LA MOSCHEA (13/8)

La moschea si trova, naturalmente, nel settore arabo di Machpelah, rigorosamente vietato agli israeliani, e a tutti gli ebrei in generale. Noi però eravamo turisti, e naturalmente non abbiamo detto che fra noi c’erano quasi una decina di ebrei, e ci siamo andati. Nelle poche decine di metri da percorrere fra il cancello che separa il settore ebraico da quello musulmano e la scala di accesso alla moschea, siamo stati assillantemente pressati prima da un arabo dai capelli impomatati che voleva venderci a 5 euro dei braccialetti di plastica “Italia Palestina”, poi da un altro ragazzino arabo che semplicemente chiedeva soldi. Arrivati alla scala, siamo stati eruditi dalla guida locale sulla moschea, antica di quattromila anni. Forse sarà stato per i nostri incontenibili risolini, fatto sta che ha pensato bene di correggersi: cioè, l’edificio non è sempre stato una moschea, duemilacinquecento anni fa in effetti era una chiesa cristiana, ma poi, appena hanno saputo che quella era la tomba di Abramo, l’hanno subito trasformata in moschea. Finita la lezione, siamo saliti per entrare nella moschea. Naturalmente in qualunque luogo religioso è richiesto un abbigliamento adeguato; al kotel (muro del pianto), per esempio, all’ingresso del piazzale vengono offerte alle donne con spalle e braccia interamente nude delle specie di mantelline che coprono, appunto, braccia e spalle. Lì no: lì c’erano dei mantelli di un ammosciante azzurro moscio, lunghi fino ai piedi (o quasi, a seconda della statura dell’indossante – o indossanta, boldrinianamente parlando), coi bottoni per chiuderli, senza maniche in modo che braccia e mani restassero interamente coperte, e col cappuccio. Io avevo una gonna nera lunga fino al polpaccio, una giacca incolore con le maniche lunghe, chiusa fino al collo, e ho tirato fuori il cappuccio e me lo sono sistemato per bene sulla testa: pensavo che potesse bastare. E invece no, la loro tenda beduina dovevo mettermi addosso. E allora li ho mandati affanculo e me ne sono andata, però prima di andarmene mi sono tolta la giacca, lì davanti a loro all’ingresso della moschea, restando con la canotta rosso fuoco con braccia e spalle nude e una discreta scollatura, come potete vedere in questa foto col mitico Giulio Meotti
con Meotti
(in cui come al solito ho dimenticato di tirare dentro la pancia. Però anche lui). Eccheccazzo, sono entrata nelle sinagoghe mettendomi sulle spalle un foulard che mi copriva le braccia fino al gomito, e non c’è stato rabbino ortodosso, ultraortodosso, ultraextramegasuper ortodosso che abbia avuto qualcosa da ridire, e questi pretendono di inchadorarmi, a me, come se fossi una Fallaci qualsiasi?!
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Ma vaffanculo, va’. Anche Claudia e Silvana si sono rifiutate di sottomettersi alla dittatura e sono venute via con me; tutte le altre si sono lasciate incappucciare senza obiezioni.
sdr
E quindi la moschea antica di quattromila anni che ha preso il posto della chiesa cristiana antica di duemilacinquecento anni, non ve la posso raccontare. Spero che mi perdonerete, che riuscirete a elaborare e gestire la delusione senza reagire dandovi ad atti inconsulti, e soprattutto che non ci perderete troppo il sonno.

PS: va detto, a onor del vero, che Sharon, che vedete al centro, tutta ben abbottonata e con una faccia da presa per il sedere che la metà basterebbe, l’ha fatto solo per fare la foto da mandare poi su FB; subito dopo si è tolta l’infame paludamento e ha raggiunto Silvana, Claudia e me.

PPS: finita la visita, i compagni di viaggio hanno raggiunto noi quattro partigiane della guerra di liberazione, ma subito dopo è arrivato di corsa l’esperto di storia cristiana e islamica, che li aveva guidati nella visita alla moschea antica di quattromila anni che ha preso il posto della chiesa cristiana antica di duemilacinquecento anni, protestando perché la mancia era stata, a suo avviso, troppo scarsa, e chiedendo perentoriamente un supplemento.

barbara

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HEBRON PARTE TERZA (13/6)

Divisione della città, dunque: 80% ai palestinesi (H1) e 20% agli israeliani (H2). Che detta così sembrerebbe abbastanza semplice, ma quando mai le cose in Israele sono semplici? E dunque: gli israeliani in realtà non possono vivere in tutto quel 20% ma solo nel 3% mentre nel restante 17% vivono i palestinesi, con uno statuto un po’ particolare, diverso da quello vigente nella zona H1. Ma non è finita qui: gli israeliani non possono toccare un solo millimetro di quel 97% in cui vivono i palestinesi mentre questi ultimi, sia pure passando dei controlli, possono entrare nell’area israeliana. E ancora non è finita: in quel 3% di Hebron lasciato agli israeliani, vivono anche dei palestinesi, perché quelli che ci abitavano prima della divisione della città, sono rimasti a casa propria. E quando guardiamo qualche servizio alla televisione che cosa sentiamo? Hebron occupata da Israele; i coloni israeliani che assediano i palestinesi (carina, vero, questa cosa del mezzo migliaio di israeliani che assediano duecentoventimila palestinesi. Giusto a proposito: nel 1967, quando è iniziata la terribile, oppressiva, asfissiante occupazione israeliana, a Hebron vivevano circa 35.000 palestinesi; oggi sono 220.000), inenarrabili violenze inflitte dai coloni fanatici ai poveri palestinesi inermi, magari “documentate” da ridicoli fotomontaggi come questo
israel-settlers-attack-palestine-woman
(si noti, tra l’altro, l’imperturbabilità della donna araba, spalle e braccia rilassate, mentre una le strattona il velo e l’altro – incredibilmente in equilibrio col baricentro molto al di fuori dell’appoggio – la prende a calci ma senza, chissà perché, mirare al corpo della donna). La verità è l’esatto contrario: gli israeliani, nella città che hanno abitato per migliaia di anni, chiusi in un minuscolo ghetto, derubati delle proprietà che avevano regolarmente acquistato,
Hebron-Jewish-ownership
Shuhada-street-in-occupied-Hebron
ingabbiati dalle robuste sbarre che sono costretti a mettere alle finestre per difendersi dalle incursioni dei terroristi.
sdr
finestre 2
finestre 3
(grazie a Sharon e a Gabriella per le prime due foto)
L’unica limitazione per i palestinesi riguarda quella che una volta era stata Rehov David haMelech (King David Street),
king david street
ribattezzata dagli arabi Shuhada street, via dei Martiri (quelli che più ebrei ammazzano e più vergini si trombano in paradiso – rigorosamente vergini, mi raccomando, non sia mai che capiti una un po’ più smaliziata che gli dica mamma mia che ciofeca che sei): teatro di numerosi attentati e innumerevoli attacchi e continue molestie, fu infine deciso di chiudere tutti i numerosi negozi che la costeggiavano, decisione indubbiamente dolorosa, ma resa inevitabile dalla situazione, e successivamente di chiuderla al traffico;
Hebron-Shuhada-Street
vi possono accedere, a piedi, i palestinesi che vi abitano. Poi naturalmente arrivano, una volta all’anno, i soliti pro-pallisti, assetati di sangue ebreo, a manifestare per la sua riapertura.
openshuhast
Molte di queste cose ci sono state spiegate da Noam Arnon,
Noam Arnon
che ci ha guidati per l’intera visita. Ci ha fatto vedere anche gli unici resti di un’antica sinagoga
sinagoga 1
sinagoga 2
e ci ha portati sulla terrazza di un palazzo di quattro piani per regalarci una panoramica di tutta la città,
Hebron 1
Hebron 2
Hebron 3
Hebron 4
Hebron 5
Hebron 6
con vista su Machpelah,
machpelah 1
machpelah 2
di cui parlerò nel prossimo capitolo.

Penso possa essere utile vedere questo servizio (in cui vedrete anche la nostra guida di Hebron) per avere una migliore idea della situazione dal vivo.
Immensa sofferenza da una parte come dall’altra, dunque: da una parte una ragazzina pugnalata a morte nel suo letto da un palestinese entrato dalla finestra (se ne lasci una senza inferriata, è questo che succede), dall’altra il racconto di una moglie che sarebbe stata picchiata dai soldati per via di un foglio caduto, il racconto di un soldato che avrebbe rotto una bottiglia sulla faccia della bambina, con la “documentazione” del video che mostra frammenti di vetro sul davanzale (cioè, fammi capire: hai una bambina con la faccia ferita da vetri rotti, probabilmente urlante dal dolore, e tu non trovi di meglio che metterti a filmare il davanzale coi frammenti di vetro? – A proposito: come sono piccoli quei frammenti!). E poi violenza, tanta violenza, ragazzi che scagliano pietre, per esempio – e chissà a quale delle due parti apparterranno quei ragazzi…

Ancora un paio di particolari prima di chiudere. Se si cerca Hebron in google maps si trova questo
Hebron google maps
ossia il nome arabo. In wikipedia invece (se avete abbastanza stomaco leggetevi tutta questa immonda pagina), oltre a “Stato: Palestina” trovate scritto “Pericolo dal 2017”. Beh, noi siamo entrati in 26, interi, e siamo usciti in 26, interi. Poi io alla vigilia del ritorno mi sono andata a sfracellare ad Akko, perché lasciare quel posto così mostruosamente pericoloso che è lo stato di Israele senza un graffio mi pareva brutto, ma questa è un’altra storia.

POST SCRIPTUM: grazie a Sharon Nizza e a Giulio Meotti per le informazioni e le precisazioni, e a Sharon anche per la pazienza.

barbara

AGGIORNAMENTO (dopo ulteriore osservazione). Ancora qualche nota sul fotomontaggio: la mano destra del bambino e la posizione delle gambe indicano che sta cadendo; la posizione del corpo e la tensione muscolare dell’avambraccio della ragazza mostrano uno sforzo intenso, incompatibile con posizione e sforzo muscolare della situazione che si vorrebbe rappresentare. Le ombre della donna araba e dei soldati sono proiettate in avanti (metà mattina o metà pomeriggio), mentre quella della ragazza è esattamente sotto di lei (mezzogiorno).

AUSCHWITZ: QUELLA VERA E LE ALTRE

È cominciato tutto con questo post pubblicato su FB da Giulio Meotti, critico sulla scelta di accogliere i cosiddetti migranti al Memoriale della Shoah al binario 21 a Milano.

Pessima la decisione della comunitá ebraica di Milano e del Memoriale della Shoah di aderire alla campagna umanitarista sui migranti, con impliciti paragoni fra la Shoah e le carrette del mare. La stampa vive di queste storie, con titoli edificanti sui “migranti al binario 21”. È due anni, che da Emma Bonino ai ministri svedesi, ci propongono il paragone fra ebrei nella Shoah e migranti nel Mediterraneo, fino a Papa Francesco che paragona i centri per migranti ai campi di concentramento. Si poteva usare il Binario 21 di Milano per manifestazioni a favore dei cristiani perseguitati, delle yazide stuprate, di tante minoranze oppresse dagli stessi nemici del popolo ebraico, le vere vittime della destabilizzazione in corso, non certo i migranti accuditi e protetti. Quello era “onorare la memoria della Shoah”. Gli ebrei dovrebbero difenderla nel momento di massimo negazionismo e mistificazione, di cui i palestinesi fanno quotidiano abuso, anche evitando queste trappole ideologiche sentimentali. Israele lo fa, curando chiunque, onorando la memoria della Shoah ma anche difendendo confini e cultura.

Immediatamente si è scatenato il finimondo da parte dei Buoni di Professione, che hanno preso a latrare come cani rabbiosi, arrivando a dare a Meotti del fascista. Tenace come un pilastro di cemento armato e deciso come un caterpillar, Meotti ha continuato a scrivere per denunciare la vergognosa banalizzazione della Shoah – molto peggiore del negazionismo – sempre più rampante.


Come la Shoah diventa il prezzemolo ideologico per chiudere ogni discussione

 “L’immigrazione e il linguaggio della menzogna. C’è chi spaccia per nuova Shoah la gestione dei nostri confini”

Giulio Meotti

Roma. L’approccio pragmatico all’immigrazione clandestina, il “metodo Minniti”, gli accordi con la Libia e la sua guardia costiera che compie i blocchi, il faticoso tentativo di gestione dei flussi, la firma di un protocollo di intesa con le ong. Come combattere tutto questo? Manipolando il linguaggio, aumentando il peso di parole e immagini portandole a livelli impossibili da sopportare, dispiegando il paragone storico più eclatante, appellandosi all’inaudito, al mai visto. I migranti sono la “nuova Shoah”. Come ha scritto Pascal Bruckner nella “Tirannia della penitenza”, “è così che diventiamo responsabili retroattivamente degli orrori commessi dai nostri antenati o dall’umanità intera”. Non è soltanto quello che fa Roberto Saviano su Repubblica, accusando Matteo Salvini di “attirare la canaglia razzista”, una bella stimmate. E’ quello che fanno a tamburo battente media e ong. “Quello dei migranti è un Olocausto”, iniziò Furio Colombo sul Fatto Quotidiano. Famiglia Cristiana: “Nell’olocausto dei migranti che avviene quotidianamente nel Mar Mediterraneo”.
Le proteste all’hub di Bagnoli, riportate questa settimana dal Corriere della Sera, sono scandite da queste frasi: “Mettiamo fine a questo scempio da campo di concentramento”. Linkiesta ha appena chiamato gli hotspot “campi di concentramento dove mancano solo forni e Zyklon B”, il gas usato dai nazisti per sterminare gli ebrei a Birkenau. Padre Zanotelli questa settimana alla trasmissione “In Onda” su La7: “Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah”. Il Manifesto ci va giù a raffica: “Crepano nei campi di concentramento della Libia”. E ancora Guido Viale: “Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista”. E Alessandro Dal Lago, che paragona le misure sulle ong a “quando la Svizzera chiuse le frontiere agli ebrei in fuga dal nazismo”. Sempre il Fatto Quotidiano la scorsa settimana: “Campi di concentramento gestiti dal governo”. Oxfam Italia, la ong critica dell’accordo del governo Gentiloni con la Libia, parla di “veri e propri lager”. L’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati: “Hotspot? Solo lager”. Se sono “lager”, le autorità italiane e libiche sono “carnefici”.
Giorgio Pagano, presidente dell’Associazione Mediterraneo, ha appena detto: “I nostri nipoti, se continuiamo così, forse diranno quello che oggi noi diciamo dei nazisti”. La Repubblica: “L’Olocausto dei migranti”. Moni Ovadia: “La Shoah di oggi? Il Mediterraneo”. Avvenire: “Profughi, l’Europa non ripeta l’errore che fece con la Shoah”. E poi la bella gente dello spettacolo. “Shoah ieri, migranti oggi: Ute Lemper canta per gli invisibili”. A ruota il Pime, il centro missionario di Milano: “La Shoah e i profughi”. “L’Olocausto che si ripete ogni giorno”, dicono le chiese evangeliche d’Italia. E ancora i convegni promossi dalla Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, con interventi di Pietro Grasso, Laura Boldrini e Gad Lerner, uno dei quali tenuto al Binario 21 di Milano, il Memoriale della Shoah che ospita i migranti. Titolo: “L’Europa, la Shoah, la strage nel Mediterraneo”. E richiami all’untermensch, il sub-umano nazista. E’ così che si azzera il dibattito su accoglienza e controlli, diventiamo tutti nazisti, in Libia come in Italia, e un governo italiano che prova a gestire i flussi è “collaborazionista”.
E’ la prima volta che in un paese occidentale si chiude ogni discussione sull’immigrazione evocando la Shoah, tara inespiabile. E’ manicheismo: da una parte, i buoni che vogliono “fermare la Shoah” e, dall’altra, i collaborazionisti. Chi si oppone è un “bystander” da anni Quaranta. “Salvare vite umane”, costi quel che costi. Impedire il “nuovo Olocausto”. “Fuck Imrcc” dice la nave dei tedeschi Iuventa. E alla fine, nella foga, ti scappa anche “l’Olocausto palestinese”.

