IL TERRORE CORRE SUL FILO

del clima.

Cop26, il catastrofismo climatico per giustificare un autoritarismo sempre più marcato

A Glasgow, in occasione della nuova Conferenza internazionale sul clima, la Cop26, i principali leader mondiali parlano con una voce unica. Ed è quella del catastrofismo.

I discorsi fanno rabbrividire, parrebbe di essere presenti ad un convegno di millenaristi di tempi antichi. La fine del mondo è dietro l’angolo e manca anche la speranza di una vita e di una salvezza dopo la morte. Johnson apre subito dicendo che noi, senza rendercene conto, viviamo in un film di 007. Come “… James Bond in quei film in cui deve disinnescare un macchinario mortale pochi minuti prima che scatti, ma questo non è un film”. E quindi “Dobbiamo disattivare questo dispositivo del giorno del giudizio”. Il massimo lo raggiunge il principe Carlo: “Il mondo deve mettersi in una disposizione di spirito bellica, da ultima spiaggia, di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici che incombono sul pianeta”.
Ma chi devono convincere? Perché parrebbero veramente tutti d’accordo. Mancano i leader di Cina e Russia, che hanno mandato i loro ministri. Non sono assenze da poco, considerando che Xi Jinping governa in modo assoluto sul Paese più inquinante del pianeta e Vladimir Putin su quello geograficamente più vasto, nonché seconda potenza nucleare (civile e militare) del mondo. Ma non sono i due leader antagonisti all’Occidente quelli a cui i messaggi sono rivolti. Non sono neppure menzionati, tanto meno contestati. E allora a chi sono rivolti tutti questi messaggi terrorizzanti? A Greta e agli ecologisti più radicali, che erano in piazza a Glasgow a spronare ancora più allarmismo? Non solo a loro. Non ce ne sarebbe bisogno.
Il target dei messaggi allarmistici dei capi di Stato e di governo riuniti alla Cop26 siamo noi. Noi, cittadini dei Paesi che governano. Quel che sta avvenendo, infatti, è un grande sforzo, da parte degli Stati, di cambiare modello economico, con il consenso, esplicito o anche solo passivo, di tutti i principali imprenditori. Questo è un tentativo di fare un “New Deal” mondiale. E, se quello di Roosevelt, almeno, aveva lo scopo di salvare il capitalismo (“da se stesso”), questo nuovo “Green New Deal” ha invece lo scopo teorico di salvare il pianeta dal capitalismo.
Mario Draghi, che piace ai liberali di oggi così come Roosevelt piaceva a quelli di allora (salvo Ludwig von Mises, Ayn Rand e pochi altri deplorables), parla da utopista e costruttivista, nel momento in cui afferma, alla conclusione del G20: “Stiamo costruendo un nuovo modello economico e il mondo sarà migliore”. [Come dopo la rivoluzione francese. Come dopo a rivoluzione d’ottobre. Come dopo la rivoluzione cinese. E quella cubana. E quella cambogiana – soprattutto si raccomanda quella cambogiana – eccetera] Un mondo migliore, né più, né meno. E come? Lo spiega alla Cop26: “Dobbiamo rafforzare i nostri sforzi sui fondi per il clima, far lavorare insieme pubblico e privato. Decine di trilioni sono disponibili. Ora dobbiamo usarli, trovare un modo intelligente di spenderli velocemente. Abbiamo bisogno che tutte le banche multilaterali e in particolare la Banca mondiale condividano con il privato i rischi”.
Attenzione ai termini. “Far lavorare insieme pubblico e privato”, considerando i rapporti di forza reali, vuol dire far lavorare il privato a seconda degli interessi dettati dal settore pubblico, cioè dal governo. “Trovare un modo intelligente di spenderli velocemente”, riferito alle migliaia di miliardi (triliardi) di cui parla Draghi, vuol dire: spenderli come dice il governo, sui progetti scelti dallo Stato. Perché “in modo intelligente”, in un mercato libero, è infatti un’espressione priva di senso: in un sistema liberale l’intelligenza è quella dei prezzi che sono fissati spontaneamente dall’incontro fra domanda e offerta. Spendere le migliaia di miliardi, disponibili nelle tasche dei privati, “intelligentemente”, cioè in modo diverso da quel che avrebbero fatto i loro detentori, vuol dire solo una cosa: pianificazione. Curioso che Draghi affermi anche di volerli spendere “velocemente”. Prima che ce ne accorgiamo? Probabilmente sì, giusto, comunque, per mettere ancora più urgenza in un discorso che si basa sull’emergenza, sull’imminenza di una catastrofe, sul poco tempo a disposizione per compiere scelte irreversibili.
E i cambiamenti previsti dovrebbero essere ormai noti, nei numerosi documenti di studio su come ridurre l’aumento della temperatura. Dovremo rinunciare ai combustibili fossili. Quindi dovremo cambiare tutti gli impianti di riscaldamento e viaggiare su veicoli elettrici. Dove non è possibile trasformare i motori, si dovranno limitare al minimo indispensabile gli spostamenti. Greta dice che solo i capi di Stato e di governo potranno prendere l’aereo. E per la produzione di energia, per ricaricare le batterie dei nuovi veicoli elettrici? Ci saranno le energie rinnovabili (i più avveduti costruiranno o manterranno anche le centrali nucleari, ma in Italia no). E se non basterà? Si dovranno ridurre i consumi, si dovrà rieducare la popolazione ad uno stile di vita più spartano. Anche la dieta sarà colpita: almeno il 20 per cento di consumo quotidiano di carne in meno. Quindi qualcuno dovrà controllare anche quel che abbiamo nel piatto, tutti i giorni. La riforestazione è il primo punto su cui i partecipanti alla Cop26 hanno raggiunto un accordo. Sarà un ritorno al passato: le terre che ora sono destinate all’agricoltura saranno di nuovo coperte dalle foreste, come nel Medioevo.
Cambiamenti così drastici richiedono certamente che le preferenze dei consumatori siano “reindirizzate”, con o senza il loro consenso. Richiedono controllo e pianificazione. In parole povere: un autoritarismo sempre più marcato, perché un mercato lasciato libero e una democrazia in cui “rischia” di vincere un Trump o un Bolsonaro, sarebbero ostacoli sempre più inammissibili nel nuovo modello. Solo “la scienza” può fissare gli obiettivi dei nuovi pianificatori che, si presume, devono essere così bravi e preveggenti da fissare le giuste quote di produzione nel lungo periodo, al punto da limitare la crescita della temperatura ad 1,5 gradi nei prossimi 30 anni.
Stefano Magni, 3 Nov 2021, qui.

Credete che questo sia il peggio? Ridicoli! Ingenui! Illusi!

Quando l’ambientalismo diventa follia

Il manifesto del più puro ecologista: “Per il clima vostra madre e sorella saranno stuprate”. L’Olocausto? “Una stronzata”. “Sei miliardi moriranno”. Salviamo i giovani dai Nostradamus verdi

Manifestazione di Extinction Rebellion a Londra

Il più puro, il più idealista, il più indomito dei salvatori del pianeta, il fondatore di Extinction Rebellion Roger Hallam, al settimanale tedesco Die Zeit aveva liquidato l’idea che l’Olocausto fosse un evento eccezionale: “E’ un fatto che milioni di persone nella nostra storia sono state regolarmente uccise in circostanze terribili”, per questo “a voler essere onesti” l’Olocausto “è un evento quasi normale” e “solo un’altra stronzata nella storia dell’umanità”.
Ora il fondatore di Insulate Britain, le cui tattiche sono state elogiate anche sulla bibbia della scienza inglese The Lancet, ha pubblicato un manifesto che invita i giovani a intraprendere azioni illegali per salvare la loro generazione dall'”annientamento”. Scrive Hallam:
“Il punto finale del collasso sociale è la guerra in ogni città, in ogni quartiere, in ogni strada. Questo è ciò che accadrà alla tua generazione e questa spaventosa situazione rischia di diventare un luogo comune. Una banda di ragazzi entrerà in casa tua chiedendo cibo. Vedrai tua madre, tua sorella, la tua ragazza violentate in gruppo sul tavolo della cucina. [Bello il dettaglio del tavolo da cucina: vero che vi commuove?] Ti costringeranno a guardare, ridendo di te. Prenderanno una sigaretta e ti bruceranno gli occhi. Non potrai più vedere nulla. Questa è la realtà del cambiamento climatico….”. [Non che il nesso sia molto chiaro, ma a chi mai verrebbe in mente di chiedere i nessi a uno schizofrenico paranoide?]
Cameron Ford, un noto attivista di Insulate Britain, ha appena detto: “I prossimi tre o quattro anni determineranno il futuro dell’umanità. Il collasso della società arriva e poi vedi il massacro. [Ah questo sì: continuate a far lievitare le bollette con le vostre politiche del cazzo e a contare sulle padelle solari e sui cazzi con le pale, garantito che il collasso arriva] Vedrai stupri. Vedrai omicidi”. [Oddio, io un omicidietto in mente lo avrei, se devo dirla tutta].
Una volta era l’orso polare che vagava spaesato. Ora sono gli stupri. E sbaglieremmo a pensare che siano soltanto degli spostati. L’arcivescovo di Canterbury ha appena paragonato il cambiamento climatico alla Shoah di sei milioni di ebrei, chiedendo poi scusa. D’altronde, come dice Hallam, il mondo è “una camera a gas”.
Hallam, che ha scritto il manifesto mentre era in prigione per aver lanciato un drone intorno all’aeroporto di Heathrow, scrive: “L’azione deve essere drammatica, epica, oltraggiosa, senza paura e illegale. Pensa alla tua idea più ambiziosa e moltiplicala per dieci… Ti renderà un eroe e, soprattutto, potrebbe salvare la tua generazione dall’inferno”.

Hallam non è un passante dell’ecologismo. Il suo movimento ha raccolto il sostegno del Labour, del giornale della sinistra inglese The Guardian, di divi del cinema come Emma Thompson, Jude Law e Benedict Cumberbatch, e ovviamente di Greta Thunberg, che ha detto: “Extinction Rebellion è il movimento più importante e promettente della nostra epoca”. Una frase di Greta campeggia anche nell’edizione italiana del libro di Hallam. [Ma perché non andate a estinguervi tutti quanti, tutti insieme appassionatamente cazzo, se ci tenete tanto alla salvezza del pianeta]
Tutto questo clima apocalittico non ha nulla a che fare con la scienza. Nessuna banda di ragazzi stuprerà vostra sorella o madre e vi brucerà gli occhi. Andrà tutto bene. E no, quello che ha predetto Hallam non si verificherà (“sei miliardi di persone moriranno a causa del cambiamento climatico”). Ma è urgente salvare i giovani da questi Nostradamus verdi.
Giulio Meotti

Certo che uno che si porta addosso una faccia così, cos’altro può desiderare, poveraccio, se non di estinguersi!

E ora, prima che ci facciano venire la tentazione di suicidarci (no, non per il clima: per non dover più vedere le loro facce e sentire i loro sproloqui), regaliamoci un po’ di sana dissacrazione.

