IL “CECCHINO” ISRAELIANO E LA STORIA CHE I GIORNALI NON VI RACCONTANO

“Immaginate di essere quel soldato israeliano”

Storia di come un video del Dicembre scorso sia diventato strumento della propaganda contro Israele

Immaginate di essere un soldato israeliano a Kissufim. E’ un kibbutz al confine con la Striscia di Gaza. Sta lì dagli anni Cinquanta, costruito da pionieri provenienti dall’America Latina dentro ai confini riconosciuti di Israele, quelli del 1948. Dopo il ritiro dei cosiddetti “coloni” [da Gaza, ndb] nel 2005, Kissufim è la linea del fronte per Israele. Oltre, non c’è altro. Il kibbutz negli anni ha subito infiltrazioni dei feddayen palestinesi, lanci di missili di Hamas, tentativi di costruire tunnel che sbucano fra le sue case e, nell’ottobre del 2017, anche uno strike israeliano che ha ucciso 7 terroristi palestinesi sotto uno di quei cunicoli mortali. Immaginate di essere quel soldato israeliano due mesi dopo lo strike. Avete di fronte una sommossa palestinese di là dal reticolato che separa Israele da quella énclave governata da Hamas, una organizzazione dedita alla distruzione dello stato ebraico, sorta di Afghanistan di islamismo, terrorismo, sottomissione e torture affacciata sul Mar Mediterraneo. La sommossa va avanti da due ore, con lanci di pietre e tentativi di rompere il reticolato. L’ordine militare per tutti è di non avvicinarsi a meno di cento metri da quel fence. I soldati tentano di disperdere la sommossa con lacrimogeni, colpi in aria, megafoni e altri strumenti. Uno dei capi palestinesi di questa sommossa si avvicina al confine. Il soldato ha l’ordine di colpirlo in maniera non letale. Non esiste altro modo per fermare una invasione se l’assalitore è determinato a passare il fence. Il soldato interrompe l’ordine perché vicino all’obiettivo appare un bambino. Libero il campo, il soldato fa fuoco e ferisce il palestinese. Un video illegale viene girato da parte di soldati che non c’entrano nulla con l’azione e nel sottofondo si sentono dei commilitoni che esultano per il successo dell’operazione. “Woh, che video!”.
Una organizzazione non governativa israeliana finanziata da molti paesi europei al fine di delegittimare Israele, Breaking the Silence, diffonde il video. Siamo nei giorni dopo gli scontri letali a Gaza dopo la “Marcia del Ritorno”. Serve materiale importante e quel video di quattro mesi prima ne offre l’opportunità. E fa subito il giro del mondo. I media del pianeta lo lanciano con titoli sensazionalistici, trasformando il legittimo tentativo israeliano di fermare l’invasione di un confine e finito con il ferimento di un palestinese – invasione che mesi dopo avrebbe visto la partecipazione di 50.000 palestinesi sotto la guida di Hamas – in un sadistico e gratuito videogame degli “occupanti sionisti” che fanno il tiro al piccione. E’ un classico caso della delegittimazione antisraeliana: si eliminano il contesto, le conseguenze e le cause, resta soltanto la brutale performance, cesellata a dovere per trasformare i difensori in aggressori, gli assediati in carnefici. Si parla ebraico, tanto basta. Nessuno li vuole vedere i palestinesi in festa dopo gli attentati contro i civili israeliani o i sermoni in arabo nella moschea di al Aqsa contro i “figli di maiali e scimmie”.
E’ questa la storia dei recenti tentativi di abbattimento della linea di confine fra Israele e Gaza da parte di Hamas. Scompare tutto: i fucili, le granate, gli scudi umani, i bambini e le famiglie indottrinate, i soldi che Hamas ha dato ai feriti e alle famiglie delle vittime (3.000 dollari ai morti, 500 ai feriti), i proclami cannibalistici dei capi del terrore (“mangeremo i fegati degli israeliani”, “tireremo fuori i cuori dai loro corpi”), la doppia identità dei fotografi uccisi (era un membro delle forze di sicurezza di Hamas), la vera natura delle vittime (almeno 15 delle 19 vittime del primo weekend di sommosse erano membri delle organizzazioni jihadiste palestinesi) e la ragione di Israele, che così ha impedito lo scoppio di una guerra (quella del 2014 prese il via dopo il rapimento e uccisione di tre ragazzi israeliani). Tutto deve evaporare, farsi da parte, uscire dallo schermo e dagli articolo di giornale, per lasciare spazio soltanto allo scontro impari e iniquo fra una grande forza militare e un popolo armato di sassi e di allegria.
In questi trent’anni di guerre e attriti fra israeliani e palestinesi, nessuno ricorda le missioni militari israeliane abortite per la presenza di civili palestinesi, i checkpoint rimossi e sfruttati per compiere attentati, i camion di aiuti umanitari israeliani entrati a Gaza, gli ospedali israeliani sempre pieni di feriti e malati palestinesi, le ambulanze palestinesi usate per trasportare armi e assassini, le scuole dell’Onu da cui si lanciano i missili, i tunnel scavati sotto le moschee, i processi e le condanne impartite a soldati israeliani che hanno infranto le regole di ingaggio. La Grande Menzogna si è mangiata la verità del conflitto, ovvero che Israele, l’assediato a ogni confine, la democrazia costretta a regole di ingaggio garantiste e civili da nemici che non conoscono umanità e civiltà, è la vera parte debole del conflitto.
La conquista dei cuori e delle menti occidentali è il più grande bottino palestinese. E’ così che la “questione palestinese” è diventata strategica negli ultimi cinquant’anni e che ha dominato il palcoscenico dell’Onu. Senza i giornali, le ong, le cancellerie, i tg della sera, i social e le piazze, i palestinesi oggi sarebbero più irrilevanti dei tibetani o dei papuani, loro vittime sì di una autentica “occupazione”, ma ultimi nelle gerarchia della compassione internazionale.
Il terrore e la menzogna pagano. E, soprattutto, sono virali. Il disprezzo per Israele tira.
Giulio Meotti, 11 aprile 2018, qui.

Aggiungo una piccola considerazione mia: è davvero fuori dal mondo immaginare che l’esultanza possa essere dovuta all’ammirazione per l’eccezionale precisione di mira del tiratore scelto, capace di centrare una gamba di un bersaglio in movimento in modo da fermarlo senza ucciderlo?

Nel frattempo tutto è pronto per la messa in scena della terza settimana di “proteste”: il fuoco alle bandiere israeliane.
fuoco bandiere
Che per i loro standard mi sembra, a parte la simbologia, un po’ modesta, per cui – chissà, forse sono troppo pessimista io, almeno lo spero – io mi aspetto anche qualcos’altro.

barbara

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ED ECCO LA SECONDA PUNTATA

La dirigenza della “marcia del ritorno” ha già preso le distanze da questo pericoloso progetto che i giovani “inermi” agitati, rimbambiti e sovvenzionati da Hamas e dai vari gruppi jihadisti metteranno in pratica venerdì. Intervistati alla radio alcuni promotori della marcia hanno espresso vera preoccupazione per questa esecrabile scelta. Mentre giovani insani di mente e ragazzini stanno continuando ad accumulare centinaia di gommoni lungo il confine per incendiarli durante la “pacifica manifestazione”. Anche la settimana scorsa hanno incendiato gommoni il cui fumo nero e denso serve a creare una nube nera che impedisce di vedere infiltrazioni ed azioni di tipo terroristico e a disturbare le azioni di Zahal. Questa volta la quantità di gommoni bruciati porterà ad una catastrofe ecologica entro il loro stesso territorio… poi verranno a piangere e a battere cassa da quelli che approvano ogni azione di “resistenza palestinese”.
Definire criminali loro e chi li sostiene è un eufemismo.
Naturalmente non si è levata nessuna voce tra i soliti ecologisti e pacifisti internazionali che operano nella Striscia!
Angela Polacco Lazar

E i bambini – i loro bambini – intossicati?* (Unicef, dove sei? Save the children, dove sei?) E gli animali che moriranno bruciati? (Animalisti che ritenete il vostro pesce rosso maggiormente degno di vivere di Caterina, dove siete? Animalisti che augurate stupri e torture selvagge a chi mangia un pollo, dove siete? Animalisti che organizzate incursioni per “liberare” il cane strappandolo violentemente al mendicante che lo tiene accanto a sé chiedendo l’elemosina, dove siete?)

