C’ERA UNA VOLTA

“Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. Ma no, stupidini, quelle sono le fiabe per bambini, siete forse dei bambini voi? Le cose che c’erano una volta di cui voglio raccontarvi sono altre. Il razzismo, per esempio: ne avete mai sentito parlare? Era una cosa bruttissima, sapete. Funzionava così: c’erano delle persone, i razzisti appunto, convinte che ci fossero delle razze superiori e razze inferiori; le vite delle razze inferiori, secondo loro, valevano meno, avevano meno diritti eccetera. Ebbene, adesso non esiste più! Al suo posto ha trionfato l’antirazzismo, che è una cosa bellissima: dice che solo le vite dei negri, preferibilmente musulmani, valgono e tutte le altre no, e se qualcuno si azzarda a dire che tutte le vite valgono – ma si può dire una simile assurdità?! – viene giustamente condannato a morte seduta stante e giustiziato sul posto.

Naturalmente l’antirazzismo punisce, giustamente, anche chi si permette di parlare di razze diverse dalla sua. Cioè no, non in assoluto: solo i bianchi che si permettono di parlare dei negri, mentre il contrario, giustamente, no, non è reato, non è peccato, non è sanzionabile.

Giulio Meotti

“È bianco, non può scrivere di schiavitù”. America e Inghilterra censurano lo scrittore francese de Fombelle. Un mio articolo sul Foglio sulla follia in cui siamo piombati
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Roma. Questo nuovo romanzo Timothée de Fombelle lo aveva pensato trent’anni fa. Aveva tredici anni quando i genitori lo portarono in Ghana per la festa di Ognissanti. “Siamo arrivati sui binari e lì, sulla costa, abbiamo potuto vedere dove gli olandesi, i francesi e gli inglesi hanno tenuto gli schiavi oltre due secoli fa prima di inviarli in America o nei Caraibi. La vegetazione aveva invaso il posto, ma c’erano ancora gli anelli appesi al muro e immagini che non dimenticherò mai…”.
Era nata così l’idea di “Alma”, uscito in Francia per Gallimard. Centinaia di migliaia di bambini in tutto il mondo hanno letto i suoi libri. De Fombelle ha scritto alcune delle opere più belle della letteratura francese per l’infanzia. Primo volume di una saga in tre volumi, “Alma” racconta la storia di una ragazza africana durante il periodo della schiavitù e ne evoca la lotta per l’abolizione. Ma il successo francese non sarà bissato in lingua inglese. Perché a differenza di tutti i suoi lavori precedenti, questo di de Fombelle non sarà pubblicato in Inghilterra o negli Stati Uniti. Sarà anche un eccellente scrittore, ma de Fombelle è bianco e in quanto tale non può affrontare il tema della schiavitù.
“Da Walker Books, il mio editore inglese che ha una filiale negli Stati Uniti, sono stato avvertito dall’inizio”, ha raccontato lo scrittore al Point. “Un argomento affascinante, ma troppo delicato, mi è stato detto: quando si è bianchi, quindi dalla parte di coloro che hanno sfruttato i neri, non si può appropriarsi della storia della schiavitù. A loro è piaciuto il libro, ma per la prima volta non lo pubblicheranno”. Come se prima di pubblicarlo avessero chiesto a Victor Hugo se avesse mai conosciuto la povertà per potere scrivere di Gavroche e dei “Miserabili”.
In “Alma”, il nome dell’eroina, de Fombelle porta il lettore a bordo della “Douce Amélie” nel 1786, che trasporta centinaia di schiavi verso la Francia. Il “crimine” ideologico dello scrittore è emerso negli anni 80 e si chiama “appropriazione culturale”, ovvero quando la cultura “dominante” prende elementi da una minoranza o cultura “dominata”. Due anni fa, a Montreal, la commedia Kanata del famoso drammaturgo del Quebec, Robert Lepage, ha visto una controversia simile perché raccontava la storia dal punto di vista degli amerindi. “Che un uomo bianco possa raccontare la storia della tratta degli schiavi dal punto di vista degli schiavi, anche se questa storia non è ovviamente la sua, è per me la definizione stessa di letteratura”, si è difeso de Fombelle. Ma così va ora.
Ora la statua di Victor Schoelcher di fronte al vecchio Palais de Justice di Fort-de-France nella Martinica è gettata a terra e fatta a pezzi. Perché il dandy ateo con vocazione umanitaria che abolì la schiavitù in Francia, per i nuovi antirazzisti, sarebbe in realtà un cripto razzista. E non importa che il vate della negritudine, Aimé Césaire, lo avesse celebrato con queste parole: “Contro la propensione alla tirannia, c’è un antidoto: lo spirito di Victor Schoelcher”. Oggi un bianco non può raccontare gli schiavi, figuriamoci averli liberati. Può solo inginocchiarsi e tacere.
de Fombelle
E poi c’era una volta, nel barbaro mondo occidentale, patria di ogni oscurantismo, una cosa mostruosa come la libertà religiosa: volevi pregare, non volevi pregare, volevi andare in chiesa, non volevi andarci, volevi pregare per i poveri bambini dell’India che morivano di fame o per le anime del purgatorio per mandarle più presto in paradiso o per la zia malata o perché il fidanzato tornasse da te: erano affari tuoi. Ma oggi per fortuna anche in questo campo la civiltà sta prendendo il sopravvento sulla barbarie: giù le chiese, e basta coi preti che pretendono di pregare per quello che vogliono loro.

E poi c’erano la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di stampa. Ecco, provate a rigirarvele in bocca, queste oscenità: non vi viene voglia di sputarle? Non vi viene un conato di vomito per lo schifo? Ma ora rilassatevi: le Forze del Bene hanno lavorato duramente, hanno lottato, hanno sofferto, si sono sacrificate, e alla fine il Bene ha trionfato!

Giulio Meotti

Avevano assunto una columnist non liberal. Ora arrivano le dimissioni di Bari Weiss dal New York Times (oggi si è dimesso anche Andrew Sullivan dal New York Magazine). Storia esemplare su come la sinistra intellettuale sia diventata l’intolleranza ideologica fatta carta. Per quei (pochissimi) giornalisti non progressisti o non ancora allineati al pensiero unico rimasti è sempre più dura. Traduco alcuni stralci della sua lettera di dimissioni perché è un documento importante del tempo miserabile in cui viviamo:

“È con tristezza che scrivo per dirti che mi dimetto dal New York Times. Sulla stampa è emerso un nuovo consenso, ma forse soprattutto in questo giornale: la verità non è un processo di scoperta collettiva, ma un’ortodossia già nota a pochi illuminati il ​​cui compito è informare tutti gli altri. Twitter è diventato l’editor del New York Times. Le mie incursioni nel ‘Wrongthink’ mi hanno reso oggetto di costante bullismo da parte di colleghi che non sono d’accordo con le mie opinioni. Mi hanno chiamato nazista e razzista. Alcuni colleghi insistono sul fatto che ho bisogno di essere sradicata se questa compagnia vuole essere veramente ‘inclusiva’, mentre altri postano emoji accanto al mio nome. Una parte di me vorrebbe poter dire che la mia esperienza è stata unica. Ma la verità è che la curiosità intellettuale – per non parlare dell’assunzione di rischi – è ora una responsabilità al Times. Perché scrivere qualcosa di audace solo per passare attraverso il processo paralizzante di renderlo ideologicamente kosher, quando possiamo assicurarci la sicurezza del lavoro (e dei clic) pubblicando il nostro articolo sostenendo che Donald Trump è un pericolo unico per il paese e il mondo? E così l’autocensura è diventata la norma”

E, aggiungo io, il giornalismo sta morendo…

E infine, nell’orribile mondo arretrato, troglodita, selvaggio, spietato, disumano di una volta c’era lo stupro. La potete immaginare una cosa più orribile, una violenza che non si limita a colpire l’esterno del corpo ma lo vuole colpire anche da dentro, che trasforma l’atto più bello donato alla specie umana in una sofferenza senza fine. E oggi? In questo nostro splendido mondo progressista pieno di luce dove sorge il sol dell’avvenir che sorge libero e giocondo (uhm, no, mi sa che ho fatto un po’ di confusione. Che poi però forse a pensarci bene magari anche no), in questo nostro splendido mondo, dicevo, lo stupro è scomparso? Ecco, proprio scomparso scomparso no, ci vuole un po’ di pazienza, però fortemente diminuito sì. Perché se una donna bianca accusa di stupro un non bianco si tratta chiaramente di una sporca razzista, meritevole del massimo disprezzo e del più deciso ostracismo, e qual è la donna che, dopo avere subito l’onta dello stupro, abbia voglia di coprirsi anche di disonore e di essere trattata come una reietta? E data l’alta percentuale di stupri perpetrati da non bianchi, ecco che la piaga degli stupri denunciati si ritrova come per incanto meravigliosamente ridimensionata.