Non è servito a un accidente. L’ha spiegato, come forse manco Cacciari, una ricerca nientemeno della Nasa. Che passi per i novax. Però i sivax, colleghi nostri e adoratori benedetti della sacra molecola, spostino il culo e se la vadano a leggere. Narra in due parole, quell’Everest dello studio, di come la concentrazione di gas serra nell’atmosfera, in particolare di CO2 e metano, abbia continuato imperterrita a salire e se ne sia sbattuta alla grande dell’inquinamento antropico crollato via lockdown. Stop agli impianti, taglio delle emissioni, traffico spento, petrolio al minimo e pulizia che manco alla Dixan, finché, tirate le somme: record assoluto di gas serra. Altro che dopobarba inquinanti: come se tutte quante le mattine fossimo andati tutti quanti al bagno su sei miliardi di tir. Bon. E il bello deve ancora venire. Dove? Ma in America. Sarà quando gli elettori democratici, pressati a non fare pipì per i prossimi due anni nel tentativo estremo di salvare il pianeta, piangeranno le loro verdi lacrime prendendo atto che, quel porcone di Trump, ha vinto le elezioni perfino a Filadelfia facendo a chi piscia più lontano.
Andrea Marcenaro

Ma se poi a uno, considerando che questo branco di pazzi criminali sta spingendo verso non solo la cancellazione della vita umana, ma anche la distruzione del pianeta, come più volte ampiamente documentato in questo blog, fosse colto da qualche istinto sbarazzino, diciamo così, potrebbe invocare la legittima difesa (no, non preventiva: effettiva, visto che stanno già riducendo un bel po’ di gente alla fame con le bollette)? Non so voi, ma io dico di sì.

barbara

E VIVA IL COMUNISMO E LA LIBERTÀ

Ritengo opportuno far precedere questo articolo da un inno appropriato.

Hasta i rifugiati del socialismo siempre!

Non sbarcano a Lampedusa, sono 9 milioni di venezuelani in fuga dal regime che ha realizzato l’uguaglianza: tutti poveri. Dai 5 Stelle ai Nobel, tutti compañeros alla “Mecca dei ciarlatani”

Le Nazioni Unite hanno avvertito che entro la fine del prossimo anno ci saranno 8,9 milioni di rifugiati venezuelani in tutta l’America Latina. Un esodo che supera di gran lunga quello siriano con 6,8 milioni di profughi. Ma se la Siria è finita così a causa di una guerra civile, il Venezuela ha fatto tutto da solo. Ha abbracciato il socialismo castrista, come racconta il Wall Street Journal.
Ma se per i migranti siriani e africani le tv, i giornali e le agenzie umanitarie sono tutte lì, alla frontiera polacca, nelle spiagge di Lesbo e nel porto di Lampedusa, per il grande esodo dei migranti venezuelani non c’è quasi nessuno.
“Nella prima metà del 2019, il Venezuela ha iniziato a soffrire di carenza di benzina” racconta il Journal. “La nazione aveva le più grandi riserve di petrolio del mondo. Eppure i conducenti si trovano ad aspettare giorni e giorni in fila davanti alle stazioni di servizio, ricordando la vecchia barzelletta su come se i comunisti si fossero impossessati del Sahara, la sabbia sarebbe finita. Allo stesso tempo, navi cisterna partivano dai terminal venezuelani pieni di petrolio dirigendosi… verso Cuba. Questa immagine racconta la storia fondamentale del disastro del Venezuela. I bisogni di Cuba vengono prima di tutto. Sempre”.
I dati sono spaventosi: “Il 95 per cento dei venezuelani è povero. Più di 3 venezuelani su 4 vivono in condizioni di estrema povertà e insicurezza alimentare. A 3 dollari al mese, il salario minimo legale non dà da mangiare a una persona per un giorno, figuriamoci a una famiglia per un mese. La metà della popolazione in età lavorativa ha abbandonato la forza lavoro. Il Pil pro capite è crollato a livelli che non si vedevano dagli anni ’50. La scarsità d’acqua è endemica in tutte le città. I blackout sono comuni. Le biciclette sono diventate il mezzo di trasporto preferito da coloro che possono permettersele. Il sistema sanitario è crollato, portando i tassi di mortalità infantile a livelli mai visti da una generazione. Malattie come la difterite e la malaria, che erano state debellate decenni fa, sono tornate. L’unico aspetto positivo? I tassi di omicidi sono diminuiti perché le munizioni scarseggiano”.
Un venezuelano in media ha perso 11 chili di peso…Il Venezuela è un luogo ideale per girare il sequel di “Hunger Games”. I giochi della fame. Nei giorni scorsi funzionari dell’Onu nello spiegare la gravità contrazione economica in Afghanistan hanno detto che “lo abbiamo visto soltanto in Venezuela”.
Perché curarsene? In fondo il Venezuela non siede forse nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu, anche se ha gli stipendi più bassi al mondo e l’inflazione più alta del pianeta?
Perché i 9 milioni fuggono da un regime incensato dai pundit di sinistra in tutto il mondo, dagli attori di Hollywood, dalle ong e da tanti, troppi funzionari delle Nazioni Unite. Donne che combattono per un pezzo di burro, madri che non riescono a trovare il latte, bambini che frugano nella spazzatura, scaffali vuoti nelle farmacie, ospedali senza barelle e antibiotici, medici che operano alla luce di un telefonino, donne che partoriscono fuori dagli ospedali. Sul New York Times, Bret Stephens si è domandato dove siano i progressisti sul Venezuela. “Ogni generazione di attivisti abbraccia una causa di politica estera: porre fine all’apartheid in Sudafrica; fermare la pulizia etnica nei Balcani; salvare il Darfur dalla fame e dal genocidio. E poi c’è la causa perenne – e perennemente indegna – della ‘liberazione’ della Palestina, per la quale non c’è mai carenza di creduloni fanatici”. Del Venezuela nessuno parla. “Le sue vittime stanno lottando per la democrazia, per i diritti umani, per la capacità di nutrire i loro figli”.
“Chiunque in Venezuela sarebbe felice di frugare nei cestini americani: i rifiuti sarebbero considerati gourmet”, scrive Business Insider. Caracas era la Mecca della sinistra europea, latinoamericana e americana.
Lo avevano cantato come un paradiso, ma era “una fiesta infernale”, secondo la definizione della New York Review of Books. Il settimanale francese Le Point ha definito il Venezuela “il cimitero dei ciarlatani”. Ancora quattro anni fa, il Manifesto si permetteva di pubblicare un articolo a firma di François Houtart in cui si elogiava un regime “fedele all’emancipazione del popolo”.
In Europa di ammiratori quel regime orrendo ne ha sempre trovati tanti: in Francia, il capo del terzo partito, Jean-Luc Mélenchon; in Inghilterra, il leader del Labour, Jeremy Corbyn; in Italia il primo partito, i Cinque Stelle; in Spagna, Podemos. E si sapeva già tutto, del famoso miracolo venezuelano.
Lo scrittore britannico Tariq Ali proclamava che il Venezuela era il paese più democratico dell’America Latina. Alfred De Zayas, esperto dell’Onu per la “promozione di un ordine democratico ed equo”, ha visitato il Venezuela per valutare il suo stato sociale ed economico. Tornando a Ginevra, De Zayas ha detto di non ritenere che ci fosse una crisi umanitaria. “Sono d’accordo con la Fao che la cosiddetta crisi umanitaria non esiste in Venezuela” ha detto De Zayas. Il premio Nobel per la Letteratura José Saramago ha elogiato il chavismo. Adolfo Perez Esquivel, il pacifista argentino Nobel per la Pace, definì Chàvez “un visionario”. Harold Pinter, un altro Nobel per la Letteratura, appose la sua firma a un manifesto in cui si difendeva il regime. Anche Black Lives Matter è vicino al dittatore venezuelano Maduro. “Attualmente in Venezuela, un tale sollievo trovarsi in un luogo in cui c’è un discorso politico intelligente”, scrisse Opal Tometi, fondatrice di Black Lives Matter.
Dalla Gran Bretagna, la campagna di solidarietà con il Venezuela, con sede a Wolverhampton, inviava in missione i membri del sindacato.  Naomi Klein, l’autrice di No Logo, ha elogiato il Venezuela come un luogo in cui “i cittadini hanno rinnovato la loro fede nel potere della democrazia”, dichiarando che il paese era stato reso immune agli choc del libero mercato grazie al “socialismo del XXI secolo”.  Gianni Vattimo si vantava di partecipare alla “Prima settimana internazionale di filosofia del Venezuela”. Mentre i venezuelani cercavano cibo nei rifiuti, il governo Maduro veniva premiato dalla Fao per aver “raggiunto l’obiettivo del millennio delle Nazioni Unite di dimezzare la malnutrizione”. “Il Venezuela può essere considerato uno dei paesi, come il Brasile e la Cina, che ha contribuito alla cooperazione”, ha osservato Laurent Thomas, direttore della Fao per la cooperazione. 
Il premio Oscar Jamie Foxx si è presentato sorridente al palazzo presidenziale di Caracas per una foto con Maduro. L’attore Sean Penn ha incontrato i leader venezuelani in numerose occasioni, descrivendo quel paese come fautore di “cose incredibili per l’80 per cento delle persone che sono molto povere”. Dopo la morte di Chávez, Penn disse che “i poveri di tutto il mondo hanno perso un campione”. L’attivista afroamericano per i diritti civili Jesse Jackson ha visitato Caracas elogiando quel regime per la sua “attenzione al commercio libero ed equo”. Jackson ha offerto una preghiera al funerale di Chávez: “Hugo ha nutrito gli affamati”. L’attore Steven Seagal è appena andato a Caracas a regalare una spada a Maduro. L’economista Joseph Stiglitz, un altro Nobel, ha elogiato le politiche venezuelane per il “successo nel portare la salute e l’educazione alla gente nei quartieri poveri di Caracas”. Il senatore Bernie Sanders si è lanciato in una affermazione straordinariamente lungimirante: “Il sogno americano si è realizzato in Venezuela”. E un altro Nobel, Rigoberta Menchú, ha difeso il regime ancora lo scorso ottobre, dicendo che “per valutare un conflitto devi conoscere i dettagli dietro di esso”.
Se lo Yemen è piombato in un incubo umanitario a causa di una guerra, il Venezuela a causa del socialismo. “Nella sua incarnazione particolarmente virulenta e criminale” spiega il Journal. “Un’ondata di espropri iniziata nel 2005 ha messo gran parte dell’economia privata nelle mani dello stato. Salari, prezzi, assunzioni e licenziamenti, livelli di produzione, importazioni, esportazioni e investimenti: tutto è stato soggetto a regole minuziosamente dettagliate ideate da burocrati socialisti con poche nozioni su come gestire un’impresa. Caracas si era trasformata in un importante centro di riciclaggio di denaro, con cleptocrati neofiti in cerca di partner più esperti in grado di aiutarli a nascondere il loro bottino”.
Adesso il Venezuela, dopo averli mandati in bancarotta, sta tornando alla privatizzazione di ampi settori dell’economia, racconta Bloomberg.
Trent’anni fa, la notte di Natale del 1991, la bandiera rossa veniva ammainata sopra il cielo di Mosca. Era la fine dell’Unione Sovietica. Oggi – fra Corea del Nord, Vietnam, Cina, Cuba e Laos – 1,5 miliardi di esseri umani vivono ancora sotto dittature che, anche soltanto formalmente, si definiscono “comuniste” e “socialiste”.
I boia nordcoreani tormentano i prigionieri condannati, li mutilano dopo la morte e costringono le persone a guardare i cadaveri, afferma una inchiesta sulla pena capitale durante il decennio al potere di Kim Jong-un e rivelata dal Times. Il rapporto di un’organizzazione per i diritti umani di Seoul afferma che delle esecuzioni pubbliche che ha documentato, il maggior numero non sono per omicidio o stupro, ma per il reato di visione o distribuzione di video dalla Corea del Sud. “Il condannato è stato trascinato fuori da un’auto come un cane prima dell’esecuzione pubblica”, ha detto un testimone di un plotone d’esecuzione a Hyesan. “La persona che stava per essere giustiziata era già in una condizione di pre-morte e i suoi timpani sembravano danneggiati, impedendogli di sentire o dire qualsiasi cosa”. In un’altra esecuzione a Sariwon, nella provincia di North Hwanghae, il condannato è stato legato a un palo di legno con dei sassolini in bocca. Altri intervistati hanno descritto la mutilazione dei corpi. “A Pyongyang il corpo del giustiziato è stato bruciato con un lanciafiamme di fronte a una folla dopo l’esecuzione. La famiglia dell’imputato è stata costretta ad assistere all’esecuzione e a sedersi in prima fila per osservare la scena. Il padre è svenuto dopo aver visto suo figlio bruciare davanti ai suoi occhi”. A Hyesan, un bambino è stato giustiziato con i Kalashnikov. A studenti e lavoratori è stato ordinato di assistere alle esecuzioni, come avvertimento.
Come nella Germania dell’Est, in Venezuela manca anche la carta igienica.
Hasta el socialismo siempre!
Giulio Meotti

