MARK SPITZ

Mark Spitz 1
A chi non è sopra i cinquant’anni, difficilmente il suo nome dirà molto. E se, per riempire la lacuna, andate in Google, leggerete che è un ex nuotatore e che “Benché avesse solo ventidue anni, Spitz abbandonò il nuoto dopo i Giochi di Monaco”. Ecco, no, non è così, non è esattamente così che sono andate le cose. Mark Spitz non ha abbandonato il nuoto DOPO, le Olimpiadi di Monaco: lo ha abbandonato DURANTE le Olimpiadi di Monaco. Nel senso che ha proprio abbandonato le olimpiadi: anche se era solo ebreo, e non israeliano, non sapendo all’inizio se l’attacco si sarebbe esteso anche agli altri ebrei, è stato imbarcato in fretta e furia sul primo aereo e rispedito negli Stati Uniti. Suppongo che sia stato il trauma subito
atleti
a fargli lasciare per sempre il nuoto all’apice della gloria, proprio nel momento in cui era in assoluto il più grande nuotatore del mondo.


La leggenda vuole che lo abbia fatto perché, “avendo vinto tutto ciò che si poteva vincere, non gli era rimasto più niente per cui combattere”. Leggenda, appunto. Tanto più che a Monaco mancava ancora una gara da disputare, e da vincere.
Quanto alle olimpiadi maledette – nel senso di maledetti terroristi palestinesi (ma almeno quelli il Santo Mossad ha provveduto a sistemarli), maledetta polizia tedesca che ha rifiutato l’aiuto offerto da Israele, provocando il macello che ha provocato, maledetto comitato olimpico che ha fatto proseguire i giochi, maledetti tutti coloro che hanno continuato a guardarle e fare il tifo e divertirsi come se quella in corso fosse ancora una competizione sportiva – se ne è parlato in questo blog qui e qui, e ci si è indignati qui, e poi bisogna assolutamente rileggere questo, perché le cose che trovate qui non le avete mai lette in nessun giornale. Adesso finalmente, dopo quarantaquattro anni, l’infaticabile lotta delle due vedove Ilana Romano e Ankie Spitzer
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contro il silenzio, contro il rifiuto, contro l’ipocrisia, contro l’ignobile CIO, è arrivata (e chissà che, nel nostro piccolo, non siamo riusciti anche noi a portare la nostra microscopica gocciolina d’acqua) la vittoria: è stato inaugurato al villaggio olimpico il memoriale per le vittime della strage.
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Ah, Mark Spitz, dicevo: gran bell’uomo anche da vecchio.
Mark Spitz 3
barbara

 

UNA COSA, COMUNQUE, È CERTA

Interi quartieri delle maggiori città europee sono stati trasformati in zone franche per il terrorismo, sulle quali gli stati che le contengono non hanno alcuna sovranità, anzi, per dirla tutta, c’è uno stato che la propria sovranità l’ha letteralmente venduta su tutto il territorio nazionale. Il terrorismo islamico si allarga a macchia d’olio e le carneficine sono all’ordine del giorno (anche se all’attenzione dei mass media ne arrivano solo alcune, accuratamente selezionate – meglio quando le vittime non sono portatrici di sangue giudeo). Aeroporti e metropolitane saltano in aria, portando non solo morte e distruzione, ma anche un pesante blocco, sia pure momentaneo, nelle comunicazioni di mezza Europa, ossia in uno dei pilastri del nostro concetto di vita civile.
In mezzo a tutto questo, la domanda da porsi, la domanda essenziale, la domanda VERA, la domanda che i VERI intellettuali ansiosamente si pongono è una sola:

CHE COSA FA SALVINI?

(poi volendo qui ci sarebbe anche un abbozzo di risposta)

barbara

AGGRESSIONI: QUELLE FASULLE STROMBAZZATE E QUELLE VERE IGNORATE

La svastica a Berkeley

“Vorrei con tutto me stesso essermi sbagliato. Spero e prego perché l’ondata di antisemitismo che avverto sia una profezia sbagliata”. Purtroppo per Lawrence Summers, allora presidente di Harvard (2001-2006), la sua profezia si è rivelata corretta. Alla University of California di Irvine, la confraternita ebraica ha trovato svastiche sugli edifici del campus, e lo stesso nei giorni scorsi è accaduto alla Vanderbilt University, alla University of Oregon e alla Emory University. Incidenti sempre legati alle attività antisraeliane. Newsweek lo chiama “il problema della svastica a Berkeley”. L’antisemitismo attecchisce come una pianta malefica nella Ivy League, la lega dell’edera, i laboratori delle “equal opportunities” e della counter culture inebriata di benessere, del “Black is beautiful” e del continuo ricatto delle minoranze etniche o sessuali, dove il ragazzo nero del profondo sud siede nello stesso banco dell’erede Rockefeller, le oasi verdi fatte di sole, ginnastica, jogging, piazze animate da concerti, manifestazioni di studenti, in un reticolo di strade costellate di librerie, caffetterie, ristorantini, pizzerie. E in mezzo, i premi Nobel e i templi della conoscenza. E’ possibile che i college più liberal del mondo stiano adesso incubando l’antisemitismo assieme al cinismo sull’occidente, al sospetto sul capitalismo e al politicamente corretto? I primi segni di quest’odio nuovo si ebbero proprio a Berkeley nel 2002, quando sulla scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley, dove nacque il Free Speech Movement, alzò la voce una nuova generazione di studenti. Stavolta contro Israele e il popolo ebraico. Il 54 per cento degli studenti ebrei del college oggi dice di aver subito aggressioni antisemite o di esserne stato testimone, secondo la ricerca pubblicata dal “Center for Human Rights Under Law” del Trinity College. E quando gli studenti hanno denunciato i disagi alle relative amministrazioni delle facoltà, le università non l’hanno quasi mai presa seriamente. Jessica Felber, una studentessa ebrea, ha denunciato Berkeley dopo essere stata aggredita da un altro studente, Husam Zakharia, mentre partecipava a una dimostrazione in favore di Israele. L’università era a conoscenza che Zakharia era un capo del gruppo “Studenti per la giustizia in Palestina”, e che si era reso responsabile di altre aggressioni nel campus. Nelle facoltà dove professori e studenti cercano maggiormente di proteggere i diritti etnici e delle minoranze razziali, i discorsi dell’odio contro la comunità ebraica sono diventati un problema dilagante. Dopo l’ultimo conflitto a Gaza, la scorsa estate, sono apparse sui muri del campus di Berkeley le scritte “Morte a Israele” e “Uccidiamo tutti gli ebrei”. Nei giorni scorsi è stata poi la volta dello slogan: “I sionisti dovrebbero essere mandati nelle camere a gas”. A Berkeley la madrina delle campagne contro Israele è la professoressa Judith Butler, che ha inventato gli “studi di genere” così popolari oggi anche in Europa. La Butler finì sotto accusa per una intervista in cui denunciava i memoriali per le vittime dell’11 settembre: “Dopo l’11/9, sono rimasta scioccata dal fatto che c’era un lutto pubblico per molte delle persone che sono morte negli attacchi al World Trade Center e nessun lutto pubblico per i lavoratori illegali del WTC”. Gary Tobin nel suo libro “Uncivil University” scrive che “antisemitismo e antisraelismo sono sistematici nel campo dell’istruzione superiore e possono essere rilevati nei campus di tutti gli Stati Uniti”. Ovunque nelle aule i professori dipingono i palestinesi come vittime degli “occupanti israeliani” e lo stato ebraico è ritratto come “razzista”, “stato di apartheid”, “genocida”. Negli edifici dei campus, i gruppi antisraeliani organizzano picchetti, conferenze per il boicottaggio, e i sostenitori di Gerusalemme sono quotidianamente interrotti, è loro impedito di parlare e studenti ebrei sono aggrediti, anche fisicamente. Nel giugno 2009, Tammi Rossman-Benjamin, che insegna all’Università di Santa Cruz, ha presentato una denuncia al dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti contro i campus universitari di Santa Cruz che sponsorizzavano conferenze e film “violentemente anti-Israele”, usando i soldi del campus, per diffondere antisemitismo in contrasto con il “Civil Rights Act” del 1964. Nell’ottobre 2010 il Dipartimento dell’Educazione ha stabilito che le università finanziate a livello federale sono obbligate a eliminare ogni pregiudiziale antisemita. Non va dimenticato che il simbolo del pacifismo antisraeliano nel mondo è Rachel Corrie, una studentessa universitaria americana, rimasta uccisa a Gaza sotto un bulldozer israeliano, nel tentativo di bloccare la demolizione di una casa di terroristi. Il mito di Corrie ha ispirato opere letterarie, boicottaggi, e articoli in tutto il mondo. La sua storia ha contribuito a diffamare Israele in un modo persino peggiore della storia di Mohammed al Dura. Dopo la morte di Corrie, la Caterpillar è stata bersaglio di molte campagne e persino la Church of England ha venduto le azioni di quella società. Hamas ha adottato il suo viso come mascotte e l’Iran le ha dedicato una strada. Una delle navi della flottiglia per Gaza portava il suo nome, come se fosse stata un’inerme ragazza occidentale. Corrie, invece, era nella Striscia di Gaza per fare da scudo umano ai terroristi. Alla Evergreen State University, gli ex professori di Corrie alle cerimonie di laurea indossano pantaloni cachi e kefiah, in omaggio alla loro ex studentessa. Nei giorni scorsi il David Horowitz Freedom Center, un think tank conservatore in California, ha diffuso la lista nera dei peggiori campus d’America. Svetta in testa alla classifica la Columbia University. I primi a denunciarla sono stati alcuni studenti con un documentario, “Columbia Unbecoming”, prodotto da un gruppo di Boston chiamato The David Project, il cui obiettivo dichiarato è “contrastare l’atteggiamento ingiusto e sleale delle nostre università, dei mezzi di informazione e delle comunità”. Il film mostra una serie di studenti che accusano i docenti della Columbia di allontanarli, intimidirli e offenderli quando fanno sfoggio di opinioni filoisraeliane. “Quanti palestinesi hai ucciso?”, chiede il professor Joseph Massad a uno studente che ha fatto la leva in Israele. Nel documentario, uno dei più illustri islamisti del paese, George Saliba, a una ragazza ebrea dice che non può vantare diritti sulla Palestina perché non aveva “occhi abbastanza semitici”. La Columbia è l’ateneo di Rashid Khalidi, direttore del Middle East Institute di quella Università, che ha definito “legittima resistenza” il terrorismo suicida contro Israele e l’esercito israeliano “un’arma di distruzione di massa”. La Columbia è un centro strategico perché è l’Università dove ha insegnato Edward Said, l’accademico palestinese più illustre del XX secolo. Said era la quintessenza dell’intellettuale occidentale, coccolato dai liberal e bestseller di lungo corso nelle librerie europee. E, al tempo stesso, l’esponente culturale più prestigioso del fronte del rifiuto palestinese. Celebre la foto in cui Said si fece ritrarre, al confine del Libano meridionale, mentre tirava sassi contro i soldati israeliani. Fu lui a inventarsi una patria palestinese, molto prima che Yasser Arafat piazzasse bombe negli aeroporti europei per rivendicarla. Fu Said a scrivere lo storico discorso con cui il rais si presentò nel 1974 all’Onu, con il ramoscello d’ulivo in una mano e nell’altra la pistola. La sua definizione dei palestinesi come “vittime delle vittime”, “profughi dei profughi”, ha avuto una risonanza straordinaria in occidente. E’ l’attrazione fatale per la vittima che diventa carnefice. In una intervista del 1989 Said disse, senza equivoci: “Quello che fanno i palestinesi per mezzo della violenza e del terrorismo è comprensibile”. Questa condiscendenza ha seminato nel profondo i campus americani. A Berkeley è stato tenuto un corso sulla “Politica e Poetica della Resistenza palestinese”. Nemmeno a Georgetown, l’ateneo dei gesuiti lautamente finanziato dai mercanti arabo-islamici, si lesina moderazione. Yvonne Haddad, docente di storia dell’islam e di Relazioni cristiano-musulmane, ha detto che Intifada, quella dei kamikaze, significa “non mi rompere le palle”. Hamid Dabashi, docente di Studi iraniani alla Columbia, ha fatto proiettare pellicole dove s’inneggia alla fine di Israele. A Yale è durato appena quattro anni l’Initiative for Interdisciplinary Study of Anti-Semitism, il primo centro accademico al mondo completamente dedicato allo studio dell’antisemitismo. Quattro anni dopo è stato chiuso, essendo stato accusato di “servilismo verso Israele”, a causa della pressione dei diplomatici palestinesi negli Stati Uniti, del politicamente corretto e delle laute donazioni dei paesi arabi. Come ha scritto sul Washington Post il professor Walter Reich, che insegna alla George Washington University, “Yale ha ucciso il miglior istituto americano per lo studio dell’antisemitismo” perché “critico dell’antisemitismo arabo e iraniano”. Nessuna polemica invece venne sollevata quando gli studenti del Jackson Center for Global Affairs di Yale vennero portati dai loro docenti a incontrare il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in visita all’Onu (in quell’occasione il leader iraniano negò nuovamente la Shoah). Ci sono diciassette centri di studi mediorientali negli Stati Uniti e quasi tutti ospitano ricercatori antioccidentali e antisraeliani. Lo scorso ottobre centinaia di antropologi in tutto il mondo hanno firmato un appello per il boicottaggio di Israele. C’erano anche tredici professori dalla Columbia University, nove da Harvard e otto da Yale. Tra loro nomi importantissimi del mondo dell’antropologia, come i professori Jean e John Comaroff di Harvard, decani degli studi post coloniali e africani, e Michael Taussig della Columbia, lo studioso della mimesi e dell’America latina. L’American Studies Association ha recentemente aderito alla campagna internazionale di boicottaggio contro le università israeliane. E viene da Harvard il professore che ha scritto “Israel Lobby” (si tratta di Stephen Walt), la versione dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” aggiornata a Israele. E’ anche un problema di fondi che arrivano dai paesi islamici. Basta scorrere l’elenco delle donazioni dai potentati arabi del Golfo dal 1995 a oggi: Boston University (1,5 milioni), Columbia University (500 mila dollari), George Washington University (12 milioni), Georgetown University (16 milioni), Harvard (12 milioni), Mit (10 milioni), University of Arkansas (18 milioni). L’intolleranza intanto dilaga ovunque. Dall’Hampshire College, dove uno studente pro Israele è stato aggredito da parte di individui dai volti coperti al grido di “Baby Killer”, alla Rutgers University, dove in un evento i palestinesi sono stati paragonati alle vittime dell’Olocausto. Intanto, dalla mensa della Università di Harvard, è scomparsa la Sodastream, azienda israeliana leader nella gassificazione dell’acqua. Il pensiero corre al 1934. L’anno in cui Harvard accolse Ernst Hanfstängl, sodale di Hitler nonché finanziatore del “Mein Kampf”. Quando un rabbino gli chiese delle violenze antisemite a Berlino, Hanfstängl rispose: “Sono in vacanza fra vecchi amici”. E si avviò a prendere un tè con il presidente di Harvard, James Conant. Questa ondata di irrazionalità antisemita e di isteria antisraeliana nei campus d’America è l’inveramento della profezia non soltanto di Lawrence Summers, ma anche di Allan Bloom, il docente di Filosofia all’Università di Chicago che deprecò la caduta di questi santuari della conoscenza con un libro che destò scalpore, “La chiusura della mente americana”. Dove tutto ormai deve essere istantaneamente gratificante. Compreso l’odio per Israele. Quest’oppio delle élite. L’ultima buona causa liberal e umanitaria.
Giulio Meotti

Come dicevano i latini, ubi maior minor cessat: di fronte a un’aggressione verbale all’ebrea buona Noa, che saranno mai le aggressioni fisiche ad ebrei che non si sa mica se siano buoni o no, capaci magari di essere addirittura sionisti?

barbara

ECCO PERCHÉ ISRAELE NON PUÒ FERMARSI

prima di avere completato il lavoro (e perché i disertori sono criminali che meriterebbero la Corte Marziale e la fucilazione alla schiena).

