IMPARO LA LEZIONE E POI LA APPLICO

Questa è la lezione

“In Occidente le persone ripetono a pappagallo slogan in cui non credono come nei paesi comunisti”

 “Non ci sono gulag in America. Non ci sono leggi che consentono i delitti d’onore. Non esiste un sistema di credito sociale come in Cina. Abbiamo ottenuto progressi incredibili e godiamo di libertà straordinarie. Eppure le persone non si comportano in quel modo. Agiscono, sempre più, come in un paese totalitario. Queste persone mi scrivono ogni giorno. Ammettono di censurarsi regolarmente al lavoro e con gli amici; di soccombere alla pressione sociale e twittare l’hashtag giusto; di ripetere a pappagallo slogan in cui non credono per proteggere i loro mezzi di sussistenza, come il fruttivendolo nel famoso saggio di Václav Havel”.
Scrive così la giornalista americana Bari Weiss in un lungo saggio apparso sul giornale tedesco Die Welt. Il riferimento è alla famosa storia di Havel, drammaturgo, dissidente e primo presidente della Repubblica ceca dopo il crollo del comunismo.
Un  fruttivendolo espone tra la merce una frase: “lavoratori di tutto il mondo unitevi”. Perché, si chiede Havel, lo fa? Perché così facendo “egli dichiara la propria fedeltà, nel solo modo che il regime è in grado di recepire, ossia accettando il rituale prescritto, accettando le apparenze come realtà, accettando le regole fissate del gioco”.
“L’America sta sviluppando rapidamente un proprio sistema informale di credito sociale, in cui le persone con la politica o la personalità online sbagliate sono bandite dai siti di social media e dalle reti finanziarie online”, spiega Bari Weiss. Così, la giornalista che si è dimessa dal New York Times perché non voleva più subire ricatti e offese ideologiche e professionali, stila una lista di cose da fare per opporsi alla censura.

• Ricorda a te stesso, in questo momento, la seguente verità: sei libero. È vero che viviamo in un mondo capovolto in cui premere il pulsante ‘mi piace’ sulla cosa sbagliata può portare a conseguenze incalcolabili. Ma cedere a coloro che cercano di confinarti ti fa solo male alla lunga.

• Sii onesto. Non dire nulla su te stesso o sugli altri che sai di essere falso. Rifiuta assolutamente di lasciare che la tua mente venga colonizzata. La prima cosa folle che qualcuno ti chiede di credere o di professare, rifiutala. Se puoi, fallo ad alta voce. Ci sono buone probabilità che ispiri anche gli altri a parlare.

• Attieniti ai tuoi principi. Se sei una persona perbene, sai che la giustizia del branco non è mai giusta. Quindi non unirti mai a un branco. Mai.

• Dai l’esempio ai tuoi figli e alla tua comunità. Significa essere coraggiosi. Capisco che sia difficile. Davvero difficile. Ma in altri tempi e luoghi, le persone hanno fatto sacrifici molto maggiori.

• Se una cosa non ti piace, lasciala. Comprendo appieno l’impulso a voler cambiare le cose dall’interno. E con tutti i mezzi: prova più che puoi. Ma se il leopardo sta mangiando la faccia della persona nel cubicolo accanto al tuo, ti prometto che non si asterrà dal mangiare anche la tua se pubblichi il quadrato nero su Instagram.

• Diventa autosufficiente. Se puoi imparare a usare un trapano elettrico, fallo. Ancora più importante: mettiti in testa che i social non sono neutri.

• Adora Dio più di Yale. In altre parole, non perdere di vista l’essenziale. Il prestigio professionale non è essenziale. Essere popolare non è essenziale. Portare tuo figlio in una scuola materna d’élite non è essenziale. Fare la cosa giusta è essenziale. Dire la verità è essenziale. Proteggere i tuoi figli è essenziale.

• Un amico è disposto a dire la verità anche se fa male alla sua parte? E pensa che l’umorismo non dovrebbe mai essere una vittima, non importa quanto desolate siano le circostanze? Queste persone sono sempre più rare. Quando le trovi, tienitele strette.

• Fidati dei tuoi occhi e delle tue orecchie. Affidati alle informazioni di prima mano di persone di cui ti fidi piuttosto che ai media.

• Hai la capacità di costruire cose nuove. Se non hai il capitale finanziario, hai il capitale sociale. O la capacità di sudare.
Giulio Meotti

E questa è l’applicazione

È brutta. Ha la faccia da scema e l’espressione un po’ (voglio tenermi bassa) da ritardata. Scrive ammucchiatine di parole insulse e lagnose, come potrebbe scriverle un bambinetto di seconda media. Se per poterla tradurre bisogna essere uguali a lei (madre single compresa?), io l’essere rifiutata lo considererei un onore tale che mi ci farei fare una coppa gigante che ricordi l’evento e la metterei nel posto più in vista della casa. (L’ho già detto che ho dichiarato guerra al politically correct?)

barbara

SGANGHERATA MISCELLANEA

Messe a caso, come viene viene.

Parole sante!
materasso bodyform
Questa non è una vignetta satirica: è realmente successo che un incontro antirazzista sia stato vietato ai bianchi
Avete presente i nostri parcheggi sul lungomare? Una fila lungo il marciapiede e fine. Questi sono i parcheggi della spiaggia di Haifa, in Israele.
È vecchia di tre mesi ma l’ho vista solo adesso, e non posso rinunciare a proporla
Per i non tirolesofoni: In Alto Adige ci sono oltre 200 tipi di pane. Il preferito fra tutti è “Questo qui!” seguito di stretta misura da: “No, quello vicino!” (i tedeschi – o almeno i tirolesi – gli altri in effetti non so – fanno un uso spropositato del punto esclamativo, che schiaffano praticamente dappertutto)
Quelli che l’orrendissimo Trump “teneva nelle gabbie“. Ma adesso per fortuna c’è “il nonno giovanile che ora serve all’America”, come l’ha splendidamente definito Beppe Severgnini, e ci pensa lui
E se sui pavimenti delle gabbie non c’è più posto? Niente paura, ci sono sempre i ponti, con degli spaziosi “sotto i ponti” in cui vivere nella massima comodità

E per inquadrare meglio la faccenda, ve lo faccio dire da Giulio Meotti.


La foto dei bambini migranti sotto un ponte che i media pro Biden non faranno vedere

E’ la foto che non vedremo sui nostri telegiornali e quotidiani. Famiglie di migranti e minori non accompagnati provenienti dall’America centrale in un centro per migranti degli Stati Uniti improvvisato sotto il ponte di Anzalduas a Granjeno, in Texas, dopo aver attraversato il fiume Rio Grande.
Il presidente americano Joe Biden ha scoraggiato gli aspiranti migranti a entrare negli Stati Uniti. “Posso dire abbastanza chiaramente: non venite”, ha detto Biden. “Non lasciate la vostra città”. C’è stato un drammatico aumento nel numero di bambini migranti in custodia negli Stati Uniti. Il segretario per la sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha dichiarato che “siamo sulla buona strada per incontrare più persone sul confine che negli ultimi 20 anni”. Si sono diretti verso gli Stati Uniti credendo che l’amministrazione Democratica sarebbe stata più accogliente rispetto a quella del suo predecessore, Donald Trump.
Nel 2019, Biden aveva detto: “Le politiche di Trump sull’immigrazione sono un attacco alla dignità umana. Non siamo un Paese che nega ai bambini il sapone e lo spazzolino da denti”. Adesso, racconta la CBS, che non è certo un media trumpiano, “i bambini dicono di essere affamati, che fanno la doccia solo una volta ogni sette giorni e che le condizioni sono così sovraffollate che hanno dovuto dormire a turno sul pavimento”. Le condizioni descritte sono nel centro per bambini migranti a Donna, in Texas.
I bambini migranti in custodia sarebbero 13.000, scrive sempre la CBS. I minori non accompagnati, racconta il Wall Street Journal, “aspettano in celle di detenzione anguste con pavimenti e panche di cemento” e dove le “luci rimangono accese 24 ore”. Che questi bambini dormano per terra lo scrive anche il New York Times, il megafono dei Democratici. 
Nessun moralismo o ipocrisia. Una democrazia che affronta una simili crisi migratoria alle frontiere fa quello che può. Ma ricordiamo nel 2019 quando i media di tutto il mondo e i Democratici parlarono di catastrofe morale e di un nuovo nazismo? Ora che non c’è più Trump, per i migranti non ci sono neanche più telecamere e lacrimucce. Era solo politica.

Naturalmente è sempre stato chiaro che dei cosiddetti migranti, esattamente come dei palestinesi, delle donne, degli omosessuali, dei negri non frega niente a nessuno e che i proclami sono pura propaganda politica, ma non fa male ricordarlo ogni tanto.

barbara

PENSIERI E PAROLE

(perché voi di un campo di grano non ne sapete niente, e allora ve lo racconto io).
E cominciamo con l’ennesimo scandalo a corte.