L’ovvia domanda è: tutti questi intellettuali, politici e paccottiglia varia, questi uomini senza fallo (e anche senza gli annessi), semidei che dall’alto dei loro castelli inargentati guardano l’umano desolato gregge a cui dichiarano di sentirsi vicini e stringono calorosamente la mano al suo carnefice, sono ritardati o sono prostitute in totale malafede? Io propendo per una combinazione delle due cose.

barbara

QUEI COMUNISTI IN ITALIA

che non erano mai stati al governo ma hanno sempre comandato tutto lo stesso (qualche commento mio in corsivo, qua e là).
Così l’Italia censurò il dissenso anticomunista

30 anni fa cadde l’Unione Sovietica. Fra diktat, silenzi e stroncature codarde, il mondo della cultura per anni impedì che al pubblico arrivassero le voci dei grandi testimoni

Il 25 dicembre 1991 cadde l’Unione Sovietica. Trent’anni che meriterebbero una ricostruzione speciale su come in Italia si fece terra bruciata attorno al dissenso antisovietico [diciamo pure che la sinistra è allergica al dissenso tout court]. Il clima era tale che Italo Calvino definiva George Orwell “libellista di second’ordine” e portatore di “uno dei mali più tristi e triti della nostra epoca: l’anticomunismo” [la mia prof di italiano e latino al liceo considerava Italo Calvino uno scrittore di second’ordine (“Ha fatto un unico libro valido: Il sentiero dei nidi di ragno”): vuoi vedere che aveva ragione?]
In Italia il grande drammaturgo Eugène Ionesco¹ fu a lungo interdetto. La Stampa del 6 febbraio 1975 si espresse chiaramente: “Ionesco vede nero; soltanto nero anche come colore politico: è diventato un reazionario. Il che sarebbe affar suo (si cade in braccio alle destre che si meritano) se anche la sua arte non si fosse fatta reazionaria”. Per veder tradotto in italiano il saggio del 1961 di Martin Esslin “Il teatro dell’assurdo” si è dovuto aspettare vent’anni. Un testo critico che era considerato non solo nel mondo anglosassone “un classico della saggistica contemporanea”, dice Giovanni Antonucci nell’introduzione alla terza edizione del libro uscita nel 1990, ma guardato con sospetto dall’editoria italiana: “La motivazione era esclusivamente ideologica: era un libro reazionario perché si occupava di autori reazionari”. Quando Ionesco nel 1973 accettò un invito del Cidas (Centro italiano documentazione e studi) intitolato “Intellettuali per la libertà”, su L’Avanti! uscì un articolo titolato “Stavolta Ionesco è da dimenticare”. Sulle colonne del Corriere della Sera Luigi Malerba deprecava “la traduzione italiana di un romanzo ‘reazionario’ di Ionesco edito da Rusconi”. Gabriella Bosco nel libro “Ionesco metafisico” spiega che “Einaudi lo traduceva come autore di teatro, ma manteneva il silenzio quanto a interpretazioni o giudizi di valore, prendendo implicitamente le distanze”. Bosco ricorda che “Paolo Grassi, direttore del Piccolo di Milano, ostracizzò Ionesco perché a suo parere era un autore reazionario”. Sarà un altro drammaturgo, Fernando Arrabal, a dire: “Personaggi come Giorgio Strehler hanno impedito per anni la messa in scena di grandi opere come quelle di Ionesco”. Un altro articolo su L’Avanti! lo accuserà di “passare dal precedente cinismo reazionario al fascismo dichiarato”. Su L’Espresso, Corrado Augias irriderà Ionesco anche fisicamente: “Viso gualcito, occhi vacui virati in giallo da un permanente sospetto di itterizia, manine tozze dalle dita corte, spatolate, pancino bombato, piedini divergenti. I cinquantanove anni di Ionesco tendono decisamente alla caricatura. C’è chi assicura che l’unico vero teatro ioneschiano ancora esistente è quello cui la famiglia Ionesco al completo dà vita in salotto o attorno al tavolo da pranzo” [Quindi non è rincoglionito perché è vecchio: è proprio coglione di suo]. Augias è sempre rimasto lo stesso.
Ci fu il caso di Nicola Chiaromonte, esule antifascista in Spagna per partecipare alla guerra civile con la squadriglia aerea di André Malraux, in Italia isolato e inviso per essere un rappresentante dell’anticomunismo di matrice liberal-democratica. Quando nel 1968 chiuse la sua rivista, Tempo Presente, Chiaromonte chiese a molti editori di aiutarlo a continuare la rivista, ma ebbe sempre risposte negative. Gli ultimi anni di vita di questo straordinario intellettuale anticonformista amico di Ignazio Silone trascorsero nell’umiliante sequenza di richieste di aiuto agli editori italiani: richieste che rimasero sempre inascoltate. La moglie Miriam dirà: “Gli fecero il vuoto intorno”.
Ci fu il caso della mancata pubblicazione da parte di Einaudi di una prefazione del grande scrittore polacco Gustaw Herling (due anni nei Gulag) ai Racconti della Kolyma di Varlam Shalamov (uscirà presso la piccola casa editrice L’Ancora). L’accostamento del Gulag e del Lager nazista come “gemelli”² suonò all’Einaudi come motivo sufficiente per rimandare la prefazione a Herling. “Laterza era comunista, come comunista era Einaudi, il quale pubblicava anche autori non comunisti, ma che voleva stampare quel bandito di Zdanov”³, dirà Herling senza mezzi termini. “La dittatura culturale, dittatura tout-court, c’è stata in Polonia”⁴ racconterà Herling. “Qui, come dire, ha prevalso piuttosto una tranquillizzante abitudine alla reticenza. Tempo Presente poteva uscire senza che nessuna censura poliziesca glielo impedisse. Bastava farle il vuoto attorno, non parlarne mai”. Herling ricordava che poco dopo il suo arrivo in Italia, nel 1956, un amico gli propose di scrivere un articolo sulla rivolta di Poznan per L’Espresso diretto da Arrigo Benedetti. “Non conoscevo ancora bene la lingua italiana ma accettai di buon grado e con l’aiuto di mia moglie spedii l’articolo il più presto possibile. Dopo qualche giorno ricevo un biglietto di Benedetti più o meno di questo tenore: ‘Posso comprendere i suoi sentimenti di esule ma le cose che lei scrive non sono obiettive e appaiono per di più scarsamente documentate’. Mi trovavo con Nicola Chiaromonte al bar Rosati. A un certo punto entra Carlo Levi, amico di Chiaromonte sin dall’esilio, e si mette a sproloquiare sulla rivoluzione ungherese. Per un po’ Chiaromonte rimane in silenzio, ma quando Levi chiede ad alta voce: ‘Chissà quanto avranno speso gli americani per organizzare la rivolta di Budapest’, d’improvviso vedo Nicola avventarsi su Levi e cacciarlo dal tavolo davvero in malo modo”.
Questa era l’Italia.
Ci fu la casa editrice Garzanti, che acquisì i diritti di Raccolto di dolore di Robert Conquest, il libro che rivelò al mondo il genocidio ucraino per fame, lo fece tradurre ma non lo pubblicò mai (il saggio-verità sul genocidio ucraino uscirà grazie alla piccola Liberal Edizioni). 
Ci fu il caso di Alexander Solzenitsyn. Vittorio Foa, il leader dell’azionismo, confesserà: “Quando uscì la traduzione del libro di Solzenitsyn lo vidi in libreria, lo sfogliai e non lo comprai. Ricordo questo come un vero atto di viltà: c’era qualcosa che volevo tenere lontano”⁵ [Una vigliaccheria riconosciuta come tale, dopotutto, è già un pochino perdonabile: diciamo il famoso orbo in un mondo di ciechi]. In un articolo su La Stampa del 1990⁶, Enzo Bettiza, uno dei pochi che subito si misero a difesa dello scrittore, spiegò: “Ero stato nel 1962 il primo traduttore in assoluto dal russo di ‘Una giornata di Ivan Denisovic’. Ricordo il fatto perché storicamente e filologicamente comincia da lì, da quella mia traduzione, la sequela dei falsi equivoci, delle perfidie sottili, dei malintesi interessati che hanno da sempre intossicato e reso pessimo il rapporto tra il grande deicida e la cultura più teologizzante d’occidente, quella italiana”. Bettiza si mise a tradurlo per L’Espresso, quando ricevette una telefonata del direttore, Arrigo Benedetti: “Ma che robaccia è mai questo Solzenitsyn? Mi sembra un Pavese russo, un decadente che fa il rustico! Questo gergo artefatto, questo stile falsamente gretto, tutta questa letteraria saggezza e mestizia contadine!”. Dieci anni dopo i medesimi pregiudizi si faranno meno innocenti, si tingeranno di malizia ideologica e raggiungeranno secondo Bettiza “il livello di una censura canagliesca nei confronti dell’ex ufficiale dell’Armata Rossa che aveva osato proclamare che il comunismo è soltanto delitto e menzogna”. Bettiza parlò di una “vergognosa offensiva di una vasta parte della cultura italiana contro Solzenitsyn” e che “negli anni in cui il compromesso storico avanzava e le Brigate rosse uccidevano nel nome del comunismo” si articolerà su tre piani: estetico, ideologico-politico, editoriale.
“Sul piano estetico ricordo una violenta polemica, in difesa anche artistica dell’opera sul Gulag, che mi oppose sulle pagine dei giornali a Carlo Cassola il quale, con maggiore pretenziosità politica di Benedetti aveva sostenuto su per giù le sue stesse banalità: il fenomeno Solzenitsyn era secondo lui nullo sul piano dell’arte, un pasticcio senza capo né coda fra storiografia dubbia e cattiva letteratura. Solgenitsin non era uno scrittore, non era neanche un vero storico, era soltanto il precario cronista di una sua disgraziata disavventura personale nei Lager staliniani che gli aveva dato alla testa”. Insomma: un povero matto. In una intervista al Mondo del 1974 Cassola aveva detto che Solzenitsyn era “un retore declamatorio che non vale niente come scrittore. Con Solzenitsyn mi sono trovato di fronte a uno scrittore anonimo: un corrispondente di provincia scrive meglio”.
“In molte recensioni italiane si videro diverse firme illustri impacchettarlo e stroncarlo come anticomunista viscerale e come capofila di un potenziale neofascismo russo. Un famoso letterato arrivò addirittura a esclamare in pubblico: ‘Bisognerebbe fucilarlo!’”. Ricordava Franco Fortini: “Ricordo l’ostilità di cui era circondato, qui in Italia. Penso all’area operaista, a intellettuali come Asor Rosa [quello che ce l’ha a morte con la razza ebraica, vedi qui e l’ultima parte qui (ma se avete qualche minuto leggetelo tutto) e che un noto saltimbanco ebreo rinnegato venduto alla causa del terrorismo palestinese ha difeso all’epoca a spada tratta], Tronti, Negri, Cacciari [quello che oggi si mette in cattedra a dare lezioni di etica all’Italia intera], tutta gente che rideva a crepapelle sui libri di Solzenitsyn”. 
Sul piano editoriale non ci si poteva aspettare altro che la conseguenza commerciale e pubblicitaria della quarantena: “I suoi libri, dopo che erano stati dileggiati esteticamente e confutati ideologicamente, vennero sistematicamente boicottati editorialmente. Nello stesso periodo in cui Feltrinelli offriva a modico prezzo ai terroristi in erba manuali per la confezione di granate casalinghe, altri grandi editori rifiutavano la pubblicazione dell’opera solgenitsiana o, se ne pubblicavano uno spezzone, lo facevano quasi vergognandosene”. Zero pubblicità e quasi una vergogna a esporlo nelle librerie. “Nessuno vuole recensire ‘Arcipelago’, nessuno si vuole occupare di Solzenitsyn”, si lamentava Domenico Porzio, allora capo ufficio stampa della Mondadori.
Così Arcipelago Gulag finisce per languire in scaffali secondari. Durissimo il giudizio di Vittorio Strada, grande esperto di cultura russa, poi responsabile dell’Istituto di cultura italiana a Mosca: “Solzenitsyn da noi è stato prima svuotato e poi censurato. La sua verità era scomoda per tutti: per i comunisti che lo consideravano un nemico, per i non comunisti laici e cattolici – che non sapevano dove collocarlo”. Non da meno Lucio Colletti: “Da noi le anime belle dell’intelligencija hanno campato attaccate alla giacca del potere, ruminando nelle greppie di quelle maleodoranti associazioni che sono le burocrazie di partito. Questi opportunisti vigliacchi si facevano un punto d’onore a non avere letto i libri di Solgenitsin, ecco l’infamia”. Giancarlo Vigorelli, per dieci anni segretario generale del Comitato degli scrittori europei, dirà che “in Italia quasi nessuna voce si è levata in suo favore. Lui scriveva che il comunismo è un delitto contro la coscienza, da noi i letterati – per esempio quelli legati a una casa editrice come Einaudi – lo liquidavano dicendo che era uno scrittore mediocre”. Irina Alberti: “Non solo fu frainteso, diffamato, ridicolizzato, vilipeso, ma fu ignorato”.
Alberto Moravia [uomo dall’aspetto così come dalla prosa di rara bruttezza] lo definisce su  L’Espresso “nazionalista slavofilo della più bell’acqua”, mentre Eugenio Montale sul Corriere della Sera: “Potrà conservare la proprietà, o l’uso, di due appartamenti, potrà scrivere quello che gli pare e permettere che a sua insaputa (!) altri suoi libri si stampino all’estero; e potrà – suppongo – incassare il premio Nobel che nel frattempo gli è stato conferito, ma in nessun modo potrà fregiarsi del titolo di scrittore sovietico con le carte in regola”. Paese Sera: “Ancora prima dell’analisi storica, è la stessa ricostruzione dei fatti che è carente o addirittura assente del tutto. Come si può pretendere, a questo punto, che trovino spazio e uditorio, nel vuoto lasciato dalla storiografia, le documentazioni e le interpretazioni di parte fornite da Solzenitsyn”. Una delle poche recensioni positive fu quella sul Corriere della Sera di Pietro Citati, mentre Umberto Eco lo definì “Dostoevskij da strapazzo”. [ognuno misura gli altri sulla base del proprio metro, si sa]
Provate a cercare in italiano i libri di Vladimir Bukovskij, lo scrittore che i sovietici rinchiusero per dieci anni nei manicomi. Se sarete fortunati, troverete qualche rimanenza delle edizioni Spirali, inesistente casa editrice milanese. Nell’ottobre del 1990 Bukovskij venne a Roma, ospitato dai gruppi parlamentari, mentre in Europa (e in Italia) la sinistra si beava delle “riforme” di Michail Gorbaciov. Bukovskij disse: “Non credo alla riformabilità del socialismo in Urss. L’Occidente si illude. E fa come l’uomo di quella storiella che voleva volare e si buttò dal ventesimo piano di un grattacielo. Per qualche secondo conobbe la felicità perché stava volando. Peccato che subito dopo si sfracellò al suolo”⁷.
A questi giganti del dissenso e ai testimoni dell’orrore, i custodi dell’utopia non perdonarono mai di non aver voluto volare insieme a loro. Gustaw Herling ricordava sempre un aneddoto: “Alberto Moravia a Francoforte, anno 1960, lui presidente di turno del Pen Club, doveva aprire la riunione con un ordine del giorno preciso: sospendere la sezione di Budapest per protestare contro l’incarcerazione degli scrittori ungheresi. Lo incontro la sera prima e mi dice: ‘è capitata una cosa, l’altro giorno a Roma l’ambasciata sovietica mi ha comunicato che presto i miei romanzi potranno uscire in Urss. E poi a casa mi hanno mandato una grande scatola di caviale’. Il giorno dopo Moravia pronunciò un discorso molto diplomatico, molto cinico. Disse: ‘nessuna ingerenza sulle questioni interne ungheresi’”⁸. [Si chiama prostituzione. È un mestiere molto antico, e se ciò che viene venduto è un po’ di sesso è un mestiere onesto. Altrimenti no]
Questa era la “cultura italiana”. E non è cambiata. Conformista. Codarda. Censoria.
Giulio Meotti

