubblicati sui siti jihadisti accanto alla scritta “apostata”. “Non potrai ritardare la tua ora”. Molte scortate sono donne, da Marika Bret, “esfiltrata” di casa, e la turca Claire Koc. O la giornalista Ophélie Meunier, la reporter di Zone Interdite che ha filmato in prima serata tv l’islamizzazione di Roubaix assieme al giurista Amine Elbahi, che ha ricevuto minacce di decapitazione. 
Non si tratta solo di politici come Marine Le Pen o di giudici come Albert Lévy, titolare di inchieste sui fondamentalisti islamici. Ci sono semplici insegnanti come Fatiha Agag-Boudjahlat, che ha rimproverato alcuni studenti di non aver rispettato il minuto di silenzio durante l’omaggio a Samuel Paty. E imam come Hassen Chalghoumi, inserito in “Uclat 2”, il programma di protezione di cui beneficiano gli ambasciatori di Stati Uniti e Israele a Parigi. Un professore ha raccontato la sua ultima visita a Trappes per un documentario tv: “Mi è stata concessa solo una ripresa di cinque minuti davanti alla stazione di polizia, circondato da una dozzina di agenti. Il resto del tempo sono dovuto rimanere nascosto in auto. Uno dei poliziotti mi ha detto: ‘Se tirano fuori i kalashnikov, non abbiamo niente con cui rispondere, quindi non resteremo a lungo’. Il giornalista voleva che dicessi qualche parola davanti alla scuola, ma la polizia ha rifiutato per motivi di sicurezza. Mi è stato permesso passarci davanti senza fermarmi. Sono stato scortato in un albergo, il cui ingresso era sorvegliato da quattro agenti di polizia, per condurre l’intervista”.
Dateci la sua testa”, hanno urlato gli islamisti fuori dalla scuola inglese a Batley. Volevano uccidere un insegnante di cui non conosciamo neanche il nome e costretto a lasciare la scuola oggetto di pesanti minacce di morte reo di aver mostrato in classe le vignette su Maometto durante una lezione sulla libertà di espressione, che ora vive in una “casa sicura” con sua moglie e i figli a causa del timore di essere uccisi. La minaccia è giudicata così grave che nemmeno i loro parenti sanno dove vivono. “Le finestre della casa dove l’insegnante ha vissuto per più di otto anni sono coperte di lenzuola bianche”.
Adesso è un po’ più chiaro che, assieme alla cancel culture di civiltà, l’Islam radicale è oggi la principale minaccia alla cultura occidentale? Stiamo diventando come dei tacchini che celebrano il giorno del Ringraziamento.
Giulio Meotti

La nostra inquisizione, nella sua forma più cruenta, è durata una manciata scarsa di secoli, la loro sta durando da quasi un millennio e mezzo e, ben lungi dall’attenuarsi, continua a diventare sempre più virulenta. Come le infezioni quando non le curi al loro insorgere.
E ora, prima di chiudere, guardiamoci un po’ di cose sull’Iran, anche se le sappiamo già tutte.

barbara

IL DELIRIO PIANETOCENTRICO

Pronto a sacrificare l’intera umanità sull’altare di un ammasso di minerali.

“L’oscurantismo degli omini verdi minaccia l’Occidente”

Intervista al filosofo Yves Roucaute, autore di un gran libro sull’estremismo ambientalista. “Quando il ministero per la Promozione delle Virtù Ecologiche e la Repressione del Vizio?”                              

“L’Europa dovrebbe creare una giornata commemorativa per le vittime del cambiamento climatico”, ha chiesto il capo del Green Deal dell’UE Frans Timmermans. Il clima “ultima religione occidentale” come spiega nel suo nuovo libro il filosofo tedesco Peter Sloterdijk. Si intitola L’oscurantismo verde il nuovo libro del filosofo francese Yves Roucaurte. Ne ha parlato Le Figaro e Roucaurte è qui a colloquio con me. Mostra che l’imperatore verde è nudo e spero che un editore italiano lo porti all’attenzione della nostra opinione pubblica da anni maltrattata dal pensiero unico. C’è bisogno di voci libere…

Nel libro sviscera in 63 brevi capitoli le fantasie dell’ecologia ideologica e dimostra cos’è la religione oscurantista verde e come ci siamo arrivati.

All’oscurantismo verde, al suo processo inquisitorio contro l’umanità e al suo culto animistico del pianeta, mi oppongo con le scienze, la storia del pianeta e la verità della condizione umana. Era necessario difendere un’ecologia che mette al centro l’umanità. Tutto ha avuto inizio con la sconfitta del pensiero. Di fronte all’ondata ideologica che ha portato al culto oscurantista del pianeta, il campo della libertà e dell’Illuminismo ha perso la battaglia delle idee. Ha consentito a un’armata di demagoghi di sfruttare il vuoto spirituale dopo la caduta del muro di Berlino per stabilire il suo dominio sulle menti più fragili. Ha imposto il mito di una Madre Terra benevola di cui sarebbero i sacerdoti e che sarebbe necessario salvare da un’umanità ridotta a essere un sottosistema del pianeta, colpevole di distruggerlo per aver accettato un ‘modello occidentale’ di sviluppo basato sul liberalismo, l’antropocentrismo e l’individualismo. Abbiamo così potuto veder convergere le coorti dei nemici delle democrazie liberali, dai Verdi della cosiddetta ecologia ‘profonda’ agli ex marxisti riciclati in ecologia, circondati da pochi cosiddetti studiosi ideologizzati, come già sapevano i marxisti fare ieri, vendere l’odio degli Antichi e l’odio per le società basate sulla libertà. Hanno inventato un pianeta che brucia e di inondazioni o cicloni, malattie e così via, mali di cui l’umanità sarebbe responsabile, al punto da attribuirle la schiavitù di ieri e il presunto aumento della miseria sociale oggi. Alla fine, intorno agli altari sacrificali dove stanno le pire degli amici dei Lumi, abbiamo la sconfitta del pensiero, la debacle politica e la depressione morale. Una depressione che colpisce i giovani, che credono nell’apocalisse in arrivo e che denunciano le generazioni precedenti. Questa nuova religiosità non solo crea una situazione di odio generale tra gli esseri umani che vivrebbero secondo virtù ecologica e gli altri, e che è essenzialmente totalitaria. Poiché l’umanità si è trasformata in un sottosistema del pianeta, non c’è una parte della nostra vita che non possa essere controllata dallo stato ecologico salvifico e dai comitati di salvezza verde che affermano di parlare in nome del pianeta con cui avrebbero una connessione wifi, come l’illuminata Greta Thunberg. Invece di mettere al centro delle nostre città la libertà e l’amore per l’umanità, questa religiosità ci ordina di metterci il pianeta

In Europa vengono denunciati i comportamenti ecologicamente scorretti…

Dagli idrocarburi all’albero di Natale, dal foie gras all’auto, l’inquisizione colpisce ovunque con leggi, decreti, regolamenti repressivi. Una mediocre burocrazia fa andare di pari passo la governance con l’ignoranza al punto da proclamare che a causa della diabolica molecola di Co2 prodotta dall’uomo, che sarebbe la principale causa dei gas serra, la causa del riscaldamento globale, dovremmo vietare le auto termiche, senza ogni considerazione della verità scientifica, dei bisogni sociali e del potere delle nazioni. Così si stanno gradualmente costruendo gli altari dove dilagano i ministeri per la Promozione delle Virtù Ecologiche e la Repressione del Vizio Verde, mentre la transizione ecologica si sostituisce alla transizione socialista di un tempo. E che le ghigliottine e le punizioni dei media siano innalzate per coloro che osano sorridere a questo fumoso ‘Salva il pianeta’.

Ma chi si oppone a questo ambientalismo e alla sua religione animista viene accusato di essere un “negazionista climatico”.

Ecologia deriva dal greco ‘oïkos’ che significa ‘casa’ e non pianeta. E la casa è sempre stata costruita artificialmente depredando la natura, le sue foglie, i suoi alberi, i suoi metalli, per proteggersi dalle malefatte della natura, pioggia, neve, sole, vento, attacchi di animali, per umanizzare l’ambiente. Quindi, sì, sono per la vera ecologia, per l’umanizzazione dell’ambiente a servizio dell’umanità. Contro il culto animistico del pianeta, voglio ricordare che il pianeta non è un essere, né un ecosistema, ma un ammasso molecolare formatosi 4,55 miliardi di anni fa, parte dell’ecosistema solare. E devi avere un orgoglio tale per immaginarti come Hulk, il gigante verde dei fumetti, capace di influenzare le variazioni climatiche e i processi naturali. Perché il nostro ambiente è il sole e la luna, i movimenti dell’asse di rotazione terrestre e l’angolo della sua orbita, meteoriti e supernove lontane come dimostrato dal mostruoso riscaldamento di 359 milioni di anni fache distrusse il 70 per cento della vita, è il nucleo e il mantello terrestre, con le sue conseguenze, eruzioni vulcaniche, terremoti, tsunami, cicloni e così via, queste coccole che sono il nostro pane quotidiano sulla terra. E le conseguenze di questo ambiente sono irrevocabili. Al posto della fantasmagoria di un’armonia perduta con la natura a causa dell’umanità, era urgente ricordare che il 99,99 per cento dei vivi sul pianeta era stato distrutto anche prima dell’arrivo dei primi ominidi, 7 milioni di anni. Sì, era urgente ricordare che la prima causa delle fosse comuni sono le variazioni climatiche del pianeta, che continua a navigare tra riscaldamento e glaciazione. E, senza offesa per gli inquisitori, allora è sempre stato più caldo di oggi, escluse le glaciazioni per 4,5 miliardi di anni. Talvolta così considerevolmente che la grande massa dei vivi fu sterminata, come 359 milioni di anni fa, 259 milioni di anni fa, 252 milioni di anni fa, durante questo episodio chiamato ‘la Grande Morte’ che vide lo sterminio, in questo unico episodio, del 96 per cento dei vivi. Sì, era sistematicamente più caldo, anche i nostri antenati hanno sperimentato queste distruttive violenze naturali tra il caldo e il freddo. Così, per 2,8 milioni di anni, i nostri antenati hanno subito 17 glaciazioni. Gli ippopotami fecero il bagno nel Tamigi 130.000 anni fa. E per 12.000 anni e i primi insediamenti, è continuato. La civiltà di Akkad, la VI dinastia egizia, quella dell’Indo, di Liangzhu, furono distrutte dalla terribile siccità di 4.200 anni fa e allora non c’era ancora l’estrazione di idrocarburi. Forse troppo lontano dalla data di nascita degli ignoranti omini verdi? Ma i Vichinghi costruirono due colonie in Groenlandia nel 950 mentre noi coltivavamo la vite nel nord Europa e poi dovettero fuggire al ritorno di una piccola era glaciale nel Rinascimento, è ancora troppo lontano? E migliaia di eruzioni vulcaniche come quella che seppellì Pompei, quella di Krakatoa, nel 1883, pari a 13.000 bombe di Hiroshima e cicloni che hanno ucciso centinaia di migliaia di esseri umani, come nel Bangladesh pre-industrializzato nel 1970. Sì, cicloni non sempre più importanti, né più numerosi oggi di ieri nonostante ciò ne parlano i mercanti di fantasie. Contro i Bouvard e Pécuchet dell’Europa verde, era urgente ricordare che la CO2 non è una molecola malvagia, che è prodotta molto poco dall’umanità, che non è l’effetto principale del gas serra, perché è più del 60 per cento di acqua vapore, che il suo tasso non è grave per la salute e, infine, che per 541 milioni di anni è stato di 817 volte superiore a quella attuale, escluse le glaciazioni, e talvolta anche durante le glaciazioni. In ogni caso, è giunto il momento di dire che l’ignoranza non è un argomento e che l’umanità deve essere rimessa al centro delle Città respingendo le forze oscure nel nulla del pensiero da cui provenivano.