“Boicottiamo la regina Elisabetta, è razzista”

Così la fondatrice di Black Lives Matter, Opal Tometi. Si occupasse di schiave nigeriane, anziché di far inginocchiare la regina 95enne che sta lì da quando Hitler bombardava Londra [e lei difendeva la civiltà dalla barbarie nazista facendo la camionista per l’esercito, a 18 anni]

La fondatrice di Black Lives Matter chiede il boicottaggio della famiglia reale dopo le accuse di razzismo alla casa reale da parte di Meghan Markle, che sostiene Black Lives Matter. La scrittrice e attivista Opal Tometi ha esortato a rivoltarsi e a cancellare la monarchia inglese perché non sosterrebbe le persone di colore.
Nessuna meraviglia. I fondatori di Black Lives Matter hanno ammesso di essere degli ideologi marxisti. Vi spiccano ex membri dei Weather Underground, un gruppo terroristico della sinistra radicale che, negli anni Sessanta, tentò di scatenare una rivoluzione comunista negli Stati Uniti. Black Lives Matter afferma di voler abolire la famiglia, la polizia, le prigioni, l’“eteronormatività” e il capitalismo. Per loro, i Windsor sono solo un altro simbolo del “suprematismo bianco”.
Tometi, nata in America da genitori nigeriani, dice di essersi ispirata per Black Lives Matter dalla storia della sua famiglia. Per servire davvero la causa della dignità, dell’antirazzismo e difendere le persone di colore potrebbe tornare a guardare a quel che accade in questi giorni in Nigeria, dove migliaia di donne e bambine vengono rapite. Sarebbe una causa ben più nobile e urgente della mascalzonata contro una regina che sta per compiere 95 anni e che sta lì da quando Hitler bombardava Londra, teneva discorsi alla radio e serviva come ausiliaria nell’esercito inglese, l’unico che tenne testa al nazismo fra le tante monarchie e paesi europei.
In alternativa, che ne diciamo di boicottare noi Black Lives Matter?
Giulio Meotti, qui.

Certo che se un’attricetta arrivista (il suo primo marito era un produttore) incontra un nazistoide,

non è molto facile che ne esca qualcosa di buono. Però guardate come piange poverina, incurante del trucco che si scioglie e cola giù da tutte le parti!

E a proposito di Black Lives Matter

Lorenzo Capellini Mion

Tampa, FLA

L’agente Jesse Madsen, che nella sua vita dedicata alla Nazione ha prestato servizio nel Corpo dei Marines, decorato in combattimento, e nella Guardia Nazionale della Florida oltre che in altre tre unità di polizia prima di raggiungere il dipartimento di polizia di Tampa, martedì mattina è morto gettandosi intenzionalmente sulla traiettoria di un veicolo fuori controllo, alla cui guida c’era un ragazzo alterato da droghe, per proteggere l’incolumità di altri automobilisti.
Nella sua onorata carriera Madsen aveva già vinto sette premi per aver salvato vite di persone di ogni etnia e colore.
Per me il giornale unico si guadagnerà un minimo di credibilità solo quando, oltre ad inginocchiarsi per dei criminali, si occuperà anche di storie come quelle dell’agente Jesse Madsen che lascia una moglie e tre figli, di 16, 12 e 10 anni.
Ora e per sempre: Blue Lives Matter

Ma queste cose è difficile che facciano notizia. Un po’ come per i palestinesi: se non sei terrorista e se non ti ammazza un israeliano vali meno di zero, e nessun giornale ti dedicherà mezza riga. A proposito: se a causa delle criminali politiche del nostro governo vi ritrovate con l’attività chiusa, zero entrate e una famiglia, oltre a voi stessi, da mantenere, e siete disperati e non sapete dove sbattere la testa, vi posso dare un buon suggerimento: andate in Israele e fate fuori un po’ di ebrei. E se avete tanti figli da mantenere, cercate di ammazzarne tanti:

Restando in America, vi ricordate quel detto secondo cui “Tu sai cento parole, il padrone ne sa mille: per questo il padrone è lui”? Ebbene sì, sapere tante parole è straordinariamente utile in politica:

E sempre a proposito di parole

Passiamo ora al nuovo proibizionismo.

Roma. Il clima è quello in cui il più celebre fumettista americano, Theodor Geisel, “Dr. Seuss”, scomparso nel 1991 e che ha venduto 650 milioni di copie di libri per l’infanzia, fra cui “Il Grinch”, è diventato infrequentabile. Sei libri del Dr. Seuss non verranno più stampati a causa di “immagini razziste” e sono stati ritirati dalle scuole della Virginia, dal portale di vendite eBay e dalla Chicago Public Library. Appena sei anni fa, Michelle Obama aveva portato uno dei libri del Dr. Seuss alla Casa Bianca, “The cat in the hat”. Oggi l”`Iliade”, “Le avventure di Huckleberry Finn”, “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee e “Uomini e topi” di John Steinbeck vengono ritirati da molte scuole, mentre “Tintin in Congo” di Hergé, scrive il New York Times, “è diventato praticamente introvabile negli Stati Uniti”. Allo stesso modo i libri di Richard Scarry, il prolifico autore e illustratore di libri per bambini che ha venduto 160 milioni di copie, sono stati “rivisti” per riflettere l’uguaglianza di genere. Così un orso poliziotto è diventato un orso femmina e una gatta che spinge un passeggino è diventata un gatto. Nel 2018 e nel 2019, la Toronto Public Library ha ricevuto numerose richieste di rimozione di libri. Come “Good Dog Carl and the Baby Elephant”, perché in esso “i bambini piccoli vengono lasciati incustoditi in uno zoo e interagiscono con animali selvatici, concetti obsoleti”. Volevano che il libro fosse rimosso dalla collezione dei bambini e che la biblioteca “distruggesse tutte le copie”. Racconta il National Post che “Peter Pan è stato rimosso dalla Toronto Public Library”. Il libro di J. M. Barrie è stato collocato in una sala speciale di lettura di titoli controversi, accusato di contenere “molti stereotipi grotteschi, scene di appropriazione culturale e dialoghi offensivi”. In Unione Sovietica avevano le “spezkhran”, i fondi speciali delle biblioteche. Libri con il timbro “per uso di servizio”. Lo slogan era: “Meglio vigilare troppo che poco”. Alla biblioteca di Leningrado, ogni libro aveva una, due o tre stellette a seconda del “rischio” che rappresentava. C’erano i romanzi di Balzac, George Sand, Emile Zola e Ibsen, perché “quasi tutti i personaggi dei suoi drammi danno vita a una dura protesta contro la struttura sociale”. Qualche giorno fa, sul New York Times, Pierre Nora, che in Francia ha diretto il Débat, ha attaccato così la cancel culture: “Alcuni di noi sono abbastanza vecchi da avere echi in testa di Goebbels che disse: `Quando sento la parola `cultura’, metto mano alla pistola”.
Giulio Meotti, qui.

E contro il proibizionismo ci resta un’unica difesa: il contrabbando:

E veniamo alla peste, che più che i polmoni dei pazienti sembrerebbe devastare i cervelli di chi governa e decide.

Stefano Burbi

Mi ha appena telefonato un mio amico fraterno che mi ha raccontato un episodio molto sintomatico dei tempi bizzarri che stiamo vivendo.
Ieri, a Verona, si è recato in un albergo dove alloggiava un suo amico per incontrarlo nella hall: è entrato, munito di mascherina ormai di ordinanza, si è sottoposto al rito della misurazione della febbre, superando brillantemente il test. Poi ha trovato ad attenderlo l’amico: i due si sono salutati e stavano per accomodarsi sul divano della sala per poter parlare, quando l’addetta alla reception, sia pure con modi cortesi, li ha invitati ad uscire dall’edificio, in quanto le disposizioni anticovid per la zona arancione, impedivano che un ospite si trattenesse all’interno dell’hotel con una persona proveniente dall’esterno.
I due, sorpresi, si sono dovuti adeguare, ma prima di andarsene, il mio amico ha chiesto: “Ma se io prendessi adesso una stanza in questo hotel, potrei restare? Non ci sarebbe più pericolo di Covid?’”
La ragazza, visibilmente imbarazzata, ha annuito.
Dal bizzarro mondo dell’anno uno d. C. (dopo Covid) è tutto.
E scommetto che ci sarà qualcuno che troverà queste regole perfino sensate…
Stefano Burbi

Certo, perché la prudenza non è mai troppa e la cosa migliore da fare è obbedire

anzi, come dice il motto, “Usi obbedir tacendo e tacendo morir”.

Purtroppo però, se il virus devasta il cervello dei governanti ed “esperti”, le scelte di questi ultimi devastano la vita, la salute e la psiche dei sudditi sani:

Boom di risse tra giovani a Parigi: il lockdown porta il disagio anche nei quartieri chic

L’esplosione della violenza tra i più giovani è legata, secondo molti esperti, all’effetto combinato delle restrizioni e del quasi azzeramento della vita sociale sotto pandemia. In Francia il coprifuoco è in vigore da ormai cinque mesi, situazione inedita dalla fine della seconda guerra mondiale. Appello del governo per trovare soluzioni

Soluzioni? Usare aeroplani militari per irrorare le città con sedativi nebulizzati, o smetterla con i lockdown. (qui)

Se poi guardiamo in questo grafico l’andamento della mortalità in cinque Paesi, di cui quattro con segregazione e uno no…

qui

E non si venga a parlare di diversa densità di popolazione: Stoccolma ha una densità maggiore di quella di Milano!

Ma forse la colpa in realtà non è del governo, bensì

Concludo con due note positive: una è che se alle prossime elezioni (2022, 2032, 2042, quello che sarà, ma insomma prima o poi dovranno pure arrivare, no?) voteremo tutti in massa Giorgia Meloni, succederà una cosa bellissima

L’altra è che il giudice di Berlino ha nominato un suo rappresentante a Reggio Emilia

Coronavirus, escono di casa con l’autocertificazione falsa. Il giudice: “Non è reato. Il Dpcm è illegittimo”

Il Tribunale di Reggio Emilia: un atto amministrativo non può limitare la libertà personale di movimento, è contrario alla Costituzione un obbligo generalizzato a restare nella propria abitazione. (qui)

E per finire, naturalmente

barbara

COME CANCELLARE L’ESSERE UMANO IN NOME DEL PROGRESSO

Due pezzi, uno più agghiacciante dell’altro. Sono tutte cose più o meno note, solo che ad ogni intervento dei buoni di professione si aggiunge una nuova spinta verso il baratro che ci sta ormai ingoiando.
I commenti in corsivo in parentesi quadra sono naturalmente miei, come sempre.