(Kolot, 11 agosto 2017)

E ancora il giorno dopo.


La truffa del “nuovo Olocausto”

Giudici che paragonano un centro per migranti a un lager nazista. Intellettuali alla Erri de Luca che parlano di “sterminio di massa” di migranti. Alla radice del grande inganno culturale e lessicale di chi non vuole governare l’immigrazione

di Giulio Meotti

ROMA – L’ideologia, messa in circolazione dai giornali, finisce spesso per entrare nelle sentenze dei magistrati. Ieri, la prima sezione civile del tribunale di Bari ha condannato la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno a versare un risarcimento di 30 mila euro al comune di Bari. Motivo? Il “danno all’immagine” causato dalla presenza di un “cie”, i centri di identificazione dei migranti. “Si pensi ad Auschwitz, luogo che richiama alla mente di tutti immediatamente il campo di concentramento simbolo dell’Olocausto” osserva il magistrato. “E non di certo la cittadina polacca sita nelle vicinanze”.
Dunque, secondo la magistratura un centro per migranti sfigurerebbe il territorio barese come ha fatto il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau alla cittadina polacca di Oswiecim. L’uso sbrigativo, la reiterata propensione comparativa di categorie esplosive, come “sterminio” e “genocidio”, iniziò proprio contro i cie. “Quei lager chiamati Cie”, partì MicroMega dedicandogli un dossier. Poi La Repubblica, sorella nel gruppo Espresso: “Ecco l’inferno del centro immigrati. Campo di concentramento al San Paolo”. La Repubblica sembra aver ritrovato una missione nell’immigrazione, elevandola a causa ideologica, contro il tentativo del governo Gentiloni e del ministro dell’Interno Minniti di regolare i flussi dalla Libia. Si inizia con i pezzi di cronaca, come quello dell’8 agosto: “Libia, arrivano meno migranti che così finiscono nel lager” scrive Rep. Nei confronti dei migranti si consumano “atrocità degne dei peggiori campi di sterminio del XX secolo”. Si scopre che la Kolyma non è più battuta dalle tormente siberiane, ma dalle tempeste di sabbia del deserto libico. La polacca Sobibor oggi è la libica Sabha.
Coloro che consideravano “banalizzante” e dissacrante il paragone tra i sei milioni di ebrei dello sterminio nazista con i milioni nei regimi comunisti, gli anti-comparativi di allora, si sono trasformati nei supercomparativi che ora considerano doveroso mettere sullo stesso piano la più grande tragedia della storia con i campi per migranti in Italia e in Libia. Ieri è arrivato, rilanciato su Repubblica, l’appello firmato da intellettuali, personalità e ong, dal titolo “Io preferirei dino”, accompagnato dal filo spinato di un lager. Il titolo richiama i dodici professori che si rifiutarono di firmare il giuramento Gentile al regime fascista, lo storico Gaetano De Sanctis, il chimico Giorgio Errera, l’orientalista Giorgio Levi della Vida, il filosofo Piero Martinetti e lo storico dell’arte Lionello Venturi. Sui migranti, si legge nell’appello, “è in corso un nuovo sterminio di massa”. Allora “il nostro governo non è indifferente a questa carneficina ma complice”, inviando navi per impedire ai migranti di lasciare le coste e “perseguitando” le ong, Fra i firmatari, lo scrittore Erri de Luca e il critico d’arte Tomaso Montanari, l’Arei ed Emergency, sindacalisti, Mani Ovadia, sacerdoti come Alex Zanotelli e la Comunità di San Benedetto di don Gallo, ma anche i segretari di Sinistra Italiana e Rifondazione, Nicola Fratoianni e Maurizio Acerbo, e poi Vauro (quello che a Servizio Pubblico faceva vignette sull'”Olocausto dei migranti”). E’ lo stesso Erri de Luca che vede “vernichtung”, sterminio, ovunque, tranne dove c’è stato, come nelle terre dell’Isis. De Luca ha lanciato la campagna contro “lo sterminio degli ulivi pugliesi” (che tempi quando Elie Wiesel implorava i commentatori di tutto il mondo ad astenersi dal tirare in ballo l’Olocausto persino sul Kosovo). Paragoni che diminuiscono la capacità di capire e di distinguere.
Ma a una cosa servono: riaprire le rotte, costi quel che costi. Poi uno ripensa alle vecchie edizioni di Repubblica. E si ricorda che il “lager”, prima che nei centri per migranti, il grande quotidiano lo ha visto rinascere in una caserma di Genova: “Il lager Bolzaneto”. “Bolzaneto, il lager dei Gom”. “Il lager-prigione di Bolzaneto”. “Bolzaneto, immagini dal lager”. Di questo passo la Shoah è diventata tutto e niente. In Italia si iniziò chiamandola “Giorno della memoria”, quando in tutto il mondo è la “Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto”. Si è finiti istituendo la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”.

(Il Foglio, 12 agosto 2017)

E concludo la rassegna degli interventi di Giulio Meotti con questo post pubblicato, sempre su FB, poche ore fa in cui, con la sanguigna passione di sempre, risponde agli insensati attacchi della signora politicamente corretta di turno.

Mi ero promesso di non reintervenire, visto il liquame d’odio che mi era colato addosso dopo tre brevi articoli in cui si invitava il Memoriale della Shoah di Milano che ha aperto agli immigrati a non strumentalizzare e banalizzare la memoria. Ma se un deputato della Repubblica, Milena Santerini, mi attacca (articolo sotto), si merita una risposta, non rimarrò in silenzio. Specie perchè questa professoressa e politica, citando Liliana Segre, mi paragona alla “gente perbene” che nel 1943 rimase in silenzio mentre da Milano si deportavano gli ebrei ad Auschwitz. Santerini ha almeno l’onestà di paragonare gli ebrei avviati al macello industriale ai migranti avviati alla salvezza umanitaria: “l’indifferenza degli spettatori”, dice. Quella di Santerini è una pagliacciata ideologica spacciata per buoni sentimenti, è tornaconto elettorale, è falsa coscienza, è posizionamento di comodo, è abuso della storia, della politica e delle parole. Per questa gente la memoria è un banale rito pedagogico, o peggio, un intrattenimento popolare alla Vita è bella. La stanno uccidendo la memoria. A Milano ci sono state marce con decine di migliaia di persone a favore dei migranti. Ogni giorno sulla nostra stampa si paragonano gli ebrei decimati ai migranti salvati. Averne avuti gli ebrei di tanta “indifferenza” nel 1943, mentre li portavano al crematorio di Birkenau, ai camion a gas di Belzec, ai roghi a cielo aperto di Chelmno, nelle fosse delle Einsatzgruppen. Questi onorevoli, questi custodi della memoria, non si sono mai visti quando gli ebrei saltavano in aria nei bus ad Afula, quando i missili finivano nelle loro scuole a Sderot, quando venivano sgozzati nei loro letti a Itamar, quando venivano fatti a pezzi al Dolphinarium. Nessuno di loro parla mai sul mondo arabo-islamico negazionista dell’Olocausto. Anzi, spesso il giorno dopo questi compassionevoli di professione denunciavano la “rappresaglia” di Israele, la sua “occupazione” come causa di quei bagni di sangue. Ho incontrato troppi parenti di israeliani assassinati per non provare vergogna del loro doppio standard e della loro memoria vuota che usano come una clava. All’onorevole Santerini faccio infine notare che non sono affatto “per bene”, ma proprio un “fascista”, un “razzista”, uno “xenofobo”, peggio dunque degli spettatori di allora.

Aggiungo questa breve riflessione inviata a Informazione Corretta da Maria Pia Bernicchia (se dovesse esserci qualcuno che non la conosce, potrà agevolmente trovare informazioni in rete)

E’ davvero vergognoso che si speculi sulla Shoah e succede ancora troppo spesso. Fare paragoni significa non avere capito il principio basilare su cui poggia lo studio dello sterminio del popolo ebraico. Significa non avere letto, ascoltato, visto, pianto… abbastanza! E’ ora di finirla di equiparare i poveri profughi ai deportati ebrei. Nessuno li va a prendere, nessuno li tira giù dal letto a pugni e botte, nessuno li sbatte in carri bestiame, nessuno li deporta a morire in un altrove che l’INDIFFERENZA di tutti si rifiutava di vedere. E’ ora di finirla di equiparare gli israeliani ai nazifascisti. Chi continua a sostenerlo non sa, non vuole sapere… Infine è ora di finirla di considerare Auschwitz e Birkenau la Disneyland della Polonia. Non è sopportabile per chi come me fa ricerca da oltre 50 su quell’Inferno vederlo associato in viaggi di piacere che porteranno turisti a visitare Cracovia e…. già che siamo lì vediamo anche Auschwitz. Ad Auschwitz-Birkenau ci si va per andare ad Auschwitz-Birkenau. Se davvero ci si va dopo aver studiato e letto e pianto…. vi assicuro che non resta molta voglia per vedere altro. Shalom

M.Pia Bernicchia

E ancora una riflessione del giovane Gianluca Pontecorvo.

“Shoah e migranti, paragone che non esiste”

Gianluca Pontecorvo, Consigliere UCEI

Ho letto con dispiacere l’articolo di Gadi Luzzatto Voghera apparso venerdì su questo notiziario.
Polemiche simili sono ormai all’ordine del giorno all’interno dell’ebraismo italiano. Polemiche a cui si è sempre deciso di rispondere tramite altri canali ma è evidente che se il perimetro dello scontro/confronto diventa pubblico non ci si può esimere dal rispondere altrettanto pubblicamente. E pazienza se per una volta a rimetterci è la collettività. Se non scrivessi tali parole sul lungo periodo sarebbe solo peggio.
Giulio Meotti, soggetto non esplicitato nell’articolo dal direttore del CDEC, è un giornalista stimato e che merita con sincerità tutto il nostro apprezzamento. Un giornalista serio che non manca mai di metterci la faccia e mette costantemente a repentaglio anche se stesso per poter sostenere le proprie idee, tra cui ovviamente la difesa di Israele e degli ebrei. Ce ne fossero altri cento come Giulio Meotti nel panorama giornalistico italiano e non ci sarebbero problemi come antisemitismo e antisionismo in Italia.
Sottoscrivo inoltre le parole dell’amico Giulio nel registrare un certo sgradevole fenomeno politicizzato nel voler a tutti i costi rendere sempre più presente l’associazione tra Shoah e immigrati. L’ultimo della serie è comparso su Huffpost a firma di Roberto Della Seta: “Aiutiamoli a casa loro, significa nei lager libici?”.
Che senso ha fare tali paragoni? Che senso ha continuare ad ospitare migranti all’interno del Memoriale della Shoah di Milano che non rischiano, oggettivamente parlando, a causa dell’indifferenza, di finire nei forni crematori?
Certe cose bisogna dirle chiaramente e non ci si può più nascondere dietro un dito.

 (Moked, 13 agosto 2017)

Di questa indecente banalizzazione avevo, nel mio piccolo, scritto anch’io, già quasi quattro anni fa.
E infine ricordo – l’ho già fatto molte volte, ma non mi stancherò mai di continuare a farlo – il bellissimo libro di Giulio Meotti Non smetteremo di danzare.

barbara

MARK SPITZ

Mark Spitz 1
A chi non è sopra i cinquant’anni, difficilmente il suo nome dirà molto. E se, per riempire la lacuna, andate in Google, leggerete che è un ex nuotatore e che “Benché avesse solo ventidue anni, Spitz abbandonò il nuoto dopo i Giochi di Monaco”. Ecco, no, non è così, non è esattamente così che sono andate le cose. Mark Spitz non ha abbandonato il nuoto DOPO, le Olimpiadi di Monaco: lo ha abbandonato DURANTE le Olimpiadi di Monaco. Nel senso che ha proprio abbandonato le olimpiadi: anche se era solo ebreo, e non israeliano, non sapendo all’inizio se l’attacco si sarebbe esteso anche agli altri ebrei, è stato imbarcato in fretta e furia sul primo aereo e rispedito negli Stati Uniti. Suppongo che sia stato il trauma subito
atleti
a fargli lasciare per sempre il nuoto all’apice della gloria, proprio nel momento in cui era in assoluto il più grande nuotatore del mondo.


La leggenda vuole che lo abbia fatto perché, “avendo vinto tutto ciò che si poteva vincere, non gli era rimasto più niente per cui combattere”. Leggenda, appunto. Tanto più che a Monaco mancava ancora una gara da disputare, e da vincere.
Quanto alle olimpiadi maledette – nel senso di maledetti terroristi palestinesi (ma almeno quelli il Santo Mossad ha provveduto a sistemarli), maledetta polizia tedesca che ha rifiutato l’aiuto offerto da Israele, provocando il macello che ha provocato, maledetto comitato olimpico che ha fatto proseguire i giochi, maledetti tutti coloro che hanno continuato a guardarle e fare il tifo e divertirsi come se quella in corso fosse ancora una competizione sportiva – se ne è parlato in questo blog qui e qui, e ci si è indignati qui, e poi bisogna assolutamente rileggere questo, perché le cose che trovate qui non le avete mai lette in nessun giornale. Adesso finalmente, dopo quarantaquattro anni, l’infaticabile lotta delle due vedove Ilana Romano e Ankie Spitzer
ilana-romano-e-ankie-spitzer
contro il silenzio, contro il rifiuto, contro l’ipocrisia, contro l’ignobile CIO, è arrivata (e chissà che, nel nostro piccolo, non siamo riusciti anche noi a portare la nostra microscopica gocciolina d’acqua) la vittoria: è stato inaugurato al villaggio olimpico il memoriale per le vittime della strage.
memorial 1


Ah, Mark Spitz, dicevo: gran bell’uomo anche da vecchio.
Mark Spitz 3
barbara

 

UNA COSA, COMUNQUE, È CERTA

Interi quartieri delle maggiori città europee sono stati trasformati in zone franche per il terrorismo, sulle quali gli stati che le contengono non hanno alcuna sovranità, anzi, per dirla tutta, c’è uno stato che la propria sovranità l’ha letteralmente venduta su tutto il territorio nazionale. Il terrorismo islamico si allarga a macchia d’olio e le carneficine sono all’ordine del giorno (anche se all’attenzione dei mass media ne arrivano solo alcune, accuratamente selezionate – meglio quando le vittime non sono portatrici di sangue giudeo). Aeroporti e metropolitane saltano in aria, portando non solo morte e distruzione, ma anche un pesante blocco, sia pure momentaneo, nelle comunicazioni di mezza Europa, ossia in uno dei pilastri del nostro concetto di vita civile.
In mezzo a tutto questo, la domanda da porsi, la domanda essenziale, la domanda VERA, la domanda che i VERI intellettuali ansiosamente si pongono è una sola:

CHE COSA FA SALVINI?