Perché l’opposizione a questa ideologia è fondamentale?

L’umanità non è un essere vivente tra gli altri, ma una specie eccezionale e meravigliosa, composta da esseri liberi e creativi. L’unica che trasforma il suo ambiente umanizzandolo e adattandosi alle sfide planetarie. L’unica che guarisce e trasforma il proprio corpo. L’unica che trasforma le sue relazioni costruendo civiltà. Che qualcuno mi mostri una pianta o un animale che dimostrerebbe in ogni momento la sua triplice creatività, nei confronti dell’ambiente, di sé e dei suoi amici? L’umanità non è una specie tra le altre, ma un creatore che crea i suoi territori non solo terrestri ma celesti. Certo, capita di sbagliare, inquinare, il che avvantaggia i demagoghi. Ma è proprio perché se l’umanità cerca il meglio, come diceva Aristotele, trova sempre e solo il meglio possibile. E quando sbaglia, cerca di sfruttare i suoi errori per andare sempre oltre. L’auto termica, che ha liberato molta energia, inquina un po’, ecco quindi l’auto elettrica. La batteria al piombo non soddisfa più, ecco la batteria agli ioni di litio, e se non funziona più, ecco la batteria allo stato solido. La libertà segue le orme del vero progresso quando è messa al servizio dell’umanità. L’Illuminismo unisce la saggezza biblica e quella di Confucio che diceva che è bello vivere nella terra dell’umanità.

In che modo questo oscurantismo logora l’Occidente dall’interno?

Una nazione che non crede più nel proprio futuro è una nazione morta. Un segno della sua decadenza. Si noti, inoltre, che questa ondata oscurantista verde esiste solo in Occidente e che mina il potere delle nazioni europee. Già ieri, quando i sovietici minacciavano l’Occidente, i pacifisti erano l’Occidente, i missili erano l’Oriente, come notò in un momento di lucidità il compianto François Mitterrand. Oggi oscurantismo e demagogia sono a Occidente, ragione e pragmatismo a Oriente.
Giulio Meotti

Atto primo: bisogna smettere di pensare che l’uomo bianco sia superiore alle altre razze (sì lo so, le razze non esistono, ma quando serve si fanno esistere): ok, va bene.
Atto secondo: bisogna smettere di pensare che la specie umana sia superiore alle altre specie – che poi sarebbe a dire che ogni specie vivente fa parte della catena alimentare di qualche altra specie vivente tranne la specie umana che può benissimo, se capita l’occasione, far parte della catena alimentare della tigre ma deve rinunciare ad avere nella propria catena alimentare il pollo il manzo e financo il branzino, e col piffero che va bene, oltre al delirio di pensare che io non sarei e non dovrei sentirmi superiore alla mosca stercoraria.
Atto terzo: bisogna che i regni animale e vegetale la smettano di pensare di essere superiori al regno minerale, il pianeta inanimato conta molto di più, e per esso vale la pena di sacrificarsi e morire (sicuramente lo pensano quelli che programmano di annientare centinaia di ettari di verde per piazzarvi i famigerati pannelli solari).
Arriverà un atto quarto in cui qualcuno spiegherà al pianeta Terra che deve smetterla di ritenersi superiore agli altri corpi celesti e che farebbe bene a sacrificarsi in nome di… boh, prima o poi qualcuno sicuramente lo inventerà un buon motivo per cui anche lei si debba sacrificare. Ma andate affanculo tutti quanti, va’.
Nel frattempo, mentre i protagonisti del secondo atto si accomodano tra i loro fratelli rospi cornacchie e scarafaggi, io mi accomodo tra i fratelli miei.

barbara

ABORTO: LE PAROLE PER DIRLO

E per cominciare uso quelle di Giulio Meotti. L’aborto come “concetto”.

“Abbiate il coraggio di soffrire il disprezzo dell’opinione dominante”

L’America che abbatte il totem dell’aborto è la vittoria postuma di Antonin Scalia, il super giurista rispettato anche dagli avversari che diceva: “I giudici che elargiscono diritti sono pericolosi”

Se c’è una cosa che Antonin Scalia detestava sono i magistrati militanti, i magistrati che vogliono cambiare il mondo, i magistrati attivisti giudiziari, i magistrati che fanno le leggi anziché servirle. Non a caso, in piena Tangentopoli definì il sistema giudiziario italiano “una ricetta per l’ingiustizia”. Secondo Scalia, il fatto che in Italia il pubblico ministero risponda del suo operato all’ordine dei magistrati e non al governo o agli elettori, come avviene negli Stati Uniti, è in contrasto con il principio democratico della separazione dei poteri. “Un magistrato non deve diventare una celebrità” diceva. “Una volta sola, all’aeroporto, il mio nome ha attirato l’attenzione di un impiegato: mi aveva scambiato per l’attore Jack Scalia”. O per dirla con Frank Easterbrook, docente alla University of Chicago Law School, “Scalia è uno dei pochi che è voluto diventare giudice per diminuire il potere dei giudici”. 
Una volta un collega della Corte gli chiese di condividere l’opinione che aveva scritto. Scalia gliela rimandò indietro con un appunto: “Lo faccio se la modifichi in questi diciannove punti”. Durante una conferenza, mentre i suoi colleghi magistrati dovevano decidere se vi fosse un “diritto di morire”, Scalia, facendo il verso a un annunciatore tv, disse al pubblico: “Restate sintonizzati! Una corte magnanima darà alle persone anche questo nuovo diritto”.
“Io dissento” era diventato il motto di questo super magistrato. Quando dissentí sul matrimonio gay disse: “La Corte suprema degli Stati Uniti è retrocessa dal ragionamento legale accorto di John Marshall e Joseph Story agli aforismi mistici dei dolcetti della fortuna”. E ancora: “Abbiamo trasformato una istituzione sociale che è stata la base della società umana nei millenni per i Boscimani dell’Africa meridionale come per gli Han della Cina, per i Cartaginesi e gli Aztechi. Mi domando: ma chi ci crediamo di essere?”. 
Scalia, scomparso sei anni fa, ha appena visto la sua vittoria postuma piú grande: l’abbattimento da parte della Corte Suprema del diritto federale all’aborto, la sentenza Roe del 1972. L’aborto, da diritto costituzionale alla privacy, torna di competenza dei singoli stati, come Scalia voleva che fosse.
Scalia era infatti il pioniere del “testualismo”: ovvero anziché interpretare la legge, i giudici devono andare direttamente alla fonte, al linguaggio della Costituzione del 1791 che Scalia aveva definito inamovibile come “una statua”. La Costituzione non è viva, il suo significato è fissato nel momento in cui è stata scritta. O, per usare le sue parole, la Costituzione “è morta, morta, morta”. Una corrente giuridica, diceva Scalia, “così piccola che se prendi un cannone  e spari contro qualsiasi scuola di legge importante non colpiresti un ‘testualista’”. Oggi quattro magistrati della Corte Suprema (Clarence Thomas, Neil Gorsuch, Samuel Alito e Amy Barrett) sono allievi di Scalia.
Scalia disprezzava il pensiero utopico. “La Costituzione non è una bottiglia vuota in cui versiamo qualsiasi valore”, diceva. “Perché si vuole lasciare questioni sociali enormemente importanti nelle mani di nove avvocati senza vincoli, non riesco a capirlo”. Secondo il giurista Joshua Hawley, “dal 1980 Scalia è stato l’unico giudice che ha costantemente invocato testo e significato originario per decidere di questioni costituzionali. Tre decenni più tardi, la sua analisi è un pilastro dei pareri del tribunale, tra i conservatori come fra i liberal. Lo stesso vale nell’accademia. Le idee di giustizia di Scalia hanno penetrato anche il dibattito popolare”.  
Qualche anno fa il New Yorker gli aveva dedicato un ritratto monstre dal titolo “Fiducia suprema”. Scalia era nato nel 1936 a Trenton, nel New Jersey, allevato in una famiglia cattolica, patriottica e intellettuale. Il padre, Eugene, emigrato dalla Sicilia da adolescente, era un traduttore letterario e professore di Lingue romanze al Brooklyn College, nonché un esperto di Dante. La madre, Catherine Panaro, figlia di immigrati italiani, faceva l’insegnante di scuola elementare. Antonin era il loro unico figlio (lui, invece, ne avrà addirittura nove). Il professor Scalia era un accanito sostenitore del perfetto uso della grammatica e avrebbe sempre ricordato al figlio di “usare il congiuntivo” nell’atto di scrivere le sue opinioni per la Corte suprema. “Abbiate il coraggio di soffrire il disprezzo del mondo sofisticato”, disse Scalia a un’aula gremita di studenti. “Non rincorrete l’opinione pubblica dominante”. Lui non lo fece mai e ormai le sue furon sempre opinioni di minoranza che fecero giurisprudenza. In un articolo sul Yale Law Journal del 1990, “Il catechismo costituzionale di Antonin Scalia”, il giurista George Kannar ha scritto che l’educazione cattolica di Scalia e la sua esposizione alle passioni esegetiche del padre hanno profondamente influenzato il suo approccio alla giurisprudenza.
Scalia aveva frequentato la Xavier High School di Manhattan, un’accademia militare gesuita sulla 16esima strada (dove il futuro giudice era solito esercitarsi con una carabina calibro 22). Si era laureato nel 1957, primo della classe con una dissertazione sulla verità: “I nostri giorni sono stati spesi nella caccia; ma la nostra preda era più sfuggente e più preziosa di qualsiasi orso di montagna. Eravamo cercatori della verità. La verità non ha ossa, non ha carne, nessuna forma solida. Per coloro che la cercano, è ovunque; per coloro che non la amano, non è da nessuna parte”. Scalia sarebbe diventato l’unico giurista conservatore dei venticinque studenti del suo anno. Ma un giudice anche capace di sorprendere i democratici, come quando stabilì che “bruciare la bandiera americana può essere libertà d’espressione”. Nel 1974 Nixon lo nominò all’ufficio di Legal Counsel del dipartimento di Giustizia (e da allora ha continuato a spostarsi tra il governo e l’accademia, all’Università di Chicago, a Stanford, a Georgetown). Fu durante quell’incarico, nel 1982, che definì il Freedom of Information Act, vacca sacra dei liberal, come “il Taj Mahal della dottrina delle conseguenze impreviste”. Ronald Reagan in quel periodo cercava dei giudici “che non fossero troppo buoni con i criminali e troppo duri per gli affari”. Scalia faceva al caso suo.  
Il giudice aveva una scrittura inconfondibile, condita di analogie (i cosacchi, Nietzsche), riferimenti storici (Pace di Westfalia) e attacchi al vetriolo al parere di maggioranza (“ridicolo”, “assurdo”, “terribile”). Le “buone società – scriveva il giudice – non vengono costruite da buone leggi, ma dall’effetto di una persona buona su un’altra”. In un saggio del 1987 aveva indicato gli esempi di “buona società”: l’Atene di Pericle, la Roma di Cicerone, la Firenze di Dante, l’Inghilterra di Elisabetta I e l’America di George Washington. 
Scalia andava a messa nella chiesa Santa Caterina da Siena a Great Falls, in Virginia, una delle ultime chiese cattoliche della zona di Washington dove si celebra una messa in latino. Un figlio, Paul, è sacerdote ad Arlington.  
Scalia era a favore della commistione di governo e religione. Le istituzioni americane – aveva spiegato – “presuppongono l’esistenza di un Essere supremo”.  Secondo Scalia, non c’è una costituzione che preveda il diritto ad abortire, semmai ce ne sono molte che tutelano il diritto contrario: il diritto alla vita. Da qui tutti i suoi pareri di minoranza nei casi in cui la Corte suprema aveva rinnovato la validità della sentenza Roe vs. Wade. “Abbiamo leggi contro la bigamia, l’incesto e la prostituzione”, disse una volta a un pubblico liberal: “Se siete in grado di persuadere i cittadini del contrario, abolite tutte le leggi sessuali. Ma non venite a dirmi che sono state loro imposte. Non è questione se mi piaccia o meno, ma chi decide. Il popolo! E’ questo il motivo per cui aborto e sodomia sono stati proibiti per duecento anni e non si trovano nel Bill of Rights”. Non esattamente un paladino dell’Lgbt.
Era contrario a contaminare la legge americana con il diritto internazionale. “I giudici in molte parti del mondo sono arrivati a credere che hanno il mandato di decidere le più grandi questioni morali. Se ci credi ovviamente citi la Corte di Strasburgo perché quei giudici indossano toghe tanto quanto voi”, aveva argomentato con i colleghi. “Ma i giudici non sono gli arbitri morali del mondo”. Quest’antimoralista di rango una volta disse a un pubblico di studenti di legge che pendevano dalle labbra dei nove giudici togati: “Chi pensa che i giudici riflettano le idee del popolo ha bisogno di farsi visitare”.