Questo video è stato realizzato da Hamas. Mostra i terroristi nei tunnel che partono dalle case di Gaza e sbucano in territorio ebraico. Cinque soldati israeliani vengono uccisi a un posto di guardia vicino al kibbutz Nahal Oz (Giulio Meotti)

E alla fine mostrano orgogliosamente il bottino di guerra: le armi sottratte alle vittime.

L’altro ieri sera per qualche minuto alla seconda rete tv israeliana era stata data notizia di 5 soldati morti per l’infiltrazione attraverso un tunnel a Nahal Oz. Poi la striscia è sparita e per tutta la sera fino a tarda notte abbiamo sperato con tutto il cuore che ci fosse stato un errore, che in quell’azione fossero rimasti uccisi solo i terroristi di Hamas che si erano infiltrati per una azione criminale e nessuno dei nostri giovani fosse caduto. Non sono riuscita a chiudere occhio per tutta la notte. Alle 4.30 ho acceso la radio e alle 5 è stata data conferma della morte di 5 soldati che portano a 10 il numero dei caduti della giornata di ieri. Ho molta compassione per i morti civili e dei bambini di Gaza che, loro malgrado , sono coinvolti in una guerra senza neanche sapere che proprio loro rappresentano quella immagine di vittoria che Hamas vuole per avere consenso, in un mondo che non distingue più le vittime dai carnefici. Ma mi sale rabbia nel vedere alla tv, in mezzo alla miseria della striscia, alla povertà, proprio questi civili invece di ribellarsi a questa situazione disumana gioiscono e cantano mangiando caramelle per la morte dei nostri ragazzi. Israele dovrebbe invitare la commissione dei diritti umani e mostrare come le case e gli edifici che sono stati distrutti da Israele, prevedano da una parte una botola di accesso a tunnel e nascondigli di arsenali bellici e dall’altra, assolutamente irreale, camere per la famiglia che ci vive. Queste immagini non le vedrete mai come non saprete mai che la tregua umanitaria sempre accettata da Israele è stata violata ben cinque volte da Hamas. Avrei voluto non svegliarmi ieri mattina. La sensazione di tristezza e di inquietudine si è trasformata in vero dolore. Tra i nomi resi pubblici prima alla radio e poi alla tv, compare quello di un giovane, Barkai Shor di 21 anni. Barkai era compagno di asilo di Yael e compagno di scuola fino alla fine del liceo di Imanuel. Giriamo per casa come automi, abbiamo perfino paura di parlarci. Ogni parola suonerebbe superflua e inutile. Stiamo aspettando di sapere quando ci saranno i funerali e questa volta parteciperemo tutti, Beniamino, Imanuel ed io, conosciamo personalmente i genitori che seppelliranno oggi il loro figlio. La famiglia Shor abita accanto a noi. Ho paura di uscire, non voglio vedere i cartelli che si affiggono, come si usa, per annunciare la morte, dettagli del funerale e delle visite da fare alla famiglia che rimarrà a casa per una settimana. Intanto alla tv italiana la solita informazione parziale, sensazionistica che cita un articolo di Grossman, dando l’impressione che basta dire che vogliamo la pace perché Hamas sia d’accordo a farla. Niente commenti su chi ha armato e continua a pensare che Israele debba essere distrutto come dichiara l’ayatollah Khamenei in Iran, lo stesso Iran che la Mogherini pensa di coinvolgere per la soluzione di questa crisi. Io manderei a casa tutti i politici di questa generazione. Di danni ne hanno fatti tanti e noi non vogliamo certo essere le loro cavie, l’esperimento è fallito in partenza e non bisogna essere degli scienziati per capirlo.
Angela Polacco Lazar, Gerusalemme (Informazione Corretta)

E vere più che mai appaiono quelle parole di Herbert Pagani del lontano 1975:

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.
Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere.
Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.

Perché, come diventa sempre più evidente, se a difendersi non ci pensano loro, sicuramente non ci pensa nessun altro.

barbara

GIACOMO KAHN SU GIULIO MEOTTI

Terra bruciata attorno a Meotti. Ovvero il ribaltamento della realtà

Il Foglio, 21.05.14

Egr. Direttore

Giulio Meotti – autore del recentissimo pamphlet ‘Ebrei contro Israele’ – non ha bisogno di essere difeso. Il suo libro, per coloro che avranno la voglia di scoprire che il legame affettivo tra ebrei della diaspora e Israele è molto più flebile di quanto si possa pensare (smontato così il pregiudizio che gli ebrei sono più fedeli ad Israele che allo Stato nel quale vivono), è un pugno nello stomaco perché non ha paura di attaccare i grandi e ‘intoccabili’ pensatori moderni dell’ebraismo internazionale, anche italiano. Intellettuali (scrittori, professori universitari, giornalisti, qualche politico, storici, scienziati), menti eccellenti nei loro campi professionali così attenti alla difesa dei diritti dell’uomo e di coloro che soffrono, ma altrettanto disattenti quando a dover essere difesi sono gli israeliani. Di più, ebrei che hanno scelto di porsi come agenti attivi di quella campagna di delegittimazione dello Stato di Israele, offrendo la loro voce, il loro volto e le loro idee, così tanto ascoltate dal mondo non ebraico, per contestare non solo le politiche dei Governi israeliani, ma addirittura per scardinare i principi giuridici e morali sui quale si è fondato lo Stato di Israele. Le ragioni di questo odio di sé (e uso questa espressione perché insegnano i Maestri dell’ebraismo: ‘Kol Yisrael arevim zeh la-zeh’, tutti gli ebrei sono responsabili l’uno dell’altro), le spiega fin troppo bene Meotti che porta decine e decine di citazioni a riprova delle sue accuse.
Quello che mi interessa testimoniare è la reazione della sinistra ebraica italiana, almeno di quella parte che quotidianamente scrive sul giornale telematico prodotto dall’Unione delle Comunità: una levata di scudi fortissima, una censura preventiva, un attacco personale a Meotti e non alle sue tesi, in un modus operandi che di sinistra ha veramente poco e di ebraico non ha nulla.
La stroncatura è stata fatta – come esplicitamente scritto – ancora prima di leggere il libro e Meotti è stato additato prima come un nemico (Anna Foa), poi come essere inferiore (David Bidussa), fino all’epiteto di antisemita, dando spazio alla stroncatura di Sergio Luzzatto sul Sole 24 Ore e tutto ciò senza diritto di replica, senza alcun possibilità per Meotti di illustrare le sue tesi. Si è giunti addirittura alla stroncatura in forma di autocensura: Meotti e il suo libro non sono stati degni di essere nemmeno nominati nella versione in lingua inglese della newsletter dell’Ucei che ha liquidato il libro come la rappresentazione di un mondo agghiacciante senza spazi culturali e nel quale si vorrebbe imporre il pensiero unico. Una campagna talmente denigratoria da aver costretto Meotti a scrivere alla redazione una breve considerazione, a cui è seguita una imbarazzata giustificazione.
Questa reazione emotiva contro il libro di Meotti è la dimostrazione di quanto sia problematico il rapporto che lega una parte dell’ebraismo di sinistra con Israele. Una reazione che non guarda alla sostanza della tesi espressa nel libro: i nemici di Israele e del popolo ebraico si alimentano e si rafforzano quando le critiche spietate, i giudizi sbilanciati, le accuse ossessive e ripetitive prive di fondamento, come quella di operare l’apartheid contro i palestinesi, vengono ripetute come un mantra anche dagli stessi ebrei.
Non è detto che Meotti abbia sempre ragione, o quanto meno non è detto che tutti gli intellettuali da lui citati debbano essere messi per forza tra i delegittimatori di Israele. Quello che lascia perplessi è il totale ribaltamento della realtà operato dai suoi critici: il libro di Meotti non vuole imporre nessun pensiero unico è invece la denuncia pubblica di un mondo nel quale una parte dell’ebraismo progressista pensa che il proprio destino sia autodeterminato, libero e svincolato da quello dello Stato di Israele e che si può rimanere liberi intellettuali ebrei nella diaspora anche se Israele dovesse scomparire o venire assorbito in uno Stato bi-nazionale.
Meotti getta in faccia – e capisco che questo possa far male – l’ipocrisia di quelli che all’interno del popolo ebraico si ostinano a non comprendere che Israele è una garanzia di sopravvivenza, un’assicurazione sulla vita dei nostri figli che nonostante Hezbollah, nonostante Hamas, nonostante la minaccia della bomba nucleare degli ayatollah iraniani essi possono sentirsi ebrei liberi nella diaspora, perché sanno che hanno un posto che li difenderà sempre e che li accoglierà. Non è purtroppo un discorso ipotetico: fiumi di ebrei partono dalla Francia, dall’Ungheria, dall’Ucraina, dai Paesi Bassi e dal nord Europa allarmati dal crescente antisemitismo e da un populismo antieuropeistico che alimenta i nazionalismi e guarda alle minoranze, al pluralismo e alle diversità come una minaccia. Un sentimento anti ebraico che cresce in tutto il mondo come dimostrato da un recente sondaggio della Lega Anti-Diffamazione (ADL) svolto in 102 Paesi. Senza andare troppo lontano rimanendo in Europa: sono dichiaratamente antisemiti il 45% dei polacchi, il 26% degli svizzeri, il 30% dei russi, il 29% degli spagnoli, il 27% dei tedeschi, il 20% degli italiani, il 37% dei francesi e un sorprendente 69% dei greci. Lo stereotipo più comune in tutto il mondo (più diffuso anche in Italia) è quello che per il 41 per cento degli intervistati “gli ebrei non siano affidabili come i cittadini”. “E’ il pregiudizio più pericoloso – ha spiegato il presidente dell’Adl, Abraham Foxman – da cui derivano tutti gli altri”.
Di questo avrei voluto che la sinistra ebraica italiana discutesse e invece tutti a dare addosso a Meotti.

Giacomo Kahn

Meglio non si sarebbe potuto dire, e non aggiungo altro.

barbara

EBREI BUONI SCATENATI CONTRO GIULIO MEOTTI

NOTA – Questo è un post lungo. Tanto peggio per voi. E a qualcuno farà esplodere le emorroidi. E tanto peggio per loro.

PREMESSA – Adoro Giulio Meotti, ma non lo divinizzo. Questo significa che se a qualcuno di voi dovesse venire l’idea di criticarlo, probabilmente lo ucciderò, ma non necessariamente gli toglierò il saluto e la stima. A patto che di critiche si tratti.

IL FATTO – Giulio Meotti ha scritto un nuovo libro, che si intitola Ebrei contro Israele. Giusto per non rischiare equivoci, nel libro non si parla di ebrei che dicono “Secondo me approvare la costruzione di nuove abitazioni non è stata una buona idea”, oppure “Non condivido il discorso di Netanyahu all’ultima riunione della Knesset”. No. Stiamo parlando di persone che si dedicano anima e corpo a vomitare veleno su Israele, a diffondere menzogne su Israele, a manifestare ogni solidarietà ai terroristi nemici di Israele. Stiamo parlando di persone che sentono la necessità di mettersi al computer per scrivere che a una neonata di tre mesi sgozzata nella culla non si deve manifestare solidarietà, perché quella era una colona e i coloni non sono fratelli. Stiamo parlando di persone che, di fronte all’ondata di indignazione che tali parole giustamente suscitano, si precipitano a loro volta al computer per manifestare solidarietà al poveretto oggetto di tante critiche (salvo poi, quando gli altri dicono OK, prendiamo atto che il signor X e il signor Y non sono fratelli, correre al Tribunale Rabbinico a frignare che gli altri ebrei sono cattivi cattivi e gli hanno fatto la bua e chiedere che gli venga resa giustizia. Il Tribunale Rabbinico, per inciso, li ha educatamente mandati a stendere). Ecco, il libro parla di questa gente qui. Ora, io non l’ho ancora letto, e dunque io non parlerò del libro, perché io non ho l’abitudine di parlare di cose che non conosco, io. Pertanto non so se il libro di Meotti meriti delle critiche. Potrebbe anche darsi di sì. Per esempio uno potrebbe dire “Meotti afferma che Tizio ha detto questo e invece non è vero”, oppure “è vero che lo ha detto ma va inserito nel contesto”, oppure “è vero che ha detto questo ma ha anche detto quest’altro”, oppure: “è vero che ha detto così ma è una critica giustificata per questo e quest’altro motivo”. Il fatto è che dalla muta di cani rabbiosi che si sono scatenati contro Meotti, non è arrivato niente del genere; nessuno dei latrati che si sono levati da ogni parte contiene la minima critica nel merito. Anche perché non sarebbe proprio materialmente possibile dal momento che le “critiche” esordiscono, incredibilmente, con qualcosa come “Non ho letto il libro, ma”. Il che sarebbe indecente per chiunque, ma in questo caso una simile aberrazione viene da chi, per mestiere, dovrebbe avere nel DNA l’accuratissima analisi delle fonti non dico prima di aprire bocca, ma prima persino di respirare. E invece no: con incredibile improntitudine, a questo esordio segue un intero articolo, la cui sostanza è che “a sentire Meotti sembrerebbe che contro Israele ci sia l’intera intellighenzia ebraica”. Più o meno come se qualcuno, pretendendosi scienziato, si lamentasse che “a sentire Copernico sembrerebbe che la terra si sia messa a girare intorno al sole”, pur riconoscendo apertamente di non avere neppure dato un’occhiata agli studi su cui Copernico basa questa sua convinzione. Naturalmente sono sempre gli stessi che abbiamo incontrato qui, gli ebrei buoni, la parte migliore della società, quelli che si preoccupano che Israele non perda la propria anima sparando a un terrorista che sta per far saltare uno scuolabus gremito di bambini. In mezzo alla muta latrante, definendo il libro di Meotti “libello” ovviamente c’è anche quel signore che a suo tempo aveva entusiasticamente cantato le lodi dell’infame libello “Pasque di sangue”, che occupa il posto d’onore in tutti i siti neonazisti.
Ora, se ne avete voglia, potete leggere l’intero articolo che condensa il contenuto del libro, cui seguono un altro paio di cosette. E vedete di sbrigarvi, che domani arriva dell’altro (perché quando il gioco si fa duro…)