(poi volendo qui ci sarebbe anche un abbozzo di risposta)

barbara

AGGRESSIONI: QUELLE FASULLE STROMBAZZATE E QUELLE VERE IGNORATE

La svastica a Berkeley

“Vorrei con tutto me stesso essermi sbagliato. Spero e prego perché l’ondata di antisemitismo che avverto sia una profezia sbagliata”. Purtroppo per Lawrence Summers, allora presidente di Harvard (2001-2006), la sua profezia si è rivelata corretta. Alla University of California di Irvine, la confraternita ebraica ha trovato svastiche sugli edifici del campus, e lo stesso nei giorni scorsi è accaduto alla Vanderbilt University, alla University of Oregon e alla Emory University. Incidenti sempre legati alle attività antisraeliane. Newsweek lo chiama “il problema della svastica a Berkeley”. L’antisemitismo attecchisce come una pianta malefica nella Ivy League, la lega dell’edera, i laboratori delle “equal opportunities” e della counter culture inebriata di benessere, del “Black is beautiful” e del continuo ricatto delle minoranze etniche o sessuali, dove il ragazzo nero del profondo sud siede nello stesso banco dell’erede Rockefeller, le oasi verdi fatte di sole, ginnastica, jogging, piazze animate da concerti, manifestazioni di studenti, in un reticolo di strade costellate di librerie, caffetterie, ristorantini, pizzerie. E in mezzo, i premi Nobel e i templi della conoscenza. E’ possibile che i college più liberal del mondo stiano adesso incubando l’antisemitismo assieme al cinismo sull’occidente, al sospetto sul capitalismo e al politicamente corretto? I primi segni di quest’odio nuovo si ebbero proprio a Berkeley nel 2002, quando sulla scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley, dove nacque il Free Speech Movement, alzò la voce una nuova generazione di studenti. Stavolta contro Israele e il popolo ebraico. Il 54 per cento degli studenti ebrei del college oggi dice di aver subito aggressioni antisemite o di esserne stato testimone, secondo la ricerca pubblicata dal “Center for Human Rights Under Law” del Trinity College. E quando gli studenti hanno denunciato i disagi alle relative amministrazioni delle facoltà, le università non l’hanno quasi mai presa seriamente. Jessica Felber, una studentessa ebrea, ha denunciato Berkeley dopo essere stata aggredita da un altro studente, Husam Zakharia, mentre partecipava a una dimostrazione in favore di Israele. L’università era a conoscenza che Zakharia era un capo del gruppo “Studenti per la giustizia in Palestina”, e che si era reso responsabile di altre aggressioni nel campus. Nelle facoltà dove professori e studenti cercano maggiormente di proteggere i diritti etnici e delle minoranze razziali, i discorsi dell’odio contro la comunità ebraica sono diventati un problema dilagante. Dopo l’ultimo conflitto a Gaza, la scorsa estate, sono apparse sui muri del campus di Berkeley le scritte “Morte a Israele” e “Uccidiamo tutti gli ebrei”. Nei giorni scorsi è stata poi la volta dello slogan: “I sionisti dovrebbero essere mandati nelle camere a gas”. A Berkeley la madrina delle campagne contro Israele è la professoressa Judith Butler, che ha inventato gli “studi di genere” così popolari oggi anche in Europa. La Butler finì sotto accusa per una intervista in cui denunciava i memoriali per le vittime dell’11 settembre: “Dopo l’11/9, sono rimasta scioccata dal fatto che c’era un lutto pubblico per molte delle persone che sono morte negli attacchi al World Trade Center e nessun lutto pubblico per i lavoratori illegali del WTC”. Gary Tobin nel suo libro “Uncivil University” scrive che “antisemitismo e antisraelismo sono sistematici nel campo dell’istruzione superiore e possono essere rilevati nei campus di tutti gli Stati Uniti”. Ovunque nelle aule i professori dipingono i palestinesi come vittime degli “occupanti israeliani” e lo stato ebraico è ritratto come “razzista”, “stato di apartheid”, “genocida”. Negli edifici dei campus, i gruppi antisraeliani organizzano picchetti, conferenze per il boicottaggio, e i sostenitori di Gerusalemme sono quotidianamente interrotti, è loro impedito di parlare e studenti ebrei sono aggrediti, anche fisicamente. Nel giugno 2009, Tammi Rossman-Benjamin, che insegna all’Università di Santa Cruz, ha presentato una denuncia al dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti contro i campus universitari di Santa Cruz che sponsorizzavano conferenze e film “violentemente anti-Israele”, usando i soldi del campus, per diffondere antisemitismo in contrasto con il “Civil Rights Act” del 1964. Nell’ottobre 2010 il Dipartimento dell’Educazione ha stabilito che le università finanziate a livello federale sono obbligate a eliminare ogni pregiudiziale antisemita. Non va dimenticato che il simbolo del pacifismo antisraeliano nel mondo è Rachel Corrie, una studentessa universitaria americana, rimasta uccisa a Gaza sotto un bulldozer israeliano, nel tentativo di bloccare la demolizione di una casa di terroristi. Il mito di Corrie ha ispirato opere letterarie, boicottaggi, e articoli in tutto il mondo. La sua storia ha contribuito a diffamare Israele in un modo persino peggiore della storia di Mohammed al Dura. Dopo la morte di Corrie, la Caterpillar è stata bersaglio di molte campagne e persino la Church of England ha venduto le azioni di quella società. Hamas ha adottato il suo viso come mascotte e l’Iran le ha dedicato una strada. Una delle navi della flottiglia per Gaza portava il suo nome, come se fosse stata un’inerme ragazza occidentale. Corrie, invece, era nella Striscia di Gaza per fare da scudo umano ai terroristi. Alla Evergreen State University, gli ex professori di Corrie alle cerimonie di laurea indossano pantaloni cachi e kefiah, in omaggio alla loro ex studentessa. Nei giorni scorsi il David Horowitz Freedom Center, un think tank conservatore in California, ha diffuso la lista nera dei peggiori campus d’America. Svetta in testa alla classifica la Columbia University. I primi a denunciarla sono stati alcuni studenti con un documentario, “Columbia Unbecoming”, prodotto da un gruppo di Boston chiamato The David Project, il cui obiettivo dichiarato è “contrastare l’atteggiamento ingiusto e sleale delle nostre università, dei mezzi di informazione e delle comunità”. Il film mostra una serie di studenti che accusano i docenti della Columbia di allontanarli, intimidirli e offenderli quando fanno sfoggio di opinioni filoisraeliane. “Quanti palestinesi hai ucciso?”, chiede il professor Joseph Massad a uno studente che ha fatto la leva in Israele. Nel documentario, uno dei più illustri islamisti del paese, George Saliba, a una ragazza ebrea dice che non può vantare diritti sulla Palestina perché non aveva “occhi abbastanza semitici”. La Columbia è l’ateneo di Rashid Khalidi, direttore del Middle East Institute di quella Università, che ha definito “legittima resistenza” il terrorismo suicida contro Israele e l’esercito israeliano “un’arma di distruzione di massa”. La Columbia è un centro strategico perché è l’Università dove ha insegnato Edward Said, l’accademico palestinese più illustre del XX secolo. Said era la quintessenza dell’intellettuale occidentale, coccolato dai liberal e bestseller di lungo corso nelle librerie europee. E, al tempo stesso, l’esponente culturale più prestigioso del fronte del rifiuto palestinese. Celebre la foto in cui Said si fece ritrarre, al confine del Libano meridionale, mentre tirava sassi contro i soldati israeliani. Fu lui a inventarsi una patria palestinese, molto prima che Yasser Arafat piazzasse bombe negli aeroporti europei per rivendicarla. Fu Said a scrivere lo storico discorso con cui il rais si presentò nel 1974 all’Onu, con il ramoscello d’ulivo in una mano e nell’altra la pistola. La sua definizione dei palestinesi come “vittime delle vittime”, “profughi dei profughi”, ha avuto una risonanza straordinaria in occidente. E’ l’attrazione fatale per la vittima che diventa carnefice. In una intervista del 1989 Said disse, senza equivoci: “Quello che fanno i palestinesi per mezzo della violenza e del terrorismo è comprensibile”. Questa condiscendenza ha seminato nel profondo i campus americani. A Berkeley è stato tenuto un corso sulla “Politica e Poetica della Resistenza palestinese”. Nemmeno a Georgetown, l’ateneo dei gesuiti lautamente finanziato dai mercanti arabo-islamici, si lesina moderazione. Yvonne Haddad, docente di storia dell’islam e di Relazioni cristiano-musulmane, ha detto che Intifada, quella dei kamikaze, significa “non mi rompere le palle”. Hamid Dabashi, docente di Studi iraniani alla Columbia, ha fatto proiettare pellicole dove s’inneggia alla fine di Israele. A Yale è durato appena quattro anni l’Initiative for Interdisciplinary Study of Anti-Semitism, il primo centro accademico al mondo completamente dedicato allo studio dell’antisemitismo. Quattro anni dopo è stato chiuso, essendo stato accusato di “servilismo verso Israele”, a causa della pressione dei diplomatici palestinesi negli Stati Uniti, del politicamente corretto e delle laute donazioni dei paesi arabi. Come ha scritto sul Washington Post il professor Walter Reich, che insegna alla George Washington University, “Yale ha ucciso il miglior istituto americano per lo studio dell’antisemitismo” perché “critico dell’antisemitismo arabo e iraniano”. Nessuna polemica invece venne sollevata quando gli studenti del Jackson Center for Global Affairs di Yale vennero portati dai loro docenti a incontrare il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in visita all’Onu (in quell’occasione il leader iraniano negò nuovamente la Shoah). Ci sono diciassette centri di studi mediorientali negli Stati Uniti e quasi tutti ospitano ricercatori antioccidentali e antisraeliani. Lo scorso ottobre centinaia di antropologi in tutto il mondo hanno firmato un appello per il boicottaggio di Israele. C’erano anche tredici professori dalla Columbia University, nove da Harvard e otto da Yale. Tra loro nomi importantissimi del mondo dell’antropologia, come i professori Jean e John Comaroff di Harvard, decani degli studi post coloniali e africani, e Michael Taussig della Columbia, lo studioso della mimesi e dell’America latina. L’American Studies Association ha recentemente aderito alla campagna internazionale di boicottaggio contro le università israeliane. E viene da Harvard il professore che ha scritto “Israel Lobby” (si tratta di Stephen Walt), la versione dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” aggiornata a Israele. E’ anche un problema di fondi che arrivano dai paesi islamici. Basta scorrere l’elenco delle donazioni dai potentati arabi del Golfo dal 1995 a oggi: Boston University (1,5 milioni), Columbia University (500 mila dollari), George Washington University (12 milioni), Georgetown University (16 milioni), Harvard (12 milioni), Mit (10 milioni), University of Arkansas (18 milioni). L’intolleranza intanto dilaga ovunque. Dall’Hampshire College, dove uno studente pro Israele è stato aggredito da parte di individui dai volti coperti al grido di “Baby Killer”, alla Rutgers University, dove in un evento i palestinesi sono stati paragonati alle vittime dell’Olocausto. Intanto, dalla mensa della Università di Harvard, è scomparsa la Sodastream, azienda israeliana leader nella gassificazione dell’acqua. Il pensiero corre al 1934. L’anno in cui Harvard accolse Ernst Hanfstängl, sodale di Hitler nonché finanziatore del “Mein Kampf”. Quando un rabbino gli chiese delle violenze antisemite a Berlino, Hanfstängl rispose: “Sono in vacanza fra vecchi amici”. E si avviò a prendere un tè con il presidente di Harvard, James Conant. Questa ondata di irrazionalità antisemita e di isteria antisraeliana nei campus d’America è l’inveramento della profezia non soltanto di Lawrence Summers, ma anche di Allan Bloom, il docente di Filosofia all’Università di Chicago che deprecò la caduta di questi santuari della conoscenza con un libro che destò scalpore, “La chiusura della mente americana”. Dove tutto ormai deve essere istantaneamente gratificante. Compreso l’odio per Israele. Quest’oppio delle élite. L’ultima buona causa liberal e umanitaria.
Giulio Meotti

Come dicevano i latini, ubi maior minor cessat: di fronte a un’aggressione verbale all’ebrea buona Noa, che saranno mai le aggressioni fisiche ad ebrei che non si sa mica se siano buoni o no, capaci magari di essere addirittura sionisti?

barbara

ECCO PERCHÉ ISRAELE NON PUÒ FERMARSI

prima di avere completato il lavoro (e perché i disertori sono criminali che meriterebbero la Corte Marziale e la fucilazione alla schiena).

Questo video è stato realizzato da Hamas. Mostra i terroristi nei tunnel che partono dalle case di Gaza e sbucano in territorio ebraico. Cinque soldati israeliani vengono uccisi a un posto di guardia vicino al kibbutz Nahal Oz (Giulio Meotti)

E alla fine mostrano orgogliosamente il bottino di guerra: le armi sottratte alle vittime.

L’altro ieri sera per qualche minuto alla seconda rete tv israeliana era stata data notizia di 5 soldati morti per l’infiltrazione attraverso un tunnel a Nahal Oz. Poi la striscia è sparita e per tutta la sera fino a tarda notte abbiamo sperato con tutto il cuore che ci fosse stato un errore, che in quell’azione fossero rimasti uccisi solo i terroristi di Hamas che si erano infiltrati per una azione criminale e nessuno dei nostri giovani fosse caduto. Non sono riuscita a chiudere occhio per tutta la notte. Alle 4.30 ho acceso la radio e alle 5 è stata data conferma della morte di 5 soldati che portano a 10 il numero dei caduti della giornata di ieri. Ho molta compassione per i morti civili e dei bambini di Gaza che, loro malgrado , sono coinvolti in una guerra senza neanche sapere che proprio loro rappresentano quella immagine di vittoria che Hamas vuole per avere consenso, in un mondo che non distingue più le vittime dai carnefici. Ma mi sale rabbia nel vedere alla tv, in mezzo alla miseria della striscia, alla povertà, proprio questi civili invece di ribellarsi a questa situazione disumana gioiscono e cantano mangiando caramelle per la morte dei nostri ragazzi. Israele dovrebbe invitare la commissione dei diritti umani e mostrare come le case e gli edifici che sono stati distrutti da Israele, prevedano da una parte una botola di accesso a tunnel e nascondigli di arsenali bellici e dall’altra, assolutamente irreale, camere per la famiglia che ci vive. Queste immagini non le vedrete mai come non saprete mai che la tregua umanitaria sempre accettata da Israele è stata violata ben cinque volte da Hamas. Avrei voluto non svegliarmi ieri mattina. La sensazione di tristezza e di inquietudine si è trasformata in vero dolore. Tra i nomi resi pubblici prima alla radio e poi alla tv, compare quello di un giovane, Barkai Shor di 21 anni. Barkai era compagno di asilo di Yael e compagno di scuola fino alla fine del liceo di Imanuel. Giriamo per casa come automi, abbiamo perfino paura di parlarci. Ogni parola suonerebbe superflua e inutile. Stiamo aspettando di sapere quando ci saranno i funerali e questa volta parteciperemo tutti, Beniamino, Imanuel ed io, conosciamo personalmente i genitori che seppelliranno oggi il loro figlio. La famiglia Shor abita accanto a noi. Ho paura di uscire, non voglio vedere i cartelli che si affiggono, come si usa, per annunciare la morte, dettagli del funerale e delle visite da fare alla famiglia che rimarrà a casa per una settimana. Intanto alla tv italiana la solita informazione parziale, sensazionistica che cita un articolo di Grossman, dando l’impressione che basta dire che vogliamo la pace perché Hamas sia d’accordo a farla. Niente commenti su chi ha armato e continua a pensare che Israele debba essere distrutto come dichiara l’ayatollah Khamenei in Iran, lo stesso Iran che la Mogherini pensa di coinvolgere per la soluzione di questa crisi. Io manderei a casa tutti i politici di questa generazione. Di danni ne hanno fatti tanti e noi non vogliamo certo essere le loro cavie, l’esperimento è fallito in partenza e non bisogna essere degli scienziati per capirlo.
Angela Polacco Lazar, Gerusalemme (Informazione Corretta)

E vere più che mai appaiono quelle parole di Herbert Pagani del lontano 1975:

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.
Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere.
Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.