1 Arrabal con Vargas Llosa «La sinistra come Franco», La Stampa, 26 agosto 1994
2 Herling Einaudi, La Stampa, 23 maggio 1999
3 La Repubblica, 26 febbraio 1993
4 Herling due volte solo fra i rossi, La Stampa, 24 marzo 1992
5 Foa, confesso che ho taciuto, La Stampa, 2 novembre 2003
6 Solzenitsyn, il profeta rifiutato, La Stampa, 26 settembre 1990
7 Bukovskij: perché non ho applaudito, La Stampa, 16 ottobre 1990
8 Solzenitsyn, il profeta rifiutato, La Stampa, 26 settembre 1990

“E non è cambiata”. Già: lo stiamo vedendo.

barbara

QUELLA TERRIBILE TERRIBILE TERRIBILE TERRIBILE

aggressione razzista e omofobica di quei due infami suprematisti bianchi razzisti omofobici e, naturalmente, sostenitori di Trump (what else?).

Attore nero gay aggredito dai bianchi. Come non credergli?

Ma era tutto falso. Biden, Kamala, Pelosi e tutta la brava gente si lanciò sul caso indignata. Pensare che siamo tutti razzisti omofobi e che la società vada rieducata può tirare brutti scherzi

Si chiude il patetico caso di Jussie Smollett, la star della serie tv “Empire” (trasmessa anche in Italia), che disse di essere stato aggredito in quanto nero e gay e che invece è stato condannato da una giuria di Chicago per aver mentito alla polizia ed essersi inventato tutto. L’attore è riconosciuto colpevole di aver messo in scena l’aggressione per farsi pubblicità. Un mitomane. Caso chiuso? Non proprio.
Quello di Smollett era il caso perfetto degli ideologi progressisti: bande di suprematisti bianchi che vagano per le strade della nazione cercando di attaccare gli afroamericani. Come scrive Wilfred Reilly su Unherd, tutti volevano credere all’attore. Ma i politici e le celebrità opportuniste che erano subiti saliti sul carro dei vincitori per denunciare l'”assalto” a Smollett due anni fa adesso sembrano decisamente meno rapidi nel celebrare il fatto che non vi era alcun razzismo o omofobia.
Il caso non era perfetto affatto, ma in un certo senso sì per quello che ci rivela.
I giornali tutti partirono all’assalto dell’America che aveva votato Trump. Perché come scrive il Wall Street Journal, “i media volevano credere a Jussie Smollett”.
Nancy Pelosi, la potentissima speaker della Camera, scrisse (lo ha poi cancellato): “L’attacco razzista e omofobo a @JussieSmollett è un affronto alla nostra umanità. Nessuno dovrebbe essere attaccato per quello che è o per chi ama. Prego che Jussie abbia una pronta guarigione e che sia fatta giustizia. Possiamo tutti impegnarci a porre fine a questo odio una volta per tutte”.
Poi fu la volta di Joe Biden: “Quello che è successo oggi a @JussieSmollett non deve mai essere tollerato in questo Paese. Dobbiamo alzarci e chiedere di non dare più rifugio a questo odio; che l’omofobia e il razzismo non hanno posto nelle nostre strade o nei nostri cuori. Siamo con te, Jussie”.
Non poteva mancare la reginetta del woke Kamala Harris: “@JussieSmollett è uno degli esseri umani più gentili che conosca. Prego per la sua rapida guarigione. Questo è un tentativo di linciaggio dei giorni nostri. Nessuno dovrebbe temere per la propria vita a causa della propria sessualità o del colore della propria pelle”.
Gli attivisti neri oggi dovrebbero essere furiosi con Smollett. Nella sua egoistica ricerca di denaro e fama, si è preso gioco dei veri crimini d’odio. Invece, Black Lives Matter dice di non credere alla colpevolezza del loro beniamino, polizia e giudici devono essere dei suprematisti bianchi!

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Fin dall’inizio, c’era qualche motivo per dubitare delle affermazioni di Smollett: sostenitori di Trump che alle 2 del mattino durante una tormenta invernale vanno in giro con un cappio e candeggina? Eppure, come non credere alla storia perfetta di un attore famoso, nero e gay, aggredito da due uomini mascherati per strada (“Non sei quel frocio nero di Empire?”), inseguito, che gli mettono il cappio al collo, lo cospargono di candeggina, gli rompono una costola e li dicono “Questa è la nazione del Make America Great Again”? Poi si è scoperto che i due aggressori, che non erano bianchi ma neri, erano stati pagati da Smollett per simulare l’aggressione.
Come il caso di Kyle Rittenhouse, il giovane ragazzo bianco che uccise due persone e ne colpì una terza durante le proteste a Kenosha in seguito al ferimento di un afroamericano, Jacob Blake, da parte della polizia. Lo volevano tutti colpevole, ma i giudici hanno stabilito che Rittenhouse ha agito per legittima difesa. L’attore nero non poteva aver mentito e il bianco qualunque non poteva essere innocente, questo pensava la “narrativa” liberal. Non è che molti di quelli che chiamano “hate crimes” (i “crimini d’odio”) vengono fomentati sistematicamente dal coro dei media?
Il razzismo è una cosa seria, come picchiare gli omosessuali. Ma quando si pensa che tutta la società sia sistematicamente razzista e omofoba e che vada rieducata, un furbo attore esibizionista può lasciare nudi l’imperatore e i suoi scagnozzi del Quarto Potere che ordinano il giusto vivere e sentire.
Giulio Meotti

Che faccia da mona

Ora, vedete, il punto non è che sono disonesti (voglio dire, certo che SONO disonesti, solo che non è questo il punto), il primo punto è che sono deficienti, loro e i loro sostenitori che chiedono appassionatamente giustizia per la povera vittima – e i deficienti non possono che fare danni. Il secondo punto è che, come in passato la ragazzina bianca che accusava il negro di averla violentata, o per giustificare qualche scappatella amorosa, o per il gusto di vedere l’effetto che fa, scatenava immediatamente la caccia al negro,così oggi le accuse inventate da un pezzo di merda non bianco scatenano irrimediabilmente la caccia al bianco fascista razzista suprematista omofobo da impiccare all’albero della piazza o linciare o bruciare vivo nella prigione in cui era stato rinchiuso per proteggerlo dal linciaggio. Non c’è niente da fare: l merda,m quando non viene sapientemente usata per concimare, si lascia irrimediabilmente tentare dall’ebbrezza del montare in scranno, da dove diffonde la sua puzza nauseabonda e fa un immane danno.

barbara

DIOCESI BATTE FUOCO 1:0

“Una civiltà che trasforma Notre Dame in una Disneyland è finita”

Approvata la ristrutturazione che farà della cattedrale il tempio del kitsch. Intervista per la newsletter al filosofo della Sorbona Jean-François Braunstein: “Ci adoreranno Pachamama?”