* “La pace arriverà quando ameranno i loro bambini più di quanto odiano noi”, Golda Meir.

Nel frattempo ammirate lo spettacolo di questi giovani idealisti al lavoro per organizzare la manifestazione pacifica:
copertoni 1
E questo è il risultato degli allegri falò:
copertoni 2
Questo invece è il tariffario per i partecipanti alle spontanee, spontaneissime, spontaneissimerrimissime manifestazioni di protesta dei poveri gazani disperati.
tariffario
Lo avevo detto che i “manifestanti” di Gaza erano stati pagati da Hamas. I terroristi che governano la Striscia hanno appena diffuso il tariffario per chi ha preso parte alla “marcia” di venerdì scorso al confine con Israele. Le famiglie dei terroristi uccisi riceveranno 3.000 dollari, i feriti gravi 500 dollari e i feriti lievi 200 dollari. Lo annuncia Hamas su Twitter. Ma il “moderato” Abu Mazen non è meglio: lui paga da 3.100 dollari al mese chi è condannato all’ergastolo e 400 dollari per chi ha una condanna a tre anni. Sono soldi che diamo noi ai palestinesi per finanziare la loro jihad contro il popolo ebraico. Li chiamiamo “aiuti umanitari”. Domani è venerdì di preghiera e Hamas ha promesso altra violenza contro Israele. Per l’occasione si nasconderanno dietro una nuvola di fumo di 12.000 pneumatici da bruciare. Un altro gentile omaggio della comunità internazionale.
Giulio Meotti

Certo che se davvero bruceranno migliaia di copertoni, provocheranno una catastrofe ambientale più o meno pari a quella dell’incendio dei pozzi petroliferi nella guerra del Golfo. Ma perché preoccuparsene? Tanto lo sanno tutti che la colpa è di Israele, ed è a Israele che verrà presentato – o si tenterà di presentare – il conto morale e magari anche materiale del disastro.

barbara

UN PAIO DI OPINIONI RACCATTATE QUA E LÀ

Inizio dalla più autorevole, quella dell’eroico rabbino – che rabbino in realtà non è ma lui giustamente si spaccia per tale, avendone tutte le doti di probità, onestà, sincerità, giustizia, intelligenza, saggezza, cultura, nonché suprema autorevolezza – che primo e forse unico ha osato dire, e testimoniarlo in un pregevole libro che potrete trovare in tutti i migliori siti nazisti, che la storia degli omicidi rituali per spillare il sangue con cui impastare le azzime di Pesach non è leggenda antisemita bensì realissima realtà. Tesi che, a ben guardare, fa capolino anche da questa lucida analisi di quanto avvenuto al confine fra Israele e Gaza.
Toaff su Gaza
E poiché gli antichi saggi, che erano molto saggi (lo dice la parola stessa) sostenevano che
Ἐν οἴνῳ ἀλήθεια, In vino veritas, (e, come disse un altro grande saggio, in grappa figuriamocis) le parole dell’esimio “rabbino” Ariel Toaff, devono sicuramente essere un purissimo distillato di verità.

Passo a Dore Gold:
Dore Gold
Traduco per i non anglofoni:
Alcuni dati basilari dimenticati: gli eventi di Gaza riguardano un’organizzazione illegale, Hamas, definita gruppo terroristico anche dagli stati arabi, che sta perseguendo una finalità illegale, ossia cancellare per mezzo della forza un confine internazionale, usando mezzi illegali quali il mescolare agenti armati con i civili.

E questo è veramente un dato basilare da tenere sempre presente.

Proseguo con questo breve testo, da standing ovation:

Tutti lodino i 100 tiratori israeliani schierati sul terrapieno di Gaza

Tutti lodino i 100 tiratori israeliani schierati sul terrapieno al confine con Gaza. Non solo il primo ministro Netanyahu, non solo il ministro della difesa Lieberman, non solo gli ebrei, non solo gli ebrei israeliani, non solo l’esercito israeliano (in cui militano, ricordarselo, molti drusi, beduini, arabi cristiani…), non solo i filo-semiti: anche gli anti-semiti. Anche un anti-semita la notte vuole dormire in pace, una volta chiusa la porta del proprio appartamento. E i 100 tiratori israeliani non hanno difeso solo se stessi e il loro Stato, hanno difeso un’idea universale. Il terrapieno di Gaza è un archetipo del confine. “Abbattere le frontiere vuol dire consegnare il mondo al caos” avvisa Jean Clair. Se le torme ululanti di palestinesi avessero superato quel terrapieno nessuno avrebbe più potuto dormire tranquillo, da nessuna parte. Tutti lodino i 100 tiratori israeliani schierati sul terrapieno di Gaza contro la violenza del numero.
Camillo Langone, Il Foglio

Non può mancare il solito strepitoso Giulio Meotti.

Immaginate se venerdì scorso Hamas avesse portato quelle 30.000 persone, miliziani armati, famiglie e bambini a marciare verso il confine siriano. Assad avrebbe ordinato a un battaglione di alawiti di sparare sulla folla. Ci sarebbero stati 200 morti. Poi, per dissuaderli dal farlo di nuovo, avrebbe loro lanciato due barrel bombs. Altri 80 morti. Infine, se i palestinesi avessero resistito, avrebbe loro lanciato due taniche di gas sarin. Decine di morti per asfissia e centinaia di (veri) feriti. I superstiti sarebbero stati evacuati con un autobus. Immaginate se Hamas avesse portato quei 30.000 al confine iraniano. Gli ayatollah avrebbero opposto loro i Basiji, le milizie sciite. A sparare sulla folla, a fare arresti di massa, a torturare in carcere a Evin, a fare desaparecidos. Pensiamo a quello che hanno fatto gli iraniani dopo che le loro donne hanno cercato di togliersi il velo per strada o i loro poveri hanno marciato per il pane. Lo hanno fatto ai propri cittadini. Immaginate se Hamas avesse portato quei 30.000 contro i turchi di Erdogan. Chiedetelo ai curdi per sapere cosa sarebbe successo ai palestinesi. E se Hamas avesse portato quei 30.000 contro il confine egiziano, Al Sisi avrebbe usato guanti bianchi? Non si rivolgono mai verso occidente, contro il blocco egiziano. Sanno che ci sarebbe un massacro. Sentiamo mai marce palestinesi in Giordania, dove costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione? No? Perché si ricordano di cosa fece loro Re Hussein nel 1972: 3.400 palestinesi uccisi a sangue freddo. La verità è che Israele, in un Medio Oriente fondato sull’abominio, il sopruso e la violenza di stato, costituisce quanto di più vicino ci sia ad Amnesty International, con regole di ingaggio che molti paesi occidentali si sognano e che adempie a quei principi democratici e civili che sono un vanto dell’Occidente. Lo sanno i palestinesi e per questo forzano la sua mano a fini politici e lo sa la comunità internazionale che gioca con il diritto a esistere di Israele.
Giulio Meotti

E chi è su FB si vada a guardare anche questo pregevole sbufalamento di alcune messinscene gazane.

Aggiungo questa analisi, che mi sembra plausibile e ragionevole. E infine una robusta bacchettata che arriva dritta in casa nostra.
Emily Landau
E traduco anche questo per i non anglofoni:
Sul serio, Mogherini? Non una parola su Hamas? Sulla violenta provocazione intenzionale? Su Hamas intenzionato a distruggere Israele? Sull’uso dei bambini? Sul fatto che la maggior parte dei morti erano terroristi? È per questo che lei non ha alcuna credibilità. Lei è priva di morale.