Dopo aver completato il libro “A New Shoah. The Untold Story of Israel’s Victims of Terrorism”, una inchiesta sulle vittime israeliane del terrorismo palestinese, ne mandai una copia a George Steiner, un famoso critico culturale, un celebratissimo intellettuale ebreo con cattedra a Cambridge, autore di studi fondamentali di letteratura comparata, un mandarino culturale fiero di appartenere al popolo di Franz Kafka, Paul Celan, Elias Canetti, Ludwig Wittgenstein e Franz Rosenzweig. Avevo scritto la mia tesi di laurea in Filosofia proprio su Steiner, lo conoscevo da anni e lo stimavo per le sue intuizioni sulla modernità e sul lato oscuro della cultura e dell’occidente.
Steiner mi rispose che non avrebbe difeso Israele, che “il male coltiva il male” e, soprattutto, che “il mondo è Juden müde”. Si tratta di un’espressione tedesca che significa, brutalmente: il mondo è stanco degli ebrei. “Noi ebrei siamo vissuti troppo a lungo”, scrisse Steiner. Rimasi scioccato dalla risposta di questo intellettuale che incarna il mito vivente dell’ebreo errante, poliglotta e cittadino del mondo, dalla mancanza di comprensione e di compassione di Steiner per le sofferenze e le ragioni di Israele, che vive fra la vita e la morte da settant’anni, preso fra il terrorismo palestinese, la delegittimazione in occidente e il programma atomico iraniano.
Su Israele ho rotto con Steiner. Ma questo doloroso scambio epistolare mi ha aperto la mente su un dilemma: perché ci sono così tanti ebrei fra i boicottatori dello stato d’Israele? Cosa nasconde questa patologia ebraica antisraeliana?
È quella che in Israele è stata definita “Sindrome di Kreisky”, dal nome del cancelliere austriaco Bruno Kreisky. Veniva chiamato “il re Sole di Vienna”, perché con lui l’Austria era tornata un paese prospero dopo la Seconda guerra mondiale. Per altri era “kaiser Bruno”, pronipote senza impero di Francesco Giuseppe, per altri ancora era il “Grande Vecchio”. Ma Kreisky è stato soprattutto l’unico ebreo a governare un paese di lingua tedesca dopo la Shoah, nella Vienna che aveva dato i natali a Hitler, Eichmann e Kalterbrunner. Lo storico Robert Wistrich ha fatto notare che Kreisky era “l’unico ebreo che poteva cancellare in pieno il senso di colpa degli austriaci per la loro totale partecipazione alla Shoah”.
Ma Kreisky era anche un ebreo che odiava Israele. Da cancelliere è stato il primo politico occidentale a sostenere la causa terroristica palestinese e a condannare Israele come “Apartheid”. Durante gli anni Settanta, Kreisky osteggiò Simon Wiesenthal nella sua caccia ai criminali di guerra nazisti. Definì il premier israeliano Menachem Begin un “ostjude”, un ebreo polacco, e paragonò il controllo israeliano della Cisgiordania, la Giudea e Samaria bibliche, a quello sovietico in Afghanistan. Quando Israele lo attaccò perché aveva chiuso il campo di transito per profughi ebrei sovietici nel castello di Schoenau, il cancelliere rispose: “Sono austriaco, non ebreo”.
Karl Marx è morto molto tempo prima che lo stato di Israele venisse creato e che il Sionismo fiorisse in Europa. Ma quel che ha reso il fondatore del Comunismo un antisionista ante litteram è stata la propria opposizione all’idea stessa di una identità ebraica. La spiegazione si trova nel libro “La questione ebraica”, dove Marx si lancia in una premonizione sinistra: “In ultima analisi, l’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dal Giudaismo”. Se si pensa che l’umanità debba essere emancipata (leggere: liberata) dal Giudaismo, si deve affermare allora che gli ebrei devono essere privi di potere e assimilati, in un processo di diluizione dell’ebreo in carne e ossa nell’“ebreo in generale”, inchiodando un intero popolo a un destino oscuro di sparizione.
Ogni giorno, ebrei famosi – scrittori, artisti, accademici – descrivono Israele come un’entità “razzista”, “depravata” e “disumana”, che deve essere smantellata. Molti di loro hanno assunto ruoli chiave nella campagna di dismissione dello stato ebraico. Questi intellettuali ebrei hanno avuto un successo straordinario nella messa in mora e nel boicottaggio di Israele agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Questo antisemitismo ebraico costituisce una delle più efficaci forme di delegittimazione dello stato degli ebrei nel mondo. Per dirla con il drammaturgo ebreo David Mamet, vincitore di un premio Pulitzer e autore di “The Wicked Son”, “sono gli ebrei che, negli anni 60, invidiavano il movimento delle Pantere Nere; che, negli anni 90, invidiavano i palestinesi; che frignano davanti al film “Exodus” ma s’inalberano davanti alle Forze di Difesa israeliane; che per curiosità sono pronti ad andare a un combattimento di cani, un bordello o una fumeria d’oppio, ma trovano assurda l’idea di una visita in sinagoga; che al primo posto tra i loro ebrei preferiti mettono Anna Frank e al secondo non sanno chi metterci…”.
Questi ebrei antisraeliani demonizzano i nazionalisti ebrei, i coloni ebrei e i soldati ebrei al posto dei capitalisti ebrei di un tempo. Sono ipersecolarizzati e desiderano che l’umanità “si scrolli di dosso il giogo dei pregiudizi nazionalisti” (Rousseau). Hanno trasformato il Sionismo in una causa dell’antisemitismo, anziché in una risposta ad esso. Vedono un attentato in una sinagoga di Parigi come una rappresaglia per un’incursione su Gaza. Giocano la “carta Hitler”. Chiamano nazisti gli israeliani. Vedono lo stato ebraico impadronirsi di “uno spazio vitale” per se stesso. Il loro interesse ossessivo per i fatti d’Israele va di pari passo con la loro israelofobia morbosa e nevrotica. La loro visione del mondo è collettivista, internazionalista, universalista e terzomondista. Vedono l’antisemitismo affievolirsi nella coscienza collettiva, il Sionismo come razzista, mentre il Giudaismo, definito selvaggio, fanatico e feroce, attira la loro arrogante censura. Sostengono istituzioni internazionali e transnazionali. Dominano su tutti i media. Sono presenti nelle istituzioni benefiche, nei gruppi di pressione, nelle campagne sui network. Hanno abbandonato l’internazionalismo marxista del proletariato per il transnazionalismo dell’umma islamica. Sono atei, ma sono pronti ad allearsi con teocrati di tutti i tipi. La loro tolleranza ipocrita misteriosamente degenera in ironico disprezzo quando si tratta di Israele. Il loro cosmopolitismo coltiva la fantasia di cancellare in qualche modo Israele e il suo popolo. Fanno distinzione tra “ebrei buoni” ed “ebrei cattivi”. Giudicano il concetto di “popolo eletto” come intrinsecamente razzista e come una giustificazione del trattamento dei “non-eletti” nei loro confronti, a cominciare dagli arabi palestinesi. Vorrebbero cancellare Israele dalla carta geografica con il loro inchiostro e i loro scritti.
La novità della guerra contro Israele è che l’assalto terroristico internazionale contro gli ebrei si salda oggi a una soft war battagliata dagli intellettuali, dalle università, dalle Ong, dai giornali. Una guerra sofisticata e leggera che vuole fare di Israele un paria, l’incarnazione del male, il feticcio demoniaco da abbattere. È una nuova forma di “trahison des clercs”, il tradimento degli intellettuali che ha segnato il Novecento di Julien Benda. Ma stavolta il tradimento viene da parte degli ebrei.
Sono premi Nobel, autori di bestseller, blasonati accademici, direttori di agenzie umanitarie, ministri di avanzate socialdemocrazie, il milieu delle società “libere” che sembrano aver di nuovo abbracciato il veleno antisemita. È un certo giornalismo dell’irresponsabilità politica e morale che sta imponendo agli ebrei di provare che sono false le moderne accuse del sangue scagliate contro di loro.
Siamo a livelli di rottura insopportabili delle convenzioni polemiche. Per questi giornalisti ebrei, uomini di lettere ebrei, commentatori dei giornali e della televisione ebrei, è molto più comodo restarsene in perfetta sintonia con le emozioni e le ragioni più rassicuranti dell’opinione pubblica internazionale. Nel magnifico romanzo di Howard Jacobson, “The Finkler Question”, c’è un gruppo di ebrei antisionisti. Si riunisce sotto il nome di “Ashamed Jews”, ebrei che si vergognano. Sono loro a offrire al mondo le tematiche principali per odiare il Sionismo. Poi abbreviano il nome in “Ash Jews”, ebrei di cenere. Come se l’identità ebraica risiedesse nella catastrofe della Shoah. Nell’essere morti. Nell’essere deboli. Nell’essere dispersi. È l’immagine dell’ebreo come vittima archetipica, innocente, indifesa, l’ebreo di cenere che ha assunto un ruolo centrale nell’immaginario dell’Europa postbellica e nella formazione delle sue classi dirigenti intellettuali. L’ebreo dolce, pensoso e tollerante opposto a quello israeliano, sul cui volto si dipinge, quasi sempre, un ghigno sinistro.
Poco lontano dal Museo dei Bambini di Yad Vashem, che nel buio recita uno a uno i nomi dei piccoli uccisi nei campi, nei Territori palestinesi cresceva una sorta di cannibalismo ideologico e pratico, fondato sulla rivendicazione da parte di leader, applauditi da folle immense, del possesso di parte di corpi umani, di mani, di piedi, di teste: corpi di ebrei. Ma l’élite ebraica occidentale non è mai stata toccata dalle file di foto a colori di ragazzi, donne e bambini che hanno lasciato in un sospiro, a una fermata d’autobus, la vita, la famiglia. I morti giovani riempiono i cimiteri d’Israele. Corpi di ebrei scempiati fra i pomodori, i cetrioli, i formaggi di capra, i pani dolci del Sabato, il sangue. Strane bambole di carne. Durante la Seconda Intifada i cimiteri sono divenuti uno specchio rovesciato della vita di una città, di una nazione intera, eppure in occidente questi ebrei pontificavano contro il diritto alla vita e all’autodifesa di Israele.
Gli ebrei dell’assimilazione sono i degni allievi di Jean-Paul Sartre, l’incarnazione dell’impegno culturale, il guru umanista che aveva rifiutato il premio Nobel per la Letteratura, che aveva fondato il giornale di sinistra Libération e che aveva definito l’ebreo come tale perché vittima dello sguardo dell’antisemita.
Durante l’occupazione nazista di Parigi, Sartre fu un cinico profittatore, interessato alla propria carriera letteraria e pronto al compromesso con le autorità naziste. Collaborava alla rivista Comoedia finanziata dai nazisti. Il suo testo “Le mosche” ottenne l’approvazione della censura tedesca. Dopo la guerra, ricostruì la sua immagine come “gran resistente”. Ormai conosceva bene l’esistenza degli orrori nei gulag sovietici, ma non ne parlò mai per “non scoraggiare il morale degli operai di Billancourt”. Molto meno noto è il suo consenso al terrorismo arabo: quando nel 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera undici atleti israeliani furono massacrati, Sartre scrisse: “Il terrorismo è un’arma terribile, ma i poveri oppressi non ne hanno altre”. Quando schiere di “martiri palestinesi” hanno cominciato a farsi esplodere nelle strade di Gerusalemme, Tel Aviv, Afula e Karnei Shomron, quanti intellettuali ebrei espressero questa sartriana empatia per la furia omicida palestinese come se fosse una reazione naturale e persino giusta all’“occupazione” d’Israele, al suo peccato originale?
Tony Kushner è la quintessenza del correttismo intellettuale liberal, l’autore di “Angels in America”, una specie di Bertolt Brecht americano, il perfetto ebreo dottrinario di sinistra. Kushner ritiene che “il mondo è in pericolo a causa dell’esistenza di Israele”. E per essere ancora più chiaro ha aggiunto: “Ho un problema con lo stato ebraico, sarebbe stato meglio se non fosse mai esistito”. L’ideologia di Kushner si riflette in “Munich”, il film di Steven Spielberg scritto da Kushner su come Israele ha eliminato i terroristi di Settembre Nero che ammazzarono undici atleti alle Olimpiadi del 1972. Per l’ideologo Kushner e il regista Spielberg, il solo ebreo buono è un ebreo mite, l’Ultimo dei Giusti, uno che con il proprio sacrificio redime l’umanità ma a costo di tradire il proprio stesso popolo.
Come ha fatto Eric Hobsbawm, uno degli storici più noti del Novecento, uno dei più celebri intellettuali ebrei del Regno Unito, che ha sostenuto la Seconda Intifada, approvando “la causa della liberazione” e denunciando Israele per la “pulizia etnica dei Territori palestinesi”. Come Marion Kozak, la madre di Ed Miliband, nuovo leader del Partito laburista inglese, che è stata fra i promotori di una nave di pacifisti ebrei diretta a Gaza a portare aiuto ad Hamas.
E che dire di Stéphane Hessel, l’ex partigiano e diplomatico autore di “Indignatevi”, il libretto di culto fra le nuove generazioni, il reduce ebreo che ha demonizzato Israele e che ha partecipato alle campagne per il boicottaggio delle merci israeliane? O di Peter Singer, il bioeticista australiano che, oltre a sostenere l’uccisione di neonati handicappati, ha rinunciato al diritto al ritorno in Israele, definendolo “un privilegio razzista che opprime i palestinesi”? O del parlamentare inglese Gerald Kaufman, che ha paragonato i tagliagole di Hamas ai combattenti del ghetto di Varsavia? O di Jean Daniel, l’ex direttore del Nouvel Observateur, l’intellettuale di punta della sinistra francese, che in un libro ha scritto: “Israele è dal 1948 uno stato legale, ma rifiutato. Ha bisogno di essere accettato per essere legittimo”?
Emblematico il caso di Pierre Vidal-Naquet, grande interprete dell’antichità, che perse i genitori nelle camere a gas di Auschwitz e che appose la propria firma prestigiosa a numerosi appelli contro lo stato d’Israele, su quotidiani come Le Monde e Libération, durante le guerre scatenate dai terroristi, palestinesi e libanesi, contro i civili israeliani. Per Vidal-Naquet “l’innocenza d’Israele è morta”. E cosa ha spinto il saggista ebreo Dominique Vidal a scrivere “Il peccato originale d’Israele” se non la volontà, mostruosa e assillante, di lavare quel “peccato” con il sangue degli ebrei israeliani?
Jacobo Timerman, il celebre giornalista ebreo che subì la repressione della giunta militare a Buenos Aires, autore del magnifico libro “Prigioniero senza nome, cella senza numero”, giunse non soltanto ad accusare gli ebrei israeliani di essersi trasformati in “criminali efficienti”, ma arrivò a nazificare Israele, da lui denigrato in quanto “ghetto della paura”, con queste parole: “Io temo che, nel nostro inconscio collettivo, non ci ripugni fino in fondo la possibilità di un genocidio dei palestinesi”. Per questo l’allora ministro degli Esteri israeliano, Yitzhak Shamir, definì Timerman “l’ingrato” (Timerman aveva trovato riparo in Israele dopo l’uscita dalle carceri della dittatura di Videla), mentre persino il quotidiano liberal Haaretz lo chiamò “edizione tascabile latino-polacca di Bruno Kreisky”, dunque un emulo del cancelliere austriaco ebreo militante della causa palestinese.
Timerman accusò Israele persino di essere come la dittatura militare argentina dei desaparecidos: “La grande ipocrisia di Israele consiste nel mascherare la sua politica di occupazione con argomenti di sicurezza simili a quelli utilizzati dai generali argentini per giustificare la loro sanguinosa dittatura. Il vero obiettivo della politica di Israele è di espellere tutti i palestinesi”. Inoltre Timerman paragonò il premier israeliano Menachem Begin al leader terrorista palestinese Yasser Arafat: “Sono entrambi terroristi”. E ancora, sempre riferito a Begin: “Per la prima volta nella storia un terrorista ha a disposizione le armi migliori”. Non a caso il figlio di Timerman, Daniel, diventerà uno dei primi e dei più noti refusniks, gli obiettori di coscienza dell’esercito israeliano strumentalizzati dalla stampa occidentale in chiave antisraeliana.
Sul presidente americano Barack Obama ha giocato una grande influenza il rabbino antisionista di Chicago Arnold Wolf. Nel 1969 quest’ultimo ha inscenato una protesta in sinagoga a favore della Pantera Nera Bobby Seale. Nei primi anni Settanta il rabbi pacifista e di sinistra ha fondato un’organizzazione che ha incontrato Yasser Arafat e questo circa vent’anni prima che il leader palestinese rinunciasse ufficialmente al terrorismo. Nei primi anni Novanta Wolf ha denunciato la costruzione del Museo dell’Olocausto di Washington e poi della barriera antiterrorismo di Israele, che ha fermato le stragi di kamikaze palestinesi.
Cosa arma la penna di un grande sociologo francese come Edgar Morin, l’autore di “Identité humaine”, l’ebreo sefardita figlio di una famiglia di immigrati ebrei italiani? Nel 2005 Morin e Le Monde sono stati condannati a una multa simbolica di un euro per diffamazione razziale (la Cassazione ha poi ribaltato la sentenza in nome della libertà di parola). Due i passaggi dell’articolo finiti sotto accusa: “S’immagina a stento che una nazione di fuggitivi, originata dal popolo perseguitato più a lungo nella storia dell’umanità, che ha subìto le peggiori umiliazioni e il peggiore disprezzo, sia capace di trasformarsi in due generazioni in ‘popolo dominatore e sicuro di sé’ e, con l’eccezione di un’ammirevole minoranza, in popolo sprezzante che prova soddisfazione a umiliare”. E ancora: “Gli ebrei, che furono vittime di un ordine impietoso, impongono il loro ordine impietoso ai palestinesi”.
Già nel 1997, sul quotidiano Libération, Morin scriveva: “Chi avrebbe mai pensato alla fine della Seconda guerra mondiale, dopo l’affare Dreyfus, il ghetto di Varsavia, Auschwitz, che i discendenti e gli eredi di questa terribile esperienza avrebbero fatto soffrire ai palestinesi l’umiliazione e il rifiuto? Come capire il passaggio dall’ebreo perseguitato all’israeliano persecutore?”. Nazificando Israele, questi ebrei cosmopoliti e dell’establishment compiono un’astuta operazione culturale e ideologica che priva lo stato ebraico della propria ragion d’esistere e lo inimica agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. È la folle e fatale inversione dei ruoli, l’Israele nazista e i palestinesi come nuovi ebrei, che spinse Morin a firmare un pezzo dal titolo “Israele-Palestina, il cancro”.
Zygmunt Bauman, uno dei più celebri sociologi del Novecento, l’ebreo di Poznan che da bimbo visse le persecuzioni hitleriane e poi comuniste, in un’intervista al settimanale polacco Politika ha paragonato il fence antiterrorismo di Israele al muro di Varsavia: “Israele sta traendo vantaggio dall’Olocausto per legittimare azioni inconcepibili”, ha detto Bauman, che ha accostato la barriera ebraica, che ha salvato la vita a migliaia di ebrei e arabi, al ghetto in cui 400.000 ebrei furono rinchiusi prima di essere sterminati nelle camere a gas di Treblinka. Bauman non faceva del mero umanitarismo, ma stava dicendo: Israele merita di scomparire, è indegno di esistere e di difendersi. La questione dell’assedio esistenziale allo stato ebraico sta diventando davvero il discrimine morale attraverso cui giudicare la salute o la perversione intellettuale dei nostri maître à penser e delle classi dirigenti occidentali. Ebraiche comprese.
Marek Edelman, uno dei capi della rivolta del ghetto di Varsavia, ha scritto lettere ai “partigiani palestinesi” durante l’Intifada, rifiutandosi di chiamare kamikaze e cecchini per quello che sono: terroristi. Edelman provava astio per gli ex premier Menachem Begin e Yitzhak Shamir, che il celebre combattente polacco denunciava quali massacratori di arabi, mentre nei confronti di David Ben-Gurion diceva che era soltanto un “piccolo ebreo di una povera città, immeritevole d’essere considerato uno statista”.
Vale la pena rileggere l’incipit della lettera di Edelman ai terroristi palestinesi: “A tutti i capi palestinesi delle organizzazioni militari, paramilitari e della guerriglia. A tutti i soldati dei gruppi militanti palestinesi”. Che un ebreo del calibro di Edelman potesse stabilire un punto di contatto tra la sua esperienza del 1943 e quella dei terroristi di Arafat e Hamas, che potesse chiamare “militari” i capi delle organizzazioni palestinesi che hanno fatto esplodere bus e sale per matrimoni, la dice lunga sul fenomeno di cui stiamo scrivendo.
L’inviato delle Nazioni Unite Richard Falk è uno dei più radicali demonizzatori dello stato ebraico e ha paragonato i kamikaze di Hamas ai partigiani francesi della Seconda guerra mondiale. “Immaginate che i ruoli siano capovolti come durante l’occupazione nazista di Francia e Olanda”, ha detto Falk. “Combattenti per la resistenza erano percepiti dall’occidente liberale come eroi e non c’era alcuna attenzione critica sulle loro tattiche che mettevano a rischio la vita dei civili innocenti”, ha aggiunto Falk, dicendo che Hamas (come la resistenza antinazista) è legittimata a usare metodi che portano alla morte di civili israeliani, essendo Israele, secondo il commissario Onu, il nuovo oppressore. “Coloro che hanno perso le loro vite nella resistenza sono stati onorati come martiri”, ha continuato, spiegando che “Khaled Meshaal e altri leader di Hamas hanno fatto simili affermazioni nel loro esercizio di resistenza visto il fallimento della diplomazia e della sicurezza che l’Onu non ha garantito sotto la legge internazionale”. Professore emerito all’Università di Princeton, celebre teorico del “nuovo diritto internazionale” e avvocato in cause dibattute davanti alla Corte internazionale di giustizia, Falk era stato appena coinvolto in aspre polemiche a seguito della pubblicazione su Twitter di una vignetta che raffigura un cane con la kippà e la scritta “Usa” che urina sulla statua della Giustizia e un commento circa la responsabilità della “comunità ebraica organizzata” per la politica israeliana nei Territori. Ci mancava soltanto il paragone fra lo sceicco del terrore Ahmed Yassin e il leader della resistenza antinazista in Francia Jean Moulin.
Lo storico ebreo Norman Finkelstein, quello dell’“industria dell’Olocausto”, è uno dei più strenui sostenitori occidentali di Hezbollah. I registi Ken Loach e Mike Leigh sono stati i più famosi registi antisraeliani del Regno Unito. L’iniziativa di un boicottaggio antisraeliano a Londra è stata decisa da Steven e Hilary Rose, due rinomati accademici ebrei. La rivista del rabbino Michael Lerner, Tikkun, è la pubblicazione più violentemente antisraeliana mai stampata nel mondo ebraico.
E cosa dire di quell’Harold Pinter vincitore di un premio Nobel per la Letteratura? L’ebreo inglese ha detto che Israele è “il fattore centrale del disordine mondiale” e nel 2008, assieme ad altre cinquanta personalità ebraiche, ha firmato sul quotidiano Guardian una lettera in cui si dice: “Non celebriamo l’anniversario di Israele”. Questa intellighenzia ebraica bigotta non si darà pace fino a quando Israele non sarà distrutto. E milioni di idioti pendono dalle loro labbra corrotte. Non si deve mai dimenticare che il boicottaggio accademico di Israele è partito per una iniziativa di ebrei inglesi, così come negli Stati Uniti è stato promosso e diffuso da una accademica ebrea, Judith Butler.
Degno erede di Sidney e Beatrice Webb, salonnier e numi tutelari del movimento operaista inglese di inizio Novecento, un misto di borghesia liberale e sindacalismo socialista, di estetismi alla Bloomsbury e di lotta di classe, lo storico marxista Isaac Deutscher, che amava definirsi “ebreo non-ebreo”, riassumeva il proprio odio per lo stato ebraico in questi termini: “Un uomo si trovò a dover saltare dall’ultimo piano d’un palazzo in preda alle fiamme, che avevano già ucciso molti suoi familiari. Poté salvarsi, ma precipitando cadde sopra una persona spezzandogli braccia e gambe. L’uomo saltato dall’edificio non aveva nessun’altra scelta, ma quello con gli arti spezzati vide in lui la causa della sua rovina…”.
Sull’odio di Deutscher per Israele bisogna rievocare la frase che David Ben-Gurion, il fondatore dello stato ebraico, rivolse a un noto ebreo egiziano: “Lei è il terzo grande ebreo antisionista dopo Lev Trotsky e Isaac Deutscher”. In una conferenza del 1958, Deutscher disse: “Perciò, la mia speranza è che gli ebrei, e così le altre nazioni, si accorgano infine, o di nuovo, dell’inadeguatezza dello stato nazionale e ritrovino l’eredità politica e morale lasciata dal genio di quegli ebrei che andarono oltre l’Ebraismo: il messaggio di un’emancipazione universale dell’uomo”. Di nuovo lo spettro dell’analisi perversa di Marx.
Un altro caso eclatante è quello dello storico Tony Judt, scomparso dopo una lotta impari con il morbo di Lou Gehrig. Nel 2003 Judt scrisse un saggio dal titolo eloquente: “Israel: The Alternative”. Proponeva di smantellare lo stato ebraico e al suo posto farne uno multietnico, in cui ebrei e arabi avrebbero vissuto affratellati. Judt paragonò Israele in Palestina alla Francia in Algeria ai tempi di De Gaulle: prima o poi, scrisse, dovrà venirne via. Incontri e conferenze revocate, picchetti di fronte alle università e il nome di Judt che scompare perfino dalla lista dei contributing editors di New Republic. Leon Wieseltier lo accusa di antisemitismo. Alla fine del suo libro di memorie, lapidaria e glaciale, spunta una sentenza di Judt: “Io non amo Israele. Mi ero perso per la causa e quindi sono effettivamente ‘morto’”.
Il paragone fra Israele e l’Algeria sotto dominio francese venne stabilito da un grande orientalista e arabista come Maxime Rodinson, figlio di ebrei polacchi comunisti e bundisti, studioso marxista di Islam, che in un saggio su Les temps modernes affermava che Israele era uno stato “colonialista”, rigettandone l’esistenza, piegandola a un destino di sparizione. Come ha scritto Claude Lanzmann nel suo capolavoro autobiografico “La lepre della Patagonia” e che all’epoca dirigeva la rivista di Sartre: “Non avrei mai dovuto permettere che il numero dei Temps modernes sul conflitto arabo-israeliano si aprisse con l’articolo di Rodinson. Israele non è assolutamente un fatto coloniale né lo è mai stato. Le semplificazioni di Rodinson, pur ammantate di una pretesa di ‘scientificità’, hanno fatto molti danni, a cominciare da Sartre stesso e a volte hanno giustificato gli atti più atroci”.
È stato l’ebreo Rodinson, infatti, a costruire intellettualmente le ragioni del rifiuto arabo-islamico dell’esistenza di Israele. Sul successivo libro di Rodinson “Israele e il rifiuto arabo” si sarebbero formate generazioni di intellettuali e politici europei. “Bisogna cercare di capire le reazioni arabe e come esse si fondassero sulla natura delle cose”, ha scritto Rodinson a giustificazione del jihad lanciato contro gli ebrei nel 1948. “Per gli arabi accettare le decisioni dell’Onu equivaleva a una capitolazione senza condizioni, a un diktat europeo, non diverso sostanzialmente dalle capitolazioni imposte ai re africani o asiatici nel secolo XIX, mediante una cannoniera puntata sul loro palazzo”.