Ah, come siamo fortunati a vivere oggi, e non nei tempi tristi e bui del C’era una volta!

barbara

DELIRANDO

Delirio N° 1
villa pamphili
Delirio N° 2
scuole
Delirio N° 3

Ricordiamo che il leitmotiv dei disordini è la guerra contro Trump, responsabile, lui e il suo partito, di tutto ciò che di ingiusto avviene in America
dem
E, a proposito dei partiti americani:
rep-dem
Delirio N° 4

Dobbiamo importare duecentomila immigrati clandestini sconosciuti e senza documenti, forse sani o forse malati, forse onesti o forse criminali, forse desiderosi di lavorare o forse desiderosi di farsi mantenere, forse tranquilli o forse terroristi, dobbiamo  importarli, dicevo, se no i campi coltivati vanno in malora perché non c’è nessuno a provvedere al raccolto. E perché non c’è nessuno? Perché il governo non permette alla Coldiretti di assumere duecentomila disoccupati italiani, qui.

Delirio N° 5

Questo video non è stato girato nel 1944, bensì nel giugno del 2020. Non in Siria o in Somalia, bensì in Francia

Il commento lo lascio a

Giulio Meotti

L’Europa che conoscevamo è finita. Ce lo ricordano le scene di queste ore a Digione, un tempo bel capoluogo della Borgogna francese. Oggi sembra Mogadiscio. E’ guerra fra bande di ceceni e maghrebini. Si sparano in pieno giorno. Si rincorrono con le spade. Bloccano il traffico. Assaltano le auto. Compiono raid e ronde. Non temono niente, di certo non lo stato o la polizia francesi. In queste immagini c’è tutto, il punto di non ritorno di tanti paesi europei, i danni spaventosi di tanta immigrazione, l’abbandono di intere città e quartieri, il fallimento del multiculturalismo, le colpe di chi ci ha governato, la miopia dei media. Sono le nuove invasioni barbariche. Difficile sperare che finisca bene.

Altre notizie qui.

barbara

MINNEAPOLEGGIANDO

Comincio con la riscossa dei negri, che uno alla volta stanno trovando il coraggio di uscire allo scoperto e prendere posizione.

Niram Ferretti

TOTALITARISMO LINGUISTICO
Coleman Huges
A soli ventiquattro anni, Coleman Hughes, dimostra di essere uno dei più acuti e intelligenti commentatori di colore sulla scena americana oggi.
Rifiuta senza fallo lo stigma di vittima e di oppresso dal sistema.
Nel 2019 diede la sua testimonianza davanti al comitato dell’US. House Judiciary in merito al Reparation Act, la campagna progressista che ha come obbiettivo quella di offrire un indennizzo a tutti i discendenti degli schiavi africani portati negli Stati Uniti.
Si espresse contro l’idea di imporre a chi, come lui la respinge, lo stigma di vittima.
Non si può essere considerati vittime senza il proprio consenso.
L’idea aberrante di imporre agli altri una ben precisa agenda ideologica in base alla quale è stato deciso quale è la tua identità, è tipico dei regimi totalitari.
La Vittima è il sigillo apposto a una specifica categoria, in questo caso la comunità di colore, da parte di una minoranza estremista che, in questo modo, imporrebbe a un’altra categoria quella di oppressori, segmentando il mondo in modo manicheo.
Innocenti e colpevoli, fedeli e infedeli, puri e impuri, virtuosi e viziosi.
I feticismi dicotomici necessari a suggellare la propria supremazia.

E quanto sia insensata l’idea di un risarcimento ai negri da parte dei bianchi per la schiavitù, lo dice nel modo più chiaro questo signore
Sowell
(ma forse sarà un adepto del famigerato suprematismo bianco, e quindi non vale). E qui c’è un altro pezzetto della storia in questione, sempre minoritario rispetto al tutto, ma comunque più grande di quello relativo alla schiavitù dei negri ad opera dei bianchi – espressione che peraltro è abbastanza fuorviante, dato che le razzie per catturare le persone da vendere come schiave erano messe in atto dai capitribù, i quali poi vendevano gli schiavi ai mercanti arabi che a loro volta li vendevano a europei e americani. E non dimentichiamo che i mercati degli schiavi sulle pubbliche piazze esistono tuttora in alcuni paesi africani, e i mercanti continuano ad essere in prevalenza arabi.

Ed eccone un altro che decide di non tacere:

Nina Ricci
@NinaRicci_us
9 giu

“Sto vedendo cose che mi disturbano come americano e come membro della comunità nera. Vedo gente bianca inginocchiarsi e chiedere perdono per non avere fatto nulla. È disgustoso. Sono i media che hanno tutto l’interesse di creare una divisone tra razze”.

E qui una parte del discorso, tradotta da Nina Ricci:
traduzione
E ora un altro fanatico suprematista bianco:

“Lo sapete che i neri rappresentano il 10% della popolazione di St. Louis e sono responsabili del 58% dei suoi crimini? Dobbiamo affrontare questo. E noi abbiamo avuto modo di fare qualcosa per i nostri standard morali.
Sappiamo che ci sono molte cose sbagliate nel mondo dei bianchi, ma ci sono molte cose sbagliate anche nel mondo dei neri. Non possiamo continuare a dare la colpa all’uomo bianco.
Ci sono cose che dobbiamo essere noi a fare per noi stessi.”
Martin Luther King Jr. (Qui rivolgendosi ad una congregazione nel 1961 ribadendo un concetto già espresso a New York nel 1957 – grazie a Lorenzo Capellini Mion, via Flavio Gastaldi).

Comunque è un dato di fatto che i bianchi sono cattivi e i negri sono buoni. La prova? Eccola qua:

Ragione Critica

Una foto emblema delle vere Fake news di sistema nelle quali siamo quotidianamente immersi per il solo fatto di accendere una TV, ascoltare una radio, leggere un giornale.
Un nero, armato.
La CNN lo ha SCOLORITO, sovraesponendo le parti di pelle esposte e lo ha SPACCIATO per un bianco suprematista.
10
E questo è solo uno dei mille esempi.
Leonardo Santi

Per una sintesi degli eventi e delle loro conseguenze passo la parola a

Flavio Gastaldi

UN’IDEOLOGIA FALSAMENTE ANTIRAZZISTA, IN REALTÀ “ANTI UOMO BIANCO”, QUINDI RAZZISTA E AUTORAZZISTA, DISTRUGGE LE BASI DELLA LIBERTA’ OCCIDENTALE

(riassumendo Eugenio Capozzi grazie a

Kelly Carnemolla

1) I tagli alle forze dell’ordine produrranno più delinquenza e più discriminazione sociale: i giovani dei quartieri disagiati, afroamericani e non solo, saranno abbandonati alle gang dei violenti e degli spacciatori. Ma in un mondo petaloso e liberato dal razzismo (!!!) la realtà dei fatti cede all’ideologia, naturaliter cieca.

2) Il sindaco di Londra Sadiq Khan istituisce una “Commissione per la diversità”, incaricata di cambiare i nomi delle strade secondo criteri multiculturali e di eliminare monumenti e testimonianze del passato razzisti e/o imperialisti. Risultato? Dittatura culturale e psicologica, ostile all”Occidente imperialista, da superare per un pot pourri ostile alla storia e adoratore del totem dei diritti umani. E’ già “1984”, riemerso nel XXI secolo come dittatura del nulla.

3) HBO elimina dal catalogo della sua piattaforma “Via col vento”, forse il film più celebre e più visto della storia del cinema, in quanto portatore di pregiudizi etnici e razziali, censurato in nome di una dottrina psicotica che corregge il passato, la stessa che censura o emenda Ovidio, Shakespeare, Mark Twain che hanno la colpa di non essere conciliabili con i modelli che una élite (che farà la stessa fine di quella tardo ellenistica) vuole oggi imporre alle masse. E’ il ministero della verità di Orwell superato di slancio, in un’operazione totalitaria che farà tabula rasa di cinema, letteratura e arte occidentali, spaventosa tanto da andare oltre le peggiori dittature del Novecento. Se questa deriva non si ferma il patrimonio della cultura occidentale sarà desertificato. Sopravviveranno i “cinegiornali” dell’ortodossia “diversitaria”.

Da anni affermo che Il politicamente corretto non è un buffo “tic” culturale che esagera giuste rivendicazioni di diritti, ma un’ideologia, feroce come tutte le ideologie, che vuole imporre come verità sacre e indiscutibili gli idoli del relativismo assoluto: multiculturalismo, ambientalismo anti-umano, soggettivismo totale dei diritti, “identity politics”. Ci si dovrebbe ricordare che quando le ideologie prendono il potere cominciano a uccidere: storia, tradizione, linguaggio, cultura, libertà di pensiero e di parola. Prima o poi anche le persone.

p.s. Mi permetto di chiosare: dipinte in queste rive son le magnifiche sorti e progressive

A proposito del politicamente corretto, mi è capitato recentemente di leggere una violenta sfuriata per l’uso del termine “afroamericano”: perché si vuole a tutti i costi ricordare a queste persone la loro origine, come se non fossero americani a pieno titolo, come chiunque altro? Memoria corta, eh? Perché una volta queste persone venivano chiamate “negri”, ma un bel giorno qualcuno, alla faccia di Léopold Senghor e della sua “negritudine”, ha deciso che negro è offensivo e si è passati a nero. Poi è diventato offensivo anche nero (logico: anche se dici neri si sa benissimo che stai parlando dei negri!), e si è passati a “persona di colore” che io ogni volta che lo sento chiedo: scusa, di quale colore? Perché io non conosco persone prive di colore, quindi l’espressione “persone di colore” si applica solo ai negri, che a me sembra decisamente razzista, comunque sta di fatto che ha finito per diventare offensiva anche questa roba qua, e si è passati a “afroamericano”, e un imbecille adesso trova che non va bene, e oltre a essere imbecille e di memoria corta, ignora anche che sono proprio loro, gli afroamericani, a sentirsi cittadini di serie A!