E per concludere due parole mie. Sappiamo che il mondo è costantemente in agguato – come un gatto che fa la posta al passero, non per mangiarlo, perché di fame non ne ha affatto, ma solo per divertirsi a torturarlo a morte – in attesa di un pretesto per scatenarsi come una muta di cani rabbiosi su Israele. A volte, se è da troppo tempo che di pretesti non ne trova e sta rischiando la crisi di astinenza, accade che si scateni anche senza pretesto (se il cannocchiale funziona e se avete due minuti leggete anche i commenti: ne vale la pena). E quindi non deve stupire questo ennesimo latrare scatenatosi non appena le orde palestinesi indottrinate addestrate e comandate da Hamas si sono lanciate contro il confine israeliano allo scopo preciso di scatenare la prevedibile e legittima reazione di difesa israeliana in modo da avere un po’ di cadaveri da esibire al mondo. Non deve stupire, dicevo, e non stupisce infatti. Ma la prevedibilità di quanto sta accadendo non è certo sufficiente a smorzare la rabbia. E il dolore.

barbara

PARLIAMO DI GAZA

E delle “proteste”, e dei “manifestanti” uccisi dall’esercito israeliano “in quella che molti osservatori internazionali hanno descritto come una strage” (link), e degli ennesimi spaventosi crimini di Israele e dell’uso sproporzionato della forza e delle condanne internazionali eccetera eccetera. Inizio con la

Dichiarazione del Ministero degli Esteri israeliano riguardo agli eventi a Gaza
“La barriera di confine tra Israele e la Striscia di Gaza separa uno stato sovrano e un’organizzazione terroristica.
Separa uno stato che protegge i suoi cittadini dagli assassini che mandano i loro connazionali mettendo in pericolo le loro vite. La recinzione separa un esercito che usa la forza per autodifesa e in modo mirato e proporzionato, e Hamas, un’organizzazione che santifica l’omicidio e la morte, e che per anni – ieri incluso – è stata intenta a colpire milioni di israeliani.
Chiunque veda erroneamente in questa messinscena omicida persino una briciola di libertà di espressione, è cieco alle minacce che lo Stato di Israele deve affrontare”.

Do ora la parola a Giulio Meotti.

“Strage” e “Massacro”, titola La Repubblica in prima pagina oggi sulla guerra che Hamas ha portato al confine di Israele. Non una riga sul diritto di Israele di proteggere i propri confini e i propri civili. Non era una “marcia”. Era terrorismo che Hamas ha ordito con milioni di dollari [nostri, ndb] al confine di Israele. Spari da parte di Hamas e Jihad Islamica? Scomparsi. Sommosse per abbattere il confine? Scomparse. “Uccisi” i palestinesi. Scomparsa la relazione di causa ed effetto. Cosi si demonizza il popolo di Israele e si processa il suo diritto a difendersi da una organizzazione terroristica che da trent’anni cerca di distruggerlo a suon di kamikaze e missili, che costruisce tunnel sotto quei confini e che ieri ha cercato di organizzargli una Pasqua di sangue. Che vergogna di giornalismo. Non ho visto gli stessi titoli di prima pagina sparati sui 5 israeliani uccisi dai terroristi palestinesi nelle ultime settimane. O me li sono persi?

Passo a una riflessione di Giulio Bernacca

Forse ai più sfugge l’essenza di ciò che sta succedendo in queste ore a Gaza: Hamas, la cupola mafiosa che gestisce Gaza, in grave difficoltà politica e messa in disparte dai paesi arabi che ora hanno altro a cui pensare (tipo l’espansionismo turco e iraniano) ha deciso di fare una specie di Woodstock del sangue.
Ha speso dieci milioni di dollari (miei e vostri, ovviamente, quelli che pensavamo sarebbero andati per gli ospedali e i desalinizzatori) ed ha organizzato una marcia, anzi, una spinta contro la linea di confine con Israele, ben sapendo che ovviamente Israele non avrebbe potuto tollerare che trentamila persone cresciute a pane ed odio anti israeliano entrassero sul suo territorio e andassero a passeggio incontrollati per le sue cittadine e paesi.
Hamas cercava il sangue e lo ha trovato. Non esiste un modo non cruento per fermare una cosa come quella organizzata in questi giorni.
Hamas torna alla ribalta, l’utile idiota disinformato occidentale si commuove (e bisogna commuoversi per i morti, lo sottolineo), Israele fa la solita figura dello stato canaglia che tormenta i palestinesi, e via così.
Ah, Gaza è Judenfrei dal 2005, anno in cui è diventata di fatto una base terroristica avanzata da cui sono partiti innumerevoli attacchi.

Poi questo notevole articolo di Niram Ferretti

ONORE A LORO

Hamas, durante la Marcia del Ritorno, usa la popolazione suddita per infiltrare facinorosi e membri della Brigata Izz ad-Din al-Qassam, della quale sono stati uccisi dieci membri da parte dell’esercito israeliano. Non dieci scouts.
Sì, questa è la risposta di Israele a protezione dei propri confini e dell’incolumità dei suoi cittadini. Ai terroristi non è permesso entrare.
Non sono più i bei tempi della Seconda Intifada quando si facevano esplodere in caffè, ristoranti, locali pubblici, autobus. Tutto questo è finito dal 2005, grazie alla barriera di protezione, quella che le quinte colonne jihadiste qui in Occidente chiamano “muro” per sottolineare come i “poveri palestinesi” sarebbero vittimizzati da Israele.
In uno splendido articolo del 2009, John R. Bolton, il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Donald Trump scriveva:
“Credono, (gli europei) di essere messi in pericolo da quelle nazioni che fino ad oggi hanno deciso di non potersi permettere di finire preda dei falsi sogni di riuscire a districarsi dai pericoli del mondo restando in uno stato di torpore o inginocchiandosi al cospetto di un attacco“.
Le nazioni a cui si riferiva Bolton sono Israele e gli Stati Uniti.
Israele non si inginocchia e non apre i propri confini ai terroristi, non consente che chi vuole da settanta anni cancellarlo dalla mappa del Medioriente sia in grado di farlo.
John Bolton, grande estimatore di Israele, vede la debolezza dell’Europa, immersa nella convinzione che, in nome dei “diritti umani”, questa formula affatturante, si debba subordinare ad essa la propria sicurezza.
Israele tutela la propria minoranza araba, 1,700,000 arabi israeliani come non lo sa fare nessuno stato arabo, consentendo loro di partecipare alla vita democratica del paese, ma c’è chi, come Hamas e non nascondiamocelo, la parte maggioritaria di Fatah, che vorrebbe gli arabi sotto esclusiva tutela musulmana. In altre parole, come gli abitanti di Gaza, sotto un potere coercitivo, autoritario e barbaro, o come, nei territori della Cisgiordania amministrata dall’Autorità Palestinese, sotto una cosca mafiosa e corrotta fino al midollo.
I soldati dell’IDF che l’altro ieri hanno ucciso dieci terroristi di Hamas, non solo servivano la maggioranza ebraica del paese ma anche la minoranza musulmana e le altre minoranze.
Onore a loro, protettori della democrazia e dei migliori valori occidentali.

E vediamoli, dunque, questi pacifici manifestanti, che nei giorni della Pasqua ebraica, come loro consuetudine, si dedicano alle manifestazioni pacifiche: qui vestiti da passeggio,
manifestanti 1
qui mentre preparano il fuoco per il barbecue,
manifestanti 2
qui il cuoco che si appresta a tagliare la carne da cucinare alla brace.
manifestante
E questi sono i poveri innocenti uccisi dall’esercito israeliano.
terroristi Gaza pesach 2018
Poi vediamo qualche video. Il primo in cui, come in tutte le scampagnate che si rispettino si dedicano al canto corale; quello che sentiamo qui è un canto millenario, che dice

“Khaybar*, Khaybar ya yahud, jaish Muhammad saya’ud”: Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’esercito di Maometto tornerà.

Qualcuno ci ha fatto caso? È identico a quello di Milano un paio di mesi fa.
Qui invece si trastullano con giochi di vario genere per passare il tempo

E questo è un resoconto della portavoce dell’esercito israeliano (si noti il passaggio in cui parla della bambina di sette anni spinta dalla madre contro la recinzione nella speranza di procurare ai manifestanti il cadavere bambino da offrire alle telecamere politicamente corrette, esattamente come quest’altro premuroso genitore).