Fu negli articoli e nelle interviste di Natalia Ginzburg, scrittrice di fama e a lungo collaboratrice della casa editrice Einaudi, una delle firme di punta dello sciagurato appello contro Israele, che l’Ebraismo dei deboli, degli oppressi e degli esuli raggiunse la sua massima espressione e potenza lirica e ideologica. In un articolo per la Stampa del settembre 1972, dal titolo “Gli ebrei”, scritto a ridosso della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, la Ginzburg nazificava così Israele: “A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro o armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente”. E ancora: “Dopo la guerra, abbiamo amato e commiserato gli ebrei che andavano a Israele pensando che erano sopravvissuti a uno sterminio, che erano senza casa e non sapevano dove andare. Abbiamo amato in loro le memorie del dolore, la fragilità, il passo randagio e le spalle oppresse dagli spaventi. Questi sono i tratti che noi amiamo oggi nell’uomo. Non eravamo preparati a vederli diventare una nazione potente, aggressiva e vendicativa. Speravamo che sarebbero stati un piccolo paese inerme, raccolto, che ciascuno di loro conservasse la propria fisionomia gracile, amara, riflessiva e solitaria. Ma questa trasformazione è stata una delle cose orribili che sono accadute. Quando qualcuno parla di Israele con ammirazione, io sento che sto dall’altra parte”.
Una dichiarazione di appassionata apostasia rispetto al destino del suo popolo. Alla Ginzburg rispose, con una lettera intima e durissima, un grande antifascista come Sion Segre Amar, che della scrittrice era stato amico d’infanzia, ma che stavolta la accusò di aver aperto, con i suoi articoli antisraeliani, “la ferita difficilmente rimarginabile di un tradimento”.
Dieci anni dopo, il 22 luglio 1982, la Ginzburg torna ad accusare Israele con un articolo, pubblicato sempre dalla Stampa, dal titolo “Un bambino ebreo”, dove la scrittrice dichiara che “fra gli ebrei che subirono le persecuzioni naziste quarant’anni fa e l’imperialismo d’Israele oggi non esiste rapporto o connessione di nessuna specie”. Dunque l’ebreo israeliano sarebbe addirittura una mutazione antropologica rispetto all’ebreo vittima dei campi di sterminio.
In una successiva intervista all’Unità, a firma di Ugo Baduel, dal titolo “Meglio vittime che persecutori”, la Ginzburg dichiara che “il Sionismo è sempre stato un pericolo”, che “è bene e giusto che gli ebrei si mescolino agli altri”, che “è meglio farsi ammazzare piuttosto che diventare persecutori”, che “non si può accettare che chi ha conosciuto la persecuzione l’attui poi selvaggiamente sugli altri”. In quella fatale intervista, la Ginzburg celebra l’inversione dei ruoli tanto cara all’Ebraismo diasporico: “I palestinesi sono gli ebrei di ieri”.
Non sazia di attacchi a Israele, nel 1988 la Ginzburg torna a firmare sull’Unità un fondo di prima pagina dal titolo “I miei occhi ebrei e la Palestina”, dove definisce Israele “totalitario e razzista”, paragonandolo all’Italia fascista. Ma la parte del suo scritto più nefasta e inammissibile è questa: “Non penso che questo evento, il genocidio, giustifichi nulla, nessuna forma di razzismo e di infamia. Semplicemente li spiega. Dal male nasce il male e dal razzismo la violenza, la persecuzione. È una legge infernale da cui difendersi non è facile”. La Ginzburg arrivò dunque a sostenere che gli ebrei israeliani compiono, reprimendo i palestinesi, una specie di orrido rito sadomasochista, in cui sfogano sui palestinesi le sofferenze patite nei lager nazisti.
Si arriva alla categoria dell’“ebreo non-ebreo” formulata da Cesare Cases, germanista, marxista, einaudiano, studioso di Goethe e Musil, per il quale Israele, lungi dall’essere “un piccolo stato prudente e pacifico”, è diventato, “immemore di un passato in cui gli ebrei erano vittime”, un esempio del “rovesciamento della paura in aggressività”. Con Israele dunque l’Ebraismo avrebbe subìto una mutazione persino antropologica. Nel 1982 Cases si augurò poi “il divorzio fra lo stato d’Israele e gran parte, forse la maggioranza, degli ebrei della Diaspora”. E come lui fecero importanti esponenti dell’Ebraismo italiano come Emilio Sereni, fratello di Enzo, martire della Shoah.
Come Cases, anche Franco Fortini getta una luce sinistra su Israele nel suo libello “I cani del Sinai”, scritto a ridosso della tragica guerra del 1967 e nel quale si accusano le “dirigenze politiche israeliane” di essere “compartecipi” degli “interessi economico-militari americani”. Fortini, alias Franco Lattes, che prese il cognome della madre cattolica per sottrarsi alle leggi razziali, scrive che con “ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e sapienza che, nella e per la cultura d’occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti”. E in uno sciagurato appello sul Manifesto del 1989, Fortini onorerà, oltre al terrorismo germinato nei “ghetti di Gaza e Cisgiordania”, anche “chi continua a distinguere fra politica israeliana ed Ebraismo”. Ritorna la fatale opposizione fra l’Ebraismo della Diaspora, tollerante e giusto, e l’Ebraismo d’Israele, aggressivo e ingiusto. Ritorna la terribile responsabilità di questi cosiddetti intellettuali ebrei che hanno dato il piccolo e assediato Israele in pasto ai suoi nemici nella speranza, ipocrita e beffarda, di salvare se stessi.
L’antisemitismo ebraico non è un fenomeno soltanto della Diaspora. Dal 1970 le università israeliane e la cultura israeliana sono diventate sedi di una nuova generazione di intellettuali ebrei che demonizzano e boicottano Israele e, fondamentalmente, minano la sopravvivenza del popolo ebraico dopo la Shoah. Oltre il 90 per cento delle accuse di “crimini di guerra israeliani”, citati nel vergognoso rapporto del giudice Richard Goldstone, sono state fornite da sedici organizzazioni non-governative che hanno ricevuto assistenza politica e finanziaria dal New Israel Fund, un’organizzazione ebraica di sinistra. Quel Goldstone che è un famoso giudice ebreo del Sudafrica e un alto rappresentante delle istituzioni internazionali, ha posto sullo stesso piano politico, legale e morale gli attentati terroristici di Hamas e le azioni militari dello stato d’Israele per fermare quegli attentati.
Capostipite di questo movimento ebraico antisraeliano è Yeshayahu Leibowitz. Nel 1993, un anno prima che morisse a novant’anni, quando le autorità israeliane decisero di assegnargli l’Israel Prize, il massimo riconoscimento civile conferito dallo stato ebraico, l’allora premier laburista Yitzhak Rabin intervenne indignato contro la scelta caduta sul filosofo, annunciandone il boicottaggio. Leibowitz, alla fine, fu costretto a rinunciare al prestigioso premio per non creare imbarazzi al primo ministro, che chiese persino di modificare la procedura per l’assegnazione di quel riconoscimento. Rabin e gli israeliani non gli hanno mai perdonato l’aver definito “giudeo nazista” l’esercito con la stella di David o l’aver invitato i giovani del suo paese a non prestare servizio nell’esercito. “Mi riempie di disgusto”, commentò prontamente l’allora primo ministro Yitzhak Shamir. Il grande studioso di Maimonide non ha mai risparmiato critiche all’esercito e in almeno due occasioni, durante l’invasione del Libano nel 1982 e, cinque anni dopo, con lo scoppio dell’Intifada palestinese nei Territori occupati, ha invitato i soldati a disobbedire agli ordini.
L’elenco degli “squilibrati odiatori di ebrei che, se ascoltati, non faranno altro che spianare la strada alla prossima tragedia” (come la coraggiosa giornalista Caroline Glick li definì una volta) è lungo e molto ricco. Studenti e professori dell’Università di Tel Aviv hanno commemorato la Nakba, la “catastrofe”, come gli islamisti di Hamas e i militanti palestinesi chiamano la data della creazione dello stato di Israele nel 1948. Ayal Nir, lettore presso la Ben-Gurion University, ha incitato a “rompere il collo agli attivisti di destra”. Il professore israeliano Shlomo Sand ha raggiunto la celebrità in Europa con la pubblicazione di un libro in cui nega l’esistenza del popolo ebraico, mentre il professor Oren Yiftachel ha definito Israele “una bianca […] pura società coloniale di insediamenti”.
Larry Derfner, giornalista che ha fatto parte dello staff del Jerusalem Post, ha dichiarato pubblicamente che l’uccisione di cittadini israeliani è un’arma legittima in mano ai palestinesi per contrastare “l’occupazione”. Derfner ha scritto: “I palestinesi che hanno ucciso otto israeliani nei pressi di Eilat la settimana scorsa, per quanto vile fosse l’ideologia, erano giustificati a farlo”.
All’Università Ben-Gurion, il professor Neve Gordon ha accusato i soldati dell’IDF di essere “criminali di guerra” e ha promosso il boicottaggio di Israele in un editoriale sul Los Angeles Times. L’elenco dei giornalisti israeliani che flirtano con l’Intifada palestinese è già molto lungo. L’ultima iscritta nella lista è l’ebrea Amira Hass di Haaretz. “Il lancio di pietre è un diritto e un dovere di tutti coloro che vivono sotto il dominio straniero”, ha scritto la giornalista. Il punto di non ritorno per questi commentatori israeliani è Ze’ev Sternhell, professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme e vincitore del Premio Israele che, prima ancora di essere stato scelto per ricevere il riconoscimento, aveva scritto su Haaretz: “Non vi è alcun dubbio circa la legittimità della resistenza armata nei Territori. Se solo i palestinesi avessero avuto un po’ di buon senso, avrebbero potuto concentrare la loro lotta contro gli insediamenti, senza ferire donne e bambini, e avrebbero evitato di sparare a Gilo [nella parte sud-est di Gerusalemme, che ogni giorno era sotto tiro], a Nahal Oz [un kibbutz vicino a Gaza] e a Sderot. Dovrebbero anche evitare di fare attentati sul lato occidentale della Linea Verde. In questo modo gli stessi palestinesi avrebbero tracciato lo schema di una soluzione che si realizzerà senza dubbio in futuro”.
Sternhell, in questo modo, ha approvato il terrorismo palestinese durante la Seconda Intifada contro una parte del popolo ebraico, mentre i propri studenti venivano massacrati sugli autobus e nei ristoranti. Non sorprende che allora, come oggi, Amira Hass e Ze’ev Sternhell avessero elogiato “quel meraviglioso ragazzo che ha appena sradicato un uliveto o rotto un parabrezza”. Nel 1988 Sternhell scrisse sul quotidiano Davar: “Alla fine dovremo usare la forza contro i coloni di Ofra o Elon Moreh. Solo chi è disposto a prendere d’assalto Ofra con i carri armati sarà in grado di bloccare il pericolo fascista che minaccia di soffocare la democrazia israeliana”. Punti di vista come quello di Sternhell portano direttamente alla conclusione che il genocidio è ammissibile per i “combattenti per la libertà” arabi che uccidono gli ebrei, siano essi civili o soldati dell’“esercito di occupazione” israeliano.
Moshe Zimmerman dell’Università Ebraica ha detto che considera i bambini ebrei di Hebron, dove riposano i patriarchi del popolo ebraico, come la Hitlerjugend. Dopo che degli arabi avevano sadicamente sfondato i crani di due “bambini coloni” nel deserto della Giudea, la psichiatra israeliana Ruchama Marton ha dichiarato che “i coloni allevano piccoli mostri”. Anat Matar dell’Università di Tel Aviv ha apertamente sostenuto il boicottaggio del proprio ateneo, mentre Ilan Pappé, professore dell’Università di Haifa, ha accusato lo stato ebraico di “pulizia etnica”. Ran HaCohen dell’Università di Tel Aviv ha descritto “Israele come il sogno esaudito di Hitler” e l’assassinio del leader di Hamas, Ahmed Yassin, come “una pietra miliare nel processo di imbarbarimento del genere umano”. Lev Grinberg dell’Università Ben-Gurion, in un intervento a un’emittente belga, ha accusato il governo israeliano di “terrorismo di stato”. A gettare discredito sulla memoria della Shoah in Israele sono stati due storici ebrei come Tom Segev, autore de “Il settimo milione”, e Idith Zertal, autrice di numerosi saggi antisraeliani. L’antropologo dell’Università Ebraica Danny Rabinovitch vorrebbe invece che il governo di Gerusalemme espiasse “il peccato originale di Israele” istituendo una giornata di lutto ufficiale per “le sofferenze dei palestinesi”, mentre dalla stessa università Yaron Ezrahi ha contestato i miti di eroismo nazionale, che considera “il latte velenoso con cui i padri allattano i loro figli”.
Gli scrittori israeliani non sono mai stati timidi. Hanno sempre fatto commenti sui loro governi e hanno sempre parlato di politica nei loro romanzi. Ma gli scrittori israeliani sono ora prigionieri di una pericolosa sindrome. Uno può legittimamente criticare i governi israeliani, i loro errori e sordità. Ma un malessere oscuro spinge adesso questi autori a stare al passo con le peggiori emozioni dell’opinione pubblica globale. Vi è ormai un baratro tra le pretese di “coscienza” di questi scrittori e il crudo realismo della Storia. Il che è ancora più triste e significativo, in quanto non parliamo di scrittori che odiano Israele o di romanzieri che pontificano contro lo stato ebraico dall’estero, ma di gente del posto. Amos Oz e David Grossman, gli autori più celebri in Israele, hanno biografie sioniste. Ma Oz è anche lo scrittore che ha spedito lettere di solidarietà a Marwan Barghouti, il leader terrorista palestinese condannato per l’assassinio di cinque israeliani e per la pianificazione di diversi attentati. Colui che ha ricevuto il Premio Israele ha mandato al terrorista un proprio libro con dedica personale, augurandogli una pronta liberazione dalla prigione: “Questa storia è la nostra storia. Spero che tu la legga e ci capisca meglio, come noi cerchiamo di capire te. Spero di incontrarti presto in pace e libertà”. In realtà, la distanza fra questi autori e la ghigliottina che minaccia Israele aumenta ogni giorno di più.
È lo stesso Amos Oz che ha paragonato i membri di Gush Emunim, i sionisti religiosi, agli assassini agli ordini di Khomeini, o Abraham Yehoshua che ha messo sullo stesso piano il “silenzio” dell’opinione pubblica israeliana sulla “oppressione dei palestinesi” e il “silenzio” dei tedeschi durante la Shoah. La comunità intellettuale laica israeliana di sinistra, a cui Grossman e Oz appartengono, ha sviluppato un odio verso tutto quel che rappresenta il Giudaismo o l’ebraicità del Sionismo, arrivando a includere la Bibbia, la storia ebraica, la storia dello stato di Israele e la letteratura classica ebraica. Si allineano a coloro che hanno “smontato” il Sionismo, che per loro non è uno dei movimenti storici di liberazione nazionale, ma un colonialismo più abietto di quello perpetrato da inglesi, francesi o spagnoli. David Grossman, il cui figlio Uri fu ucciso nella Seconda guerra del Libano, fu il primo scrittore israeliano a esplorare la psicologia dell’occupazione israeliana dopo il 1967 e da allora ha scritto per Haaretz centinaia di commenti sulla condizione di Israele. Da allora, il paradigma di Grossman è sempre lo stesso: Israele deve mettere fine al proprio ruolo di “occupante” e “oppressore” se si vuole che finisca l’orrore del terrorismo. Sembrerebbe che la coscienza d’intellettuale di Grossman non sia stata scossa dall’attacco alle Torri gemelle, dai 1.600 civili israeliani assassinati in attacchi terroristici, da una decade di razzi sulle città del sud d’Israele o dal culto della morte atomica dell’Iran. Poco dopo la guerra di Gaza del 2009, Grossman fece appello alla creazione di una commissione d’inchiesta indipendente sulla condotta dello Tsahal, spianando la via al Rapporto Goldstone pieno di pregiudizi. Spinse anche per il dialogo con Hamas.
Il servilismo, l’umiliazione, la mortificazione di questi scrittori nell’esercizio dell’“equivalenza morale” non sono solo un insulto ripugnante alla verità, ma un affronto a tutti gli israeliani. Il desiderio di ingraziarsi il mondo dei “gentili” non è un fenomeno nuovo nella vita degli ebrei. Attraverso secoli di esilio, era diventato parte integrante delle tecniche di sopravvivenza. Ma è un aspetto umiliante che la vita nello stato sovrano di Israele avrebbe dovuto sradicare. Si resta più sereni e moralmente ineccepibili nell’ostentare la propria buona coscienza, piuttosto che fare i conti con il realismo della storia. Ma continuo a pensare che nel caso di David Grossman la cosa peggiore sia il potere giornalistico esercitato nei suoi confronti e che quest’osceno ricatto sia da lui accettato a cuore aperto. È una sottilissima forma di estorsione: pubblicità e prestigio in cambio di una continua, pericolosissima, critica a Israele.
Quando Grossman andò a ricevere un premio in denaro offerto dallo stato d’Israele, rifiutò di stringere la mano al primo ministro Ehud Olmert. Dopo il caso della flottiglia, Grossman accusò Israele di comportarsi come “una banda di pirati”. Disse che il blocco su Gaza era “spregevole”, attaccando il governo israeliano che a suo dire sarebbe “pronto a rendere amare le vite di un milione di innocenti nella Striscia di Gaza per ottenere la liberazione di un soldato prigioniero”. Invero, la moralità degli scrittori israeliani non è più in sintonia con la realtà e le sue contraddizioni, con la sicurezza d’Israele, la sua stessa esistenza, identità e memoria. Le pubblicazioni di questi autori attirano così tanta attenzione all’estero a causa dell’influenza funesta che hanno sulla reputazione d’Israele, dal momento che promuovono le distorsioni più maligne sul loro stesso paese.
Quando Ariel Sharon inviò le forze armate in Giudea e Samaria per sconfiggere i terroristi, Grossman e Oz andarono ad aiutare i palestinesi nella raccolta delle olive. La loro nobile generosità non fermò Hamas dall’assassinare due bambine ebree in due insediamenti lì vicino: Linoy Sarussi e Hadas Turgeman. Adesso, di nuovo, dopo che un’altra famiglia ebrea è stata distrutta a Itamar, gli scrittori hanno scelto di mandare cartoline e libri ai terroristi. Israele si merita bardi migliori.
I tre scrittori peaceniks israeliani più coccolati dai giornali europei, Grossman, Oz e Yehoshua, hanno anche promosso il boicottaggio di Ariel, città israeliana di ventimila abitanti che verrà inclusa in qualsiasi accordo di pace, ma che ha la “colpa” di trovarsi al di là della Linea Verde armistiziale. Lì ci vive Adva Anter, quindici anni, ferita in un attentato dove ha perso i due fratelli, Dvir e Noy. Non sono stati uccisi nel West Bank, nelle loro case che secondo Grossman sorgono in “territorio occupato”. Sono morti in Kenya, a Mombasa, mentre si trovavano in vacanza nell’albergo Paradise, di proprietà di israeliani, fra palme bianche e mare azzurro. Il padre dei due bambini, Rami Anter, ha spiegato come la loro vita sia stata travolta per sempre: “Dall’evento, non siamo stati più gli stessi. C’è vuoto nell’aria, non c’è senso di continuità, non abbiamo voglia di lavorare, c’è tristezza tutto il tempo”. Il primo ministro Netanyahu è andato a piantare alberi ad Ariel e Adva Anter gli ha detto: “Chiedo a Dio di darle la forza di garantire il nostro futuro ad Ariel, come l’albero che ha piantato”. C’era della tristezza nella sua voce, dettata dal realismo della storia e dal dolore che il terrorismo più cieco ha portato nella sua vita. Ma la voce di Adva e di suo padre Rami è molto più autentica delle tante, troppe campagne afone e pacifiste dei vari David Grossman.
Chiudiamo questo viaggio nella mentalità dell’Ebraismo antisraeliano sulle note musicali di Daniel Barenboim. Per l’opinione pubblica mondiale questo straordinario direttore d’orchestra, di casa alla Staatsoper di Berlino e alla Scala di Milano, è un emblema della tolleranza ebraica. Ma Barenboim ha rifiutato di prendere parte ai festeggiamenti del 60esimo anniversario di Israele e, nel 2005, durante la firma di un libro che aveva scritto con l’attivista antisraeliano Edward Said, ha rifiutato di essere intervistato da un giornalista per la radio dell’esercito israeliano solo perché ne indossava una uniforme. Nel 2008 Barenboim ha anche ottenuto un passaporto palestinese, un gesto approvato dal governo di unità nazionale guidato da Hamas. Ha dunque promesso fedeltà a un’entità antisemita che cerca di eliminare l’altro paese di cui Barenboim ha il passaporto: Israele. C’è un israeliano che si identifica con chi esalta i “martiri” e il Jihad, ovvero gli assassini di cittadini israeliani innocenti.
Nel marzo 2002, quando gruppi terroristici stavano lanciando attacchi suicidi contro ristoranti, centri commerciali e caffetterie in Israele, Barenboim ha diretto un concerto a Ramallah, da dove venivano molti attentatori suicidi. Nel 2005, nel corso di una conferenza alla Columbia University di New York, Barenboim ha paragonato i soldati israeliani ai nazisti. In una intervista a Der Spiegel del 2013, Barenboim ha detto di non voler essere chiamato israeliano: “Di cosa c’è da essere orgogliosi oggi? Come puoi essere il patriota di un paese che ha occupato un territorio straniero per quarantacinque anni?”. Barenboim è stato il padrino di Edward Said, l’autore di un “sillogismo” che lo rese celebre in tutto il mondo: l’“orientalismo”, il razzismo occidentale nei confronti dell’oriente musulmano, è antisemitismo perché gli arabi sono semiti; il Sionismo bianco ha assimilato gli ebrei all’occidente, gli ebrei hanno perso il loro semitismo, sono divenuti “orientalisti”, antisemiti; i palestinesi sono i “nuovi ebrei” e gli ebrei sono i “nuovi nazisti”.
In passato Barenboim ha attirato molte critiche per la decisione di eseguire pubblicamente le opere di Richard Wagner, bandite in pubblico in Israele perché ritenute ispiratrici dell’antisemitismo nazista. Un divieto che risale al periodo precedente la costituzione dello stato nel 1948. Wagner è bandito dal 1938, dalla notte del pogrom nella Germania nazista nota come la Notte dei Cristalli.
Nell’agosto del 2003 Barenboim stava conducendo un Concerto per la pace in Spagna con un’orchestra musulmana ed ebraica. Nel frattempo, a Gerusalemme, un autobus pieno di fedeli ebrei di ritorno dal Muro occidentale venne fatto saltare in aria da un kamikaze. C’erano molti bambini tra i morti e i feriti; in alcuni casi, diversi bambini della stessa famiglia. Barenboim avrebbe potuto e dovuto usare il concerto spagnolo per denunciare di fronte al mondo il nuovo massacro degli ebrei, la nuova Kristallnacht. Invece scelse di rimanere in silenzio.
Milan Kundera una volta ha definito una piccola nazione come quella “la cui esistenza può essere messa in discussione in qualsiasi momento. Una piccola nazione può scomparire”. Gli Stati Uniti non sono una piccola nazione. Come non lo sono Giappone, Francia e Italia. Questi paesi possono subire delle sconfitte. Possono anche essere occupati. Ma non potranno scomparire. La Cecoslovacchia di Kundera poteva scomparire e così è stato quando Hitler marciò sui Sudeti. Anche Israele è un paese piccolo. Questo non vuol dire che l’estinzione sia il suo destino. Ma soltanto che può esserlo. La fine di Israele però coinciderà con la fine del popolo ebraico.
Gli ebrei sono sopravvissuti alla distruzione e all’esilio per mano di Babilonia nel 586 avanti Cristo. Sono sopravvissuti alla distruzione e all’esilio per mano di Roma nel 70 dopo Cristo. Eppure ogni volta sono sopravvissuti e si sono ricostruiti come popolo e nazione. Israele rappresenta il terzo ciclo della storia ebraica. Nel resto del mondo gli ebrei si stanno autoliquidando. Il mondo arabo-islamico, tre secoli fa sede di un terzo del mondo ebraico, è oggi praticamente Judenrein, privo di ebrei, dopo i pogrom e la fuga in massa degli ebrei alla nascita di Israele nel 1948. Di quella epopea restano i ruderi di qualche sinagoga e le lapidi con la stella di David nei cimiteri di Baghdad, Damasco, Aleppo, Il Cairo e Tripoli. Negli Stati Uniti esiste la più fiorente e importante comunità della Diaspora. Ma anche lì gli ebrei stanno lentamente morendo.
Lo stato di Israele rappresenta la fine del tragico ciclo ebraico di esilio e assimilazione. Israele è diverso. In Israele la grande tentazione della modernità, l’assimilazione, semplicemente non esiste. Israele è l’incarnazione della continuità ebraica: è l’unica nazione al mondo che abita la stessa terra, porta lo stesso nome, parla la stessa lingua e adora lo stesso Dio di tremila anni fa. Eppure, se Hitler per distruggere il popolo ebraico aveva bisogno di conquistare il mondo, tutto quello che serve oggi per annichilire Israele è conquistare un territorio più piccolo del Vermont. Cosa accadrebbe se Israele seguisse lo stesso destino dei primi due commonwealth ebraici? Non sarebbe possibile una nuova diaspora, una nuova dispersione, un nuovo esilio. Un tale evento sarebbe semplicemente la distruzione dello spirito ebraico. Nessun popolo potrebbe sopravvivere. Nemmeno gli ebrei. Essere sopravvissuti è stato già un miracolo. L’idea che gli ebrei possano sopravvivere alla fine di Israele significa attribuire al popolo ebraico un potere soprannaturale. Gli ebrei farebbero piuttosto la fine delle dieci tribù della Bibbia, esiliate e perse per sempre.
In definitiva, dopo la Shoah, dopo la trasformazione dell’Europa nel più grande cimitero del popolo ebraico, dopo l’Intifada del terrorismo con i suoi duemila ebrei martirizzati in quanto ebrei israeliani, alla luce della grande minaccia nucleare che pende su Sion, non ci sono alternative: sarà il ghetto o il check-point. Ovvero sarà la meditazione sul destino del popolo ebraico da una collina sulla Vistola, a Varsavia, oppure da una collina a Peduel, un piccolo insediamento ebraico che domina la vista sull’aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv. E in entrambi i casi a emergere è sempre l’ebreo in armi, fiero di sé, quello che, dopo duemila anni di fallimenti della Diaspora, rifiuta di essere condotto alla morte come una pecora al macello. Ma se a Varsavia gli ebrei erano accusati di essere “codardi” e “parassiti”, a Tel Aviv gli ebrei sono demonizzati in quanto “aggressori” e “militaristi”.
È questa la grande rivoluzione incarnata da Israele e che l’occidente e gli ebrei dell’assimilazione non possono accettare: quella di un popolo in grado di difendersi contro il male. Un aneddoto spiega bene l’abisso che separa Israele e l’Ebraismo dell’assimilazione. Nel 1997 il generale israeliano Rehavam Zeevi definì Martin Indyk, allora ambasciatore americano in Israele, “Jew-boy”. Alla replica di Indyk, secondo cui Zeevi era un “imbarazzo” per il suo paese, il generale israeliano replicò: “Lui dice che io sono un imbarazzo, dopo che ho protetto il mio paese sul campo per cinquant’anni. Forse è lui l’imbarazzo, che lavora contro il suo stesso popolo per i gentili. Io sono un generale, lui è un fiacco ambasciatore”. Se Indyk oggi siede comodamente nel board di un think tank di Washington, Zeevi riposa al cimitero degli eroi sul monte Herzl a Gerusalemme, ucciso nella propria stanza d’albergo da un commando di terroristi palestinesi.
Sarà pure una fenice risorta dalle ceneri con artigli d’acciaio, ma, dopo Auschwitz, Israele è stata ricostruita. Gli ebrei ci sono.
© – FOGLIO QUOTIDIANO