E a proposito di serie:

Cittadini di serie A e di serie B

Pensavo di non dover più scrivere su quanto è avvenuto e sta avvenendo in America perché quello che avevo da dire l’avevo già scritto nell’articolo pubblicato da “Moked” la settimana scorsa (“Il mito degli Stati Uniti”). Devo invece tornare su questo argomento a causa di David Horn. Credo che la grande maggioranza di chi legge questo articolo non l’abbia mai sentito nominare. Certamente non è potuto venire a conoscenza della sua vita e in particolare della sua morte per mezzo della grande stampa d’informazione o delle televisioni.
David Horn era un afroamericano di 77 anni, ufficiale della polizia in pensione, che è stato ucciso da una folla di manifestanti mentre cercava di difendere dal saccheggio il negozio di un suo amico bianco a St. Louis.
In mezzo ai grandi cortei per l’uccisione di George Floyd nessuno ha sentito la necessità di ricordare questo morto, anch’egli afroamericano. Ma si obietterà che una cosa è l’uccisione di un uomo da parte della polizia e un’altra è quella di un altro uomo da parte di un folla inferocita. È vero, sono d’accordo sul fatto che un reato commesso da chi è incaricato di far rispettare la legge è più grave di quello commesso da un semplice cittadino, in questo caso addirittura da una folla anonima.
Ma – e mi riferisco alla grande stampa d’informazione italiana e alle grandi reti televisive – almeno ricordare il gesto di David Horn, quello sì ce lo potevamo aspettare. In fondo un linciaggio è pur sempre un linciaggio, anche se compiuto da una folla di afroamericani contro un altro afroamericano. Ma di David Horn non si è parlato perché la logica della grande stampa d’informazione è la stessa delle televisioni, andare dietro a ciò che fa spettacolo; e quale maggiore spettacolo può essere quello delle folle di giovani che, dopo tanto silenzio, ritrovano gli stessi slogan dei loro padri e in certi casi dei loro nonni? Di fronte ai pugni chiusi e ai simboli da anni ‘70 che peso mediatico può avere la morte di un povero negro, pardon, di un povero afroamericano di 77 anni? Ma allora Black Lives Matter funziona solo a corrente alternata?

Valentino Baldacci, ‍‍11/06/2020, qui.

Eh già, cittadini di serie A e di serie B, e morti di serie A e di serie B, come si vede in uno, due, tre, video, che non pubblico in chiaro, con l’uccisione di David Horn e di un altro uomo, che non hanno suscitato né sdegno né proteste, casomai avessimo bisogno di ulteriori conferme del fatto che le “proteste” sono state accuratamente organizzate, come ricorda anche

Enrico Richetti

CI SIAMO CASCATI… ALL’INIZIO.

E’ assolutamente vero che un poliziotto bianco ha ammazzato un arrestato nero.
Tutto il resto è stato costruito a tavolino, e all’inizio ci siamo cascati tutti [beh no, tutti tutti no!]. Altri fingono ancora di non vedere la realtà.
I poliziotti spesso sono brutali, che siano bianchi o che siano neri, e uccidono circa mille arrestati all’anno negli Stati Uniti. La maggioranza delle vittime ha la pelle bianca…quindi si tratta di brutalità della polizia, non di razzismo.
Hanno nascosto per un po’ il fatto che George Floyd, sia pace all’anima sua, fosse un violento,e il fatto che, essendo al momento dell’arresto strafatto di droga, la droga sia stata forse una concausa della morte, insieme naturalmente alla manovra brutale e disumana.
Chauvin l’omicida, se fosse stato razzista oltre che violento, non avrebbe lavorato facilmente con altri tre colleghi, di cui almeno due appartenenti a diverse etnie. E non avrebbe sposato una ragazza originaria del Laos.
E’ infine probabile questo: non credo che un agente, sia pure di indole violenta come Chauvin, tratti in quel modo un arrestato che non abbia opposto la minima resistenza. Non mi stupirei che George Floyd avesse reagito al momento dell’arresto, e che questo abbia scatenato la furia omicida di Chauvin. Verosimile che abbiano tagliato una parte del filmato dell’arresto [tipico: quante volte li abbiamo smascherati con questi trucchetti nelle cose che riguardano Israele?].
Chauvin è un omicida e deve pagare per quello che ha fatto. Anche gli altri tre agenti devono pagare per averlo lasciato fare. Ma tutto il resto, l’allarme razzismo a livello mondiale, è stato costruito a tavolino. Come affermare che già in marzo un altro afroamericano fosse stato assassinato dalla polizia. Non mi stupisce, visto che in media tre arrestati al giorno vengono uccisi dai poliziotti, e due di loro hanno la pelle bianca, ma non fanno notizia.

E veniamo alla distruzione dei simboli e alla messa al bando di tutto ciò che è stato decretato come politicamente scorretto.

Giovanni Bernardini

DEL PASSATO FACCIAM PIAZZA PULITA

George Washington era proprietario di alcuni schiavi. La città di Washington cambi nome. D’ora in avanti sia chiamata George Floyd town.
Si cambino le banconote. Al posto dei presidenti su queste dovranno essere stampati i volti di George Floyd, Malcom X, Muhammad Alì eccetera.
Si elimini il giorno del ringraziamento che ricorda l’arrivo in nord America dei colonialisti europei.
Si abbatta il Colosseo. Al suo interno morivano gli schiavi.
Si distruggano le statue di Augusto, Marco Aurelio e di tutti gli imperatori schiavisti.
Si Abbattano l’arco di Costantino e la colonna traiana, simboli dell’imperialismo schiavista dei romani.
Si brucino le opere di Aristotele, notoriamente schiavista.
Si faccia lo stesso con le opere di Dante, islamofobo.
Si faccia lo stesso con le opere di Shakespeare, antisemita e sessista.
Si proceda ad una attenta censura della Bibbia.
Si ristabilisca a verità storica sui Vangeli. Cristo era palestinese, San Pietro nero e San Matteo omosessuale.
Si potrebbe continuare. Aspetto suggerimenti.
Del passato facciam piazza pulita (ma solo di quello dell’occidente)

E questa è, oggi, la “statua di Churchill”,
statua churchill
che faccio commentare da

Giulio Meotti

La statua di Churchill a Londra, l’uomo di “combatteremo sulle spiagge, sui luoghi di sbarco, nei campi, nelle strade e nelle montagne. Da questa battaglia dipende la sopravvivenza della civiltà cristiana. Non ci arrende­remo mai…”. Il nostro Occidente… Forse è davvero finita. Forse siamo già ai titoli di coda.

Aggiungo l’invito a leggere ancora questo; proseguo con un esempio di come si può e si deve opporsi al razzismo in tutte le sue forme
razzismo
e uno di quante difficoltà si incontrino quando si vuole essere davvero coerentemente antirazzisti,
razzismo 2
ma niente paura: siamo fermamente decisi a combattere il cancro del razzismo, e niente ci fermerà:
problem solving
E infine alcune perle di Enrico Richetti:
Aldo Moro
bianchetto
mercato nero
tv
Concludo con un nostalgico ricordo del tempo in cui la parola “negro” non faceva paura

e con un sentito, doveroso omaggio

barbara

MI CHIEDO 1

tassa covid
Leggo interventi indignati, orripilati, scandalizzati, furibondi, inorriditi: la tassa covid?! Esercenti ladri! Con la scusa del covid ci vogliono derubare, si vogliono arricchire a nostre spese! Adesso mi informo e se lo fa anche il mio non ci vado più! E io

Mi chiedo

Ma dove vivono questi? Ma sanno che cosa è successo? Lo sanno che questa gente è rimasta chiusa per due mesi e mezzo? Che per due mesi e mezzo non hanno guadagnato un centesimo? E che però hanno dovuto continuare a pagare l’affitto? Affitti che di norma sono nell’ordine delle migliaia di euro al mese. E adesso hanno dovuto comprare, pagando di tasca propria, gli apparecchi per sanificare. Ed ettolitri di igienizzante, e tutto l’armamentario per sé e per i dipendenti, e l’aggeggio che si appoggia sulla fronte per rilevare istantaneamente la temperatura, e soprascarpe di plastica monouso per i clienti, e, nel caso di estetiste e affini, re-igienizzare le cabine dopo ogni cliente, e, per tutti, poter accettare – vado a occhio – da un quarto a un decimo dei clienti consueti: ma come vi immaginate che possa arrivare questa gente a sbarcare il lunario? Loro sono alla fame e voi, magari col 27 che vi arriva regolarmente in banca, avete la faccia tosta di lamentarvi se vi si chiede un microscopico contributo per metterli in condizione di poter sopravvivere? E avete calcolato che se invece li mettiamo in condizione di dover chiudere e quelli non guadagnano più e di conseguenza non pagano più tasse, presto lo stato non avrà più liquidità per pagare i vostri stipendi, le vostre pensioni, e neanche per mantenere in funzione gli ospedali? E allora vedremo cosa ce ne facciamo delle misure anti-covid.

