OGGI CI DEDICHIAMO ALLA SCIENZA

Partiamo da quel gran genio del Crisanti, che straparla del vaccino Pfizer in fase ultimativa di sperimentazione senza averne capito un caprifoglio in salmì (non con tutti la menopausa è misericordiosa). Spieghiamogli dunque come funziona la faccenda visto che lui lo ignora.

Umberto Minopoli

Crisanti scambia il progresso, che accorcia i tempi nella preparazione di farmaci e vaccini, per un limite. Dire che per un vaccino occorrevano “prima”, tra i 5 e gli otto anni di preparazione e ora è servito solo 1 anno, è una sconcertante affermazione: reazionaria e “tecnicamente” infondata. Progresso in medicina significa dotazione di risorse, mezzi, personale per la ricerca medica. Che oggi sono enormemente più elevati del passato. Se “prima” occorrevano 5 anni per la scoperta di un farmaco o di un vaccino , oggi i tempi sono accorciati, in modo considerevole, dal progresso nelle tecnologie di indagine e ricerca, dal numero dei ricercatori dedicati, dai mezzi finanziari (investimenti privati e pubblici a disposizione). Le aziende private (Pfeizer, Moderna, Astra Zeneca e tante altre) che hanno lavorato ai vaccini sono una garanzia per chi conosce le procedure di validazione e certificazione delle scoperte su vaccini e farmaci. Loro fanno profitti soltanto se il vaccino o farmaco, su cui hanno investito, risulta efficace. Nessuna azienda può passare all’incasso sui suoi investimenti iniziali se il prodotto della ricerca- farmaco o vaccino- non supera la “fase due”, quella in cui si testano efficacia e controindicazioni. Solo se il prodotto dà confortanti risultati in questa seconda fase può poi godere del supporto finanziario pubblico. Infine la terza fase, il “test sulla popolazione” (volontari) e la verifica degli effetti collaterali. La dotazione di mezzi finanziari e di risorse tecniche, superiori al passato, è stata la novità di oggi. Ed è questo che ha permesso una, relativamente, rapida seconda fase. Ed ha permesso di passare, nel giro di un anno, alla 3 fase: confezionamento del vaccino e test su un campione di popolazione. A differenza di ciò che dicono gli scettici, non sono affatto brevi i tempi della 3 fase. Anzi. Le verifiche di efficacia andavano fatte subito. Nel pieno dell’epidemia. Conta di più un dato invece: il numero del campione e la sua rappresentatività. È il contrario delle bugie (e delle diffidenze) che si raccontano. Sinora si arrivava ad un campione di volontari compreso fra 10 mila e 30 mila persone. Oggi tutti i candidati vaccini contro il Covid registrano più di 40 mila persone sottoposte ai test e qualcuno sta raggiungendo i 60 mila. Mai successo. Infine, precisiamo circa la paura degli effetti collaterali. Anche qui, quanta ignoranza! Il vaccino anticovid è, naturalmente, un nuovo vaccino. Ma rientra in una famiglia di prodotti e di tecniche (uso dell’Rna messaggero o di vettori virali depotenziati o resi innocui) conosciute da tempo. Non siamo a tecniche da Frankstein. La tipologia di tali vaccini non ha mai mostrato particolari problemi di sicurezza. Gli effetti biologici di queste tecniche sono noti. E verificati. E se hanno collateralità la mostrano, esclusivamente, al momento della somministrazione. Cioè nella seconda e terza fase del trial. Che è stata effettuata per alcuni vaccini ed è in via di completamento per altri. Non servono anni per verificare effetti collaterali. Proprio perché il meccanismo cellulare di un vaccino è noto. Non parliamo di un effetto (quello di un vaccino sull’organismo) sconosciuto e misterioso. Ma ampiamente noto. Pochissimi vaccini, infine, nella storia della lotta alle epidemie sono stati volontari e non obbligatori. Quella della libertà di scelta, in un’epidemia in atto, è una stramberia populista. Crisanti, se le autorità farmaceutiche statali autorizzano il vaccino non potrà rifiutare di vaccinarsi. Se vorrà continuare a fare il medico. Non è la sua personale salute il problema. Il problema è l’immunità di gregge.

Piccola nota di colore: il capo dell’equipe medica di MODERNA è israeliano e si chiama TAL ZAKS.

Confesso, anch’io all’inizio ero piuttosto scettica proprio per il fatto dei tempi brevi, poi lui mi ha spiegato con pazienza perché lo scetticismo non ha ragione di essere. E mi ha anche spiegato perché, a differenza di me, è molto preoccupato per la seconda ondata e ritiene indispensabile il vaccino (“capiscimi, sono di Bergamo”). Ho già postato un importante articolo suo sul tema, qualche giorno fa, e oggi vi segnalo quest’altro.

Proseguo con l’ineffabile signora Sandra Zampa, sottosegretario (sì, con la “o”) alla Salute, di cui già avevamo apprezzato il pensare rigorosamente scientifico, che adesso ci spiega che per Natale se, e sottolineo se, la situazione risulterà molto migliorata, potremo sì pranzare insieme, ma solo con parenti di primo grado

Quindi niente fratelli, niente nonni, niente zii, niente nipoti, per non parlare – diocenescampieliberi – di cugini, e, suppongo, neanche i coniugi che sono congiunti (“affetti stabili” con cui nella prima ondata era consentito trombare ma adesso non più), ma non parenti.

Passo a Maria Rita Gismondo, quella del covid banale influenza, quella che attenzione attenzione, il vaccino ci rende OGM, vade retro Satana. Leggo adesso queste interessantissime note.

A febbraio, era una banale influenza per tutti: virologi da palcoscenico, direttori sanitari, lo stesso Cnr… Un mese dopo, l’aveva detto solo lei [che evidentemente non si è accorta che in quel mese era cambiato qualcosina]. L’hanno crocifissa e lei ricambia scrivendo un libro sull’infodemia. Maria Rita Gismondo, direttore del laboratorio Microbiologia clinica, virologia e bioemergenze del polo universitario L. Sacco di Milano, è l’autrice di “Ombre allo specchio – bioterrorismo, infodemia e il futuro dopo la crisi” edito da La nave di Teseo. [Mi pare giusto: quale cosa più urgente da fare, nel bel mezzo di una pandemia, dello scrivere un libro per vendicarsi dei propri critici?]

Ci riproviamo. Il Covid-19 è “poco più grave di un’influenza” – la frase scandalo – solo perché lei è una donna?

Guardi, non sono una femminista sfegatata, mio padre voleva un maschio e io sono venuta su testarda e ribelle, ma la domanda mi tocca sul vivo, lo ammetto. [Mi autorizzate a mandarla a cagare?]

Bene, adesso ci spiega, anche se con un ragionamento contorto assai, che vengono contati come morti tutti quelli che escono dalla terapia intensiva, sia che ne escano coi piedi in avanti, sia che vengano spostati ad altri reparti in quanto migliorati, ascoltare per credere:

Molto scientifiche anche le dichiarazioni del conticino nostro del 25 febbraio 2020

Poi abbiamo finalmente una ineccepibile e inconfutabile documentazione sulla vera nascita del virus

sul migliore metodo scientifico per garantire la distanza di sicurezza

sul metodo, rigorosamente scientifico, con cui vengono approntati i dicipiemme che governano la vita di 60 milioni di persone

e sul modo migliore per affrontare un’epidemia.

Concludo con un sano proposito, che condivido al 100%.

Marco Taradash

– Hai sentito?
– ?
– La Destra propone una limitazione agli spostamenti di chi ha più di 70 anni. L’idea è di Toti ed è stata condivisa da Fontana e Cirio
– Per il nostro bene?
– Certo
– Domani passo da te
– A fare?
– Andiamo a ritirare il porto d’armi
– Ok, ti aspetto alle 8.

E badate che ho cominciato a essere addestrata all’uso delle armi da quando avevo sette anni, quindi regolatevi.

barbara

ED È ARRIVATA L’EPOCA DEI TRE PAPI

Il Natale del Conte-fice

Papa Conte I ha inviato un messaggio ai fedeli italiani sul Natale: «Considereremo la curva epidemiologica
che avremo a dicembre, ma il Natale non lo dobbiamo identificare solo con lo shopping, fare regali e dare un impulso all’economia. Natale, a prescindere dalla fede religiosa, è senz’altro anche un momento di raccoglimento spirituale». Poi ha aggiunto: «Il raccoglimento spirituale, farlo con tante persone non viene bene». Sua Contità ha espresso questo suo monito in occasione di “Futura: lavoro, ambiente, innovazione”, la tre giorni della Cgil.

Qualche riflessione. La prima. A Conte sta ormai stretto il ruolo di premier e punta al pontificato. L’onnipotenza manifestata in questi mesi di Covid da parte del governo a danno della vita dei cittadini non poteva che portarlo a varcare la soglia che divide gli affari temporali con quelli spirituali. In effetti ormai al di là delle Mura Leonine si fanno discorsi che potrebbero articolare benissimo dei capi di Stato laici e quindi, si sarà domandato il nostro premier, perché io, a rovescio, non posso pontificare?

La decenza è finita in lockdown anche lei. Davvero ormai possiamo parlare di religione di Stato con un presidente del Consiglio che somministra fervorini sul Natale e si sente in dovere di ammaestrare i fedeli cittadini su tematiche spirituali. Se c’è una laicizzazione e secolarizzazione della Chiesa a rovescio stiamo assistendo ad una spiritualizzazione e clericalizzazione dello Stato, anche perché il munus docendi è di recente un po’ vacante e quindi, forse, Conte ha pensato bene che poteva supplire egregiamente ad interim. Tra poco i Dpcm cambieranno nome e prenderanno quello di esortazioni apostoliche governative.

In secondo luogo il divorziato Conte non ci ha pensato due volte in primavera a chiudere le Chiese, ma ora, inaspettato, riemerge in lui un afflato spirituale potente che lo spinge a difendere il vero spirito del Natale dal montante consumismo. Lasciamo perdere i regali che ci distraggono dall’estatica contemplazione del Bambinello, ci suggerisce il Contefice. Oppure l’intento è un altro? Ahinoi è proprio un altro. È da Malox plus constatare che Conte usi strumentalmente la religione e il senso religioso per costringere gli italiani a celebrare il Natale in solitudine e per prepararli all’idea che vieterà loro di trovarsi con cugini, zii e nonni. È solo un evidente pretesto quello del richiamo ai valori spirituali, un irritabile trucchetto per far digerire la pillola amara: niente cenoni. Questo il regalo del governo per noi italiani avvolto nella carta di fasulla spiritualità di Stato.

In terzo luogo il Contefice offre indicazioni pastorali curiose. Il premier ci ricorda che il Natale non è solo fare regali – vaga avvertenza sul fatto che i negozi rimarranno chiusi anche a Natale? – bensì è anche «un momento di raccoglimento spirituale». Se è un momento spirituale è bene viverlo da soli. E dove sta scritto? Nel Vangelo all’opposto c’è scritto che davanti alla grotta si radunarono dei pastori a cui si aggiunsero molti angeli (cfr. Mt 2, 13) e infine i Re Magi. Un vero e proprio assembramento non autorizzato. Non si comprende davvero perché laddove c’è un momento spirituale, questo di necessità debba essere vissuto in splendida solitudine. Anche la celebrazione del matrimonio è un momento spirituale ma non per questo non si invitano parenti e amici per far festa. Papa Conte I ribadirebbe che così non dovrebbe essere e infatti ha limitato anche il numero di invitati ai matrimoni. Non c’è che dire: assai coerente.

In breve, il prossimo Natale sarà a numero chiuso. (qui)

Ho poi trovato questo video, che vuole essere uno “spiritoso” incoraggiamento a chiuderci in casa

con questo commento:

Alfredo Valente

Ogni volta che vi definite reclusi date una mano ai sovranisti e negazionisti del COVID19. Impariamo ad utilizzare il termine appropriato. Il recluso è colui che sta in carcere perché ha commesso un reato gravissimo…e non è il nostro caso.