“L’incendio di Notre-Dame non è né un attacco né un incidente, ma un tentativo di suicidio” (Alain Finkielkraut)

La commissione di esperti del patrimonio francese ha dato il via libera alla controversa ristrutturazione degli interni di Notre Dame, nonostante le critiche di un centinaio di personalità che parlano di un “vandalismo politicamente corretto” del capolavoro gotico, racconta il Telegraph. Stéphane Bern, che il presidente Emmanuel Macron ha incaricato di raccogliere fondi per salvare i tesori del patrimonio francese in rovina, si è unito ad artisti e accademici di alto profilo per firmare una petizione contro i piani di ristrutturazione della cattedrale danneggiata dall’incendio del 16 aprile 2019. Le parti esterne dell’edificio saranno riportate al loro antico splendore. Gli interni saranno invece cambiati con un’enfasi sull’Africa e l’Asia, giochi di luci in mandarino e arabo e l’ultima cappella che sarà all’insegna dell’ambientalismo.
Il ministero della Cultura ha fatto sapere che il pioniere della street art Ernest Pignon-Ernest, così come altri artisti come Anselm Kiefer e Louise Bourgeois, sono tra i nomi presi in considerazione. Il Wall Street Journal lo ha definito “il piano incendiario per Notre Dame”. Verranno risistemati elementi come il tabernacolo e il battistero. La petizione su Le Figaro, intitolata “Notre-Dame de Paris: Ciò che il fuoco ha risparmiato, la diocesi vuole distruggere“, ha espresso orrore per il progetto approvato. Il rifacimento “riduce a nulla i disegni pazientemente elaborati da Viollet-le-Duc”, il celebre architetto che restaurò la cattedrale dopo le devastazioni della Rivoluzione francese nel tentativo di riportarla allo spirito del cristianesimo medievale.
Lo storico dell’arte Didier Rykner su La Tribune de l’art descrive il progetto come “brutto, indegno di Notre-Dame e che deve essere contrastato dagli amanti del patrimonio”. Rykner descrive nel dettaglio lo scempio che si vorrebbe attuare: “Altari interamente spogliati non solo del loro arredamento (ostensori, candelabri…), ma anche delle sculture; confessionali rimossi da tutte le cappelle laterali e cappelle che saranno riempite da opere d’arte contemporanea, di cui non si sa nulla”.
Notre Dame ha quasi mille anni. Scampata al Medioevo, al terrore della Rivoluzione francese, a due guerre mondiali e all’occupazione nazista, rischia di non sopravvivere alla barbarie kitsch della cultura europea post-cristiana nel 2021.
Ne parlo in esclusiva per la newsletter con Jean-François Braunstein, che insegna Filosofia all’Università Sorbona di Parigi (da Einaudi è uscita la sua Storia della psicologia) e fra i firmatari dell’appello su Le Figaro.

Quali sono le radici di questo “vandalismo politicamente corretto”? Postmodernismo? Kitsch? Mero denaro? Nel suo discorso su Notre-Dame, Emmanuel Macron non seppe neanche pronunciare la parola “cattolico” o “cristiano”…
Su Notre Dame, la cosa più sorprendente è che è la diocesi a prendere l’iniziativa di un progetto il cui scopo è trasformare Notre Dame in un luogo puramente turistico, il che non può che far piacere al Comune di Parigi, che sta trasformando tutta la capitale in una specie di Disneyland. Sai che la Sorbona viene gradualmente svuotata delle sue classi e trasferita in uno dei peggiori sobborghi, Aubervilliers? La Sorbona originaria sarà utilizzata come luogo di incontro o ‘di prestigio’ e affittata per vari eventi e riprese. Anche il vecchio Palazzo di Giustizia è stato in parte svuotato. Anche l’Hotel Dieu sarà trasformato in un luogo di eventi e tutta Parigi diventerà una sorta di zona turistica dove le auto saranno presto bandite dalle strade: nel 1°, 2°, 3°, 4° arrondissement e in parte del 5° e 6° arrondissement. Tutto il centro di Parigi viene assassinato e le gallerie d’arte del 6° si preparano a trasferirsi. L’offensiva turistica incontra l’offensiva modernizzante e kitsch della diocesi, incapace di conservare la bellezza di Notre Dame. C’era un progetto molto più rispettoso che consisteva nel far lavorare sul posto artigiani e restauratori. Ora invece dovremo accontentarci di musica di sottofondo e proiezioni di ‘parole’ sui ‘muri’, con panchine luminose e rimovibili, come in una specie di aeroporto. Il cuore di questo progetto è rendere ordinario ciò che era sublime… È incredibile che sia la diocesi in prima linea su questo e significa, secondo me, che il cattolicesimo sta scomparendo ad alta velocità, sotto la direzione di questo ‘Papa’ che non crede più in nessuna trascendenza e di un arcivescovo di Parigi che è stato costretto a dimettersi per storie di relazioni femminili… Naturalmente, sembra che ci sarà un po’ di propaganda ambientalista, con riferimenti alla ‘Laudato Si’ e forse anche alla Pachamama…Didier Rykner, uno storico dell’arte che è all’origine della petizione, ha detto su La tribune de l’art: ‘Ricordiamo che l’interpretazione del Concilio Vaticano II fatta dalla Chiesa francese ha portato nel nostro paese alla più importante ondata di vandalismo degli edifici religiosi dalla Rivoluzione francese’. Credo che abbia ragione e che questo vandalismo continui… Una pura catastrofe. È molto significativo che a protestare siano storici dell’arte, studiosi e non tanto i credenti, il che è un pessimo segno.
Ha ragione Jean Clair a scrivere che l’angelo custode della nostra tradizione è volato via?
La frase di Clair mi sembra molto appropriata. La gente comune è stata devastata dall’incendio di Notre Dame; la Chiesa e il Comune di Parigi lo vedono come un’opportunità per fare affari.
Sei cattedrali, senza contare decine di chiese, sono state bruciate in questi due anni in Francia. E se la ristrutturazione di Notre Dame rientrasse in questo crollo delle radici francesi?
Hai ragione, il numero di chiese che bruciano in Francia è estremamente alto e credo di sapere chi siano i piromani… In ogni caso, la Chiesa in Francia oggi non è all’altezza di conservare il suo straordinario patrimonio. La civiltà si sta indebolendo, ma parlerei piuttosto di un esaurimento della nostra civiltà…
Giulio Meotti

“Solo degli imbecilli possono pensare di sfigurare Notre Dame”

Eric Zemmour, un ebreo più cattolico dei vertici della Chiesa: “Macron e dei preti progressisti hanno deciso che la cattedrale debba continuare a perire tra le fiamme del politicamente corretto”

Dal settimanale Le Point traduco l’articolo di Eric Zemmour contro il rifacimento di Notre Dame. Il paradosso è che, come racconta oggi il New York Times, la diocesi aveva chiesto alla commissione persino di poter rimuovere le statue dei santi dalle cappelle. Il paradosso è che le voci più forti a difesa dell’integrità di Notre Dame sono arrivate da intellettuali ebrei come Zemmour, Finkielkraut e Pierre Nora. La “cancel culture” appare davvero come il fiume carsico della coscienza occidentale.

***

Miei compatrioti,
da mesi è in corso un progetto volto a decostruire la cattedrale di Parigi con il pretesto di restaurarla. Da ieri è entrato nella sua fase di realizzazione.
Amanti dello splendore della nostra civiltà, non possiamo tacere di fronte a questa spaventosa impresa volta a snaturare l’edificio più visitato al mondo, il baricentro della cristianità francese e il simbolo della nostra Nazione.
Cosa avrebbe dovuto decidere Emmanuel Macron la mattina dopo l’incendio? Ricostruire la cattedrale in modo identico, dentro e fuori. Invece, mosso da un orgoglio selvaggiamente fuori luogo, Macron lanciò un concorso per modernizzare la cattedrale e creò una struttura opaca destinata a soddisfare i suoi capricci.
Poi, il fascicolo di Notre-Dame è stato nascosto sotto il sigillo della segretezza più assoluta. Fino a quando non abbiamo saputo che era nato un nuovo progetto, volto a stravolgere radicalmente l’interno della cattedrale. Macron ne è così soddisfatto che ha invitato all’Eliseo il designer principale, un prete progressista con sogni nebulosi. Il Presidente della Repubblica sta cercando di far passare i fan di Notre-Dame come antiquati. Ma da quando in qua la modernità consiste nello sfigurare un capolavoro incredibile e nel sostituirlo con una fantasia idiota?
A due anni dall’incendio, la nostra cattedrale continua a perire tra le fiamme del politicamente corretto. ‘Spazi emotivi’, ‘cappella ecologica’, ‘viaggi iniziatici’, ‘pittura astratta’: fra astrazioni imbecilli e kitsch, i demoni del wokismo hanno messo gli occhi sul tesoro più commovente di Parigi.
I capi di questo progetto mostrano una percezione distorta e viziosa della storia. C’è una ragione per tutto questo: a loro non piace la Francia. Considerano, come dice lo stesso Macron, che ‘non esiste una cultura francese’. Incoraggiano tutto ciò che può decostruire il cuore della nostra civiltà.
Non è ancora troppo tardi. Macron deve dare l’ordine di cancellare questo progetto il prima possibile. E, se per caso si ostinasse a lasciar sfigurare la cattedrale di Parigi, quando sarò eletto Presidente della Repubblica, prometto solennemente che Notre Dame tornerà a essere Notre Dame.
Viva la nostra Storia, viva la nostra Arte e, soprattutto, viva la Francia.
Giulio Meotti

Ho letto tra l’altro, non ricordo più dove, che – orrore degli orrori – tutte queste aberrazioni non riguardano principalmente la parte distrutta dal fuco e quindi da ricostruire ex novo, bensì le parti rimaste intatte, cioè quelle sulle quali il fuoco non ha creato la necessità di mettere le mani. Io mi auguro che il giorno in cui inizieranno i lavori tutti i francesi con ancora un cervello funzionante vadano a fare da scudi umani alla cattedrale, impedendone il secondo scempio – molto peggiore di quello operato da fuoco.

barbara

QUEL PROFONDO DISAGIO CHE LA SCUOLA HA INFLITTO A TUTTI NOI…

Sì, vero, che ve lo ricordate, e che a ripensarci ancora vi fa venire i brividi alla schiena.