E l’aborto come pratica.

63 milioni di aborti in America e il modello dei “paradisi comunisti”

I dieci paesi dove si abortisce di più al mondo tutti ex comunisti, ma in Occidente non va meglio. È un problema culturale, non legale. Se la vita non è neanche un po’ sacra, allora non è niente

Historia magistra vitae verrebbe da ricordare…

primi dieci paesi con i più alti tassi di aborto secondo le Nazioni Unite sono Russia, Vietnam, Kazakistan, Estonia, Bielorussia, Romania, Ucraina, Lettonia, Cuba e Cina. Cosa hanno in comune tutti questi paesi? Sono o sono state dittature comuniste.
In Unione Sovietica, il primo stato al mondo a legalizzare l’aborto nel 1920, si arriverà a una distopia tale che nel 1991 al crollo dell’Urss c’erano 201 aborti ogni 100 nati. Due gravidanze su tre venivano abortite. Una fonte autorevole della fine degli anni 60, il professor H. Kent Geiger, nel suo lavoro sulla Harvard University Press, riferì: “Si possono trovare donne sovietiche che hanno avuto venti aborti”. Negli anni ‘70, quando in America si scelse la stessa strada, l’Unione Sovietica registrava in media 7-8 milioni di aborti all’anno, annientando intere generazioni future.
Il numero di bambine in Cina cui il regime maoista ha impedito di nascere quando era in vigore la “politica del figlio unico” si aggira attorno ai 30 milioni e il numero di aborti realizzati finora è di 336 milioni. “E’ il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto, lo sventramento segreto e inumano di madri e figli”. Con queste parole la dissidente Chai Ling, leader del movimento di Tiananmen (dove era celebre per i discorsi al megafono, in cui incoraggiava gli studenti a continuare lo sciopero della fame), ha denunciato gli aborti in Cina.
Nella Romania di Ceausescu l’aborto era arrivato a livelli tali che il dittatore comunista si vide costretto di metterlo al bando. E quando cadde il comunismo, nel 1991, l’aborto venne nuovamente depenalizzato e si arriverà a tre aborti ogni nascita, più che in Unione Sovietica.
Come scrive il Wall Street Journal, dal 1980 a oggi un terzo di tutte le gravidanze a Cuba sono finite in un aborto. Nel paese della Revolución castrista le interruzioni di gravidanza sono quattro volte di più di quelle negli Stati Uniti.
Perché in Occidente alle donne, alle famiglie e ai bambini non si è offerto un modello sociale, economico, educativo e morale migliore? Possibile che in Inghilterra ci sia ancora un aborto ogni tre minuti, 10 milioni di aborti in poco più di cinquant’anni? Nell’illuminata Inghilterra si è arrivati a incenerire 15.000 bambini dopo gli aborti per riscaldarci gli ospedali. Il saggista inglese Douglas Murray, che è ateo, sullo Spectator ha posto così la questione: “Qual è stata la vostra reazione alla notizia che migliaia di feti erano stati immessi negli inceneritori di ‘termovalorizzazione’ e utilizzati per riscaldare gli ospedali? Repulsione, immagino. Ma perché? Oserei che sia perché siete religiosi o perché le vostre convinzioni sono ancora a valle della fede, anche se la rifiuti. Perché se si ammette che un feto non ancora nato non è una vita e che una volta abortito non potrebbe più avere utilità, c’è almeno un argomento sul fatto che questi corpi potrebbero essere utilizzati. Perché non usare i bambini indesiderati per mantenere un ospedale al caldo? Come ha scritto Jonathan Sacks quando era rabbino capo, l’etica è evidentemente non evidente. Varia enormemente da un’era all’altra e l’etica giudaico-cristiane potrebbe benissimo, come T.S. Eliot ha detto, ‘sopravvivere a malapena alla Fede a cui deve il suo significato’. Il concetto di santità della vita umana è una nozione giudaico-cristiana che potrebbe facilmente non sopravvivere alla civiltà giudaico-cristiana”.
Durante il dibattito parlamentare sull’introduzione dell’aborto in Francia nel 1975, Michel Debré, che fu il primo ministro di De Gaulle, disse: “Si produrranno più bare che culle”. Lo disse con intransigenza gollista, ma vide giusto. Oggi in Francia un quarto delle nascite finisce in un aborto. Un francese su quattro. A fronte di 800.000 nascite ogni anno ci sono 220.000 interruzioni di gravidanza. 8 milioni di aborti dal 1975 (in Italia sono 6 milioni dal 1978). Fu una discussione concitata quella che accolse l’approvazione della legge Veil. “Il bambino, questo capolavoro in pericolo, merita ben altro che la morte”, esclamò uno degli oratori, e non poteva essere che vandeano.
La Spagna è oggi “il paradiso degli aborti”. L’interruzione di gravidanza è la prima causa di morte nel paese. Nel 1998 gli aborti erano 54.000. Oggi sono 100.000 all’anno. Così Madrid è diventato il terzo paese europeo per numero di aborti, dopo Francia e Inghilterra, ma il primo in relazione al numero di abitanti. Un paese in cui “una lince è più protetta di una vita umana”, come recitava un vecchio manifesto pro life.
Nessuno ha soluzioni ideali al vecchio dilemma abortista (per me dovrebbe essere illegale salvo pericolo di vita per la madre e depenalizzato). Ma so per certo che l’aborto è il simbolo di una spaventosa perdita di fiducia nel futuro e che quando raggiunge livelli simili a Stati Uniti, Francia, Spagna, Inghilterra e altrove in Occidente, significa che una civiltà sta morendo. L’America aveva imposto costituzionalmente l’assolutismo dell’aborto per un terzo di secolo dalla sentenza Roe (63 milioni di aborti da allora), ma era sempre stata più lontana che mai da una sua accettazione sociale (adesso la decisione tornerà ai singoli stati e ai rispettivi parlamenti) e a sinistra della vecchia posizione di Bill Clinton sull’aborto “sicuro, legale e raro” non resta niente. La società occidentale sul tema è a dir poco polarizzata. Ci sono quelli di noi che si oppongono all’aborto – io fra di loro in nome del giudeo-cristianesimo per cui se la vita non è sacra non è niente, del giuramento di Ippocrate e del fatto che da padre ogni volta che tengo in braccio un neonato mi commuovo – e quelli che sono addirittura favorevoli a uccidere bambini “parzialmente partoriti” (partial birth abortion) sani e a termine. Ma nel mezzo c’è anche una grande fascia di persone la cui posizione è più sfumata e il problema per gli assolutisti dell’aborto è che, grazie ai progressi della scienza medica e al fatto che l’aborto resta un problema morale molto più di altri temi divisivi come le nozze gay, tutte le sfumature si stanno muovendo nella direzione pro-vita.
So anche che il problema vero è morale e culturale, prima che legale come si discute in America, e che l’Occidente dovrebbe fare un esame di coscienza se non ha saputo produrre un modello superiore a quello che per un secolo ha dominato e distrutto le società governate dai regimi comunisti. Un anno dopo la sentenza Roe vs. Wade, il padre della fantascienza contemporanea Philip Dick pubblicò un racconto, Le pre-persone, immaginò una società in cui i genitori ottengono una deroga alla legge sull’aborto: si potranno eliminare i bambini fino ai 12 anni, prima dei quali non sono “persone”. Lascio le conclusioni a Philip Dick, ricordando che queste parole risalgono a quasi quarant’anni fa: “Guardate a cosa si è arrivati. Se un bambino non ancora nato può essere ucciso senza processo, perché non fare lo stesso con un bambino già nato?”. Per questo in America lo chiamano “aborto a nascita parziale[qui un vecchio articolo di Meotti sul tema]: perché legalmente il bambino deve rimanere con la testa all’interno del corpo della madre, o sarebbe omicidio. Ma moralmente? Temo che l’Occidente non sappia più rispondere a questa domanda.