Verissimo, non è il nostro caso: noi non abbiamo commesso alcun reato, quindi non siamo reclusi, siamo prigionieri di guerra. O, se preferite, sequestrati, come quelli delle Brigate Rosse o dell’anonima sequestri. Sempre comunque tenendo presente che esistono anche reclusi che stanno in carcere innocenti, o per errore giudiziario o perché si trovano a vivere in una dittatura in cui l’arbitrio regna sovrano. Interessante poi il motivo per cui non dobbiamo definirci reclusi: non perché sia lessicalmente sbagliato, non perché sia utile e quindi dobbiamo farlo con gioia e di propria spontanea volontà, no: è solo perché facendolo daremmo una mano ai sovranisti, incarnazione del male assoluto. Quanto poi a quell’infame “negazionisti”, ogni volta che qualcuno lo pronuncia invano dovrebbe ricevere novantacinque randellate sulle gengive: trenta perché la parola negazionista ha un suo ambito specifico; trenta perché nessuno si sogna di negare l’esistenza del virus e dell’epidemia, ma semplicemente si mette in discussione, con fondate ragioni, l’opportunità e l’utilità di queste misure prese cinofallicamente, e in più autocontraddicentisi: ci si avverte che gli effetti delle misure si vedranno dopo due settimane – evidentemente per evitare che qualcuno dopo tre giorni dica vedi, la curva non cala quindi non serve a niente – e dopo tre giorni viene imposta una nuova limitazione perché il provvedimento precedente non è stato sufficiente a far calare la curva (e chiudendo, oltretutto, tutti quegli spazi come teatri piscine palestre ristoranti, in cui in quattro mesi non si era registrato un solo contagio, la vedo dura far migliorare la situazione); trenta perché, anche a voler usare il termine fuori contesto, negazionista è chi nega una realtà documentata e inconfutabile: il genocidio ebraico, il genocidio armeno, il virus HIV come causa dell’AIDS. Chi mette in discussione le misure prese nei confronti del covid, chi mette in discussione l’emergenza climatica e, ancor di più, la causa antropica della presunta emergenza climatica, NON è un negazionista perché in tutto questo non c’è assolutamente niente di accertato, documentato, inconfutabile. E cinque di mancia perché siamo generosi.
E concludo con questo interessante commento che ho trovato qui:

wwayne ha detto:

Come avevo previsto, dopo la Francia anche tutti gli altri paesi europei si sono sentiti autorizzati a fare un secondo lockdown.
In Francia hanno chiuso tutto ma non le scuole: il suo ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer ha motivato la scelta sottolineando che le scuole sono al cuore della vita del Paese.
In Germania hanno chiuso tutto ma non le scuole: la Merkel ha motivato la scelta citando l’importanza suprema dell’educazione come diritto fondamentale.
In Inghilterra hanno chiuso tutto ma non le scuole: Boris Johnson ha motivato la scelta dicendo “Non possiamo permettere che questo virus danneggi il futuro dei nostri figli più di quanto non abbia già fatto”.
In Italia hanno chiuso tutto comprese le scuole superiori, nonostante Conte abbia pronunciato per mesi delle frasi identiche nella sostanza a quelle appena citate. Questa è la differenza tra chi alla scuola ci tiene davvero e chi ci tiene soltanto a parole.
Mi si potrebbe dire che noi non abbiamo dei trasporti pubblici come quelli degli altri paesi, e quindi da noi andare a scuola è più pericoloso. Ebbene, questo era un problema al quale si poteva pensare per tempo, ma si è scelto di non farlo: un po’ perché i numeri dei contagi estivi aveva illuso i nostri governanti che il problema si fosse risolto da solo, un po’ perché, come dicevo prima, la scuola e i problemi ad essa collegati non sono mai stati una reale priorità di questo governo.
Le dichiarazioni che ho riportato sono tratte da 
https://www.open.online/2020/11/01/coronavirus-francia-germania-lockdown-scuole/.

Già: parole parole parole… Parole sull’essere prontissimi, parole sulla bodenza di fuogo, parole sull’essere prontissimi in caso di seconda ondata, parole sulla scuola… Peccato che con le parole non si mangi. O meglio, lui ci mangia alla grande, ma i suoi sudditi no. E dunque, per concludere,

barbara

CIÒ CHE I VAMPIRI NON POTRANNO MAI CAPIRE

Non prima, perché quando sono in crisi d’astinenza non capiscono niente, e non dopo perché, una volta ottenuta la loro dose quotidiana di sangue, si adagiano appagati e non si interessano più a niente.

In difesa del “superfluo”: perché è pericoloso lasciare che il governo decida cosa è “essenziale” e cosa no

La richiesta di rinuncia al “superfluo” sembra ragionevole, perché si innesta su una narrazione moralistica della vita a cui siamo stati da sempre sottoposti. Ma ciò che sfugge è che il nostro “superfluo” è l’”essenziale” di altri: per il ristoratore, i suoi camerieri, gli insegnanti di fitness, gli albergatori o gli attori, quel nostro “superfluo” è la vita

Certo, che “brutto”, che “sconveniente” sentire la mancanza dell’aperitivo o della sessione in palestra. E come appaiono “sensati”, “ragionevoli”, “morali” gli appelli a rinunciare al “vizio” e agli “sfizi” in questa fase così seria dell’emergenza Covid.
Per quanto il sostanziale divieto delle “attività non essenziali” rappresenti una discriminazione drammatica tra i cittadini, che aggrava il divario di status tra “garantiti” e “non garantiti”, ci sono buone possibilità che venga digerito senza proteste eccessive. L’argomentazione portata dal governo appare, almeno superficialmente, alta e incontrovertibile: come si può mettere questo o quel “capriccio” davanti alla “salute”?
Il fatto è che la richiesta della rinuncia al “superfluo” è tutto sommato “agevole” perché si innesta su una narrazione moralistica della vita a cui siamo stati da sempre sottoposti – e che quindi in larga misura, anche inconsciamente, abbiamo recepito.
L’anatema nei confronti del “consumo” e del “lusso” è stato, per molti versi, un punto di incontro tra la cultura socialista, quella ambientalista e quella cattolica e qualsiasi intellettuale che si rispetti ha da sempre stigmatizzato gli usi e i costumi decadenti della società moderna.
Certo, abbiamo continuato a consumare e a desiderare quanto andava oltre l’essenziale, ma in ogni occasione ci è stato spiegato che per lo meno dovevamo farlo provando “senso di colpa”.
Insomma, da ben prima del coronavirus, ci sono biblioteche piene di libri e prolifici filoni di “opinionismo” che ci spiegano come il mondo sarebbe migliore se solo recuperassimo gli stili di vita più morigerati di un imprecisato passato, in cui certo non si spendevano soldi in costosi divertimenti.
La tipica argomentazione dei “bacchettoni” è che quanto di più cerchiamo per noi, quanto più togliamo agli altri – e dunque la via maestra per l’equità sociale passa dall’accontentarci di poco.
In realtà, però, le cose vanno non solo in maniera diversa, ma addirittura opposta. Il nostro “superfluo” non solo non toglie niente agli altri, ma anzi, è l’”essenziale” di altri. Perché tutto sommato noi possiamo anche rinunciare ad andare al ristorante, in palestra, sulle piste da sci o a teatro – e magari questo ci aiuta a sentirci più “morali”.
Ma per il ristoratore, i suoi camerieri, gli insegnanti di fitness, gli albergatori di montagna o gli attori – e per moltissime persone anche meno visibili che lavorano come indotto delle attività “di prima linea” vietate – quel nostro “superfluo” è la vita. È la possibilità di portare a casa la pagnotta per sé e per i propri figli.
In qualche modo la “ricerca del superfluo” da parte di chi può permetterselo è un potente veicolo di ridistribuzione della ricchezza, in quanto conferisce ad una platea più ampia di persone l’accesso al lavoro e quindi al guadagno.
Un mondo “senza superfluo” è un mondo a bassissima domanda e quindi con pochissime possibilità di impiego. È, in definitiva, un mondo incapace di produrre livelli minimi di ricchezza per parte importante della sua popolazione – o comunque destinato a regredire verso un’economia sostanzialmente di sussistenza.
Per di più, il venir meno di interi settori dell’economia va a ridurre la nostra capacità di finanziare individualmente e collettivamente anche i settori considerati “primari”, a cominciare da quello della sanità.
Per quanto a molti non risulti chiaro, meno aperitivi e meno discoteche vuol dire meno medici, meno infermieri, meno macchinari sanitari, meno soldi alla ricerca contro il cancro, meno possibilità per tante persone di pagarsi un esame medico che potrebbe risultare decisivo.
La verità è che in un’economia interdipendente e complessa come quella in cui ci muoviamo, semplicemente non esiste il “superfluo”. Non esistono attività “non essenziali”. Se non lo comprenderemo alla svelta – se non comprendiamo le dinamiche di causa-effetto che sono alla base della creazione di ricchezza – ci sveglieremo presto fuori dal “primo mondo”, senza nemmeno esserci resi conto di cosa è accaduto.

Marco Faraci, 27 Ott 2020, qui.

Un governo sfiduciato dal Paese

Ora anche la sinistra ha capito che l’esecutivo Conte è inadeguato. Stiamo in piedi solo grazie alla Bce, ma fino a quando?

Tra i tanti che hanno sbagliato a fare delle previsioni, ci siamo anche noi. La nostra copertina di giugno “Fase 4. Avanti un altro” si è rivelata un wishful thinking, un pio desiderio, un’illusione e niente più. D’altronde, eravamo noi stessi i primi a sapere che questo esecutivo ce lo saremmo tenuti a lungo, più per mancanza d’alternative che per suoi meriti. Però, ora come allora, la domanda che ponemmo rimane attuale: «Per gestire la più grande crisi dal Dopoguerra serve un governo all’altezza del compito. Ce l’abbiamo?».
L’interrogativo inizia a fare capolino anche nelle analisi degli osservatori di sinistra. E non stiamo parlando solo di Walter Veltroni che si arrabbia per le chiusure di cinema e teatri o di Matteo Renzi che gioca la solita partita da guastatore, ma anche degli articoli che ormai da un po’ di tempo vengono pubblicati su Repubblica Corriere della Sera, dove osservatori come Stefano Folli, Paolo Mieli e Antonio Polito non risparmiamo critiche a Conte e ministri. Scriveva Polito ieri sul Corriere che la situazione di confusione ingenerata dagli ultimi provvedimenti «ci stanno facendo perdere fiducia nella capacità del guidatore di tenere la strada». [Perché, sei mesi fa, quattro mesi fa, due mesi fa avevate l’impressione che ce l’avesse? Siamo svegli forte, eh ragazzi?]
Non è il solo. Sul Domani, Stefano Feltri ha intitolato così l’editoriale di apertura del suo giornale: “Questo governo non può continuare a gestire il virus”. Le critiche di Massimo Cacciari si fanno ogni giorno più pungenti, soprattutto sul «delirio normativo» introdotto con i Dpcm. E potremmo continuare a lungo, ma avete capito la solfa.

Cosa è stato fatto?

C’è una brutta aria nel paese, come si vede dalle proteste di piazza. Ma non è solo una questione che riguarda qualche facinoroso (prontamente bollato come «fascista» o «no mask» dalle solite anime belle), ma larghi strati della popolazione, quei ceti produttivi che prima si sono sentiti dire che dovevano chiudere, poi riaprire ma solo secondo norme, e ora – dopo aver speso quattrini per adeguarsi – chiudere comunque.
L’altro giorno, Italia Oggi riportava uno studio Istat secondo cui «più della metà delle Pmi italiane prevede una mancanza di liquidità almeno fino alla fine dell’anno, e il 38 per cento delle aziende italiane segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività, cioè il rischio di chiusura, particolarmente grave per le microimprese (da 3 a 9 addetti), anche perché il 48,7 per cento di esse ha sospeso l’attività durante il lockdown, contro il 14,5 per cento delle grandi».
È normale che questa gente sia arrabbiata. La pandemia ha aperto una frattura sociale tra «garantiti» e «non garantiti»: per questo ultimi il lockdown (o simil-lockdown, come l’attuale) non è una alternativa, ma un modo per arrivare alla medesima infausta conclusione cui ci porterà il virus letale. Che dunque il governo sia inadeguato a gestire la situazione è una cosa che capiscono tutti: lo si è visto in questi mesi perdersi dietro a chiacchiere inutili e non preparare nulla per affrontare la situazione. Scuole, trasporti, medicina territoriale: cosa è stato fatto? È chiaro che ci troviamo di fronte a una situazione inedita e che non esiste la soluzione perfetta, ma avere come unica strategia “chiudere tutto e distribuire soldi” non è una strategia: è una resa.

Fino a quando durerà?

L’unica cosa che c’è davvero di nuovo è che il paese non si fida più di Conte. Se a marzo e aprile ne aveva accettato, sin troppo supinamente, i comandi, ora giustamente chiede cosa si è fatto da allora a oggi. Promettere una nuova infornata di aiuti (ora si chiamano “ristori”) sa di presa in giro, ed è normale che nessuno ci creda, visto anche come è andata la prima volta.
E, poi, quali soldi? Ci si accapiglia sul Mes – tema economico – per nascondere il tema politico: la credibilità del nostro presidente del Consiglio sullo scenario nazionale e internazionale. Fosse credibile e avesse messo sul piatto interno e europeo una serie di misure che davano prospettiva e slancio al paese, il problema non si porrebbe nei termini odierni. Secondo voi, se oggi il nostro premier fosse Mario Draghi, l’Europa ci guarderebbe così in cagnesco? Invece abbiamo Conte e quel che Conte può fare è tergiversare, poco altro. Se oggi può ancora fare melina sul Mes è solo perché la Bce sta “drogando” la situazione comprando a carrettate i nostri titoli di Stato. Fino a quando durerà? La credibilità per un governo è tutto e questo l’ha persa. Il dramma è che non abbiamo alternative. [Ecco, sulla conclusione mi permetto di dissentire fortemente]
Emanuele Boffi 28 ottobre 2020, qui.

Aggiungo una considerazione. Si continua a ripetere da ogni parte il mantra della “più grande crisi dal Dopoguerra” (e chissà perché maiuscolo). E i 20.000 morti della spaziale nel 1968? E i 30.000  dell’asiatica nel 1957 su una popolazione di 49 milioni di abitanti? E le Brigate Rosse (arrivate a colpire addirittura i vertici dello stato) e tutta la galassia intorno a loro – compresi vari settori del terrorismo palestinese – più l’analoga galassia nera, il terrorismo, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus, Bologna, Ustica, Fiumicino 1, Fiumicino 2 – e potrei continuare fino a domani – ? Tutto sparito? Mai successo niente prima del covid? Ma andate a catramare le zucche, va’.
Sì, lo so, sono mostruosamente cinica, con tutta la povera gente che continua a morire DI COVID!