Perché, come diventa sempre più evidente, se a difendersi non ci pensano loro, sicuramente non ci pensa nessun altro.

barbara

GIACOMO KAHN SU GIULIO MEOTTI

Terra bruciata attorno a Meotti. Ovvero il ribaltamento della realtà

Il Foglio, 21.05.14

Egr. Direttore

Giulio Meotti – autore del recentissimo pamphlet ‘Ebrei contro Israele’ – non ha bisogno di essere difeso. Il suo libro, per coloro che avranno la voglia di scoprire che il legame affettivo tra ebrei della diaspora e Israele è molto più flebile di quanto si possa pensare (smontato così il pregiudizio che gli ebrei sono più fedeli ad Israele che allo Stato nel quale vivono), è un pugno nello stomaco perché non ha paura di attaccare i grandi e ‘intoccabili’ pensatori moderni dell’ebraismo internazionale, anche italiano. Intellettuali (scrittori, professori universitari, giornalisti, qualche politico, storici, scienziati), menti eccellenti nei loro campi professionali così attenti alla difesa dei diritti dell’uomo e di coloro che soffrono, ma altrettanto disattenti quando a dover essere difesi sono gli israeliani. Di più, ebrei che hanno scelto di porsi come agenti attivi di quella campagna di delegittimazione dello Stato di Israele, offrendo la loro voce, il loro volto e le loro idee, così tanto ascoltate dal mondo non ebraico, per contestare non solo le politiche dei Governi israeliani, ma addirittura per scardinare i principi giuridici e morali sui quale si è fondato lo Stato di Israele. Le ragioni di questo odio di sé (e uso questa espressione perché insegnano i Maestri dell’ebraismo: ‘Kol Yisrael arevim zeh la-zeh’, tutti gli ebrei sono responsabili l’uno dell’altro), le spiega fin troppo bene Meotti che porta decine e decine di citazioni a riprova delle sue accuse.
Quello che mi interessa testimoniare è la reazione della sinistra ebraica italiana, almeno di quella parte che quotidianamente scrive sul giornale telematico prodotto dall’Unione delle Comunità: una levata di scudi fortissima, una censura preventiva, un attacco personale a Meotti e non alle sue tesi, in un modus operandi che di sinistra ha veramente poco e di ebraico non ha nulla.
La stroncatura è stata fatta – come esplicitamente scritto – ancora prima di leggere il libro e Meotti è stato additato prima come un nemico (Anna Foa), poi come essere inferiore (David Bidussa), fino all’epiteto di antisemita, dando spazio alla stroncatura di Sergio Luzzatto sul Sole 24 Ore e tutto ciò senza diritto di replica, senza alcun possibilità per Meotti di illustrare le sue tesi. Si è giunti addirittura alla stroncatura in forma di autocensura: Meotti e il suo libro non sono stati degni di essere nemmeno nominati nella versione in lingua inglese della newsletter dell’Ucei che ha liquidato il libro come la rappresentazione di un mondo agghiacciante senza spazi culturali e nel quale si vorrebbe imporre il pensiero unico. Una campagna talmente denigratoria da aver costretto Meotti a scrivere alla redazione una breve considerazione, a cui è seguita una imbarazzata giustificazione.
Questa reazione emotiva contro il libro di Meotti è la dimostrazione di quanto sia problematico il rapporto che lega una parte dell’ebraismo di sinistra con Israele. Una reazione che non guarda alla sostanza della tesi espressa nel libro: i nemici di Israele e del popolo ebraico si alimentano e si rafforzano quando le critiche spietate, i giudizi sbilanciati, le accuse ossessive e ripetitive prive di fondamento, come quella di operare l’apartheid contro i palestinesi, vengono ripetute come un mantra anche dagli stessi ebrei.
Non è detto che Meotti abbia sempre ragione, o quanto meno non è detto che tutti gli intellettuali da lui citati debbano essere messi per forza tra i delegittimatori di Israele. Quello che lascia perplessi è il totale ribaltamento della realtà operato dai suoi critici: il libro di Meotti non vuole imporre nessun pensiero unico è invece la denuncia pubblica di un mondo nel quale una parte dell’ebraismo progressista pensa che il proprio destino sia autodeterminato, libero e svincolato da quello dello Stato di Israele e che si può rimanere liberi intellettuali ebrei nella diaspora anche se Israele dovesse scomparire o venire assorbito in uno Stato bi-nazionale.
Meotti getta in faccia – e capisco che questo possa far male – l’ipocrisia di quelli che all’interno del popolo ebraico si ostinano a non comprendere che Israele è una garanzia di sopravvivenza, un’assicurazione sulla vita dei nostri figli che nonostante Hezbollah, nonostante Hamas, nonostante la minaccia della bomba nucleare degli ayatollah iraniani essi possono sentirsi ebrei liberi nella diaspora, perché sanno che hanno un posto che li difenderà sempre e che li accoglierà. Non è purtroppo un discorso ipotetico: fiumi di ebrei partono dalla Francia, dall’Ungheria, dall’Ucraina, dai Paesi Bassi e dal nord Europa allarmati dal crescente antisemitismo e da un populismo antieuropeistico che alimenta i nazionalismi e guarda alle minoranze, al pluralismo e alle diversità come una minaccia. Un sentimento anti ebraico che cresce in tutto il mondo come dimostrato da un recente sondaggio della Lega Anti-Diffamazione (ADL) svolto in 102 Paesi. Senza andare troppo lontano rimanendo in Europa: sono dichiaratamente antisemiti il 45% dei polacchi, il 26% degli svizzeri, il 30% dei russi, il 29% degli spagnoli, il 27% dei tedeschi, il 20% degli italiani, il 37% dei francesi e un sorprendente 69% dei greci. Lo stereotipo più comune in tutto il mondo (più diffuso anche in Italia) è quello che per il 41 per cento degli intervistati “gli ebrei non siano affidabili come i cittadini”. “E’ il pregiudizio più pericoloso – ha spiegato il presidente dell’Adl, Abraham Foxman – da cui derivano tutti gli altri”.
Di questo avrei voluto che la sinistra ebraica italiana discutesse e invece tutti a dare addosso a Meotti.

Giacomo Kahn

Meglio non si sarebbe potuto dire, e non aggiungo altro.

barbara

EBREI BUONI SCATENATI CONTRO GIULIO MEOTTI

NOTA – Questo è un post lungo. Tanto peggio per voi. E a qualcuno farà esplodere le emorroidi. E tanto peggio per loro.

PREMESSA – Adoro Giulio Meotti, ma non lo divinizzo. Questo significa che se a qualcuno di voi dovesse venire l’idea di criticarlo, probabilmente lo ucciderò, ma non necessariamente gli toglierò il saluto e la stima. A patto che di critiche si tratti.

IL FATTO – Giulio Meotti ha scritto un nuovo libro, che si intitola Ebrei contro Israele. Giusto per non rischiare equivoci, nel libro non si parla di ebrei che dicono “Secondo me approvare la costruzione di nuove abitazioni non è stata una buona idea”, oppure “Non condivido il discorso di Netanyahu all’ultima riunione della Knesset”. No. Stiamo parlando di persone che si dedicano anima e corpo a vomitare veleno su Israele, a diffondere menzogne su Israele, a manifestare ogni solidarietà ai terroristi nemici di Israele. Stiamo parlando di persone che sentono la necessità di mettersi al computer per scrivere che a una neonata di tre mesi sgozzata nella culla non si deve manifestare solidarietà, perché quella era una colona e i coloni non sono fratelli. Stiamo parlando di persone che, di fronte all’ondata di indignazione che tali parole giustamente suscitano, si precipitano a loro volta al computer per manifestare solidarietà al poveretto oggetto di tante critiche (salvo poi, quando gli altri dicono OK, prendiamo atto che il signor X e il signor Y non sono fratelli, correre al Tribunale Rabbinico a frignare che gli altri ebrei sono cattivi cattivi e gli hanno fatto la bua e chiedere che gli venga resa giustizia. Il Tribunale Rabbinico, per inciso, li ha educatamente mandati a stendere). Ecco, il libro parla di questa gente qui. Ora, io non l’ho ancora letto, e dunque io non parlerò del libro, perché io non ho l’abitudine di parlare di cose che non conosco, io. Pertanto non so se il libro di Meotti meriti delle critiche. Potrebbe anche darsi di sì. Per esempio uno potrebbe dire “Meotti afferma che Tizio ha detto questo e invece non è vero”, oppure “è vero che lo ha detto ma va inserito nel contesto”, oppure “è vero che ha detto questo ma ha anche detto quest’altro”, oppure: “è vero che ha detto così ma è una critica giustificata per questo e quest’altro motivo”. Il fatto è che dalla muta di cani rabbiosi che si sono scatenati contro Meotti, non è arrivato niente del genere; nessuno dei latrati che si sono levati da ogni parte contiene la minima critica nel merito. Anche perché non sarebbe proprio materialmente possibile dal momento che le “critiche” esordiscono, incredibilmente, con qualcosa come “Non ho letto il libro, ma”. Il che sarebbe indecente per chiunque, ma in questo caso una simile aberrazione viene da chi, per mestiere, dovrebbe avere nel DNA l’accuratissima analisi delle fonti non dico prima di aprire bocca, ma prima persino di respirare. E invece no: con incredibile improntitudine, a questo esordio segue un intero articolo, la cui sostanza è che “a sentire Meotti sembrerebbe che contro Israele ci sia l’intera intellighenzia ebraica”. Più o meno come se qualcuno, pretendendosi scienziato, si lamentasse che “a sentire Copernico sembrerebbe che la terra si sia messa a girare intorno al sole”, pur riconoscendo apertamente di non avere neppure dato un’occhiata agli studi su cui Copernico basa questa sua convinzione. Naturalmente sono sempre gli stessi che abbiamo incontrato qui, gli ebrei buoni, la parte migliore della società, quelli che si preoccupano che Israele non perda la propria anima sparando a un terrorista che sta per far saltare uno scuolabus gremito di bambini. In mezzo alla muta latrante, definendo il libro di Meotti “libello” ovviamente c’è anche quel signore che a suo tempo aveva entusiasticamente cantato le lodi dell’infame libello “Pasque di sangue”, che occupa il posto d’onore in tutti i siti neonazisti.
Ora, se ne avete voglia, potete leggere l’intero articolo che condensa il contenuto del libro, cui seguono un altro paio di cosette. E vedete di sbrigarvi, che domani arriva dell’altro (perché quando il gioco si fa duro…)