La pisciata della storica non ve la pubblico, perché fa troppo schifo (chi è di bocca buona comunque può andarsela a leggere qui – ricordandosi che oltretutto la maggior parte degli altri deliri degli ebrei buoni sono perfino quasi peggio). Vi pubblico invece una risposta alla suddetta pisciata, che mi è piaciuta molto.

La mancanza di serietà di chi commenta senza neppure aver letto il libro è veramente “scientifica”, nel senso almeno di studiata… TIPICA del pre-giudizio ideologico di inevitabile colpevolezza per associazione, ideologia o classe o partito, così a lungo praticata dai bolscevichi nel mettere all’indice e poi anche condannare chi non piaceva loro per appartenenza a classe o gruppo, o era giudicato inaffidabile in quanto critico. Ovviamente le VERITÀ messe in luce da Giulio Meotti non possono piacere a chi come Anna Foa si è fatta personalmente più di una volta strumento e attore in attacchi a Israele e all’Ebraismo (di cui ha dimostrato spesso di capire ben poco, cosa naturale per chi non è in grado di leggerne le fonti originali!), come la volta che fece da indignata cassa di risonanza alla BUFALA della condanna alla lapidazione di un cane da parte di un tribunale rabbinico in Israele (cosa mai avvenuta). È la stessa che, ripetendo le “veline” (non più da Mosca ma sempre di una certa parte), osò definire “democratico” uno come l’iraniano Moussavi, anche conosciuto come “il macellaio di Beirut” per i massacri da lui ordinati e organizzati colà durante gli anni ’80… Chi ha come metro di giudizio e ideologia non tanto l’Ebraismo e i suoi valori e la difesa d’Israele come Stato Sovrano del Popolo Ebraico, ma la politica italiana con le sue sfaccettature ideologiche, alcune delle quali negano persino che esista un Popolo Ebraico e spacciano la favola riformata e illuminista, contraria a ogni evidenza storica e alle NOSTRE fonti (quelle Ebraiche, in Ebraico) dell’Ebraismo solo come religione, non apprezzerà certamente che Giulio Meotti abbia messo in luce i commenti che non ho nessuna remora a definire ANTISEMITI, anche se fatti da gente che fa Levi, o Lerner o Ovadia di cognome, di certi Ebrei da lei ritenuti intoccabili nonostante, anzi forse a causa della loro continua attività, quasi ossessiva, contro Israele e in favore dei nostri nemici. – Aurora Aronsson