Angelo Michele Imbriani

I morti di Covid.

All’ospedale Moscati di Avellino viene ricoverato un uomo di 71 anni per frattura del femore. Gli fanno il tampone, come da protocollo, e risulta positivo. Ma il suo problema, quello che lo ha portato in ospedale, è il femore, non certo il Covid. Viene operato. Muore. Purtroppo le complicazioni fatali delle operazioni al femore sono molto frequenti (e non solo nei pazienti anziani: pochi anni fa morì dopo l’operazione un mio collega sessantenne): pare che la mortalità entro un mese dall’intervento sia addirittura del 10%. Ma il pover’uomo passa, sui giornali locali e nel computo nazionale, come vittima del Covid.
Bisognerebbe incominciare con le denunce per procurato allarme. [Mi permetto una correzione: “procurato allarme” si configura quando viene richiesto l’intervento delle autorità addette al Pubblico Servizio: grido “Al fuoco” e faccio uscire i pompieri, per esempio. Penso che anche questo terrorismo psicologico configuri un qualche reato, ma non questo]

Aggiungo una nota personale. Io sono assolutamente refrattaria alle infezioni cutanee: graffi tagli escoriazioni, squarci, in mezzo alla terra, in mezzo all’asfalto, con chiodi arrugginiti: niente, non mi infetto. E sapete perché? Per un motivo tanto semplice quanto logico: non mi sono mai, in tutta la mia vita mai una volta, disinfettata. Graffi tagli escoriazioni, squarci, in mezzo alla terra, in mezzo all’asfalto, con chiodi arrugginiti: mai disinfettata. E neanche lavata, tranne il caso che sotto alla pelle, in mezzo al sangue, ci siano terra o pezzi di asfalto o altri materiali estranei. Mi sono fatta un tale esercito di anticorpi che appena si affaccia il solito plotoncino di batteri, gli fanno il culo quadro. Una volta, in realtà, ho fatto infezione. È stato in Somalia: trasportando un mobile mi sono graffiata un polpaccio; come al solito non ci ho fatto caso, e qualche giorno dopo, quando per caso mi è capitato di guardarlo, ho trovato che avevo la gamba gialla di infezione per una buona ventina di centimetri (fortuna che sono un chirurgo di prim’ordine e me la cavo anche adattando strumenti improvvisati: ho tagliato la pelle, perché trattandosi di un semplice graffio si era completamente richiusa, sono entrata a pulire bene tutta l’infezione sotto la pelle, e dopo una settimana non si vedeva neanche più la cicatrice). Il motivo? Ovvio: lì c’erano altri batteri, per i quali non avevo anticorpi. Per la stessa ragione lì ho sempre – unica fra tutti i miei colleghi – mangiato verdura cruda, e per giunta lavata non con l’acqua bollita ma sotto il rubinetto. E fra tutti sono stata quella che ha avuto meno problemi intestinali, sempre per lo stesso ovvio motivo: qualche schifezzina mi sarà sicuramente entrata, e quando è capitato che arrivasse qualche schifezzona più grossa ha trovato gli anticorpi pronti a farle il culo e a limitare i danni. Gli altri, quando, cosa inevitabile anche per chi si tiene sotto una campana di vetro, incontravano il batterietto, si facevano trovare del tutto disarmati, e giù scagotti a non finire. Tutto questo discorso lo sto facendo per via dell’allucinante delirio dell’igienizzazione che ha ormai investito l’intera umanità – o almeno quella italiana: gel igienizzante prima di toccare una matita, gel igienizzante dopo avere toccato una matita, igienizzazione della maniglia della porta, igienizzazione della borsa della spesa, igienizzazione del tavolo su cui è stata posata la borsa della spesa, igienizzazione di tutte le confezioni dopo averle tirate fuori dalla borsa della spesa… OOOOOHHHHH, SVEGLIA! Ma vi rendete conto, gente, che vi state scavando la fossa? Vi rendete conto che dopo mesi di sterilizzazione, il primo batterio o virus che vi attraversa la strada vi fa secchi? E che non solo, se continuate così, creperete trent’anni prima del dovuto, ma creperete senza neppure avere vissuto in tutti gli ultimi mesi della vostra vita, senza avere avuto il conforto di un abbraccio, il calore di una stretta di mano, adattati alla buffonata del gomito, il tutto per paura di prendere una malattia che novantanove su cento, oggi come oggi, vi procurerà al massimo un po’ di tosse e mal di gola, o, mal che vada, se non avete novant’anni diabete ipertensione colesterolo alle stelle ed enfisema polmonare, qualche giorno di ospedale. E senza magari concedervi neanche qualche sana scopata, perché vi hanno detto che è pericolosissimo, peggio di AIDS e sifilide e peste e colera messi insieme.

Ancora due parole sulla teppaglia che sta devastando alcune città – e molte altre sicuramente ne devasterà. Io la vedo più o meno come le patologie opportunistiche dell’AIDS: il virus annienta le difese immunitarie e il sarcoma di kaposi ne approfitta per infilarsi nel vostro organismo e distruggerlo. Mi sembra un’analogia perfetta: il virus HIV è il governo, che ha annientato e ridotto alla fame la classe lavoratrice, la quale giustamente tenta di far sentire le proprie ragioni; il governo però non ne vuole sapere, si rifiuta di ascoltare, anzi, aggrava ulteriormente la situazione, costringendoli a protestare (sì lo so, le concordanze sono tutte a senso e a volte anche con poco senso, e non solo qui, e dovrete farvele andare bene così). E a questo punto il sarkoma ne approfitta e fa irruzione, devastando tutto. Sarkoma che, non dimentichiamolo, è in buona parte un elemento esterno, fatto entrare da un altro ramo del governo, ed è coadiuvato da bande che stanno dalla stessa parte politica del governo. Loro sono indiscutibilmente e pienamente responsabili delle proprie azioni, ma se il governo non avesse messo in ginocchio la classe lavoratrice (e per giunta senza alcun vantaggio, perché le persone non si contagiano al ristorante, non si contagiano al bar, non si contagiano in piscina, non si contagiano in palestra al cinema o a teatro, quindi tutta questa ecatombe di sacrifici umani che il governo ha messo in atto per placare il dio covid, non servirà a nulla se non a far morire decine di migliaia di persone per altre patologie), la classe lavoratrice non avrebbe dovuto scendere in piazza e loro non avrebbero avuto spazi in cui infiltrarsi. IL VIRUS È IL GOVERNO. Adesso ci manca solo che come antiretrovirale ci mandi l’esercito, e saremo al gran completo.

Comunque almeno una consolazione ve la posso dare: alla Camera stanno lavorando per voi.

barbara

POST SCRIPTUM
Me n’ero completamente dimenticata e mi è tornato in mente dopo avere pubblicato: la nostra ineffabile ministressa dell’Interno, signora Lamorgese, ha rivolto un appello ai dimostranti pacifici: “Isolate le frange violente”. Cioè, li avete privati del lavoro, li avete costretti a spendere cifre enormi per permettergli di tornare a lavorare, guadagnando comunque un quarto di prima, non hanno neanche fatto in tempo a cominciare a respirare che li avete nuovamente privati del lavoro, e chiedete a loro di farsi carico del contenimento di bande violente e armate che distruggono tutto quello che trovano davanti a sé?! Non scriverò quello che d’istinto mi verrebbe da scrivere di questa signora perché mi dispiacerebbe offendere delle oneste signorine che si guadagnano il loro onesto pane su un onesto marciapiede.
E il signor HIV, che cosa dice il signor HIV? “Se rispettiamo le norme abbiamo buone chance di affrontare dicembre con serenità, in caso contrario ci sarà il lockdown”. Cioè: chiude tutte le attività che NON SONO FONTI DI CONTAGIO, di conseguenza il contagio non diminuirà perché è materialmente impossibile che lo faccia, e quindi ci sbatterà nuovamente in galera. Ho cominciato a dirlo molti mesi fa e continuerò a ripeterlo con sempre maggiore convinzione: l’unica soluzione è la lotta armata.

E IL VAMPIRO HA MORSO ANCORA

e la giugulare, ormai semivuota, si sta afflosciando. Di cose da dire e citare ne avrei da qui all’eternità, ma per oggi mi accontento di questi due importanti articoli.
Le immagini che troverete inserite negli articoli, sono prese dalla rete e inserite da me
, e lo stesso vale per i video.

Così il Palazzo e i media complici cercano di screditare la protesta: i ceti invisi alla sinistra diventano fascisti e camorristi

È in atto un processo di cinesizzazione: i nuovi ultimi, piccoli imprenditori, bottegai e filistei invisi alla sinistra, non possono nemmeno lamentarsi. A Napoli, a Roma scendevano in piazza, miti anche da spaventati, da esasperati, ma con la complicità dell’informazione organica conviene dire che ogni protesta è infiltrata dalla delinquenza organizzata e dai fascisti, mai da altre forme. La sinistra sovversivista che sostiene le rivolte del Black Lives Matter in America, qui tiene i dimostranti in sospetto di criminali, di carogna e vuole sparargli addosso

L’infiltrazione è la strategia del potere quando vuole bloccare il malcontento. Ce la ricordiamo, noi figli del secolo scorso, avevamo imparato a sgamarli subito i personaggi targati alle manifestazioni sul terrorismo, la buonanima di Cossiga teorizzava apertamente la sedizione inscenata per poter domare quella vera. Serve a paralizzare la protesta ma, prima e meglio ancora, a ritorcerla, a strumentalizzarla. Roba da professionisti, ma l’hanno imparata subito gli avventizi attuali, che possono dire: avete visto, non siete affidabili; tumulti a Napoli, tumulti a Roma e noi chiudiamo tutto; lo facciamo per voi, per tenervi in sicurezza. È un colpo basso e lo sanno e lo sappiamo: a Napoli, a Roma scendeva in piazza la gente comune, i bottegai e i precari a vita, miti anche da spaventati, da esasperati, ma conviene dire che erano tutte escandescenze fasciste e camorriste. La verità essendo che in ogni adunata c’è una quota fisiologica di mattocchi o di provocatori e anche a Napoli, a Roma, a quelli di Forza Nuova si saldavano gli altri balordi dei centri sociali e la manovalanza delle famiglie di malaffare. A Napoli, poi! Dove i centri sociali sono tenuti in palmo di mano dal sindaco De Magistris che ha fatto assessora una di loro e di fronte allo spettacolo dei Masanielli magari si leccava i baffi.

e a proposito di infiltrati

Bello, vero?

Ma come la mettiamo col piazzale di Montecitorio, blindato ai cittadini e perfino agli operatori dell’informazione già sere prima degli scontri napoletani e romani, come ha fatto vedere Barbara Paolombelli? La mettiamo che il Potere – per una volta lasciatecelo identificare con la retorica maiuscola, pasoliniana – il Potere sa di essere inviso ai cittadini, per quanto l’informazione organica propali il contrario, e si premunisce; sa che le misure assurde, grottesche in gestazione potranno scatenare autentiche rivolte e agisce per neutralizzarle e per dirottarle.
C’è una tecnica del colpo di stato, ma anche una tecnica dello stato che colpisce, che protegge se stesso. Oggi la tecnica è elementare, sta in questo: dire che ogni protesta è infiltrata dalla delinquenza organizzata e dai fascisti – mai da altre forme. La sinistra sovversivista che sostiene le rivolte del Black Lives Matter in America, qui tiene i dimostranti in sospetto di criminali, di carogna e vuole sparare sulla feccia, come dice quell’esponente piddino.

occhio però, che a mandare le forze dell’ordine per sparare potrebbe andare a finire così

e per voi potrebbe non mettersi troppo bene

Annuncia la titolare del Viminale, la Lamorgese degli sbarchi incontrollati: sono pronta a militarizzare tutto il Paese.

Segnali preoccupanti, che l’informazione controllata non raccoglie e, se li raccoglie, è per legittimarli, per propagandarli. Il ministro Speranza va da Fazio a gettare il suo ballon d’essai, quasi a far intendere che si potrebbe mandare la polizia politica casa per casa, contando sullo spionaggio diffuso. Com’è ovvio ci rimette la faccia ma niente paura, c’è pronto lo Scanzi non più antipiddino il quale lo ospita nel suo piccolo talk show, gli stende rossi tappeti d’amore.