Dopo aver completato il libro “A New Shoah. The Untold Story of Israel’s Victims of Terrorism”, una inchiesta sulle vittime israeliane del terrorismo palestinese, ne mandai una copia a George Steiner, un famoso critico culturale, un celebratissimo intellettuale ebreo con cattedra a Cambridge, autore di studi fondamentali di letteratura comparata, un mandarino culturale fiero di appartenere al popolo di Franz Kafka, Paul Celan, Elias Canetti, Ludwig Wittgenstein e Franz Rosenzweig. Avevo scritto la mia tesi di laurea in Filosofia proprio su Steiner, lo conoscevo da anni e lo stimavo per le sue intuizioni sulla modernità e sul lato oscuro della cultura e dell’occidente.
Steiner mi rispose che non avrebbe difeso Israele, che “il male coltiva il male” e, soprattutto, che “il mondo è Juden müde”. Si tratta di un’espressione tedesca che significa, brutalmente: il mondo è stanco degli ebrei. “Noi ebrei siamo vissuti troppo a lungo”, scrisse Steiner. Rimasi scioccato dalla risposta di questo intellettuale che incarna il mito vivente dell’ebreo errante, poliglotta e cittadino del mondo, dalla mancanza di comprensione e di compassione di Steiner per le sofferenze e le ragioni di Israele, che vive fra la vita e la morte da settant’anni, preso fra il terrorismo palestinese, la delegittimazione in occidente e il programma atomico iraniano.
Su Israele ho rotto con Steiner. Ma questo doloroso scambio epistolare mi ha aperto la mente su un dilemma: perché ci sono così tanti ebrei fra i boicottatori dello stato d’Israele? Cosa nasconde questa patologia ebraica antisraeliana?
È quella che in Israele è stata definita “Sindrome di Kreisky”, dal nome del cancelliere austriaco Bruno Kreisky. Veniva chiamato “il re Sole di Vienna”, perché con lui l’Austria era tornata un paese prospero dopo la Seconda guerra mondiale. Per altri era “kaiser Bruno”, pronipote senza impero di Francesco Giuseppe, per altri ancora era il “Grande Vecchio”. Ma Kreisky è stato soprattutto l’unico ebreo a governare un paese di lingua tedesca dopo la Shoah, nella Vienna che aveva dato i natali a Hitler, Eichmann e Kalterbrunner. Lo storico Robert Wistrich ha fatto notare che Kreisky era “l’unico ebreo che poteva cancellare in pieno il senso di colpa degli austriaci per la loro totale partecipazione alla Shoah”.
Ma Kreisky era anche un ebreo che odiava Israele. Da cancelliere è stato il primo politico occidentale a sostenere la causa terroristica palestinese e a condannare Israele come “Apartheid”. Durante gli anni Settanta, Kreisky osteggiò Simon Wiesenthal nella sua caccia ai criminali di guerra nazisti. Definì il premier israeliano Menachem Begin un “ostjude”, un ebreo polacco, e paragonò il controllo israeliano della Cisgiordania, la Giudea e Samaria bibliche, a quello sovietico in Afghanistan. Quando Israele lo attaccò perché aveva chiuso il campo di transito per profughi ebrei sovietici nel castello di Schoenau, il cancelliere rispose: “Sono austriaco, non ebreo”.
Karl Marx è morto molto tempo prima che lo stato di Israele venisse creato e che il Sionismo fiorisse in Europa. Ma quel che ha reso il fondatore del Comunismo un antisionista ante litteram è stata la propria opposizione all’idea stessa di una identità ebraica. La spiegazione si trova nel libro “La questione ebraica”, dove Marx si lancia in una premonizione sinistra: “In ultima analisi, l’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dal Giudaismo”. Se si pensa che l’umanità debba essere emancipata (leggere: liberata) dal Giudaismo, si deve affermare allora che gli ebrei devono essere privi di potere e assimilati, in un processo di diluizione dell’ebreo in carne e ossa nell’“ebreo in generale”, inchiodando un intero popolo a un destino oscuro di sparizione.
Ogni giorno, ebrei famosi – scrittori, artisti, accademici – descrivono Israele come un’entità “razzista”, “depravata” e “disumana”, che deve essere smantellata. Molti di loro hanno assunto ruoli chiave nella campagna di dismissione dello stato ebraico. Questi intellettuali ebrei hanno avuto un successo straordinario nella messa in mora e nel boicottaggio di Israele agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Questo antisemitismo ebraico costituisce una delle più efficaci forme di delegittimazione dello stato degli ebrei nel mondo. Per dirla con il drammaturgo ebreo David Mamet, vincitore di un premio Pulitzer e autore di “The Wicked Son”, “sono gli ebrei che, negli anni 60, invidiavano il movimento delle Pantere Nere; che, negli anni 90, invidiavano i palestinesi; che frignano davanti al film “Exodus” ma s’inalberano davanti alle Forze di Difesa israeliane; che per curiosità sono pronti ad andare a un combattimento di cani, un bordello o una fumeria d’oppio, ma trovano assurda l’idea di una visita in sinagoga; che al primo posto tra i loro ebrei preferiti mettono Anna Frank e al secondo non sanno chi metterci…”.
Questi ebrei antisraeliani demonizzano i nazionalisti ebrei, i coloni ebrei e i soldati ebrei al posto dei capitalisti ebrei di un tempo. Sono ipersecolarizzati e desiderano che l’umanità “si scrolli di dosso il giogo dei pregiudizi nazionalisti” (Rousseau). Hanno trasformato il Sionismo in una causa dell’antisemitismo, anziché in una risposta ad esso. Vedono un attentato in una sinagoga di Parigi come una rappresaglia per un’incursione su Gaza. Giocano la “carta Hitler”. Chiamano nazisti gli israeliani. Vedono lo stato ebraico impadronirsi di “uno spazio vitale” per se stesso. Il loro interesse ossessivo per i fatti d’Israele va di pari passo con la loro israelofobia morbosa e nevrotica. La loro visione del mondo è collettivista, internazionalista, universalista e terzomondista. Vedono l’antisemitismo affievolirsi nella coscienza collettiva, il Sionismo come razzista, mentre il Giudaismo, definito selvaggio, fanatico e feroce, attira la loro arrogante censura. Sostengono istituzioni internazionali e transnazionali. Dominano su tutti i media. Sono presenti nelle istituzioni benefiche, nei gruppi di pressione, nelle campagne sui network. Hanno abbandonato l’internazionalismo marxista del proletariato per il transnazionalismo dell’umma islamica. Sono atei, ma sono pronti ad allearsi con teocrati di tutti i tipi. La loro tolleranza ipocrita misteriosamente degenera in ironico disprezzo quando si tratta di Israele. Il loro cosmopolitismo coltiva la fantasia di cancellare in qualche modo Israele e il suo popolo. Fanno distinzione tra “ebrei buoni” ed “ebrei cattivi”. Giudicano il concetto di “popolo eletto” come intrinsecamente razzista e come una giustificazione del trattamento dei “non-eletti” nei loro confronti, a cominciare dagli arabi palestinesi. Vorrebbero cancellare Israele dalla carta geografica con il loro inchiostro e i loro scritti.
La novità della guerra contro Israele è che l’assalto terroristico internazionale contro gli ebrei si salda oggi a una soft war battagliata dagli intellettuali, dalle università, dalle Ong, dai giornali. Una guerra sofisticata e leggera che vuole fare di Israele un paria, l’incarnazione del male, il feticcio demoniaco da abbattere. È una nuova forma di “trahison des clercs”, il tradimento degli intellettuali che ha segnato il Novecento di Julien Benda. Ma stavolta il tradimento viene da parte degli ebrei.
Sono premi Nobel, autori di bestseller, blasonati accademici, direttori di agenzie umanitarie, ministri di avanzate socialdemocrazie, il milieu delle società “libere” che sembrano aver di nuovo abbracciato il veleno antisemita. È un certo giornalismo dell’irresponsabilità politica e morale che sta imponendo agli ebrei di provare che sono false le moderne accuse del sangue scagliate contro di loro.
Siamo a livelli di rottura insopportabili delle convenzioni polemiche. Per questi giornalisti ebrei, uomini di lettere ebrei, commentatori dei giornali e della televisione ebrei, è molto più comodo restarsene in perfetta sintonia con le emozioni e le ragioni più rassicuranti dell’opinione pubblica internazionale. Nel magnifico romanzo di Howard Jacobson, “The Finkler Question”, c’è un gruppo di ebrei antisionisti. Si riunisce sotto il nome di “Ashamed Jews”, ebrei che si vergognano. Sono loro a offrire al mondo le tematiche principali per odiare il Sionismo. Poi abbreviano il nome in “Ash Jews”, ebrei di cenere. Come se l’identità ebraica risiedesse nella catastrofe della Shoah. Nell’essere morti. Nell’essere deboli. Nell’essere dispersi. È l’immagine dell’ebreo come vittima archetipica, innocente, indifesa, l’ebreo di cenere che ha assunto un ruolo centrale nell’immaginario dell’Europa postbellica e nella formazione delle sue classi dirigenti intellettuali. L’ebreo dolce, pensoso e tollerante opposto a quello israeliano, sul cui volto si dipinge, quasi sempre, un ghigno sinistro.
Poco lontano dal Museo dei Bambini di Yad Vashem, che nel buio recita uno a uno i nomi dei piccoli uccisi nei campi, nei Territori palestinesi cresceva una sorta di cannibalismo ideologico e pratico, fondato sulla rivendicazione da parte di leader, applauditi da folle immense, del possesso di parte di corpi umani, di mani, di piedi, di teste: corpi di ebrei. Ma l’élite ebraica occidentale non è mai stata toccata dalle file di foto a colori di ragazzi, donne e bambini che hanno lasciato in un sospiro, a una fermata d’autobus, la vita, la famiglia. I morti giovani riempiono i cimiteri d’Israele. Corpi di ebrei scempiati fra i pomodori, i cetrioli, i formaggi di capra, i pani dolci del Sabato, il sangue. Strane bambole di carne. Durante la Seconda Intifada i cimiteri sono divenuti uno specchio rovesciato della vita di una città, di una nazione intera, eppure in occidente questi ebrei pontificavano contro il diritto alla vita e all’autodifesa di Israele.
Gli ebrei dell’assimilazione sono i degni allievi di Jean-Paul Sartre, l’incarnazione dell’impegno culturale, il guru umanista che aveva rifiutato il premio Nobel per la Letteratura, che aveva fondato il giornale di sinistra Libération e che aveva definito l’ebreo come tale perché vittima dello sguardo dell’antisemita.
Durante l’occupazione nazista di Parigi, Sartre fu un cinico profittatore, interessato alla propria carriera letteraria e pronto al compromesso con le autorità naziste. Collaborava alla rivista Comoedia finanziata dai nazisti. Il suo testo “Le mosche” ottenne l’approvazione della censura tedesca. Dopo la guerra, ricostruì la sua immagine come “gran resistente”. Ormai conosceva bene l’esistenza degli orrori nei gulag sovietici, ma non ne parlò mai per “non scoraggiare il morale degli operai di Billancourt”. Molto meno noto è il suo consenso al terrorismo arabo: quando nel 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera undici atleti israeliani furono massacrati, Sartre scrisse: “Il terrorismo è un’arma terribile, ma i poveri oppressi non ne hanno altre”. Quando schiere di “martiri palestinesi” hanno cominciato a farsi esplodere nelle strade di Gerusalemme, Tel Aviv, Afula e Karnei Shomron, quanti intellettuali ebrei espressero questa sartriana empatia per la furia omicida palestinese come se fosse una reazione naturale e persino giusta all’“occupazione” d’Israele, al suo peccato originale?
Tony Kushner è la quintessenza del correttismo intellettuale liberal, l’autore di “Angels in America”, una specie di Bertolt Brecht americano, il perfetto ebreo dottrinario di sinistra. Kushner ritiene che “il mondo è in pericolo a causa dell’esistenza di Israele”. E per essere ancora più chiaro ha aggiunto: “Ho un problema con lo stato ebraico, sarebbe stato meglio se non fosse mai esistito”. L’ideologia di Kushner si riflette in “Munich”, il film di Steven Spielberg scritto da Kushner su come Israele ha eliminato i terroristi di Settembre Nero che ammazzarono undici atleti alle Olimpiadi del 1972. Per l’ideologo Kushner e il regista Spielberg, il solo ebreo buono è un ebreo mite, l’Ultimo dei Giusti, uno che con il proprio sacrificio redime l’umanità ma a costo di tradire il proprio stesso popolo.
Come ha fatto Eric Hobsbawm, uno degli storici più noti del Novecento, uno dei più celebri intellettuali ebrei del Regno Unito, che ha sostenuto la Seconda Intifada, approvando “la causa della liberazione” e denunciando Israele per la “pulizia etnica dei Territori palestinesi”. Come Marion Kozak, la madre di Ed Miliband, nuovo leader del Partito laburista inglese, che è stata fra i promotori di una nave di pacifisti ebrei diretta a Gaza a portare aiuto ad Hamas.
E che dire di Stéphane Hessel, l’ex partigiano e diplomatico autore di “Indignatevi”, il libretto di culto fra le nuove generazioni, il reduce ebreo che ha demonizzato Israele e che ha partecipato alle campagne per il boicottaggio delle merci israeliane? O di Peter Singer, il bioeticista australiano che, oltre a sostenere l’uccisione di neonati handicappati, ha rinunciato al diritto al ritorno in Israele, definendolo “un privilegio razzista che opprime i palestinesi”? O del parlamentare inglese Gerald Kaufman, che ha paragonato i tagliagole di Hamas ai combattenti del ghetto di Varsavia? O di Jean Daniel, l’ex direttore del Nouvel Observateur, l’intellettuale di punta della sinistra francese, che in un libro ha scritto: “Israele è dal 1948 uno stato legale, ma rifiutato. Ha bisogno di essere accettato per essere legittimo”?
Emblematico il caso di Pierre Vidal-Naquet, grande interprete dell’antichità, che perse i genitori nelle camere a gas di Auschwitz e che appose la propria firma prestigiosa a numerosi appelli contro lo stato d’Israele, su quotidiani come Le Monde e Libération, durante le guerre scatenate dai terroristi, palestinesi e libanesi, contro i civili israeliani. Per Vidal-Naquet “l’innocenza d’Israele è morta”. E cosa ha spinto il saggista ebreo Dominique Vidal a scrivere “Il peccato originale d’Israele” se non la volontà, mostruosa e assillante, di lavare quel “peccato” con il sangue degli ebrei israeliani?
Jacobo Timerman, il celebre giornalista ebreo che subì la repressione della giunta militare a Buenos Aires, autore del magnifico libro “Prigioniero senza nome, cella senza numero”, giunse non soltanto ad accusare gli ebrei israeliani di essersi trasformati in “criminali efficienti”, ma arrivò a nazificare Israele, da lui denigrato in quanto “ghetto della paura”, con queste parole: “Io temo che, nel nostro inconscio collettivo, non ci ripugni fino in fondo la possibilità di un genocidio dei palestinesi”. Per questo l’allora ministro degli Esteri israeliano, Yitzhak Shamir, definì Timerman “l’ingrato” (Timerman aveva trovato riparo in Israele dopo l’uscita dalle carceri della dittatura di Videla), mentre persino il quotidiano liberal Haaretz lo chiamò “edizione tascabile latino-polacca di Bruno Kreisky”, dunque un emulo del cancelliere austriaco ebreo militante della causa palestinese.
Timerman accusò Israele persino di essere come la dittatura militare argentina dei desaparecidos: “La grande ipocrisia di Israele consiste nel mascherare la sua politica di occupazione con argomenti di sicurezza simili a quelli utilizzati dai generali argentini per giustificare la loro sanguinosa dittatura. Il vero obiettivo della politica di Israele è di espellere tutti i palestinesi”. Inoltre Timerman paragonò il premier israeliano Menachem Begin al leader terrorista palestinese Yasser Arafat: “Sono entrambi terroristi”. E ancora, sempre riferito a Begin: “Per la prima volta nella storia un terrorista ha a disposizione le armi migliori”. Non a caso il figlio di Timerman, Daniel, diventerà uno dei primi e dei più noti refusniks, gli obiettori di coscienza dell’esercito israeliano strumentalizzati dalla stampa occidentale in chiave antisraeliana.
Sul presidente americano Barack Obama ha giocato una grande influenza il rabbino antisionista di Chicago Arnold Wolf. Nel 1969 quest’ultimo ha inscenato una protesta in sinagoga a favore della Pantera Nera Bobby Seale. Nei primi anni Settanta il rabbi pacifista e di sinistra ha fondato un’organizzazione che ha incontrato Yasser Arafat e questo circa vent’anni prima che il leader palestinese rinunciasse ufficialmente al terrorismo. Nei primi anni Novanta Wolf ha denunciato la costruzione del Museo dell’Olocausto di Washington e poi della barriera antiterrorismo di Israele, che ha fermato le stragi di kamikaze palestinesi.
Cosa arma la penna di un grande sociologo francese come Edgar Morin, l’autore di “Identité humaine”, l’ebreo sefardita figlio di una famiglia di immigrati ebrei italiani? Nel 2005 Morin e Le Monde sono stati condannati a una multa simbolica di un euro per diffamazione razziale (la Cassazione ha poi ribaltato la sentenza in nome della libertà di parola). Due i passaggi dell’articolo finiti sotto accusa: “S’immagina a stento che una nazione di fuggitivi, originata dal popolo perseguitato più a lungo nella storia dell’umanità, che ha subìto le peggiori umiliazioni e il peggiore disprezzo, sia capace di trasformarsi in due generazioni in ‘popolo dominatore e sicuro di sé’ e, con l’eccezione di un’ammirevole minoranza, in popolo sprezzante che prova soddisfazione a umiliare”. E ancora: “Gli ebrei, che furono vittime di un ordine impietoso, impongono il loro ordine impietoso ai palestinesi”.
Già nel 1997, sul quotidiano Libération, Morin scriveva: “Chi avrebbe mai pensato alla fine della Seconda guerra mondiale, dopo l’affare Dreyfus, il ghetto di Varsavia, Auschwitz, che i discendenti e gli eredi di questa terribile esperienza avrebbero fatto soffrire ai palestinesi l’umiliazione e il rifiuto? Come capire il passaggio dall’ebreo perseguitato all’israeliano persecutore?”. Nazificando Israele, questi ebrei cosmopoliti e dell’establishment compiono un’astuta operazione culturale e ideologica che priva lo stato ebraico della propria ragion d’esistere e lo inimica agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. È la folle e fatale inversione dei ruoli, l’Israele nazista e i palestinesi come nuovi ebrei, che spinse Morin a firmare un pezzo dal titolo “Israele-Palestina, il cancro”.
Zygmunt Bauman, uno dei più celebri sociologi del Novecento, l’ebreo di Poznan che da bimbo visse le persecuzioni hitleriane e poi comuniste, in un’intervista al settimanale polacco Politika ha paragonato il fence antiterrorismo di Israele al muro di Varsavia: “Israele sta traendo vantaggio dall’Olocausto per legittimare azioni inconcepibili”, ha detto Bauman, che ha accostato la barriera ebraica, che ha salvato la vita a migliaia di ebrei e arabi, al ghetto in cui 400.000 ebrei furono rinchiusi prima di essere sterminati nelle camere a gas di Treblinka. Bauman non faceva del mero umanitarismo, ma stava dicendo: Israele merita di scomparire, è indegno di esistere e di difendersi. La questione dell’assedio esistenziale allo stato ebraico sta diventando davvero il discrimine morale attraverso cui giudicare la salute o la perversione intellettuale dei nostri maître à penser e delle classi dirigenti occidentali. Ebraiche comprese.
Marek Edelman, uno dei capi della rivolta del ghetto di Varsavia, ha scritto lettere ai “partigiani palestinesi” durante l’Intifada, rifiutandosi di chiamare kamikaze e cecchini per quello che sono: terroristi. Edelman provava astio per gli ex premier Menachem Begin e Yitzhak Shamir, che il celebre combattente polacco denunciava quali massacratori di arabi, mentre nei confronti di David Ben-Gurion diceva che era soltanto un “piccolo ebreo di una povera città, immeritevole d’essere considerato uno statista”.
Vale la pena rileggere l’incipit della lettera di Edelman ai terroristi palestinesi: “A tutti i capi palestinesi delle organizzazioni militari, paramilitari e della guerriglia. A tutti i soldati dei gruppi militanti palestinesi”. Che un ebreo del calibro di Edelman potesse stabilire un punto di contatto tra la sua esperienza del 1943 e quella dei terroristi di Arafat e Hamas, che potesse chiamare “militari” i capi delle organizzazioni palestinesi che hanno fatto esplodere bus e sale per matrimoni, la dice lunga sul fenomeno di cui stiamo scrivendo.
L’inviato delle Nazioni Unite Richard Falk è uno dei più radicali demonizzatori dello stato ebraico e ha paragonato i kamikaze di Hamas ai partigiani francesi della Seconda guerra mondiale. “Immaginate che i ruoli siano capovolti come durante l’occupazione nazista di Francia e Olanda”, ha detto Falk. “Combattenti per la resistenza erano percepiti dall’occidente liberale come eroi e non c’era alcuna attenzione critica sulle loro tattiche che mettevano a rischio la vita dei civili innocenti”, ha aggiunto Falk, dicendo che Hamas (come la resistenza antinazista) è legittimata a usare metodi che portano alla morte di civili israeliani, essendo Israele, secondo il commissario Onu, il nuovo oppressore. “Coloro che hanno perso le loro vite nella resistenza sono stati onorati come martiri”, ha continuato, spiegando che “Khaled Meshaal e altri leader di Hamas hanno fatto simili affermazioni nel loro esercizio di resistenza visto il fallimento della diplomazia e della sicurezza che l’Onu non ha garantito sotto la legge internazionale”. Professore emerito all’Università di Princeton, celebre teorico del “nuovo diritto internazionale” e avvocato in cause dibattute davanti alla Corte internazionale di giustizia, Falk era stato appena coinvolto in aspre polemiche a seguito della pubblicazione su Twitter di una vignetta che raffigura un cane con la kippà e la scritta “Usa” che urina sulla statua della Giustizia e un commento circa la responsabilità della “comunità ebraica organizzata” per la politica israeliana nei Territori. Ci mancava soltanto il paragone fra lo sceicco del terrore Ahmed Yassin e il leader della resistenza antinazista in Francia Jean Moulin.
Lo storico ebreo Norman Finkelstein, quello dell’“industria dell’Olocausto”, è uno dei più strenui sostenitori occidentali di Hezbollah. I registi Ken Loach e Mike Leigh sono stati i più famosi registi antisraeliani del Regno Unito. L’iniziativa di un boicottaggio antisraeliano a Londra è stata decisa da Steven e Hilary Rose, due rinomati accademici ebrei. La rivista del rabbino Michael Lerner, Tikkun, è la pubblicazione più violentemente antisraeliana mai stampata nel mondo ebraico.
E cosa dire di quell’Harold Pinter vincitore di un premio Nobel per la Letteratura? L’ebreo inglese ha detto che Israele è “il fattore centrale del disordine mondiale” e nel 2008, assieme ad altre cinquanta personalità ebraiche, ha firmato sul quotidiano Guardian una lettera in cui si dice: “Non celebriamo l’anniversario di Israele”. Questa intellighenzia ebraica bigotta non si darà pace fino a quando Israele non sarà distrutto. E milioni di idioti pendono dalle loro labbra corrotte. Non si deve mai dimenticare che il boicottaggio accademico di Israele è partito per una iniziativa di ebrei inglesi, così come negli Stati Uniti è stato promosso e diffuso da una accademica ebrea, Judith Butler.
Degno erede di Sidney e Beatrice Webb, salonnier e numi tutelari del movimento operaista inglese di inizio Novecento, un misto di borghesia liberale e sindacalismo socialista, di estetismi alla Bloomsbury e di lotta di classe, lo storico marxista Isaac Deutscher, che amava definirsi “ebreo non-ebreo”, riassumeva il proprio odio per lo stato ebraico in questi termini: “Un uomo si trovò a dover saltare dall’ultimo piano d’un palazzo in preda alle fiamme, che avevano già ucciso molti suoi familiari. Poté salvarsi, ma precipitando cadde sopra una persona spezzandogli braccia e gambe. L’uomo saltato dall’edificio non aveva nessun’altra scelta, ma quello con gli arti spezzati vide in lui la causa della sua rovina…”.
Sull’odio di Deutscher per Israele bisogna rievocare la frase che David Ben-Gurion, il fondatore dello stato ebraico, rivolse a un noto ebreo egiziano: “Lei è il terzo grande ebreo antisionista dopo Lev Trotsky e Isaac Deutscher”. In una conferenza del 1958, Deutscher disse: “Perciò, la mia speranza è che gli ebrei, e così le altre nazioni, si accorgano infine, o di nuovo, dell’inadeguatezza dello stato nazionale e ritrovino l’eredità politica e morale lasciata dal genio di quegli ebrei che andarono oltre l’Ebraismo: il messaggio di un’emancipazione universale dell’uomo”. Di nuovo lo spettro dell’analisi perversa di Marx.
Un altro caso eclatante è quello dello storico Tony Judt, scomparso dopo una lotta impari con il morbo di Lou Gehrig. Nel 2003 Judt scrisse un saggio dal titolo eloquente: “Israel: The Alternative”. Proponeva di smantellare lo stato ebraico e al suo posto farne uno multietnico, in cui ebrei e arabi avrebbero vissuto affratellati. Judt paragonò Israele in Palestina alla Francia in Algeria ai tempi di De Gaulle: prima o poi, scrisse, dovrà venirne via. Incontri e conferenze revocate, picchetti di fronte alle università e il nome di Judt che scompare perfino dalla lista dei contributing editors di New Republic. Leon Wieseltier lo accusa di antisemitismo. Alla fine del suo libro di memorie, lapidaria e glaciale, spunta una sentenza di Judt: “Io non amo Israele. Mi ero perso per la causa e quindi sono effettivamente ‘morto’”.
Il paragone fra Israele e l’Algeria sotto dominio francese venne stabilito da un grande orientalista e arabista come Maxime Rodinson, figlio di ebrei polacchi comunisti e bundisti, studioso marxista di Islam, che in un saggio su Les temps modernes affermava che Israele era uno stato “colonialista”, rigettandone l’esistenza, piegandola a un destino di sparizione. Come ha scritto Claude Lanzmann nel suo capolavoro autobiografico “La lepre della Patagonia” e che all’epoca dirigeva la rivista di Sartre: “Non avrei mai dovuto permettere che il numero dei Temps modernes sul conflitto arabo-israeliano si aprisse con l’articolo di Rodinson. Israele non è assolutamente un fatto coloniale né lo è mai stato. Le semplificazioni di Rodinson, pur ammantate di una pretesa di ‘scientificità’, hanno fatto molti danni, a cominciare da Sartre stesso e a volte hanno giustificato gli atti più atroci”.
È stato l’ebreo Rodinson, infatti, a costruire intellettualmente le ragioni del rifiuto arabo-islamico dell’esistenza di Israele. Sul successivo libro di Rodinson “Israele e il rifiuto arabo” si sarebbero formate generazioni di intellettuali e politici europei. “Bisogna cercare di capire le reazioni arabe e come esse si fondassero sulla natura delle cose”, ha scritto Rodinson a giustificazione del jihad lanciato contro gli ebrei nel 1948. “Per gli arabi accettare le decisioni dell’Onu equivaleva a una capitolazione senza condizioni, a un diktat europeo, non diverso sostanzialmente dalle capitolazioni imposte ai re africani o asiatici nel secolo XIX, mediante una cannoniera puntata sul loro palazzo”.