Vedo un video come questo

e io

Mi chiedo

Ma quelli che stabiliscono le regole,

uomini senza fallo [e intendetela pure come vi pare], semidei
che vivete in castelli inargentati
che di gloria toccaste gli apogei

si sono mai degnati di scendere nel mondo reale? Hanno mai camminato per le strade del comune volgo dove la merda di cane aumenta a vista d’occhio perché i vigili sono troppo occupati a scaraventare giù dalle panchine signore prive di mascherina e le forze dell’ordine hanno troppo da fare a perlustrare spiagge e mari e parchi con elicotteri e droni e auto e quad non sia mai che gli sfugga un untore che rema al largo? Si sono mai trovati a doversi guadagnare il pane? È mai capitato loro di doversi confrontare concretamente con l’applicazione rigida – pena multe devastanti – delle regole da loro imposte? No, vero?

Rileggo questo articolo di Giulio Meotti di due anni fa:

La Turchia minaccia Israele: “Guai se riconoscerete il genocidio armeno”. Io invece penso che, per far chinare la testa al sultano Erdogan e per rendere giustizia a un crimine superato soltanto dalla Shoah degli ebrei, sia giunto il momento per tutti i paesi civili europei e occidentali di riconoscere l’annientamento della più antica nazione cristiana al mondo. Non è un caso che sia stato proprio uno scrittore ebreo, Werfel, a descrivere l’odissea armena con un libro che commosse il mondo. Gli armeni affondati sui barconi a Trebisonda, gli armeni sgozzati a Ak-Hissar, le carovane armene depredate di tutto, assaltate dai lupi, decimate dalla fame, i nonni armeni che precipitavano nei burroni e morivano nelle notti ghiacciate, gli armeni giustiziati a Bitlis, a Sasun, a Erzurum, la pulizia etnica degli armeni in Cilicia, il massacro di madri e figli armeni nel cortile della scuola tedesca di Aleppo, gli armeni rifugiatisi nel Caucaso e buttati nei fiumi come stracci. Hitler, nel 1942, preparando l’Olocausto degli ebrei, disse: “Chi si ricorda più degli armeni?”. Date un bel dispiacere a quel presuntuoso di Erdogan, riconoscete il genocidio armeno! Fu un Isis ante litteram.
Giulio Meotti

E io

Mi chiedo

Fino a quando continueremo a leccare il sedere ai peggiori satrapi e dittatori nella vigliacca speranza di essere mangiati per ultimi? Qualcuno ancora non ha capito che la vigliaccheria della preda ha come unico risultato di stimolare l’appetito del predatore?

Continuo a leggere e sentire in ogni dove che Salvini è un buzzurro, un gaglioffo – ben altra cosa rispetto alla raffinata eleganza di Giuseppi, alla sua pacatezza, alla sua espressione intelligente
Conte 1
l’irresistibile fascino,
Conte 2
il sorriso aperto e schietto
Conte 3
– un uomo rozzo e incolto, capace solo di esaltare demagogicamente le piazze – ignoranti: c’è bisogno di dirlo? – senza una sola idea o proposta concreta. Poi vedo questo video,

oltre a quello già visto qui e io

Mi chiedo

che cosa avrebbe, concretamente, Salvini che non va? Qualcuno potrebbe spiegarmelo con parole sue?

E infine, per oggi, vedo questa foto
bonafede
e io

Mi chiedo

ma l’uomo è disceso dalla scimmia passando per l’asino?
asino-che-ride
PS: Poi arriva l’amico Shevathas e dice: molta carne al fuoco.

barbara

IL SILENZIO DEI PAPI

O i papi del silenzio, che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia poi di molto.

Abbiamo avuto – che è in un certo senso una prima persona di testimonianza, perché si tratta di quelli sperimentati durante la mia esistenza – quello a cui hanno deportato mille e passa ebrei sotto le finestre, ma dopo averli rastrellati hanno aspettato qualche giorno per inventarsi una ritirata strategica nel caso il Sovrano del Vaticano avesse avuto qualcosa da ridire. Non lo ha avuto, e di milleduecento e passa persone ne sono ritornati 16, l’1,27%. E su tutto, dall’inizio alla fine, il suo silenzio non è mai venuto meno.

E abbiamo avuto quello che ha taciuto di fronte alle migliaia di attentati terroristici in Israele, di fronte a oltre un migliaio di morti (ebrei) e decine di migliaia di feriti, mutilati, invalidi permanenti, di fronte ai corpi fatti a brandelli, di fronte ai muri marciapiedi finestrini d’auto imbrattati di sangue e pezzi di cervello schizzati fuori dai crani frantumati, e poi di fronte alla più modesta, alla più umana, alla più incruenta reazione israeliana si è sentito in dovere di alzare la sua autorevole voce per invocare “Ponti, non muri!” Riferendosi, per la precisione, a questo muro
barriera-attentati
– che muro poi è unicamente per il 7% circa del tracciato, per il resto rete metallica con sensori elettronici per rilevare tentativi di infiltrazione.

E abbiamo avuto quello che ha taciuto su decine di migliaia di missili lanciati sulla popolazione civile israeliana per poi, appena Israele ha deciso che era arrivato il momento di reagire, mettersi a cianciare di “Terra del Risorto messa a ferro e fuoco” e di “Occupazione che si fa sterminio”. Perché gli stermini, si sa, sono a senso unico di marcia: in senso contrario ci sono, al massimo, persone che muoiono o che addirittura, sbadatamente, perdono la vita. E quando poi finalmente si è messo a parlare, ha parlato decisamente troppo e completamente a vanvera: CARO PAPA PERMETTE DUE PAROLE?

E dopo la serie di papi muti di fronte alle uccisioni, alle stragi, al genocidio dei fratelli maggiori, è arrivato quello che tace sulle stragi di quello che dovrebbe essere il suo gregge, quello che l’unica volta che si è sbilanciato un pelino facendo un timido accenno al genocidio armeno (sterminato in quanto cristiano, sterminato in un’azione di jihad), lo ha fatto in maniera fumosa e confusa che peggio non si potrebbe, e soprattutto guardandosi bene dal denunciare esecutori e mandanti. E che continua a tacere sullo sterminio dei cristiani ad opera dei tagliagole islamici – e per quanto riguarda le modalità dello sterminio, direi che anche per questi cristiani vale quando detto da Mordekhay Horowitz per gli ebrei: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi… e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….».  Per l’ultimo in ordine di tempo cedo la parola a Giulio Meotti.

Spaventoso racconto dell’ultimo massacro di cristiani in Nigeria: “Intorno alle 23:30 hanno colpito la casa di Jonathan Yakubu, 40 anni, uccidendo lui, sua moglie Sheba e tre figli Patience, 13, Apocalisse, 6 e Gioisci, 4. Da lì, si sono trasferiti in un’altra casa dove hanno ucciso Kauna Magaji e sua figlia Faith prima di uccidere la neosposa Saraunia Lucky, 25 anni, in un complesso vicino mentre teneva il neonato in braccio. Sebbene il proiettile abbia colpito la testa del bambino, il bambino è sopravvissuto ed è stato portato in un ospedale vicino. Altre vittime dell’attacco sono John Paul, 6 anni, Asanalo Magaji 32, Yao Magaji, 13, Paul Bawa, 27 e sua moglie Rahila, 25; e Mailafia Dalhatu, 60 anni, e suo fratello Yao Dalhatu, 56 anni, con sua moglie Saratu, 45 anni, e la nipote Blessing Yari, 14. Anche un ragazzo di nome Popular Teacher, 17 anni, è stato ucciso. Sono stati tutti sepolti in una fossa comune”. C’è qualcosa di più terribile e di meno raccontato oggi di quello che sta succedendo a questi cristiani?

Sì: di più terribile c’è l’ostinato, irremovibile silenzio di colui che era stato eletto per essere il loro pastore.

barbara

CARA CINA TI SCRIVO 1

Premessa importante: per ogni attività che fallisce, c’è un cinese pronto a comprarla per due soldi. E l’imprenditore fallito DOVRÀ vendergliela, perché lui deve mangiare, e nessun altro, qui, è in grado di comprargliela, perché chi non è ancora fallito è messo poco meno peggio di lui. E quando si saranno comprati tutta l’Italia, ci terranno per la gola, o per le palle, che dir si voglia, e faranno di noi tutto ciò che vorranno.

Comincio con questo pezzo di Giulio Meotti.