Proseguo con quelle di un commentatore di questo articolo.

Daniel Mansour

Caro Giulio, sì l’aborto dovrebbe essere illegale e depenalizzato. Anche io sono padre e ho imparato che la vita è sacra da mia madre, una donna senza troppa istruzione, che mi ha insegnato molto con la sua vita più che con le parole. Ha lottato con un marito mussulmano (mio padre) e ha impedito con tutte le sue forze che io e mio fratello maggiore venissimo portati al suo paese per ricevere un’educazione islamica. Grazie a lei abbiamo potuto frequentare scuole ed amici tedeschi. Poi con mia madre siamo scappati da lui e siamo venuti in Italia, paese di mia madre. Qui ha conosciuto un uomo italiano, si è innamorata e finalmente si è sentita amata. Poi è rimasta incinta (due gemelli) e lui non ne voleva sapere, diceva “o me o loro.” Mia madre ha scelto i suoi bambini, nonostante parenti e amiche le dicevano di abortire. Io avevo 14 anni e mia zia mi disse: “vai da tua madre e dille che deve abortire. Non ha più un lavoro (il ristorante dove lavorava in nero l’aveva licenziata) e tu devi continuare a studiare.” Andai da lei, ma non riuscii a dirle niente. Lei capì, mi abbracciò e mi disse: “ce la faremo!” Trovai un lavoro 10 ore al giorno a lavare macchinari per il marmo). Mia madre mi disse: “basta, fai le scuole superiori, ci penso io a lavorare.” Nacquero i miei fratellini, incontrammo il Movimento per la Vita che ci diede una mano e io a scuola incontrai quelli di CL. È stato tutto un susseguirsi di incontri e miracoli. Davvero non posso pensare a come avremmo vissuto fino ad oggi, con quale dolore, se mia madre avesse dato retta alla mentalità che non accetta più la parola sacrificio.

E concludo con le mie. Voi lo sapete come si svolge un aborto? Nelle primissime settimane, quando è un grumetto di cellule, viene aspirato; in quelle successive, quando il corpo ha cominciato a prendere forma e sono presenti le ossa, il bambino deve essere fatto a pezzi, letteralmente: si taglia una gamba e si tira fuori, si taglia l’altra gamba e si tira fuori, poi le braccia, la schiena, e infine si frantuma il cranio e si tira fuori anche quello. Naturalmente la povera mamma è anestetizzata. Naturalmente il bambino no.

Diritto. Mi raccomando, chiamiamolo diritto. Rivendichiamolo come diritto, perché l’utero è mio e me lo gestisco io. E ora, se non siete troppo delicati di stomaco, guardatevi questo filmato

barbara

QUELLE ORRENDE STRAGI IN AMERICA

per colpa del libero commercio delle armi.

La California: al primo posto nel porre limiti alle armi, sempre al primo posto nelle sparatorie di massa – Breitbart News

Un rapporto dell’FBI sugli “incidenti con le sparatorie” nel 2021 mostra che la California è lo Stato al primo posto per tali incidenti, 6 in totale

La California è al primo posto per quanto riguarda le restrizioni sulle armi, come ha osservato Everytown for Gun Safety, un’organizzazione affiliata a Mike Bloomberg.
Secondo l’FBI, nel 2021 si sono verificate 61 sparatorie con “tiratori attivi” in tutti gli Stati Uniti (un aumento di oltre il 50% rispetto all’anno precedente) e 12 di esse rispondevano alla definizione di “omicidi di massa“.
L’FBI definisce un “tiratore attivo” come uno o più individui attivamente impegnati ad uccidere o a tentare di uccidere persone in un’area popolata. La definizione implica l’uso di un’arma da fuoco da parte del tiratore. L’aspetto “attivo” della definizione implica intrinsecamente la natura continua di un incidente, e quindi la possibilità che la risposta influisca sull’esito, mentre un “omicidio di massa” viene definito come tre o più uccisioni in un singolo incidente.
La California ha guidato la classifica della nazione con 6 sparatorie di massa su 12. Sin dal 1982, la California ha registrato il maggior numero di sparatorie di massa, 20, rispetto al secondo posto della lista, la Florida, con 12.
La California però dispone di controlli universali sui precedenti, di un divieto sulle c.d. “armi d’assalto”, di un divieto sui caricatori ad alta capacità di proiettili, di un periodo di attesa di 10 giorni per l’acquisto di armi, di una una legge c.d. “Red Flag” che prevede il sequestro temporaneo delle armi da fuoco di una persona che si ritiene possa rappresentare un pericolo per gli altri o per se stessa, di requisiti per la registrazione delle armi, di un requisito di “giusta causa” per il rilascio di un permesso per il porto d’armi, di un divieto di portare un’arma in un campus universitario anche per autodifesa, di un divieto per gli insegnanti di introdurre armi da fuco nei campus per la difesa propria personale e della classe, di un requisito di controllo sui precedenti anche per l’acquisto delle munizioni e di un limite al numero di armi che un cittadino rispettoso della legge possa acquistare mensilmente, tra gli altri controlli. Inoltre, l’acquisto di munizioni è consentito solo se effettuato tramite un fornitore approvato dallo Stato.
Per confronto, in Wyoming, che dispone di un “Constitutional Carry” che consente di portare liberamente con sé le proprie armi, non c’è alcuna violenza con le armi da fuoco.

BreitbartNews.com, qui.

Sarebbe quindi ora di smetterla di scambiare leggende e utopie con la realtà: non fa bene a nessuno.
Aggiungo questo articolo di Giulio Meotti, che condivido totalmente.

Contro il male c’è solo un uomo buono con un fucile

L’unica notizia positiva nella strage di Uvalde è un padre di famiglia che si stava tagliando i capelli e quando ha saputo dell’attacco ha preso l’arma del barbiere ed è corso a salvare i bambini

Jacob Albarado al centro in camicia e con il fucile davanti alla scuola di Uvalde