Fu negli articoli e nelle interviste di Natalia Ginzburg, scrittrice di fama e a lungo collaboratrice della casa editrice Einaudi, una delle firme di punta dello sciagurato appello contro Israele, che l’Ebraismo dei deboli, degli oppressi e degli esuli raggiunse la sua massima espressione e potenza lirica e ideologica. In un articolo per la Stampa del settembre 1972, dal titolo “Gli ebrei”, scritto a ridosso della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, la Ginzburg nazificava così Israele: “A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro o armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente”. E ancora: “Dopo la guerra, abbiamo amato e commiserato gli ebrei che andavano a Israele pensando che erano sopravvissuti a uno sterminio, che erano senza casa e non sapevano dove andare. Abbiamo amato in loro le memorie del dolore, la fragilità, il passo randagio e le spalle oppresse dagli spaventi. Questi sono i tratti che noi amiamo oggi nell’uomo. Non eravamo preparati a vederli diventare una nazione potente, aggressiva e vendicativa. Speravamo che sarebbero stati un piccolo paese inerme, raccolto, che ciascuno di loro conservasse la propria fisionomia gracile, amara, riflessiva e solitaria. Ma questa trasformazione è stata una delle cose orribili che sono accadute. Quando qualcuno parla di Israele con ammirazione, io sento che sto dall’altra parte”.
Una dichiarazione di appassionata apostasia rispetto al destino del suo popolo. Alla Ginzburg rispose, con una lettera intima e durissima, un grande antifascista come Sion Segre Amar, che della scrittrice era stato amico d’infanzia, ma che stavolta la accusò di aver aperto, con i suoi articoli antisraeliani, “la ferita difficilmente rimarginabile di un tradimento”.
Dieci anni dopo, il 22 luglio 1982, la Ginzburg torna ad accusare Israele con un articolo, pubblicato sempre dalla Stampa, dal titolo “Un bambino ebreo”, dove la scrittrice dichiara che “fra gli ebrei che subirono le persecuzioni naziste quarant’anni fa e l’imperialismo d’Israele oggi non esiste rapporto o connessione di nessuna specie”. Dunque l’ebreo israeliano sarebbe addirittura una mutazione antropologica rispetto all’ebreo vittima dei campi di sterminio.
In una successiva intervista all’Unità, a firma di Ugo Baduel, dal titolo “Meglio vittime che persecutori”, la Ginzburg dichiara che “il Sionismo è sempre stato un pericolo”, che “è bene e giusto che gli ebrei si mescolino agli altri”, che “è meglio farsi ammazzare piuttosto che diventare persecutori”, che “non si può accettare che chi ha conosciuto la persecuzione l’attui poi selvaggiamente sugli altri”. In quella fatale intervista, la Ginzburg celebra l’inversione dei ruoli tanto cara all’Ebraismo diasporico: “I palestinesi sono gli ebrei di ieri”.
Non sazia di attacchi a Israele, nel 1988 la Ginzburg torna a firmare sull’Unità un fondo di prima pagina dal titolo “I miei occhi ebrei e la Palestina”, dove definisce Israele “totalitario e razzista”, paragonandolo all’Italia fascista. Ma la parte del suo scritto più nefasta e inammissibile è questa: “Non penso che questo evento, il genocidio, giustifichi nulla, nessuna forma di razzismo e di infamia. Semplicemente li spiega. Dal male nasce il male e dal razzismo la violenza, la persecuzione. È una legge infernale da cui difendersi non è facile”. La Ginzburg arrivò dunque a sostenere che gli ebrei israeliani compiono, reprimendo i palestinesi, una specie di orrido rito sadomasochista, in cui sfogano sui palestinesi le sofferenze patite nei lager nazisti.
Si arriva alla categoria dell’“ebreo non-ebreo” formulata da Cesare Cases, germanista, marxista, einaudiano, studioso di Goethe e Musil, per il quale Israele, lungi dall’essere “un piccolo stato prudente e pacifico”, è diventato, “immemore di un passato in cui gli ebrei erano vittime”, un esempio del “rovesciamento della paura in aggressività”. Con Israele dunque l’Ebraismo avrebbe subìto una mutazione persino antropologica. Nel 1982 Cases si augurò poi “il divorzio fra lo stato d’Israele e gran parte, forse la maggioranza, degli ebrei della Diaspora”. E come lui fecero importanti esponenti dell’Ebraismo italiano come Emilio Sereni, fratello di Enzo, martire della Shoah.
Come Cases, anche Franco Fortini getta una luce sinistra su Israele nel suo libello “I cani del Sinai”, scritto a ridosso della tragica guerra del 1967 e nel quale si accusano le “dirigenze politiche israeliane” di essere “compartecipi” degli “interessi economico-militari americani”. Fortini, alias Franco Lattes, che prese il cognome della madre cattolica per sottrarsi alle leggi razziali, scrive che con “ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e sapienza che, nella e per la cultura d’occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti”. E in uno sciagurato appello sul Manifesto del 1989, Fortini onorerà, oltre al terrorismo germinato nei “ghetti di Gaza e Cisgiordania”, anche “chi continua a distinguere fra politica israeliana ed Ebraismo”. Ritorna la fatale opposizione fra l’Ebraismo della Diaspora, tollerante e giusto, e l’Ebraismo d’Israele, aggressivo e ingiusto. Ritorna la terribile responsabilità di questi cosiddetti intellettuali ebrei che hanno dato il piccolo e assediato Israele in pasto ai suoi nemici nella speranza, ipocrita e beffarda, di salvare se stessi.
L’antisemitismo ebraico non è un fenomeno soltanto della Diaspora. Dal 1970 le università israeliane e la cultura israeliana sono diventate sedi di una nuova generazione di intellettuali ebrei che demonizzano e boicottano Israele e, fondamentalmente, minano la sopravvivenza del popolo ebraico dopo la Shoah. Oltre il 90 per cento delle accuse di “crimini di guerra israeliani”, citati nel vergognoso rapporto del giudice Richard Goldstone, sono state fornite da sedici organizzazioni non-governative che hanno ricevuto assistenza politica e finanziaria dal New Israel Fund, un’organizzazione ebraica di sinistra. Quel Goldstone che è un famoso giudice ebreo del Sudafrica e un alto rappresentante delle istituzioni internazionali, ha posto sullo stesso piano politico, legale e morale gli attentati terroristici di Hamas e le azioni militari dello stato d’Israele per fermare quegli attentati.
Capostipite di questo movimento ebraico antisraeliano è Yeshayahu Leibowitz. Nel 1993, un anno prima che morisse a novant’anni, quando le autorità israeliane decisero di assegnargli l’Israel Prize, il massimo riconoscimento civile conferito dallo stato ebraico, l’allora premier laburista Yitzhak Rabin intervenne indignato contro la scelta caduta sul filosofo, annunciandone il boicottaggio. Leibowitz, alla fine, fu costretto a rinunciare al prestigioso premio per non creare imbarazzi al primo ministro, che chiese persino di modificare la procedura per l’assegnazione di quel riconoscimento. Rabin e gli israeliani non gli hanno mai perdonato l’aver definito “giudeo nazista” l’esercito con la stella di David o l’aver invitato i giovani del suo paese a non prestare servizio nell’esercito. “Mi riempie di disgusto”, commentò prontamente l’allora primo ministro Yitzhak Shamir. Il grande studioso di Maimonide non ha mai risparmiato critiche all’esercito e in almeno due occasioni, durante l’invasione del Libano nel 1982 e, cinque anni dopo, con lo scoppio dell’Intifada palestinese nei Territori occupati, ha invitato i soldati a disobbedire agli ordini.
L’elenco degli “squilibrati odiatori di ebrei che, se ascoltati, non faranno altro che spianare la strada alla prossima tragedia” (come la coraggiosa giornalista Caroline Glick li definì una volta) è lungo e molto ricco. Studenti e professori dell’Università di Tel Aviv hanno commemorato la Nakba, la “catastrofe”, come gli islamisti di Hamas e i militanti palestinesi chiamano la data della creazione dello stato di Israele nel 1948. Ayal Nir, lettore presso la Ben-Gurion University, ha incitato a “rompere il collo agli attivisti di destra”. Il professore israeliano Shlomo Sand ha raggiunto la celebrità in Europa con la pubblicazione di un libro in cui nega l’esistenza del popolo ebraico, mentre il professor Oren Yiftachel ha definito Israele “una bianca […] pura società coloniale di insediamenti”.
Larry Derfner, giornalista che ha fatto parte dello staff del Jerusalem Post, ha dichiarato pubblicamente che l’uccisione di cittadini israeliani è un’arma legittima in mano ai palestinesi per contrastare “l’occupazione”. Derfner ha scritto: “I palestinesi che hanno ucciso otto israeliani nei pressi di Eilat la settimana scorsa, per quanto vile fosse l’ideologia, erano giustificati a farlo”.
All’Università Ben-Gurion, il professor Neve Gordon ha accusato i soldati dell’IDF di essere “criminali di guerra” e ha promosso il boicottaggio di Israele in un editoriale sul Los Angeles Times. L’elenco dei giornalisti israeliani che flirtano con l’Intifada palestinese è già molto lungo. L’ultima iscritta nella lista è l’ebrea Amira Hass di Haaretz. “Il lancio di pietre è un diritto e un dovere di tutti coloro che vivono sotto il dominio straniero”, ha scritto la giornalista. Il punto di non ritorno per questi commentatori israeliani è Ze’ev Sternhell, professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme e vincitore del Premio Israele che, prima ancora di essere stato scelto per ricevere il riconoscimento, aveva scritto su Haaretz: “Non vi è alcun dubbio circa la legittimità della resistenza armata nei Territori. Se solo i palestinesi avessero avuto un po’ di buon senso, avrebbero potuto concentrare la loro lotta contro gli insediamenti, senza ferire donne e bambini, e avrebbero evitato di sparare a Gilo [nella parte sud-est di Gerusalemme, che ogni giorno era sotto tiro], a Nahal Oz [un kibbutz vicino a Gaza] e a Sderot. Dovrebbero anche evitare di fare attentati sul lato occidentale della Linea Verde. In questo modo gli stessi palestinesi avrebbero tracciato lo schema di una soluzione che si realizzerà senza dubbio in futuro”.
Sternhell, in questo modo, ha approvato il terrorismo palestinese durante la Seconda Intifada contro una parte del popolo ebraico, mentre i propri studenti venivano massacrati sugli autobus e nei ristoranti. Non sorprende che allora, come oggi, Amira Hass e Ze’ev Sternhell avessero elogiato “quel meraviglioso ragazzo che ha appena sradicato un uliveto o rotto un parabrezza”. Nel 1988 Sternhell scrisse sul quotidiano Davar: “Alla fine dovremo usare la forza contro i coloni di Ofra o Elon Moreh. Solo chi è disposto a prendere d’assalto Ofra con i carri armati sarà in grado di bloccare il pericolo fascista che minaccia di soffocare la democrazia israeliana”. Punti di vista come quello di Sternhell portano direttamente alla conclusione che il genocidio è ammissibile per i “combattenti per la libertà” arabi che uccidono gli ebrei, siano essi civili o soldati dell’“esercito di occupazione” israeliano.
Moshe Zimmerman dell’Università Ebraica ha detto che considera i bambini ebrei di Hebron, dove riposano i patriarchi del popolo ebraico, come la Hitlerjugend. Dopo che degli arabi avevano sadicamente sfondato i crani di due “bambini coloni” nel deserto della Giudea, la psichiatra israeliana Ruchama Marton ha dichiarato che “i coloni allevano piccoli mostri”. Anat Matar dell’Università di Tel Aviv ha apertamente sostenuto il boicottaggio del proprio ateneo, mentre Ilan Pappé, professore dell’Università di Haifa, ha accusato lo stato ebraico di “pulizia etnica”. Ran HaCohen dell’Università di Tel Aviv ha descritto “Israele come il sogno esaudito di Hitler” e l’assassinio del leader di Hamas, Ahmed Yassin, come “una pietra miliare nel processo di imbarbarimento del genere umano”. Lev Grinberg dell’Università Ben-Gurion, in un intervento a un’emittente belga, ha accusato il governo israeliano di “terrorismo di stato”. A gettare discredito sulla memoria della Shoah in Israele sono stati due storici ebrei come Tom Segev, autore de “Il settimo milione”, e Idith Zertal, autrice di numerosi saggi antisraeliani. L’antropologo dell’Università Ebraica Danny Rabinovitch vorrebbe invece che il governo di Gerusalemme espiasse “il peccato originale di Israele” istituendo una giornata di lutto ufficiale per “le sofferenze dei palestinesi”, mentre dalla stessa università Yaron Ezrahi ha contestato i miti di eroismo nazionale, che considera “il latte velenoso con cui i padri allattano i loro figli”.
Gli scrittori israeliani non sono mai stati timidi. Hanno sempre fatto commenti sui loro governi e hanno sempre parlato di politica nei loro romanzi. Ma gli scrittori israeliani sono ora prigionieri di una pericolosa sindrome. Uno può legittimamente criticare i governi israeliani, i loro errori e sordità. Ma un malessere oscuro spinge adesso questi autori a stare al passo con le peggiori emozioni dell’opinione pubblica globale. Vi è ormai un baratro tra le pretese di “coscienza” di questi scrittori e il crudo realismo della Storia. Il che è ancora più triste e significativo, in quanto non parliamo di scrittori che odiano Israele o di romanzieri che pontificano contro lo stato ebraico dall’estero, ma di gente del posto. Amos Oz e David Grossman, gli autori più celebri in Israele, hanno biografie sioniste. Ma Oz è anche lo scrittore che ha spedito lettere di solidarietà a Marwan Barghouti, il leader terrorista palestinese condannato per l’assassinio di cinque israeliani e per la pianificazione di diversi attentati. Colui che ha ricevuto il Premio Israele ha mandato al terrorista un proprio libro con dedica personale, augurandogli una pronta liberazione dalla prigione: “Questa storia è la nostra storia. Spero che tu la legga e ci capisca meglio, come noi cerchiamo di capire te. Spero di incontrarti presto in pace e libertà”. In realtà, la distanza fra questi autori e la ghigliottina che minaccia Israele aumenta ogni giorno di più.
È lo stesso Amos Oz che ha paragonato i membri di Gush Emunim, i sionisti religiosi, agli assassini agli ordini di Khomeini, o Abraham Yehoshua che ha messo sullo stesso piano il “silenzio” dell’opinione pubblica israeliana sulla “oppressione dei palestinesi” e il “silenzio” dei tedeschi durante la Shoah. La comunità intellettuale laica israeliana di sinistra, a cui Grossman e Oz appartengono, ha sviluppato un odio verso tutto quel che rappresenta il Giudaismo o l’ebraicità del Sionismo, arrivando a includere la Bibbia, la storia ebraica, la storia dello stato di Israele e la letteratura classica ebraica. Si allineano a coloro che hanno “smontato” il Sionismo, che per loro non è uno dei movimenti storici di liberazione nazionale, ma un colonialismo più abietto di quello perpetrato da inglesi, francesi o spagnoli. David Grossman, il cui figlio Uri fu ucciso nella Seconda guerra del Libano, fu il primo scrittore israeliano a esplorare la psicologia dell’occupazione israeliana dopo il 1967 e da allora ha scritto per Haaretz centinaia di commenti sulla condizione di Israele. Da allora, il paradigma di Grossman è sempre lo stesso: Israele deve mettere fine al proprio ruolo di “occupante” e “oppressore” se si vuole che finisca l’orrore del terrorismo. Sembrerebbe che la coscienza d’intellettuale di Grossman non sia stata scossa dall’attacco alle Torri gemelle, dai 1.600 civili israeliani assassinati in attacchi terroristici, da una decade di razzi sulle città del sud d’Israele o dal culto della morte atomica dell’Iran. Poco dopo la guerra di Gaza del 2009, Grossman fece appello alla creazione di una commissione d’inchiesta indipendente sulla condotta dello Tsahal, spianando la via al Rapporto Goldstone pieno di pregiudizi. Spinse anche per il dialogo con Hamas.
Il servilismo, l’umiliazione, la mortificazione di questi scrittori nell’esercizio dell’“equivalenza morale” non sono solo un insulto ripugnante alla verità, ma un affronto a tutti gli israeliani. Il desiderio di ingraziarsi il mondo dei “gentili” non è un fenomeno nuovo nella vita degli ebrei. Attraverso secoli di esilio, era diventato parte integrante delle tecniche di sopravvivenza. Ma è un aspetto umiliante che la vita nello stato sovrano di Israele avrebbe dovuto sradicare. Si resta più sereni e moralmente ineccepibili nell’ostentare la propria buona coscienza, piuttosto che fare i conti con il realismo della storia. Ma continuo a pensare che nel caso di David Grossman la cosa peggiore sia il potere giornalistico esercitato nei suoi confronti e che quest’osceno ricatto sia da lui accettato a cuore aperto. È una sottilissima forma di estorsione: pubblicità e prestigio in cambio di una continua, pericolosissima, critica a Israele.
Quando Grossman andò a ricevere un premio in denaro offerto dallo stato d’Israele, rifiutò di stringere la mano al primo ministro Ehud Olmert. Dopo il caso della flottiglia, Grossman accusò Israele di comportarsi come “una banda di pirati”. Disse che il blocco su Gaza era “spregevole”, attaccando il governo israeliano che a suo dire sarebbe “pronto a rendere amare le vite di un milione di innocenti nella Striscia di Gaza per ottenere la liberazione di un soldato prigioniero”. Invero, la moralità degli scrittori israeliani non è più in sintonia con la realtà e le sue contraddizioni, con la sicurezza d’Israele, la sua stessa esistenza, identità e memoria. Le pubblicazioni di questi autori attirano così tanta attenzione all’estero a causa dell’influenza funesta che hanno sulla reputazione d’Israele, dal momento che promuovono le distorsioni più maligne sul loro stesso paese.
Quando Ariel Sharon inviò le forze armate in Giudea e Samaria per sconfiggere i terroristi, Grossman e Oz andarono ad aiutare i palestinesi nella raccolta delle olive. La loro nobile generosità non fermò Hamas dall’assassinare due bambine ebree in due insediamenti lì vicino: Linoy Sarussi e Hadas Turgeman. Adesso, di nuovo, dopo che un’altra famiglia ebrea è stata distrutta a Itamar, gli scrittori hanno scelto di mandare cartoline e libri ai terroristi. Israele si merita bardi migliori.
I tre scrittori peaceniks israeliani più coccolati dai giornali europei, Grossman, Oz e Yehoshua, hanno anche promosso il boicottaggio di Ariel, città israeliana di ventimila abitanti che verrà inclusa in qualsiasi accordo di pace, ma che ha la “colpa” di trovarsi al di là della Linea Verde armistiziale. Lì ci vive Adva Anter, quindici anni, ferita in un attentato dove ha perso i due fratelli, Dvir e Noy. Non sono stati uccisi nel West Bank, nelle loro case che secondo Grossman sorgono in “territorio occupato”. Sono morti in Kenya, a Mombasa, mentre si trovavano in vacanza nell’albergo Paradise, di proprietà di israeliani, fra palme bianche e mare azzurro. Il padre dei due bambini, Rami Anter, ha spiegato come la loro vita sia stata travolta per sempre: “Dall’evento, non siamo stati più gli stessi. C’è vuoto nell’aria, non c’è senso di continuità, non abbiamo voglia di lavorare, c’è tristezza tutto il tempo”. Il primo ministro Netanyahu è andato a piantare alberi ad Ariel e Adva Anter gli ha detto: “Chiedo a Dio di darle la forza di garantire il nostro futuro ad Ariel, come l’albero che ha piantato”. C’era della tristezza nella sua voce, dettata dal realismo della storia e dal dolore che il terrorismo più cieco ha portato nella sua vita. Ma la voce di Adva e di suo padre Rami è molto più autentica delle tante, troppe campagne afone e pacifiste dei vari David Grossman.
Chiudiamo questo viaggio nella mentalità dell’Ebraismo antisraeliano sulle note musicali di Daniel Barenboim. Per l’opinione pubblica mondiale questo straordinario direttore d’orchestra, di casa alla Staatsoper di Berlino e alla Scala di Milano, è un emblema della tolleranza ebraica. Ma Barenboim ha rifiutato di prendere parte ai festeggiamenti del 60esimo anniversario di Israele e, nel 2005, durante la firma di un libro che aveva scritto con l’attivista antisraeliano Edward Said, ha rifiutato di essere intervistato da un giornalista per la radio dell’esercito israeliano solo perché ne indossava una uniforme. Nel 2008 Barenboim ha anche ottenuto un passaporto palestinese, un gesto approvato dal governo di unità nazionale guidato da Hamas. Ha dunque promesso fedeltà a un’entità antisemita che cerca di eliminare l’altro paese di cui Barenboim ha il passaporto: Israele. C’è un israeliano che si identifica con chi esalta i “martiri” e il Jihad, ovvero gli assassini di cittadini israeliani innocenti.
Nel marzo 2002, quando gruppi terroristici stavano lanciando attacchi suicidi contro ristoranti, centri commerciali e caffetterie in Israele, Barenboim ha diretto un concerto a Ramallah, da dove venivano molti attentatori suicidi. Nel 2005, nel corso di una conferenza alla Columbia University di New York, Barenboim ha paragonato i soldati israeliani ai nazisti. In una intervista a Der Spiegel del 2013, Barenboim ha detto di non voler essere chiamato israeliano: “Di cosa c’è da essere orgogliosi oggi? Come puoi essere il patriota di un paese che ha occupato un territorio straniero per quarantacinque anni?”. Barenboim è stato il padrino di Edward Said, l’autore di un “sillogismo” che lo rese celebre in tutto il mondo: l’“orientalismo”, il razzismo occidentale nei confronti dell’oriente musulmano, è antisemitismo perché gli arabi sono semiti; il Sionismo bianco ha assimilato gli ebrei all’occidente, gli ebrei hanno perso il loro semitismo, sono divenuti “orientalisti”, antisemiti; i palestinesi sono i “nuovi ebrei” e gli ebrei sono i “nuovi nazisti”.
In passato Barenboim ha attirato molte critiche per la decisione di eseguire pubblicamente le opere di Richard Wagner, bandite in pubblico in Israele perché ritenute ispiratrici dell’antisemitismo nazista. Un divieto che risale al periodo precedente la costituzione dello stato nel 1948. Wagner è bandito dal 1938, dalla notte del pogrom nella Germania nazista nota come la Notte dei Cristalli.
Nell’agosto del 2003 Barenboim stava conducendo un Concerto per la pace in Spagna con un’orchestra musulmana ed ebraica. Nel frattempo, a Gerusalemme, un autobus pieno di fedeli ebrei di ritorno dal Muro occidentale venne fatto saltare in aria da un kamikaze. C’erano molti bambini tra i morti e i feriti; in alcuni casi, diversi bambini della stessa famiglia. Barenboim avrebbe potuto e dovuto usare il concerto spagnolo per denunciare di fronte al mondo il nuovo massacro degli ebrei, la nuova Kristallnacht. Invece scelse di rimanere in silenzio.
Milan Kundera una volta ha definito una piccola nazione come quella “la cui esistenza può essere messa in discussione in qualsiasi momento. Una piccola nazione può scomparire”. Gli Stati Uniti non sono una piccola nazione. Come non lo sono Giappone, Francia e Italia. Questi paesi possono subire delle sconfitte. Possono anche essere occupati. Ma non potranno scomparire. La Cecoslovacchia di Kundera poteva scomparire e così è stato quando Hitler marciò sui Sudeti. Anche Israele è un paese piccolo. Questo non vuol dire che l’estinzione sia il suo destino. Ma soltanto che può esserlo. La fine di Israele però coinciderà con la fine del popolo ebraico.
Gli ebrei sono sopravvissuti alla distruzione e all’esilio per mano di Babilonia nel 586 avanti Cristo. Sono sopravvissuti alla distruzione e all’esilio per mano di Roma nel 70 dopo Cristo. Eppure ogni volta sono sopravvissuti e si sono ricostruiti come popolo e nazione. Israele rappresenta il terzo ciclo della storia ebraica. Nel resto del mondo gli ebrei si stanno autoliquidando. Il mondo arabo-islamico, tre secoli fa sede di un terzo del mondo ebraico, è oggi praticamente Judenrein, privo di ebrei, dopo i pogrom e la fuga in massa degli ebrei alla nascita di Israele nel 1948. Di quella epopea restano i ruderi di qualche sinagoga e le lapidi con la stella di David nei cimiteri di Baghdad, Damasco, Aleppo, Il Cairo e Tripoli. Negli Stati Uniti esiste la più fiorente e importante comunità della Diaspora. Ma anche lì gli ebrei stanno lentamente morendo.
Lo stato di Israele rappresenta la fine del tragico ciclo ebraico di esilio e assimilazione. Israele è diverso. In Israele la grande tentazione della modernità, l’assimilazione, semplicemente non esiste. Israele è l’incarnazione della continuità ebraica: è l’unica nazione al mondo che abita la stessa terra, porta lo stesso nome, parla la stessa lingua e adora lo stesso Dio di tremila anni fa. Eppure, se Hitler per distruggere il popolo ebraico aveva bisogno di conquistare il mondo, tutto quello che serve oggi per annichilire Israele è conquistare un territorio più piccolo del Vermont. Cosa accadrebbe se Israele seguisse lo stesso destino dei primi due commonwealth ebraici? Non sarebbe possibile una nuova diaspora, una nuova dispersione, un nuovo esilio. Un tale evento sarebbe semplicemente la distruzione dello spirito ebraico. Nessun popolo potrebbe sopravvivere. Nemmeno gli ebrei. Essere sopravvissuti è stato già un miracolo. L’idea che gli ebrei possano sopravvivere alla fine di Israele significa attribuire al popolo ebraico un potere soprannaturale. Gli ebrei farebbero piuttosto la fine delle dieci tribù della Bibbia, esiliate e perse per sempre.
In definitiva, dopo la Shoah, dopo la trasformazione dell’Europa nel più grande cimitero del popolo ebraico, dopo l’Intifada del terrorismo con i suoi duemila ebrei martirizzati in quanto ebrei israeliani, alla luce della grande minaccia nucleare che pende su Sion, non ci sono alternative: sarà il ghetto o il check-point. Ovvero sarà la meditazione sul destino del popolo ebraico da una collina sulla Vistola, a Varsavia, oppure da una collina a Peduel, un piccolo insediamento ebraico che domina la vista sull’aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv. E in entrambi i casi a emergere è sempre l’ebreo in armi, fiero di sé, quello che, dopo duemila anni di fallimenti della Diaspora, rifiuta di essere condotto alla morte come una pecora al macello. Ma se a Varsavia gli ebrei erano accusati di essere “codardi” e “parassiti”, a Tel Aviv gli ebrei sono demonizzati in quanto “aggressori” e “militaristi”.
È questa la grande rivoluzione incarnata da Israele e che l’occidente e gli ebrei dell’assimilazione non possono accettare: quella di un popolo in grado di difendersi contro il male. Un aneddoto spiega bene l’abisso che separa Israele e l’Ebraismo dell’assimilazione. Nel 1997 il generale israeliano Rehavam Zeevi definì Martin Indyk, allora ambasciatore americano in Israele, “Jew-boy”. Alla replica di Indyk, secondo cui Zeevi era un “imbarazzo” per il suo paese, il generale israeliano replicò: “Lui dice che io sono un imbarazzo, dopo che ho protetto il mio paese sul campo per cinquant’anni. Forse è lui l’imbarazzo, che lavora contro il suo stesso popolo per i gentili. Io sono un generale, lui è un fiacco ambasciatore”. Se Indyk oggi siede comodamente nel board di un think tank di Washington, Zeevi riposa al cimitero degli eroi sul monte Herzl a Gerusalemme, ucciso nella propria stanza d’albergo da un commando di terroristi palestinesi.
Sarà pure una fenice risorta dalle ceneri con artigli d’acciaio, ma, dopo Auschwitz, Israele è stata ricostruita. Gli ebrei ci sono.
© – FOGLIO QUOTIDIANO