Straordinaria l’ex ambasciatrice americana all’Onu Nikky Haley contro la Cina. “Mentre l’Unione Sovietica stava diffondendo il suo controllo sull’Europa orientale dopo la Seconda guerra mondiale, l’allora ex primo ministro britannico Winston Churchill fu profetico nella sua descrizione di ciò che sarebbe bastato per sopravvivere all’impero comunista senza ricorrere alla guerra. ‘L’unica cosa da fare’, disse Churchill, ‘è convincerli che hai una forza superiore. . . è la strada più sicura per la pace’. All’epoca, la profezia di Churchill non era gradita nell’Ovest stanco della guerra. Tuttavia, i successivi presidenti degli Stati Uniti hanno ampiamente aderito al suo consiglio. I comunisti sovietici non furono mai convertiti o persuasi. Furono sconfitti, soprattutto senza guerra, da una potenza economica, diplomatica e militare occidentale superiore e da una visione più determinata e stimolante dell’umanità. La sfida odierna dei comunisti cinesi deve essere vista allo stesso modo. Come ai tempi di Churchill, la maggior parte degli americani non vuole saperne delle minacce epiche. Siamo stanchi delle continue battaglie con i terroristi e dei grandi pericoli e delle perturbazioni associate alla pandemia. Con bugie e insabbiamenti, la Cina continuerà a cercare di nascondere la propria responsabilità su un virus iniziato a Wuhan, che sta uccidendo centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo e sta compiendo una distruzione economica indicibile. Ma l’inganno riguardo al virus non è il peggior pericolo per il comunismo cinese. È solo il suo sintomo più evidente. A Hong Kong, ha arrestato importanti attivisti per la democrazia e sta tentando di criminalizzare le critiche al governo cinese. Sta aumentando le sue azioni ostili nel Mar Cinese Meridionale, che attraversa un terzo delle spedizioni mondiali. A livello nazionale, ha notevolmente ampliato le sue capacità militari, creato uno stato di sorveglianza orwelliano e costretto oltre 1 milione di cittadini di minoranza nei campi di ‘rieducazione’. A livello internazionale, ha assunto il controllo di agenzie delle Nazioni Unite come l’Organizzazione mondiale della sanità, ha esercitato la sua influenza sui paesi poveri con terribili contratti di debito e ha molestato i suoi vicini asiatici, nessuno più delle persone libere di Taiwan. Dagli anni ’70 fino all’amministrazione Obama, i leader americani di entrambe le parti hanno operato secondo la teoria per cui più la Cina sarebbe diventata forte economicamente più libera e meno aggressiva sarebbe diventata. Nel caso della Cina, questa teoria è disastrosamente sbagliata. Perché la Cina è diversa? Si torna alla spiegazione di Churchill. Il Partito Comunista controlla le forze armate, il commercio, la tecnologia e l’istruzione della Cina. Tutto ciò che i suoi leader fanno è finalizzato ad espandere il potere del partito. È per questo che purificano etnicamente le minoranze, che impongono uno stato di sorveglianza, che non possono tollerare la libertà a Hong Kong, che insistono che subentreranno a Taiwan, che cercano di dominare i paesi poveri e le organizzazioni internazionali, che espandono il loro arsenale nucleare. La Cina è una potenza pericolosamente diversa perché è fermamente impegnata in un’ideologia comunista che vede il suo sistema come superiore. Negli ultimi cento anni, abbiamo fermato la Germania due volte e l’Unione Sovietica per questo motivo. Ora affrontiamo una Cina comunista espansionista il cui potere economico supera di gran lunga qualsiasi cosa avessero i sovietici durante la Guerra fredda. Questa non è la sola sfida americana; i paesi liberi devono unirsi per affrontarla. Come notò Churchill, la preparazione è la strada più sicura per la pace”. E’ la grande differenza fra un paese ancora libero e ancora vivo come l’America e l’Europa da operetta che sul letto di morte dice “grazie Cina”

Giulio Meotti

Dateci ancora quattro anni d Trump e poi otto di Nikki, e forse saremo salvi.

Da Trump altre bordate contro Pechino e Oms. Mentre in Italia il “partito cinese” vuole resistere