Bene. Se qualcuno si sarà incazzato per questo mio post, il fenomeno ha un nome ben preciso: CODA DI PAGLIA. E ben gli sta se gli esploderanno le emorroidi.
Ci rivediamo domani con il resto.

barbara

PER ME È PERVERSIONE. DELIRIO. PSICOPATIA ALL’ULTIMO STADIO

Alcuni giorni fa ha fatto scalpore la notizia che Marius, una giraffa dello zoo di Copenhagen, era stata uccisa e poi sezionata e data in pasto ai leoni. Ne ho accennato anch’io, senza conoscere assolutamente niente del contesto. E non avrei dovuto. Poi ho trovato un post che spiega esattamente la situazione, che spiega le ragioni per cui sono state scartate tutte le soluzioni alternative. Un post pacato, non di pancia ma solo di testa. In cui la titolare del blog – che in campo animale non è una pincapallina qualsiasi – non prende posizione, non dà ragione allo zoo, non dice che ha fatto bene a fare quello che ha fatto: semplicemente spiega perché è stato fatto.
Si può non essere d’accordo. Si può non essere convinti che quelle ragioni siano ragioni valide. Si può disapprovare sia l’operato dello zoo che il post in questione. Quello che non si può fare è ciò che è stato fatto in molti degli oltre 200 commenti che seguono il post. A parte il solito scatenamento dei cinquanta milioni di commissari tecnici che abbiamo in Italia che sanno perfettamente come si fa a far vincere la squadra (tipo “se si vuole le soluzioni si trovano”, senza, beninteso, essere in grado di proporne una di attuabile, e senza essere in grado di contestare ragionatamente gli argomenti con cui le alternative erano state scartate), a parte questo, dicevo, in questi commenti è stato chiamato in causa Hitler. È stato chiamato in causa il Mein Kampf. È stata chiamata in causa Auschwitz. La titolare del blog è stata chiamata nazista. È stata chiamata idiota. Per quattro volte un commentatore, prima di essere bannato, le ha augurato di venire stuprata. A uno che aveva apprezzato quanto scritto è stato detto: “Spero che i suoi nipoti tra qualche anno vengano da lei con il colpo in canna come hanno fatto i danesi con la giraffa. Così magari in quel momento capirà la differenza tra la necessità e la morale”.
A me, sinceramente, questa gente fa paura: persone che in nome del loro presunto amore per gli animali trovano ragionevole augurare stupri e assassini (e augurano a Caterina di crepare per salvare il pesce rosso) non mi sembrano molto diversi da quelli che sono pronti a uccidere in nome della lotta proletaria o della causa dell’islam. Sono o di un cinismo sconfinato, incapace perfino di concepire il rispetto e la morale, o estremisti invasati capaci di qualunque crimine in nome della propria ideologia, ed esattamente come le brigate rosse o gli estremisti islamici, sono un pericolo per l’umanità.
Un’altra cosa che non saprei se definire tragica o comica – ma sicuramente la posso definire grottesca – è quella di mettere sul banco degli imputati la nostra “visione antropocentrica”. No, scusate, ma che altro cavolo di visione dovremmo avere? Formicocentrica? Lombricocentrica? Topogigiocentrica? Che poi uno magari ci potrebbe anche pensare su, se almeno un lombrico avesse la cortesia di farci sapere quale diavolo sia la sua visione. Poi resta da chiedersi se, per par condicio, chiederemo al leone di assumere una visione gazzellocentrica. La diagnosi, chiaramente, è quella che ho enunciato nel titolo: perversione, delirio, psicopatia all’ultimo stadio.
Naturalmente poi – quasi superfluo dirlo – molti di questi animalisti integralisti sono di quei bei tipi che si tengono il gatto in casa, depredandolo della sua vita naturale, condannandolo a una prigione “fine pena mai”, nutrendolo con degli assurdi croccantini o con scatolette di carne di animali macellati apposta per nutrire gli animali degli animalisti. E spesso sterilizzati (la sterilizzazione, essendo un intervento che si effettua introducendo uno strumento in un corpo vivo, è una vivisezione a tutti gli effetti: lo sapevate? Ci avevate mai pensato?).