La identity politics è negazione dell’individuo, della sua libertà e del suo valore

Il Superbowl disputatosi recentemente mi ha fatto venire in mente un bellissimo film ambientato nel mondo del football americano: “Il sapore della vittoria – Uniti si vince”. Il protagonista è Herman Boone, interpretato da Denzel Washington, un allenatore afro-americano che deve guadagnarsi il rispetto della sua squadra, composta per la prima volta da bianchi e neri, nell’America degli anni ’60, dove il razzismo sistemico era una cosa vera e non un prodotto della fervida fantasia dei millennials.
Boone ha un allenatore in seconda che è il classico prototipo del liberal che si finge di larghe vedute: bianco, tratta i neri in squadra con compatimento e senso di pietà. La frase rivelatrice è quella che Boone gli rivolge, per contestare il suo vizietto di consolare i giocatori neri (e solo loro) ogni volta che questi ricevono un rimprovero da Boone:
“Io sono cattivo allo stesso modo con tutti i ragazzi della squadra. […]. Lei non gli fa un favore con la sua condiscendenza, ne fa dei menomati”.
C’è da scommettere che tale film non sia stato inserito nella lista di quelli che alcune aziende hanno cominciato a raccomandare ai propri dipendenti.
Ma che c’entra un privato con i gusti cinematografici dei suoi dipendenti?
C’entra eccome, soprattutto se siamo a febbraio, il Black History Month. Nato come serie di eventi per celebrare l’orgoglio di essere afro-americani [vogliamo provare a immaginare che cosa succederebbe se qualcuno proponesse di celebrare l’orgoglio di essere euro-americani bianchi?], l’iniziativa è stata fatta propria da grandi gruppi (Nordstrom ad esempio, specializzato in abbigliamento) fino ad agenzie di marketing, che invitano il personale a guardare film interpretati o diretti da persone di origine africana, ascoltare musica black [soprattutto classica, mi raccomando], leggere libri di neri, ecc. Ci sono persino app per trovare negozi gestiti da neri. [A casa mia una roba di questo genere si chiama purissimo razzismo DOC, garantito al 100%]
La chiamano inclusività, per darsi una patina di buone intenzioni. [E non hanno ancora scoperto che la patina sporca peggio della morchia]
La realtà è ben diversa: il politicamente corretto e la identity politics, partorite nei campus americani, dopo aver infettato i media stanno diventando sempre più invasivi.
Non si capisce infatti il nesso tra il fatto che un negozio sia gestito da una persona appartenente ad una certa etnia e il rapporto qualità-prezzo, la cortesia, la competenza del negoziante, che dovrebbero essere i criteri principali nella scelta fra tanti soggetti tra loro in concorrenza.
Nulla c’entra con il libero mercato. Perché nulla c’entra con l’aggettivo libero. Le quote rosa (o nere, o di qualsiasi altro colore) sono infatti la negazione della libertà.
Alla decisione libera e razionale del consumatore nello scegliere un prodotto o del dirigente nello scegliersi un collaboratore, viene sovrapposto (anzi, quasi imposto) il rispetto di criteri la cui violazione porta ad accuse di sessismo, razzismo, ed altri ismi assortiti.
Ad oggi si tratta solo di iniziative “spontanee” di alcune aziende. Domani però la cosa potrebbe prendere una piega molto pericolosa, nel caso qualche legislatore si sognasse di imporle per legge.
Già adesso, come ricordato da Jordan Peterson, nello Stato di New York all’interno delle aziende si può essere multati se ci si rivolge ad un collega utilizzando un pronome personale che non rispecchi la sua “identità di genere”.
Peterson, celebre psicologo canadese, è non a caso uno studioso dell’autoritarismo, specialmente di quello di sinistra. [quella del sessantottesco “Vietato vietare”]
Una sinistra che alla fine mostra il suo vero volto: il disprezzo per il singolo individuo e il tradimento dell’American Dream, quello dell’uomo libero, pioniere in territorio inesplorato, che riesce a coronare i suoi sogni col duro lavoro e l’impegno che mette in luce i suoi meriti.
Merito e meritocrazia sono infatti parole proibite nella neo-lingua che i sacerdoti del politicamente corretto usano nei loro culti. [Possiamo chiamarli “messe nere”, questi culti che assomigliano sempre più al satanismo col suo corollario di sacrifici umani – non sempre solo simbolici?]
Tutti vengono etichettati, in base al genere, all’orientamento sessuale, all’etnia, come se ciò bastasse a definire un individuo e le sue aspirazioni. Sono queste appartenenze a decretare il rispetto e l’accettazione da parte degli altri, non il valore in sé di quello che si dice o si fa.
Le conseguenze sono alle volte imprevedibili, soprattutto dove le categorie si sovrappongono: spassosissime le liti tra alcune femministe e gruppi transgender.
La sinistra però non sembra dare peso alle contraddizioni che il suo pensiero genera: con la sua (il)logica orwelliana, si può essere ossessionati dal colore della pelle e dall’appartenenza etnica ed al tempo stesso lottare contro un razzismo che si ritiene infiltrato ovunque, anche nei nostri retro-pensieri.
Per quanto mi riguarda, non seguirò alcuna raccomandazione in fatto di film che non possa essere quella di un critico o di chi abbia già visto il film. Non sprecherò nemmeno un minuto del mio tempo a guardare Lupin neri o Achille neri (il blackwashing cinematografico meriterebbe un articolo a parte).
Continuerò invece a guardarmi film con Denzel Washington, non perché nero, ma perché uno degli attori migliori in circolazione (e lo sarebbe anche se fosse trasparente). Perché come Herman Boone, penso che per scoprire i talenti dei neri non servano quote, mesi loro dedicati o il compatimento di qualche liberal da salotto.
Bastano meritocrazia e competizione a renderli persone libere e responsabili, sia che portino la loro squadra alla vittoria o che falliscano nel segnare una meta, anziché dei menomati come vorrebbe la sinistra con le sue pretese di redenzione etnica.
Fabrizio Baldi, 11 Feb 2021, qui.

Benvenuti al Ministero della Verità

In Inghilterra via “allattamento al seno”, “latte materno” e “madre”. Per essere amici dei trans si dirà “allattamento al torace” [che poi possano allattare solo toraci dotati di ghiandole mammarie e dotti lattiferi (di cui temo che le persone che esibiscono cartelli proclamanti “ci sono ragazze col cazzo. Fatevene una ragione” siano leggermente sprovviste) è un dettaglio talmente trascurabile che possiamo benissimo fare finta che non esista], “latte umano” e “cogenitore”. E’ il buco della memoria di “1984”
Si deve dire “allattamento al torace” anziché “allattamento al seno” e sostituire il termine “madre” e “padre” con “genitore che partorisce” [E come la mettiamo con la discriminazione nei confronti del genitore che non partorisce?]. E’ la politica trans-amichevole del Brighton and Sussex University Hospitals NHS Trust, il primo in Inghilterra ad attuare una ideologia linguistica inclusiva per il suo dipartimento di servizi alla maternità. Il personale è stato istruito a sostituire anche “latte materno” con “latte umano” [che ovviamente potrebbe essere benissimo anche paterno, solo che il soggetto in questione dichiari di sentirsi femmina. No cioè aspetta, come fa a dire di sentirsi femmina se quella parola sta nell’indice delle parole proibite tipo l’indice dei libri proibiti dalla Chiesa in epoche che noi solevamo chiamare e considerare oscurantiste?]

La Gran Bretagna sta prendendo molto sul serio “1984” di George Orwell. Siamo entrati nel territorio del Ministero della Verità. Questa politica linguistica trans dovrebbe allarmare chiunque creda nella ragione e nella libertà. È una follia. E la maggior parte delle persone sa che è una follia. Le persone dovrebbero essere libere di identificarsi con tutto ciò che vogliono. Ma gli altri dovrebbero essere liberi di dire: “Non sei quella cosa che dici di essere. Ma buona fortuna”. Invece oggi dire che ci sono due sessi è diventato equivalente a un crimine linguistico. Queste norme ne sono la dimostrazione. Ne è la dimostrazione il caso J.K. Rowling. Ne è la dimostrazione la cacciata delle femministe critiche del transgender dalle università britanniche. E molti altri esempi.
Come Winston Smith in “1984”, che al Ministero della Verità altera il passato, abbiamo istituzionalizzato la menzogna e questo non è sano per la democrazia [direi che non è sano neanche per l’equilibrio mentale]. Nel romanzo di Orwell il “buco della memoria” è un meccanismo ideato per alterare o far sparire foto, parole e documenti con l’intento di far sì che non siano mai esistiti. Ora scopriamo che esiste davvero.
Giulio Meotti, qui.

E prima o poi scopriremo che esistono davvero anche le sale di tortura, in cui per esempio ti mettono davanti agli occhi una gabbietta con dentro dei topi affamati e inferociti e si accingono a sollevare la barra che la chiude. E a quel punto nessuno sarà più in grado di affermare “Io non ho tradito”.

barbara

CULO CHE TREMA SIGNOR BIDEN?