Ai tempi si chiamava collaborazionismo, oggi conviene dire senso di responsabilità. Come i testimonial del Covid, cantanti, sportive, perfino politiche in fama di gossippare che annunciano orgasmiche: anche io sono positiva! Sono spontanee o ispirate simili pagliacciate? Lo sanno o non lo sanno che così facendo contagiano di isteria somatizzante migliaia di anime semplici? Ma sì, ma quante storie, l’importante è esserci, mettersi in mezzo, ci può sempre scappare un affare, la logica influencer ha contagiato anche loro, ha contagiato tutti.
Il ceto medio che fu, la borghesia mercadora sempre in fama di meschina e farabutta, non ha più voce in capitolo; se scende in piazza la confondono coi fascisti e i mafiosi, se protesta in televisione la prendono in giro, la zittiscono. Pierluigi Bersani, che proviene dal PCI, ha fatto capire senza timor di vergogna che non meritano alcun sostegno perché tanto sono più o meno tutti evasori. Il governo che chissà perché si ostinano a definire rosso-giallo quando è semmai rosso antico, cambogiano o socialfascista, per l’intera filiera produttiva ha stanziato l’elemosina di 6 miliardi e il Pd è chiaramente per un atteggiamento punitivo, basta sentirli parlare. E più ci si sposta all’estrema e più si avallano misure concentrazionarie: chi è che spalleggia senza scrupoli le trovate devastanti e repressive di Conte? La sinistra fantasma delle sigle evanescenti di Liberi e UgualiSinistra e Libertà.
È in atto un processo di cinesizzazione, o, come diceva il Mussolini proveniente dal socialismo massimalista rivoluzionario: “Tutto nello stato, nulla al di fuori dello stato, niente contro lo stato”. Ma lo stato è in braghe di cartone e i soldi dell’Europa non arriveranno. I nuovi ultimi, i piccoli imprenditori, i bottegai e filistei invisi alla sinistra, e purtroppo anche alla destra romantica e parolaia, muoiono senza potersi neppure lamentare, ma solo chi ci è passato sa che abbassare una saracinesca per l’ultima volta non è la morte di un’attività ma della propria vita, dei propri sforzi, delle speranze, della fatica, della libertà di una vita.
Max Del Papa, 26 Ott 2020, qui.

Una Caporetto sanitaria, economica, giuridica. Ma ora guai a farsi tentare da “governissimi”

Che il governo fosse allo sbando, del tutto inadeguato ad affrontare questa emergenza, noi di Atlantico Quotidiano l’avevamo ben chiaro già dal marzo scorso [beh, non solo voi, ma chiunque avesse occhi da vedere, orecchie da sentire e neuroni da connettere]. Che l’uso, anzi l’abuso dei Dpcm fosse una deriva pericolosa, uno strappo allo stato di diritto e alla dinamica democratica, anche. Sulla comunicazione irresponsabile di Palazzo Chigi siamo tornati più volte. Ma tutto si sta ripetendo.

Sì, ma non proprio proprio uguale:

La linea dello scaricabarile sugli italiani non cambia: il governo è capace solo di scaricare l’emergenza su cittadini e attività economiche, cioè sulla sfera privata, prima imputando loro l’aumento dei contagi, poi disponendo obblighi e divieti, mentre continua a dimostrarsi totalmente incapace di occuparsi di ciò di cui è responsabile: la sfera pubblica. Le misure contenute nell’ultimo Dpcm – il terzo in dieci giorni! – ne sono la prova. Dopo nemmeno un mese di risalita dei contagi, il sistema sanitario (e di protezione civile) si trova nuovamente del tutto impreparato dinanzi a ciò che era ampiamente e da tutti previsto, nonostante il governo abbia avuto 5-6 mesi di tempo per rafforzarlo e riorganizzarlo.
Quello che andava fatto, e non è stato fatto, è sotto i nostri occhi

e oggi, a differenza della primavera scorsa, è sotto gli occhi dei cittadini, aumentandone l’esasperazione. Non sono state aumentate a sufficienza le terapie intensive né create strutture temporanee idonee a ospitare malati Covid; non è stato potenziato a sufficienza il personale negli ospedali e nelle Asl, per cui l’esito dei test non è ancora tempestivo come dovrebbe, il tracciamento dei contatti è lento ed è andato subito in tilt; non è stato potenziato il trasporto pubblico locale né sono stati implementati test rapidi per le scuole; non esistono protocolli per seguire nelle loro case i pazienti meno gravi, che invece vanno a intasare gli ospedali con ricoveri al 20-30 per cento non necessari.
Ad agosto, ricorderete, la telenovela del bando per i banchi a rotelle… Non sapevamo, all’epoca, che il bando per le nuove terapie intensive sarebbe arrivato solo a ottobre. E solo sabato scorso, 24 ottobre, la Protezione civile si è degnata di far partire i bandi per 1.500 unità di personale medico e sanitario e 500 addetti amministrativi a supporto del contact tracing.
Insomma, un disastro. Il conto, salato, è arrivato con il Dpcm di ieri a cittadini e imprese. Subdolamente: un inizio di lockdown senza chiamarlo lockdown.
Misure adottate con l’unico scopo di far vedere che il governo sta facendo qualcosa, purchessia. Il loro impatto sulla diffusione del virus sarà probabilmente trascurabile, visto che non sono supportate dai dati dei contagi nelle attività che si vanno a chiudere e limitare.

Si tratta quindi di misure prive di logica, ragionevolezza e proporzionalità, principi cardine che dovrebbero guidare le decisioni quando sono in gioco limitazioni così profonde delle libertà fondamentali. Esiste una stima dei contagi avvenuti nei locali di quelle attività, nelle ore in cui saranno obbligate a chiudere? Una rapida verifica si potrebbe fare: quanti ristoranti e locali sono stati chiamati dalle Asl per risalire ai contatti di un positivo tramite i loro registri? L’emergenza Covid sembra ormai autorizzare in astratto qualsiasi limitazione di diritti che, al pari della salute, sono tutelati dalla Costituzione. E per di più, con atto amministrativo, non avente forza di legge.
Bar e ristoranti, piscine e palestre, cinema e teatri, che in questi mesi hanno investito tempo e denaro per adeguare i loro locali, applicato i protocolli, insomma si sono preparati a tenere duro, rispettando le regole e accettando di dover comunque perdere clienti e fatturato, ora sono costretti di nuovo a chiudere da un governo che invece non ha fatto la propria parte, li ha (e ci ha) traditi.

Ieri il presidente del Consiglio Conte ha assicurato che le “misure di ristoro” per i titolari delle attività interessate dalla chiusura saranno in Gazzetta Ufficiale “già martedì” [con potenza di fuoco, immagino]. Ma quanto? Entro quando? In che forma? Con quali criteri? Ha parlato addirittura di accredito in conto corrente. Ma se si può fare oggi, perché non si è fatto la primavera scorsa?
Il ministro dell’economia e delle finanze Gualtieri ha parlato di indennizzi “entro metà novembre” per 350 mila aziende, credito di imposta sugli affitti, eliminazione della rata Imu, cassa integrazione per i dipendenti e 1.000 euro per i collaboratori.
Sono evidentemente consapevoli che la rabbia sta montando. Ma quale residua credibilità hanno, visto che le “misure di ristoro” promesse nei mesi scorsi, e introdotte con il “Decreto Agosto”, convertito in legge il 13 ottobre, non sono ancora arrivate?
Il Paese è una pentola a pressione pronta ad esplodere. Avrebbero dovuto immaginare – Daniele Capezzone, dalle trasmissioni tv in cui è ospite, lo ripete da mesi, fino alla noia – che in autunno i nodi di misure di “ristoro” gravemente insufficienti sarebbero venuti al pettine, e la crisi economica e sociale si sarebbe manifestata in tutta la sua drammaticità.
E per quanto il Palazzo e i media compiacenti possano chiamare in causa criminalità organizzata e fascisti per screditare le proteste, come spiega bene Max Del Papa oggi, sarebbe un grave errore sottovalutare l’esasperazione diffusa – e acuita dalla ormai palese inadempienza delle istituzioni. Sapevamo che il lockdown era una misura “one shot”, che un secondo sarebbe stato insostenibile, ma l’hanno sprecato…
Uno degli effetti dell’uso dei Dpcm, combinato con un sistema mediatico “corrotto”, perché militante,

è anche un processo decisionale deviato e un dibattito politico schiacciato sulle dinamiche interne alla maggioranza. Esautorato il Parlamento, le opposizioni si trovano in un cono d’ombra. Le misure da inserire nei Dpcm sono discusse in riunioni informali tra il premier, alcuni ministri e i capi delegazione dei partiti di maggioranza, poi tra governo e presidenti di regione,

e se i presidenti di regione – TUTTI i presidenti di regione – sono contrari, nessun problema: li si ignora, e si procede oltre:

quindi anticipate e commentate dalla stampa, e infine diventano esecutive senza passare per le aule parlamentari (che vengono “edotte” solo diversi giorni dopo). Le obiezioni di chi è fuori da questo circuito valgono quasi zero.
Da qui derivano, per esempio, le difficoltà del leader della Lega Matteo Salvini nel formulare una linea coerente, che rischia di venire contraddetta nella dialettica tra i governatori leghisti e il governo. E d’altra parte, farebbe il gioco dei suoi avversari se entrasse in conflitto aperto con essi su questa o l’altra misura. Non si parlerebbe d’altro.
In questa situazione di emergenza sanitaria ed economica, e di estrema debolezza del governo Conte, non sorprende che si torni a parlare di governo di unità nazionale – anche se ci sembra che non stiano arrivando segnali in questo senso dagli ambienti della maggioranza o dal Quirinale, e che si tratti più di un wishful thinking di alcuni commentatori e di settori dell’opposizione ansiosi di tornare in gioco.
Ma dopo essere state emarginate per mesi, le opposizioni dovrebbero davvero mettere la faccia nella gestione di un simile disastro? E per fare cosa esattamente?
Non vediamo all’orizzonte un “Dream Team” in grado di fare in 2-3 settimane ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare in 5-6 mesi. La prima misura da adottare, condividendone la responsabilità, sarebbe un nuovo lockdown. L’unità nazionale sarebbe stata auspicabile all’inizio di questa emergenza, o al più tardi alla fine del lockdown della primavera scorsa, fissando una data certa entro cui tornare al voto. Ma oggi, se dovesse giungere un simile invito, sarebbe unicamente perché Pd e 5 Stelle non vogliono essere i soli a intestarsi il secondo lockdown. Hanno fatto un disastro e le opposizioni dovrebbero arrivare in soccorso per spartirsi le colpe? Ricordiamo, tra l’altro, che l’ultima volta, dopo le “larghe intese”, ci siamo ritrovati con un certo movimento prima al 25, poi al 33 per cento…
Basta isteria. Non si può ridurre alla fame metà della popolazione, i partiti di maggioranza e più alti sponsor di questo governo si assumano per intero la responsabilità della totale impreparazione alla seconda ondata, dei decessi e dei fallimenti, e si voti in primavera. Un governo di unità nazionale, oggi, servirebbe solo ad annacquare le responsabilità, non certo per trovare ricette miracolose.
“Quella di far passare gli anti-lockdown per negazionisti è forse una delle truffe intellettuali più miserabili degli ultimi decenni”, ha osservato su Twitter il nostro Enzo Reale. E, ha aggiunto:

“Se sul merito delle misure adottate o da adottare le opinioni possono essere divergenti, è stupefacente come si accetti senza fiatare la loro imposizione al di fuori delle minime garanzie costituzionali, rinunciando in nome dell’emergenza ai principi dello stato di diritto. Ancora più sorprendente se si pensa che questa rinuncia proviene da quella parte dello spettro politico che ha fatto della legalità la sua bandiera contro gli avversari politici negli ultimi tre decenni. Ma evidentemente è una legalità selettiva, come la memoria”.
Federico Punzi, 26 Ott 2020, qui.

Poi chi ha ancora un po’ di tempo ed è interessato ai numeri completi e non taroccati, può magari andare a dare un’occhiata qui.
Ricordiamo, in ogni caso, che il mondo ci guarda e ci ammira, ma proprio tanto tanto tanto

Comunque non è il caso di preoccuparci eccessivamente, dal momento che adesso sappiamo esattamente come si diffonde il contagio

e abbiamo a disposizione un modo sicurissimo per evitarlo

e sappiamo con certezza che prima o poi smetterà di piovere e sorgerà l’arcobaleno

So che c’è poi una domanda, di carattere lessical-giuridico, che vi tormenta, ma io ho trovato la risposta, eccola:

Un’altra ottima notizia è che, alla faccia di quel genio del virologo (VIROLOGO eh, ho detto VIROLOGO!) Fabrizio Pregliasco che raccomanda alle coppie sposate o comunque conviventi l’astinenza o il fai-da-te (separato, mi raccomando, non reciproco!) perché lì è tuttotuttotutto pericolosissimo, anche le variazioni sul tema, anche le posizioni diverse che permettono di non respirarsi in faccia, il pericolo è annidato ovunque, alla facciaccia sua, dicevo, il sesso sicuro esiste anche al tempo del coronavirus

e comunque dobbiamo stare tranquilli, perché sappiamo con certezza che

ANDRÀ TUTTO BENE!

barbara

L’UNICO VIRUS È IL GOVERNO

Che non è poi molto lontano dallo slogan iniziale secondo cui “l’unico virus è il razzismo”: lì il presunto obiettivo del razzismo era il popolo cinese, qui l’obiettivo reale è il popolo italiano. Con la differenza però che lì si trattava di chi – non necessariamente cinese – arrivava dalla Cina e lo strumento proposto era una quarantena di un paio di settimane, con la finalità di verificare se erano contagiosi, mentre oggi l’obiettivo siamo tutti noi italiani al gran completo, lo strumento è la cancellazione dei nostri diritti, della nostra libertà, della nostra socialità, e la finalità è il nostro annientamento. Qualche dubbio? Basta guardare un solo provvedimento. Qual è la cosa da evitare nel modo più assoluto in caso di epidemia? Gli assembramenti, lo sanno tutti – e non a caso il governo approfitta dei morti di fine ottobre per lanciare anatemi sui giovani che sono andati in discoteca (col benevolo permesso del governo, non dimentichiamolo) a luglio: si sono assembrati, si sono ammucchiati, si sono strusciati, e hanno assassinato i loro nonni. Ma lasciamo stare. Gli assembramenti. Da evitare come la peste perché ci fanno ammalare. E dunque che cosa fa il nostro conticino bello? Accorcia gli orari. Lo aveva già fatto la primavera scorsa: orari dei supermercati accorciati e chiusura domenicale, provvedimento di cui sembrerebbe prospettarsi la reintroduzione. Adesso qualche presidente di regione ha istituito, e qualcuno auspica di estenderlo a tutto il territorio nazionale, il coprifuoco (mai applicato se non durante la guerra, e solo nel periodo più drammatico dell’occupazione – la prova più lampante, se mai ne servisse una, che quei signori non sono i nostri governanti, bensì una POTENZA OCCUPANTE). Conseguenze: nei negozi, avendo meno tempo a disposizione e lo stesso numero di persone con la necessità di approvvigionarsi, un maggiore assembramento. Poi pensiamo a quante persone posso incontrare in un’ora di passeggiata, anche in pieno centro, alle due di notte e quante alle quattro del pomeriggio, e il quadro diventa perfettamente chiaro: il governo sta prendendo tutte le misure possibile per farci ammalare. Possibilmente, vista l’età media della popolazione con annesse patologie legate all’età, farci morire. E mettiamoci anche questo

Ma veramente lasciare mezzi posti a sedere vuoti e tenere la gente in piedi tutta appiccicata è più salutare che far occupare tutti i sedili e sfoltire i corridoi?