“Uvalde è uno dei più grandi scandali delle forze dell’ordine nella storia degli Stati Uniti”. Così la veterana del giornalismo americano Peggy Noonan sul Wall Street Journal racconta quanto è successo nella scuola elementare in Texas teatro dell’ultima strage. “I bambini, alcuni già uccisi, altri no, erano rimasti intrappolati nelle aule e 19 poliziotti si erano radunati appena fuori. L’attacco è durato così a lungo, hanno detto i testimoni, che l’uomo armato ha avuto il tempo di schernire le vittime prima di ucciderle. Gli studenti chiamavano i servizi di emergenza e chiedevano aiuto. Gli agenti non si sono mossi per un’ora. Un popolo che ama parlare all’infinito di sensibilità, ma non è abbastanza sensibile da salvare i bambini dall’altra parte della porta. Mio Dio, non ho mai visto un paese così bisognoso di un eroe”.
Gli attacchi politici e ideologici alla polizia in questi due anni (“razzismo sistemico”, “uso brutale della forza” etc..) dal caso George Floyd l’hanno forse paralizzata? Una domanda che molti si stanno facendo.
Alla scuola di Uvalde, in Texas, la polizia era paralizzata mentre l’assassino Salvador Ramos era dentro la scuola. L’unica notizia positiva quella mattina è arrivata da un agente della polizia di frontiera in pensione, Jacob Albarado, che in quel momento si trovava dal barbiere. “C’è un tiratore attivo. Aiuto. Ti amo”, gli ha scritto la moglie insegnante dentro la scuola. “Ho chiesto al mio barbiere se avesse un’arma”, ha raccontato Jacob alla CBS News. “Mi sono comportato come un marito e un padre”. Sua moglie gli ha fatto sapere che era uscita, ma la loro figlia era ancora rinchiusa nel bagno. “Non sapevo quale bagno”, ha detto Albarado. “Dobbiamo portare i bambini fuori di qui”, ha detto Albarado agli agenti appena accorso sul posto. “Questo è il nostro momento”.
“La sola cosa necessaria per il trionfo del male è che le brave persone non facciano niente”, disse già Edmund Burke, che a differenza di Jean-Jacques Rousseau non pensava affatto che fossimo tutti buoni e che la società ci corrompe.
“La migliore difesa contro un assassino con una pistola è un difensore con una pistola”, ha scritto il Wall Street Journal, raccontando come anche nella strage alla sinagoga di Poway, in California, fu uno dei “buoni” armato a fermare lo stragista. “Una scena terrificante si è svolta in un Walmart a Springfield” racconta ancora la National Review. “Un uomo con un fucile tattico, una pistola e più di 100 cartucce è entrato. La polizia si è precipitata, ma quando sono arrivati ​​la crisi era finita. Un ex pompiere aveva estratto la sua arma e teneva l’uomo sotto tiro. Un bravo ragazzo con una pistola ha evitato una potenziale crisi”.
Lo stesso avvenne la mattina dell’11 settembre 2001, quando tutto il sistema americano collassò e le sole buone notizie arrivarono dal volo 93. Todd Beamer era un venditore di software per la Oracle con una casetta a Cranbury, nel New Jersey. L’11 settembre uscì alle cinque del mattino diretto all’aeroporto di Newark, facendo piano per non svegliare i bambini e la moglie incinta del terzo figlio. Quando gli attentatori dirottarono il suo volo, Todd chiese all’operatrice telefonica di recitare il 23esimo salmo: “Se dovessi camminare in una valle oscura…”. Poi quella frase: Let’s roll, alla carica. Todd disse let’s roll, riappese il telefono e insieme ad altri altri si avventò sui kamikaze, impedendo che l’aereo fosse lanciato sulla Casa Bianca (si schiantarono in Pennsylvania). Todd sapeva che quel giorno non ci sarebbe stato happy end. Ma nel loro sacrificio, lui e gli altri passeggeri diedero all’America un messaggio di speranza.
Akash Bashir è il primo “Servo di Dio” nella storia della Chiesa in Pakistan. Il giovane laico ha offerto la sua vita in sacrificio per salvare la vita di centinaia di cristiani all’interno della chiesa cattolica di San Giovanni nel distretto di Youhanabad a Lahore il 15 marzo 2015, bloccando un attentatore suicida e morendo con lui. Prestava servizio volontariamente nella sicurezza fuori dalla chiesa. Era in servizio al cancello della chiesa quando ha notato un uomo che cercava di entrare con una cintura esplosiva sul corpo. Akash abbracciò l’uomo, inchiodandolo a terra e tenendolo alla porta d’ingresso, vanificando il piano del terrorista di compiere un massacro di cristiani dentro la chiesa. L’attentatore suicida si è così fatto esplodere e Akash Bashir è morto con lui. Le sue ultime parole furono: “Sto per morire, ma non ti lascerò entrare”.
Sulle porte dei supermercati, dei teatri, dei cinema, dei grandi magazzini, delle scuole, delle sinagoghe e dei centri commerciali di Israele una guardia durante la Seconda Intifada fu l’ultima linea per proteggere i civili. Duecento persone che si trovavano in un supermercato a Gerusalemme devono la loro vita a Haim Smadar. Un ebreo tunisino emigrato in Israele quando aveva due anni. “Tu non entri, noi due moriremo qui”, disse Haim fermando una donna imbottita di esplosivo. Alla moglie Shoshana aveva detto: “Se un attentatore suicida volesse entrare nella mia scuola, io lo fermerei con il mio corpo”. Smadar faceva la guardia anche in una scuola. La moglie lo ricorda così: “Il suo nome era Haim ed è esattamente ciò che ha donato a così tante persone… la vita”.
Arnaud Beltrame è il tenente colonnello della gendarmeria francese che cercò di disarmare il terrorista islamico negli attacchi a Trebes e Carcassone, offrendosi come ostaggio al posto di una donna in un supermercato. Padre Jean-Baptiste, che lo conosceva, ricorda “l’importanza che Beltrame dava alla guerra spirituale che stava attraversando la Francia. La fede del jihadista gli ha ordinato di uccidere. La fede di Arnaud di salvare vite umane”. Racconta la moglie: “Ho trovato una frase scritta da lui, in cui dice che è pronto, che l’ora di Dio sarà la sua”. Beltrame ora riposa nel cimitero di Ferrals-les-Corbières, dove c’è sempre qualcuno che va a deporre fiori sotto una croce e una frase: “Chi osa vince”.
Lo scorso 27 ottobre in aula a Parigi, dove si svolgeva il processo ai terroristi che gli avevano ucciso la figlia Nathalie al teatro Bataclan di Parigi, Patrick Jardin ha detto: “C’è stato l’intervento di questo coraggioso poliziotto che a rischio della sua vita è entrato nel Bataclan e con le sole armi di servizio ha ucciso questa feccia di Samy Amimour. Colgo l’occasione per ringraziare questo poliziotto, questo eroe e condividere con lui tutta la mia ammirazione. A sei anni da questa tragedia ancora non riesco a capire come i soldati in servizio davanti al Bataclan abbiano potuto rimanere inerti alle grida di terrore e agli appelli disperati delle vittime”.
17 famiglie delle vittime hanno fatto causa allo stato francese perché otto soldati delle pattuglie antiterrorismo “Sentinelle” armati di fucili d’assalto e che si trovavano proprio fuori al Bataclan mentre all’interno si svolgeva la strage sono stati avvertiti dai superiori di non intervenire. Il fatto che questi soldati non siano intervenuti è già stato oggetto di molte discussioni, racconta Le Monde. Un brigadiere di polizia chiamato sul posto quella sera ha detto di aver chiesto ai soldati di entrare. Ma la questura ha risposto: “Negativo, non siamo in zona di guerra”. Il portavoce del governatore militare di Parigi, Guillaume Trohel, ha detto: “Quella sera la situazione era molto confusa. Prima di dare una missione a qualcuno, devi sapere cosa sta succedendo! Non puoi inviare un’unità alla cieca”. Il generale Le Ray ha invece detto: “Non è pensabile mettere in pericolo i soldati nell’ipotetica speranza di salvare altre persone. Non sono destinati a gettarsi nella bocca del lupo”.
Insomma, quella sera anche il sistema francese è collassato.
La rock band americana Eagles of Death Metal si esibiva sul palco del Bataclan quando i terroristi dell’Isis hanno sterminato 89 persone in un tiro al piccione. Per settimane, la Francia si è stretta attorno a questo gruppo di anarcoidi californiani di Palm Desert dalla barba folta, la voce arrochita dal fumo, i capelli a spazzola, i tatuaggi e la cultura da middle America, quella della frontiera, dove si gioca a testa o croce con l’esistenza. Poi, intervistato dalla tv francese iTélé, il frontman Jesse Hughes ha scioccato il pubblico di europei: “Non posso permettere che i cattivi l’abbiano vinta. La legge francese che limita le armi ha forse fermato la morte di una sola f…a persona al Bataclan? So che molte persone non saranno d’accordo con me, ma le armi possono rendere le persone uguali, o almeno così avrebbe potuto essere quella notte. Finché rimarrà anche solo una persona con una pistola, tutti dovrebbero averne una. Perché non ho mai visto morire una persona che aveva una pistola. Ho visto invece morire persone che forse avrebbero potuto vivere”. Hughes è tornato a scuotere la Francia con una intervista apparsa sul magazine Taki. “A una ragazza davanti a me hanno sparato e la testa le è esplosa”, racconta il musicista. “Avevo suoi pezzi di ossa e denti in faccia. Quando hanno sparato i primi proiettili, la gente mi ha guardato. Non avevano mai sentito un colpo di pistola in vita loro”.
In un mondo ideale nessuno dovrebbe andare in giro armato e soltanto lo stato dovrebbe gestire una crisi simile. Ma nel mondo reale, come a Uvalde, mentre venti poliziotti stavano con le mani in mano e la politica aveva fallito, un uomo buono con un’arma ha fatto la differenza. Dentro al Bataclan erano armati solo gli assassini dell’Isis e fuori l’esercito non intervenne.
La società occidentale ha bisogno di tanti Jacob Albarado, Arnaud Beltrame, Todd Beamer, Akash Bashir e Haim Smadar. Perché la civiltà è separata dall’abisso da una crosta molto sottile e ci sono uomini chiamati a proteggerla. Come in un detto del Talmud Babilonese: “Ci sono malvagi che da vivi sono come morti. Ci sono giusti che da morti sono sempre vivi”.
Giulio Meotti

Il Salmo 23, per chi non lo conoscesse, è questo

E non c’è niente da fare, quando le armi stanno da una parte sola, va sempre a finire male. Quando invece anche i buoni riescono ad averne un po’, qualcosa cambia di sicuro.

barbara

APPELLO

Faccio mio l’accorato appello di Giulio Meotti, nella speranza che venga condiviso e diffuso il più possibile.

L’Italia chieda all’Onu di creare la “Giornata internazionale contro la cristianofobia”

50 morti in una chiesa in Nigeria. Ho così deciso di lanciare una petizione a Mattarella, Draghi e Di Maio affinché portino alle Nazioni Unite il riconoscimento della persecuzione anticristiana

Dopo una nuova strage di cristiani in Nigeria (50 morti), oggi ho lanciato una petizione alle autorità italiane affinché portino alle Nazioni Unite la richiesta di riconoscimento della persecuzione anticristiana.


Al presidente della Repubblica Sergio Mattarella,

Al presidente del Consiglio Mario Draghi,

Al ministro degli Esteri Luigi Di Maio,

oggi in Nigeria decine di cristiani sono stati assassinati in un attacco a una chiesa durante la messa domenicale. Alcuni giorni prima, l’Isis aveva ucciso un gruppo di cristiani dopo averli fatti inginocchiare come in un ormai noto macabro rituale del sangue. Poi una ragazza cristiana, Deborah Samuel, è stata lapidata e il suo corpo dato alle fiamme per l’accusa di “blasfemia”. Ogni giorno nel più grande paese d’Africa si registra, infatti, una strage di cristiani in una media di 13 ogni giorno. 

Il 15 marzo, dopo la strage nelle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, l’Onu ha istituito la “Giornata internazionale per combattere l’islamofobia”. Non possiamo accettare – come cristiani, come laici e come uomini liberi – che il massacro quotidiano di cristiani in quanto cristiani, la distruzione delle loro chiese, scuole e comunità in odium fidei, non sia riconosciuto come un crimine specifico dalla comunità internazionale. 

Consideriamo soltanto alcuni attacchi alle chiese:

Sri Lanka (21 aprile 2019): domenica di Pasqua, terroristi attaccano tre chiese e hotel; 359 persone sono uccise e più di 500 ferite.

Nigeria (20 aprile 2014): domenica di Pasqua, terroristi danno alle fiamme una chiesa gremita, 150 morti.

Pakistan (27 marzo 2016): dopo le funzioni religiose della domenica di Pasqua, terroristi colpiscono un parco dove si erano ritrovati i cristiani; più di 70 morti, per lo più donne e bambini. 

Iraq (31 ottobre 2011): terroristi assaltano una chiesa a Baghdad durante il culto. 60 cristiani, tra cui donne, bambini e neonati, sono uccisi.

Nigeria (8 aprile 2012): domenica di Pasqua, bombe contro due chiese gremite; più di 50 cristiani uccisi.

Egitto (9 aprile 2017): domenica delle Palme, attacco a due chiese gremite; 45 morti.

Nigeria (25 dicembre 2011): durante le funzioni di Natale, terroristi sparano  contro tre chiese; 37 morti. 

Egitto (11 dicembre 2016): un attentato suicida in due chiese provoca la morte di 29 cristiani.

Indonesia (13 maggio 2018): attacco a tre chiese; 13 morti.

Egitto (1 gennaio 2011): terroristi colpiscono una chiesa ad Alessandria durante la messa di Capodanno; 21 cristiani uccisi. 

Filippine (27 gennaio 2019): terroristi attaccano una cattedrale; 20 morti.

Indonesia (24 dicembre 2000): durante la vigilia di Natale, terroristi sparano a diverse chiese; 18 morti.

Pakistan (15 marzo 2015): attentatori suicidi uccidono 14 cristiani in attacchi a due chiese.

Egitto (29 dicembre 2017): uomini armati musulmani sparano a una chiesa al Cairo; 9 morti.