La storia del giudice Thomas fa tremare Biden e il suo mondo

Il Washington Post ha chiesto al giudice della Corte Suprema, justice Clarence Thomas, di ricusarsi dal supremo organo giudiziario del Paese. Si tratta di una richiesta all’apparenza bizzarra, ma che risponde a determinate – e piuttosto disperate – ragioni politiche.
Nella carriera del giudice afroamericano, infatti, c’è un momento di grande difficoltà che ora sta tornando a galla – dove protagonista era proprio Joe Biden.
Nel 1991, il presidente George H. W. Bush aveva nominato alla Corte Suprema Clarence Thomas, un giudice di circoscrizione federale. Una collaboratrice di Thomas, Anita Hill, disse all’FBI che anni prima si era sentita molestata da Thomas con conversazioni a contenuto pruriginoso e ripetuti inviti ad uscire con lui. Questi dettagli misteriosamente – diciamo così – finirono ai media, con l’effetto di mettere in dubbio un’elezione alla Corte Suprema che pareva non avere ostacoli di sorta.
Le accuse sconce, diventarono, ovviamente, il tema principale delle audizioni della commissione di senatori che dovevano approvare la nomina. Commissione a capo della quale c’era lui, il senatore Joseph R. Biden. Le illazioni di Biden e soci contro il giudice nero finirono così in diretta televisiva nazionale.
Il giudice Thomas negò le insinuazioni, e difese il suo onore – e quello di tutti i neri conservatori, cioè di quei neri che non soddisfano l’ordine imposto dalla sinistra americana, dove il nero deve essere un povero e automaticamente votante per i Democratici – con un discorso deciso e toccante.
«La Corte Suprema non vale tutto questo. Nessun lavoro vale tutto questo».
Nelle immagini del video potete vedere il sorrisetto del capo-inquisitore, il senatore Joe Biden. In pratica, nel 1991, Joe Biden diffamò in mondovisione  il giudice Thomas, accusandolo di molestie senza uno straccio di prova, tutto per non fare approdare alla Corte Suprema un conservatore o forse – è la tesi implicita della difesa di Thomas – per non elevare un afroamericano non-democratico, quindi fuori dallo stereotipo, oggi vivissimo, della minoranza oppressa. 
Proprio lui, quel Joe Biden eletto presidente dai network TV, che dovrebbe quindi giurare sulla Bibbia postagli dal giudice Thomas, il più anziano dei membri della Corte Suprema.
Ora forse potete capire perché i Democratici vogliono chiudere la partita subito e neanche lontanamente passare dalle parti della Corte Suprema, dove i giudici di estrazione conservatrice sono 6 contro 3, e dove l’anziano del gruppo è proprio Thomas.  L’obiettivo è quello di creare una situazione di stallo (quattro a quattro). 
Qualcuno — e il Washington Post in primis lo sta facendo capire — inizia a sentire la terra franare sotto i piedi, perché sanno che la Suprema Corte potrebbe ribaltare tutto — motivo per il quale oggi il mainstream d’oltreoceano cerca di mistificare la situazione e offuscare figura di Trump, financo inventandosi il fantomatico rischio di un divorzio con Melania.
Thomas, cresciuto cattolico e studente di scuole cattoliche, alla Corte Suprema è con Neil Gorsuch (una nomina di Trump) un proponente della legge naturale: la dottrina di filosofia del diretto contro la quale il progressismo si scaglia da secoli.
Immaginare un nuovo incontro tra il candidato Biden e il giudice Thomas è qualcosa che nemmeno nella trama di un film: una storia dolorosa, due universi contrapposti, convergono ancora una volta.
Noi, un po’ di terrore, fra i Democratici e  l’impero dei network asserviti , iniziamo a fiutarlo.
Roberto Dal Bosco, Cristiano Lugli, qui.

Vediamolo dunque il meraviglioso – non conosco altre parole adeguate – Clarence Thomas nella sua appassionata e toccante difesa

E qui il suo ultimo intervento

E vediamo anche un brevissimo spezzone del signor Biden – quello che l’imbecille di turno chiama “il nonno giovanile che serve ora all’America” – che sembra in seria difficoltà a controllare il livore, la rabbia, l’odio, simile a un cane idrofobo con la bava schiumante che gli cola dalla bocca.

E si noti la malafede di chi vorrebbero escluderlo dalle decisioni nella convinzione, per non dire certezza, che non si lascerebbe scappare l’occasione per vendicarsi del male fattogli da Biden 29 anni fa, votando, se necessario, contro la verità e contro la propria coscienza. Ossia proiettando su di lui tutta la propria perfidia e tutta la propria meschinità.
E ventisette anni dopo avere tentato di stroncare la carriera di un giudice conservatore infangando la sua reputazione per mezzo di false accuse di molestie sessuali, ci hanno riprovato con Brett Kavanaugh (uno, due, tre). E pensare che Biden, per il quale non c’è neppure bisogno di credere sulla parola alla querelante, dato che almeno qualcuna delle sue performance è stata immortalata in video visibili a tutti, è davvero l’ultima persona al mondo a potersi permettere di pontificare sull’argomento.
Comunque tranquilli, che dopo i quattro anni in cui Trump non ha fatto altro che dividere il Paese, loro adesso lo riuniranno e riappacificheranno.

Qui. E si noti quel delizioso “Aggressively but nonviolently”.

Aggiungo questo stupendo pezzo, chiaramente evocativo, di

Giulio Meotti

Ho visto gli attori scendere dai propri attici del Regno Incantato e ballare estasiati per strada
Ho visto il Partito Comunista Cinese intravedere felice una “opportunità”
Ho visto gli scrittori zuccherosi inginocchiarsi sedotti dallo spirito del tempo
Ho visto tutte le redazioni del Giornale Unico stappare bottiglie di champagne messe in frigo quattro anni fa
Ho visto i soliti parrucconi del potere rilassati
Ho visto ospedali e organizzazioni cattoliche preoccupate per l’imminente perdita della libertà religiosa
Ho visto le organizzazioni che vogliono far abortire al decimo mese come nei romanzi di Philip Dick
congratularsi a vicenda
Ho visto gli iraniani e i palestinesi tirare un grande sospiro di sollievo
Ho visto l’Unione Europea più arzilla
Ho visto l’Onu fare i conti del denaro che tornerà a scorrere
Ho visto le università già al lavoro per mettersi su i corsi di rieducazione dell’uomo bianco cattivo
Ho visto in festa “Cordicopolis”, la città del cuore di Philippe Muray
Ho visto Greta tornare a sorridere
Ho visto tutto questo e molto altro e ancora non è neanche iniziata ma già un po’ mi manca quel deplorevole di Trump. Perché quando “i buoni” sono troppo contenti, non si prepara nulla di buono

E chissà e senza Trump sarebbe mai stata possibile una cosa come questa.

barbara

MENTRE L’ATTESA SI PROLUNGA 2

Comincio con questo sconvolgente episodio, assolutamente senza precedenti nella storia, che sicuramente rappresenterà un funesto precedente foriero di tragedie future. E questo lo dedico alle persone bizzarramente convinte che in America comandi Trump.

Qui l’articolo.

Proseguo con quest’altro video, che ci mostra da dove vengono i soldi per la campagna di Biden. E questo lo dedico alle persone che sembrerebbero bizzarramente convinte che, siccome in America comandano le corporation, ne sarebbe automaticamente avvantaggiato chi comanda al momento.

Quest’altro pezzo, preso dalla pagina di Jaime Andrea Jaime, residente negli USA, lo dedico alle persone bizzarramente convinte che col voto postale i brogli siano pressoché impossibili (l’ha detto Nature, mica il NYT o FoxNews!)

Allora, per i plancton.
Da sempre in USA si può votare per posta da casa con una scheda che si richiede espressamente al locale ufficio elettorale dove ci si deve preventivamente iscrivere mostrando documenti, identita’, Social Security e prova di residenza (normalmente un conto della energia elettrica o telefono o gas o mondezza).
Si chiama Absentee Ballot ed ovviamente e’ anche per i milioni di americani in giro per il mondo sia privati che TUTTI i militari e Diplomatici.
Quello che invece, con la scusa del Ciaina Vairus, si sono inventati e’ di inviare la scheda a tutti secondo liste di residenza e NON secondo quelle certificate degli uffici elettorali.
In pratica la mandano a tutti, cani e porci, morti, traslocati finiti in galera…., senza nessuna certificazione di identita’, come se uno andasse a votare senza nemmeno mostrare un documento comprovante chi realmente e’.
Chiare le truffe possibili che capirebbe un bambino dell’asilo?

Raccomando invece la lettura di questa ottima analisi di Mordechai Kedar a coloro che ancora non si rendono conto dell’immane catastrofe che incombe sull’intero Medio Oriente con la presidenza Biden – leggi Obama+Clinton+Kamala Harris.
Il prossimo articolo potrebbe forse fornire qualche spunto di riflessione a chi è fortemente critico su temi quali Cina, UE, clima. Da parte di un giornalista che non è mai stato un trumpiano a oltranza.