“Yes I have. Yes I have”. Ha ripetuto due volte la sua risposta il presidente Trump nella conferenza stampa di giovedì sera. La domanda era questa:
“Ha visto qualcosa a questo punto che le dà un alto grado di sicurezza che l’Istituto di Virologia di Wuhan sia stato l’origine di questo virus?”
E ha aggiunto subito: “Penso che l’OMS dovrebbe vergognarsi di se stessa, perché è come se fossero l’agenzia di pubbliche relazioni della Cina”.
Due nuove bordate a Pechino e all’Oms lanciate dal presidente Usa, che senza troppi giri di parole dice di aver visto, tra le informazioni raccolte dalla comunità di intelligence, “qualcosa” che indica con “un alto grado di sicurezza” che sia stato proprio un laboratorio di Wuhan l’origine del nuovo coronavirus.
Rispondendo ad un’altra domanda, Trump ha evocato la possibilità che qualcosa sia accaduto deliberatamente. “È accaduta una cosa terribile”, ha detto il presidente: “Che abbiano fatto un errore, o sia cominciato per errore e poi ne hanno fatto un altro, o qualcuno ha fatto qualcosa di proposito… Non capisco come i movimenti di persone non erano permessi nel resto della Cina ma lo erano verso il resto del mondo. È una domanda difficile a cui rispondere per loro”.
E ancora: “È qualcosa che poteva essere contenuto nella sua località di orgine, penso in modo relativamente facile. La Cina è un Paese molto evoluto, potevano contenerlo, o non sono stati capaci o hanno scelto di non farlo”.
In una intervista ristretta nello Studio Ovale, Trump fa capire che in ogni caso è pronto ad una revisione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Diverse opzioni sono sul tavolo come “conseguenze” per Pechino: “Ci sono molte cose che posso fare”. “Stanno costantemente usando le pubbliche relazioni per provare a passare per innocenti”. “Stiamo cercando di capire cosa è successo. Poi decideremo come rispondere”, ha detto ribadendo di poter “fare molto” per impedire a Pechino di sfuggire “alle sue responsabilità”.
Da quando il virus ha colpito duramente anche gli Stati Uniti e Washington ha deciso di reagire all’offensiva propagandistica di Pechino sulla pandemia (di cui abbiamo più volte parlato su Atlantico Quotidiano), altri governi occidentali si sono più o meno esplicitamente associati, esprimendo perplessità e chiedendo un’indagine indipendente su come il virus ha iniziato a diffondersi a Wuhan. Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Australia – queste ultime ricevendo dure rappresaglie verbali da parte di Pechino.
Tra gli attacchi più duri rivolti al presidente cinese Xi Jinping quello della tedesca Bild: “Sei un rischio per il mondo”. “Perché i tuoi laboratori non sono sicuri come le tue prigioni per i prigionieri politici? Non è ‘amicizia’ inviare mascherine in tutto il mondo. È imperialismo dietro un sorriso, è un cavallo di Troia”.
Nelle scorse ore persino la cauta e paludata Bruxelles si è unita al coro di richieste di una inchiesta sull’origine del nuovo coronavirus. Parlando alla Cnbc, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, ha detto che le piacerebbe vedere la Cina lavorare insieme alla Commissione e ad altri Paesi per andare in fondo su come esattamente è iniziato.
Insomma, pare che la narrazione che Pechino ha spinto in queste settimane per presentarsi come modello di successo nella lotta al virus, la politica degli “aiuti” e le reprimende verso i Paesi “ingrati”, non abbiano avuto l’effetto sperato. L’immagine della Cina è in caduta verticale e le critiche stanno montando, non solo negli Stati Uniti e in Australia, ma anche in Europa. Non sarebbe il momento migliore per una Guerra Fredda: la sua mancanza di trasparenza, la sua propaganda e le sue reazioni aggressive stanno ricompattando l’Occidente.
Con una sola eccezione: l’Italia. Il nostro governo è l’unico tra quelli dei grandi Paesi europei, e tra i pochi in Occidente, a non essersi associato alle richieste di chiarimenti, se non alle critiche. Il “partito cinese” nel nostro Paese – che non è, come a qualcuno fa comodo far credere, Di Maio e Dibba – è in altre faccende affaccendato, impegnato a salvare il salvabile del suo potere, come vedremo tra poco.
Ma torniamo alla domanda iniziale: l’origine del virus. “È da gennaio che ripeto che il più probabile punto di partenza della crisi coronavirus è una fuga accidentale dall’Istituto di Virologia cinese a Wuhan”, ha twittato giorni fa Jamie Metzl, membro del comitato consultivo internazionale dell’Oms ed ex membro del Consiglio di sicurezza nazionale Usa. “Poiché la Cina sta ancora insabbiando e bloccando l’accesso, non è possibile dirlo con certezza. Vale il rasoio di Occam”.
In ogni caso, “qualunque sia stata l’origine”, ragiona Metzl, “le attività pericolose e l’insabbiamento delle informazioni in corso in Cina sono alla base di questa crisi”.
Pechino, quindi, ma come Trump anche l’Oms è oggetto delle critiche di Metzl:
“Avrebbe potuto scatenare l’inferno quando la Cina ha negato l’accesso agli esperti dell’Oms in quelle prime settimane critiche. Non avrebbe dovuto inizialmente fare il pappagallo della propaganda cinese e avrebbe sicuramente potuto dare l’allarme prima”.
La prima e a quanto ci risulta unica missione in Cina dell’Oms, per la precisione congiunta Oms-Cina, sull’epidemia è del 16 febbraio (fino al 24, una settimana), con un breve passaggio a Wuhan. Quindi, l’Oms è riuscita a mettere piede in Cina, per una sola settimana, un mese e mezzo dopo il primo allarme del 31 dicembre 2019. Per la precisione, alcuni esperti Oms avevano effettuato una brevissima visita Wuhan il 20 e 21 gennaio. Tutto qui.
Giovedì ha parlato a Sky News il dottor Gauden Galea, rappresentante dell’Oms in Cina, rivelando che “l’organizzazione non è stata ancora invitata da Pechino a prendere parte all’indagine cinese sull’origine del virus, nonostante abbia richiesto di essere inclusa”. Ha confermato che anche gli esperti dell’Oms ritengono che l’origine del virus sia a Wuhan e che sia naturale, non fabbricato. Ciò nonostante, secondo il dottor Galea, i registri di laboratorio “dovrebbero essere parte di un rapporto completo su tutto” riguardo la storia delle origini. Basterebbe, aggiungiamo noi, che Pechino rivelasse l’identità e le condizioni di salute da novembre ad oggi di tutti i ricercatori e dipendenti dei laboratori di Wuhan.
E poi naturalmente Galea giustifica la sua organizzazione: “Sapevamo solo ciò che la Cina ci riportava”. E dal 3 al 16 gennaio, ricorda, i funzionari di Wuhan non hanno riportato alcun nuovo caso di coronavirus rispetto ai 41 già noti: “Possibile che c’erano solo 41 casi in quel periodo di tempo? Penserei di no”.
Il 14 gennaio, come noto, l’Oms ancora negava vi fossero prove di trasmissibilità da uomo a uomo. Solo il 20 diventerà ufficiale, perché annunciato dalla Cina stessa.
Abbiamo quindi un periodo di almeno – vogliamo essere prudenti – 20 giorni di insabbiamento e depistaggi da parte di Pechino, ai danni o con la complicità dell’Oms.
Poi, accade qualcosa forse ancora più grave, su cui è tornato in questi giorni lo stesso presidente americano Trump. Tra il 14 (ma solo dal 20 pubblicamente) e il 23 gennaio il governo cinese adotta le prime misure, tra cui la chiusura di Wuhan (23 gennaio). Non proprio una chiusura totale, dal momento che Pechino sospende i collegamenti e i voli interni, ma non quelli internazionali.
“Perché la Cina ha permesso agli aerei di uscire ma non potevano andare all’interno della Cina? Hanno permesso agli aerei di uscire… e gli aerei escono da Wuhan e vanno dappertutto nel mondo. Vanno in Italia. Sono andati totalmente in Italia, ma andavano dappertutto nel mondo e non volavano all’interno della Cina”.
Perché? Se lo chiede il presidente Trump, mentre in Italia nessuno sembra interessato, né il governo, né le forze politiche, né i media.
In quegli stessi giorni, come riportato già a febbraio dal Wall Street Journal, Pechino esercitava con successo le sue pressioni sull’Oms affinché non dichiarasse già nel meeting del 22-23 gennaio l’”Emergenza di salute pubblica di carattere internazionale” (da non confondere con la dichiarazione di pandemia). La dichiarazione arriverà solo il 30 gennaio, due giorni dopo la visita del direttore Tedros a Pechino. Il governo italiano decide quindi il 31 gennaio di dichiarare l’emergenza sanitaria e di bloccare i voli diretti dalla Cina, nonostante l’Oms continuasse a raccomandare di non farlo, bollando la misura come dannosa e ingiustificata. L’amministrazione Trump vieta l’ingresso negli Stati Uniti agli stranieri passati in Cina negli ultimi 14 giorni. Ovvio che queste misure potevano essere adottate una settimana prima, se l’Oms dietro pressioni di Pechino non avesse ritardato di una settimana nel dichiarare l’emergenza.
Non solo la Cina non ha fermato i voli internazionali. Non ha effettuato screening dei passeggeri in partenza, né ha preso nota dei nomi dei passeggeri provenienti da Wuhan imbarcati sui voli internazionali comunicandoli agli altri Paesi.
Insomma, ci sono elementi a sufficienza per sospettare che, ormai in piena epidemia, avendo accettato di dover chiudere mezzo Paese, con danni enormi all’economia, la leadership di Pechino abbia valutato di non fare nulla perché il contagio non si diffondesse anche nel resto del mondo, e in particolare nei Paesi con i quali ha più collegamenti aerei, come l’Italia.
Solo che il nostro governo, la classe politica e i big dell’informazione sono concentrati su altro in questi giorni. Come ha egregiamente spiegato Mattia Magrassi su Atlantico qualche giorno fa, è iniziata la caccia al capro espiatorio. D’un tratto, i giornali e le stesse forze di maggioranza si sono tutti accorti che i Dpcm firmati da Conte sono non solo liberticidi ma anche incostituzionali e hanno cominciato a criticarlo per quei “pieni poteri” che ormai due mesi fa, non ieri, gli hanno concesso senza battere ciglio. Un calcolo cinico, perché ora che stiamo per entrare nella fase di uscita dall’emergenza sanitaria (e dopo le nomine dei vertici delle società pubbliche…), sperano di cavarsela incolpando Conte e, magari, trovare un sostituto per affrontare la drammatica crisi economica e sociale che abbiamo davanti a noi.
“Mai inteso procedere per via estemporanea, improvvisata e tantomeno solitaria“, ha chiarito Conte nella sua informativa di giovedì scorso alla Camera. Tutte le misure sono state adottate “in concertazione” con i membri del governo e della maggioranza. Insomma, una chiamata in correità di chi, ora, sta cercando di sfilarsi dopo due mesi di Dpcm senza fiatare.
Non poteva che esserci la copertura del Quirinale sull’uso dei Dpcm (che, ricordiamolo, violano la riserva di legge assoluta prevista dalla Costituzione per introdurre limitazioni alle libertà personali per motivi sanitari), come conferma un articolo di Claudio Tito giovedì su Repubblica (L’ombrello del Quirinale sui decreti di Conte, “Costituzione rispettata”). Firmando il decreto-legge dei “pieni poteri”, che ha attribuito cioè carta bianca a Conte per agire via Dpcm, oltre che velocizzare il processo decisionale, il presidente Mattarella si è risparmiato di dover mettere la faccia su ogni sorta di restrizione, anche le più impresentabili.
La copertura presidenziale sull’uso dei Dpcm non equivale però ad una totale copertura politica. Il Quirinale si premura di cancellare le proprie impronte. Come ha ricordato il quirinalista del Corriere Marzio Breda, sempre giovedì, “Mattarella non co-governa e quindi non vuole passare per la balia di Conte”. Certo, avverte il Colle, “chiunque aprisse oggi una crisi senza la prospettiva di formare una nuova compagine, e dunque al buio, si assumerebbe una responsabilità enorme”. Ma il premier non può stare sereno. Quel passaggio infatti significa che Conte è blindato da Mattarella solo fintantoché le attuali forze di maggioranza (e, magari, una new entry…) non concordino sul nome di un sostituto, non trovino cioè quella soluzione “già pronta” senza la quale il presidente non darebbe mai luce verde ad un cambio in corsa.
I catto-dem resistono ma, come ha spiegato Francesco Galietti su Atlantico, non per Conte. Se necessario, “per salvare la legislatura, mettere in sicurezza la successione al Quirinale, ed evitare l’avvento delle destre”, sono pronti a scaricarlo addossandogli la colpa di tutti gli errori della gestione dell’emergenza. Un gioco evidentemente rischioso quello in cui è coinvolto il capo dello Stato. Deve blindare Conte, ma al tempo stesso poterlo mollare senza perdere la faccia quando le condizioni lo permetteranno. E prima che l’opzione bazooka di Mario Draghi, figura avvertita come distante dai catto-dem, divenga inevitabile.
Nel frattempo, sempre giovedì è arrivato da Washington un vero e proprio warning al partito filo-cinese italiano – non solo Conte e i 5 Stelle, ma anche i catto-dem, lo stesso presidente Mattarella, sotto i cui auspici, non va dimenticato, è stato firmato il memorandum per la nuova Via della Seta, e il Vaticano.
“C’è preoccupazione in America per l’avvicinamento dell’Italia alla Cina, per come Pechino userà una potenziale dipendenza da sé per cercare di manipolare il vostro Paese”, ha detto al Corriere Richard Haass, da 17 anni presidente del prestigioso Council on Foreign Relations.
“Avvicinandosi così tanto alla Cina, [il governo italiano] sta gettando i semi per seri problemi nel lungo periodo. Non parlo ovviamente a nome del mio governo, ma chiunque abbia a cuore le relazioni transatlantiche (e abbia a cuore l’Italia), deve chiedersi quanto sia saggio per il vostro governo entrare in questo rapporto così stretto. Niente si fa per niente. Se la Cina aiuta l’Italia, prima o poi verrà l’ora di pagare”.
Attenzione: Haass è tutt’altro che trumpiano, anzi è una voce del Deep State Usa. Membro del Consiglio di sicurezza nazionale di Bush padre, di cui fu assistente speciale, gode di stima bipartisan. E di questi tempi sta velocemente mutando l’atteggiamento dei Democratici, a cui naturalmente guardano i nostri catto-dem, nei confronti della Cina. Il “grande divorzio” tra Cina e Stati Uniti, scrive The National Interest, è arrivato. E nessuno potrà fare finta di niente.
Altre voci, anzi cinguettii, giungono dagli Stati Uniti – dove prosegue l’indagine del procuratore Durham sulle origini dello Spygate e proprio in questi giorni stanno uscendo documenti che scagionano il generale Flynn e inguaiano invece l’FBI di Comey. L’Attorney General William Barr, che ha parlato di recente di “un intero schema di eventi” per sabotare la presidenza Trump, avrebbe un file di 25 mila pagine su alcuni politici italiani (e potrebbe anche trattarsi di gigabyte…).