Se poi aggiungiamo il ventilato progetto di far partire il coprifuoco alle sei di sera, ciò significa che dovranno chiudere, e quindi morire anche se giovani – di fame questa volta – i titolari di bar ristoranti pizzerie e ogni altro genere di locali. E i dipendenti che saranno costretti a licenziare. E i fornitori che non avranno più nessuno da rifornire. E tecnici manutentori e riparatori che non avranno più niente da controllare o riparare. Insomma, per come l’hanno organizzata – soprattutto lavorandoci duro per tutta l’estate –

il dubbio che l’obiettivo sia proprio quello di farci ammalare e possibilmente morire, a me sembra legittimo. E quando tanti tanti tanti di noi saranno morti, di cervelli capaci di rifiutare di farsi friggere dalla narrativa del terrore ne resteranno così pochi da non rappresentare più una minaccia.

E poi parliamo dell’annientamento della dimensione sociale – ossia umana – in atto, con sempre maggiore successo da ormai otto mesi.

IL PARADIGMA TOTALITARIO DEL “DISTANZIAMENTO SOCIALE”. Sul libro di Giorgio Agamben “A che punto siamo? L’epidemia come politica”

L’articolo che apre questa raccolta di Giorgio Agamben fu pubblicato il 26 febbraio su “Il Manifesto”. Era ancora il periodo – ma sarebbe finito prestissimo – in cui la sinistra declamava che “l’unico contagio è il razzismo”, correva ad abbracciare cinesi e a prendere aperitivi. Ben più seria e addirittura profetica era però la posizione espressa da Agamben, isolata sul quotidiano “comunista”. Agamben notava la sproporzione fra la realtà, in quel momento, del Covid 19 in Italia e i provvedimenti eccezionali che venivano presi e denunciava la restrizione delle fondamentali libertà costituzionali, paventando e prevedendo che il decreto adottato per le regioni del Nord potesse essere esteso a tutto il territorio nazionale. Lamentava, infine, che una gigantesca, irrazionale onda di paura stesse percorrendo l’umanità e denunciava la sua strumentalizzazione da parte dei potenti: «Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo».
Passati non molti giorni, Agamben venne investito da reazioni furibonde e da veri insulti. Quell’articolo fu l’ultimo da lui scritto sul “Manifesto”. Anzi, fu l’ultimo scritto su un qualsiasi giornale. Circa un mese dopo, il Corriere della Sera, gli chiese un intervento, ma quando Agamben lo inviò, benché la sua denuncia fosse piuttosto “edulcorata” rispetto agli altri articoli, il quotidiano milanese glielo rifiutò (Agamben lo ha comunque inserito nella raccolta). E così tutti gli articoli che compongono il libro, a parte il primo, hanno trovato ospitalità solo sul sito di “Quodlibet” (“Quodlibet è la casa editrice fondata da alcuni allievi dello stesso Agamben, dopo la sua rottura con Einaudi). La raccolta è poi completata da alcune interviste, tutte a media esteri: a “Le Monde”, alla radio svedese, alla rivista greca “Babylonia”.
Dopo gli insulti, quindi, il silenzio, la rimozione, la censura.
Ma cosa dice di così scandaloso e forse “pericoloso per il sistema” – come si sarebbe detto una volta – quello che fino a pochi mesi fa era uno dei più prestigiosi e celebrati filosofi italiani?
I poteri del mondo, scrive Agamben, hanno colto il pretesto di una pandemia – vera, simulata o ingigantita è ora questione secondaria – per trasformare radicalmente, attraverso lo strumento dello “stato di eccezione” (volgarmente: emergenza) il paradigma politico dominante, abbandonando definitivamente la democrazia borghese, liberale e parlamentare, costituzionale che era già in crisi. Lo stato di eccezione ha infatti comportato “la pura e semplice sospensione delle garanzie costituzionali”. Si è innanzitutto instaurato un “regime di terrore sanitario”, fondato su una sorta di “religione della salute”. «Quello che nelle democrazie borghesi era il diritto del cittadino alla salute si rovescia, senza che la gente sembri accorgersene, in un’obbligazione giuridico-religiosa che deve adempiersi a qualunque prezzo». E il prezzo, come ora vedremo, è altissimo, pressoché inestimabile.
L’incrocio fra questa religione della salute e il potere statale fondato sullo stato di eccezione ha portato così a un nuovo paradigma di governo che Agamben definisce “biosicurezza”. Si tratta probabilmente del paradigma di potere più efficace di tutta la storia dell’Occidente. Mettendo in questione una minaccia alla salute, ma in realtà in nome di una “sicurezza sanitaria” del tutto astratta e largamente fittizia, gli uomini si sono infatti mostrati pronti ad accettare limitazioni della loro libertà che mai erano stati disposti a tollerare, neanche durante le due guerre mondiali e sotto le dittature totalitarie. I cittadini sono stati disposti a sacrificare praticamente tutto: non solo le fondamentali libertà personali, ma le condizioni normali di vita, le relazioni sociali, il lavoro, le convinzioni religiose e politiche, perfino l’amicizia, gli affetti, l’amore. Ciò che più sconcerta è che il sacrificio della libertà e di tutto ciò che caratterizza una vita degna, umana e normale viene spacciato e viene accettato come massimo esempio di civismo, di responsabilità e di altruismo. Con l’acquiescenza delle chiese, è stato finanche abolito il “prossimo”, ridotto a una possibile fonte di contagio, ad un potenziale ammalato da non visitare. La chiesa – e quella cattolica è guidata da un papa che porta il nome di uno che i lebbrosi li baciava – ha così completamente rinnegato e tradito i propri valori, inchinandosi al Baal della religione della scienza.
Di fronte – non alla malattia o alla morte – ma al semplice “rischio” di ammalarsi – un rischio peraltro del tutto imprecisato, perché basato su dati scientificamente inconsistenti e su una colossale operazione di falsificazione della verità portata avanti dal coro unanime dei media –  tutti o quasi si sono aggrappati soltanto a ciò che Agamben chiama la “nuda vita”, una entità puramente biologica, spogliata di ogni componente affettiva e culturale, ossia di tutto ciò che rende l’esistenza umana
Di questa “Grande trasformazione”, l’Italia è stata il laboratorio, mostrandosi pronta ad adattare il modello cinese a un paese occidentale formalmente democratico (è stato questo il vero “modello italiano”). Quando gli storici del futuro avranno chiaro che cosa era in gioco in questa pandemia, scrive Agamben, questo sembrerà loro uno dei momenti più vergognosi della storia italiana e coloro che lo hanno guidato e governato saranno giudicati degli irresponsabili privi di ogni scrupolo etico.
Non vale per Agamben, la confortante obiezione secondo cui tutto ciò sarebbe temporaneo, perché governo ed esperti dichiarano esplicitamente che ciò a cui dovremo abituarci, anche finita la fase acuta della cosiddetta emergenza, è il “distanziamento sociale”, ossia proprio il nucleo essenziale e fondante del nuovo paradigma di potere, il nuovo principio di organizzazione della società. Del resto, lo stesso termine adottato tradisce l’intenzione di trasformare il distanziamento in qualcosa di permanente e in un nuovo paradigma di società: non è stata scelta infatti l’espressione che sarebbe stata più ragionevole, se si fosse trattato di un semplice dispositivo medico, non si è parlato di distanziamento “fisico” , ma si è subito parlato di “distanziamento sociale”, forse per far comprendere che si trattava di una nuova forma di vita in società a cui dovevamo abituarci
Il paradigma del  “distanziamento sociale” comporta “nulla di meno che la pura e semplice abolizione di ogni spazio pubblico” e questa assoluta cessazione di ogni attività politica e di ogni rapporto sociale viene poi presentata ed accettata, ironicamente, come la massima forma di partecipazione civile.
Ancora una volta la pandemia viene usata per portare alle estreme conseguenze processi in atto che senza di essa sarebbero rimasti limitati: si approfitterà del distanziamento per sostituire i dispositivi tecnologici ai rapporti umani nella loro fisicità, per vietare ogni tipo di riunione e comunione umana “in presenza”. In pagine molto efficaci, Agamben scrive, tra l’altro, che ciò costituisce un vero requiem per l’università.
Ci sono prospettive di resistenza? Certamente ci sono, per Agamben, a patto che si raggiunga una coscienza del problema che al momento sembra completamente assente. Ma dovranno essere nuove forme di resistenza e pensare a nuovi paradigmi politici, che sfuggano all’alternativa fra una democrazia che degenera in dispotismo – come aveva già rilevato Tocqueville – e un totalitarismo che assume forme apparentemente democratiche, e che prendano atto della crisi probabilmente irreversibile delle tradizionali democrazie liberali.
Vale la pena infine di citare la splendida citazione di Montaigne, con la quale Agamben risponde alla giornalista straniera che gli chiede se, data la sua età (Agamben è del 1942), non sia preoccupato per un possibile contagio:
«Noi non sappiamo dove la morte ci aspetta, aspettiamola ovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci libera di ogni soggezione e di ogni costrizione»
Angelo Michele Imbriani, qui.

Ma nonostante tutto questo – così come tante altre cose di cui si è già abbondantemente parlato – sia sotto gli occhi di tutti, vedo crescere ovunque l’isteria collettiva, il terrore della morte nera in agguato, l’invocazione di nuove ulteriori misure restrittivi, la chiusura di tutto prima di Natale, divieto di circolare in qualunque condizione fino a quando non arriverà il vaccino, anche se probabilmente dovremo aspettare ancora un anno o forse più – perché tanto hanno il cervello fritto e fulminato, da immaginare che dopo altri sei o dodici mesi di chiusura ci possa ancora essere qualcuno di vivo qua intorno.

barbara

PROGRESSISMO VS CONSERVATORISMO RETROGRADO OSCURANTISTA

Parto con la destra, l’orrendissima destra illiberale, intrinsecamente fascista, nemica della democrazia, che vorrebbe riportarci al medioevo (che nessuno sa che cosa diavolo voglia dire, ma è un modo di dire che riempie bene la bocca). Parto da quella perché poi potrete rialzarvi il morale con la parte migliore della società.

Visto che brutta roba? (Anche eccellente attore, tra l’altro) A proposito, per chi se lo fosse perso, l’invito di Sgarbi lo trovate qui. Ma adesso rallegratevi, che arrivano le magnifiche sorti e progressive ad opera di chi va a conquistar la rossa primavera dove sorge il sol dell’avvenir.

Visto che meraviglia lo spettacolo di vauretto nostro che di fronte al coro di proteste per la puttanata che ha detto, recita la parte del martire del Libero Pensiero? (Che poi, a dirla proprio tutta, questo Vauro ciccione non vi sembra che abbia l’aria un po’…?) E a proposito di Babbo Natale e quindi Natale, che ormai non è più lontanissimo, e quindi Gesù Bambino e quindi presepe, eccovi qualche suggerimento utile

E poi succede, in questa nostra epoca strana, di sentire un signore molto molto sinistro che dice cose tremendamente sensate

E poi abbiamo un altro signore talmente universale, talmente bravo, talmente poliedrico, da riuscire a farsi perculare da tutti, di destra come di sinistra

E infine una cosa da leggere, che se no mi ci perdete l’abitudine e questo non va bene.