Giulio Meotti

Non sono mai stato un trumpiano tanto per fare, non ho mai amato certe sue mattane e familismi e che non abbia letto più di cinque libri in vita sua, ma ora che ha perso qualcosa va detto chiaro. Trump è stato eletto per porre fine ai cosiddetti interventi “umanitari” e lo ha fatto. Ha eliminato il Califfo Baghdadi e il Generale Soleimani senza farsi trascinare in nuovi Vietnam. Ha annullato l’”accordo” di Obama che avrebbe dato all’Iran una via alle armi nucleari, una nuova Monaco. È uscito dal ridicolo accordo sul clima di Parigi. Ha rafforzato la posizione di Israele in Medio Oriente e costretto Emirati Arabi, Sudan e Bahrain a farci la pace. Ha osteggiato l’Onu. Ha detto agli europei che dovevano contribuire di più alla propria sicurezza, oltre al proprio luna park sociale. Ha eletto giudici importanti alla Corte Suprema, nemesi della cultura progressista che vorrebbe l’America simile alla Svezia (penso ad Amy Barrett e alla sua famiglia [che ha preso il posto di quella, recentemente defunta, che per ventisette anni ha prostituito la legge all’ideologia]). Ha completamente cambiato il modo in cui gli americani pensano alla propria dipendenza dai prodotti cinesi a buon mercato. Mai prima la Cina ha sentito una minaccia al proprio dumping economico planetario. Quando un paese industriale avanzato non è in grado di produrre mascherine chirurgiche, guanti e gel per le mani e ibuprofene durante una pandemia, significa che la globalizzazione si è spinta troppo oltre. Va rivista per non morire in suo nome. E questo vale anche per l’Italia. Ma il più grande risultato di Trump è stato nell’economia. Durante i primi tre anni della sua presidenza, una quota importante di ricchezza è andata ai lavoratori più poveri. Ha portato crescita salariale agli svantaggiati. Ecco perché gli elettori nelle zone dimenticate del paese, i forgotten men che ho descritto due giorni fa, hanno votato per lui nel 2016 e in numero ancora più grande nel 2020. Ecco perché un numero sorprendente di afroamericani si è rivolto a lui quest’anno. Con la “giustizia sociale” le minoranze non mangiano. Le sue restrizioni all’immigrazione hanno ridotto la concorrenza per gli americani più poveri. Trump tornerà a giocare a golf in Florida. Quella che perde è una certa idea della realtà. E’ quella che ha portato molti immigrati che lavorano duro a votare Trump e quasi tutti i bianchi benestanti a votare Biden. Perdono i vecchi, sporchi rapporti umani e vince il Silicio dei social. Perde la nazione e vince il “villaggio globale”. Perde l’idea che la propria cultura conta e vince il multiculturalismo. Dopo questa festa di liberazione da Trump ci sarà da lavorare per l’Occidente. Se devo scegliere fra il mondo di Oprah, di chi butta giù le statue e degli accademici che lavorano per una società di individui indefiniti, e il mondo di un operaio americano dai denti consumati dal tabacco e di un messicano rispettoso delle regole e con il rosario in tasca, non ho dubbi.

Concludo la puntata odierna con questa breve, doverosa, riflessione:

e con un confronto fra i due candidati sul tema del razzismo. Questo è Biden

che faccia da mona anche da giovane!

e questo è Trump. Vedete un po’ voi.

barbara

MENTRE L’ATTESA SI PROLUNGA 1

Di materiale ce n’è molto, troppo per un post solo. Quindi ve ne do una parte, e nei prossimi giorni con calma vi darò il resto. E cominciamo dunque con un po’ di dati di fatto.

Guglielmo Picchi

Perché Donald Trump ha vinto
E come i democratici provano a rubare le elezioni.
Avrebbe dovuto essere la notte del riscatto dei Democratici quattro anni dopo la sconfitta di Hillary Clinton da parte dell’odiato e avversato Donald J. Trump. Joe Biden sarebbe dovuto essere acclamato 46esimo presidente USA a furor di popolo e la parentesi trumpiana chiusa per sempre.
Ma gli elettori americani si sono espressi in modo sorprendente secondo gli esperti, i sondaggisti, gli analisti e il MSM che si aspettavano e avevano predetto un trionfo per Biden.
Ebbene dopo la notte elettorale è chiaro a tutti che ancora un vincitore apparentemente non c’è o se proprio stiamo all’apparenza dei dati elettorali pubblicati quel vincitore potrebbe essere Joe Biden e non il presidente Trump.
Tuttavia analizzando bene quando sta avvenendo possiamo trarre alcune conclusioni che poi andrò ad argomentare:

1. Donald Trump ha vinto superando la soglia dei 270 grandi elettori del collegio elettorale
2. I Democratici stanno facendo di tutto per vincere. E per farlo si scoprono alcune gravi anomalie che meritano prima attenzione e poi azione per rimediarvi-

I risultati elettorali per Donald Trump dimostrano una grande capacità di mobilitazione della sua base elettorale a livelli elevatissimi e in modo molto superiore rispetto al 2016. Questo a dimostrazione che le sue politiche hanno saputo raccogliere consenso aggiuntivo nonostante la netta avversione di media, big tech, deep state, internazionale globalista e compagnia cantante.
Alla fine dell’election day (ED) Trump dimostra in modo autorevole di poter vincere la sun belt Texas, Georgia, Florida e North Carolina.
Primo intoppo: Georgia e North Carolina pur con considerevole vantaggio di Trump interrompono o rallentano il conteggio dei voti e addirittura si fermano e non vengono assegnate.
Secondo intoppo: nella Rust Belt Trump dimostra di avere numeri buoni e di essere tonico. Netto vantaggio in Pennsylvania Wisconsin e Michigan aldilà di ogni sondaggio. Anche qui si decide di interrompere la conta.
Terzo intoppo: senza troppi complimenti l’Arizona viene assegnata prima ancora di cominciare lo scrutinio a Biden anche se molti indicatori facevano presagire che Trump potesse essere competitivo. Precisiamo che alla chiusura del seggio il 70% del voto postale è stato annunciato. Per cui chiusura delle urne, rilascio dei risultati del voto postale e assegnazione sono avvenuti contestualmente.
A questo punto gli esperti e i commentatori vanno a dormire consapevoli che molti voti per posta dovessero essere scrutinati, ma il vantaggio di Trump fosse tale da essere rassicurante per l’esito finale
Poi
Quarto intoppo: nella notte poi succede qualcosa di inspiegabile sia in Michigan che in Wisconsin arrivano aggiornamenti di voti da alcune contee con Biden beneficiario del 100% dei voti e Trump ZERO.
Ecco in Michigan Biden riceve in un solo colpo un aggiornamento da 138.339 voti e Trump ZERO.
Circostanza e numero troppo evidente per sfuggire all’attenzione dei commentatori compreso il sottoscritto.
E così tra gli altri Sean Davis analista del The Federalist su twitter pubblica la sorpresa per i 138.339 voti attribuiti all’improvviso a Biden.
Quinto intoppo. Twitter censura Davis e tutti coloro che tentavano di riportare la stessa notizia affermando che il contenuto era controverso e poteva confondere un processo elettorale.
Dopo una analisi si è scoperto che si sarebbe trattato di un typo ovvero uno 0 in più aggiunto ai dati della Contea Shiawassee in Michigan [certo, un errore: chi mai potrebbe essere così malpensante da pensare a qualcosa di diverso?]. L’errore scoperto proprio da utenti di Twitter che avevano colto il balzo spropositato di Biden. Che si sia trattato di un maldestro tentativo di favorire Biden? L’errore è stato comunque poi corretto.
Sesto intoppo: nella Contea di Antrim sempre in Michigan nel 2016 Trump vinse con oltre 30% di vantaggio sulla Clinton e invece i dati del 2020 riportavano un dato di Biden che sopravanzava Trump di 29 punti. Anche qui il county clerk ha detto che avrebbe investigato l’anomalia e fornito una risposta.
Settimo intoppo; in Wisconsin all’improvviso un aggiornamento di dati mostra Biden recuperare e chiudere un gap di 4,1% nei confronti di Trump con il solito metodo del 100% voti Biden e ZERO Trump
Ottavo intoppo. Anche in Michigan una misteriosa linea verticale che chiude il gap tra Biden e Trump appare all’improvviso.
La campagna di Trump ha chiesto naturalmente il riconteggio dei voti sia in Wisconsin che in Michigan e in entrambi ha inviato la propria squadra di legali.
Nono intoppo: in Pennsylvania anziché usare il metodi dell’aggiornamento selvaggio di voti 100% Biden ZERO Trump, si ritiene legale di poter contare tutte quelle schede prive di un qualsiasi tipo di prova che siano state spedite prima dell’ED come prevede la legge dello stato.
Decimo intoppo: in Arizona ci sono schede elettorali votate con dei pennarelli denominati Sharpie Marker che rendono difficile la lettura delle schede da parte delle macchine per la conta. Naturalmente è avvenuta in sezioni elettorali molto favorevoli al GOP e che ha prodotto per ora l’invalidazione di molte centinaia se non migliaia di schede.
UnDecimo intoppo: conteggio fermo in Arizona dove mancano 500.000 schede dell’ED che vedono il GOP prevalere 2 a 1 sui Dem che potrebbero portare lo stato dalla parte di Trump che attualmente segue Biden di 100.000 voti.
I democratici hanno molto da spiegare ed è evidente che i voti reali confermino la vittoria di Donald J Trump e possa continuare il proprio mandato come Presidente degli Stati Uniti d’America.
La via è NC, GA, PA e AZ. Ecco i 62 voti che mancano per arrivare a 279. E Trump è presidente. Adesso ha 217 voti (3 Alaska inclusi)

E qui abbiamo un paio di cosettine successe a Detroit,

il bollettino dei morti aggiornato

e qualcuno ha giustamente pensato di costruirci su qualcosa

Aggiungo una breve considerazione di:

Giovanni Bernardini

COVID E CINA

1) Il Covid è nato a Wuan. Da li ha raggiunto Londra, Milano e New York, ma NON Pechino o Shangai.
2) Il mondo lotta col Covid da quasi un anno. Ci sono state prime e seconde ondate. Sembra che in Cina il Covid sia stato sconfitto in due, tre mesi.
3) L’Italia ha circa 60 milioni di abitanti. Il Covid ha fatto finora in Italia quasi 40.000 vittime. La Cina ha oltre 1300 milioni di abitanti. Il Covid ha fatto in Cina poco più di 4000 vittime.
4) L’economia cinese è l’unica al mondo ad essere in forte crescita.
5) Grazie al Covid è stata possibile negli USA la truffa del voto postale che potrebbe togliere dalla circolazione l’unico serio oppositore del governo comunista cinese.
Ogni commento è superfluo.