Che palle la grande letteratura riscritta con i buoni sentimenti

Prima hanno fatto di Orwell una griffe antitrumpiana. Ora arriva “1984” dal punto di vista femminista, mentre nelle università inglesi in piena decadenza Omero e Dickens mettono a disagio

Quando la grande arte non può essere incasellata a dovere viene messa al bando. Al Maggio fiorentino hanno cambiato il finale della Carmen di Bizet, che si ribella e uccide don Josè in omaggio al MeToo (a Berlino dei funzionari alticci hanno appena pensato di cancellare Lo schiaccianoci di Ciaikovski). Il buio oltre la siepe, il capolavoro di Harper Lee, non viene più insegnato in una scuola del Regno Unito dopo che gli insegnanti hanno affermato che il libro promuove la narrativa del “salvatore bianco”. Il signore delle mosche di William Golding è stato rimosso dal curriculum di alcune scuole in Canada dopo che è stato considerato “incentrato sulle strutture di potere maschili e bianche”.
Con George Orwell hanno provato in ogni modo ad addomesticarlo.
“Nell’America di Trump, 1984 e gli altri romanzi distopici tornano in testa alle classifiche”, titolava La Repubblica. Lo scrittore inglese più famoso del Novecento è stato abilmente arruolato come una griffe della propaganda antitrumpiana. E non importa che 1984 fosse soltanto la più grande satira della propaganda sovietica.
Nick Slater, su Current Affairs, scrive che “Orwell è venerato come un simbolo… per alcuni è un ‘santo laico’”. In Italia ad esempio si è passati dal tempo in cui, come scriveva Roberto Calasso ne L’impronta dell’editore, “Orwell veniva citato con ribrezzo”, a uno in cui è citato a casaccio e ogni casa editrice ha il suo Orwell in catalogo.
George Orwell adorava Charles Dickens e la descrizione che ne fa nel 1939 è un suo autoritratto. “Un intelletto libero odiato con il medesimo tasso di odio da tutte le piccole, puzzolenti ortodossie che ancora si contendono la nostra anima”.
Ora le puzzolenti ortodossie sono al potere e anche Dickens è problematico. Nei giorni scorsi l’Università di Greenwich, in Inghilterra, ha messo un avviso agli studenti che si approcciano a 1984 di Orwell e all’Odissea di Omero che si tratta di “materiale che mette a disagio”. In altre università britanniche, come Aberdeen, simili avvertimenti sono stati posti su Robert Louis Stevenson, il Giulio Cesare di William Shakespeare e Dickens. Se non è piena decadenza questa non so cosa sia.
Ma addomesticare Orwell non è facile. Parliamo di un romanziere che dei colleghi scrittori che gli chiedevano di firmare inutili appelli antifascisti diceva: “Io non sono uno dei vostri finocchietti alla moda come Auden e Spender…”.
Così ora la fondazione George Orwell ha approvato una “rivisitazione femminista” del suo romanzo più famoso, che reinventa 1984 dal punto di vista dell’amante di Winston Smith, Julia. Si riscrive con i buoni sentimento il grande romanzo in favore di masse dormienti e di editori che vogliono fare due soldi, facili facili.
La neolingua della Commissione Europea che ci dice quali parole usare, la sorveglianza degli spiriti nelle università occidentali, l’interiorizzazione dei diktat da parte dell’opinione pubblica, la società come campo di rieducazione delle “fobie”, la polizia del pensiero e la proscrizione di parole nel mondo della cultura…Nella gara a tirare Orwell per la giacca ci sono molti motivi per pensare che a Eric Blair non sarebbe piaciuto questo 2021 del trionfo progressista.
Per scoprirlo, comunque, sempre meglio leggere l’originale 1984.
Giulio Meotti

Come non si stancava di ripetere il mio grande maestro Giuliano Baioni, non si fa letteratura coi buoni sentimenti, e dubito infatti che qualcuno riesca a citare qualche opera di vera letteratura nata da un’ideologia, sia essa comunista, fascista, ambientalista o a scopo edificante (e no, I fratelli Karamazov non è un romanzo edificante). Prepariamoci dunque a un’era priva di letteratura, e soprattutto a salvare tutti i nostri preziosi libri dalle fiamme dei pompieri, prima che arrivino a metterci le mani. Magari, per ogni evenienza, cominciamo a impararne qualche brano a memoria.

barbara

LA SAPETE QUELLA BARZELLETTA?

Quella della Cina che, grazie ai modi rigorosissimi che, non essendo una democrazia, può permettersi di attuare, ha sconfitto il covid in quattro e quattr’otto. Che grazie a questo, pur avendo quasi un quinto dell’intera popolazione mondiale, se l’è cavata praticamente con una manciata di morti, non più di qualche migliaio, paragonabili più o meno a quelli della Liguria. Ecco, di quella barzelletta lì parlo.

Gli eroi cinesi e i covidioti d’Occidente

Sta morendo in carcere la blogger che mise il naso a Wuhan. Gli scomparsi, i murati vivi in galera, i morti. Colpevoli di essere stati giornalisti migliori della Botteri. Dov’è la nostra solidarietà?

“Siamo quasi estinti”, ha detto Liu Hu, un giornalista detenuto dal regime cinese per un anno. “Nessuno è rimasto a rivelare la verità”.
Zhang Zhan sta scontando una condanna a quattro anni di carcere, emessa il 28 dicembre 2020 al termine di un processo durato solo tre ore, come si faceva in Unione Sovietica. Zhan aveva denunciato gli insabbiamenti del regime cinese sull’epidemia di coronavirus a Wuhan. “Il modo in cui il governo ha gestito l’epidemia è stato solo intimidazioni e minacce, è la tragedia di questo paese”, aveva detto Zhan. La famiglia ora dice che Zhan sta morendo in carcere dopo l’inizio di uno sciopero della fame. Mentre i media cinesi (e la stampa italiana) elogiavano la gestione di Pechino, Zhan filmava i corridoi degli ospedali pieni di letti e barelle e i crematori saturi, incapace di conteggiare i morti. Il regime vorrebbe farle fare la fine di Liu Xiaobo, lo scrittore Premio Nobel per la Pace morto in carcere.
ll “paziente zero” di questa spaventosa repressione cinese è il dottor Li Wenliang, morto a soli 34 anni. Fu arrestato per aver diffuso “voci false” (cioé aver detto la verità quando il regime insabbiava) e costretto a firmare un documento di mea culpa. Wenliang aveva detto poco prima di morire: “Credo che una società sana non dovrebbe avere una sola voce”. Stava criticando la verità di stato, la censura, la repressione di informazioni e la mancanza di pluralismo del Partito Comunista Cinese.
In uno dei suoi video più diffusi da Wuhan, Chen Qiushi disse di conoscere i rischi che stava affrontando andando a Wuhan. “Ho paura. Di fronte a me c’è la malattia, dietro di me c’è il potere legale della Cina, ma finché sarò vivo, parlerò di ciò che ho visto e di ciò che ho sentito. Non ho paura di morire. Perché dovrei avere paura di te, Partito comunista?”. Chen si era già inviso il regime quando si era recato a Hong Kong sfidando la narrazione voluta dai media statali cinesi secondo cui i manifestanti erano violenti separatisti. Qiushi è scomparso per mesi e adesso vive sotto stretta sorveglianza del regime.
Non si hanno notizie di Fang Bin, rivelava a ottobre il Wall Street Journal, il commerciante di Wuhan che ha filmato gli ospedali al collasso. In un video virale, Fang mostra otto sacchi per cadaveri ammassati su un furgone fuori da un ospedale.
E’ stato condannato a 18 anni di carcere il miliardario cinese Ren Zhiqiang, scomparso dopo che in un blog aveva definito Xi Jinping “un clown nudo” per la gestione del coronavirus in Cina.
Il regime ha arrestato Chen Zhaozhi per “aver provocato problemi”. L’ex professore dell’Università di Scienza e Tecnologia di Pechino aveva pubblicato commenti online, tra cui “la polmonite di Wuhan non è un virus cinese ma un virus del Partito comunista cinese”. Un giornalista, Li Zehua, è riapparso dopo essere scomparso per due mesi mentre indagava sull’insabbiamento di Wuhan. Ma addomesticato. In contrasto con il tono del suo resoconto da Wuhan, il nuovo video di Zehua lo mostra elogiare il regime che lo ha detenuto: “Durante l’intero processo, gli agenti di polizia hanno agito in modo civile e legale, assicurandosi che stessi riposando e mangiando bene, si sono presi cura di me, ho fatto tre pasti al giorno, mi sono sentito al sicuro con le guardie e ho potuto guardare le notizie ogni giorno”. Sono le tragiche conseguenze della repressione cinese.
Il famoso professore di legge Xu Zhangrun, che in un saggio aveva criticato il Partito Comunista sul coronavirus, è agli arresti domiciliari. “Questo forse è l’ultimo pezzo che scrivo”, aveva scritto Zhangrun. “Posso prevedere con troppa facilità che sarò sottoposto a nuove punizioni. Lasciate che le vostre vite brucino con una fiamma di decenza; sfondate l’oscurità che si diffonde e date il benvenuto all’alba”. Oggi Zhangrun è oggetto di un terrificante monitoraggio del regime nella sua città, che non può lasciare, come Andrei Sacharov a Gorky.
Mentre infatti molti in Occidente pensavano che l’Unione Sovietica fosse un paradiso, una manciata di eroi oltre la Cortina di ferro ebbero il merito di farci conoscere i gulag, la polizia segreta, la censura, la repressione, in breve che il paradiso era più un inferno. Se ne potrebbero ricordare un centinaio, come il drammaturgo Václav Havel, lo scienziato nucleare Andrei Sakharov, lo scrittore Alexander Solzhenitsyn, il fisico Robert Havemann nella Germania dell’Est e il filosofo Jan Patočka. Allo stesso modo, oggi, se sappiamo qualcosa sulle responsabilità della Cina, lo dobbiamo a questi pochi desaparecidos. E non all’“utile covidiota della Cina”, come il Telegraph ha definito il giornalista collettivo occidentale.
Forse si spiega così il motivo per cui nel mondo cosiddetto “libero” non ci sono state petizioni alle autorità cinesi perché questi attivisti e giornalisti fossero liberati. I nostri media da due anni passano soltanto le veline di Pechino.
Giulio Meotti

La cosa buffa e che ci sono tantissimi che ancora non si sono accorti che è una barzelletta e la raccontano credendo che sia vera: la Cina sì che ci sa fare, vedi per esempio in Cina dove usano il pugno di ferro, in Cina il virus non circola più, la Cina ha risolto il problema, se tutti facessero come la Cina. Quos vult perdere Jupiter…

barbara

QUESTI INVECE IL NOBEL NON LO VINCERANNO MAI

Scienziato critica il “regime antirazzista” e viene cacciato

Un prestigioso professore di geofisica che insegna all’Università di Chicago, Dorian Abbot, pochi giorni fa ha osato mettere in discussione il dogma della “diversità” in un articolo su Newsweek:

“Le università stanno attraversando una profonda trasformazione che rischia di far deragliare la loro missione: la produzione e la diffusione della conoscenza. Il nuovo regime è intitolato ‘Diversità, equità e inclusione’ ed è imposto da una burocrazia di amministratori. Quasi ogni decisione presa nei campus, dalle ammissioni all’assunzione, dai contenuti dei corsi ai metodi di insegnamento, viene presa attraverso la lente del regime. Nel clima attuale non si può discutere: l’autocensura è totale. Implica trattare le persone come membri di un gruppo piuttosto che come individui, ripetendo l’errore che ha reso possibili le atrocità del XX secolo. Novant’anni fa la Germania aveva le migliori università del mondo. Poi un regime ideologico ossessionato dalla razza è salito al potere e ha cacciato molti dei suoi migliori studiosi, sventrando le facoltà e portando a un decadimento dal quale le università tedesche non si sono mai riprese. Dovremmo considerarlo come un avvertimento sulle conseguenze del considerare l’appartenenza al gruppo come più importante del merito e correggere il nostro corso prima che sia troppo tardi”.