Egitto (6 gennaio 2010): dopo la messa del Natale ortodosso, 6 cristiani sono uccisi mentre uscivano dalla chiesa.

Russia (18 febbraio 2018): attacco a una chiesa, 5 morti. 

Francia (26 luglio 2016): attacco dell’Isis a una chiesa, dove viene ucciso il sacerdote Jacques Hamel.

Soltanto in Nigeria parliamo di 60.000 cristiani uccisi tra il 2009 e il 2021,  17.500 chiese e 2.000 scuole cristiane distrutte. Numerose ong sono arrivate a denunciare apertamente un “genocidio” dei cristiani. 

Se un solo orrendo attacco a una moschea, che ha causato la morte di 51 musulmani, è stato sufficiente perché le Nazioni Unite istituissero una “giornata internazionale per combattere l’islamofobia”, perché così tanti attacchi alle chiese, che hanno spezzato migliaia di vite cristiane, non sono bastate all’Onu per istituire una “Giornata internazionale per combattere la cristianofobia”?

Le autorità italiane devono subito farsi carico alle Nazioni Uniti di riconoscere la “Giornata internazionale per combattere la cristianofobia”. Per combattere un crimine, devi prima dargli un nome. 

Ne va del nostro onore come cristiani, come laici e come uomini liberi. Ne va dell’Occidente, della sua civiltà e delle sue libertà. 

Giulio Meotti 

https://www.change.org/p/l-italia-chieda-all-onu-la-giornata-internazionale-contro-la-cristianofobia

Io il mio dovere l’ho fatto: adesso tocca a voi. Anche se, devo dire, le “giornate mondiali” non mi entusiasmano per niente e le abolirei volentieri tutte dalla prima all’ultima; d’altra parte se c’è una cosa oscena come la giornata contro l’islamofobia, ossia contro la sana diffidenza nei confronti di una religione che ordina di uccidere gli infedeli e che di fatto li uccide indiscriminatamente – ed è l’unica, da quasi quattrocento anni, che uccide per motivi religiosi – ossia di qualcuno che tutto è tranne che vittima, mi sembra giusto che almeno abbia qualcosa di analogo anche chi è vittima davvero.

barbara

ANCHE QUESTE, A MODO LORO, SONO GUERRE

Solo che nessuno (quasi) ne parla.

Gli emiri si sono comprati il calcio europeo e lo usano per far vincere l’Islam

Un rapporto rivela: i regimi arabi sfruttano gli acquisti faraonici (grazie al gas e petrolio che implora l’Europa) per la causa musulmana. Ci stanno riuscendo (chiedere a Macron e Sarkozy sul Qatar)

Il Newcastle è di proprietà dell’Arabia Saudita. Il Paris Saint Germain è del Qatar. Il Manchester City è degli Emirati Arabi, come il Girona spagnolo, la francese Troyes e la belga Lommel. Il Wigan inglese è del Bahrain. Lo Sheffield United è sempre dell’Arabia Saudita, come la belga Beerschot, l’Almeria spagnola e il francese Chateauroux. Gli Emirati Arabi ora vogliono comprarsi anche il Milan attraverso la InvestCorp.
A cosa servono tutte queste squadre di calcio agli sceicchi e agli emiri? Lo racconta un dossier dell’Atlantic Council. Non è una banale storia di calcio, ma una straordinaria operazione politica, economica e religiosa.
Le dittature arabe hanno capito che il linguaggio sportivo è il più potente mezzo per sedurre il pubblico occidentale. E così l’Arabia Saudita, che è il più grande finanziatore di estremismo islamico in Inghilterra secondo un rapporto, ha visto bene di comprare il Newcastle, il cui presidente è anche il capo della Saudi Aramco, che con 2.430 miliardi di dollari è appena diventata l’azienda pubblica di maggior valore al mondo (la guerra in Ucraina e la crisi energetica è stata una manna per i regimi islamici), Yasir Othman Al-Rumayyan. Il Newcastle è la squadra di calcio più ricca del mondo, ma l’ultima volta che ha vinto il campionato di calcio fu nel 1927. Perché degli sceicchi sauditi dovrebbero spendere 300 milioni di sterline per una squadra di livello così basso?
Emirates, Etihad Airways e Qatar Airways hanno tutte importanti accordi con le squadre di calcio europee del valore di centinaia di milioni di dollari. Gli investimenti mirano a rafforzare i legami dei regimi arabi con le reti commerciali in Occidente. Qatar Airways ha molte partnership con tante squadre di calcio, in particolare il Barcellona, mentre l’affare di Emirates con l’Arsenal dimostra i vantaggi delle partnership tra club di calcio e la compagnia araba, che ha visto il valore triplicare in dieci anni. Il Qatar ospiterà la Coppa del Mondo del 2022, che dovrebbe veder arrivare 1,2 milioni di turisti.
A parte i vantaggi economici, il calcio è un veicolo senza uguali per attuare il “cambiamento sociale”, come la popolarità del calciatore egiziano Mo Salah del Liverpool contro l’“islamofobia” e le immagini di Karim Benzema che promuove i pellegrinaggi alla Mecca.
Il Paris Saint Germain è stata appena travolta da un caso imbarazzante: Idrissa Gana Gueye, centrocampista di nazionalità senegalese, si è rifiutato di scendere in campo per la Giornata mondiale contro l’omofobia. Ma la stampa si è guardata bene dal ricordare la fede islamica del giocatore. Come si è guardato bene David Beckham, ambasciatore dei mondiali del Qatar e icona Lgbt, dal criticare il fatto che nell’emirato è illegale essere gay. Da poco è uscita la notizia che Beckham ha firmato un contratto di 178 milioni con il Qatar.
El Mundo ha denunciato l’operazione con cui la famiglia reale del Bahrain ha acquistato la squadra di Cordoba. E Der Spiegel ha appena dimostrato che Khaaldoon Al Mubarak, presidente del Manchester City e primo ministro di Abu Dhabi, ha spostato ingenti somme di denaro controllate dal governo direttamente sui conti del club inglese.
Migliaia di fan del Newcastle hanno celebrato l’acquisizione saudita, sventolando bandiere saudite e indossando abiti arabi. Se non bastasse, la nuova maglia ufficiale della squadra inglese è praticamente identica a quella della nazionale saudita.
L’entusiasmo dei fan è presto spiegato: il Manchester City degli Emirati Arabi e il Paris Saint Germain del Qatar hanno vinto dodici scudetti sotto la loro proprietà nell’ultimo decennio. L’Arabia Saudita spende senza ritegno per ospitare partite come la Super Coppa spagnola fra Real Madrid e Barcellona. “In dieci anni il Qatar ha investito più di 1,5 miliardi di euro nel Paris Saint Germain”, racconta una inchiesta di L’Express. “La squadra aveva vinto solo due titoli di campioni di Francia in quarant’anni, ora ne ha otto”. E dopo l’acquisizione del Paris Saint Germain, il Qatar ha annunciato 50 milioni di euro destinati a “progetti educativi” (leggi, islamici) nelle banlieue parigine (Mbappé è l’“eroe della banlieue”). L’obiettivo del Qatar, ha detto Georges Malbrunot, autore del libro Nos très chers émirs, è “prendere il controllo dell’Islam francese”. I nostri cari emiri…
Intanto, questi club arabizzati tessono le relazioni politiche. Per evitare che la stella del calcio francese Kylian Mbappé traslocasse al Real Madrid sono appena intervenuti il presidente francese Emmanuel Macron e l’ex presidente Nicholas Sarkozy. “Macron d’Arabia”, che a Doha ha firmato contratti per 12 miliardi di euro con il Qatar.
“Senza l’intervento dell’ultim’ora di Sarkozy su Michel Platini, il Qatar non avrebbe mai avuto i Mondiali, Turchia,Grecia,è la prima volta che un intervento politico cambia una grande decisione nel mondo del calcio“. Queste sono le dichiarazioni di Sepp Blatter, rilasciate a Le Monde. L’elvetico, ex presidente della Fifa, ha lanciato un durissimo attacco alla gestione di Platini relativamente all’assegnazione dei Mondiali 2022 e al ruolo di Sarkozy e del Qatar.
Ma andiamo per ordine.
Nel 2011 il Qatar acquista la squadra di calcio francese grazie all’intervento dell’allora presidente Sarkozy. L’acquisizione, da parte del Qatar, di proprietà statale, è seguita a un pranzo all’Eliseo fra Sarkozy, Platini e la famiglia reale del Qatar. Platini ha rivelato che Sarkozy voleva che i qatarioti acquistassero il Paris Saint Germain. Al figlio di Platini, Laurent, è stato offerto il lavoro come amministratore delegato di Burrda, la società di abbigliamento sportivo del Qatar.
Il 2011 è anche l’anno delle “primavere arabe”. La Francia di Sarkozy, per interessi petroliferi e politici, dichiara guerra alla Libia di Gheddafi. Il Qatar – attraverso Al-Jazeera – si vedrà riconoscere il ruolo nella “creazione di un ambiente propizio alla Primavera araba”, appoggiando gli islamisti per rimpiazzare i regimi laici in Tunisia, in Libia e in Egitto. Sarkozy avrebbe poi lavorato a favore dei Mondiali del Qatar. Calcio, politica, Islam…Non è tutto abbastanza chiaro?
Ora ne emerge un’altra. L’ufficio a Downing Street del premier inglese Boris Johnson sta impedendo al quotidiano The Mail on Sunday di vedere la corrispondenza relativa alla vendita per 305 milioni di sterline del Newcastle al fondo sovrano saudita. “La divulgazione di informazioni potrebbe minare il ruolo del Regno Unito in Medio Oriente. Se vogliamo continuare a svolgere un ruolo di influenza, allora le nostre relazioni bilaterali devono essere protette”. Il principe saudita Mohammed Bin Salman ha contattato personalmente Johnson nel giugno 2020, avvertendolo che le relazioni anglo-saudite sarebbero state danneggiate se non fosse stata approvata la vendita della squadra di calcio. Guarda caso, nel pieno della guerra in Ucraina Boris Johnson è volato in Arabia Saudita per firmare nuovi contratti petroliferi. E non soltanto petrolio.
L’emiro di Dubai che possiede il Manchester City è stato a lungo uno dei maggiori azionisti della mega banca inglese Barclays con quattro miliardi di sterline, la banca più grande del Regno Unito. L’emiro, Mansour bin Zayed al-Nahyan, nel 2008 salvò la Barclays dalla crisi finanziaria. La stessa banca che da anni spinge per gli “sharia bond”, la finanza islamica? Fu il premier David Cameron a lanciare la candidatura di Londra a “capitale della finanza islamica in Occidente”, con l’annuncio del primo bond islamico, o sukuk, emesso da un paese non musulmano. “Voglio Londra al fianco di Dubai e Kuala Lumpur come una delle grandi capitali della finanza islamica in tutto il mondo”, disse Cameron. O come ha detto l’ex sindaco della City, Roger Gifford, “la finanza islamica dovrebbe essere britannica come il fish and chips, o come il cielo grigio di Londra”. Il governo britannico ha di recente emesso obbligazioni sovrane conformi alla sharia (la legge islamica) per un valore di 500 milioni di sterline, sette anni da quando è entrato nella storia come il primo paese al di fuori del mondo musulmano a emettere un sukuk sovrano.
Calcio, politica, Islam, affari…Non è tutto abbastanza chiaro?
Dopo la cerimonia del dodicesimo Dubai Globe Soccer Awards, che si è svolto il 27 dicembre 2021, stelle del calcio come Robert Lewandowski, Kylian Mbappé e Cristiano Ronaldo hanno pubblicato foto al Burj Khalifa sui social ed espresso la loro gratitudine nei confronti di Dubai (Ronaldo, che ha l’account Instagram più seguito al mondo con 419 milioni di follower, ha ringraziato Dubai in un post e ha scattato una foto con il principe ereditario).
Lo si è visto alla cerimonia di premiazione del Mondiale per club in Qatar. Hamad bin Khalifa Al Thani, fratello dello sceicco regnante e presidente del comitato olimpico, ignora completamente le assistenti brasiliane Edina Alves Batista e Neuza Back. Nel video si vede il presidente della Fifa, Gianni Infantino, istruire la squadra arbitrale femminile a non dare fastidio allo sceicco ed evitare contatti. Tre arbitri uomini avanzano verso Infantino, che dà loro una medaglia e scambia una stretta di mano. Poi vanno dallo sceicco, che li saluta. Arriva il turno delle due donne. Mentre ricevono le medaglie, Infantino sosta a parlare con loro e poi sfilano davanti allo sceicco senza alcuno scambio. 