Nel frattempo il solito signor Vauro sembra dimenticare che Gesù era un tantino ebreo, e si cimenta in un’opera d’arte degna della sua eccelsa fama.
vignetta Vauro
E per concludere, imperativo categorico, leggere questo post, a proposito della famigerata “risposta sproporzionata”, scritto nel corso delle operazioni a Gaza di dicembre 2008-gennaio 2009 (io mi trovavo lì in quel periodo) da un tizio sinistrosissimo, rifondarolo per la precisione, e non vi dico cosa non si è scatenato nel blog, frequentato in genere da sinistrorsi suoi pari, quando lo ha pubblicato. Magari scaricatelo e conservatelo, che prima o poi viene sempre utile. Buona lettura. parole in libertà

*Khaybar: oasi nella regione nord-occidentale della penisola araba, abitata prevalentemente da ebrei, conquistata da Maometto nel 628

barbara

QUESTA È VIDA MOHAVED

Vida Mohaved 1
condannata a due anni di carcere. E questo è il suo crimine
Vida Mohaved 2
Si chiama Vida Mohaved ed è una delle donne più coraggiose del mondo. E’ iraniana e la ricorderete togliersi il velo un mese fa. Ieri gli ayatollah che girano in pantofole l’hanno condannata a due anni di carcere. Ma più di questi satrapi ipocriti mi fanno pena le nostre paladine delle donne che ci sbattono in faccia la loro falsa litania di statistiche su quanto stiano male in Occidente e che tacciono spudoratamente sulle ragazze di Teheran. Se vogliono le aspetto davanti all’ambasciata iraniana a Roma. Urge una manifestazione in cui la gente sventoli lo stesso velo bianco costato due anni di galera a questa ragazza. Posso loro assicurare che ancora in Occidente si possono fare queste cose. Ero lì, nel 2005, quando col Foglio manifestammo contro la chiamata iraniana alla distruzione di Israele. Coraggio!
Giulio Meotti

Poi, alle paladine delle donne, alle nostre avvocate ministre sindache eccetera eccetera qui parlent féministe, potremmo chiedere conto anche del loro silenzio su questo, e questo, e questo.

barbara

MOMENTI (13/18)

Visita al Monte del Tempio. Il mitico Dan Bahat, archeologo di fama mondiale che ci fa da guida, settantanovenne vispo come un grillo,
Dan Bahat
spiega e racconta e tutti noi, intorno, ascoltiamo. Ad un certo punto uno del gruppo posa un braccio sulle spalle della moglie; immediatamente piomba lì un poliziotto palestinese con l’espressione truce e furiosa: vietato abbracciarsi! (ammazzare invece sì, quello non profana il “luogo sacro islamico”).

La tomba di Rachele. Che in realtà non era in programma, è stato Giulio Meotti a volerla inserire in extremis – e ne approfitto per mettere un’altra foto.
con Meotti 2
Mi piace un sacco questa in ombra con le fronde sulla testa (e mi sa che dev’essere proprio salice, anche se non avevamo niente da appendere). La tomba, dicevo. Per proteggerla hanno dovuto costruirle tutta quella cosa enorme intorno, ma la stanza della tomba vera e propria è piccola, e vi si accalca una grande folla di donne (anche di uomini, ma dall’altro lato), e per arrivarci bisogna infilarsi, sgusciare fra un corpo e l’altro, strusciandosi, spingendo, comprimendo, guadagnando centimetro dopo centimetro, millimetro dopo millimetro, e quando si raggiunge finalmente la tomba si ha davanti un muro di braccia protese a toccarla, in un silenzio assoluto tranne qualche sussurrare di preghiera. E finalmente ci sono arrivata, ho infiltrato la mia mano, fra braccio e braccio, fra polso e polso, fra mano e mano. Tutta intera non ci stava, ho posato solo le dita, ma è bastato: l’ho sentita, la corrente che dalla punta delle dita mi percorreva tutto il corpo e vi scorreva dentro come acqua di torrente, e una tale sensazione di pace, di serenità, di dolcezza, di leggerezza, come se non avessi più peso. Non più di qualche secondo, perché altri corpi premevano, altre mani urgevano, ma è stato sufficiente a poter dire che ho vissuto un’esperienza. (Dite che non è razionale? OK, ho vissuto un’esperienza non  razionale: qualche problema?).

Alla tomba dei Patriarchi. Credo sia stato alla tomba di Sarah: giovanissima madre seduta in un angolo, profondamente immersa nel suo libro di preghiere, con accanto la carrozzina col figlio di pochi mesi. Mi avvicino, lo guardo, mi guarda; sorrido, sorride; avvicino una mano, sfioro una delle sue, muovo le dita. Lui, che sicuramente non ha mai visto delle unghie rosse, le guarda affascinato, poi mi prende la mano fra le sue e ci gioca. La madre, pur sempre profondamente immersa nella sua preghiera, intravvede il mio gioco con suo figlio, intravvede il mio e il suo sorriso e il suo viso, già luminoso di suo per la preghiera di un’intensità sconosciuta alla maggior parte di noi, si illumina ancora di più, di una luce tutta speciale.

Passeggiata sul lungolago del Kinnereth, in una notte di luna piena.
Kinneret notte
Ad un certo punto comincia ad arrivarci della musica. Proviene da uno di quei club esclusivi, in cui non basta pagare per entrare, e comunque nessuno di noi ha il desiderio di entrarci, senonché una dice, io vado a chiedere! È una signora anziana, notevolmente malmessa, con problemi di deambulazione, che su scale e terreni sconnessi ha bisogno di aiuto e a volte è costretta anche a rinunciare. Beh, la vediamo, allibiti, prendere la scala che dalla strada scende fino all’ingresso del club, sbilenca ma decisa e neanche eccessivamente insicura, raggiungere il portiere e discutere un bel po’ con lui – il come è rimasto un mistero, dato che oltre al romanesco non ci risultavano altre lingue conosciute. Alla fine è tornata su avvilita, confermando che possono entrare solo i soci del club. Dove comunque si dimostra che l’entusiasmo fa miracoli.

Le medicine. Avevo dimenticato a casa la borsina delle medicine: l’avevo lasciata sulla credenza per non doverla ritirare fuori se mi fosse venuto in mente qualcosa all’ultimo momento, e poi è rimasta lì. All’aeroporto mi è stato suggerito di andare al pronto soccorso a farmi fare una ricetta e poi prenderle nella farmacia lì. Naturalmente mi faccio accompagnare da Manuel, essendo quella che si perde nel corridoio di un bilocale. È vero che negli aeroporti, anche quelli molto grandi, è impossibile perdersi, e infatti non mi ci sono mai persa, ma un conto è andare al check in o al gate, altro cercare un pronto soccorso che sta al piano sotto di quello sotto di quello sotto e ci sono ascensori che servono per andare in un posto e altri che invece non ci vanno e infatti prima abbiamo preso l’ascensore sbagliato poi abbiamo preso quello giusto ma sciamo scesi al piano sbagliato ma insomma alla fine ci siamo arrivati. È vero che ci ero già stata, al pronto soccorso di Malpensa, ma quella volta ci ero arrivata in sedia a rotelle portata dall’addetto all’assistenza, mentre adesso ci dovevo arrivare con le mie gambe. Vabbè, arriviamo, spiego il problema all’infermiere che sta all’accettazione, lui prende il telefono, chiama il medico e gli spiega a sua volta il problema; poi, mentre aspettiamo che il medico arrivi, chiede: “Dove andate di bello?” In Israele, dico. E lui: “Bello! At medaberet ivrit?” Parli ebraico? Non era israeliano, e neanche ebreo; semplicemente cinque anni fa gli è improvvisamente venuta l’ispirazione di studiare l’ebraico e da allora ogni settimana si fa la sua ora di lezione, ci ha mostrato il libro che si porta dietro sempre per studiare nei momenti morti, il quaderno degli esercizi, e si è messo a parlare con entusiasmo della sua sconfinata ammirazione per questa cultura, e per questo popolo che ha preso in mano un pezzo di deserto e in pochi decenni lo ha trasformato in uno stato all’avanguardia in tutti i campi, agricoltura compresa.