 Federico Punzi, 2 Mag 2020, qui

Già, l’Italia. Non ricordo più chi sia stato quel tale, tanto tanto tempo fa, che disse che anche una donna onesta ha il diritto di fare ogni tanto un giro di valzer con un uomo diverso dal marito, ma l’Italia di giri di valzer ne stava facendo un po’ troppi. E storicamente l’Italia è famosa per non avere mai finito una guerra dalla stessa parte da cui l’aveva cominciata (compresa l’ultima), tranne qualcuna durata abbastanza a lungo da avere il tempo di cambiare fronte due volte. E ancora una volta stiamo voltando le spalle a chi ci ha sempre tirati fuori dalla merda in cui ci eravamo ficcati, e tuttora si sta dando da fare a tirarcene fuori, e baciando appassionatamente i piedi e offrendo il proprio tafanario a chi nella merda ci ha intenzionalmente e premeditatamente scaraventati (particolarmente significativa la circostanza, segnalata da Punzi, dei voli interni sospesi, e liberi invece quelli verso l’estero mentre imperversava l’epidemia, unita all’altra circostanza, che già in altra occasione avevo fatto notare, che non hanno dato l’allarme se non quando sono stati ben sicuri che il virus aveva attecchito alla grande in mezzo mondo. Tengo a precisare che all’origine artificiale del virus non credo; detto questo, per il resto concordo su tutto. Poi può forse interessare anche questo.

POST SCRIPTUM a proposito di Italia e Cina: come si chiamano quelle signore che svolgono la loro professione con le gambe aperte? 
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barbara

LO SAPETE VERO CHE AD AUSCHWITZ NON È MAI SUCCESSO NIENTE

Che l’olocausto non è mai avvenuto, che è una balla colossale inventata dai sionisti per impietosire il mondo e rubare impunemente la Palestina ai palestinesi che ci vivevano da dodicimila anni eccetera eccetera. Ecco, quanto segue è la prova documentale che ad Auschwitz, appunto, non è mai successo niente.

Rudolf Höss: non solo un assassino

Forse qualcuno ancora non sa (è strano, ma potrebbe essere così) che il primo comandante del campo di sterminio di Auschwitz, Rudolf Höss, prima di essere impiccato ha scritto un libro di memorie, con il titolo italiano “Comandante ad Auschwitz”. Ne riportiamo qui un estratto.

«Questo sterminio in massa, con tutti i fenomeni che lo accompagnarono, per quanto so, non mancò di lasciare tracce in coloro che vi presero parte. In verità, tranne pochissime eccezioni, tutti coloro che erano comandati a questo mostruoso «lavoro», a questo «servizio», ed io stesso, ebbero abbondante materia di riflessioni, e ne serbarono impressioni assai profonde. La maggioranza di essi, quando compivo i giri d’ispezione agli edifici destinati allo sterminio, mi si avvicinavano per sfogare con me le loro impressioni e le loro angosce, nella speranza che potessi aiutarli. La domanda che inevitabilmente sgorgava dalle loro conversazioni confidenziali era sempre una: è proprio necessario ciò che dobbiamo fare? È proprio necessario sterminare cosi centinaia di migliaia di donne e di bambini? E io, che nel mio intimo mi ero posto infinite volte le stesse domande, ero costretto a rammentar loro il comando del Führer, perché ne traessero conforto. Dovevo affermare che questo sterminio degli ebrei era veramente necessario, affinché la Germania, affinché i nostri discendenti, per il futuro fossero finalmente liberati dai loro nemici più accaniti.
È vero che l’ordine del Führer era indiscutibile per tutti, così come il fatto che questo compito dovesse essere assolto dalle SS. Ma ciascuno era tormentato da dubbi segreti. Quanto a me, in nessun caso avrei potuto esternare i miei dubbi. Per costringere i miei collaboratori a tener duro, dovevo a mia volta mostrarmi incrollabilmente persuaso della necessità di realizzare quell’ordine cosi spaventosamente crudele. Gli occhi di tutti erano fissi su di me; tutti scrutavano le impressioni suscitate in me dalle scene che ho descritto, tutti studiavano le mie reazioni. Insomma, ero al centro dell’attenzione di tutti, e ogni mia parola era oggetto di discussione. Dovevo perciò controllarmi all’estremo, perché sotto l’impressione di simili avvenimenti non venissero alla luce dubbi ed angosce. Dovevo apparire freddo e senza cuore, di fronte a fatti che avrebbero spezzato il cuore di ogni essere dotato di sentimenti umani. Non potevo neppure voltarmi dall’altra parte, quando sentivo prorompere in me emozioni anche troppo comprensibili. Dovevo assistere impassibile allo spettacolo delle madri che entravano nelle camere a gas coi loro bambini che piangevano o ridevano.
Una volta vidi due bambini talmente immersi nei loro giochi da non udire neppure la madre, che cercava di portarli via. Perfino gli ebrei del Sonderkommando non ebbero cuore di afferrare quei bambini. Lo sguardo implorante della madre, che certamente sapeva che cosa sarebbe accaduto di lì a poco, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Quelli che già erano entrati nelle camere a gas cominciavano a diventare irrequieti, e fu giocoforza agire. Tutti guardavano me: feci un cenno al sottufficiale di servizio e questi afferrò i due bambini che si dibattevano violentemente e li portò dentro, insieme alla madre che singhiozzava da spezzare il cuore. Provavo una pietà cosi immensa che avrei voluto scomparire dalla faccia della terra, eppure non mi fu lecito mostrare la minima emozione. Era mio dovere assistere a tutte le operazioni. Era mio dovere, fosse giorno o notte, assistere quando li estraevano dalle camere, quando bruciavano i cadaveri, quando estraevano i denti d’oro, tagliavano i capelli; dovevo assistere per ore e ore a questi spettacoli orrendi. Nonostante la puzza orribile, disgustosa, dovevo essere presente anche quando si aprivano le immense fosse comuni, si estraevano i cadaveri e si bruciavano. Attraverso le spie aperte nelle camere a gas dovevo assistere anche alla morte, perché i medici richiedevano anche la mia presenza. Dovevo fare tutte queste cose perché ero colui al quale tutti guardavano, perché dovevo mostrare a tutti che non soltanto impartivo gli ordini e prendevo le disposizioni, ma ero pronto io stesso ad assistere ad ogni cosa, cosi come dovevo pretendere dai miei sottoposti.
Il Reichsführer delle SS inviava spesso alti funzionari del Partito e delle SS ad Auschwitz, affinché assistessero alle operazioni di sterminio degli ebrei. Alcuni di costoro, che per l’innanzi erano stati zelanti assertori della necessità di queste stragi, assistendo a questa «soluzione finale della questione ebraica» diventavano molto silenziosi e pensosi. Spesso mi venne chiesto come potevo io, come potevano i miei uomini assistere di continuo a queste operazioni, come facevamo a resistere. Rispondevo sempre che tutte le emozioni umane dovevano tacere di fronte alla ferrea coerenza con la quale dovevamo attuare gli ordini del Führer. Ciascuno di quei signori dichiarava che non avrebbe voluto ricevere un compito analogo.
Perfino Mildner ed Eichmann, che senza dubbio erano tra i più «corazzati», non avrebbero affatto voluto prendere il mio posto: era un compito che nessuno mi invidiava. Spesso ho discorso a lungo, e a fondo, con Eichmann, su tutte le conseguenze legate alla soluzione finale della questione ebraica, senza però esternargli mai le mie intime angosce. Ho cercato anche, con tutti i mezzi, di scoprire quali fossero le sue vere convinzioni riguardo a questa « soluzione finale»; ma perfino sotto l’influenza dell’alcool – ciò che avveniva soltanto quando eravamo tra noi – egli sosteneva, in modo addirittura fanatico, la necessità di sterminare incondizionatamente tutti gli ebrei di cui potevamo impadronirci. Senza pietà, a sangue freddo, dovevamo eseguire il loro sterminio nel più breve tempo possibile. Ogni esitazione o compromesso, sia pure il minimo, un giorno sarebbe stato scontato amaramente».

E questo è un estratto dalla prefazione che ne ha fatto Primo Levi.

«A noi superstiti dei Lager nazionalsocialisti viene spesso rivolta, specialmente dai giovani, una domanda sintomatica: com’erano, chi erano «quelli dall’altra parte»? Possibile che fossero tutti dei malvagi, che nei loro occhi non si leggesse mai una luce umana? A questa domanda il libro risponde in modo esauriente: mostra con quale facilità il bene possa cedere al male, esserne assediato e infine sommerso, e sopravvivere in piccole isole grottesche: un’ordinata vita famigliare, l’amore per la natura, un moralismo vittoriano. Appunto perché il suo autore è un incolto, non lo si può sospettare di una colossale e sapiente falsificazione della storia: non ne sarebbe stato capace. Nelle sue pagine affiorano bensì ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, tentativi di abbellimento, ma sono talmente ingenui e trasparenti che anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà ad identificarli: spiccano sul tessuto del racconto come mosche nel latte.
Il libro è insomma un’autobiografia sostanzialmente veridica, ed è l’autobiografia di un uomo che non era un mostro, né lo è diventato, neppure al culmine della sua carriera, quando per suo ordine si uccidevano ad Auschwitz migliaia di innocenti al giorno. Intendo dire che gli si può credere quando afferma di non aver mai goduto nell’infliggere dolore e nell’uccidere: non è stato un sadico, non ha nulla di satanico (qualche tratto satanico si coglie invece nel ritratto che egli traccia di Eichmann, suo pari grado ed amico: ma Eichmann era molto più intelligente di Höss, e si ha l’impressione che Höss abbia prese per buone certe vanterie di Eichmann che non reggono ad un’analisi seria). È stato uno dei massimi criminali mai esistiti, ma non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non scritta nel suo patrimonio genetico né nel suo esser nato tedesco, sta tutta nel non aver saputo resistere alla pressione che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già prima della salita di Hitler al potere.»