Come ho già ripetutamente avuto modo di dire, sono assolutamente convinta dell’origine naturale del virus. Non è però casuale l’eliminazione di tutti i medici e ricercatori e giornalisti che tentavano di denunciare l’esistenza dell’epidemia, e l’occultamento di ogni informazione da settembre a fine gennaio. E non è casuale la chiusura di tutti i voli interni e la prosecuzione di quelli verso l’estero. E non è casuale che l’ammissione dell’epidemia in atto sia avvenuta non prima che questa si fosse ormai diffusa in quasi tutto il mondo. Quindi direi che, anche per le persone più refrattarie al complottiamo, il ragionamento fila.

E concludo la parte scritta con alcune osservazioni di

Giulio Meotti

Pensavano che accusando Trump di razzismo, di fascismo, di suprematismo bianco, di aver spaccato il paese, avrebbero creato una “onda blu” da catapultare Biden direttamente alla Casa Bianca. Ora i Democratici si ritrovano a sperare in una scheda dopo l’altra. Vinceranno loro, perché la demografia e il cambiamento americano li avvantaggiano. Ma ci hanno raccontato una America che non esisteva, pronta a emendare l’errore morale del 2016. Non è stato così. Emerge un paese spaccato a metà e questo nel lungo termine favorirà i Democratici. Da un lato l’America sempre più urbana, sempre più uniforme, sempre più liberal, dove si va a vivere sempre di più e che tende alla omogeneità politico-culturale (27 delle 30 principali città americane sono solidamente democratiche). Dall’altro, l’America “profonda”. La prima che crede nell’uguaglianza. La seconda nella libertà. La vecchia distinzione fra gli “anywhere”, che potrebbero vivere ovunque, i “somewhere”, che vivono da qualche parte. Speravano che le minoranze tirassero la volata a Biden. Trump si è rivelato il candidato repubblicano che ha raccolto più voti fra i non-bianchi nella storia dei repubblicani. I Latinos, che non sopportano che la sinistra colorata dica loro che si devono chiamare “Latinx”, in omaggio alla mania del transgender. I cubani della Florida. I cattolici conservatori e tradizionali. E poi gli afroamericani, che non hanno fatto muro con i Dem. E soprattutto la classe operaia bianca, che ha di nuovo votato per Trump. “L’aspettativa di vita in gran parte degli Appalachi è inferiore a quella del Bangladesh”, ha spiegato il Nobel per l’economia Angus Deaton in riferimento alla regione americana tipicamente rurale e bianca. Mi ha sempre colpito questa frase. A Norton, nel West Virginia degli Appalachi, il Ground zero americano della dipendenza da oppiacei, Trump ha preso il 70 per cento. Come a Grundy, dove è più facile soffrire di cuore e diabete che avere un lavoro. Sono luoghi dove le lauree scarseggiano e ci si fanno domande semplici: il mio paese andrà in rovina? Avrò abbastanza carburante? Che vita avranno i miei figli? Sapremo difenderci e proteggere gli amici? Gli oligarchi della tecnologia, gli accademici e le “persone intelligenti” non li capiscono o al massimo li considerano “omofobi e razzisti”. E’ l’America dei “nuovi yuppie”, i produttori delle serie tv, i dipendenti delle organizzazioni non governative, gli sceneggiatori, i giornalisti, gli amministratori di università, i bioingegneri, i consulenti finanziari, gli avvocati…. Fisici ben curati, leggono tutti le stesse cose e discutono di diseguaglianza. La loro polizza assicurativa è l’istruzione e vogliono una America di alte tasse, egualitarismo ed ecologismo. Vogliono essere non solo ricchi, ma “migliori”. Non vanno per centri commerciali, ma su Facebook. E’ una élite impegnata in un progetto spietato di riproduzione della propria posizione sociale. Poi c’è l’America rauca, ruvida, chiassosa, dove l’ascensore sociale è rotto, delle “steel town” della Pennsylvania, dove si menano le mani, delle fabbriche e delle famiglie scalcinate, degli agglomerati di capannoni del Michigan, l’America ritratta nel film “Il cacciatore”, di un’ansia sociale, del “white trash” come lo chiamano i sociologi, delle comunità di origine scozzese e irlandese, economicamente in rosso e moralmente indifendibili, dove non ti fidi di nessuno e si fatica a trovare lavoro, la caricatura grammaticalmente scorretta e un po’ obesa di tutti i media, l’America che non vuole che la Cina distrugga quel che resta dell’economia americana, che ci tiene al patriottismo, che non vuole che le minoranze di estrema sinistra e Black Lives Matter processino la storia americana. Non si preoccupano di un grado in più, ma di estrarre gas. Non vogliono che lo stato dica loro come devono vivere e morire o quale bagno usare. E’ l’America che vuole ancora “fare” delle cose, coltivare, tirare su il petrolio, che ogni tanto va ancora in chiesa e osserva la stagnazione economica, la disintegrazione umana, il declino dei punti di riferimento culturali. Non seguono gli Emmy Awards. Sono inorriditi dal politicamente corretto. Se ne fottono delle prediche delle star di Hollywood. Non accettano la soluzione approntata per loro dalle élite: l’oblio. E’ quello che chiamano, banalmente, “populismo”. Ecco, trovo ancora una volta molto triste questa incapacità dei nostri sondaggisti, dei nostri media e dei nostri scrittori di comprendere l’America dei “deplorevoli”. Quella che ancora si domanda: chi siamo?

Probabilmente quando Meotti ha scritto questo pezzo non erano ancora accertati tutti i brogli di cui poi è arrivata conferma, e questo può spiegare alcune affermazioni che potrebbero apparire un po’ singolare.
Per oggi con la parte scritta mi fermo qui. Vi regalo ancora un piccolissimo campione delle performance del possibile prossimo presidente della massima superpotenza mondiale

e una testimonianza in diretta sul posto.

Per oggi basta, tanto la fine dei conteggi non avverrà prima del 12, è stato detto, quindi avrò tutto il tempo di smaltire tutto il malloppo.

barbara

HANNO OCCHI E NON VEDONO, HANNO ORECCHI E NON ODONO, HANNO NASO E NON ODORANO

(Salmo 115: 5-6)

Si riferisce agli idoli dei popoli pagani, statue di pietra o di legno, oggetti inanimati che, appunto, hanno parti a forma di occhi, di orecchie, di naso, ma non sono in grado di farne uso. Idoli fabbricati e messi lì da qualcuno affinché il popolo li adori, nonostante sia evidente che non sono in grado di fare alcunché di utile. La contemplazione dello sciagurato operato del governo, messo lì da un altrettanto sciagurato individuo per scopi tutt’altro che nobili, mi ha fatto venire in mente questi versi del salmo. E poi trovo in rete questo commento:

Ivana Guida
io ho un contatto, che ha detto ad una sua amica, rispetto al governo, “devi avere fede”.

Ecco, appunto: fede (e magari sono quelli che sbeffeggiano coloro che hanno una fede religiosa). Fede in un branco di feticci ciechi, sordi, parestesici, asimpatetici. E la stessa percezione nei confronti di chi ci governa ho ritrovato in questo articolo, che chi ha almeno sessant’anni, sicuramente capirà fin troppo bene.

Spuntano i negazionisti della protesta

Scrivo a caldo, all’una di notte, dopo aver seguito l’ultima puntata di Quarta Repubblica e scrivo perché uno come me, che non fa altro nella vita, se non scrive non si calma, non prende sonno. Scrivo per dire che sono ancora inquieto, preda di fantasmi: c’era questo Rinaldo Satolli, questo sindacalista per me indecifrabile, scorrevano le immagini dei tumulti, a Milano, a Napoli, a Torino, vetrine in frantumi e auto incendiate e cariche di polizia, corso Buenos Aires lampeggiante di blindati, camionette in assetto di guerra e il nostro eroe, imperturbabile, polemizzava, ridacchiava, forse ricordando l’odore del Napalm della gioventù dei formidabili anni. [Il video ve lo risparmio, perché qualche briciola di misericordia mi è rimasta. Se proprio volete, lo trovate al link giù in fondo]