Cosa resta di “liberale” in Italia? Il declino economico va di pari passo con il declino della libertà

Chiunque abbia letto Hayek potrà dirvi che è un film già visto: lo Stato che si aggrappa all’emergenza per espandere i propri poteri, il ricorso agli “esperti” che nessuno può contraddire, la totale subordinazione delle assemblee democratiche al potere dell’esecutivo e di quelle figure “speciali” scelte per affrontare l’emergenza. È proprio questo il modo in cui uno Stato si avvicina al totalitarismo, su una strada lastricata di buone intenzioni, di “competenze”, di “necessità di protezione”

I difficili giorni che stiamo vivendo, mentre affrontiamo una seconda ondata di contagi da coronavirus, ci presentano un Paese profondamente diviso, inquieto e confuso. Mentre la recessione minaccia la nostra economia, il caos regna sovrano anche nelle istituzioni, come mostrano i battibecchi continui tra Stato e Regioni. E non si possono tacere grandi perplessità, da un punto di vista liberale, circa l’opportunità e la legittimità morale del modo in cui il governo sta intervenendo per fronteggiare l’emergenza. 
La totale assenza di chiarezza e sensatezza nei provvedimenti presi (basti pensare al barista di Catanzaro, che chiude a mezzanotte e riapre a mezzanotte e un quarto, nel pieno rispetto del Dpcm) richiede una volta di più una riflessione su quello che è diventato il nostro Paese: siamo ancora una democrazia liberale?
La prima vera domanda che dovremmo porci è se lo siamo mai stati: una Costituzione profondamente rigida che mette il lavoro prima della libertà, che non concede ai popoli che fanno parte del Paese di decidere democraticamente di percorrere strade diverse, che addirittura non vuole che i cittadini si esprimano sulle tasse, sulle questioni internazionali e sulla forma dello Stato, non pone le migliori premesse per quella che dovrebbe essere una democrazia liberale.
Questo governo però sta riuscendo, con i suoi metodi, con la sua comunicazione e con l’aiuto di drappelli di esperti e giornalisti, a estirpare qualsiasi residuo germe di libertà rimasto in Italia, e la mia non è una “sparata”, qualcosa per “alzare i toni”, ma la semplice constatazione del fatto che il declino di questo Paese sta andando di pari passo con il declino delle sue libertà. Ho parlato di “declino” perché è proprio questa la parola che Hayek, uno dei padri del liberalismo di scuola austriaca, usa nella sua opera “La società libera” per descrivere la situazione di uno Stato in cui avere opinioni diverse da quella corrente costituisce motivo di riprovazione.
Se pensiamo a quello che succede in Italia, dove a comandare non è più la politica ma l’opinione di questo o quel virologo, stiamo arrivando alla fotografia perfetta del declino. In Hayek c’è tutto: lo Stato che si aggrappa all’emergenza per espandere i propri poteri, il ricorso agli “esperti” che nessuno può contraddire, addirittura (ed è il nostro caso) la totale subordinazione delle assemblee democratiche (in cui dovrebbe risiedere il potere vero, quello emanato dal voto popolare) alle decisioni e al potere dell’esecutivo e di quelle figure “speciali” scelte per affrontare l’emergenza. È la democrazia che si mangia da sola cancellando ogni tratto liberale e cedendo ai nuovi valori della “competenza”, della “pianificazione” e del “controllo”. La competenza peraltro è davvero un valore, ma non quando viene sventolato per mettere a tacere gli altri.
Cosa rimane quindi di “liberale” al nostro Paese? Ben poco ormai: accanto a larghe fasce di popolazione stufe di questo modo di fare ci sono ampie schiere di esperti, giornalisti e quant’altro pronti a difendere ogni mossa del premier e ad accusare chiunque la pensi in modo diverso di “negazionismo” e ignoranza. Lo Stato si inserisce prontamente emanando Dpcm confusi e pieni di falle, prolungando lo stato di emergenza per poi non garantire una effettiva preparazione alla seconda ondata, giustificando atti e affermazioni liberticide con la retorica del “è necessario”.
Chiunque abbia letto Hayek e la scuola austriaca potrà dirvi che è un film già visto: è proprio questo il modo in cui lo Stato si avvicina al totalitarismo, ossia su una strada lastricata di buone intenzioni, di “competenze”, di “necessità di protezione”. È lo stesso meccanismo per cui, in economia, lo Stato cresce sempre senza mai fermarsi: trovando di volta in volta un’azienda decotta da salvare, un’ingiustizia da sanare o una disuguaglianza da “riequilibrare”, lo Stato continua a spendere i soldi dei contribuenti e se possibile a ingigantire la mole del debito. Questo è frutto del pericolo di cui parlava Hayek in “La via della schiavitù”, una delle sue opere più celebri: scambiare la democrazia per un “fine” politico, quando essa in realtà è solo uno dei molteplici strumenti utilizzabili per arrivare alla libertà. Se la “legittimazione democratica” di uno Stato porta lo Stato stesso a potersi permettere provvedimenti illiberali e a mettere a tacere chi la pensa in modo diverso, la schiavitù diventa un dato di fatto, il totalitarismo una realtà.

Francesco Zanotti, 21 Ott 2020, qui.

E ormai, infatti, lo è.

barbara

COME E PERCHÉ SIAMO FINITI NELLA MERDA

Anche se da una parte mi verrebbe anche da dire che è impossibile che siamo nella merda, perché tutta quella disponibile è finita dentro un sacco di cervelli che vedo in giro.

Il modello | La seconda ondata di cialtronismo e la chiusura della mente italiana

Chi avrebbe mai detto che la più sgangherata classe dirigente che la Repubblica abbia mai conosciuto ci trascinasse, nove mesi dopo l’attacco del virus, verso un altro lockdown? Noi sì, purtroppo

Chi l’avrebbe mai detto? Stiamo andando dritti verso il lockdown, il secondo del 2020, nove mesi dopo il primo, con la curva dei contagi che sale, con i record dei positivi, con la perentoria aritmetica dell’epidemia, con i bollettini quotidiani, con le sirene delle ambulanze.
È tornato perfino Brusaferro, seguiranno anche le task force e altre fregnacce buone per le passerelle televisive della più imbarazzante classe dirigente della storia della Repubblica italiana.
Eppure ci avevano detto che eravamo dei fighi pazzeschi, che il modello italiano era invidiato in tutto il mondo e altre balle casaliniane che troppi giornali si sono bevuti come acqua brillante trasformandola poi in droplet infetti per tutti, anche per gli apoti.
Sappiamo tutti che cosa sta succedendo, ma pare che non interessi a nessuno, a meno di pensare che gli italiani siano diventati un popolo di masochisti, oltre tutto il resto.
La pandemia è un meteorite difficile da evitare, ma nove mesi dopo l’attacco del virus corona la corresponsabilità di quanto ci circonda è anche di questo governo di incapaci, se non di più, che non ha predisposto nessuna rete di protezione, nulla di nulla, per i cittadini italiani, cui ha fornito il solito predicozzo paternalista dopo averli turlupinati con un ennesimo «tutto sotto controllo» come a febbraio, e poi caos e confusione di ogni tipo, sia sul fronte degli aiuti economici sia su quello sanitario (avete provato a fare richiesta dell’ecobonus? È più facile trovare un tampone).
Siamo a ottobre 2020 e nessun italiano sa che cosa fare di fronte alla seconda ondata o a questa coda della prima, come è più corretto definirla. Il sistema dei test varia da regione a regione, certo per colpa del maledetto Titolo V riformato da D’Alema e Prodi per inseguire Bossi, ma soprattutto perché Conte e i suoi non sono stati in grado di elaborare un piano di emergenza nazionale, competenza prevista dall’ordinamento, perché altrimenti non avrebbero potuto scaricare le colpe su altri.
Immuni è una sòla, in Veneto non funziona [logico: lì hanno la app Immona], ma nonostante le campagne da “app alla patria” non può funzionare da nessuna parte senza un sistema serio di tracciamento e di contenimento del contagio e di tamponamento dei soggetti a rischio. Ormai i numeri suggeriscono che sia troppo tardi.
Oggi un italiano con i sintomi del Covid – febbre, tosse, sapore metallico in bocca – prova a chiamare il medico di famiglia, il quale giustamente dice di non avvicinarsi allo studio altrimenti chiama i carabinieri, quelli fortunatamente liberati dall’incombenza di andare a contare il numero dei commensali nelle case private secondo quanto aveva auspicato Roberto Speranza, evidentemente un congiunto di quel noto comico americano degli anni Quaranta che si chiamava Bob Hope.
Un italiano sintomatico oggi è costretto ad avventurarsi nel mondo di fuori alla ricerca del tampone, in alcune regioni sapendo di dover affrontare anche code di ore e ore, in drive in da terzo mondo più che da Canale 5, oppure andandoci di notte, rasente i muri come i ladri, almeno fin quando non scatterà anche da noi il coprifuoco come in Francia.
Questi geni che tutto il mondo ci invidia non sono riusciti nemmeno a predisporre un numero sufficiente di vaccini contro l’influenza di stagione, che prima del Covid c’erano e ora sono introvabili, con il risultato che a ogni starnuto va in quarantena una famiglia, una scuola, un’azienda non potendosi escludere che una normale influenza sia invece il Covid-19.
Com’è possibile che questi governanti costretti ad affrontare la più grande crisi dal Dopoguerra non siano riusciti a decuplicare gli sforzi per produrre, distribuire e somministrare il normale vaccino antinfluenzale di stagione né a organizzare uno straordinario sistema nazionale di test e di tamponi semplice ed efficiente e diffuso nel territorio per isolare in tempo i positivi e liberare i negativi?
Si sono persi invece in grottesche discussioni sui banchi a rotelle e sulle cene in casa, specchiandosi narcisisticamente sui soffietti pubblicati dai giornali e scaricando le responsabilità sulle Regioni, dove ci sono altri bei ceffi e dove ognuno fa a modo suo (la Campania ha appena chiuso le scuole).
Insomma assistiamo a una catastrofe civile, morale e politica, oltre a quella sanitaria ed economica. A un lockdown intellettuale. A una chiusura della mente italiana che sarà difficile riaprire, anche quando il virus sarà neutralizzato.

Christian Rocca, 16 Ottobre 2020, qui.

Già qualche mese fa qualcuno aveva detto “Guarda che questi non li recuperi più. Andati. Per sempre”. Il terrore come strumento politico funziona sempre, ha sempre funzionato sulla maggior parte dei sudditi. Basta procurarsi un nemico comune da agitare come spauracchio perpetuo, si chiami ebrei, Eurasia, tutsi o coronavirus. E se non si hanno sottomano nefandezze del nemico da mostrare al popolino, non c’è problema: basta inventarle.

Angelo Michele Imbriani

Ecco la notizia sul nono morto irpino di presunto Covid, citata testualmente da un quotidiano locale. Chi ha piacere ad essere trattato da deficiente continui pure:
“Sale purtroppo a 9 il numero delle vittime di covid in Irpinia. È deceduto nella notte tra sabato e domenica, al Covid Hospital dell’Azienda ospedaliera “San Giuseppe Moscati” di Avellino, un 82enne di San Potito Ultra (Av). L’uomo era arrivato al Pronto soccorso della Città ospedaliera il 24 settembre scorso. Risultato negativo alla Sars Cov 2, era stato ricoverato nell’Unità operativa di Oncologia Medica. Il 6 ottobre, quando sono stati effettuati dei controlli sui degenti del reparto, il paziente è risultato positivo al nuovo Coronavirus ed è stato trasferito al Covid Hospital”.
Dunque è morto di Covid e non del cancro per cui era stato ricoverato, un mese fa…

Morti inventati dunque? Malati inventati? Sì, esatto: malati inventati

E anche a voler prendere per buoni tutti i morti dichiarati

Poi, visto che non avete niente da fare, date un’occhiatina qua e fatevi una riflessioncina, che male non fa.

Quanto all’app Immuni, di cui parla il primo articolo, guardate un po’ qua:

Per concludere, un paio di cose su cui riflettere,

una domanda al conte Giuseppe,

un consiglio a tutti noi,

e un premio di consolazione

E infine godiamoci l’Ultima Cena al tempo del Coronavirus

barbara

C’ERA UNA VOLTA

C’era una volta il ministero della sanità –
No, ho sbagliato tutto, ricomincio da capo.
C’era una volta un tempo felice. E in quel tempo felice c’era un’isola felice (vabbè, penisola, ma adesso non stiamo a sottilizzare). Quest’isola felice era una repubblica parlamentare (sentite quanto è bella questa parola: parlamentare! PAR LA MEN TO: c’era un parlamento! E questo parlamento faceva le leggi. E la gente obbediva alle leggi perché le aveva fatte il parlamento, composto dai suoi eletti. Ah, com’erano belli quei tempi – ma non divaghiamo). Il parlamento, dicevo. E i ministeri, che avevano il compito di far funzionare tutti i vari apparati dello stato. Ecco, adesso ci sono arrivata: fra questi ministeri c’era quello della SANITÀ. Qual era il suo compito? Occuparsi di tutto ciò che riguardava la sanità, ovvio: che gli ospedali funzionassero, che le attrezzature sanitarie avessero la dovuta manutenzione e venissero sostituite quando diventavano superate, che ci fosse personale sanitario a sufficienza, in modo che il cittadino avesse modo di mantenere o recuperare la propria SALUTE.
Quand’è che è avvenuto il mutamento (genetico, mi verrebbe da dire)? Non lo saprei dire. Come quando l’amore si trasforma lentamente in disamore, come quando la vecchiaia comincia a entrare nei muscoli e nelle ossa, come quando l’acqua in cui nuota la rana diventa troppo calda perché abbia la forza di saltare fuori, come quando ti accorgi che sei stato derubato della tua libertà e dei tuoi diritti, ma non sapresti indicare il momento esatto in cui ciò sia avvenuto. Sta di fatto che ad un certo momento è avvenuto e tu ne devi prendere atto: il ministero della sanità non c’è più: adesso al suo posto c’è il ministero della salute. Più o meno come gli orwelliani ministeri della pace, dell’amore, dell’abbondanza, della verità, una cosa così. Adesso non c’è più il cittadino che decide che cosa fare per la propria salute e lo stato gli fornisce i mezzi per farlo, no: adesso è lo stato in persona che si occupa direttamente della tua salute e ti dice che cosa puoi o non puoi fare, che cosa devi o non devi fare, quale malattia ti puoi curare e quale no, e se poi crepi perché hai avuto l’arroganza di volerti beccare la malattia di serie B, beh, cazzi tuoi, perché devi metterti ben chiaro in testa che se ti contagi è colpa tua, se ti ammali è colpa tua, se ti aggravi è colpa tua, se crepi è colpa tua, il che dovrebbe esserti evidentemente dalla cura che mette il ministero della SALUTE nell’occuparsi, al posto tuo, della tua salute. È vero che in compenso non ti fornisce più i mezzi per conseguirla, questa salute, ma insomma, dai, non puoi mica pretendere tutto, no?