Il portabottiglie termico. Quando sono entrata in albergo, a Gerusalemme, lo avevo, ne ero sicurissima. Poi però in camera quando, tolte dalla valigia le cose che mi servivano, l’ho cercato per bere, non c’era più. Evidentemente dovevo averlo posato da qualche parte nell’atrio e dimenticato lì, sicché sono andata alla reception e ho chiesto se fosse stato trovato. Mezz’ora dopo uno del personale ha bussato alla mia camera, con due portabottiglie termici che erano stati trovati in giro, ma nessuno dei due era il mio. Ne avevo un altro, quindi per tenere in fresco l’acqua non avevo problemi, ma mi seccava perché la sera precedente, nel sistemare tutte le cose in valigia, avevo dimenticato fuori gli orecchini, e la mattina, quando li ho trovati sopra il mobile, non sapendo dove metterli, li avevo infilati nel taschino portacellulare del portabottiglie. Non erano di valore, ma erano belli. Tre giorni dopo, nel lasciare l’albergo di Gerusalemme, sistemate tutte le cose, chiusa la cerniera e tirato su da terra il trolley, ho trovato il portabottiglie appeso al manico del trolley, dove lo avevo infilato quando ero entrata in albergo, in attesa di ricevere la mia chiave, e rimasto per tutto il tempo sotto la valigia (diciamolo, comunque, che è un gran bastardo).

Il malore. È stato a Zfat il penultimo giorno – quello prima della catastrofica caduta. Eravamo appena scesi dall’autobus e stavamo iniziando una scalinata quando, al secondo gradino, mi sono sentita male; al terzo mi sono detta non ce la faccio, ho tentato di fare il quarto, poi ho rinunciato e mi sono dolcemente accasciata. Poi Claudia si è messa a farmi vento con un depliant e poi qualcuno le ha dato un ventaglio e lei e Manuel mi sono rimasti vicino mentre gli altri hanno proseguito, che poi comunque quando mi sono ripresa li abbiamo raggiunti perché si erano tutti fermati a fare pipì (in Israele il clima è estremamente secco, essendo in gran parte deserto, e bisogna bere moltissimo, sicché praticamente si passa metà tempo a visitare e metà a pisciare).
Ma era del malore che volevo parlare, o meglio del momento in cui ho rinunciato a tentare di resistere e mi sono lasciata andare: è un’esperienza che avevo già vissuto, e la sensazione è stata esattamente la stessa: sei in pubblico, hai l’impressione che crollare giù come un sacco di patate ti faccia fare una bruttissima figura, ti vergogni, ti senti imbarazzato, ti preoccupi di quello che può succedere dopo, tenti di resistere… e poi senti che non puoi, che non c’è niente da fare, che ti devi arrendere e decidi di smettere di combattere. Crolleresti anche se tentassi di resistere ancora, ma di lasciarti andare in quel momento lo decidi tu: non sei l’oggetto passivo di una forza più grande di te bensì il soggetto attivo di una scelta. E la sensazione provata è quella di una liberazione, di una pace assoluta, di un benessere assoluto, di un piacere assoluto e intensissimo.
Forse, quando arriverà la mia ora, sarà così che mi sentirò nel momento in cui deciderò di smettere di resistere, lascerò andare i remi e mi abbandonerò alla corrente.

barbara

LA MOSCHEA (13/8)

La moschea si trova, naturalmente, nel settore arabo di Machpelah, rigorosamente vietato agli israeliani, e a tutti gli ebrei in generale. Noi però eravamo turisti, e naturalmente non abbiamo detto che fra noi c’erano quasi una decina di ebrei, e ci siamo andati. Nelle poche decine di metri da percorrere fra il cancello che separa il settore ebraico da quello musulmano e la scala di accesso alla moschea, siamo stati assillantemente pressati prima da un arabo dai capelli impomatati che voleva venderci a 5 euro dei braccialetti di plastica “Italia Palestina”, poi da un altro ragazzino arabo che semplicemente chiedeva soldi. Arrivati alla scala, siamo stati eruditi dalla guida locale sulla moschea, antica di quattromila anni. Forse sarà stato per i nostri incontenibili risolini, fatto sta che ha pensato bene di correggersi: cioè, l’edificio non è sempre stato una moschea, duemilacinquecento anni fa in effetti era una chiesa cristiana, ma poi, appena hanno saputo che quella era la tomba di Abramo, l’hanno subito trasformata in moschea. Finita la lezione, siamo saliti per entrare nella moschea. Naturalmente in qualunque luogo religioso è richiesto un abbigliamento adeguato; al kotel (muro del pianto), per esempio, all’ingresso del piazzale vengono offerte alle donne con spalle e braccia interamente nude delle specie di mantelline che coprono, appunto, braccia e spalle. Lì no: lì c’erano dei mantelli di un ammosciante azzurro moscio, lunghi fino ai piedi (o quasi, a seconda della statura dell’indossante – o indossanta, boldrinianamente parlando), coi bottoni per chiuderli, senza maniche in modo che braccia e mani restassero interamente coperte, e col cappuccio. Io avevo una gonna nera lunga fino al polpaccio, una giacca incolore con le maniche lunghe, chiusa fino al collo, e ho tirato fuori il cappuccio e me lo sono sistemato per bene sulla testa: pensavo che potesse bastare. E invece no, la loro tenda beduina dovevo mettermi addosso. E allora li ho mandati affanculo e me ne sono andata, però prima di andarmene mi sono tolta la giacca, lì davanti a loro all’ingresso della moschea, restando con la canotta rosso fuoco con braccia e spalle nude e una discreta scollatura, come potete vedere in questa foto col mitico Giulio Meotti
con Meotti
(in cui come al solito ho dimenticato di tirare dentro la pancia. Però anche lui). Eccheccazzo, sono entrata nelle sinagoghe mettendomi sulle spalle un foulard che mi copriva le braccia fino al gomito, e non c’è stato rabbino ortodosso, ultraortodosso, ultraextramegasuper ortodosso che abbia avuto qualcosa da ridire, e questi pretendono di inchadorarmi, a me, come se fossi una Fallaci qualsiasi?!
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Ma vaffanculo, va’. Anche Claudia e Silvana si sono rifiutate di sottomettersi alla dittatura e sono venute via con me; tutte le altre si sono lasciate incappucciare senza obiezioni.
sdr
E quindi la moschea antica di quattromila anni che ha preso il posto della chiesa cristiana antica di duemilacinquecento anni, non ve la posso raccontare. Spero che mi perdonerete, che riuscirete a elaborare e gestire la delusione senza reagire dandovi ad atti inconsulti, e soprattutto che non ci perderete troppo il sonno.

PS: va detto, a onor del vero, che Sharon, che vedete al centro, tutta ben abbottonata e con una faccia da presa per il sedere che la metà basterebbe, l’ha fatto solo per fare la foto da mandare poi su FB; subito dopo si è tolta l’infame paludamento e ha raggiunto Silvana, Claudia e me.

PPS: finita la visita, i compagni di viaggio hanno raggiunto noi quattro partigiane della guerra di liberazione, ma subito dopo è arrivato di corsa l’esperto di storia cristiana e islamica, che li aveva guidati nella visita alla moschea antica di quattromila anni che ha preso il posto della chiesa cristiana antica di duemilacinquecento anni, protestando perché la mancia era stata, a suo avviso, troppo scarsa, e chiedendo perentoriamente un supplemento.

barbara

HEBRON PARTE TERZA (13/6)