Se Primo Levi dice che Höss non era un mostro, dobbiamo forse pensare che voglia alleggerire la gravità di quello che ha fatto? È vero il contrario. Rudolf Höss non è “solo un assassino”: è molto di più. Perché “non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese”; perché era l’espressione di un’ideologia assassina che ha coinvolto nel crimine un’intera società costituita da persone “normali” come lui. E’ questa mostruosità sociale che deve sconvolgerci, non la mostruosità personale, tanto più caricata di colore oscuro quanto più se ne vuole prendere personalmente le distanze. Lo stesso può dirsi del “medico maledetto”, Josef Mengele. Anche lui, come Höss, voleva “soltanto” lavorare per il bene della sua nazione, mettere a profitto le sue capacità scientifiche e sfruttare l’ambiente “favorevole” che la società in quel momento gli metteva disposizione. E’ la mostruosità di questa normalità sociale che deve farci inorridire, più che l’anormalità di un mostro personale.
Ritengo, per inciso, che questo abbia voluto dire Giulio Meotti con il suo articolo “Professor Mengele”, riportato anche sul nostro sito. Ma molti non l’hanno capito. E in certi casi la cosa appare quasi incomprensibile. Marcello Cicchese.

(Notizie su Israele, 15 febbraio 2020)

Già, l’articolo di Meotti, che tante critiche indignate, inorridite ha suscitato in chi vi ha voluto vedere, niente meno, che una riabilitazione del famigerato dottor morte. Persone che hanno cancellato Meotti dalle proprie amicizie FB. Persone che hanno giurato che di lui non leggeranno mai più una sola riga. Evidentemente sapere che l’assassino Mengele aveva anche una solida preparazione scientifica li disturba molto. Evidentemente per stare bene hanno bisogno di pensare a Mengele come a un buzzurro semianalfabeta. Evidentemente anche loro, come troppi altri, quando la realtà confligge con la propria narrativa preferiscono cancellare la realtà e chi la diffonde. Probabilmente da sentimenti simili deriva anche il vezzo di definire Hitler “imbianchino”, cosa che trovo orribile, innanzitutto perché scredita una professione dignitosa e assolutamente necessaria, in secondo luogo perché Hitler questa professione non l’ha mai esercitata: Hitler era un pittore decisamente mediocre, ma era pittore, non imbianchino, e davvero non vedo l’utilità di questa falsificazione. E dunque onore a Meotti e a chiunque abbia il coraggio di proclamare la verità (e grazie anche a Marcello Cicchese che tanto si adopera a fare informazione).

barbara

OCCHIO CHE TORNA L’ANTISEMITISMO

Occhio alla destra che là sono tutti fascisti. Occhio ai sovranisti che coi fascisti fanno anche rima. Occhio a quell’individuo che non dobbiamo lasciar tornare a governare – a costo di cancellare il diritto di voto, cambiare la legge elettorale e qualunque altra diavoleria utile riusciamo a escogitare – se no tempo un paio di settimane ci tocca marciare al passo dell’oca e gli ebrei tutti a nascondersi. Cittadini, compagni, lavoratori, guardate bene quest’uomo e guardatevene bene, o la democrazia sarà stritolata e voi vi ritroverete confinati nelle barbare caserme.

Se il primo vi sembra troppo lungo, limitatevi a guardare l’ultimo minuto (però fareste bene a guardarvelo tutto).

Questo invece è breve e dovete guardarlo tutto.

E concludo con questa foto
Boris Johnson
e con questo commento di Giulio Meotti, di cui condivido totalmente l’entusiasmo:

“Boris Johnson glielo ha fatto grosso così a Jeremy Corbyn. Grandi inglesi!”

Dai, che tra Johnson, Trump, Bolsonaro, Salvini e Orban forse ce la facciamo a restare a galla.

(PS: fino a domani sera non ci sono)

barbara

QUANDO LE FABBRICHE DI SANTI DIMENTICANO I MARTIRI VERI

Vi hanno fatto vedere per giorni “Josefa che non aveva lo smalto”. Vi hanno detto di prostrarvi, fino al ridicolo, di fronte a una ragazzina, Greta. Hanno elevato Carola a simbolo della vostra Europa. Oggi, sui nostri media, non una parola, non una, su questa donna, Suzan, insegnante, cristiana, armena, rimasta nel villaggio siriano soltanto per le sue allieve, rapita, stuprata in gruppo per nove ore, torturata, infine lapidata. Non credete mai a questo falso umanitarismo dove non c’è compassione né verità, ma è soltanto una corda con cui l’Occidente si impicca. Ci ha impedito di vedere e parlare e aiutare le vere vittime con cui dovevamo solidarizzare, i nostri morti, innocenti uccisi dai malvagi, non icone della società dello spettacolo ma martiri.
Giulio Meotti

I santi cristiani non tirano, di questi tempi, neanche se martiri, neanche se torturati peggio di san Lorenzo sulla graticola. Non solo non tirano, ma neanche interessano, molto più attraenti i santi laici, le grete, le carole, le daisy, o altri ancora più laici. E i martiri veri si fottano pure.

barbara

QUEL TIZIO SICILIANO CHE È MORTO A ROMA

Prima faccio parlare Giulio Meotti

Andrea Camilleri, bravo scrittore, pessimo ideologo. A sinistra – per ideologica piaggeria e banalità culturale – era consuetudine ormai prendere per grande qualsiasi cosa scrivesse. Figuriamoci se per la sua morte, che la terra gli sia lieve, qualcuno ricorderà le idee del maestro Camilleri, cattivo maestro. Sul comunismo in testa, cui fu sempre legato. “Voglio precisare che i gulag non furono campi di sterminio, Solgenitsin, per fare un nome, con i nazisti non sarebbe sopravvissuto”. “A Cuba c’è chiaramente una dittatura, ma non ci sono stati desaparecidos, cioè si sa chi era e chi è ancora in galera, con nome e cognome, non ci sono scomparsi perché prelevati di notte dalla polizia o dai paramilitari. Volendo, i parenti possono visitarli. Ci sono state fucilazioni ma vanno viste le condizioni che hanno portato a questo. Sappiamo soltanto quello che ci dice la stampa statunitense e non quella non condizionata”. “Non c’è una persona trentenne, dai trent’anni in su, che arrivi dall’ex Unione Sovietica in Italia e che fa la modella, la cantante, la cameriera che non sia ingegnere o diplomata. Ciò significa che se il comunismo fosse continuato in Urss forse oggi l’Urss si troverebbe allo stesso livello della Cina”. Dunque Camilleri fu uno dei tanti scrittori italiani che hanno mentito sul totalitarismo comunista (aveva almeno l’attenuante dell’età). Si fa prima a dire quelli che ebbero la chiarezza morale per dire la verità, come il grande Ignazio Silone. Furono pochissimi. Per me le parole di Camilleri su Solgenitsin – di cui ho amato ogni riga – sono imperdonabili.

poi parlo io.

Ho letto un solo libro suo, praticamente obbligata: me lo aveva regalato la mia amica comunista (quella che “e quelle rappresaglie in puro stile nazista e quei poveri bambini palestinesi assassinati a sangue freddo e quei poveri kamikaze talmente portati alla disperazione da non desiderare più altro che di morire”) e sapevo con certezza che poi me ne avrebbe chiesto conto. E in questo, come rarissimamente accade, dissento totalmente dall’amico Meotti: finito con fatica, l’ho chiuso con la certezza che non ce ne sarebbe mai stato un secondo. Poi volendo ci sarebbe questa cosettina qui, della straordinaria seduzione delle bambine di due anni. Un signore, nei commenti, spiega che l’autrice dell’articolo è ignorante perché non comprende il contesto: se quella frase fosse stata detta da uno scaricatore di porto, si sarebbe dovuta intendere come espressione di pedofilia, ma siccome l’ha detta un uomo di cultura, di poesia, di estetica, allora no, voleva dire tutt’altro. Ecco, prima di tutto voglio fare i miei complimenti all’autore del commento per il suo atteggiamento nei confronti delle classi inferiori – alle quali, figlia del sottoproletariato urbano, mi onoro di appartenere; poi vorrei ricordare che Pasolini, intellettuale vero, non tarocco, i ragazzini non li inculava in senso metaforico, ma proprio concreto, approfittando, da buon comunista, della loro miseria. La poesia, la cultura, l’estetica, non sono mai garanzia di alcunché.

Ah, poi è morto anche Luciano De Crescenzo. Me ne dispiace sinceramente.

barbara