Quando il Real Madrid è stato acquistato dagli sceicchi di Abu Dhabi si è piegato alla richiesta della Banca nazionale degli emirati affinché rimuovesse la croce posta in cima al suo storico stemma. Gli sceicchi non gradivano. Sui campi da gioco è sempre più comune vedere giocatori che ringraziano Allah. E la serie A tedesca ha appena permesso ai giocatori musulmani di interrompere il digiuno per il Ramadan e dissetarsi al tramonto durante una partita, interrompendola.
La polizia inglese ha deciso di indagare uno striscione dei fan del Newcastle che protestava contro la recente acquisizione del club da parte dei sauditi. Mostra un uomo vestito alla saudita che brandisce una spada insanguinata e che sta per decapitare una gazza, mentre i tifosi in sottofondo cantano: “Abbiamo riavuto il nostro club”. Lo striscione poi elenca i reati di cui il regime saudita è accusato da tutti i gruppi per i diritti umani: terrorismo, decapitazioni, violazioni dei diritti civili, omicidio, censura e persecuzione.
Le Figaro ha raccontato una straordinaria serata: “Decine di ospiti si sono affollati in Place de l’Étoile, all’hotel Landolfo Carcano, sede dell’ambasciata del Qatar. Nelle sale dai pannelli dorati con mosaici e affreschi, Sua Eccellenza Mohamed al-Kuwari ha insignito il vignettista Jean Plantu e Amirouche Laïdi, presidente del club Averroes, del premio ‘Doha Arab Cultural Capital’. L’ambasciatore ha premiato André Miquel (famoso arabista del Collège de France), Dominique Baudis (scrittore), Bernard Noël (famoso critico d’arte) e il poeta Adonis. Dall’ex ministro della Cultura Jack Lang al fondatore del Nouvel Observateur Jean Daniel, tutti se ne sono andati con un assegno di 10.000 euro…”.
Ma non sono tutti come gli intellettuali francesi. “Bastano 225.000 euro per comprare un famoso intellettuale e mostrarne il nome come un trofeo?”, si è chiesto lo Spiegel dopo che il più importante filosofo tedesco, Jürgen Habermas, avrebbe dovuto ricevere lo “Sheikh Zayed Book Award”, uno dei premi per autori più ricchi al mondo. Il patrono è Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e sovrano degli Emirati. Alla fine, Habermas ha rifiutato. Ma nessuno oggi legge quasi più, mentre tutti guardano il calcio in tv.
E così, questi orrendi regimi basati sulla sharia comprano i migliori club a prezzi che soltanto loro possono permettersi grazie al gas e al petrolio di cui l’Europa ha bisogno, si ripuliscono l’immagine all’interno e promuovono l’immagine dell’Islam in Europa. E dovrebbe preoccuparci. Perché se la palla da calcio è notoriamente tonda, la terra secondo molti predicatori islamici è piatta e non gira intorno al sole.
Giulio Meotti

E quando saranno arrivati a comprarsi un numero sufficiente di squadre (oltre a immobili, grandi magazzini eccetera in tutte le capitali e grandi città europee, arriverà la sharia obbligatoria per tutti, come lo è già di fatto in moltissimi quartieri di tante città.
Nel frattempo la Turchia sta diventando (o dovrei dire RIdiventando?) sempre più aggressiva nei confronti della Grecia, che in teoria sarebbe un Paese NATO ma non gliene frega niente a nessuno, oltre che dell’Unione Europea, e già si è visto quanto bene le ha fatto.
E già che ci siamo parliamo un momento anche della giornalista di Al Jazeera della cui morte viene come sempre data la colpa a Israele, e peccato che i palestinesi abbiano rifiutato la proposta di un’indagine congiunta, abbiano rifiutato di consegnare il proiettile perché si potesse determinare senza possibilità di dubbio a quale parte appartenesse, abbiano rifiutato l’autopsia che avrebbe permesso di stabilire da dove provenisse il proiettile.

barbara

E TORNIAMO A PARLARE DELLA GUERRA

Tv e giornali e politici e Vaticano e umanitaristi: gli Armeni sono decapitati dai vostri nuovi “amici”

L’Italia a Baku per il gas. Al governo nessuno fiata sulla “Bucha armena”, civili e soldati Armeni fatti a pezzi dai soldati Azeri, tutto ripreso in video che nessuno ha avuto il coraggio di mostrare

“Sono lieto di annunciare che oggi gettiamo le basi per un ulteriore rafforzamento della cooperazione fra Italia e Azerbaijan, che auspico conduca a un ulteriore consolidamento del nostro partenariato economico e commerciale”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in visita a Baku (l’Azerbaijan ha anche annunciato l’apertura di “centri culturali azeri” in Italia). 10 miliardi: tanto vale l’interscambio fra Azerbaijan e Italia. Di Maio ha anche siglato la nascita di una università italo-azera a Baku. Poi il nostro capo della diplomazia è intervenuto su Bucha: “Crimini di guerra, la Corte penale internazionale li punirà”. In attesa che si faccia luce su quanto successo in questa piccola città dell’Ucraina, l’indignazione è d’obbligo. Ma gli Armeni decapitati non hanno meritato un secondo e una riga sulle nostre tv e giornali per aver subito lo stesso. Paolo Mieli sul Corriere della Sera di oggi critica il presidente ucraino Zelensky per aver evocato un “genocidio”. Non so se sia un termine adatto, ma so che c’è un popolo, quello Armeno, che un genocidio lo ha davvero subito, il primo del Novecento, e che continua a subire nell’indifferenza europea. Ma se ad esempio il presidente francese Emmanuel Macron il 9 marzo annunciava un “sostegno incrollabile all’Armenia”, nessuna alta carica italiana ha mai fatto menzione del piccolo stato cristiano nel Caucaso.
Anche senza evocare la sproporzione di perdite militari (1.300 soldati ucraini caduti su 40 milioni di abitanti contro 3.800 soldati armeni caduti su 2.9 milioni di abitanti), restiamo all’orrore per i civili. Mentre l’Italia negoziava a Baku, l’Armenia diffondeva un rapporto: “Ci sono ancora 187 soldati armeni e 21 civili armeni dispersi, mentre l’Azerbaigian tiene ancora 38 armeni prigionieri di guerra, tre dei quali civili”. Sappiamo anche che i soldati azeri hanno ucciso 19 soldati e civili armeni dopo la fine delle ostilità, quando erano loro prigionieri, protetti dalla Convenzione di Ginevra. Abbiamo anche i nomi dei morti ammazzati.
Eppure, tv e giornali potevano vedere tutti i video degli anziani armeni decapitati dalle forze azere nel Nagorno-Karabakh. Decapitati da uomini in uniforme delle forze azere, non bande o miliziani no, ma dall’esercito regolare. “È così che ci vendichiamo, tagliando le teste”, dice un soldato azero fuori campo. Genadi Petrosyan, 69 anni, non voleva lasciare il villaggio mentre le forze azere si avvicinavano. Come Yuri Asryan, 82enne che si era rifiutato di lasciare il villaggio. Nessuno conosce il nome di Victoria Gevorkyan, una bambina armena di 9 anni prima vittima della seconda guerra lanciata dall’Azerbaijan.
Abbiamo orrore dei mercenari usati da Vladimir Putin nella guerra in Ucraina, ma non dei mercenari di Recep Tayip Erdogan nella stessa guerra. Gli stessi mercenari che turchi e azeri avevano chiamato per uccidere gli armeni nel Karabakh, come ha appena raccontato Armenpress: “La Turchia ha inviato 2.000 militanti siriani rimasti nel Nagorno Karabakh dopo aver combattuto per l’Azerbaigian contro le forze armene in Ucraina per combattere contro la Russia”.
In una pagina sono raccolti video atroci realizzati dagli stessi soldati azeri contro gli armeni, civili e militari: un giovane armeno decapitato e i soldati azeri che ridono, esultano e celebrano mentre uno di loro usa un coltellaccio da cucina per tagliargli la gola; un anziano armeno che implora per la vita, mentre un soldato azero lo tiene e gli taglia la gola; soldati azeri che trascinano civili armeni fuori dalle case sul marciapiede e poi li uccidono; soldati azeri che mutilano i soldati armeni, tagliando loro parti del corpo; soldati azeri che bruciano il corpo di un armeno. E così via, di orrore in orrore.
Impossibile dimenticare che quando nel 1988 in Armenia un terremoto fece 25.000 morti, in Azerbaijan ci furono feste e danze di giubilo per ringraziare Allah di aver colpito i vicini “infedeli”.
Una delle vittime armene dei soldati azeri si chiamava Alvard Tovmasyan, disabile che soffriva di malattie mentali. I parenti hanno identificato il suo corpo nel cortile della sua casa a Karin Tak, un villaggio dell’Artsakh. Suo fratello Samvel l’ha riconosciuta dai vestiti. Piedi, mani e orecchie di Tomasyan erano stati tagliati.