Divisione della città, dunque: 80% ai palestinesi (H1) e 20% agli israeliani (H2). Che detta così sembrerebbe abbastanza semplice, ma quando mai le cose in Israele sono semplici? E dunque: gli israeliani in realtà non possono vivere in tutto quel 20% ma solo nel 3% mentre nel restante 17% vivono i palestinesi, con uno statuto un po’ particolare, diverso da quello vigente nella zona H1. Ma non è finita qui: gli israeliani non possono toccare un solo millimetro di quel 97% in cui vivono i palestinesi mentre questi ultimi, sia pure passando dei controlli, possono entrare nell’area israeliana. E ancora non è finita: in quel 3% di Hebron lasciato agli israeliani, vivono anche dei palestinesi, perché quelli che ci abitavano prima della divisione della città, sono rimasti a casa propria. E quando guardiamo qualche servizio alla televisione che cosa sentiamo? Hebron occupata da Israele; i coloni israeliani che assediano i palestinesi (carina, vero, questa cosa del mezzo migliaio di israeliani che assediano duecentoventimila palestinesi. Giusto a proposito: nel 1967, quando è iniziata la terribile, oppressiva, asfissiante occupazione israeliana, a Hebron vivevano circa 35.000 palestinesi; oggi sono 220.000), inenarrabili violenze inflitte dai coloni fanatici ai poveri palestinesi inermi, magari “documentate” da ridicoli fotomontaggi come questo
israel-settlers-attack-palestine-woman
(si noti, tra l’altro, l’imperturbabilità della donna araba, spalle e braccia rilassate, mentre una le strattona il velo e l’altro – incredibilmente in equilibrio col baricentro molto al di fuori dell’appoggio – la prende a calci ma senza, chissà perché, mirare al corpo della donna). La verità è l’esatto contrario: gli israeliani, nella città che hanno abitato per migliaia di anni, chiusi in un minuscolo ghetto, derubati delle proprietà che avevano regolarmente acquistato,
Hebron-Jewish-ownership
Shuhada-street-in-occupied-Hebron
ingabbiati dalle robuste sbarre che sono costretti a mettere alle finestre per difendersi dalle incursioni dei terroristi.
sdr
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(grazie a Sharon e a Gabriella per le prime due foto)
L’unica limitazione per i palestinesi riguarda quella che una volta era stata Rehov David haMelech (King David Street),
king david street
ribattezzata dagli arabi Shuhada street, via dei Martiri (quelli che più ebrei ammazzano e più vergini si trombano in paradiso – rigorosamente vergini, mi raccomando, non sia mai che capiti una un po’ più smaliziata che gli dica mamma mia che ciofeca che sei): teatro di numerosi attentati e innumerevoli attacchi e continue molestie, fu infine deciso di chiudere tutti i numerosi negozi che la costeggiavano, decisione indubbiamente dolorosa, ma resa inevitabile dalla situazione, e successivamente di chiuderla al traffico;
Hebron-Shuhada-Street
vi possono accedere, a piedi, i palestinesi che vi abitano. Poi naturalmente arrivano, una volta all’anno, i soliti pro-pallisti, assetati di sangue ebreo, a manifestare per la sua riapertura.
openshuhast
Molte di queste cose ci sono state spiegate da Noam Arnon,
Noam Arnon
che ci ha guidati per l’intera visita. Ci ha fatto vedere anche gli unici resti di un’antica sinagoga
sinagoga 1
sinagoga 2
e ci ha portati sulla terrazza di un palazzo di quattro piani per regalarci una panoramica di tutta la città,
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Hebron 2
Hebron 3
Hebron 4
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Hebron 6
con vista su Machpelah,
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di cui parlerò nel prossimo capitolo.

Penso possa essere utile vedere questo servizio (in cui vedrete anche la nostra guida di Hebron) per avere una migliore idea della situazione dal vivo.
Immensa sofferenza da una parte come dall’altra, dunque: da una parte una ragazzina pugnalata a morte nel suo letto da un palestinese entrato dalla finestra (se ne lasci una senza inferriata, è questo che succede), dall’altra il racconto di una moglie che sarebbe stata picchiata dai soldati per via di un foglio caduto, il racconto di un soldato che avrebbe rotto una bottiglia sulla faccia della bambina, con la “documentazione” del video che mostra frammenti di vetro sul davanzale (cioè, fammi capire: hai una bambina con la faccia ferita da vetri rotti, probabilmente urlante dal dolore, e tu non trovi di meglio che metterti a filmare il davanzale coi frammenti di vetro? – A proposito: come sono piccoli quei frammenti!). E poi violenza, tanta violenza, ragazzi che scagliano pietre, per esempio – e chissà a quale delle due parti apparterranno quei ragazzi…

Ancora un paio di particolari prima di chiudere. Se si cerca Hebron in google maps si trova questo
Hebron google maps
ossia il nome arabo. In wikipedia invece (se avete abbastanza stomaco leggetevi tutta questa immonda pagina), oltre a “Stato: Palestina” trovate scritto “Pericolo dal 2017”. Beh, noi siamo entrati in 26, interi, e siamo usciti in 26, interi. Poi io alla vigilia del ritorno mi sono andata a sfracellare ad Akko, perché lasciare quel posto così mostruosamente pericoloso che è lo stato di Israele senza un graffio mi pareva brutto, ma questa è un’altra storia.

POST SCRIPTUM: grazie a Sharon Nizza e a Giulio Meotti per le informazioni e le precisazioni, e a Sharon anche per la pazienza.

barbara

AGGIORNAMENTO (dopo ulteriore osservazione). Ancora qualche nota sul fotomontaggio: la mano destra del bambino e la posizione delle gambe indicano che sta cadendo; la posizione del corpo e la tensione muscolare dell’avambraccio della ragazza mostrano uno sforzo intenso, incompatibile con posizione e sforzo muscolare della situazione che si vorrebbe rappresentare. Le ombre della donna araba e dei soldati sono proiettate in avanti (metà mattina o metà pomeriggio), mentre quella della ragazza è esattamente sotto di lei (mezzogiorno).

AUSCHWITZ: QUELLA VERA E LE ALTRE

È cominciato tutto con questo post pubblicato su FB da Giulio Meotti, critico sulla scelta di accogliere i cosiddetti migranti al Memoriale della Shoah al binario 21 a Milano.

Pessima la decisione della comunitá ebraica di Milano e del Memoriale della Shoah di aderire alla campagna umanitarista sui migranti, con impliciti paragoni fra la Shoah e le carrette del mare. La stampa vive di queste storie, con titoli edificanti sui “migranti al binario 21”. È due anni, che da Emma Bonino ai ministri svedesi, ci propongono il paragone fra ebrei nella Shoah e migranti nel Mediterraneo, fino a Papa Francesco che paragona i centri per migranti ai campi di concentramento. Si poteva usare il Binario 21 di Milano per manifestazioni a favore dei cristiani perseguitati, delle yazide stuprate, di tante minoranze oppresse dagli stessi nemici del popolo ebraico, le vere vittime della destabilizzazione in corso, non certo i migranti accuditi e protetti. Quello era “onorare la memoria della Shoah”. Gli ebrei dovrebbero difenderla nel momento di massimo negazionismo e mistificazione, di cui i palestinesi fanno quotidiano abuso, anche evitando queste trappole ideologiche sentimentali. Israele lo fa, curando chiunque, onorando la memoria della Shoah ma anche difendendo confini e cultura.

Immediatamente si è scatenato il finimondo da parte dei Buoni di Professione, che hanno preso a latrare come cani rabbiosi, arrivando a dare a Meotti del fascista. Tenace come un pilastro di cemento armato e deciso come un caterpillar, Meotti ha continuato a scrivere per denunciare la vergognosa banalizzazione della Shoah – molto peggiore del negazionismo – sempre più rampante.


Come la Shoah diventa il prezzemolo ideologico per chiudere ogni discussione

 “L’immigrazione e il linguaggio della menzogna. C’è chi spaccia per nuova Shoah la gestione dei nostri confini”