Risultato? Il professor Abbot doveva parlare al prestigioso MIT nel Massachusetts. Ma l’università, piegandosi ai ricatti e alla violenza ideologica degli attivisti, ha cancellato la sua conferenza. E siamo nell’università affiliata a 95 Premi Nobel e fra le dieci al mondo che ne sforna di più.
Il professore Lawrence Krauss sul Wall Street Journal ha raccontato come questo veleno ideologico stia corrompendo anche le scienze “dure”, fisica, chimica, matematica, medicina…: “Negli anni ’80, quando ero un giovane professore di fisica e astronomia a Yale, il decostruzionismo era in voga nel dipartimento di inglese. Noi dei dipartimenti di scienze deridevamo la mancanza di standard intellettuali nelle discipline umanistiche, incarnata da un movimento che si opponeva all’esistenza della stessa verità oggettiva, sostenendo che tutte queste pretese di conoscenza erano contaminate da pregiudizi ideologici dovuti a razza, sesso o dominio economico. Non potrebbe mai accadere nelle scienze dure, pensavamo, tranne sotto le dittature, come la condanna nazista della scienza ‘ebraica’ o la campagna stalinista contro la genetica guidata da Trofim Lysenko. O così pensavamo…”
Krauss evoca il nome di Trofym Lysenko. Come Rasputin prometteva alla zarina di curarle il figlio emofiliaco, così Lysenko promise “personalmente al compagno Stalin” di sanare la cronica emofilia dell’agricoltura sovietica in nome della “biologia marxista”. Inventa, innesta, imbroglia, ma la terra russa, devastata dalla collettivizzazione e dal genocidio dei kulaki, resta sterile.
Nature e Science hanno abbracciato il dogma denunciato da Abbot. “Riconosciamo che Nature è una delle istituzioni bianche responsabili della distorsione nella ricerca e nelle borse di studio”, ha scritto la rivista. Alla Michigan State University è stato cacciato il fisico di origini asiatiche Stephen Hsu, reo di aver affermato che non esiste razzismo sistemico nella polizia. “Siamo scienziati, in cerca di verità”, aveva scritto Hsu.
Un celebre chimico, Tomas Hudlicky, fuggito dalla Cecoslovacchia comunista, oggi è un famoso professore universitario in Canada. Ha scritto un saggio per Angewandte Chemie, il più importante giornale al mondo di chimica, dove come Abbot ha criticato le quote riservate alle minoranze nella scienza come “antiscientifiche” e “non meritocratiche”. Risultato? Articolo rimosso, scuse della rivista e un terzo dei membri del comitato (che include molti Nobel) dimessi. E così si finisce con Sir Isaac Newton “decolonizzato” della Sheffield University, come rivelano Telegraph e Times.
Ne ha fatto le spese anche il fisico italiano Alessandro Strumia. A un workshop organizzato dal Cern di Ginevra, Strumia ha detto: “C’è una cultura politica che vuole sostituire competenza e merito con una ideologia della parità”. Si è visto sospendere dall’Istituto nazionale di fisica nucleare, dal Cern e l’Università di Pisa, dove insegna Strumia, ha disposto un “procedimento etico” contro il fisico. E’ bastata l’accusa di “sessismo” fuori contesto per distruggere una reputazione…
Sul caso Abbot, Rod Dreher ha parlato di “totalitarismo soft”. E a proposito di totalitarismo…
Peter Davison, il massimo esperto di George Orwell, ha rivelato che a spingere lo romanziere a scrivere 1984 fu la testimonianza di un biologo di Oxford, John Baker, in una conferenza a Londra nel 1944. Baker in quella occasione denunciò per primo in Europa la perversione della teoria di Trofim Lysenko e “la degradazione della scienza sotto un regime totalitario”. A confermare il caso Lysenko nella genealogia di 1984 è anche una lettera di Orwell a C. D. Darlington, un noto biologo inglese. E’ datata 19 marzo 1947: “Caro Dottor Darlington, non sono uno scienziato, ma la persecuzione degli scienziati e la falsificazione dei risultati per me segue naturalmente la persecuzione degli scrittori. Ho scritto più volte che gli scienziati inglesi non dovrebbero rimanere indifferenti quando vedono che uomini di lettere sono spediti nei campi di concentramento”. Sostiene Davison che “ascoltare John Baker alla conferenza di Londra spinse Orwell a cominciare ‘1984’. Baker espose la perversione della scienza sotto Stalin”. Gli scienziati che criticarono Lysenko, come il geniale botanista Nikolaj Vavilov, moriranno in un Gulag…
Oggi è in corso un’altra, meno sanguinosa ma non meno pericolosa, perversione ideologica della scienza…Ha appena spinto la bibbia dell’establishment medico-scientifico The Lancet a cancellare la parola “donne” a favore di una formula trans-inclusiva. In questo caso, nessuno scandalo per il “sessismo” manifesto. Il nemico lo addita e decide la nuova dittatura della “diversità”.
Giulio Meotti

Come detto – e dimostrato – nel post precedente, al Nobel possono aspirare solo le marionette, saldamente legate ai fili tenuti dal puparo, il Nobel come zuccherino al cavallo che si è lasciato docilmente domare e addestrare. E per chi non si lascia domare e pretende che la scienza continui a essere ricerca e confronto e discussione e dubbio e a procedere per prova ed errore, giungerà il vecchio, bianco per antico pelo, che griderà

Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.

E chissà se nella loro coraggiosa vita arriveranno a vedere il giorno in cui la moda cambierà e tornerà in auge la ragione, che oggi sembra immersa in un sonno sempre più profondo.

barbara

METTETELA COME VI PARE…

“E’ vietato dire che solo le donne possono avere figli?”

E nello stupido terrore intellettuale in cui siamo piombati una deputata inglese del Labour finisce alla gogna. Ma se le femmine non esistono, i maschi Talebani chi cancellano?

La deputata laburista Rosie Duffield ha vinto il suo seggio a Canterbury nel 2017. Era stato un feudo Conservatore per un secolo. Ora, scrive il Telegraph, si scopre che Duffield non può partecipare alla conferenza del Partito Laburista alla fine di questo mese, “a causa delle minacce alla sua sicurezza”. Il suo “crimine”, o sarebbe meglio dire il suo “psicoreato” alla George Orwell? Affermare che solo le donne possono avere figli. Molti ora la vogliono fuori dal partito. Duffield è stata assalita online dopo aver messo un like a chi contestava  un post della Cnn che si riferiva a “individui con una cervice”. Duffield ha reagito dicendo: “Sono ‘transfobica’ per sapere che solo le donne hanno una cervice…?”. Lo è per i colleghi di partito. Duffield, racconta il Times, ha ricevuto numerose minacce di morte e ammette di aver iniziato a provare paura camminando per strada. “C’era la foto di un’impiccagione simulata. . . e qualcuno ha detto: ‘Vorrei poter photoshoppare Rosie Duffield in questo’”.
Minacce alle sicurezza a una donna per aver espresso un’idea? Sì, e anche più di una. Selina Todd, professoressa di Storia moderna all’Università di Oxford e femminista critica del gender, deve fare lezione con le guardie del corpo. In Inghilterra, la più antica democrazia al mondo.
J. K. Rowling, minacciata di morte da un anno, ha twittato a sostegno di Duffield e l’hashtag #IStandWithRosieDuffield era di tendenza su Twitter.
La realtà, purtroppo, non sembra essere più di moda. “Anche i trans possono avere le mestruazioni”, ha scritto Alexandria Ocasio-Cortez, la stellina del Partito Democratico americano. In questo ridicolo e spaventoso terrore intellettuale in cui siamo piombati è pericoloso per una donna ricordare che la differenza sessuale è reale.

“Chiunque dica che esistono maschi e femmine è intimidito”, spiega Claude Habib, docente alla Sorbona, saggista e scrittrice, nell’ultimo dossier su Le Débat pubblicato da Gallimard. “La specie umana è composta da due sessi: come mai una posizione così banale, così ragionevole, è stata esclusa dal dibattito? Come spiegare che la maggioranza è stata espropriata senza il diritto di formulare ciò che pensa?”.
E a finire sotto attacco sono tante donne, laiche e cristiane, per lo stesso reato intellettuale.
La celebre biologa di Harvard Carole Hooven è finita sotto attacco dopo aver affermato che il sesso biologico è reale e difeso l’uso di termini come “donne incinte” e “maschio e femmina”.  La Royal Academy of Arts in Inghilterra ha censurato e ritirato il lavoro di un’artista nata nella DDR dopo averla accusata di “transofobia”. Jess de Wahls è risultata in “conflitto” con i valori della celebre istituzione britannica a causa della critica all’“ideologia dell’identità di genere”. Päivi Räsänen, ex ministro dell’Interno finlandese, oltre che leader della Democrazia cristiana dal 2004 al 2015, è stato accusata di “crimini d’odio” e dovrà affrontare un processo per aver detto “maschio e femmina li creò”. Anche Lidia Falcón, presidente della Confederazione delle organizzazioni femministe e fondatrice del Partito femminista spagnolo nel 1979, è stata trascinata in tribunale per “transfobia” e ha raccontato: “È così che ci troviamo in questa distopia”.
Quando i giocatori di colore della nazionale di calcio inglese agli Europei sono stati offesi online, tutta la politica britannica ha chiamato all’azione. “Diversità” e “inclusione”, è stato detto. Ma, nel 2021 e nel tempo in cui si dice “segui la scienza”, se una donna dice che solo le donne possono avere figli, finisce nei guai.
Strano tempo, in effetti, in cui le donne afghane ai cancelli dell’aeroporto di Kabul implorano l’Occidente: “Salvate noi donne”. E in Occidente qualcuno risponde: “Tranquilla, ridefiniremo il concetto di ‘donna’ per includere anche gli uomini”.
Giulio Meotti

Mettetela come vi pare, ma da qui non si scappa:

Poi, volendo, ci sarebbe anche quest’altra cosa qui.

“Strane femministe, chiamate fascista chi critica il gender ma non i Talebani”

Una famosa scrittrice pakistana irride Judith Butler e compagne. “Come traducete ‘genere’ e ‘femminilità percepita’ a una donna afghana picchiata per strada?”