Il presidente azero decora Ramil Safarov, l’ufficiale azero che a Budapest a un corso di inglese della Nato ha decapitato Gurgen Margaryan, un altro partecipante, mentre dormiva. Il movente? “Margaryan era armeno”. (NOTA: sotto la pecetta bianca c’è la testa mozzata dell’armeno tenuta per le orecchie)

Le Monde rivela di un’altra dozzina di video che mostrano scene che vanno da calci in faccia a civili armeni coscienti ad accoltellamenti in faccia a cadaveri con l’uniforme armena. La BBC ha il video di altri due civili armeni uccisi a sangue freddo. Come Valera Khalapyan e sua moglie Razmela, assassinati nella loro casa dai soldati azeri, che poi hanno tagliato loro le orecchie. Uccisi come “cani” (il dittatore azero Alyev così chiama gli armeni) dai soldati azeri non in tempo di guerra, ma di “pace”.
Eppure, il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, ha stretto un accordo con la Fondazione Aliev. Il Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, aveva già consegnato al primo Vicepresidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Mehriban Alieva, che è anche la moglie del dittatore azero, il nastro con la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza ecclesiastica a un non cattolico. Nel 2013, Ravasi era andato a Baku per organizzare una mostra di arte aver nei Musei Vaticani.
Ieri il ministro degli Esteri dell’Ucraina ha chiesto all’Unesco di espellere la Russia perché in questa guerra una ventina di chiese sono state colpite e danneggiate. Richiesta che è molto facile che venga accolta. Peccato, ancora una volta, per il doppio standard. “Conoscete la chiesa di Santa Maria a Jibrail? È improbabile che l’abbiate visitata in passato, ma non potrete più farlo: è stata completamente rasa al suolo dagli azeri”, scrive su La Croix Nathalie Loiseau, ex ministro degli Affari europei francese. “Siete mai stati a Shushi? Se i vostri passi vi portano lì, non troverete più la Chiesa Verde, profanata e distrutta, come la Cattedrale di San Salvatore che è stata bombardata. A Mataghis, la chiesa di San Yeghishe è stata vandalizzata. Ogni giorno, lapidi, statue e cimiteri armeni vengono demoliti”. Loiseau ha lanciato un appello: “Faccio appello ai presidenti del ‘gruppo di Minsk’, Francia, Stati Uniti e Russia, affinché intervengano con l’Azerbaigian. Faccio appello all’Unione europea affinché ottenga da Baku chiare assicurazioni che il patrimonio culturale armeno sarà preservato. Faccio appello all’Unesco…Non lasciamo che le chiese armene siano distrutte”. Se non fosse che l’Azerbaigian ha ipotecato l’Unesco. Nel 2004 alla vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva (e moglie del presidente Ilham Aliyev) è stato dato il titolo di Ambasciatore di buona volontà dell’Unesco, una posizione che organizzazioni come il Centro europeo per la libertà di stampa e dei media hanno chiesto l’Unesco di ritirare. L’Unesco, a corto di denaro, quando ha perso il 22 per cento del suo budget l’Azerbaigian gli ha dato un contributo di 5 milioni di dollari. Nessun paese europeo, mentre gli Azeri distruggevano le chiese armene, si sono mai sognati di chiedere di cacciarli dall’Unesco.
E la pulizia etnica degli Armeni, la distruzione delle loro chiese e cimiteri quindi della loro memoria, le stragi di civili inermi, hanno avuto il risultato sperato: l’Armenia potrebbe essere sul punto di cedere quel che resta del Karabakh, incapace di difenderlo dall’Azerbaijan.
Non una sola trasmissione televisiva in 44 giorni di guerra contro gli armeni. Non un solo fotogramma apparso sui grandi quotidiani. Non un solo appello della società civile, degli scrittori, dei politici, degli intellettuali, di tutti quelli che si abbeverano ai report di Amnesty International. Eppure ce ne erano. “Ci sono voluti quattro giorni per bandire la Russia dalle principali competizioni sportive, mentre i leader occidentali hanno assistito con gioia al campionato europeo a Baku, quando centinaia di prigionieri di guerra armeni erano ancora detenuti illegalmente e spesso torturati”, scrive questa settimana l’Armenian Spectator. Un doppio standard che si spiega forse con il fatto che “l’Armenia è un paese di 3 milioni di abitanti e ha un Pil simile al Madagascar, di contro l’Azerbaijan è uno dei principali fornitori di idrocarburi in Europa”.
Da qui la totale impunità denunciata da Simon Maghakyan su Time Magazine sempre di questa settimana: “Aliyev ha completato la cancellazione di 28.000 monumenti armeni medievali a Nakhichevan, che avrebbero dovuto essere protetti dall’Unesco ma che secondo Aliyev non sono mai esistiti. Ha promosso un ufficiale azero che aveva ucciso il suo compagno di classe armeno addormentato durante un addestramento della Nato in Ungheria. Akram Aylisli, un tempo l’autore più venerato dell’Azerbaigian, ora vive agli arresti domiciliari per aver scritto un romanzo che commemora l’antichità armena del suo luogo di nascita. I cimiteri armeni recentemente occupati dall’Azerbaigian sono demoliti. Lo scorso marzo, quando il giornalista italiano Claudio Locatelli ha intervistato un soldato azero volontario in Ucraina, quello che Aliyev chiama ‘il modello azero di multiculturalismo’ è stato in piena mostra. ‘Siamo tutti fratelli: musulmani, ebrei, cristiani’, si vantava il soldato. Ma quando gli è stato chiesto degli armeni, ha detto ‘sono peggio degli animali’. Ma tale politica richiede una tacita approvazione internazionale sotto forma di un silenzio quasi universale”.
E quel silenzio glielo abbiamo garantito a dovere. Io invece non sono disposto, in nome della guerra politica, morale ed economica alla Russia, a lasciare che il nostro silenzio, le nostre complicità e le nostre collusioni morali ed economiche ci facciano accettare la guerra di annientamento e di logoramento di 100 milioni di turchi e azeri con cui stanno cancellando uno dei due piccoli paesi che mi stanno a cuore (oltre a Israele): la piccola Armenia. Un paese, come l’Ucraina, che è stato terra di confine tra civiltà diverse, fra alterne vicende e aspri conflitti e che dovettero spesso protettorati, invasioni e devastazioni.
I “massacri hamidiani” contro gli armeni iniziarono alla fine del 1894 e si protrassero fino all’estate del 1896. Il sultano Abdul Hamid decise di dare al problema armeno una “soluzione finale”. Un testimone oculare, l’ambasciatore Alberto Pansa, ci ha lasciato una descrizione terrificante: “Gli armeni non si difendono: per le strade quando si trovano davanti al turco si buttano in ginocchio: queste bande armate di un grosso bastone con una punta ferrata con la quale colpiscono alla testa l’armeno che cade insanguinato, passano delle carrette che raccolgono cadaveri, li buttano accatastati su tali carri, il sangue cola ed i cani seguono questo lugubre carro leccando il sangue. Arrivano al Bosforo e ve li buttano. Questo barbaro massacro continua per tre giorni per ordine del sultano che vuol sterminare gli armeni”. Solo in quell’occasione furono trucidati a Costantinopoli migliaia di armeni. Grande fu il lavoro della Conferenza degli ambasciatori per cercare, inutilmente, di far cessare i massacri. L’Italia vi era rappresentata da Pansa, piemontese. Ospitò nell’ambasciata e nei consolati moltissimi armeni, si aggirò per le strade allo scopo di salvarne altri, tanto che per il suo coraggio venne decorato al valor civile. Saverio Fera, presidente del Comitato “Pro Armenia”, disse che occorreva cacciare il “turco dall’Europa” e sostituire l’impero ottomano con una confederazione di popoli liberi. Al tempo l’Italia aveva ancora coraggio. Il presidente del Consiglio Crispi spedì ai Dardanelli due corazzate, la “Umberto I” e la “Andrea Doria”. Crispi ordinò di mettersi a disposizione del comandante inglese, che venne informato che l’Italia aveva pronto un corpo di 50.000 soldati per l’attacco ai Turchi. Ma gli Armeni alla fine vennero abbandonati a se stessi.
Oggi non saremmo neanche più in grado di pronunciare le parole di Francesco Crispi alla notizia dei primi massacri di armeni: “L’Italia ha dei doveri speciali verso gli armeni, la cui cultura intellettuale e religiosa ha in Italia radici più estese e più profonde che in qualsiasi altro Paese d’Europa”.
Oggi la nostra pusillanimità non è neanche più celata.
Giulio Meotti

E sempre più appare evidente che i filo ucraini – o, per meglio dire, filozelenskiani, talmente affascinati dal guitto (che compare unicamente con l’abito di scena, ossia la maglietta verde militare: deve averne ordinato uno stock di 180 capi per fronteggiare i primi sei mesi di guerra) da avere cominciato a chiamarlo eroe fin dal primo giorno di guerra, esattamente come a suo tempo veniva dai suoi fans chiamato eroe il terrorista Arafat, e non a caso qualche mente geniale ha pensato bene di proporre anche lui per il Nobel per la pace – sono esattamente come i filo palestinesi: del popolo “invaso”, del popolo “oppresso”, del popolo “martire” non gliene frega una cippa, il loro unico motore è l’odio: odio per Israele gli uni, odio per la Russia gli altri. L’importante, per avere sostenitori, è scegliersi il nemico giusto: tirare missili su Israele, rapire israeliani, massacrare israeliani, guardandosi bene dal rispettare gli accordi firmati, e appena Israele reagisce ecco scatenarsi il latrato dei cani rabbiosi e la pioggia di miliardi ai poveri palestinesi vittime dell’oppressore; bombardare massacrare bruciare vivi i russi, guardandosi bene dal rispettare gli accordi firmati, e appena la Russia reagisce ecco scatenarsi il latrato dei cani rabbiosi e la pioggia di miliardi e di armi (oltre a tutti i miliardi e a tutte le armi piovute negli ultimi anni) ai poveri ucraini vittime dell’invasore. E tutte le altre vittime del mondo che si sono scelte i nemici sbagliati, si fottano.

barbara