La pisciata della storica non ve la pubblico, perché fa troppo schifo (chi è di bocca buona comunque può andarsela a leggere qui – ricordandosi che oltretutto la maggior parte degli altri deliri degli ebrei buoni sono perfino quasi peggio). Vi pubblico invece una risposta alla suddetta pisciata, che mi è piaciuta molto.

La mancanza di serietà di chi commenta senza neppure aver letto il libro è veramente “scientifica”, nel senso almeno di studiata… TIPICA del pre-giudizio ideologico di inevitabile colpevolezza per associazione, ideologia o classe o partito, così a lungo praticata dai bolscevichi nel mettere all’indice e poi anche condannare chi non piaceva loro per appartenenza a classe o gruppo, o era giudicato inaffidabile in quanto critico. Ovviamente le VERITÀ messe in luce da Giulio Meotti non possono piacere a chi come Anna Foa si è fatta personalmente più di una volta strumento e attore in attacchi a Israele e all’Ebraismo (di cui ha dimostrato spesso di capire ben poco, cosa naturale per chi non è in grado di leggerne le fonti originali!), come la volta che fece da indignata cassa di risonanza alla BUFALA della condanna alla lapidazione di un cane da parte di un tribunale rabbinico in Israele (cosa mai avvenuta). È la stessa che, ripetendo le “veline” (non più da Mosca ma sempre di una certa parte), osò definire “democratico” uno come l’iraniano Moussavi, anche conosciuto come “il macellaio di Beirut” per i massacri da lui ordinati e organizzati colà durante gli anni ’80… Chi ha come metro di giudizio e ideologia non tanto l’Ebraismo e i suoi valori e la difesa d’Israele come Stato Sovrano del Popolo Ebraico, ma la politica italiana con le sue sfaccettature ideologiche, alcune delle quali negano persino che esista un Popolo Ebraico e spacciano la favola riformata e illuminista, contraria a ogni evidenza storica e alle NOSTRE fonti (quelle Ebraiche, in Ebraico) dell’Ebraismo solo come religione, non apprezzerà certamente che Giulio Meotti abbia messo in luce i commenti che non ho nessuna remora a definire ANTISEMITI, anche se fatti da gente che fa Levi, o Lerner o Ovadia di cognome, di certi Ebrei da lei ritenuti intoccabili nonostante, anzi forse a causa della loro continua attività, quasi ossessiva, contro Israele e in favore dei nostri nemici. – Aurora Aronsson