Detta in modo chiaro, la tragedia – OK, una delle innumerevoli tragedie – della sanità in Italia è esattamente questa: l’avere trasformato un normale democratico, anche se non sempre efficientissimo, ministero della sanità nell’incubo di un orwelliano ministero della salute.

Poi magari, a voler proprio proprio pignoleggiare, ci sarebbe anche questo.

Leonardo Batistini

Abusivismo e Degrado Firenze

Ieri ero a cena fuori… A mezzanotte e venti polizia fuori dal ristorante per far uscire i pochi che erano ancora a cena. Vedi ovviamente il titolare in agitazione, ti senti un po’ come un mezzo criminale che sta facendo una rapina e non un semplice cliente che sta semplicemente finendo il dolce. Poi rifletti un attimo, e ti chiedi come sia possibile che il virus colpisca solo da mezzanotte… Trovare parcheggio in San Frediano non era stato facile quindi camminando per strada hai modo di capire che i vigili avevano intanto fatto il loro dovere con multe a raffica, perché coprifuoco o no qualcuno li ha mandati a far cassa. Arrivi all’auto e ti sorge un dubbio, ecco che passo dalla stazione e trovo i soliti africani senza mascherina a ragionare ed a spacciare come sempre… Alle Cascine non ne parliamo ad ogni ora del giorno e della notte. Zero polizia, per quello non ci sono abbastanza forze… A quel punto capisci bene che sei straniero a casa tua, ti fanno sentire un criminale se a mezzanotte sei ancora a cena, ti multano se non indossi la mascherina o lasci la macchina sul parcheggio per residenti. Però se arrivi in Italia a spese nostre e spacci fregandotene delle normative Covid non ti viene fatto niente. Ed ancora temo non si sia visto niente rispetto a ciò che ci aspetta!

Comunque è un fatto che l’Italia è uno stato diverso dagli altri

in cui possono succedere anche cose così

Ma tranquilli che adesso arriva Lui, l’Uomo della Provvidenza

che coi suoi micidiali decreti

sa bene come farci rigare dritti

E non cercate di fare i furbi con noi restando sani, perché noi vi staneremo ovunque.

E vi spezzeremo le reni, sappiatelo.

barbara

DI DANNEGGIAMENTI E DI SANZIONI

E di altro ancora.

Federico Capnist

Non sarò breve e me ne scuso, ma il momento credo richieda lucidità e spirito critico, non facile emotività. Motivo per cui affronterò un argomento quasi filosofico – ossia di come, per un paradosso e per una logica ingannevole e malvagia, con la scusa del Covid stiamo perpetrando il male credendo di agire nel nome del bene. Come cioè questa cura tremenda che stiamo adottando, faccia ben più danni della malattia.
Non paghi di aver chiuso il paese già una volta (senza criteri e in un modo indegno di uno stato civile, giustificato da un’emergenza sanitaria che tale era solo in una ristretta parte d’Italia), ora abbiamo ripreso a limitare la vita della fascia attiva e produttiva della popolazione, rendendola di fatto un incubo, eliminando ogni svago, applicando regole impossibili, protocolli contorti e chiusure sempre più stringenti al fine di salvare gli anziani e le fasce deboli della popolazione. Almeno così ci giustificano la necessità delle misure. Bel gesto; facile, orbo e ipocrita, ma bello.
È questa la soluzione migliore? Davvero per cercare di limitare il propagarsi di un virus oggi tutt’altro che letale, non troviamo altro modo che chiudere il Paese distruggendo l’economia, azzerando i consumi, riducendo intere categorie alla fame, aumentando i disoccupati, derogando le più basilari libertà civili, creando un clima di terrore e imponendo divieti ridicoli e imposti con la forza come mai s’era visto prima? A giudicare da come se la passano gli imprenditori di settori come moda, spettacolo, ristorazione, vita notturna, turismo, sport eccetera eccetera – e soprattutto tutte le persone che in questi ambiti ci lavorano o sono ad esso collegate [fornitori, trasportatori, tecnici manutentori, commercialisti] – il risultato è devastante e destinato solo a peggiorare. E con che scusa?
C’è il Covid. Ok, ma la gente che lavora e che manda avanti il Paese, che consuma maggiormente e fa girare l’economia, che paga le tasse con cui poi gli ospedali funzionano, non è anziana, ma in gran parte sotto i 70 anni di età. E i numeri ci dicono, in modo inequivocabile, che questa fascia di popolazione il Covid lo supera senza sintomi o come fosse un raffreddore o un’influenza. Fastidioso, magari, ma non molto diverso da tante altre malattie.
C’è il Covid. Ok, ma la gente che lavora e che manda avanti il Paese, che consuma maggiormente e fa girare l’economia, che paga le tasse con cui poi gli ospedali funzionano, non è anziana, ma in gran parte sotto i 70 anni di età. E i numeri ci dicono, in modo inequivocabile, che questa fascia di popolazione il Covid lo supera senza sintomi o come fosse un raffreddore o un’influenza. Fastidioso, magari, ma non molto diverso da tante altre malattie.
Appurato questo dato fondamentale, è mai possibile che non riusciamo ad invertire questa isteria collettiva, questo ragionamento folle che sta distruggendo il nostro modo di vivere, e riprendiamo a comportarci in modo più razionale come facciamo abitualmente? Perché, cioè, non facciamo tutto il possibile per mettere seriamente al riparo le fasce più deboli e lasciamo che la vita scorra normalmente (o ancora con qualche piccola limitazione) per giovani e adulti, sopportando come inevitabile il fatto che quella che oggi è una brutta influenza, nella grandissima parte dei casi curabile, si porti via delle persone più anziane e più deboli?
Discorso cinico e senza cuore? Sembra, ma in realtà è quello che facciamo ogni anno, prima che arrivasse il Covid. Con il quale abbiamo abdicato alla ragione e rimosso il fatto che la gente muore, purtroppo, con o senza coronavirus e anche a causa di malattie per le quali abbiamo le cure. Quante volte abbiamo convissuto, nel totale silenzio e menefreghismo mediatico, con influenze così gravi da non contare neanche il numero di contagi, costringere milioni di italiani a letto in casa, decine di migliaia in ospedale e con migliaia di morti? A memoria, sempre. Quando l’anno è buono il conto si assesta a circa 10.000 decessi l’anno, per le varie malattie respiratorie. Ma dipende dagli anni, perché poi succede che talvolta, come nel 2015 o nel 2017, come riportato nell’articolo qui sotto, le influenze siano più violente e di morti ne facciano molti, molti di più; quasi come quelli che sta facendo il Covid.
E chi è che muore generalmente per l’influenza, sia quando è “normale” sia quando è più virulenta? Forse i più giovani? Forse le persone senza gravi patologie? O magari quelle più atletiche e sportive? No, ovviamente. Ci sarà purtroppo qualche caso sporadico anche tra queste categorie (come ora con il Covid), ma ovviamente a rimetterci sono sempre le fasce più deboli. Esattamente come ora, e per le quali abitualmente non ci stracciamo troppo i vestiti e di certo non fermiamo il Paese. Andiamo avanti sopportando sì un grave danno, ma in modo pragmatico lo accettiamo rinunciando ad un danno, ben più grande, derivante da possibili chiusure.
Oggi non più. Quale ragionamento contorto ci sta portando a voler salvare una ristretta cerchia di persone, e così facendo a distruggere la vita ad una fetta molto più grande e che con il suo lavoro garantisce il benessere ed il sostentamento dell’Italia? [compreso quello degli ospedali, che da sette mesi e mezzo non curano praticamente più nessun’altra patologia, provocando un’autentica ecatombe, con cifre che il covid se le sogna, condannati a morte da un governo assassino]
Può sembrare indelicato parlare di migliaia di morti così, apparentemente alla leggera, però visto che ci basiamo sui numeri bisogna farlo. Soprattutto perché in gioco ci sono stabilità e benessere economico dell’Italia, oltre che la salute mentale di tantissime persone a cui i danni derivanti da questo clima di terrore stanno creando contraccolpi psicologici devastanti e chissà quante malattie frutto del vivere mesi sotto scacco della paura. E certo non ultimo, pensiamo alle migliaia di malati di tumore o altre gravi patologie che hanno visto slittare a chissà quando operazioni, visite e cure, magari importantissime, tutto a causa del Covid che sembra diventato essere peggio di tutti i malanni del mondo messi insieme.
Per 30.000 morti abbiamo fermato l’Italia, instaurato uno stato di polizia e messo norme “ad minchiam” su ogni aspetto della nostra vita mentre per 10/15/20000 o più morti non abbiamo mai fatto niente di niente? Qual è il discrimine, qual è la soglia di decessi che trasforma il pratico menefreghismo in cieco e irrazionale panico di stato? I morti di Covid sono forse morti di serie A? E ci si limita, nel confronto, solo ai numeri derivanti da malattie “simili”, respiratorie, senza nemmeno menzionare tutte le altre che superano di gran lunga ogni peggior prospettiva legata al coronavirus e per le quali accettiamo di andare avanti come niente fosse, senza limitazione alcuna alla vita quotidiana. Giustamente, aggiungo. Altrimenti potremmo trasformare la nostra vita e dedicarla esclusivamente alle tragedie e al conto dei morti; rinunciando a vivere per sopravvivere [o per morire di qualcos’altro].
Certo, negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una crescita di morti, ricoveri e terapie intensive, ma non proporzionali alla crescita dei contagi. E i numeri restano comunque lontanissimi dal quadro di marzo e aprile scorsi; quando letteralmente non si sapeva come curare la malattia e si commettevano errori oggi impensabili. Due fattori chiave per poter guardare con ottimismo ai mesi a venire e per non dover paragonare lo scenario attuale con quello di qualche mese fa.
Uno scenario attuale che è sicuramente serio, degno di attenzione e di tutti gli sforzi del sistema sanitario; ma gestibile. E noi vogliamo fermare il mondo ancora una volta? Perché siamo ostaggi di numeri letti in maniera irrazionale e che ci tengono in ostaggio anche se non sono minimamente preoccupanti per la tenuta del sistema ospedaliero? E fino a quando? Fino al 2022 quando avremo un vaccino sicuro e affidabile? Davvero vogliamo ascoltare la brigata dei novelli Savonarola – i vari Galli e Crisanti, che impartiscono lezioni su come vivere e tifano un nuovo lockdown moralizzatore che distrugga il Paese una volta per tutte e stronchi questa insopportabile voglia di vivere e di lavorare della gente? Vogliamo dare ascolto a questi personaggi che vorrebbero chiudere tutto per salvare qualche vita? Così lontani anni luce dai problemi e i desideri delle persone reali, delle persone che trovandosi al bivio, conti alla mano, preferirebbero ovviamente andare avanti rischiando di contrarre una malattia da cui al 99% e più si guarisce, piuttosto che smettere di vivere e arrivare a morire di fame in un clima di depressione e tristezza? La fine che farà l’Italia se continueremo a tenere in vigore, e peggio ancora inasprire, queste regole folli e liberticide. Degne di una vera e propria dittatura sanitaria.
Siamo arrivati al paradosso che preferiamo fermare il mondo pur di evitare di riempire gli ospedali, che pur nascono per guarire i malati e, quando serve, per essere riempiti. E che oggi, nonostante l’incessante terrorismo mediatico, sono per la gran parte vuoti e in ogni caso lontanissimi da qualsiasi situazione di pressione. [E in effetti…]

Qui

E che, per dovere di cronaca, tali erano anche a marzo e aprile in gran parte d’Italia, nonostante ci dicessero che erano tutti al collasso.
Spero che qualcuno batta un colpo e ci riporti alla vita normale. Che deve riprendere il prima possibile, per il bene di tutti. Ma guardando a destra e a sinistra, e alla psicosi imperante, sono convinto che non accadrà molto presto.

Ora, se leggiamo qui, troviamo che

Il danneggiamento aggravato è punito molto severamente: il Codice penale all’articolo 635 prevede la reclusione da 6 mesi a 3 anni

E per chi distrugge la salute (è stato accertato – anche se basterebbe il solo buon senso – che la reclusione e la mancanza di rapporti sociali fanno ammalare. E ignorare tutte le patologie gravi, dal tumore all’infarto all’ictus al diabete, per coccolarne una sola, quella utile a mantenere il potere, fa morire e infatti ne sono morti e ne stanno morendo a valanghe, nella totale indifferenza del governo e dei suoi servi sciocchi) e l’economia di un’intera nazione quanti secoli di carcere si dovrebbero prevedere? E visto che è stato decretato lo stato di emergenza, paragonabile a una legge marziale con pieni poteri per chi comanda, per il reato di alto tradimento non dovrebbe essere prevista la corte marziale e la fucilazione alla schiena?