Comunque, se volete leggere il post e i relativi commenti, li trovate qui. E concludo con un breve articolo di Giulio Meotti.

Gli animalisti sono pericolosi

In nome della “compassione”, la Danimarca ha proibito la macellazione rituale ebraica kosher. Il ministro dell’Agricoltura Dan Jørgensen lo ha spiegato così: “I diritti degli animali vengono prima della religione”. E’ la stessa Danimarca che si è posta l’obiettivo di diventare per il 2030 una “nazione senza bambini Down”, tramite un progetto eugenetico di selezione della specie. Come la Spagna zapaterista, che estendeva ai gorilla i diritti umani ma intanto abortiva 16.133 bambini in cinque anni perché portatori di qualche forma di handicap. Come il super animalista Peter Singer, che vuole uccidere i neonati emofiliaci e disabili. Tutti degni eredi di un altro animalista, anti-vivisezionista, salutista e progressista vissuto settant’anni fa e raccontato qui. Leggendo la Danimarca mi tornano in mente le parole di un grande rabbino, Yerucham Levovitz, che visitando Berlino tra le due guerre vide animali domestici vestiti con pantaloni e pullover. Il rabbino commentò: “In un posto in cui trattano gli animali come se fossero esseri umani, massacreranno esseri umani come se fossero animali”.

barbara

ROMA, 9 OTTOBRE 1982

Pogrom italiano

Sabato 9 ottobre 1982. Si celebra la festività ebraica di Sheminì Atzeret, giorno in cui è prevista la grande benedizione dei bambini. La sinagoga centrale di Roma è gremita. Alle 11.55 escono dal Tempio i primi ebrei, passano dalla porta laterale su via Catalana, in corrispondenza del numero civico 1/A. Due uomini lanciano bombe contro le famiglie che si accalcano all’uscita. Chi corre, chi cerca riparo dietro le macchine, mentre raffiche di mitra vengono sparate dai terroristi che si dileguano in direzione di via Arenula e poi di Campo de’ Fiori. Muore un bambino di due anni, Stefano Taché, il primo ebreo ammazzato sul suolo italiano in quanto ebreo dai tempi della deportazione nazifascista. Adesso un libro, uscito per i tipi della Libreria editrice Viella e a firma di Arturo Marzano e Guri Schwarz, “Attentato alla sinagoga”, ripercorre il tragico episodio nel ghetto di Roma (il libro sarà presentato domani al Salone del Libro). Non è la spy story del perché la polizia quel giorno non montò di guardia di fronte alla sinagoga (Francesco Cossiga avrebbe rivelato successivamente il “lodo” vergognoso, il patto fra il governo italiano e i terroristi palestinesi perché non attaccassero obiettivi italiani, un patto però che non includeva, anche se in Italia, obiettivi “sionisti”). Il libro è piuttosto il viaggio dentro la disumanizzazione che Israele, e con essa il popolo ebraico italiano, ha subito nel periodo precedente l’attentato. “Attentato alla sinagoga” dimostra in particolare come si fosse messo in atto un processo di diluizione dell’ebreo in carne e ossa nell’“ebreo in generale”, facendo riaffiorare sentimenti di rimorso e odio, inchiodando un intero popolo a un destino oscuro che perpetua il mito di una razza coinvolta in tragedie sanguinose. Per dirla con le parole dello psicanalista Antonio Semi sulla prima pagina del Gazzettino di Venezia nel 1982, “se fossi un ebreo, di questi giorni, nella nostra civilissima Europa, avrei paura”. Era l’epoca della guerra del Libano e a forza di fomentare l’odio, in questo clima di sordida ostilità, il terrorismo palestinese prese il coraggio di compiere l’assalto armato al Tempio che vide l’uccisione del piccolo Stefano Taché e il ferimento di decine di persone. L’Associazione nazionale partigiani del comune lombardo di Palazzolo sull’Oglio fece affiggere manifesti murali intitolati “Massacro ebreo a Beirut”, e si rivolse ai cittadini e alle autorità affinché fosse posta fine a un “genocidio che non ha precedenti nelle storie di ogni popolo civile”, chiamando gli ebrei “assassini”. Sulla rivista Quaderni piacentini apparve un articolo di Paolo Sornaga e Ugo Adilardi, un grande elogio della “guerriglia palestinese”, definita come “l’unica valida alternativa di sinistra al tentativo sempre più scoperto di risolvere la questione medioorientale”. Il quotidiano Lotta continua accusò Israele di usare “i metodi classici delle invasioni hitleriane”. E’ la “ferocia del genocidio sionista” contro cui si oppone “la resistenza venuta dai mitra kalashnikov dei feddayn”. Israele, che utilizzava metodi “hitleriani” ed era colpevole di “genocidio”, era il “nuovo nazismo” contro cui combattevano i palestinesi, novelli partigiani, con il solo obiettivo di liberarsi dagli oppressori. In teatro spopolava intanto lo spettacolo “Feddayn” con la regia di Dario Fo e la partecipazione di Franca Rame. Israele vi era presentato come un insediamento coloniale da abbattere, mentre il feddayn veniva definito il “nemico numero uno dell’imperialismo, del sionismo e della reazione araba”. La presenza in scena di attori italiani e palestinesi dimostrava, persino visivamente, come il proletariato italiano e i guerriglieri palestinesi fossero “uniti in scena da un comune impegno di lotta”. Nell’atto di seppellire uno dei feddayn morti durante un attacco terroristico, infatti, veniva intonato un canto che aveva evidenti assonanze con “Bella ciao”. Fondi vennero raccolti per la “causa palestinese”. Commentando l’attacco terroristico compiuto a Monaco nell’ottobre 1972, il periodico Movimento studentesco scrisse che Israele era prossimo “a una mostruosa ‘soluzione finale’”. E nel marzo successivo accusò “il governo fascista israeliano” di perseguire “una politica di terrorismo, di massacri, di vero e proprio genocidio”. Lotta continua non esitò di nuovo a parlare di “fascismo espansionista di Tel Aviv”. Il Manifesto accostò alle SS naziste gli agenti israeliani che si erano infiltrati in Libano per uccidere i dirigenti di Settembre nero nell’aprile 1973. A Bologna il movimento studentesco, impegnato in una manifestazione a sostegno della Palestina, cercò di arrivare alla sinagoga, ma venne bloccato per poco dalla polizia. Per la prima volta dalla fine della guerra si era tentato un assalto contro un edificio della comunità ebraica. A Padova venne lanciata una bottiglia molotov contro il portone d’ingresso della sinagoga di via San Martino e Solferino. Il mese successivo alla strage di Monaco, a Torino, sul muro esterno della sinagoga di via San Pio V venne ritrovata la scritta “Viva settembre nero” con falce e martello disegnati accanto. Nel frattempo a Roma venivano distribuiti volantini per contestare lo spettacolo teatrale di David Zard, uno dei tanti ebrei libici rifugiatosi in Italia dopo il 1967. Zard era apostrofato con una serie di ingiurie antisemite, come “torturatore delle forze di Dayan”. In corrispondenza del Capodanno ebraico furono poi lanciate cinque bottiglie molotov contro la sinagoga centrale di Roma. Il gesto, avvenuto in concomitanza con una serie di attentati a ditte israeliane e americane, venne rivendicato dal Commando antisionista Ghassan Kanafani, dal nome dell’intellettuale palestinese portavoce del Fplp, ucciso nel luglio del 1972. Fu in questo clima che, il 15 settembre, giunse a Roma Yasser Arafat. L’aveva invitato Giulio Andreotti, in qualità di presidente dell’Unione interparlamentare. Il presidente del Consiglio Spadolini fu l’unico a rifiutarsi di incontrare il terrorista dell’Olp, che allora persino formalmente doveva ancora rinunciare alla lotta armata. I segretari dei tre principali partiti politici, Dc, Pci e Psi, dal canto loro, accolsero Arafat con gli onori di un capo di governo. Un articolo di fondo sul Manifesto, a firma di Valentino Parlato, paragonò Ariel Sharon ai capi nazisti Kesselring e Göring, perché a suo giudizio il “reale obiettivo israeliano” non era altro che “la ‘soluzione finale’ della questione palestinese: il massacro o la condanna alla diaspora di questi palestinesi, i veri ebrei del nostro tempo”. Un intellettuale come Lucio Lombardo Radice, all’epoca autorevolissimo membro del comitato centrale del Pci, scrisse che Israele stava mettendo in atto a Beirut ovest la strategia seguita per la liquidazione dei ghetti dell’Europa orientale nella Seconda guerra mondiale. E anche il celebre Fortebraccio scrisse che Menachem Begin e Ariel Sharon “somigliano a dei nazisti”. Era scontato che il Pci e i suoi dirigenti esprimessero contrarietà all’operazione politico-militare israeliana in Libano. Ma nel più grande partito della sinistra si impose con forza qualcosa di più: l’immagine dei “nazisionisti” e l’identificazione dell’ebreo con l’israeliano. Sulle pagine del Corriere della Sera Giuseppe Josca parlò di “soluzione finale”, mentre la Repubblica accusava Sharon di aver imposto al Libano il “nuovo ordine” d’Israele, con una chiara allusione al “nuovo ordine” di Adolf Hitler. Maurizio Chierici sul Corriere della Sera paragonò più volte l’assedio di Beirut alla liquidazione del ghetto di Varsavia e i comandanti militari israeliani a Hans Frank, il governatore nazista della Polonia occupata. Lo stesso giornalista aveva già fatto ricorso a orrendi confronti di quel tipo, descrivendo la fuga della popolazione da Beirut con queste parole: “Viene in mente la fila delle vittime dell’assedio di Varsavia”. Sulla Stampa Giorgio Forattini raffigurava Hitler tra le fiamme dell’inferno mentre leggeva un quotidiano e diceva: “Vedrete che questi mi fregheranno anche i diritti d’autore”. Si può poi ricordare la copertina del mensile comunista Nuova Società, dove un ritratto di Begin era sovrapposto a bandiere naziste, e il titolo sovraimpresso recitava: “Beirut, soluzione finale”. La rivista satirica il Sale raffigura un Begin dall’incarnato giallognolo, le unghie come artigli, le mani insanguinate. Un mostro che si impone sullo sfondo di una Beirut in macerie e che incombe minaccioso sul cadavere insanguinato di un neonato. Un altro Forattini raffigura Begin seminudo, con la kippah e gli occhiali, e come Gesù porta la croce sulle spalle. La croce è però rovesciata, perché la sua punta, affilata tanto da sembrare una spada, gronda sangue. La didascalia recita: “Anch’io ho la mia croce”. Un’altra vignetta, tra le tante immagini disegnate da Forattini, mostra un Begin impiccato a un cedro, dalle cui tasche cadono delle monete, come Giuda, il traditore. Nelle strade d’Italia si aizzavano le masse contro gli ebrei. Durante l’imponente manifestazione promossa il 25 giugno 1982 dalla triplice sindacale contro Israele, nel passare sul Lungotevere nei pressi della sinagoga alcuni manifestanti gridarono slogan antisemiti e giunsero a depositare una bara davanti al muro dove erano apposte le lapidi che ricordavano gli ebrei romani trucidati alle Fosse Ardeatine. L’episodio fu denunciato pubblicamente dal rabbino capo di Roma, Elio Toaff. Al suo allarme seguì una risposta ambigua del segretario della Cgil, Luciano Lama, che giustificava l’accaduto e suscitò critiche tanto dure da costringere il segretario a un secondo intervento in cui corresse il tiro. Michele Magno, responsabile del dipartimento internazionale Cgil, ammise per primo la confusione ideologica da cui nasceva l’ostilità antiebraica. Non mancarono atti di ostilità contro singoli ebrei. Al teatro San Carlo di Napoli il giovane direttore d’orchestra Daniel Oren fu ripetutamente insultato da un gruppo di sindacalisti che lo infamarono al grido di “ebrei nazisti, massacratori, assassini”, mentre a Torino un ragazzo venne aggredito, insultato e pestato poiché portava addosso una catenina con la stella di David. A Milano la rappresentanza sindacale di un grande albergo – adducendo preoccupazione per “eventuali ritorsioni internazionali” – impedì lo svolgimento di un ricevimento di una famiglia ebraica. Il clima di antisemitismo indusse molte personalità ebraiche a prendere le distanze da Israele, secondo il vecchio adagio sovietico per cui erano da separare ebraismo e sionismo. Un noto appello “Perché Israele si ritiri” vide tra i firmatari (presto seguiti da altri mille) Franco Belgrado, Edith Bruck, Ugo Caffaz, Miriam Cohen, Natalia Ginzburg, Primo Levi, Luca Zevi. I promotori presero posizione “in quanto democratici ed ebrei”, con l’obiettivo di tutelare la democrazia israeliana da derive nazionaliste, e di sostenere una “convivenza pacifica con il popolo palestinese”. Affermarono che “la soluzione militare” scelta da Israele evocava “un linguaggio di triste memoria per ogni ebreo”, facendo così un’implicita concessione alla retorica dei “nazi-sionisti”. Dura fu la risposta sul mensile Shalom di Sion Segre Amar, un celebre esponente della comunità ebraica di Torino, coraggioso corsaro sionista della prima ora condannato dal tribunale speciale fascista e gettato in cella assieme a Leone Ginzburg, che si recò anche a casa di Primo Levi per convincerlo a non portare ulteriori attacchi contro Israele. Rosellina Balbi denunciò con forza quel clima in un memorabile articolo sulla Repubblica: “Davide discolpati”. Fu un periodo cupo. Le umilianti giaculatorie di molti ebrei di sinistra non servivano a placare le arroganti richieste di dissociazione. Gli ebrei di Roma che conobbero di nuovo la violenza antisemita sul suolo italiano dopo il 1945 erano stati disumanizzati da anni di antisemitismo giornalistico e ideologico imbracciato pressoché da tutta la classe politica e sociale italiana, con qualche nobile eccezione a sinistra e fra i liberali. Bruno Zevi rivolse un famoso j’accuse alla classe politica e sindacale, per il modo in cui aveva reso omaggio al leader palestinese, che non aveva mai riconosciuto il diritto all’esistenza dello stato d’Israele e si era speso, tramite la sua organizzazione, per promuovere atti terroristici contro israeliani ed ebrei. Ma anche e soprattutto ai mezzi d’informazione e agli intellettuali e giornalisti, che avevano contribuito a stimolare un clima antisemita. Una responsabilità collettiva ben sintetizzata da un manifesto, intitolato polemicamente “GRAZIE”, redatto dai giovani del Movimento culturale studenti ebrei, in cui era scritto in stampatello con un pennarello nero: “Ringraziamo la stampa: la Repubblica, l’Unità, Paese Sera, il Messaggero, l’Avanti, il Manifesto, Panorama, l’Espresso, il presidente Pertini, Andreotti, il Papa per i loro articoli e i loro incontri con Arafat. Questi hanno causato antisemitismo come durante il fascismo. Non desideriamo articoli di compassione”. Una ventina di giorni dopo alcuni militanti dei Gruppi comunisti metropolitani – una delle tante sigle dell’estremismo politico che affollavano quegli anni – marciarono sulla sinagoga di via Garfagnana, a Roma, e sul cancello impennarono la scritta: “Bruceremo i covi sionisti”. L’ultimo giorno di quell’anno di lutto il presidente della Repubblica Sandro Pertini si chiederà infastidito: “Ma cosa vogliono questi ebrei?”. Se il 16 ottobre 1943 è il giorno in cui gli italiani tradirono migliaia di connazionali ebrei diretti a Birkenau, il 9 ottobre 1982 deve essere ricordato come il giorno in cui l’Italia diede in pasto gli ebrei ai terroristi. A sparare furono i palestinesi di Abu Nidal. Ma ad avvelenare le coscienze fu la classe dirigente del nostro paese. Fu, in questo senso, un pogrom tutto italiano. Perché come avrebbe osservato Arnaldo Momigliano in un discorso pronunciato alla Brandeis University nel 1984, “sarebbe una follia concludere su una nota di ottimismo quando accade che un bambino ebreo possa essere assassinato nella sinagoga di Roma, come avvenne nel 1982, senza che si manifesti un sollevamento dell’opinione pubblica”.
Giulio Meotti, Il Foglio, 18 maggio 2013