Sindacalista lunare

Lo guardavo e non capivo come potesse non capire ma lui sembrava preoccupato solo di fare il suo show da sindacalista influencer finalmente strappato al grigiore del funzionariato, circolari, tavoli, brioscine, sigarette e rivendicazioni surreali come il buono pasto per quelli del pubblico impiego che stanno a casa. Daniele Capezzone perfido gli ha ricordato che ormai è una macchietta, il personaggio più malsopportato d’Italia e mi è parso di scorgere nei suoi occhi sindacali un lampo di soddisfazione, si capiva che più dell’amato Marx gli passava davanti Oscar Wilde: sì, ma intanto io ce l’ho fatta, sono famoso, poi possono dire quello che vogliono. E magari si vedeva proiettato alla Camera o in qualche ministero.
Questi davvero non capiscono. Questi davvero non si rendono conto. Sia nostalgia giovanile, irresponsabilità o cinismo, non gli passa per la testa che il paese, stremato e furibondo, si va avvitando per una spirale micidiale. Ma che dovrebbe pensare uno come me, cresciuto in via Monte Nevoso a Milano quando il commando del generale Dalla Chiesa irrompeva nel covo al pianoterra, di fronte alla mio balcone da cui vedevo in diretta la cattura dei nove brigatisti tra cui Azzolini e la Mantovani, che in preda al panico fuggivano stupidi infilandosi in trappola nel bar Franco d’angolo con via Porpora? E subito manine discrete mettevano le mani sul Memoriale Moro per farlo avere, prima che alla magistratura, ad Andreotti che ne purgava i passaggi più scabrosi come quello su Gladio.
C’era di tutto in quel quartiere, i brigatisti come i servizi segreti, il bandito Vallanzasca come i fascisti che ammazzavano inspiegabilmente Fausto e Iaio, due innocui ragazzini del Leoncavallo. E c’era, nell’aria, sempre, sapore di polvere e piombo, di sangue rappreso e Napalm, di rabbia e di paura; ogni sabato un corteo e sprangate e pistolettate e roghi urbani, cariche della polizia.
Adesso rivedo le stesse scene, risento lo stesso odore anche se vivo altrove, odore di Napalm, di qualcosa che non si capisce bene e penso che al governo ci stanno quattro avventizi che non hanno la minima idea di come fare; cercano di giocare l’unico gioco che conoscono, la distorsione dei fatti, della realtà: i contestatori tutti fascisti, tutti camorristi, ma a Torino ad assaltare le vetrine sono stati nordafricani in combutta coi balordi del famigerato Askatasuna che nessuno si decide a chiudere. Il solito modo degli struzzi per non vedere le cose come stanno, come si preparano. E non vogliono vederle perché non sanno come affrontarle. Anzi le causano e le aggravano, le complicano.

Piazze e cervelli in fiamme

Sapevano che con le loro misure tardive e velleitarie saremmo arrivati allo sbando sociale ma insistono, anche loro posseduti dallo spirito da influencer, dalla vanità suicida. Ma queste escandescenze sono solo un prodromo, non si spegneranno da sole e non si spegneranno presto. Qualcuno ha gettato il cerino acceso e la prateria ha preso fuoco. Anche i cervelli di molti sono in fiamme: la sinistra possibilista, complice morale delle barricate americane del Black Lives Matter contro Trump, vuole sparare sulla feccia, annuncia la militarizzazione dura e già i carabinieri si schierano con i dimostranti sapendoli brava gente disperata e infiltrata da facinorosi chissà quanto spontanei.
C’è, anche se nessuno lo dice, un pericolo nel pericolo, la potenziale saldatura della sovversione interna col radicalismo islamista che è l’antico sogno brigatista, terrorista. Il calcolo è chiaro: più casini scoppiano e più abbiamo il destro per imporre un coprifuoco, uno stato autoritario con la scusa della sicurezza pubblica e sanitaria. Ma, essendo dilettanti, non hanno calcolato la forza dei venti una volta scoperchiato o lasciato scoperchiare il vaso di Pandora.
Sì, uno come me, che scrive per riflettere, ricorda bene e sa che certi scenari sono inequivocabili, che certe derive sono inarrestabili e a questi scalcagnati Stranamore si sente di dire: state attenti, perché non avete idea di cosa state preparando. La situazione vi è già sfuggita di mano e chi deve saperlo lo sa. E mandare avanti i vostri fantocci con le solite provocazioni mediatiche non serve più, se continuate a dipingere morìe dove non ci sono, come in Svezia, se continuate a chiudere tutto, ad imporre veti e divieti demenziali, a prendere per il culo coi gerundi e con le furbate contabili dei bonus, dei crediti d’imposta chi non può pagare le imposte, perché sta perdendo pane e lavoro, e sono milioni, e non sanno perché, è la guerra civile.
E nemmeno i Satolli che ridacchiano sotto i baffi, compiaciuti di trovarsi nel mirino di una telecamera ad impiccarsi da soli, ne usciranno salvi, non avranno più nessuno da tutelare. Nemmeno loro stessi. I buoni pasto non li prenderà più nessuno. Incredibile e agghiacciante è l’astrazione al potere, l’incomprensione degli eventi, la perdita di ogni senso di realtà, la rimozione di quanto si prepara e velocemente si prepara. A meno che non sia un copione preciso, da rispettare alla lettera, un copione cinese.

Comunque sia, non è più tempo di perdere tempo, di trastullarsi con la pornografia ludica e gossippara, con l’egocentrismo osceno. Fuochi si levano ovunque, ne spegni uno a Milano ne appiccano un altro a Roma, a Napoli, a Palermo. Odore del Napalm di notte e presto anche di mattina. Odore di perdita di sicurezza e di libertà, di democrazia. E una sensazione di tutto sospeso, precario, di totale incertezza su quello che verrà, ignoto ma spaventoso. Se hai l’età giusta, certi fantasmi li riconosci dal primo frusciare. Brutto, bruttissimo momento.
Max Del Papa, 28 ottobre 2020, qui.

E non solo i boss, ma anche i gregari, gli scagnozzi, i picciotti:

Qui (Avete fatto caso a quanto assomiglia a Soleimani? Solo, con un’aria più da sfigato)

Strategia della tensione, governo che si sostiene tramite il terrore generalizzato e mantenuto a forza di menzogne. Qualcuno cerca di spiegare che dire la verità sarebbe più proficuo

(aveva avvertito già mesi fa, Bassetti, che col terrore isterico sistematicamente diffuso, con l’arrivo dell’autunno masse di cittadini terrorizzati si sarebbero precipitati al pronto soccorso al primo starnuto, e gli ospedali sarebbero andati in tilt) e qualcuno, come tristemente vediamo e sentiamo, fissato su un unico obiettivo, riesce a non capire quello che gli si sta dicendo nel modo più chiaro. Perché per molti, per troppi, come vediamo in questo video con un esempio sicuramente ingenuo ma ugualmente paradigmatico, andare controcorrente, anche se si vede chiaramente che la corrente sta andando nella direzione sbagliata, è qualcosa di troppo superiore alle proprie forze, al proprio coraggio

E, come si suol dire, quando si crede che abbiano toccato il fondo, hanno già cominciato a scavare, ed ecco quindi a voi il mirabile virologo Lopalco con una perla che voi umani non avreste mai potuto immaginare neanche con un’overdose di acidi:

Nel frattempo la ‘azzolina non si lascia scappare l’occasione di regalarci la sua ennesima gaffe (si scrive gaffe, si legge puttanata), di persona che più è ignorante e più pretende di mettere bocca. Vi toccherà sopportare la vista e l’udito di Fabio Fazio, ma ne vale la pena, credetemi

E già che ci sono, ripesco anche quest’altra:

Concludo con una cosa che non c’entra, ma forse, in tema di idoli falsi e bugiardi, un po’ anche sì.

Giulio Meotti

Sono profondamente indignato per il comunicato del Vaticano dopo la strage di Nizza: “È un momento di dolore, in un tempo di confusione. Il terrorismo e la violenza non possono mai essere accettati. L’attacco di oggi ha seminato morte in un luogo di amore e di consolazione, come la casa del Signore. Il Papa è informato della situazione ed è vicino alla comunità cattolica in lutto. Prega per le vittime e per i loro cari, perché la violenza cessi, perché si torni a guardarsi come fratelli e sorelle e non come nemici, perché l’amato popolo francese possa reagire unito al male con il bene”. E’ una dichiarazione talmente banale, priva di verità e di spina dorsale che avrebbe potuto uscire da un qualunque ufficio stampa. Oggi alle 15 le chiese francesi suonano a lutto. Perché è stato un attacco alla cristianità. Se non il giorno in cui decapitano fedeli cristiani nella cattedrale di Nizza, quando il Papa condannerà l’Islam radicale? Noi giudeocristiani siamo pecore al macello al grido di “Allahu Akbar”, non “Fratelli tutti”.

Papa al servizio della menzogna, dell’ipocrisia, dell’asservimento al padrone più forte, del vigliacco mescolamento, in un unico calderone, di carnefici e vittime. D’altra parte, da uno che ha fatto la sua carriera ecclesiastica sotto Videla, come potremmo aspettarci pietà per le vittime e condanna dei carnefici? Infame quanto il governo, colpevole quanto il governo, delinquente quanto il governo.

barbara

C’ERA UNA VOLTA

“Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. Ma no, stupidini, quelle sono le fiabe per bambini, siete forse dei bambini voi? Le cose che c’erano una volta di cui voglio raccontarvi sono altre. Il razzismo, per esempio: ne avete mai sentito parlare? Era una cosa bruttissima, sapete. Funzionava così: c’erano delle persone, i razzisti appunto, convinte che ci fossero delle razze superiori e razze inferiori; le vite delle razze inferiori, secondo loro, valevano meno, avevano meno diritti eccetera. Ebbene, adesso non esiste più! Al suo posto ha trionfato l’antirazzismo, che è una cosa bellissima: dice che solo le vite dei negri, preferibilmente musulmani, valgono e tutte le altre no, e se qualcuno si azzarda a dire che tutte le vite valgono – ma si può dire una simile assurdità?! – viene giustamente condannato a morte seduta stante e giustiziato sul posto.

Naturalmente l’antirazzismo punisce, giustamente, anche chi si permette di parlare di razze diverse dalla sua. Cioè no, non in assoluto: solo i bianchi che si permettono di parlare dei negri, mentre il contrario, giustamente, no, non è reato, non è peccato, non è sanzionabile.