Giulio Meotti

Roma. L’approccio pragmatico all’immigrazione clandestina, il “metodo Minniti”, gli accordi con la Libia e la sua guardia costiera che compie i blocchi, il faticoso tentativo di gestione dei flussi, la firma di un protocollo di intesa con le ong. Come combattere tutto questo? Manipolando il linguaggio, aumentando il peso di parole e immagini portandole a livelli impossibili da sopportare, dispiegando il paragone storico più eclatante, appellandosi all’inaudito, al mai visto. I migranti sono la “nuova Shoah”. Come ha scritto Pascal Bruckner nella “Tirannia della penitenza”, “è così che diventiamo responsabili retroattivamente degli orrori commessi dai nostri antenati o dall’umanità intera”. Non è soltanto quello che fa Roberto Saviano su Repubblica, accusando Matteo Salvini di “attirare la canaglia razzista”, una bella stimmate. E’ quello che fanno a tamburo battente media e ong. “Quello dei migranti è un Olocausto”, iniziò Furio Colombo sul Fatto Quotidiano. Famiglia Cristiana: “Nell’olocausto dei migranti che avviene quotidianamente nel Mar Mediterraneo”.
Le proteste all’hub di Bagnoli, riportate questa settimana dal Corriere della Sera, sono scandite da queste frasi: “Mettiamo fine a questo scempio da campo di concentramento”. Linkiesta ha appena chiamato gli hotspot “campi di concentramento dove mancano solo forni e Zyklon B”, il gas usato dai nazisti per sterminare gli ebrei a Birkenau. Padre Zanotelli questa settimana alla trasmissione “In Onda” su La7: “Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah”. Il Manifesto ci va giù a raffica: “Crepano nei campi di concentramento della Libia”. E ancora Guido Viale: “Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista”. E Alessandro Dal Lago, che paragona le misure sulle ong a “quando la Svizzera chiuse le frontiere agli ebrei in fuga dal nazismo”. Sempre il Fatto Quotidiano la scorsa settimana: “Campi di concentramento gestiti dal governo”. Oxfam Italia, la ong critica dell’accordo del governo Gentiloni con la Libia, parla di “veri e propri lager”. L’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati: “Hotspot? Solo lager”. Se sono “lager”, le autorità italiane e libiche sono “carnefici”.
Giorgio Pagano, presidente dell’Associazione Mediterraneo, ha appena detto: “I nostri nipoti, se continuiamo così, forse diranno quello che oggi noi diciamo dei nazisti”. La Repubblica: “L’Olocausto dei migranti”. Moni Ovadia: “La Shoah di oggi? Il Mediterraneo”. Avvenire: “Profughi, l’Europa non ripeta l’errore che fece con la Shoah”. E poi la bella gente dello spettacolo. “Shoah ieri, migranti oggi: Ute Lemper canta per gli invisibili”. A ruota il Pime, il centro missionario di Milano: “La Shoah e i profughi”. “L’Olocausto che si ripete ogni giorno”, dicono le chiese evangeliche d’Italia. E ancora i convegni promossi dalla Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, con interventi di Pietro Grasso, Laura Boldrini e Gad Lerner, uno dei quali tenuto al Binario 21 di Milano, il Memoriale della Shoah che ospita i migranti. Titolo: “L’Europa, la Shoah, la strage nel Mediterraneo”. E richiami all’untermensch, il sub-umano nazista. E’ così che si azzera il dibattito su accoglienza e controlli, diventiamo tutti nazisti, in Libia come in Italia, e un governo italiano che prova a gestire i flussi è “collaborazionista”.
E’ la prima volta che in un paese occidentale si chiude ogni discussione sull’immigrazione evocando la Shoah, tara inespiabile. E’ manicheismo: da una parte, i buoni che vogliono “fermare la Shoah” e, dall’altra, i collaborazionisti. Chi si oppone è un “bystander” da anni Quaranta. “Salvare vite umane”, costi quel che costi. Impedire il “nuovo Olocausto”. “Fuck Imrcc” dice la nave dei tedeschi Iuventa. E alla fine, nella foga, ti scappa anche “l’Olocausto palestinese”.

(Kolot, 11 agosto 2017)

E ancora il giorno dopo.


La truffa del “nuovo Olocausto”

Giudici che paragonano un centro per migranti a un lager nazista. Intellettuali alla Erri de Luca che parlano di “sterminio di massa” di migranti. Alla radice del grande inganno culturale e lessicale di chi non vuole governare l’immigrazione

di Giulio Meotti

ROMA – L’ideologia, messa in circolazione dai giornali, finisce spesso per entrare nelle sentenze dei magistrati. Ieri, la prima sezione civile del tribunale di Bari ha condannato la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno a versare un risarcimento di 30 mila euro al comune di Bari. Motivo? Il “danno all’immagine” causato dalla presenza di un “cie”, i centri di identificazione dei migranti. “Si pensi ad Auschwitz, luogo che richiama alla mente di tutti immediatamente il campo di concentramento simbolo dell’Olocausto” osserva il magistrato. “E non di certo la cittadina polacca sita nelle vicinanze”.
Dunque, secondo la magistratura un centro per migranti sfigurerebbe il territorio barese come ha fatto il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau alla cittadina polacca di Oswiecim. L’uso sbrigativo, la reiterata propensione comparativa di categorie esplosive, come “sterminio” e “genocidio”, iniziò proprio contro i cie. “Quei lager chiamati Cie”, partì MicroMega dedicandogli un dossier. Poi La Repubblica, sorella nel gruppo Espresso: “Ecco l’inferno del centro immigrati. Campo di concentramento al San Paolo”. La Repubblica sembra aver ritrovato una missione nell’immigrazione, elevandola a causa ideologica, contro il tentativo del governo Gentiloni e del ministro dell’Interno Minniti di regolare i flussi dalla Libia. Si inizia con i pezzi di cronaca, come quello dell’8 agosto: “Libia, arrivano meno migranti che così finiscono nel lager” scrive Rep. Nei confronti dei migranti si consumano “atrocità degne dei peggiori campi di sterminio del XX secolo”. Si scopre che la Kolyma non è più battuta dalle tormente siberiane, ma dalle tempeste di sabbia del deserto libico. La polacca Sobibor oggi è la libica Sabha.
Coloro che consideravano “banalizzante” e dissacrante il paragone tra i sei milioni di ebrei dello sterminio nazista con i milioni nei regimi comunisti, gli anti-comparativi di allora, si sono trasformati nei supercomparativi che ora considerano doveroso mettere sullo stesso piano la più grande tragedia della storia con i campi per migranti in Italia e in Libia. Ieri è arrivato, rilanciato su Repubblica, l’appello firmato da intellettuali, personalità e ong, dal titolo “Io preferirei dino”, accompagnato dal filo spinato di un lager. Il titolo richiama i dodici professori che si rifiutarono di firmare il giuramento Gentile al regime fascista, lo storico Gaetano De Sanctis, il chimico Giorgio Errera, l’orientalista Giorgio Levi della Vida, il filosofo Piero Martinetti e lo storico dell’arte Lionello Venturi. Sui migranti, si legge nell’appello, “è in corso un nuovo sterminio di massa”. Allora “il nostro governo non è indifferente a questa carneficina ma complice”, inviando navi per impedire ai migranti di lasciare le coste e “perseguitando” le ong, Fra i firmatari, lo scrittore Erri de Luca e il critico d’arte Tomaso Montanari, l’Arei ed Emergency, sindacalisti, Mani Ovadia, sacerdoti come Alex Zanotelli e la Comunità di San Benedetto di don Gallo, ma anche i segretari di Sinistra Italiana e Rifondazione, Nicola Fratoianni e Maurizio Acerbo, e poi Vauro (quello che a Servizio Pubblico faceva vignette sull'”Olocausto dei migranti”). E’ lo stesso Erri de Luca che vede “vernichtung”, sterminio, ovunque, tranne dove c’è stato, come nelle terre dell’Isis. De Luca ha lanciato la campagna contro “lo sterminio degli ulivi pugliesi” (che tempi quando Elie Wiesel implorava i commentatori di tutto il mondo ad astenersi dal tirare in ballo l’Olocausto persino sul Kosovo). Paragoni che diminuiscono la capacità di capire e di distinguere.
Ma a una cosa servono: riaprire le rotte, costi quel che costi. Poi uno ripensa alle vecchie edizioni di Repubblica. E si ricorda che il “lager”, prima che nei centri per migranti, il grande quotidiano lo ha visto rinascere in una caserma di Genova: “Il lager Bolzaneto”. “Bolzaneto, il lager dei Gom”. “Il lager-prigione di Bolzaneto”. “Bolzaneto, immagini dal lager”. Di questo passo la Shoah è diventata tutto e niente. In Italia si iniziò chiamandola “Giorno della memoria”, quando in tutto il mondo è la “Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto”. Si è finiti istituendo la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”.

(Il Foglio, 12 agosto 2017)

E concludo la rassegna degli interventi di Giulio Meotti con questo post pubblicato, sempre su FB, poche ore fa in cui, con la sanguigna passione di sempre, risponde agli insensati attacchi della signora politicamente corretta di turno.