Questi i feriti:

Enrica Amati Moscati
Lello Anav
Anna Arbib
Jacqueline Arbib
Fabio Calderoni
Lucia Correale
Benedetto Carucci Viterbi
Renata Conforty Orvieto
Sandro Di Castro
Giuseppina Di Castro Fiano
Ester Di Segni
Rosa Di Veroli
Leonardo Donati
Lucienne Durso Levaccare
Mario Funaro
Elia Gerbi
Daniela Gaj
Rita Jonas
Nessim Hazan
Jole Marino
Giacomo Moscati
Nereo Musante
Giuditta Orvieto Pacifici
Nathan Orvieto
Joram Orvieto
Shulamit Orvieto
Leone Ouazana
Emanuele Pacifici
David Pacifici
Jonathan Pacifici
Alberto Pavoncello
Eliana Pavoncello Hazan
Elena Pelosio
David Piazza
Laura Piperno
Alba Portaleone Anav
Gabriele Sonnino
Giuseppe Baruch Sermoneta
Max Shamgar
Gadiel Tachè
Joseph Tachè

Poi, per chi ha qualche minuto in più, un mio post di tanti anni fa, il memorabile discorso di Bruno Zevi, quello di Gadiel Taché, fratello di Stefano,
SINAGOGA, COMEMMORATO ATTENTATO 1982 DOVE MORÌ GAY TACHÈ - FOTO 9
e una rievocazione ad opera di Focus on Israel.
(Perché anche qui, oltre a piangere, sarebbe il caso di provare a imparare qualcosa. E invece non si impara mai niente)

9-10-82
barbara

GLI ULTIMI INCANTESIMI

E dopo L’ultimo Elfo e L’ultimo Orco ci arriva, dall’infaticabile penna di Silvana De Mari, il terzo libro di questa straordinaria saga fantasy, ossia di quel genere che, almeno nelle opere di Silvana De Mari, serve per far conoscere ai bambini anche le cose brutte della vita ma senza traumatizzarli e, soprattutto, senza togliere loro la speranza di una possibile redenzione. Ed ecco dunque gli orchi, quelli che amano la morte più della vita, quelli che non si accontentano di uccidere ma godono nel far soffrire la vittima il più possibile; quelli che non permettono alle proprie donne – pena la morte – di mostrare il viso, di usare le chiavi, di amare, di scegliere. In una parola: di vivere. E sarà proprio dalle donne che arriverà la luce del riscatto: dalla regina degli uomini, impareggiabile guerriera; dalla regina dei nani, povera e schiava; dalla figlia del boia, grassa e goffa, che trova il coraggio di ribellarsi a un destino che sembrava segnato; dalla regina degli Orchi, che osa osare l’inosabile; dalla sconosciuta antenata che, non potendo scrivere, ha affidato il proprio messaggio a una filastrocca per bambine da tramandare di generazione in generazione fino a quando i tempi non saranno maturi per realizzarlo. E dal più innocente degli innocenti: un bambino terrorizzato da un mostro rosa e un mostro a righe che si nascondono sotto il suo letto. E fra questi personaggi – e molti altri ancora – si snoda per settecentoquaranta pagine (ma non spaventatevi: si leggono in un attimo) la lotta titanica fra i popoli della Vita e il popolo della morte. Vincerà non chi è capace di restare sempre in piedi – nessuno lo è – ma chi, dopo essere caduto, è capace di rialzarsi.

«In piedi» disse dolcemente. «In piedi, subito. Noi siamo il Re. Il nostro compito è consolare. Abbiamo guidato il nostro popolo in un’atroce battaglia, ma noi siamo il Re degli Uomini, e gli Uomini dopo che sono caduti si rialzano e riprendono a combattere, per questo sono invincibili. Coraggio, Principi, in piedi. Oggi avete provato il sapore nauseante della guerra e quello rivoltante della morte su un campo di battaglia. Anche se tutto quello che vorreste è restare qui, ora vi alzerete e andrete a consolare i vivi, perché si rimettano in piedi e riprendano a vivere. Dopo, quando saremo di nuovo forti, verrà il tempo di strapparci i capelli e le vesti e piangere e ricordare tutto quello che è andato distrutto. […] Oggi non possiamo».

(Più o meno come loro, volendo fare delle identificazioni). Se avete figli bambini, regalatelo ai vostri figli bambini. Se avete nipoti bambini, regalatelo ai vostri nipoti bambini. Se avete amici con figli bambini regalatelo ai bambini dei vostri amici. Se non avete niente di tutto questo, regalatelo a voi stessi: poi mi ringrazierete (prima però, se non lo avete già fatto in precedenza, leggete i due primi libri della saga, altrimenti vi mancheranno le fondamenta).

Silvana De Mari, Gli ultimi incantesimi, Salani
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barbara

PER NON DIMENTICARE ITAMAR

Due anni fa, l’11 marzo 2011, andava in scena la mattanza della famiglia Fogel nel villaggio di Itamar. Per ricordarla propongo innanzitutto una rilettura di questo splendido articolo di Giulio Meotti, di qualche settimana fa.

La lezione morale da ricavare dal massacro della famiglia  Fogel è il silenzio

I due assassini erano entrati in casa mentre la famiglia dormiva. Hanno tagliato la gola al padre, poi hanno sparato alla madre e ai figli. Questo terribile destino è stato condiviso da due famiglie: i Clutter in Kansas nel 1959 e i Fogel a Itamar nel 2011.
Ma mentre la prima famiglia è stata immortalata dal capolavoro di Truman Capote “A sangue freddo”, i Fogel sono diventati invisibili.
È vero che in tanti, da tutta Israele – non solo dalla Samaria-  sono venuti due giorni fa a piangere quella famiglia meravigliosa, ma la lezione morale di quel massacro è il silenzio.
Nessuno in Occidente oggi conosce la storia dei Fogel di Itamar,  padre, madre e tre bambini massacrati una notte. I Fogels non si sono meritati un Truman Capote.
L’Occidente ha deciso che il terrorismo contro Israele è una violenza che non ha bisogno di essere mostrata, che non merita copertura mediatica. È successo a quella ventina di adolescenti fatti saltare in aria da un attentatore suicida davanti a una discoteca di Tel Aviv, a quei soldati che avevano  sbagliato strada e vennero linciati a Ramallah, al coraggioso rabbino che è morto nel tentativo di salvare i rotoli della Torah sulla tomba di Giuseppe, agli addetti alla sicurezza caduti in un’imboscata mentre cercavano di proteggere i fedeli che tornavano a casa dalla preghiera di Shabbat presso la Tomba dei Patriarchi a Hebron, alla maestra d’asilo uccisa quando il minibus è stato attaccato da uomini armati palestinesi.
Tutti questi morti ammazzati dai terroristi arabi sono le vittime di Israele “che domina un paese straniero”.
Prima di ogni altra cosa, la Shoah è stata un attacco ontologico contro il nome ebraico. Nel 1938, l’ufficiale nazista Hermann Göring ordinò che al nome sulla carta d’identità degli ebrei fosse aggiunto “Israele” per i maschi  e “Sarah” per le femmine.
Gli ebrei sono stati catturati a milioni e deportati in luoghi anonimi e lontani, privati di tutti i bagagli, lettere, fotografie e ricordi dei propri cari. Poi hanno separato madri, sorelle, figli, mogli. Tutti sono stati spogliati, i loro documenti, i loro nomi, sono stati gettati nel fuoco. Infine, sono stati spinti dentro a un corridoio dal soffitto basso e pesante. Per essere gassati come insetti.
La Shoah è stata il motore di sterminio di sei milioni di ebrei europei. Il terrorismo islamico e la negazione della Shoah, diffusi nel mondo a macchia d’olio dopo l’11 settembre del 2001, si nutrono dell’annullamento dell’ebreo in quanto vittima.  
L’Occidente sa che nel 1988 Tirza Porat è stata uccisa nei pressi di Elon Moreh? Tirza è stata la prima vittima civile israeliana a morire nella Prima Intifada ed era solo una scolara. La stampa occidentale l’aveva incolpata per non esser stata lontana “dagli irrequieti villaggi palestinesi”. Non una parola di condanna ai leader arabi per aver spinto pervicacemente bambini di 5 anni a unirsi a gruppi criminali che lanciavano pietre e bombe Molotov, ma hanno accusato Tirza per essersi offerta come vittima.
L’Occidente sa che nel 2001 Shalhevet Pas è stata colpita a morte da un cecchino arabo che aveva preso la mira dalla sua finestra a Hebron? L’Occidente sa che Hila, Hadar, Roni e Merav Hatuel sono stati massacrati con Tali, la loro mamma incinta, sulla strada che porta a Gush Katif? L’Occidente sa che Rachel Shabo di Itamar è stata assassinata con tre dei suoi figli, Avishai, Zvika, e Neria?
L’Occidente sa che Danielle Shefi di 5 anni è stata uccisa nel suo letto ad Adora, mentre la sua mamma  guardava con orrore il sangue della figlia che fuoriusciva attraverso le coperte?
Il Los Angeles Times ha scelto di pubblicare in una pagina interna le foto di Danielle con il suo orso Winnie the Pooh. Avrebbero dovuto essere in prima pagina. Questa bambina ebrea non era stata uccisa in un’azione militare. È stata uccisa da un arabo che, guardandola, le ha sparato in testa. Come i Clutter in Kansas.
L’Occidente sa che Yehuda Shoham è stato colpito alla testa da una pietra, mentre i suoi genitori stavano tornando a casa a Shiloh?
L’Occidente sa che Rami Haba, un bambino ebreo di 8 anni, è stato ucciso in una grotta nei pressi di Elon Moreh nel 1987? Una pietra insanguinata trovata accanto al corpo era stata usata per schiacciargli il cranio. Rami aveva grandi occhiali e un viso innocente.
L’Occidente sa che Shaked Avraham, un bambino di sette mesi di Negohot, è stato ucciso da un terrorista che aveva superato la recinzione del villaggio mentre i residenti stavano celebrando Rosh Hashana, il Capodanno ebraico? L’Occidente sa che Shaked aveva appena iniziato a muovere i suoi primi passi?
Il terrorismo è la perdita del volto umano, la distruzione della persona, la volontà di annientare l’umanità, la fine di un nome. La terribile “V” della vittoria del terrorismo è impressa nelle pieghe di queste anime israeliane. Se cerchi qualcosa rimasto di tuo figlio e lo trovi sotto la testa del terrorista suicida, che tipo di reazione può avere un fragile cuore umano?
Siamo in grado di toccare il martirio di Israele nelle case dei sopravvissuti. Un popolo invincibile confessa il suo smarrimento, mentre il mondo scava sempre più in profondità nelle sue ferite.
Quello che è successo in un piccolo villaggio come Itamar è stato certamente meno spettacolare rispetto alle tonnellate di metallo e cenere a Manhattan il 9/11. Io invece credo che l’orrore indicibile del 9/11 possa essere confrontato con la morte in solitudine dei tre piccoli Fogel. Questa settimana molti in Israele si ricorderanno  di quella famiglia, ma io provo solo tristezza. Non solo perché il male esiste. Non solo perché tre bambini a Itamar l’hanno incontrato a sangue freddo quella notte, ma anche perché il mondo ha assimilato la loro morte così facilmente. Perché è come se queste piccole vittime non siano realmente mai esistite.
Perché ogni volta che la morte ha bussato alla porta degli ebrei, il buco nero della perdizione  inghiotte un altro nome, senza lasciare alcuna traccia. Perché quando i nomi degli ebrei vengono dimenticati, ancora una volta, significa che il “mondo civilizzato” sta di nuovo rassegnandosi alla prospettiva di una nuova Shoah.
Mio fratello sa chi erano i Clutter. Ma non sa chi erano i Fogel. (Giulio Meotti, 20.02.13 Informazione corretta)

Il fratello di Giulio Meotti non sa chi erano i Fogel, e qualcuno – qualcuno uso a informarsi – quando ho parlato nel blog di questa carneficina ha scritto nei commenti: pensa che se non fossi passata dal tuo blog non ne avrei saputo niente. Perché le mattanze di ebrei non fanno notizia, e per questo non dobbiamo mai stancarci di darle noi, le notizie. Perciò vi invito a rileggere anche quanto ho postato in precedenza (e cliccate tutti i link). E aggiungo ancora una cosa. Nel cannocchiale, dove scrivevo prima, non ci sono le notifiche dei commenti, così quando sono andata alle vecchie cose per preparare questo post, ne ho trovato uno nuovo. Per la precisione, l’ho trovato al primo post, quello con le accorate parole che Gheula Canarutto, con infinito dolore e sconfinato amore, rivolge ai bambini che non ci sono più (“Buonanotte bimbi miei. Addio miei adorati. Continuate a portare alto l’onore del vostro popolo. Non gridate vendetta. Non maledite i nostri assassini”). Questo:

Hai davvero bisogno di uno psichiatra. Ma uno molto bravo.
Che cosa ti hanno fatto da piccola per ridurti ad una delirante bigotta guerrafondaia?
Talebsni, sionisti, crociati… tutti così convinti di detenere la verità assoluta e di essere enormemente superiori agli altri… pieni di odio verso chi ha una religione, una cultura, una coleore della pelle diverso. Capaci di motivare le vostre porcate, le voste diffamazioni ed i vostri massacri solamente dicendo che Dio vuole così.
Malati di mente, cancri dell’umanita, a qualunque etnia e religione apparteniate… guardatevi, e abbiate pena di voi stessi.

Ecco: chi piange una neonata ebrea sgozzata nella culla è uno psicopatico, un guerrafondaio, un cancro dell’umanità (ricorda qualcosa?). Non ho davvero parole per commentare l’odio assoluto che trabocca da queste frasi: lo stesso, identico odio assoluto che ha fabbricato Auschwitz. Per favore, non abbassiamo la guardia: il male assoluto esiste, ed è più forte che mai.

barbara