E volete sentire il più delirante dei deliri covideschi? Leggete un po’ qua.

Medico positivo al Covid salva una vita. A processo per aver violato la quarantena

Emanuele Boffi 16 ottobre 2020, qui.

Aosta. Era l’unico che poteva operare una donna affetta da aneurisma, ma, positivo, era a casa. Dovrà pagare 5 mila euro. Intervista al legale

«È una vicenda sconcertante», dice a tempi.it l’avvocato Corrado Bellora, «soprattutto se si tiene conto che la signora è viva». Aprile, Aosta, è una domenica pomeriggio e siamo nel pieno dell’emergenza coronavirus. All’ospedale Parini i medici si trovano di fronte a un’emergenza: devono operare una donna di 60 anni alle prese con un aneurisma all’arteria splenica. La signora non può essere trasferita altrove e il medico che dovrebbe operarla, il chirurgo Gianluca Iob, è a casa in quarantena. Luca Cavoretto, responsabile del 118, fa presente la situazione al direttore sanitario dell’Usl, Pier Eugenio Nebiolo, che con una email provvede a risolvere la situazione. Manda un’autoambulanza a casa del dottor Iob, lo porta in ospedale dove opera la donna, lo fa riportare a casa.

«L’unico in grado di fare l’intervento»

L’altro giorno il pm Francesco Pizzato ha chiesto un decreto penale di condanna di 5 mila euro per Iob, Cavoretto e Nebiolo. L’accusa è di aver violato l’ordinanza di isolamento domiciliare. Nebiolo ha rilasciato diverse dichiarazioni alla stampa in cui sottolinea il fatto che Iob fosse «l’unico in grado di eseguire quell’intervento» e che in quei giorni in cui si trovava in quarantena era «debolmente positivo e asintomatico. Ho dato il permesso di toglierlo dalla quarantena, avvisando le autorità. E anche se fosse stato positivo al 100 per cento avrei fatto altrettanto. L’équipe che ha operato con lui era consapevole».

«Bisognerebbe ringraziarli»

Bellora, ripercorrendo le tappe della vicenda con tempi.it, commenta: «Il decreto penale non è ancora stato emesso e dunque non ho ancora avuto accesso agli atti, ma pare tutto molto paradossale. La signora doveva subire un intervento molto complesso, mi dicono che, dal 1950 a oggi, è stato eseguito solo 78 volte. Iob era la persona adatta e, come ha detto Nebiolo, l’unico in grado. Il trasporto da casa sua all’ospedale è avvenuto in assoluta sicurezza e l’operazione si è svolta in una sala chirurgica “a pressione negativa”, cioè preparata per evitare il riciclo esterno dell’aria». Bellora presenterà opposizione al decreto: «Questi dottori hanno fatto solo il loro dovere. L’unica cosa che bisognerebbe fare è ringraziarli».

E quando qualcuno ha denunciato la vergognosa incompetenza per non parlare del fancazzismo del governo, l’infame cretina ridacchiò.

E meno male che almeno qualche prete poco bergogliente alza la voce.

E poi prenditi ancora cinque minuti per andare a leggere qui: imperativo categorico.

barbara

VOGLIAMO DISCORRERE UN PO’ DI ECONOMIA?

Presto presto, dobbiamo diminuire i parlamentari! Costano troppo, anzi troppissimo! Bisogna tagliare le spese! Subito subitissimo, se no non ne usciamo!

Conte alza gli stipendi: quanto guadagnano ora i dirigenti di Palazzo Chigi

L’Italia è messa in ginocchio dagli effetti del Covid-19, ma per i dirigenti di palazzo Chigi c’è l’aumento in busta paga. Alla faccia della lotta alla casta

I drastici effetti economici provocati dall’emergenza Coronavirus sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, tra attività chiuse e infinite difficoltà nella ripartenza.
Il governo non sempre si è dimostrato concretamente al fianco di chi è stato maggiormente colpito in questi mesi. L’auspicio è che con l’arrivo dei soldi del Recovery Fund si possa fornire il giusto carburante per il rilancio del nostro Paese, ma a una settimana dal vertice dei leader previsto a Bruxelles per giovedì e venerdì prossimi è andato in scena uno scontro totale tra il Parlamento europeo e il Consiglio sul Bilancio pluriennale della Ue e il Recovery Fund, che potrebbero restare così bloccati. Come se non bastasse, mentre l’Italia è ancora in ginocchio, i dirigenti di palazzo Chigi sono pronti a brindare. Magari, rispettando le nuove limitazioni sul distanziamento nelle case e sull’obbligo di indossare la mascherina, si potrebbe organizzare una grande festa.
Eh sì, perché per loro sarebbe previsto un bell’aumento in busta paga. Chi se ne frega se gli italiani ogni giorno devono fare i conti con le realtà più tristi e sgradevoli. Tanto le loro buste paga si preparano a essere rimpolpate. Come riportato dall’edizione odierna di Libero, il nuovo contratto proposto dall’Aran arriverebbe a garantire fino a 1.126 euro lordi in più al mese. In tal modo i dirigenti di seconda fascia della Presidenza del consiglio, destinatari della somma prevista dall’agenzia che rappresenta lo Stato nella contrattazione con i sindacati del pubblico impiego, giungerebbero a una simile cifra addizionando le diverse voci (aumento generalizzato, incremento per ridurre il divario dai loro colleghi di prima fascia, fondo legato al risultato).

“Un giusto ricompenso”

[Ho controllato: esiste. Ma finora non l’avevo mai sentito]

Anche gli altri dirigenti di palazzo Chigi sono pronti a esultare: nella peggiore delle ipotesi potrebbero sommare 331,80 euro di aumento ai 136,80 euro della retribuzione di risultato, arrivando così ad avere una busta paga più pesante di 468,6 euro. Mica male. Alt, però. Non è mica finita qui: questi sono solamente i numeri portati al tavolo dall’Aran, cioè la “parte datoriale”, che durante il confronto con i sindacati potrebbero addirittura lievitare. Alla faccia della lotta alla casta (con la poltrona degli altri) portata avanti dai grillini fino al 4 marzo 2018. Chi sa se organizzeranno quelle stesse mobilitazioni nazionali che erano soliti promuovere quando al governo vi erano gli altri.
L’8 ottobre sul sito dell’Unadis è apparso un comunicato mediante cui è stato annunciato l’avvio delle trattative per il rinnovo del contratto dei circa 300 dirigenti della Presidenza del consiglio dei ministri: stando ai numeri calcolati nell’anno 2015, si tratterebbe di 101 afferenti alla prima fascia e 169 di seconda fascia. La trattativa si è riaperta dopo dieci anni di blocco. Per l’Unione nazionale dei dirigenti dello Stato si tratta di un momento “molto importante, nonostante il ritardo con cui si è arrivati, per dare il giusto riconoscimento, economico e giuridico, ai dirigenti di Presidenza, impegnati in settori cruciali per il nostro Paese”. L’Unadis, insieme a Cgil e Cisl, ha chiesto di arrivare a un accordo in tempi celeri, ragionevolmente entro la fine del 2020. I fondi per il rinnovo, nello specifico per la riduzione della forbice tra prima e seconda fascia, erano stati stanziati con la legge di Bilancio dello scorso anno.
Luca Sablone – 10/10/2020, qui.

E ora una saggia riflessione, preceduta da questa significativa immagine

Fabrizio Fabbro

Non muore nessuno se non si va dal #Parrucchiere per due mesi. Al massimo muore quel salone (e magari il titolare è tua sorella, tua mamma, tuo zio) e nel quale la ragazza che fa lo shampoo è in affitto nella casa che hai acquistato ad uso investimento e per il quale stai pagando un mutuo.
Non muore nessuno saltando la ceretta dall’#estetista. Al massimo chiude quello studio… che magari è di tua figlia, tua moglie… o che fornisce di prodotti tuo figlio che verrà licenziato a fine mese se non raggiunge l’obbiettivo di vendita. Cosa accadrà mai saltando due mesi di #Danza, al massimo chiude quella Scuola … che potrebbe essere però della tua compagna o di tua sorella ed è aperta da soli 30 anni. Puoi anche non andare in #palestra per 60 giorni. Che ci interessa!?!? Puoi sempre fare del sano esercizio fisico nel giardino di casa… Poi se non riaprirà più perché non sarà in grado di pagare gli affitti arretrati, continuerai a fare step sul gradone della veranda… E sì, se è di tuo padre che mantiene te e tuo fratello agli studi!?! Al #ristorante? Ma cucinate a casa vostra che si mangia anche meglio… tanto quando avranno chiuso più della metà dei locali perché i titolari sono in ginocchio… tu potrai ottimizzare l’arte dell’uso del lievito che hai messo a fuoco in questi mesi. Sperando che il ristorante non sia del tuo datore di lavoro. #Sartoria? Ma davvero vai ancora dalla sarta? Ma compra su Amazon come tutti! Anche se la sartoria l’ha fondata tua nonna ed hai messo la tua fideiussione personale sul leasing per l’acquisto dei nuovi macchinari. E che dire dei #bar? Meglio se chiudono, no!?!? Così tuo marito torna a casa prima la sera e non perde tempo a parlare di pallone con gli amici… Sperando però che non sia il proprietario di quel locale. #Contadini? Ma dai!!! Che le mele dall’estero riusciamo ancora a prenderle e, del sano vino all’etanolo, lo importiamo senza problemi.
Esiste un punto in cui le misure per contrastare il #virus uccidono più del virus stesso.

È FACILE DIRE DI STARE A CASA QUANDO HAI LO STIPENDIO GARANTITO. MA NON #ANDRATUTTOBENE #ACASADITUTTI

Fulvio Del Deo

Proibire la musica, gli spettacoli. Finora c’erano riusciti solo i talebani quando tenevano in scacco l’Afghanistan.

Stefano Burbi

Quando sento dire che è giusto chiudere le “attività non essenziali”, non posso non pensare alla mancanza di empatia e di sensibilità che mostrano le persone che lo pensano, adducendo come motivazione il “bene comune” e la salute.
Cosa vuol dire “non essenziale”? Pensate ad un mondo senza musica, senza spettacoli, senza cinema, e vediamo se vi sembrerà ancora lo stesso mondo; parlate alle tante persone che lavorano per gli spettacoli dal vivo e vediamo cosa vi diranno su queste attività, per loro essenziali per poter vivere; pensate che vi tolgano lo stipendio sicuro che ogni mese giustamente riscuotete e forse riconsidererete il concetto di “non essenziale”.
Se prevedete dei congrui risarcimenti, e non delle elemosine, per ognuno dei lavoratori dei settori che reputate non necessari e di cui potete fare a meno, continuate pure a ritenere che sia giusto chiuderli o ridimensionarli. Altrimenti tacete. Purtroppo non si ragiona con chi ha paura e la paura va rispettata. Ma, a maggior ragione, si deve anche rispettare un semplice ed elementare diritto: quello di vivere.
Stefano Burbi

Con due immagini della protesta dei lavoratori dello spettacolo in Piazza Duomo

e un video

NOTA: non sono vestiti di nero in segno di lutto, come ho letto in un articolo, ma perché il nero è l’unico colore ammesso nel teatro e nello spettacolo in genere: devi concentrarti unicamente su quello che stai facendo, sulla tua parte, sulla gestualità, sull’espressione, senza rischiare di essere distratto da colori fantasie luccichii.

Noi abbiamo cominciato ieri sera, rigorosamente in nero, ovviamente, e così:

1_stampare il proprio copione, evidenziare le proprie parti e custodirlo in una bustina/pinzarlo per evitare fogli volanti. 

2_portare una penna e/o una matita personali 

3_indossare la mascherina fino al raggiungimento della propria postazione (che sarà debitamente indicata). [in realtà qualcuno l’ha tenuta per tutta la serata, anche per leggere le parti; qualcuno l’ha abbassata, io l’ho messa in tasca]

4_indossare un maglione ed eventualmente un doppio calzino in quanto prevederemo 5 min di areazione tra un’ora e l’altra di lavoro 

5_igienizzarsi le mani all’ingresso 

6_portare una busta grande tipo quelle del supermercato che possa contenere TUTTI i vostri accessori che non dovrebbero entrare in contatto con quelli degli altri: la vostra giacca, la vostra borsa e le vostre scarpe (lavoreremo come sempre scalzi).

7_una volta rispettate tutte le restrizioni….RESPIRIAMO E GODIAMOCI LA VITA E IL POTERE RIGENERATORE DEL TEATRO e scordiamoci del mondo per 2 ore!!!

Se avete problemi con una qualsiasi di queste indicazioni fatemi sapere 

io ho mascherine in abbondanza, penne e buste igienizzate e posso stampare qualche copione in più 🙂

E ora godetevi, sempre in tema di economia con cui eravamo partiti, ma anche in tema di grande rappresentazione, questa strepitosa Giorgia Meloni

e se vi resta ancora una briciola di tempo e di pazienza andate anche a leggere questo e a guardare questa, ancora gran bella donna, tra l’altro, a sessant’anni suonati.

barbara