In Afghanistan, i Talebani ieri hanno eliminato il “Ministero per gli Affari femminili” per sostituirlo con il “Ministero per la prevenzione del Vizio e la promozione della Virtù”, hanno riaperto le scuole superiori per i maschi ma non per le femmine e, affermando che le donne non possono lavorare al fianco degli uomini, si apprestano a bandire il lavoro femminile in tutti gli uffici. Tre esempi di come gli “studenti coranici”, dopo vent’anni di tenue ma sostanziale libertà sotto l’egida occidentale, vogliono far sparire le donne dalla vita pubblica (quando non le uccidono per strada). Bina Shah è una famosa scrittrice pakistana tradotta in tutto il mondo. Pubblico questo suo saggio che sta facendo molto discutere e che irride le neofemministe occidentali come Judith Butler, la madrina del gender che insegna a Berkeley, che ha criticato il tentativo di liberare le donne afghane e che sul Guardian ha appena affermato che “la categoria di donna va ridefinita” per includervi chi “si percepisce” tale. Ma le afghane, accusa Shah, sono oppresse proprio a causa del loro corpo femminile reale, non percepito. Bina Shah sembra avere un contatto con la realtà più forte di tante occidentali.

***

Ho scritto un tweet arrabbiato: “Ho solo bisogno di sapere come si applica la definizione di donna di Judith Butler alle afgane che vengono picchiate per strada dai talebani. Ha mai considerato che le sue idee non si adattano alla vita delle donne nel Sud del mondo?”.
Ho pubblicato il tweet dopo aver letto dell’ormai famigerata intervista al Guardian in cui Butler ha affermato che le TERF (femministe radicali trans escludenti) si alleano con i ‘fascisti’. Questo dibattito sui diritti trans e sull’identità di genere sembra così lontano dalla realtà vissuta da me e da milioni di donne.
Ma è stata l’affermazione di Judith Butler che ‘dobbiamo ripensare alla categoria delle donne’ che mi ha fatto andare avanti. E arriva nel momento in cui ho visto donne afghane picchiate dai talebani mentre protestavano per i loro diritti, per la sicurezza e per la libertà di lavorare e studiare.
In Afghanistan (esempio estremo) ma anche in Pakistan, dove vivo, in India, Nepal, Bangladesh, paesi del Medio Oriente, Nord Africa, le donne (o le ‘persone con corpi femminili’) vengono maltrattate, vessate, aggredite e uccise non solo perché hanno corpi femminili, ma perché si rifiutano di consegnare quei corpi agli uomini per farne ciò che vogliono.
Poiché questo possesso di corpi femminili è assolutamente legato alla biologia femminile, alla produzione di bambini e al conforto sessuale per quegli uomini, separare il sesso dal genere nega completamente questa forma di oppressione che è enormemente offensiva per tutte noi che stiamo ancora lottando per porre fine alla discriminazione basata sul sesso nei nostri paesi.
Immaginate una donna musulmana nel Regno Unito che sfugge a un matrimonio violento e alle minacce di un delitto d’onore. Va in un rifugio dove si sente al sicuro perché è uno spazio per sole donne. Non solo perché è lontana dal regno della violenza maschile, ma perché come donna musulmana non si sente a suo agio nel condividere gli spazi intimi con un uomo.
Ma se una donna trans con un pene si trova nello stesso spazio, all’improvviso quella donna musulmana non è in grado di togliersi l’hijab o spogliarsi perché non può fare quelle cose di fronte a una persona con un corpo maschile che non sia un membro della famiglia. Non è un’ipotesi, ci sono donne musulmane, sikh e indù che ora sono escluse dagli spazi femminili perché la definizione di ‘donna’ è cambiata per includere le donne con il pene.
Le ragazze e le donne afgane hanno dovuto travestirsi da uomini per poter uscire di casa, guadagnarsi da vivere o svolgere lavori vitali sotto i talebani. Si chiamerebbe ‘fare il genere’, come dice Judith Butler, o è una strategia di sopravvivenza?
Temo che gli attivisti per i diritti trans si stiano comportando come imperialisti occidentali, imponendoci le loro idee di sessualità. Io non voglio il colonialismo di genere nel XXI secolo. E voi?
Giulio Meotti

Neanche noi lo si vorrebbe, ma al mercato delle vacche, si sa, vende meglio chi grida più forte.

barbara

KABUL E DINTORNI

Dintorni che, in un giorno forse non troppo lontano, potrebbero comprendere anche noi.

“Napoleone disse che in guerra la forza morale è tre volte più importante di quella fisica”

Intervista per la newsletter al saggista americano Joshua Muravchik. “La codarda fuga di Biden darà energia a tutti gli islamisti”. In Africa già si “festeggia” (37 cristiani uccisi)

“Nessuno avrebbe dovuto essere sorpreso dal crollo di Kabul o dalla velocità con cui è avvenuto. Napoleone disse che in guerra la forza morale è tre volte più importante di quella fisica. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato e addestrato l’esercito afghano e fornito ogni tipo di supporto tecnico. Eravamo come il suo fratello maggiore. Poi all’improvviso abbiamo detto: ‘Stiamo scappando, ma tu dovresti restare e combattere’. E poi Joe Biden ha avuto l’idea di castigare le forze afghane per aver seguito il nostro esempio”.
Qui a colloquio in esclusiva con la mia newsletter, Joshua Muravchik è uno di quegli intellettuali e saggisti americani che ci aveva creduto. Democrazia, modernità, diritti delle donne, costituzione…Costruire tutto questo a Kabul. Autore di fortunati saggi come Making David Into Goliath: How the World Turned Against Israel (2014) e Heaven on Earth: The Rise and Fall of Socialism (2002), Muravchik spiega che la deterrenza americana è adesso seriamente compromessa come forse mai prima. “L’attentato suicida all’aeroporto di Kabul ha ucciso 13 membri delle forze armate statunitensi (e forse altri soccomberanno per le ferite; forse ci saranno altri attacchi simili). Nell’anno e mezzo precedente, gli Stati Uniti avevano perso un solo soldato. È vero che Biden ha solo continuato ciò che Trump aveva iniziato con il suo assurdo patto con i Talebani, che ha contribuito a minare il governo afghano. Trump credeva che ci si potesse fidare della parola dei Talebani?”.
Il problema dell’America è anche interno. “E’ ferocemente polarizzata. Nei sondaggi più americani affermano che sarebbero sconvolti se la loro figlia sposasse qualcuno dell’altro partito politico rispetto a qualcuno di una religione diversa. Il problema è che nessuno dei due poli offre ciò di cui abbiamo così disperatamente bisogno: la leadership politica crede nell’America e nei valori che l’America ha a lungo esemplificato e sostenuto, una leadership che può ripristinare la fiducia della nazione. Abbiamo invece da una parte Trump, che dice ‘prima l’America’ ma in realtà significa ‘prima Trump’. Dall’altra abbiamo i Democratici che sembrano essere guidati interamente dall’ala ‘progressista’ del loro partito, portatori di un’ideologia che vede l’America solo come la terra del razzismo, sessismo, omofobia, islamofobia e capitalismo rapace votato al distruggere il pianeta. Biden si era presentato come la via di mezzo, ma ha capitolato subito ai ‘progressisti’”.
Lo stesso in politica estera. “È un’amara ironia che dopo aver criticato Trump sulla Nato, Biden possa aver fatto ancora di più per danneggiare l’Alleanza. E perché? Perché aveva un patto con i Talebani. Biden ha anteposto la fedeltà ai Talebani alla fedeltà ai nostri partner. E qui le ironie abbondano. Biden ha affermato che l’America ha poco interesse nel governo afghano, ma solo nell’impedire l’incubazione di gruppi terroristici”.
Parlando oggi con Le Figaro, il più grande esperto francese di Islam, Gilles Kepel, ha definito quella di Kabul come “una vittoria militare formidabile dell’Islam sunnita fondamentalista contro l’Occidente”. Basta ascoltare quello che dicono i loro commentatori. Come il turco-egiziano Islam al Ghamri: “Forse gli Stati Uniti si disintegreranno come l’Unione Sovietica. Questo è un terremoto enorme. E quando c’è un terremoto, la terra si rompe e crolli che erano inimmaginabili in passato accadono improvvisamente. Quello che è successo a Kabul è un enorme terremoto che colpirà l’Europa, gli Stati Uniti e l’intera civiltà occidentale”.

Il giorno in cui l’Afghanistan è caduto nelle mani dei Talebani, uno dei più famigerati islamisti dell’Africa occidentale ha elogiato i suoi “fratelli”, Iyad Ag Ghaly, capo di al-Qaeda in Mali. Commenta il Washington Post: “I combattenti di tutto il continente africano hanno celebrato la presa del potere da parte dei Talebani”. Saranno anche molti cristiani a pagare. Come i 37 appena assassinati dai jihadisti in Nigeria. “La calamità a Kabul significa più attacchi jihadisti e possibilità che prevalgano altre insurrezioni islamiste”, scrive The Economist. “La fuga dell’America rafforzerà i jihadisti in tutto il mondo”. Basta osservare l’Africa dopo la caduta di Kabul il 15 agosto.

18 agosto, 80 morti in Burkina Faso… 
19 agosto, 15 morti in Mali… 
20 agosto, 16 morti in Niger… 
25 agosto, 36 morti in Nigeria… 
26 agosto, 4 morti in Tanzania

Una “discesa agli inferi”. Così sul quotidiano L’Orient Le Jour Toufic Hindi, analista cristiano libanese e autore in Francia di Une troisième guerre mondiale pas comme les autres (Edizioni Panthéon), definisce il crollo dell’esperienza occidentale in Afghanistan. “Il movimento islamista sta combattendo una battaglia che vuole essere decisiva per conquistare il mondo e assoggettarlo alla legge di Allah. Vuole una guerra mondiale diversa dalle due che l’hanno preceduta.  La politica occidentale di pacificazione può solo portare a una guerra distruttiva, proprio come la politica di pacificazione di Hitler praticata dal primo ministro britannico Neville Chamberlain ha portato alla Seconda guerra mondiale”. Siamo, conclude Hindi, nell’“epicentro di un islamismo che sta investendo il mondo, un terremoto senza precedenti dal quale nessun paese può sfuggire. La situazione è così instabile ed esplosiva che nulla è impossibile”.
Conclude Joshua Muravchik alla mia newsletter. “La codarda fuga dell’America darà energia a tutti i tipi di gruppi islamisti, proprio come la sconfitta dell’Unione Sovietica ha dato origine ad Al Qaeda, così la sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan si rivelerà una fonte d’ispirazione ancora maggiore per l’Islam radicale”.
Il 1989, l’anno che secondo Francis Fukuyama doveva inaugurare la “fine della storia”, si apriva con un documento ben più importante e ignorato. La lettera di Khomeini a Mikhail Gorbaciov. Il leader sovietico era ancora alle prese con il bubbone dell’Afghanistan invaso dieci anni prima (si sarebbe ritirato un mese dopo). Convinto, a ragione, che la caduta del comunismo fosse ormai imminente (ci sarebbero voluti soltanto altri due anni), il vecchio ayatollah rivolge a Gorbaciov un invito a convertirsi all’Islam: “Come può l’Islam essere l’oppio del popolo, quando ci ha resi fermi come una montagna contro le superpotenze?”.
Il Mullah Baradar starà forse scrivendo una lettera simile a Joe Biden?
Giulio Meotti, 28/08/2021

Credo che quanto accaduto a Kabul il 15 agosto non abbia precedenti nella storia moderna, e neanche il successivo comportamento di Biden in relazione al disastro da lui provocato. Invito ora a vedere questo video in cui tre esperti di Medio Oriente (dovevano essere quattro, ma uno è stato costretto a rinunciare per sopravvenuti problemi) cercano di fare il punto della situazione. Dura un po’ più di un’ora, ma ne vale la pena. Casomai guardatelo a rate.

barbara