Giulio Meotti

“È bianco, non può scrivere di schiavitù”. America e Inghilterra censurano lo scrittore francese de Fombelle. Un mio articolo sul Foglio sulla follia in cui siamo piombati
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Roma. Questo nuovo romanzo Timothée de Fombelle lo aveva pensato trent’anni fa. Aveva tredici anni quando i genitori lo portarono in Ghana per la festa di Ognissanti. “Siamo arrivati sui binari e lì, sulla costa, abbiamo potuto vedere dove gli olandesi, i francesi e gli inglesi hanno tenuto gli schiavi oltre due secoli fa prima di inviarli in America o nei Caraibi. La vegetazione aveva invaso il posto, ma c’erano ancora gli anelli appesi al muro e immagini che non dimenticherò mai…”.
Era nata così l’idea di “Alma”, uscito in Francia per Gallimard. Centinaia di migliaia di bambini in tutto il mondo hanno letto i suoi libri. De Fombelle ha scritto alcune delle opere più belle della letteratura francese per l’infanzia. Primo volume di una saga in tre volumi, “Alma” racconta la storia di una ragazza africana durante il periodo della schiavitù e ne evoca la lotta per l’abolizione. Ma il successo francese non sarà bissato in lingua inglese. Perché a differenza di tutti i suoi lavori precedenti, questo di de Fombelle non sarà pubblicato in Inghilterra o negli Stati Uniti. Sarà anche un eccellente scrittore, ma de Fombelle è bianco e in quanto tale non può affrontare il tema della schiavitù.
“Da Walker Books, il mio editore inglese che ha una filiale negli Stati Uniti, sono stato avvertito dall’inizio”, ha raccontato lo scrittore al Point. “Un argomento affascinante, ma troppo delicato, mi è stato detto: quando si è bianchi, quindi dalla parte di coloro che hanno sfruttato i neri, non si può appropriarsi della storia della schiavitù. A loro è piaciuto il libro, ma per la prima volta non lo pubblicheranno”. Come se prima di pubblicarlo avessero chiesto a Victor Hugo se avesse mai conosciuto la povertà per potere scrivere di Gavroche e dei “Miserabili”.
In “Alma”, il nome dell’eroina, de Fombelle porta il lettore a bordo della “Douce Amélie” nel 1786, che trasporta centinaia di schiavi verso la Francia. Il “crimine” ideologico dello scrittore è emerso negli anni 80 e si chiama “appropriazione culturale”, ovvero quando la cultura “dominante” prende elementi da una minoranza o cultura “dominata”. Due anni fa, a Montreal, la commedia Kanata del famoso drammaturgo del Quebec, Robert Lepage, ha visto una controversia simile perché raccontava la storia dal punto di vista degli amerindi. “Che un uomo bianco possa raccontare la storia della tratta degli schiavi dal punto di vista degli schiavi, anche se questa storia non è ovviamente la sua, è per me la definizione stessa di letteratura”, si è difeso de Fombelle. Ma così va ora.
Ora la statua di Victor Schoelcher di fronte al vecchio Palais de Justice di Fort-de-France nella Martinica è gettata a terra e fatta a pezzi. Perché il dandy ateo con vocazione umanitaria che abolì la schiavitù in Francia, per i nuovi antirazzisti, sarebbe in realtà un cripto razzista. E non importa che il vate della negritudine, Aimé Césaire, lo avesse celebrato con queste parole: “Contro la propensione alla tirannia, c’è un antidoto: lo spirito di Victor Schoelcher”. Oggi un bianco non può raccontare gli schiavi, figuriamoci averli liberati. Può solo inginocchiarsi e tacere.
de Fombelle
E poi c’era una volta, nel barbaro mondo occidentale, patria di ogni oscurantismo, una cosa mostruosa come la libertà religiosa: volevi pregare, non volevi pregare, volevi andare in chiesa, non volevi andarci, volevi pregare per i poveri bambini dell’India che morivano di fame o per le anime del purgatorio per mandarle più presto in paradiso o per la zia malata o perché il fidanzato tornasse da te: erano affari tuoi. Ma oggi per fortuna anche in questo campo la civiltà sta prendendo il sopravvento sulla barbarie: giù le chiese, e basta coi preti che pretendono di pregare per quello che vogliono loro.

E poi c’erano la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di stampa. Ecco, provate a rigirarvele in bocca, queste oscenità: non vi viene voglia di sputarle? Non vi viene un conato di vomito per lo schifo? Ma ora rilassatevi: le Forze del Bene hanno lavorato duramente, hanno lottato, hanno sofferto, si sono sacrificate, e alla fine il Bene ha trionfato!

Giulio Meotti

Avevano assunto una columnist non liberal. Ora arrivano le dimissioni di Bari Weiss dal New York Times (oggi si è dimesso anche Andrew Sullivan dal New York Magazine). Storia esemplare su come la sinistra intellettuale sia diventata l’intolleranza ideologica fatta carta. Per quei (pochissimi) giornalisti non progressisti o non ancora allineati al pensiero unico rimasti è sempre più dura. Traduco alcuni stralci della sua lettera di dimissioni perché è un documento importante del tempo miserabile in cui viviamo:

“È con tristezza che scrivo per dirti che mi dimetto dal New York Times. Sulla stampa è emerso un nuovo consenso, ma forse soprattutto in questo giornale: la verità non è un processo di scoperta collettiva, ma un’ortodossia già nota a pochi illuminati il ​​cui compito è informare tutti gli altri. Twitter è diventato l’editor del New York Times. Le mie incursioni nel ‘Wrongthink’ mi hanno reso oggetto di costante bullismo da parte di colleghi che non sono d’accordo con le mie opinioni. Mi hanno chiamato nazista e razzista. Alcuni colleghi insistono sul fatto che ho bisogno di essere sradicata se questa compagnia vuole essere veramente ‘inclusiva’, mentre altri postano emoji accanto al mio nome. Una parte di me vorrebbe poter dire che la mia esperienza è stata unica. Ma la verità è che la curiosità intellettuale – per non parlare dell’assunzione di rischi – è ora una responsabilità al Times. Perché scrivere qualcosa di audace solo per passare attraverso il processo paralizzante di renderlo ideologicamente kosher, quando possiamo assicurarci la sicurezza del lavoro (e dei clic) pubblicando il nostro articolo sostenendo che Donald Trump è un pericolo unico per il paese e il mondo? E così l’autocensura è diventata la norma”

E, aggiungo io, il giornalismo sta morendo…

E infine, nell’orribile mondo arretrato, troglodita, selvaggio, spietato, disumano di una volta c’era lo stupro. La potete immaginare una cosa più orribile, una violenza che non si limita a colpire l’esterno del corpo ma lo vuole colpire anche da dentro, che trasforma l’atto più bello donato alla specie umana in una sofferenza senza fine. E oggi? In questo nostro splendido mondo progressista pieno di luce dove sorge il sol dell’avvenir che sorge libero e giocondo (uhm, no, mi sa che ho fatto un po’ di confusione. Che poi però forse a pensarci bene magari anche no), in questo nostro splendido mondo, dicevo, lo stupro è scomparso? Ecco, proprio scomparso scomparso no, ci vuole un po’ di pazienza, però fortemente diminuito sì. Perché se una donna bianca accusa di stupro un non bianco si tratta chiaramente di una sporca razzista, meritevole del massimo disprezzo e del più deciso ostracismo, e qual è la donna che, dopo avere subito l’onta dello stupro, abbia voglia di coprirsi anche di disonore e di essere trattata come una reietta? E data l’alta percentuale di stupri perpetrati da non bianchi, ecco che la piaga degli stupri denunciati si ritrova come per incanto meravigliosamente ridimensionata.

Ah, come siamo fortunati a vivere oggi, e non nei tempi tristi e bui del C’era una volta!

barbara

DELIRANDO

Delirio N° 1
villa pamphili
Delirio N° 2
scuole
Delirio N° 3

Ricordiamo che il leitmotiv dei disordini è la guerra contro Trump, responsabile, lui e il suo partito, di tutto ciò che di ingiusto avviene in America
dem
E, a proposito dei partiti americani:
rep-dem
Delirio N° 4

Dobbiamo importare duecentomila immigrati clandestini sconosciuti e senza documenti, forse sani o forse malati, forse onesti o forse criminali, forse desiderosi di lavorare o forse desiderosi di farsi mantenere, forse tranquilli o forse terroristi, dobbiamo  importarli, dicevo, se no i campi coltivati vanno in malora perché non c’è nessuno a provvedere al raccolto. E perché non c’è nessuno? Perché il governo non permette alla Coldiretti di assumere duecentomila disoccupati italiani, qui.

Delirio N° 5

Questo video non è stato girato nel 1944, bensì nel giugno del 2020. Non in Siria o in Somalia, bensì in Francia

Il commento lo lascio a

Giulio Meotti

L’Europa che conoscevamo è finita. Ce lo ricordano le scene di queste ore a Digione, un tempo bel capoluogo della Borgogna francese. Oggi sembra Mogadiscio. E’ guerra fra bande di ceceni e maghrebini. Si sparano in pieno giorno. Si rincorrono con le spade. Bloccano il traffico. Assaltano le auto. Compiono raid e ronde. Non temono niente, di certo non lo stato o la polizia francesi. In queste immagini c’è tutto, il punto di non ritorno di tanti paesi europei, i danni spaventosi di tanta immigrazione, l’abbandono di intere città e quartieri, il fallimento del multiculturalismo, le colpe di chi ci ha governato, la miopia dei media. Sono le nuove invasioni barbariche. Difficile sperare che finisca bene.

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barbara