Bene. Se qualcuno si sarà incazzato per questo mio post, il fenomeno ha un nome ben preciso: CODA DI PAGLIA. E ben gli sta se gli esploderanno le emorroidi.
Ci rivediamo domani con il resto.

barbara

PER ME È PERVERSIONE. DELIRIO. PSICOPATIA ALL’ULTIMO STADIO

Alcuni giorni fa ha fatto scalpore la notizia che Marius, una giraffa dello zoo di Copenhagen, era stata uccisa e poi sezionata e data in pasto ai leoni. Ne ho accennato anch’io, senza conoscere assolutamente niente del contesto. E non avrei dovuto. Poi ho trovato un post che spiega esattamente la situazione, che spiega le ragioni per cui sono state scartate tutte le soluzioni alternative. Un post pacato, non di pancia ma solo di testa. In cui la titolare del blog – che in campo animale non è una pincapallina qualsiasi – non prende posizione, non dà ragione allo zoo, non dice che ha fatto bene a fare quello che ha fatto: semplicemente spiega perché è stato fatto.
Si può non essere d’accordo. Si può non essere convinti che quelle ragioni siano ragioni valide. Si può disapprovare sia l’operato dello zoo che il post in questione. Quello che non si può fare è ciò che è stato fatto in molti degli oltre 200 commenti che seguono il post. A parte il solito scatenamento dei cinquanta milioni di commissari tecnici che abbiamo in Italia che sanno perfettamente come si fa a far vincere la squadra (tipo “se si vuole le soluzioni si trovano”, senza, beninteso, essere in grado di proporne una di attuabile, e senza essere in grado di contestare ragionatamente gli argomenti con cui le alternative erano state scartate), a parte questo, dicevo, in questi commenti è stato chiamato in causa Hitler. È stato chiamato in causa il Mein Kampf. È stata chiamata in causa Auschwitz. La titolare del blog è stata chiamata nazista. È stata chiamata idiota. Per quattro volte un commentatore, prima di essere bannato, le ha augurato di venire stuprata. A uno che aveva apprezzato quanto scritto è stato detto: “Spero che i suoi nipoti tra qualche anno vengano da lei con il colpo in canna come hanno fatto i danesi con la giraffa. Così magari in quel momento capirà la differenza tra la necessità e la morale”.
A me, sinceramente, questa gente fa paura: persone che in nome del loro presunto amore per gli animali trovano ragionevole augurare stupri e assassini (e augurano a Caterina di crepare per salvare il pesce rosso) non mi sembrano molto diversi da quelli che sono pronti a uccidere in nome della lotta proletaria o della causa dell’islam. Sono o di un cinismo sconfinato, incapace perfino di concepire il rispetto e la morale, o estremisti invasati capaci di qualunque crimine in nome della propria ideologia, ed esattamente come le brigate rosse o gli estremisti islamici, sono un pericolo per l’umanità.
Un’altra cosa che non saprei se definire tragica o comica – ma sicuramente la posso definire grottesca – è quella di mettere sul banco degli imputati la nostra “visione antropocentrica”. No, scusate, ma che altro cavolo di visione dovremmo avere? Formicocentrica? Lombricocentrica? Topogigiocentrica? Che poi uno magari ci potrebbe anche pensare su, se almeno un lombrico avesse la cortesia di farci sapere quale diavolo sia la sua visione. Poi resta da chiedersi se, per par condicio, chiederemo al leone di assumere una visione gazzellocentrica. La diagnosi, chiaramente, è quella che ho enunciato nel titolo: perversione, delirio, psicopatia all’ultimo stadio.
Naturalmente poi – quasi superfluo dirlo – molti di questi animalisti integralisti sono di quei bei tipi che si tengono il gatto in casa, depredandolo della sua vita naturale, condannandolo a una prigione “fine pena mai”, nutrendolo con degli assurdi croccantini o con scatolette di carne di animali macellati apposta per nutrire gli animali degli animalisti. E spesso sterilizzati (la sterilizzazione, essendo un intervento che si effettua introducendo uno strumento in un corpo vivo, è una vivisezione a tutti gli effetti: lo sapevate? Ci avevate mai pensato?).

Comunque, se volete leggere il post e i relativi commenti, li trovate qui. E concludo con un breve articolo di Giulio Meotti.

Gli animalisti sono pericolosi

In nome della “compassione”, la Danimarca ha proibito la macellazione rituale ebraica kosher. Il ministro dell’Agricoltura Dan Jørgensen lo ha spiegato così: “I diritti degli animali vengono prima della religione”. E’ la stessa Danimarca che si è posta l’obiettivo di diventare per il 2030 una “nazione senza bambini Down”, tramite un progetto eugenetico di selezione della specie. Come la Spagna zapaterista, che estendeva ai gorilla i diritti umani ma intanto abortiva 16.133 bambini in cinque anni perché portatori di qualche forma di handicap. Come il super animalista Peter Singer, che vuole uccidere i neonati emofiliaci e disabili. Tutti degni eredi di un altro animalista, anti-vivisezionista, salutista e progressista vissuto settant’anni fa e raccontato qui. Leggendo la Danimarca mi tornano in mente le parole di un grande rabbino, Yerucham Levovitz, che visitando Berlino tra le due guerre vide animali domestici vestiti con pantaloni e pullover. Il rabbino commentò: “In un posto in cui trattano gli animali come se fossero esseri umani, massacreranno esseri umani come se fossero animali”.

barbara