Mi ero promesso di non reintervenire, visto il liquame d’odio che mi era colato addosso dopo tre brevi articoli in cui si invitava il Memoriale della Shoah di Milano che ha aperto agli immigrati a non strumentalizzare e banalizzare la memoria. Ma se un deputato della Repubblica, Milena Santerini, mi attacca (articolo sotto), si merita una risposta, non rimarrò in silenzio. Specie perchè questa professoressa e politica, citando Liliana Segre, mi paragona alla “gente perbene” che nel 1943 rimase in silenzio mentre da Milano si deportavano gli ebrei ad Auschwitz. Santerini ha almeno l’onestà di paragonare gli ebrei avviati al macello industriale ai migranti avviati alla salvezza umanitaria: “l’indifferenza degli spettatori”, dice. Quella di Santerini è una pagliacciata ideologica spacciata per buoni sentimenti, è tornaconto elettorale, è falsa coscienza, è posizionamento di comodo, è abuso della storia, della politica e delle parole. Per questa gente la memoria è un banale rito pedagogico, o peggio, un intrattenimento popolare alla Vita è bella. La stanno uccidendo la memoria. A Milano ci sono state marce con decine di migliaia di persone a favore dei migranti. Ogni giorno sulla nostra stampa si paragonano gli ebrei decimati ai migranti salvati. Averne avuti gli ebrei di tanta “indifferenza” nel 1943, mentre li portavano al crematorio di Birkenau, ai camion a gas di Belzec, ai roghi a cielo aperto di Chelmno, nelle fosse delle Einsatzgruppen. Questi onorevoli, questi custodi della memoria, non si sono mai visti quando gli ebrei saltavano in aria nei bus ad Afula, quando i missili finivano nelle loro scuole a Sderot, quando venivano sgozzati nei loro letti a Itamar, quando venivano fatti a pezzi al Dolphinarium. Nessuno di loro parla mai sul mondo arabo-islamico negazionista dell’Olocausto. Anzi, spesso il giorno dopo questi compassionevoli di professione denunciavano la “rappresaglia” di Israele, la sua “occupazione” come causa di quei bagni di sangue. Ho incontrato troppi parenti di israeliani assassinati per non provare vergogna del loro doppio standard e della loro memoria vuota che usano come una clava. All’onorevole Santerini faccio infine notare che non sono affatto “per bene”, ma proprio un “fascista”, un “razzista”, uno “xenofobo”, peggio dunque degli spettatori di allora.

Aggiungo questa breve riflessione inviata a Informazione Corretta da Maria Pia Bernicchia (se dovesse esserci qualcuno che non la conosce, potrà agevolmente trovare informazioni in rete)

E’ davvero vergognoso che si speculi sulla Shoah e succede ancora troppo spesso. Fare paragoni significa non avere capito il principio basilare su cui poggia lo studio dello sterminio del popolo ebraico. Significa non avere letto, ascoltato, visto, pianto… abbastanza! E’ ora di finirla di equiparare i poveri profughi ai deportati ebrei. Nessuno li va a prendere, nessuno li tira giù dal letto a pugni e botte, nessuno li sbatte in carri bestiame, nessuno li deporta a morire in un altrove che l’INDIFFERENZA di tutti si rifiutava di vedere. E’ ora di finirla di equiparare gli israeliani ai nazifascisti. Chi continua a sostenerlo non sa, non vuole sapere… Infine è ora di finirla di considerare Auschwitz e Birkenau la Disneyland della Polonia. Non è sopportabile per chi come me fa ricerca da oltre 50 su quell’Inferno vederlo associato in viaggi di piacere che porteranno turisti a visitare Cracovia e…. già che siamo lì vediamo anche Auschwitz. Ad Auschwitz-Birkenau ci si va per andare ad Auschwitz-Birkenau. Se davvero ci si va dopo aver studiato e letto e pianto…. vi assicuro che non resta molta voglia per vedere altro. Shalom

M.Pia Bernicchia

E ancora una riflessione del giovane Gianluca Pontecorvo.

“Shoah e migranti, paragone che non esiste”

Gianluca Pontecorvo, Consigliere UCEI

Ho letto con dispiacere l’articolo di Gadi Luzzatto Voghera apparso venerdì su questo notiziario.
Polemiche simili sono ormai all’ordine del giorno all’interno dell’ebraismo italiano. Polemiche a cui si è sempre deciso di rispondere tramite altri canali ma è evidente che se il perimetro dello scontro/confronto diventa pubblico non ci si può esimere dal rispondere altrettanto pubblicamente. E pazienza se per una volta a rimetterci è la collettività. Se non scrivessi tali parole sul lungo periodo sarebbe solo peggio.
Giulio Meotti, soggetto non esplicitato nell’articolo dal direttore del CDEC, è un giornalista stimato e che merita con sincerità tutto il nostro apprezzamento. Un giornalista serio che non manca mai di metterci la faccia e mette costantemente a repentaglio anche se stesso per poter sostenere le proprie idee, tra cui ovviamente la difesa di Israele e degli ebrei. Ce ne fossero altri cento come Giulio Meotti nel panorama giornalistico italiano e non ci sarebbero problemi come antisemitismo e antisionismo in Italia.
Sottoscrivo inoltre le parole dell’amico Giulio nel registrare un certo sgradevole fenomeno politicizzato nel voler a tutti i costi rendere sempre più presente l’associazione tra Shoah e immigrati. L’ultimo della serie è comparso su Huffpost a firma di Roberto Della Seta: “Aiutiamoli a casa loro, significa nei lager libici?”.
Che senso ha fare tali paragoni? Che senso ha continuare ad ospitare migranti all’interno del Memoriale della Shoah di Milano che non rischiano, oggettivamente parlando, a causa dell’indifferenza, di finire nei forni crematori?
Certe cose bisogna dirle chiaramente e non ci si può più nascondere dietro un dito.

 (Moked, 13 agosto 2017)

Di questa indecente banalizzazione avevo, nel mio piccolo, scritto anch’io, già quasi quattro anni fa.
E infine ricordo – l’ho già fatto molte volte, ma non mi stancherò mai di continuare a farlo – il bellissimo libro di Giulio Meotti Non smetteremo di danzare.

barbara

MARK SPITZ

Mark Spitz 1
A chi non è sopra i cinquant’anni, difficilmente il suo nome dirà molto. E se, per riempire la lacuna, andate in Google, leggerete che è un ex nuotatore e che “Benché avesse solo ventidue anni, Spitz abbandonò il nuoto dopo i Giochi di Monaco”. Ecco, no, non è così, non è esattamente così che sono andate le cose. Mark Spitz non ha abbandonato il nuoto DOPO, le Olimpiadi di Monaco: lo ha abbandonato DURANTE le Olimpiadi di Monaco. Nel senso che ha proprio abbandonato le olimpiadi: anche se era solo ebreo, e non israeliano, non sapendo all’inizio se l’attacco si sarebbe esteso anche agli altri ebrei, è stato imbarcato in fretta e furia sul primo aereo e rispedito negli Stati Uniti. Suppongo che sia stato il trauma subito
atleti
a fargli lasciare per sempre il nuoto all’apice della gloria, proprio nel momento in cui era in assoluto il più grande nuotatore del mondo.


La leggenda vuole che lo abbia fatto perché, “avendo vinto tutto ciò che si poteva vincere, non gli era rimasto più niente per cui combattere”. Leggenda, appunto. Tanto più che a Monaco mancava ancora una gara da disputare, e da vincere.
Quanto alle olimpiadi maledette – nel senso di maledetti terroristi palestinesi (ma almeno quelli il Santo Mossad ha provveduto a sistemarli), maledetta polizia tedesca che ha rifiutato l’aiuto offerto da Israele, provocando il macello che ha provocato, maledetto comitato olimpico che ha fatto proseguire i giochi, maledetti tutti coloro che hanno continuato a guardarle e fare il tifo e divertirsi come se quella in corso fosse ancora una competizione sportiva – se ne è parlato in questo blog qui e qui, e ci si è indignati qui, e poi bisogna assolutamente rileggere questo, perché le cose che trovate qui non le avete mai lette in nessun giornale. Adesso finalmente, dopo quarantaquattro anni, l’infaticabile lotta delle due vedove Ilana Romano e Ankie Spitzer
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contro il silenzio, contro il rifiuto, contro l’ipocrisia, contro l’ignobile CIO, è arrivata (e chissà che, nel nostro piccolo, non siamo riusciti anche noi a portare la nostra microscopica gocciolina d’acqua) la vittoria: è stato inaugurato al villaggio olimpico il memoriale per le vittime della strage.
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Ah, Mark Spitz, dicevo: gran bell’uomo anche da vecchio.
Mark Spitz 3
barbara